lunedì 13 aprile 2026

DIE V MENSIS IULII MCMLXXXII

Erano le tre del pomeriggio di quel lunedì di inizio luglio destinato a segnare la vita di milioni di persone in Italia e in Brasile.

Loro ancora non lo sapevano, non osavano neppure sperarlo. Era sinceramente troppo. 

Per due ragazzini cresciuti a pane, marachelle e pallone non poteva esistere evento più atteso del mondiale di calcio; dalla fine delle lezioni i primi di giugno tutta l'attenzione era rivolta verso la Spagna, dove l'Italia di Bearzot, dopo aver annaspato nel girone eliminatorio di Vigo con tre miseri pareggi, nel secondo turno a Barcellona aveva battuto nientemeno che l'Argentina campione del mondo in carica dell'astro mondiale nascente Diego Armando Maradona.

Quel successo in tutta Italia era stato percepito come un vero e proprio miracolo, visto il deludente comportamento degli azzurri e le terrificanti bordate che tutta la stampa sparava a ripetizione verso la nazionale ed in particolare verso il commissario tecnico, tacciato di autolesionistica cocciutaggine per voler insistere sul centravanti Paolo Rossi.

Il "Nino de Oro", che Giffoni e Remfutti ricordavano per averli fatti sognare quattro anni prima, era diventato un impresentabile "Nino de Piombo", incapace di tenere un pallone e rendersi pericoloso; non sembrava neanche un lontano parente di quello apparso in Argentina, a Mar del Plata, quando avevano per la prima volta scoperto con consapevolezza l'importanza del mondiale di calcio, l'aria elettrizzante che si respirava durante quel mese e la capacità di quell'evento di mettere tutte le famiglie davanti alla tv e poi nelle piazze, quando giocava e vinceva la nazionale.

Un clima di passione e festa collettiva che non aveva pari.

L'avversario che attendeva i miracolati azzurri alle ore 17,15 al Sarrià di Barcellona era il Brasile di Zico, Falcao, Socretes, Cerezo, Junior ecc... ecc..., la squadra che fino a quel pomeriggio aveva vinto tutte le partite, strapazzato tutti gli avversari, 13 gol fatti e 3 subiti in 4 incontri e destinata per tutta la stampa mondiale a diventare inevitabilmente campione del mondo.

Non poteva esserci spazio per un secondo miracolo. Era assurdo solo sperarlo, prima che pensarlo.   

     Giffoni e Remfutti, sedicenni, cercavano di accelerare lo scorrere del tempo che quel pomeriggio pareva immobile, vagando senza meta nelle campagne circostanti alla cittadina con le loro due biciclette scassate quanto bastava per non cadere ancora a pezzi.

Ai loro genitori - rectius la mamma, perchè il papà era sempre al lavoro -  come al solito non avevano detto nulla dei loro programmi pomeridiani uscendo dalle rispettive abitazioni, se non un generico "torno a casa dopo la partita".

L'appuntamento era a casa di Romano alle 17:00, giusto in tempo per ascoltare in piedi gli inni nazionali prima di assistere in trincea, assieme a suo padre e al loro compare Leonardo, a quello che si prospettava come una sorta di "Massacro di Fort Apache" per la difesa azzurra, guidata dall'estremo difensore ultraquarantenne Dino Zoff che la stampa nazionale avrebbe voluto mandare all'ospizio già quattro anni prima per i gol incassati a Buenos Aires contro l'Olanda e lo stesso Brasile.

Giffoni aveva deciso di unirsi al gruppo per scaramanzia: aveva visto in bianco e nero  il primo tempo di Italia-Argentina, da solo, a casa sua e dopo l'intervallo, con le squadre sullo 0-0 si era autoinvitato e piombato a casa di Romano per condividere, a colori, insieme agli amici il pathos di quella partita, che pariva più una corrida che un incontro di calcio. Il 2-1 finale gli aveva procurato l'invito per il successivo e previsto ultimo match del mondiale contro i favoritissimi verdeoro.

I discorsi tra Giffoni e Remfutti, pedalando nervosamente tra i tratturi di campagna, nella calura di luglio, spostando lo sguardo ripetutamente sulle lancette dell'orologio che parevano immobili, non potevano che essere rivolti alla partita, a come gli azzurri avrebbero potuto battere il Brasile.

E naturalmente nessun ragionamento logico riusciva a rinfocolare un po' di speranza, anche perchè non sarebbe stato sufficiente non prendere gol - cosa già di per sè al limite del fantastico - ma bisognava solo vincere per passare il turno, il pari sarebbe stato inutile. 

"Ma perchè siamo nati in Italia invece che in Brasile??!!" Domandò retoricamente a bruciapelo Remfutti a Giffoni quando i due erano arrivati al capolinea delle loro elucubrazioni. "Saremmo così forti che vedremmo vincere i mondiali di calcio e potremmo far festa come al Carnevale di Rio chissà quante altre volte!" "Hai ragione - replicò sconsalato Giffoni - invece da italiani non riusciremo mai a vincere un mondiale. Che destino infelice."

Tutto questo può sembrare un'esagerazione letteraria, oggi che tutti sanno come andò a finire quell'Italia-Brasile con la tripletta di Rossi, la parata di Zoff sulla linea al 90' e poi il trionfo di Madrid e il rientro in Italia della squadra sull'aereo presidenziale con la coppa del mondo in bella mostra mentre Zoff, Causio, Bearzot e il presidente Pertini giocano a scopone.

Dopo si è pure scritto che quel Brasile in realtà non fosse così forte, avendo una pippa in difesa, un centravanti che non segnava neanche se la porta fosse stata larga e alta il doppio e che giocavano in maniera scriteriata senza nessuna applicazione difensiva adeguata.

Ma alle 17,15 di quel lunedì 5 luglio un ipotetico sondaggio tra la vittoria dell'Italia e l'apparizione della Madonna a Regina Coeli, si sarebbe tradotto in un plebiscito per la manifestazione mariana, accompagnata da cherubini che cantavano in coro assieme ai galeotti.

Il gol di Paolo Rossi dopo 5 minuti nel salotto di casa Romano, venne accolto più da sorpresa per l'impronosticabilità dell'autore che da speranze circa l'esito finale, anche perchè neanche 10 minuti dopo, al 12' Zico aveva prima scherzato Gentile, poi servito un assist al bacio al Dottor Socrates che entrò in area sulla destra e quasi dalla linea di fondo mandò letteralmente con "il culo per terra" Zoff, facendo passare il pallone in rete tra il palo e l'estremo difensore azzurro. 

Ma invece dell'atteso crollo con conseguente goleada dei danzanti verdeoro, a metà del primo tempo fu ancora Rossi ad approfittare di un eccesso di sicurezza della difesa carioca e a siglare il 2-1 con un tiro da fuori area sull'uscita di Waldir Peres.

Si guardarono ancora più increduli che festanti e alla fine del primo tempo, in giardino fumando di nascosto delle sigarette come padri in attesa fuori dalla sala parto, furono assaliti dal desiderio di diventare testimoni e protagonisti, a loro modo, di un irripetibile e sensazionale miracolo sportivo.

Non ne erano consapevoli, ma stavano scoprendo quanto il calcio fosse in grado di far vivere in prima persona emozioni e sensazioni fortissime, facendo immedesimare gli spettatori nei giocatori a tal punto da portarli in un'altra dimensione, trascinandoli a sentire gli stessi moti interiori dei veri protagonisti sul campo e di altri milioni di persone assieme a loro.

Se l'attesa della partita era lentissima, i minuti del secondo tempo parevano dilatarsi quasi a diventare ore mentre i brasiliani attaccavano furiosamente la porta di Zoff e loro incominciavano piano piano a credere nell'impossibile.

Una tortura, una sofferenza indicibile... rotta solo dal 2-2 del divino Falcao a 22 minuti dalla fine.

Un silenzio funebre, un gelo artico s'imparonì del salotto. Nessuno fiatava. Nessuno osava dire nulla. Avevano familiarizzato troppo con l'idea che sarebbero tutti entrati nella storia per dirsi adesso: "Ma si, sapevamo che non poteva andare diversamente."

Qualche piccola recriminazione sul buco difensivo causato dalla finta di Falcao aveva iniziato a fare  timidamente capolino, quando San Pablito Rossi, in una mischia nell'area carioca causata dal primo e unico calcio d'angolo battuto dagli azzurri in tutta la gara, trafisse per la terza volta Waldir Peres.

Tutti saltarono in aria, indiavolati, urlando come se avessero segnato loro il gol del nuovo vantaggio, per poi guardare il cronometro e scoprire che mancava solo un quarto d'ora prima di entrare nella Storia.

Per Giffoni sarebbe stato troppo anche un minuto e non volendo sottoporsi alla ripresa dell'indicibile sofferenza che li avrebbe attesi sicuramente in quel quarto d'ora dal peso di un secolo, da trascorrere interamente sotto il fuoco di un assalto verdeoro che adesso sarebbe stato, oltre che totale, anche disperato.

Tra lo stupore degli amici, uscì in fretta dal salotto dicendo che sarebbe ritornato, sincronizzando l'orologio, solamente a partita finita.

Vani furono i tentativi di farlo desistere da quell'inutile gesto scaramantico.

Così fu.

E Giffoni iniziò il suo giro in bicicletta in una cittadina deserta, avvolta dalla calura, con la voce di Martellini che ogni tanto faceva capolino dalle finestre aperte e i rumori delle urla che parevano un'unica voce collettiva uscire dalle abitazioni.

Ad ogni urlo, un potente tuffo al cuore e così Giffoni optò per allontanarsi dal centro, pedalando in quegli stessi campi in cui qualche ora prima aveva rimpianto di non essere nato a Manaus o a Rio de Janeiro.

Finalmente l'orologio segnò l'ora del presunto fischio finale del Sig. Klein e così Giffoni girò il manubrio e, pedalando come un ossesso, si diresse di nuovo verso il centro città, in un tremendo frullato mentale di paura, ansia e speranza nel cercare di vedere intorno a lui qualche segno che gli desse conto che il finale era stato lieto.

Non ci fu bisogno di attendere molto: quando in lontananza comparve la sagoma inconfondibile de "Ai birilli bevuti" un gran numero di persone festanti usciva dalla porta principale come il getto d'acqua di un tubo esploso per troppa pressione.

E poi nell'aria il suono sempre più alto, incessante di clacson delle auto che pareva suonassero all'unisono come una grande orchestra diretta da Maestro invisibile.

Avevamo battuto il Brasile!!!!

