venerdì 10 luglio 2026

I QUATTRO ASSI

"Ai Birilli Bevuti", a Cividale, era molto più di un'osteria; era una specie di università popolare dove si imparavano le cose davvero importanti della vita: perdere con dignità, diffidare dei giochi inventati dagli amici e capire che la sfortuna, quando decide di prenderti di mira, non sbaglia mai tavolo.

Quella sera estiva, seduti attorno a uno dei tavolini di legno consumati dal tempo e dai bicchieri, c'erano Giffoni, Romano, Remfutti, Leonardo e, naturalmente, lui: Lo Smilzo.

Era lui, che assieme al compare Torace di Pietra, era solito movimentare i pomeriggi di ozio dallo studio della compagnia di liceali. Alto come un palo della luce, magro ma tutto nervi e con quella sua voce roca e gutturale che riusciva nell'impresa di rendere moscia qualsiasi consonante, parlava come se ogni parola dovesse attraversare una palude prima di uscire dalla bocca.

Fu lui a tirare fuori improvvisamente un vecchio mazzo di carte da briscola.

«Si gioca ai Quattro Assi.»

Nessuno ne aveva mai sentito parlare, ma non era una possibilità, bensì un destino ineludibile. 

«Le legole sono semplici. