sabato 17 gennaio 2026

IL BAMBINO

Nel retro e nel sottopalco del polveroso teatrino parrocchiale regnava un caos primordiale. Era un luogo di esilio per oggetti che avevano perso la loro utilità ma non ancora il diritto di esistere. Sembrava che qualcuno avesse sganciato una bomba direttamente nella fossa del suggeritore e poi avesse lasciato il disordine a sedimentare per decenni, come una colpa mai confessata. Travi di legno tarlato, attrezzi senza più mestiere, frammenti di scenografie che un tempo avevano finto di essere giardini o castelli, mobili zoppi e oggetti di funzione ormai indecifrabile convivevano in un equilibrio instabile, protetti da una coltre di polvere grigia e spessa.

Quella sera, però, quel limbo aveva ripreso vita sotto i passi incerti di quattro liceali. Giffoni, Gambero, Remfutti e Ritter avevano fondato una compagnia teatrale con la solenne convinzione di poter rifondare l’arte drammatica partendo proprio da quelle macerie. Il fatto che il teatro fosse parrocchiale non li turbava affatto: in fondo, pensavano con l'arroganza dei diciott'anni, anche il sacro aveva bisogno di una buona messa in scena per risultare credibile.

Erano lì per “fare ordine”. O almeno, questa era la versione ufficiale fornita al parroco.

Gambero fu il primo ad accorgersi della cassa. Tra i quattro, lui era l’elemento frenante, quello che leggeva le istruzioni e si preoccupava della ruggine. Si muoveva con una cautela quasi chirurgica, aprendo gli scatoloni con la cura di chi teme di risvegliare fantasmi. Quando sollevò il coperchio di legno marcio, rimase immobile.

Dentro, avvolti in una carta velina ingiallita che sembrava pelle secca, c’erano dei bulbi a incandescenza enormi, sproporzionati, quasi indecenti. Non erano lampadine da appartamento; erano bulbi simili a pianeti di vetro, concepiti per fari teatrali d’altri tempi. Alcuni avevano un diametro di quindici centimetri e una potenza di 500 watt.

Poi Ritter, che del gruppo era il braccio operativo, quello che non temeva di sporcarsi le unghie, vide l’altro.

Era più in fondo. Più grande. Più pesante. Più silenzioso. Una sfera perfetta di venti centimetri di diametro, con un vetro così spesso da distorcere la luce delle loro torce. Sul fianco, inciso con una chiarezza che avrebbe dovuto suggerire prudenza medica, c’era scritto: 1000 W – 125 V.

«Ragazzi…» disse Ritter, senza staccare gli occhi da quell’oggetto. Il suo tono era un misto di devozione e sfida.

Remfutti gli fu accanto in un istante. Remfutti era il fuoriclasse del gruppo, quello ingovernabile che vedeva opportunità ovunque e non temeva le conseguenze fisiche delle sue intuizioni. Aveva lo sguardo di chi ha già deciso che il destino è una variabile trascurabile. «Funziona?» chiese, con la voce che già pregustava l'esperimento. «Non lo so.» «Allora bisogna provarlo.»

Giffoni arrivò per ultimo. Era l'animo sensibile, quello che avrebbe voluto fare teatro per amore della poesia ma finiva sempre per seguire gli altri nelle loro spedizioni incendiarie. Tutti insieme guardarono il bulbo, poi Remfutti, poi di nuovo il bulbo. Ci fu quel breve silenzio tipico delle pessime idee, quello spazio vuoto in cui il buon senso prova a bussare ma trova la porta sbarrata dall'entusiasmo.

«Forse…» provò Giffoni, cercando di richiamare una logica che stava svanendo, «magari prima controlliamo…» «Sì, ecco…» aggiunse Gambero, con una prudenza più grammaticale che reale, «ricordiamoci che siamo in parrocchia.»

Ma Remfutti non ascoltava più. Era già accovacciato, le dita agili che cercavano un portalampada tra i relitti della scenografia. «È teatro,» sentenziò senza alzare il capo. «Se non rischi, non è teatro.»