Abbracci e baci tra amici, tra sconosciuti, tutti assieme nelle strade fino a tarda notte a far festa con bandiere tricolori che comparivano in ogni dove e qualcuna addirittura con lo stemma sabaudo.

Giffoni, Remfutti, Leonardo, Romano e compagnia cantante in sella alle loro vespe e motorini girarono a più riprese ogni angola della città e delle frazioni, avvolti in tricolori come mantelli, suonando e urlando tutta la loro gioia, a tratti anche scomposta ma sempre autentica.

Un sabba indimenticabile.

Gli Azzurri di Bearzot erano entrati nella Storia e loro con loro.

Adesso non c'era che da aspettare sei giorni per diventare campioni del mondo.

Giffoni e Remfutti poterono gioire per il destino che li aveva voluti italiani e non brasiliani.     

… e Giffoni potè scoprire dal telegiornale che, in quei 15 minuti di blackout autoimposto, l’arbitro, su segnalazione del guardalinee coreano, aveva annullato il quarto gol, regolarissimo, di Antognoni e San Dino aveva suggellato il miracolo con la storica parata salva tutto al novantesimo. 




venerdì 10 aprile 2026

C'ERAVAMO TANTO ODIATI

Ci sono prove nella vita a cui ciascuno di noi avrebbe voluto sottrarsi ed invece ha finito per doverle affrontare a viso aperto, senza possibilità di rinuncia o perché l'evitamento avrebbe comportato prezzi così alti da pagare da risultare insostenibili. Sia che questi cimenti fossero stati scelti consapevolmente con fermezza, coraggio e fiducia nelle proprie capacità di riuscita o con  inconscienza o fede nella provvidenza, oppure ancora ci fossero piovute addosso obtorto collo
Prove che una volta superate, oltre ad accrescere la nostra autostima ai livelli del Nilo durante le piene, ci hanno fatto sentire più leggeri di una piuma, felici come non mai di vivere in un pianeta che improvvisamente ci pareva il paradiso terrestre di biblica vulgata e non già il luogo dove ogni secondo da qualche parte viene commesso un crimine efferato contro un proprio simile. 
Per Giffoni quella prova, ancor'oggi che si appresta ad entrare di diritto nel segmento che gli statistici demografici definiscono "della terza età", resta l'esame di matematica generale alla facoltà di Scienze economiche. 
Pur di evitare quel cimento, Giffoni sarebbe stato disposto a raddoppiare pure la durata di un altro dei tormenti più temuti dai giovanotti in quel periodo storico: il servizio militare di leva. 
Pensando a tutte le prove in cui un individuo può imbattersi nella vita e che possono compromettere la sua stessa esistenza, si potrebbe già concludere senza fallo che Giffoni sia stato un uomo fortunato.
Ma dove nasceva tutta questa difficoltà così sofferta e percepita, a tal punto da turbare ancor oggi il sonno del giovane vegliardo che nel frattempo è diventato Giffoni?
Se i più ammettono che uno degli incubi più feroci è quello in cui si trovano a dover affrontare di nuovo l'esame di maturità, per Giffoni il terrore onirico si manifesta invece invariabilmente con la consapevolezza improvvisa ed inconscia di dover sostenere l'esame di matematica generale; il dissolversi del potere dell'inconscio alle prime luci dell'alba, gli restituisce sempre una frazione di quel sentimento di estrema gioia provata la sera in cui il professore gli firmò il libretto, certificando che anche la matematica era entrata a far parte del suo cursus honorum
Da dove nascevano, dunque, queste difficoltà viscerali?
Giffoni sin dalle superiori aveva odiato profondamente la matematica, e tuttora la detesta.
Quell'odio non era solo dipeso dal professore del Liceo che non si curava delle turbe emotive, dei vissuti personali, delle motivazioni, delle famiglie di origine: se si riusciva a risolvere le equazioni in pagella c'era la sufficienza, altrimenti no. E non c'erano santi in paradiso in grado di fargli cambiare idea. Interpretava, ai suoi occhi, la materia che insegnava alla perfezione: 1+1 faceva e fa ancora 2 in estate come in inverno, non c'è spazio per variazioni sul tema. E non importava se a quel risultato ci arrivavi dopo un'ora di ragionamento, di preghiere oppure in un secondo mangiando un panino, se lo scandivi con prosa perfetta e sorriso suadente (meglio sarebbe dire da paraculo) oppure con voce tremante e con lo sguardo rivolto al pavimento. Alla fine si doveva pervenire alla soluzione indicata a pag. x del libro degli esercizi, a quella e solo a quella. Niente spazio alla fantasia per giungere a qualcosa che nessuno ancora aveva scoperto. Per Giffoni, amante della storia e della letteratura, dove invece si poteva obiettare praticamente su tutto e l'ora di lezione era il regno delle sfumature del grigio, in cui ogni argomento non era mai solo bianco o solo nero, e dove non solo contavano i contenuti ma anche il "come" quei contenuti venivano esposti, la matematica non solo gli risultava odiosa, ma addirittura intollerabile. La matematica per Giffoni era gelida nella sua astrattezza, impietosa nelle sue certezze e spietata nel suo focalizzarsi sul risultato senza ammettere requie e la considerava quindi qualcosa di “non umano”, idea che trovava modo di rinforzarsi, sempre ai suoi occhi, osservando il comportamento di tutti i compagni che eccellevano nella materia: per lo più taciturni, poco inclini alla risata stupida, scarsamente empatici, sempre pronti a dare giudizi di merito sul comportamento altrui, poco inclini ai compromessi e mai indulgenti, sempre molto interessati a capire come funzionavano le cose invece delle persone. E "l'odio" cresceva nel vederli risolvere in fretta e con naturalezza problemi che invece impegnavano la sua mente fino allo sfinimento, per arrivare poi a soluzioni del tipo “f(x) tende a infinito quando x > (2-a) e invece tende a 0 quando x tende a 0 e perde di significato per tutti gli altri valori di x appartenente all’insieme dei numeri reali.” – “E ‘sti cazzi! Chi se ne frega! Vuoi mettere il piacere della scoperta del mondo che c’era dietro le rime di Dante, i versi Foscolo, i testi di Goldoni o di Molière? Per non dire dei contenuti, che a loro volta erano in grado di aprire universi sulla imprevedibilità del comportamento umano e sulla finitezza di ogni pensiero, altro che “f(x) che tende a infinito.”
In realtà chi era privo di fantasia era Giffoni e non “loro”. Sono loro che hanno cambiato il mondo, che dietro quegli X > (2-a) hanno saputo trovare il modo con cui “obbligarci” a doverci confrontare ogni giorno con la loro logica binaria maneggiando gli strumenti con cui, le loro invenzioni, hanno riempito il nostro quotidiano.
E chi se frega poi se questo ha fatto alzare alle stelle lo stress da lavoro correlato e le malattie connesse, se le loro invenzioni stanno sostituendo gli uomini dai posti di lavoro, se la logica del risultato ad ogni costo è penetrata in maniera cancerogena in ogni ambito delle relazioni umane, se i gingilli figli delle loro f(x) hanno “aumentato” le nostre facoltà dematerializzando e destrutturando i rapporti tra le persone di ogni età, sesso e censo, distribuendo indiscriminatamente a tutti poteri extrasensoriali che non avevano neanche gli dei dell’Olimpo e che stanno trasformando gli adolescenti in analfabeti emotivi.
Ma questa è un'altra questione, troppo figlia della "filosofia" di Giffoni, e che volentieri lasciamo ad altri l'approfondimento.
Il sospetto, da terzi osservatori imparziali, è che dietro tutto quell'odio ci fosse anche qualcosa di meno romantico e filosofico: Giffoni aveva scoperto che per apprendere la matematica e superare le sue prove non bastava quel talento naturale che invece gli consentiva, con il minimo sforzo, di impadronirsi dei fondamenti delle altre materie di studio e andare oltre gli ostacoli senza troppa fatica e con risultati apprezzabili.
Ci voleva la capacità di spaccarsi la testa, di tenere costante la concentrazione e l'attitudine alla disciplina, per qualcosa di utile e importante, a prescindere dal proprio interesse o dall'inclinazione  personale.
Bisognava essere mediani dediti a correre 90 minuti per coprire tutte le zone del campo, recuperare palloni e, senza improvvisazioni e pause, servire con fiducia il compagno e non fantasisti alla ricerca del numero ad effetto per i tifosi o centravanti opportunisti pronti ad intuire prima degl'altri dove sarebbe andato il pallone per calciarlo in rete, da due passi, nella porta vuota.
Era fondamentale diventare soldati che devono solo eseguire ordini, senza chiedersi il perchè: eseguirli con impegno ricercando solo il risultato finale, senza chiedersi se sarebbe stato utile e giusto per il reparto o per il mondo intero.
Ma questo, Giffoni ebbe modo di capirlo, forse,  solo molto tempo dopo, guardando a ritroso come aveva agito negli snodi cruciali della vita e in ciò che aveva determinato i suoi successi e i suoi fallimenti.
Quell'esame e quella materia - per lui - erano tremendi perchè lo costringevano ad affrontare i suoi limiti, lo portavano a doversi cimentare sul terreno a lui meno congeniale.
In poche parole, ad andare oltre se stesso.
Esaurita questa lunga premessa, forse ora il lettore potrà trarre un po' di divertimento o qualche sorriso nel conoscere come si sviluppò per Giffoni quella prova - per lui - più sofferta e complessa dello sbarco in Normandia per la fanteria americana intrappolata sulla spiaggia di Omaha.
L'esame di matematica generale nelle facoltà di Scienze economiche era prevista al primo anno ed era propedeutico ad altri due esami: matematica finanziaria e microeconomia.
Giffoni, incerto dopo la maturità nella scelta di quella facoltà universitaria per la presenza di due esami di matematica, alla fine si era fatto convincere dalla possibilità di inserire nel piano di studi un numero di esami di diritto tale da essere quasi un percorso di studi in giurisprudenza. 
E così fu, visto che all'ultimo anno regolare di corso, doveva sostenere "solo 3 esami".
Indovinate quali.
Matematica generale, Matematica finanziaria e Microeconomia.
Praticamente come per un velocista arrivare in maglia rosa alle ultime tre tappe dovendo scalare nell'ordine, per vincere il Giro d'Italia, lo Stelvio, lo Zoncolan e il Pordoi. 
Aveva passato tutti gli esami con eccellenti votazioni, ma ogni anno, dopo essersi imposto che quello doveva essere "l'anno di matematica", rinviava a quello successivo "il match clou", dopo neanche un mese di studio.
Fino a che era arrivata l'ora di non poterlo rinviare più.
Nella primavera del 1990 era giunto il momento della "madre di tutte le battaglie".
Non si poteva paragonare l'evento alla sfida di san Giorgio al Drago, solo perchè Giffoni era tutto, fuorchè San Giorgio.
Erano ammessi solo due tentativi: il primo a luglio e, in caso d'insuccesso, solo un'altra possibilità ad ottobre: il fallimento avrebbe comportato l'impossibilità di essere ammesso al rinvio del servizio militare, con la chiamata alle armi nel 1991 senza aver finito gli studi e tre esami ancora da sostenere, oltre alla tesi.
Insomma, Giffoni più che San Giorgio davanti al Drago, era un parà della Folgore che doveva sfondare l'assedio britannico nella sacca di El Alamein.
Il primo tentativo, in una caldissima mattina di fine luglio, iniziò con la canonica prova scritta in un'aula magna assieme ad un altro centinaio di candidati, per lo più matricole del primo anno.
L'esito della prova venne pubblicato sui tabelloni della facoltà qualche giorno dopo: un Giffoni senza troppe speranze dopo il martirio delle quattro ore in cui aveva tentato di destreggiarsi tra limiti, derivate ed integrali, vide subito in corrispondenza del suo nome, la votazione: 13/30.
Un piede nella fossa, ma ancora in vita: era il risultato minimo per poter accedere alla prova orale per tentare di risalire la china oltre il fatidico 18 e faceva parte di quel 20% di "fortunati" che accanto al nome aveva evitato la funebre dicitura: non ammesso.
C'era ben poco da stare allegri: raggiungere la sufficienza partendo da 13/30 voleva dire fare un'orale all'altezza di Pitagora, o più "realisticamente" come per l'Udinese espugnare il Santiago Bernabeu con una goleada, dopo aver subito dalle merengues uno 0-3 casalingo nella gara di andata.
E con questo spirito Giffoni, ancora imbattuto nell'arena degli studi superiori e universitari, si presentò davanti al professore ordinario di Matematica generale, alle ore 9,30 di una caldissima mattinata di agosto. Non prima di essere salito con il proprio vespino, alle prime luci dell'alba dopo una notte insonne causata anche alle troppe pillole di Ginseng assunte durante ore di studio forsennato, al santuario di Castelmonte per cercare di "dopare" la prestazione "monstre" di cui aveva estremo bisogno.
E' realistico pensare che la Madonna Nera avesse pratiche ben più importanti da sbrigare, con Saddam Hussein che aveva appena invaso il Kuwait.
Giffoni si sedette davanti all'accademico, ostentando una falsissima sicurezza mentre attendeva la prima domanda che, come di prassi sarebbe stata la richiesta di calcolare il limite di una funzione più o meno complessa. 
Sul punto il professore non transigeva: se non sapevi calcolare i limiti delle funzioni implicava non aver capito nulla dell'analisi matematica e quindi essere "sbattuti fuori" era automatico come l'alzarsi della paletta dell'agente di una pattuglia della Polstrada, nascosta nella campagna romana dietro una curva, al passaggio di una decapottabile con a bordo solo due modelle svedesi. 
E così fu.
Il luminare scrisse il limite della funzione sul foglio e glielo porse a Giffoni per il calcolo.
Giffoni, tradito dalla smania di incardinare immediatamente la partita nel verso giusto stante il passivo da recuperare, cercò subito il contropiede vincente, esordendo: "Prima di calcolare il limite di una funzione, dobbiamo chiederci se il limite esiste o meno e dimostrarlo."
Il professore, effettivamente colto di sorpresa, alzò subito gli occhi dal registro che stava compilando e con aria incuriosita fissò Giffoni intento nel dimostrare, in modo sempre più confusionario e poco convincente, l'esistenza del limite proposto.
Il matematico, constatata in un amen l'imperizia, punì quel tentativo di contropiede al primo minuto, strappando senza troppa cortesia il "pallone" dai piedi del velleitario "centravanti" Giffoni che cercava maldestramente la via della rete. 
"Lasci perdere. Il limite esiste, glielo dico io. Proceda con il calcolo." 
Seguirono quaranta minuti di passione, un autentico calvario, con Giffoni che sembrava l'Italia di Valcareggi nella finale dell'Azteca di Mexico City, già sotto di un gol e costretta nella propria area a difendere il passivo contro il Brasile di Pelè. 
Ma come gli azzurri nella finale del mondiale messicano, che con un assurdo ed improbabile contropiede sul finire del primo tempo, riuscirono grazie a  Boninsegna a cogliere il pareggio, Giffoni, sudatissimo, riuscì a risolvere il problema scrivendo il risultato corretto su di un foglio che pareva più il quadro di un pittore futurista ubriaco che lo sviluppo di un calcolo matematico, tante erano le cancellazioni lasciate dallo studente con tratti di penna nervosi.
"Lei si è salvato in extremis, è riuscito a stare a galla con grande fatica. Vediamo se è capace di nuotare ancora."
Chiosò il professore fissando Giffoni, come un ispettore di Polizia che ancora non è riuscito a far ammettere le proprie colpe ad un inquisito avente a carico un elenco di indizi a sfavore lungo come il Missisipi.
Giffoni intuì subito che adesso il professore lo reggeva per le palle; era alla completa mercè: se avesse provato pietà avrebbe lasciato la presa con una domanda a prova di stupido, oppure avrebbe stretto la morsa e provocato, oltre all'urlo di dolore, una resa badogliana senza condizioni.
Giffoni in cuor suo sapeva già come sarebbe andata a finire, senza bisogno di trarre gli auspici dalle interiora di un animale sacrificato agli dei come facevano i sacerdoti dell'antica Roma.
Il professore era un matematico, non padre Pio.
"Mi scriva l'approssimante a questa funzione di più variabili." ... e scrisse una funzione che pareva uscita dai file ancora secretati sullo sviluppo della bomba atomica da parte dell'equipe di Oppenheimer nel deserto del New Mexico.
Giffoni, con il dolore per la morsa che si stingeva su di lui come due presse idruliche in uso ai cantieri navali Lenin di Danzica, non volle darsi per vinto e... finì impallinato in men che non si dica da Gerson, Jairzhino e Carlos Alberto per il 4-1 finale del Brasile.
"Il suo scritto era già gravemente insufficiente e qui oggi lei ha dimostrato di avere ancora le idee  piuttosto confuse. Studi di più, torni qui ad ottobre e vedrà che non ci saranno problemi."
Il luminare tolse il foglio dalle mani di Giffoni e gli restituì il libretto.
Come andò a finire?
Giffoni, dopo la bruciante e dolorosa sconfitta che non faceva altro che rinforzare il suo astio (odio) verso la regina dei numeri, si buttò a capofitto di nuovo sul libro degli esercizi e, vincendo un altro dei suoi limiti (voler fare tutto da solo senza farsi aiutare) si rivolse ad un professore del Liceo scientifico per irrobustire la sua preparazione, giusto con un paio di lezioni private, in vista della vera rivincita: quella da dentro o fuori di ottobre.
Il professore aveva visto giusto, Giffoni si presentò il 5 ottobre seguente all'orale, forte di un bel 22/30 allo scritto (seconda miglior prestazione della sessione) e nonostante tutti i tentativi di fallire nella successiva interrogazione orale spinto dalla voglia di strafare, si portò a casa un 23/30 che, se da un lato gli rovinava la media, dall’altro gli spalancava finalmente le porte della Laurea. 
Ma la felicità che provò quella sera del 5 ottobre 1990, uscito dallo studio del Professore di Matematica mentre in Germania festeggiavano nelle piazze la riunificazione, fu una gioia unica nel suo genere in tutta la sua vita.
Quella di chi era riuscito a sconfiggere il Mostro più temuto.
Che non era la matematica, ma i propri "limiti".



  
 
  
 
 

martedì 31 marzo 2026

NATITANIC

Se il fiume Isonzo/Soča nel tratto sloveno è diventato nel corso degli anni dopo l'indipendenza della vicina repubblica il paradiso per gli amanti del rafting o del canyoning, ancora non lo era nel luglio del 1991, quando le armi avevano smesso di sparare da poche settimane tra l'esercito federale jugoslavo e la milizia indipendentista slovena.

Meno ancora lo era (e né mai lo è diventato) il Natisone/Nadiža, tanto nel tratto sloveno che in quello italiano.

Eppure per Tauro e Giffoni questa circostanza anziché suggerire quanto meno prudenza, aveva finito per diventare potente combustibile per accendere la miccia per un'altra impresa sconclusionata, velleitaria ed inutilmente dannosa, se non addirittura pericolosa.

Giffoni in particolare, sembrava non aver imparato nulla qualche anno prima sulle Alpi Giulie quando si era fatto trascinare da Tauro in una scalata al Mangart che contravveniva ad ogni regola alpinistica, se non all'ordinario buonsenso che si potrebbe attendere da due giovanotti ormai in età da lavoro.

Ebbene, i due compari avevano deciso, con l'ardore di due novelli Savorgnan di Brazzà durante la navigazione sull'inesplorato fiume Congo, di voler scendere il Natisone con un canotto a remi dal valico di Stupizza sino a Cividale, in località Leicht.

L'idea era stata accarezzata da anni, ma si era sempre scontrata con la mancanza di mezzi fino a che, Tauro, trionfante, aveva reso partecipe Giffoni della clamorosa vincita della madre ad una pesca di beneficenza che si era tenuta durante una locale sagra paesana. Un canotto a remi.

Inutile dire che Giffoni acconsentì subito con entusiasmo a realizzare finalmente l'impresa della quale "vantarsi" nei secoli dei secoli con futuri figli e nipoti. (sic!): bisognava attendere solo un fine settimana in cui la portata del fiume fosse regolare, senza la possibilità di temporali o piogge improvvise.

Fu così che un sabato di metà luglio Tauro partì da casa in auto con a bordo il canotto e i remi, accompagnando il motorizzato Giffoni fino al Leicht, dove il compare lasciò il mezzo, che sarebbe stato raccolto più tardi, al massimo in serata secondo i piani dei due "esploratori" per riaccompagnarli infine a Stupizza, punto di partenza della più che probabile Odissea e dove invece Tauro avrebbe lasciato l'auto.  

Avevano proprio pensato a tutto.

Ed erano sicuri di tutto, tanto che si erano anche premurati di fare una sosta al bancomat per procurarsi la generosa provvista necessaria ad affrontare dal giorno seguente, una "meritata" vacanza di una settimana sulla riviera romagnola.