Il dettaglio dei 125 volt, stampato sul vetro come un avvertimento evangelico, non venne ignorato. Venne semplicemente declassato a suggerimento facoltativo. In quell'istante, le leggi della fisica contavano meno delle leggi dell'estetica. Collegarono i fili con mani che tremavano appena. Giffoni osservava in silenzio, combattuto tra il senso di colpa e una curiosità ancestrale. Ritter e Gambero fecero mezzo passo indietro, quel tanto che bastava per potersi dire, un giorno, che avevano tentato di mantenere le distanze.

Remfutti afferrò l’interruttore.

Quando lo azionò, il bulbo — concepito per vivere serenamente a 125 volt — venne investito dai 240 volt dell’impianto parrocchiale come una divinità evocata con il rituale sbagliato. Per un istante, brevissimo e definitivo, il teatro fu illuminato da una luce impossibile, una radiazione bianca e purissima che sembrava solida come un secondo sole che sorse sul palco, proiettando ombre lunghe e innaturali, cancellando i contorni del disordine e trasformando i quattro liceali in sagome nere, bidimensionali, contro l’abbagliante assoluto.

Quasi duemila watt di luce sprigionati in un rantolo d'agonia elettrica.

Poi venne il suono. Un tuono secco, il lamento del filamento che si vaporizzava e il vetro che implose per lo shock termico. Il corto circuito fu un colpo di frusta che corse lungo i muri.

E subito dopo, il buio.

Non un buio normale, ma un vuoto pneumatico di luce. La corrente era saltata ovunque: nella vicina chiesa,  nell’abitazione del prete, nel ricreatorio. Un blackout totale, netto, come una punizione biblica calata su quegli aspiranti stregoni.

Per qualche secondo nessuno parlò. Respiravano solo l'odore di ozono e polvere bruciata. Nelle loro retine, però, quella luce continuava a esistere come un fantasma, una macchia albina che non voleva andarsene.

Fu Gambero, il metodico, il primo a recuperare l'uso della parola. «Ragazzi…» disse piano, con la voce di chi aspetta il giudizio universale, «forse è meglio riattaccare.»

Con gli accendini — quattro piccole fiamme tremolanti che parevano ridicole dopo l'apocalisse appena vissuta — riuscirono a orientarsi nel sottopalco. Inciamparono tra vecchi fondali e travi invisibili, fino a raggiungere il quadro generale. Ritter riarmò la leva con un gesto rapido, quasi religioso.

La luce tornò, fioca e giallastra, restituendo al teatrino la sua solita mediocrità.

Esattamente in quel momento, dalla scala comparve il parroco. Era una figura quasi spettrale: aveva una pila in mano, il soprabito infilato in fretta sopra la veste e lo sguardo di chi era stato strappato a una quieta lettura serale dal rumore di un mondo che finiva.

«Cos’è successo?» chiese, scrutando le loro facce ancora stupefatte dall'esito di "quell'esperimento".

I quattro si voltarono all’unisono, maschere di innocenza costruite in un secondo. Remfutti parlò per primo, con una naturalezza che rasentava la mistica: «Non lo sappiamo, don. Improvvisamente è saltata la luce.»

Il prete li guardò per un lunghissimo istante, cercando una crepa nei loro sguardi. Poi guardò il caos del sottopalco, poi di nuovo loro. Infine, sospirò. «Mah…» disse. «Succede.»

E si ritirò nelle tenebre dei corridoi parrocchiali.

Il bulbo distrutto rimase lì, un guscio di vetro frantumato tra i detriti. Da quella sera ebbe un nome. Lo chiamarono “il Bambino”. Per le dimensioni, certo, ma anche per quell’apparizione cosmica, breve e definitiva, che aveva ricordato loro lo Space Child di 2001 – Odissea nello Spazio.

Era nato per illuminare, era morto per curiosità. E come tutte le vere epifanie, non li rese più saggi. Solo un po’ più rispettosi di ciò che, nei sotterranei del mondo, chiede di restare spento per non ferire gli occhi dei mortali.


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