Somma che venne accuratamente riposta all'interno di un inevitabile zainetto Invicta, posizionato sul canotto in mezzo ai due vogatori.

La missione ebbe inizio più o meno secondo l'orario previsto (giusto una mezz'ora di ritardo causata dalla cronica incapacità di Tauro di rispettare qualsiasi time-table) ed il canotto (dalle dimensioni "piuttosto" ridotte, dove i due "esploratori" continuamente cozzavano tra di loro) fu varato nelle "fresche " acque del Natisone/Nadiža più o meno alle 15,30.

Tenuta dell'equipaggio: calzoncini corti, maglietta e K-way. Dispositivi di sicurezza tipo salvagenti (sappiamo nuotare) o caschetti (non sappiamo dove trovarli e poi non ci servono) rigorosamente mancanti.

I due intrepidi Natisonauti avrebbero dovuto capire subito che l'impresa di navigare quel tratto di circa 20 km prima del buio avrebbe richiesto una velocità ben maggiore di quella che la portata del fiume garantiva nel primo tratto.

Naturalmente questo non indusse alla rinuncia, ma anzi, spinse i due a moltiplicare gli sforzi per aumentare la velocità.

Dopo due ore di calvario, ben lontani dalla destinazione finale, furono accontentati dal Natisone, che in località Loch iniziò a farsi assai meno piatto e domabile dalle loro pagaie.

Per non dire minaccioso.

Nei pressi del campo sportivo di Pulfero, in un'ansa del fiume tutta rapide, la stanchezza e l'imperizia ebbero infine la meglio sui due "prodi" Natisonauti i quali fecero appena in tempo a scambiarsi reciprocamente un'eloquente occhiata mista d'impotenza e timore per quello che stava per accadere, che il debuttante canotto si rovesciò facendo inabissare Tauro e Giffoni in mezzo alle rapide. 

Pochi istanti di pura adrenalina tra i sassi e la corrente per poi riemergere e vedere ormai ad almeno 50 metri più avanti il canotto, i remi e lo zaino navigare in acque più sicure ma piuttosto velocemente verso valle.

Altra occhiata d'intesa e poi Tauro si immerse di nuovo nel fiume e con bracciate degne di uno Zagor-Te-Nay delle Nediške Doline si mise alla caccia di quel vero e proprio tesoro, la cui perdita avrebbe causato l'annullamento anche della vacanza romagnola dalla tappa obbligata al Bandiera Gialla. 

Fu invece Bandiera nera sulle sponde del Natisone, quando riuscito il miracoloso recupero i due, completamente inzuppati e con Giffoni sanguinante al ginocchio destro per una leggera escoriazione causata dalla caduta in mezzo alle rocce, presero atto del clamoroso fallimento dell'impresa che adesso richiedeva urgentemente soluzioni per recuperare i mezzi e rientrare a casa. 

La Dea Fortuna ancora una volta manifestò tutta la sua cecità, non facendo distinzione nell'elargire premi più o meno meritati agli audaci, ai coraggiosi o agli incoscienti, agli sconclusionati o ai velleitari.

A circa mezzo chilometro dal luogo "dell'inabissamento" c'era una locanda gestita dalla sorella di un loro vecchio compagno di classe delle superiori.

Dopo neanche 10 minuti a piedi i due compari, ancora bagnati come due pulcini, si presentarono, remi alla mano, all'ingresso di quell'osteria nelle Valli del Natisone che, sempre gli amanti di Zagor non avrebbero avuto difficoltà a battezzare come "La Taverna del Gufo", suscitando prima la sorpresa e poi una malcelata ilarità negli attempati avventori del luogo.

Spiegato l'accaduto alla sorella del vecchio amico, questa si mosse a pietà fornendo prima a Giffoni cerotti e disinfettante per medicare la ferita e poi caricò i due sopravvissuti in macchina e li condusse fino a Stupizza, dove ebbero modo di recuperare l'auto e dirigersi in seguito a valle, al Leicht, e riprendere la Vespa di Giffoni.

In tempo perfetto per bere un paio di birre raccontando l'accaduto alle ignare morose e a Remfutti (ed essere cojonati dal medesimo) e per preparare, a tarda sera, la valigia per la partenza verso le ferie a Riccione, prevista per le 7.00 del mattino seguente. 

In treno dalla stazione di Udine, non in canotto.

Su quello che poi accadde all'Acquafan e sulla pista per kart di Misano Adriatico è pietoso ancor oggi tacere.  

lunedì 30 marzo 2026

ETHAN HUNT AL RISTORI

Erano ancora solo delle matricole in prima superiore e il teatro sembrava poco più di una scusa per fare casino con dignità, ma Giffoni e Bugatti avevano già intuito che il palcoscenico poteva diventare il loro habitat naturale quando parteciparono alla messa in scena di una versione riveduta e corretta de "La Giara" di Luigi Pirandello.

Due anni dopo, Giffoni assieme a Remfutti, Gambero, Tauro, Brunelli e altri avevano deciso di far uscire dalle mura scolastiche la loro passione per il Teatro e avevano fondato, neppure maggiorenni una compagnia teatrale. 

Poteva rimanere un esperimento folle, voler mettere in scena da soli uno spettacolo, incoscienti ed inesperti, in segreto e senza la supervisione di un adulto che fosse uno, ma solo per il desiderio di sfida e sotto la guida dell'istinto e della passione. 

L'esperimento non solo era riuscito, ma si erano create le premesse per dare seguito a lungo alla follia di voler creare e autogestire nel tempo una compagnia teatrale e così Bugatti venne immediatamente coinvolto a partire dalla seconda stagione, per diventare nel tempo una delle colonne portanti del sodalizio che dal 1983 al 2022, tra alterne fortune, incassi e spese, nuovi arrivi e dolorosi abbandoni, incomprensioni, arrabbiature, lacrime, risate e abbracci,  mise in scena una ventina di diverse produzioni superando il centinaio di rappresentazioni, coinvolgendo a vario titolo negl'anni  una cinquantina di persone.

Gran parte nel territorio di riferimento, ma anche con repliche a Roma, Torino, Milano, Bologna e Firenze e qualche sparuta puntata all'estero in località quali Wolfberg (A), Vgrsko e Izola (SLO) e Olomouc (CZ).

Negli anni '90 la compagnia si era completamente rinnovata ed erano rimasti solo Giffoni e Bugatti a rappresentare, con ruoli comprimari, la "vecchia guardia" e neppure contemporaneamente: prima era rimasto solo Giffoni, poi per due produzioni solo Bugatti.

La "Nouvelle vague", come giusto che sia e come sempre accade, aveva voluto marcare una differenza netta con le scelte e i modelli di chi le aveva preceduti, virando decisamente su di una conduzione molto più rispettosa dei canoni del teatro professionale e dei testi originali, bandendo l'improvvisazione o la "trovata" che arrivava dalla vita di ogni giorno.

Cosa che invece era stato il fondamento del modus operandi di "quelli della prima ora".

Per la stagione artistica dell'anno 2000 il numero dei componenti la compagnia era cresciuto decisamente e le scelte registiche non potevano garantire una produzione che tenesse impegnati tutti in maniera adeguata.

Fu così che Giffoni, rientrato nel gruppo dopo 4 anni di assenza, e Bugatti, rientrato invece già da due anni, proposero di allestire loro una seconda produzione che potesse così "far lavorare tutti".

La proposta venne accolta e così, sotto traccia, i due radunarono gli esclusi del progetto principale e iniziarono a lavorare intorno ad una vecchia idea di Giffoni: l'atto unico "Non tutti i ladri vengono per nuocere" di Dario Fo.

La miscela fu straordinaria, perchè i due, oltre a tornare sul palco insieme dopo 10 anni, si sentirono investiti anche dal desiderio di rilanciare "alla grande" quel loro modo di andare in scena molto più simile alla commedia dell'arte che al teatro "impegnato" e che tanto li aveva affascinati e fatto divertire negli anni '80.

Per vincere la sfida non era dunque sufficiente mettere in scena il celebre atto unico di Fo, che già di per sè possedeva tutti i meccanismi per esaltare le caratteristiche dei due, ma bisognava in qualche modo "stravolgerlo" per amplificarne ancora di più l'effetto irresistibile.

E così fu.

In particolare due furono "le trovate" che resero quella produzione alla fine davvero memorabile che portarono la messa in scena a chiudere il suo ciclo, esattamente un anno dopo il debutto e 20 repliche in regione, a Milano e a Torino nel novembre 2001.

La prima è da intestarsi a Bugatti, che propose di recitare in friulano la sua parte di protagonista e quella della moglie, traducendo poi il testo che lo mise nelle condizioni di dare il meglio di sè, che in "lingua madre" è, senza timore di smentite, un numero uno assoluto.

La seconda invece va ascritta alla follia di Giffoni, che in veste di regista, volle inserire una parodia di Mission Impossible all'interno dello spettacolo. O meglio: farlo iniziare con una parodia di Mission Impossible.

Il testo originale prevedeva all'aprirsi del sipario sulla scena il fascio di luce di una torcia proveniente dalle quinte che scandagliava gli angoli di un salotto avvolto dalla penombra, anticipando l'ingresso furtivo del ladro che, una volta all'interno, spegneva la torcia ed accendeva la luce sul palco dando il via all'azione.

Bene, Giffoni invece pensò che, una volta aperto il sipario, con la scena al buio "partisse" il celeberrimo tema di Mission Impossible con il suono dell'accensione del fiammifero e le note a seguire, mentre il fascio sarebbe giunto dai cieli del Teatro e poi, sempre dall'alto, sarebbe sceso, in maniera scomposta, il ladro Ethan Hunt-Bugatti agganciato ad una fune.

L'effetto fu devastante, accompagnato prima dall'incredulità della sala e poi, una volta intuito l'arcano, da fragorose risate e applausi già al minuto zero. (Nooo... l'hanno fatto davvero.)

Nota finale: per rendere possibile il tutto vennero convocati tre operatori della Protezione Civile locale per assicurare per bene alla fune Bugatti e poi, grazie ad una carrucola, issarlo a braccia fino ai cieli del teatro prima di guidarne, sempre a 6 braccia, la discesa in scena. 





   

giovedì 26 marzo 2026

PIAZZA NAVONA GRAND PRIX

Estate 1989: la carta geografica dell'Europa era sempre quella uscita dai trattati di pace post seconda guerra mondiale ed il mondo era ancora saldamente diviso tra Buoni e Cattivi (o Cattivi e Buoni in base a che parte della barricata ti trovavi) secondo un ordine che ai loro occhi sembrava immutabile.

Eppure, quel mondo stabile era percorso, neanche troppo sottotraccia, da tutta una serie di movimenti tellurici nella parte ad Oriente della cortina di ferro e che di lì a poco, avrebbero assunto l'energia di un terremoto di massima magnitudo facendo crollare ad uno ad uno come castelli di carte tutti i regimi guidati dai satrapi del Patto di Varsavia, trasformando per sempre la vita e le prospettive di milioni di persone.

In una maniera assolutamente inimmaginabile in quell'agosto 1989 per i nostri allegri buontemponi, che erano alle prese con i cimenti della vita post esame di maturità e servizio militare, chi tra i banchi dell'università o alle prese con le prime esperienze nel mondo del lavoro.

In ogni caso completamente ignari dello tsunami in arrivo.

Pur cercando di darsi un "tono" più adulto, responsabile ed adeguato alle nuove e più impegnative  sfide che la vita proponeva loro in questa nuova fase, scrollarsi di dosso l'imprinting ricevuto tra le sale de "Ai Birilli Bevuti" e le aule del "Marco Porcio Catone", non era operazione proprio banale.

Infatti, non paghi di aver riservato una "domenica bestiale" alle proprie fidanzate tra le vette delle Alpi Giulie, il sabato successivo le avrebbero sottoposte a ben tre giorni di "visita guidata" (improvvisata) a Roma. 

Nella "tranquilla" gita montana Tauro, addobbato come un novello Messner in partenza per il K2, aveva indotto con l'inganno l'impavido ma principiante Giffoni a scalare in cordata  (con jeans tagliati al ginocchio, scarpe da jogging e Kway Adidas) il Mangart (due ore di esposizione in parete, riconosciuta dagli scalatori esperti come una delle più difficili delle Giulie) mentre il più accorto Remfutti e le tre ragazze raggiungevano la cima per mezzo del più sicuro e ben tracciato sentiero.    

Non sufficientemente soddisfatto per il rischio a cui aveva sottoposto l'ingenuo (e incoscente) compare, decise di sottopporre l'intera comitiva ad una nuova - e insensata, quanto pericolosa - prova di forza, imponendo una via del ritorno a suo dire più rapida (e perchè non mai è bello rifare la stessa strada) seguendo un diverso percorso che aveva trovato sfogliando una guida del CAI che custodiva gelosamente tra le mani.

La guida, che pareva composta da antichi ed incartapecoriti papiri egizi quanto era ingiallita e malmessa e chea posteriori  si scoprì essere stata stampata prima del secondo conflitto mondiale, non poteva tener conto che quel vecchio percorso, che oggi iniziava come un'autostrada, in breve conduceva in uno scosceso canalone, per scomparire a tratti in pericolosi ghiaioni.

Tauro se la cavò solo con una serie di insulti rabbiosi da parte della propria fidanzata, perchè quando ormai il sole era tramontato e le tenebre si allungavano ai piedi del Mangart, il resto della comitiva era infine talmente felice  di essere giunta, dopo la perigliosa ed inutile discesa attraverso il canalone, sana e salva al piazzale dove avevano lasciato le auto nei pressi dei paradisiaci laghetti di Fusine.

Cosa mai sarebbe potuto accadere di peggio nella capitale dopo quella "spedizione" alpina?

Probabilmente nulla, nonostante l'organizzazione fosse stata condotta all'insegna de "Treno e albergo sono prenotati, per il resto troveremo il modo di arrangiarci".

Però...

Che qualcosa di memorabile fosse in vista lo si capì subito quando Tauro, in ritardo come al suo solito alla stazione di Cividale dove Giffoni, Remfutti e le tre morose lo attendevano più impazienti che preoccupati, si presentò con un sorriso da petroliere texano imbracciando oltre allo zainetto d'ordinanza, una telecamera.

Ora, nel 2026, con smartphone disponibili anche ai bambini dell'asilo e che nel palmo possiedono le facoltà di cineproduzione e registrazione audio video che avrebbero fatto la gioia di un qualsiasi 007 all'epoca di Goldfinger, la cosa potrebbe sembrare irrilevante.

Ma nel 1989 uno strumento delle dimensioni di uno zaino da portare in spalla per fare delle riprese registrabili su cassette VHS poi visibili in casa grazie agli altrettanto ingombranti e appositi lettori, era qualcosa di assolutamente  "amazing" nell'era pre caduta muro di Berlino (e anche un po' dopo).

Qualcosa che usavano solamente i tecnici della Rai o delle TV private e soprattutto dal costo unitario che avrebbe indotto la classica famiglia media di operai-impiegati tanto cara all'ISTAT per acquistarla a sottoscrivere qualche kilo di cambiali di fantozziana memoria (da onerare poi con anni di sanguinosi risparmi).

Sorvoliamo sulla reazione (stupefatta) di Giffoni e Remfutti e (incazzata) della fidanzata alla notizia del numero delle rate e sulle giustificazioni di Tauro, perchè quell'acquisto permise di registrare e lasciare ai posteri nei secoli dei secoli la prima ed unica gara di velocità ciclistica che si tenne in Piazza Navona.

Fu sempre la fidanzata di Tauro che s'incaricò di riprendere, tra la curiosità dei tanti turisti che gremivano la piazza che sorge sull'antico stadio di Domiziano, la sfida che Giffoni lanciò ai suoi due compagni di merende: con le biciclette noleggiate dovevano lanciarsi insieme a tutta velocità percorrendo i bordi della piazza ed il vincitore sarebbe stato chi avrebbe tagliato per primo, dopo tre giri, il traguardo posto all'imbocco della laterale che conduce a palazzo Madama, dove si erano posizionate con la videocamera le fidanzate.

Per Giffoni la sfida finì all'inizio del terzo giro, quando oramai staccato irrimediabilmente dai due fuggitivi, venne raggiunto da due poliziotti a cavallo che, senza molta gentilezza, prima gli bloccarono la strada e poi gl'intimarono di interrompere quella buffonata. (Ahò! Che stai a fà!? E che è? 'Na pista de cicli?? Scenni e falla finita!).

Per la cronaca, beneficiando dell'intervento dei tutori della legge impegnati più indietro a fermare il concorrente più lento e meno pericoloso, la gara fu vinta in volata da Tauro, probabilmente baciato  dall'indossare una Lacoste rosa, rispetto a quella color ciclamino portata da Remfutti.

L'orange invece non aveva trasformato Giffoni in un novello Jaan Raas, l'olandese specialista nelle classiche in linea,  ma solo in un degno aspirante alla maglia nera.

  







 

mercoledì 25 marzo 2026

FUORI CORSO: VILLACH ANDATA E RITORNO

Scampato per miracolo un verbale dei carabinieri lungo come la muraglia cinese ed il probabile annullamento di una licenza di convalescenza, per Civetta e soci l'occasione per rimettere in pista la famigerata Fiat 1100 targata UD 14XXX, meglio nota come "La Macchina Nera", si presentò verso la fine di quella mirabolante estate 1987.

Precisamente il 6 settembre, la domenica in cui su di un circuito stradale di 12 km (da percorrere 23 volte per totali (276 km) e disegnato nei dintorni del Woerther See con arrivo a Villach, si sarebbe assegnato il titolo mondiale di ciclismo su strada.

Il sabato sera che precedeva l'evento si era tenuto al ritrovo de "Ai Birilli Bevuti" un interminabile e serrato briefing, intervallato solo da diversi giri di birra, in cui uno dei due fratelli Brunelli aveva alla fine convinto, spalleggiato da Giffoni e Vallerani il recalcitrante Civetta a mettere a disposizione, ora che era aveva tolto il gesso al polpaccio, la Macchina Nera e raggiungere nella mattinata di domani la ridente località oltre Tarvisio.

"Un mondiale dietro casa... e quando ci ricapita??" 

Già, l'occasione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: si trattava di spingere verso il trionfo iridato una squadra azzurra che schierava Moreno Argentin come capitano, Guido Bontempi come vice, gli eterni rivali Beppe Saronni e Francesco Moser, i futuri iridati Maurizio Fondriest e Gianni Bugno, Bruno Leali, Emanuele Bombini, Massimo Ghirotto, Luciano Loro e Roberto Pagnin. Oppure per lanciare urlacci ai principali rivali degli azzurri come gli olandesi, tra cui il 40enne Zoetemelk,  Van Der Poel, il cacciatore di tappe e uomo da classiche Teun van Vliet e lo scalatore Steven Rooks. Pericolossissimi poi erano stimati gli irlandesi Sean Kelly e Stephen Roche; in particolare quest'ultimo che nel corso dell'anno aveva già vinto Giro e Tour. Per non dire poi degli spagnolo Marino Lejarreta e Juan Fernandez, del belga Claude Criquielion iridato a Barcellona 1984, o del canadese Steve Bauer e del danese Rolf Sørensen.  

Ma soprattutto per fare casino oltralpe in mezzo a diverse migliaia di appassionati che erano attesi da ogni parte del mondo.

E alla fine, nonostante tutte le circostanze avverse messe sul tavolo, tra cui quella di non avere i biglietti di accesso al circuito (Non preoccuparti, li troviamo sul posto), le pessime previsioni del tempo (quelle sbagliano 9 volte su 10), nonchè del divieto di espatrio senza autorizzazione di Civetta ancora alle prese con il servizio militare (Non ti controlla nessuno), l'appuntamento venne fissato per le ore 7,00 del mattino seguente davanti "Ai Birilli Bevuti", in modo di trovarsi per le 9,00 nei pressi del circuito, giusto in tempo per assistere alla partenza.

L'indomani, puntualissima, la comitiva si mise in moto per il viaggio verso il Mondiale carinziano delle Due Ruote, con la pioggia che non lasciò in pace la vettura sino all'arrivo nei pressi di Villach e nel cui tragitto la Macchina Nera non perse occasione per far rilasciare agli occupanti un bel po' di adrenalina ad ogni sorpasso, state la risibile velocità con cui gli stanchi tergicristalli cercavano di fendere i flutti d'acqua che copiosi cascavano sul parabrezza.

La tabella di marcia subì dei rallentamenti , sia per le difficoltà del mezzo a pieno carico di raggiungere un'adeguata velocità di crociera e sia per la prevedile (ma non prevista) difficoltà di trovare parcheggio nei pressi degli ingressi.

Ma il "dramma" si compì quando alla biglietteria i soggetti preposti al rilascio dei tagliandi non accettavano divise diverse dagli scellini locali, oppure dai marchi tedeschi o dai dollari americani.

Eravamo nel 1987 e l'italica liretta era considerata parente stretta di quella turca o albanese. 

Civetta, Vallerani e i fratelli Giffoni si guardarono sconsolati, risalirono in macchina alla ricerca di qualche cambio valuta mentre Brunelli, l'unico che aveva con sè scellini austriaci, con un ghigno si mise di nuovo in coda alla biglietteria.

"Se non ci mettete troppo vi aspetto dopo aver comprato il biglietto, altrimenti ci troviamo all'interno."

Civetta e gli altri, girarono come dei forsennati cercando di districarsi in auto, sotto la pioggia, tra deviazioni e strade interdette alla circolazione, per arrivare alla drammatica verità: era domenica, banche e cambio valute erano rigorasamente chiuse e nessun esercizio pubblico o benzinaio si prestò a cambiare le loro lire, neppure dietro la promessa di un cambio che avrebbe persino imbarazzato uno strozzino.

Così, mestamente, i quattro tornarono verso la biglietteria dove avevano lasciato Brunelli, preoccupati di come avrebbero fatto a ritrovarlo, considerando che "quello ci ha fottuti ancora una volta e sarà l'unico a vedere il mondiale dentro il circuito, magari anche al riparo dalla pioggia sotto qualche tettoia".

Invece, tra la sorpresa generale Brunelli era si, sotto una tettoia, ma fuori dal circuito, praticamente dove l'avevano lasciato, baldanzoso con i suoi scellini, prima di partire per l'inutile ricerca di un cambiovalute.

"Che ci fai ancora lì?" - chiese subito Giffoni. 

"Non ci crederete, ma gli scellini erano scaduti, fuori corso legale." fu l'incredibile risposta di Brunelli.

"Ma come?" incalzò Civetta.

"Eh, li avevo rubati alla collezione di banconote di mio fratello, non immaginva non valessero più, li aveva presi qualche anno fa tornando da Vienna."

E così, agli improvvidi avventurati, non restò che risalire nella Macchina Nera ed affrontare un lungo e periglioso viaggio di ritorno ancora sotto la pioggia che terminò solo una volta che il mezzo venne parcheggiato, nel primo pomeriggio, davanti "AI Birilli Bevuti".

Giusto in tempo per sedersi davanti alla TV e guardare Stephen Roche, in maglia verde, tagliare il traguardo di Villach a braccia alzate e vestirsi poi con la maglia iridata, davanti al nostro Moreno Argentin e allo spagnolo Juan Fernandez.   







  







giovedì 12 marzo 2026

OPERAZIONE A CUORE APERTO

 

Maggio è da sempre il mese delle rose e un tempo era anche quello più gettonato per i matrimoni ed i seguenti festeggiamenti. Oggi i mores sono diventati meno rigorosi e più liberi, anche in considerazione del calo delle cerimonie religiose, ma ancora negli anni '70 le nozze imponevano agli invitati un'etichetta che non lasciava spazio a variazioni sul tema, figuriamoci look eccentrici o bizzarri.

Abiti rigorosamente scuri e camicie bianche per gli uomini, con sobrie cravatte e preferibilmente tailleur per le signore, in ogni caso gonne sotto il ginocchio come comandamento biblico.

E bambini e bambine? possibilmente addobbati come adulti in miniatura.

Non mi riferisco ai matrimoni dei rampolli delle classi più agiate, dove qualche bizzarria era ammessa, ma particolarmente al ceto medio-basso, dove tutti ci tenevano per l'occasione "a fare bella figura", il chè voleva dire un rispetto assoluto dell'etichetta e l'acquisto di abiti nuovi di zecca da esibire in chiesa e al successivo ricevimento.

A costo di "sanguinose" rinunce per il resto dell'anno, o magari oltre.

Così, in stretto ossequio agli usi, nel maggio 1979 la famiglia di Giffoni si era dovuta rifare il guardaroba per partecipare alle nozze del fratello del Pater familias.

In particolare Giffoni, a cui era stata imposta la scelta di un abito blu scuro d'ordinanza, riuscì per sfinimento a convincere sua madre ad acquistargli invece della solita protocollare giacca blu, un elegante, e sempre blu, golfino di una griffe che al tempo spopolava tra i teen-ager: "Fruit of the Loom", dietro giuramento sull'evangelario di San Marco di non indossarlo assolutamente prima della cerimonia prevista per la domenica seguente.

Venne il pomeriggio della vigilia e come ogni sabato Remfutti passò subito dopo il pranzo a casa di Giffoni per prelevarlo ed andare a giocare a pallone nel cortile della scuola elementare insieme al resto degli amigos.

Giffoni non stava nella pelle per esibire davanti al resto del mondo, come un pavone mentre fa la ruota, l'elegante e griffato golfino e così, con l'abilità di un Arsenio Lupin si allontanò da casa in incognito con il golfino sottobraccio, infrangendo clamorosamente il "patto di sangue" fatto con la madre all'insaputa del Pater familias sette giorni prima.

Dopo aver sufficientemente ostentato il capo con gli amici, i quali erano arrivati invece con un outfit più che adeguato alla circostanza, se lo tolse e lo ripose in un luogo sicuro, a prova di qualsiasi incidente e annullando il rischio di imbrattarlo di sudore.

Tutto sotto controllo. 

La partita iniziò puntuale e si stava svolgendo con il consueto furore agonistico in quel cortile di ghiaia in cui le porte erano delimitate da due alberi da un lato e dai paletti della ringhiera di cinta dall'altro, oltre che dai muri dell'edificio scolastico.

"Vapori passa!" - urlò insistentemente Romano che in attacco si trovava privo di marcature quando Vapori in difesa raccolse il pallone dall'altro lato del campo.

Vapori alzò la testa, vide Romano e con tutta la forza che aveva calciò il pallone per lanciarlo in alto a superare il centrocampo e servire Romano davanti al portiere.

Purtroppo nel maggio 1979 Andrea Pirlo ancora non aveva predicato il modo con cui servire un compagno con un lancio da distanza importante e Vapori non era neanche parente di Giancarlo Antognoni e neppure un emulo di Franco Causio.

Il pallone calciato con forza si alzò sì in aria, ma la traiettoria fu completamente sbilenca e invece di raggiungere Romano andò a centrare perfettamente una delle ampie vetrate della scuola con precisione che avrebbe fatto invidia ad un sistema di droni radiocomandati di terza generazione.

Boato di vetri infranti che pareva il crollo di un grattacielo di Dubai e pallone che spariva all'interno dell'edificio scolastico, inghiottito come Pinocchio nel ventre della Balena.

In tempo zero il cortile della scuola fu abbandonato dai "giocatori", in un fuggi fuggi generale simile a quello che si sarebbe prodotto all'arrivo nelle vie di Manhattan di un King Kong ferito e appena sceso dall'Empire State Building.

Giffoni raccolse il prezioso golfino, scavalcò la rete senza indossarlo per accelerare i tempi della fuga e per non impregnarlo di sudore, saltò al volo, in piedi sul portapacchi posteriore della Graziella con Remfutti ai pedali a spingere la bicicletta più velocemente e lontano possibile.

Una volta al sicuro, a debita distanza di sicurezza dal luogo del "delitto", Remfutti smise di pedalare e i due scesero dalla bicicletta, felici per lo scampato pericolo.

Ma gli Dei non perdonano mai la hybris e mandano tremende ed adeguate punizioni agli spergiuri vanitosi.

Qualcosa era andato storto: fu Remfutti, senza fiatare, ad indicare a Giffoni il carter posteriore della Graziella dove si era inopinatamente aggrovigliata una manica dell'elegante golfino.

Come sanitari che cercano di liberare l'arto di un ferito sotto le macerie, i due riuscirono, non senza fatica, ad estrarre ciò che rimaneva della manica sinistra del prezioso capo: un brandello maciullato e per di più lordo all'estremità dell'olio della catena.

Giffoni sentì il terreno aprirsi sotto ai suoi piedi, se fosse servito a qualcosa avrebbe pianto tutte le sue lacrime. Rincasare portando con sè quel mutilato sarebbe stato peggio che per un gerarca fascista consegnarsi alle avanguardie del IX Corpus dell'esercito di liberazione jugoslavo.

Remfutti, che a stento cercava di nascondere tutta la volontà di esplodere in una risata, cercava di mostrare empatia al condannato a morte e infine si mosse a pietà, buttando lì il coplo di genio.

"Trasformiamolo in un gilet! Così puoi usarlo ancora ed è meglio che presentarti a casa con quel cadavere."

"Si, ma come?" rispose Giffoni senza riporre speranza. 

"Lo so fare io, vado a prendere forbici, ago e filo a casa e poi operiamo!"

"Si, ma dove? non possiamo mica andare in casa a fare il miracolo?" replicò Giffoni ancora privo di fede nel miracolo.

"Andiamo nel cantiere qua vicino, oggi è sabato e gli operai non ci sono" concluse Remfutti sempre più misteriosamente attratto dal compiere quella missione salvifica.

Detto fatto.

Nel giro di mezz'ora i due avevano approntato, nel sotterraneo della casa in costruzione, il tavolo operatorio: due bidoni che sorreggevano un asse in legno utilizzata dai muratori come pavimento dell'impalcatura.

Remfutti, novello Barnard, amputò la manica maciullata e poi quella ancora sana, suturando, con ago e filo ed inattesa maestria, la ferita sotto lo sguardo prima disperato e poi sempre più fiducioso di Giffoni.

Dopo un'ora l'intervento chirurgico fu terminato e Giffoni potè indossare il gilet "Fruit of the Loom" made in Remfutti, presentandosi sorridendo a casa e annunciando alla madre che sbigottita osservava quell'opera sartoriale: "Ho pensato che in Maggio fosse meglio avere un gilet senza maniche per il matrimonio".

Poi si affacciò sull'uscio il padre di Giffoni e nel giro di qualche secondo Giffoni si trovò dentro il set di un film di Bud Spencer. E lui non era Terence Hill.

Il giorno dopo, al matrimonio ci fu un solo invitato in camicia bianca, senza giacca.

E' pietoso tacerne il nome.

Per inciso: Giffoni indossò con soddisfazione e per molti anni ancora, quell'unico capo sartoriale griffato Remfutti.


     

 


 

 

mercoledì 11 marzo 2026

MAMMA, GAGLIANO, L’ INVERNO 1944/45 E LA PRIMAVERA 1945

Una sera arrivarono in casa i partigiani e presero tutto il mangiare che era nella credenza: uova, farina, polenta, salame , patate e ceci. Un’altra sera arrivarono i titini mentre noi sorelle eravamo a dormire in 3 nello stesso letto infreddolite: sentivamo una gran confusione e poi arrivarono in camera e ci tolsero l’unica coperta che ci copriva, poi trovarono gli scarponi del papà e ce li portarono via assieme alla coperta e altre cose. Siamo rimaste immobili per la paura. I soldati tedeschi arrivavano spesso invece di giorno, si sentiva forte il rumore degli zoccoli dei loro cavalli, venivano a cercare gli uomini per portarli via e mio padre ogni volta andava a nascondersi. Andavano nella stalla e portavano via il fieno per i loro cavalli e tutto quello che poteva servirgli. Un giorno un soldato tedesco entrò in cucina: aveva l’elmetto e una faccia da cattivo che mi è rimasta impressa per tutta la vita. Allungò il fucile e con la baionetta prese l’unico salame appeso in cucina. Non avevamo niente da mangiare e non avevano nessuna pietà, mentre i miei cugini erano nascosti. Avevano costruito delle buche profonde nell’orto e la notte andavano a dormire sottoterra per non farsi trovare. 

La liberazione arrivò a maggio quando arrivarono gli alleati, e allora finalmente fu festa perché i tedeschi nella ritirata uccisero diverse persone a Gagliano.

Gli americani si insediarono in una collina dei Ronchi e per andare a Cividale passavano per Gagliano; io ricordo persone molto allegre che correvano con le loro belle jeep e ci buttavano cose da mangiare mai viste: arance, banane, zucchero, nocciole, caramelle, gomme da masticare e anche sapone. 

Finalmente si sentiva la libertà e fu festa, si ricominciava a vivere, i giovani ballavano anche in strada e si riprese tutti a cantare. 


venerdì 20 febbraio 2026

IMPERO IN POMPA MAGNA

Ci sono compleanni e compleanni e chi dice che non è vero, mente. Da sempre il raggiungimento di certe cifre ha un impatto significativo sulla nostra psiche da che sono stati inventati i numeri e le cifre tonde rivestono un fascino particolare, che impongono di fermarsi un attimo e fare delle considerazioni sulla fase della vita in cui ci troviamo.

Non che sia necessario od opportuno aspettare questi numeri magici per fare bilanci e/o progetti, intendiamoci; però la cifra simbolica ha il potere di farcelo fare anche se non ne abbiamo voglia.

In più ce n'è un'altra, non tonda, che non causa nessuna riflessione sul momento della vita ma comporta il raggiungimento di importanti e drastici effetti giuridici e induce, chi la compie, a indire festeggiamenti fuori dall'ordinario: la cd. maggiore età, che con Legge n. 39 dell' 8 marzo 1975 a firma dei Presidenti della Repubblica e del Consiglio Giovani Leone e Aldo Moro, in Italia scese dai 21 ai 18 anni.

E naturalmente anche Giffoni, Remfutti, Romano, Battaglia e soci non vollero, ciascuno a modo loro, festeggiare lo "storico" evento nei primi anni '80 del novecento.

Ora che ci accingiamo, vegliardi, a nuovi festeggiamenti in ragione delle cifre tonde inquietanti che si materializzano sul calendario, emergono anche i ricordi relativi a precedenti "baldorie", tra cui un segno  importante nella memoria ha indubbiamente lasciato, appunto, il compimento della maggiore età.

Quattro erano gli effetti più tangibili ed immediati dell'evento che faceva acquisire la piena capacità d'agire ai sensi di legge, di cui due attesi spasmodicamente, uno guardato con disinteresse e l'altro invece temuto come la morte.

In ordine inverso: l'idoneità alla chiamata al servizio militare di leva, l'esercizio del diritto di voto, la possibilità di firmare di persona le giustificazioni dei ritardi e delle assenze (rectius: marine) a scuola ma, soprattutto, il via libera per l'ingresso alle proiezioni V.M. 18.

Se la prima (sgradita) conquista spettava ex lege solo ai maschietti, l'ultima era per le femmine oggetto di totale disinteresse ancor più di quello che nutrivano alla pari i due sessi per l'esercizio del diritto di voto.

Fatta questa doverosa premessa introduttiva, non ci stupiremmo nel sapere che nell'anno domini 1984 in pizzeria, Giffoni e soci avevano iniziato i festeggiamenti per il diciottesimo di Remfutti "disquisendo" di calcio, litigando sull'ennesimo scudetto vinto dalla Juventus di Le Roi Platini ed il deludente finale di stagione dell'Udinese di Zico - tanto è rotto e ve lo vendono, ripeteva a più riprese con il solito sarcasmo Brunelli, juventino marcio - e di quante marine scolastiche si erano già autogiustificati i già diciottenni.

Quel simposio poi aveva toccato di striscio l'argomento "per chi vai a votare", argomento liquidato in fretta tra tanti "non so", qualche "non vado, non mi frega un cazzo, è tutto un magna magna" con l'unico outing da parte di Brunelli, il quale disse apertamente che non aveva dubbi.

Avrebbe votato per la DC, così motivando a chi ne aveva chiesto conto, stupito per tanta decisione che strideva tra tanto disinteresse: "Perchè io sono juventino, e la DC è la Juventus dei partiti, vince sempre le elezioni".

Qualche nube si era addensata in merito al servizio militare, perchè chi aveva abbandonato gli studi era già angosciato dall'imminente chiamata, mentre la maggioranza si affidava al completamento degli studi per rinviare di qualche anno l'infausta partenza; c'era poi chi confidava nell'Università per mettere in soffitta, magari sine die, il momento cui dover affrontare sergenti istruttori "massicci ed incazzati".

Inutile dire invece che l'evento clou sarebbe stato il dopo cena, quando avremmo "accompagnato" Remfutti al Cinema Impero, per l'esercizio di quel diritto tanto agognato dai neomaggioenni maschi.

Sono certo che chi ha avuto la ventura di nascere e crescere nell'era Internet potrebbe trovare questo racconto da qui in avanti esagerato ed inquinato da un sapore epico del tutto fuori luogo; gli chiedo clemenza, con l'invito a chiudere gli occhi ed immaginare per un attimo un mondo senza smartphone, senza internet, youporn etc. etc. e con una morale cattolica imperante, ben più del cinema Impero.

S'immagini un mondo in cui per "la scoperta" del sesso, tema cui la malaugurata pronuncia poteva richiedere per un adolescente (ma non solo) la condanna al risciacquo con l'acqua santa, bisognava affidarsi a giornaletti (per lo più a fumetti) raccattati di nascosto e detenuti in nascondigli individuati usando i criteri dell'anonima sequestri.

Qualcuno, per cercare di affrettare i tempi di quella vera e propria iniziazione, si aggregava agli amici maggiorenni, mettendosi per ultimo nella fila del controllo dei documenti all'ingresso, confidando che la propria altezza o i primi indizi di barba convincessero la bigliettaia all'inutilità della richiesta documentale, dopo l'esito positivo dei primi controlli.

Ma a chi la natura non aveva dato precoci segni di sviluppo e/o indizi di maggiore età, le porte dell'Impero - il cinema cittadino dedicato alle proiezioni VM 18 - rimanevano sprangate come i cancelli di Fort Knox.

Alle ore 23,00, ben oltre l'orario dell'ultimo "spettacolo", agendo nell'ombra come un gruppo di Navy Seals per evitare sguardi indesiderati di possibili spie dei genitori, una lunga processione di freschi maggiorenni capitanata dal festeggiato Remfutti, fece irruzione nel foyer della sala cinematografica. 

Il neo diciottenne sventolò subito la propria carta d'identità alla bigliettaia, con un fare che avrebbe fatto invidia all'arbitro Lo Bello nell'atto di mostrare il cartellino rosso al terzino killer Adriano Fedele, dopo che questi aveva fratturato la gamba al perugino Vannini.

Così quella falange di giovanotti entrò nella sala e trovò posto occupando un'intera fila di seggiolini, con la proiezione già in fase "avanzata".

Inutile dire che l'ingresso provocò una certa turbativa nella sala buia, avvolta da una spessa coltre di fumo dall'inconfondibile aroma di tabacco e popolata qua e là, ben distanziati l'uno dall'altro, da tradizionali aficionados che avevano raggiunto la maggiore età assai prima, i quali diedero subito segni inequivocabili di "fastidio" per la rumorosa irruzione che interrompeva il "religioso" silenzio, rotto solo dalle "battute" degli interpreti della pellicola.

 Davanti alla dimensione artistica degli attori e alle evoluzioni plastiche delle attrici, i Navy Seals neo maggiorenni non potevano rimanere impassibili a cotanto sfoggio di azione scenica e certo non furono in grado di limitare i loro apprezzamenti sonori alla performance cinematografica, mentre qualche spettatore abituale iniziava a girarsi verso di loro con qualche occhiataccia che non aveva bisogno di sottotitoli.

Fu il festeggiato Remfutti a farsi perfetto interprete del sentire del gruppo, scandendo meccanicamente e a più riprese un eloquente: "Che pompa! Che pompa, ma come pompa! Che pompa!".

Il meno paziente degli aficionados si voltò per l'ennesima volta e indirizzò ad alta voce monito che non ammetteva frintendimenti: "Bambino!!! Ancora una volta che sento 'Che pompa' vengo lì e ti dò una sberla!".

Il silenzio regnò di nuovo nella sala e di nuovo a farla da protagonista furono solo i suoni della sceneggiatura dell'azione scenica che continuava a svolgersi ritmicamente sullo schermo.

Durò un paio di secondi, perchè Remfutti spezzò di nuovo la "quiete" con uno scanditissimo "Che susta! Come susta!"

Il plotone dei Navy Seals esplose in un'immediata, rumorosa, spontanea e genuina risata a cui si unirono anche alcuni estimatori del genere presenti ai quattro angoli di quel cinema "d'essai" ma determinò anche l'arrivo della maschera che, con fare che non ammetteva repliche di sorta,  intimò al gruppo di abbandonare immediatamente la Sala.

L'iniziazione non era durata più di 10 minuti, ma ora Giffoni, Remfutti, Brunelli e compagnia erano entrati nell'età della responsabilità giuridica a pieno diritto ma non proprio dalla porta principale.     


   

  


 

venerdì 13 febbraio 2026

SALVI GRAZIE A UN BIDONE

Il primo anno di ginnasio, da quando esiste l'istruzione scolastica superiore, è notoriamente il più difficile per i nuovi arrivati dalla scuola media: vuoi per la l'oggettiva complessità delle materie di studio, come lo sono greco e il latino per i giovani all'inizio dell'adolescenza e sia per la severità degli insegnanti. 

In particolare questi ultimi, in conformità alla visione del mondo prevalente all'epoca, ritenevano che il bombardamento a suon di 3 e 4 nelle interrogazioni orali e nei compiti scritti a prescindere dal contenuto, rispondesse ad un necessario e funzionale precetto educativo: abituare i discenti alle bastonate e all'ingiustizia per forgiare la loro capacità di resistenza e la volontà di migliorarsi attraverso il muto sacrificio. 

Skills ritenute basilari per un futuro leader, ma più in generale per sopportare gli urti certi della vita adulta.  

Precetti decisamente vintage nell'anno domini 2026.

Per quanto scalcinato fosse il Liceo-Ginnasio Marco Porcio Catone e a volte persino improbabili gli insegnanti precari che ogni anno venivano e se ne andavano, quei precetti erano comunque declinati e per i nostri Giffoni, Remfutti, Tauri, Conte, Brunelli e altri di cui è pietoso tacere il nome, il passaggio all'anno successivo richiedeva di sottoporsi, prima o poi, a ore di studio intenso che avrebbero sicurmante tolto molto spazio al gioco del pallone, del biliardo e delle carte.

In modo particolare con l'avanzare della bella stagione, quando, ulteriore ostacolo da superare, il richiamo dello sport e degli ormoni entrava in ulteriore conflitto con l'esigenza dello studio. 

Bisognava fare qualcosa che aiutasse, in sede di scrutinio di fine anno, a trasformare almeno i 5 in sufficienze risicate, ma utili per il "passaggio del turno" azionando il "coefficiente di simpatia".

"Si, ma cosa?" S'interrogava Brunelli, durante una riunione improvvisata nella Biblioteca durante l'ennesimo e scarsamente produttivo pomeriggio di studio collettivo, che aveva assunto all'improvviso i connotati dell'unità di crisi della Protezione Civile alla notizia del terremoto in Irpinia.

"Perchè nella prossima Assemblea d'Istituto non proponiamo una raccolta fondi per dotare la scuola di materiale didattico, visto che a malapena abbiamo banchi, sedie, lavagne e gessi?". la buttò lì Giffoni, che fra tutti aveva fama di idealista, ma rifiutava sempre la protesta "extramoenia" che invece andava ancora di moda, quale retaggio degli anni di piombo. 

"Si, e poi chi va in giro a raccoglierli i fondi? Tu? Io no di sicuro" - bocciò subito la proposta sul nascere Brunelli - "Hai ragione, neanch'io faccio l'accattone per conto dello Stato" - si allineò subito Tauri - "E' una cagata, lasciamo perdere e rimettiamoci a studiare invece di pensare cazzate." - chiosò Conte.

"E allora tenetevi i 4!" rispose piccato Giffoni. 

"L'idea di raccogliere soldi per donarli alla scuola non è sbagliata, dobbiamo solo trovare il modo di ottenerli senza dover fare i mendicanti." Insistette Remfutti per non far cadere il discorso e soprattutto per non riprendere a studiare.

"Ah si? E come si guadagna una cifra importante senza lavorare? Se lo sapessi l'avrei già fatto per me, altro che beneficienza!" - Rispose con tono tra l'infastidito e il sarcastico il solito Brunelli, che non brillava per generosità.

"Uno spettacolo teatrale a pagamento!!! E doniamo l'incasso alla scuola!" - la buttò lì Giffoni, con l'entusiasmo di chi aveva avuto un suggerimento addirittura dal Padreterno. 

Conte alzò gli occhi dal libro di latino e con rimprovero degno di un Censore, cercò di bloccare sul nascere l'idea: "Cagate sempre più violente! E chi mandiamo in scena? Gino Bramieri?" 

"No, no! L'idea è una figata!" - intervenne Remfutti con l'aria di chi aveva già capito le potenzialità del progetto e come attuarlo - "Gli attori saremo noi, proponiamo al Prof. di Italiano di farci da regista, che quello non vede l'ora di fare altro piuttosto che correggere compiti e spiegarci la grammatica. Pensateci: potremo persino chiedergli di fare le prove durante le ore di lezione, se il Preside accetta l'idea."

"Ma si, è così! - insistette Giffoni che si vedeva già in scena e forte dell'appoggio di Remfutti - "la Scuola ci farà un figurone, i genitori saranno felici di contribuire... "

"E poi vuoi che agli scrutini non tengano conto dell'idea e di quello che abbiamo fatto, della donazione, dell'impegno!" Interruppe Tauri, scosso dal torpore nel momento in cui aveva intuito le potenzialità del progetto per fargli recuperare insufficienze profonde, che con il solo studio difficilmente avrebbe sanato.

A tentare di frenare l'entusiasmo ci provò Brunelli "Siete tutti rincoglioniti, ma chi credete di essere? Recitare? E che cosa poi, non avete un copione e neanche un Teatro. Chi pensate che vi possa aiutare? E chi vi dice che il Prof., e soprattutto il Preside, si prestino a questa buffonata?"

Remfutti, lasciando tutti a bocca aperta, rimandò subito al mittente tutto lo scetticismo, gettando sul tavolo un libretto recuperato nel mentre tra gli scaffali della Biblioteca: "Eccolo qua il testo: La Giara di Pirandello, fa crepare dal ridere, l'autore è al di sopra di ogni sospetto ed è un atto unico facilmente memorizzabile! Quanto al teatro possiamo chiedere al Don la Sala della Parrocchia, non potrà negarcela viste le finalità!"

Il giorno dopo Giffoni e Remfutti convisero facilmente il prof. di Italiano e il preside fu addirittura entusiasta dell'iniziativa; tempo due settimane tra i compagni di classe vennero reclutate le parti mancanti ed iniziarono le prove; di seguito fu convinto il Don, che addirittura consegnò le chiavi del teatro ai due e gli procurò pure lo scenografo - un anziano signore noto a livello locale per essere "il re" delle realizzazioni carnascialesche con il polistirolo.  

Tutto filava alla grande con divertimento sul palco e in classe, e un salvacondotto infallibile per chiedere interrogazioni programmate o giustificare richieste di proroga, motivando pomeriggi impiegati per non meglio precisate attività connesse alla "recita"! 

Tutti entusiasti tranne Brunelli, che coerente con le sue idee, si rifiutò categoricamente di far parte del cast e anzi iniziò a spargere zizzania, lamentando il trattamento di favore che veniva riservato agli interpreti.

La data del debutto si avvicinava e alle domande del Prof. su "Come pensate di realizzare la Giara?" Giffoni e Remfutti davano sempre risposte tranquillizzanti: "Sarà pronta per le prove generali." e naturalmente non avevano la ben che minima idea di come fare, perchè il problema era serio.

Il manufatto doveva essere in grado di contenere all'interno Remfutti ed essere in grado di ricomporsi, non proprio una banalità a livello scenotecnico.

Il tempo passava, la data della prima si avvicinava, il prof. si stava spazientendo... bisognava escogitare qualcosa. Giffoni, notoriamente non proprio provetto nelle attività manuali, formulò l'idea: costruire un'intelaiatura in fil di ferro a forma di Giara e ricoprirla successivamente con della carta da pacchi.

Il debutto era previsto per venerdì sera e la prova generale per il giorno prima.

Il prof. era stato rassicurato: giovedì sera ci sarebbe stata la Giara.

Martedì pomeriggio venne acquistato il fil di ferro con la carta da pacchi e Giffoni e Remfutti si misero all'opera... Risultato? Un disastro... l'intelaiatura non reggeva, niente Giara.

Non rimaneva che l'ultima chance: coinvolgere Gambero, il loro compagno di merende a cui Eta Beta avrebbe fatto 'na pippa! 

Mercoledì arrivò d'urgenza al capezzale in Teatro e dopo aver deriso Giffoni per l'idea e il suo pessimo risultato vedendo quella struttura informe ed inutilizzabile sul palco, sentenziò: "Siete cagati, senza un contenitore solido su cui appoggiare la struttura non combinerete mai un cazzo! Siete stati dei deficienti! Dove lo trovate adesso un contenitore trasportabile, solido e alto almeno fino ai fianchi?"

Scese un silenzio tombale. 

Poi, come insegnava il barista Necchi di Amici Miei, il lampo di genio da parte di Remfutti: fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione.

"Ce l'abbiamo, a 100 metri da noi."

Gambero e Giffoni lo guardarono come si può guardare un pazzo appena uscito dal manicomio.

"Ma che cazzo dici? Cerca di essere serio, qui siamo cagati per davvero! Cosa gli raccontiamo al Prof. e al Preside quando dovremo annullare lo spettacolo perchè non c'è la Giara?"

Remfutti chiese ai due di uscire dal teatro e di seguirlo: a 100 metri, sotto una tettoia, c'era incustodito il triciclo della nettezza urbana con tre bidoni della spazzatura.

Continuarono a guardare quel suo sorriso ebete mentre ci indicava il triciclo, fino a che Gambero intuì: il bidone della spazzatura era esattamente ciò di cui aveva bisogno per fissarci l'intelaiatura in filo d'acciaio e ricoprirla poi con la carta da pacchi.

"Ma non vorrai..." e mentre Gambero aveva iniziato a parlare, Giffoni e Remfutti, con il favore delle tenebre si erano già avviati verso il triciclo per smontare uno dei tre bidoni vuoti e portarlo in teatro.

Nel sottopalco venne lavato, gli venne asportato il coperchio e consegnato a Gambero, che per giovedì, 10 minuti prima delle prove generali consegnò "la Giara" perfettamente idonea all'uso scenico.

Lo spettacolo fu un successo sul palco e in platea, l'incasso pari a 800 euro attuali, venne donato alla scuola che vi acquistò libri per la Biblioteca interna apponendovi il timbro: "Dono degli studenti dell'anno scolastico 1980/81."

L'aggiunta "Con il contributo della NU municipale" non avrebbe stonato.

E anche il ringraziamento agli occhi chiusi della SIAE e degli eredi di Pirandello, a cui dichiararono, tutti minorenni, di mettere in scena un testo di propria produzione con un titolo scelto da Remfutti: "Chi l'ha dura, la vince." per evitare di pagare i diritti d'autore, perché la scuola non poteva fornire il proprio codice fiscale quale organizzatore di un evento che non era stato mai deliberato dal consiglio d'Istituto della sede centrale.

Tutto il cast venne promosso agli scrutini, ad eccezione di Tauri a cui neanche la Grazia del Ministro per l'Istruzione in persona sarebbe bastata per recuperare le insufficienze; il dissidente Brunelli fu rimandato a settembre in due materie.

Ma questa è un'altra storia.

  

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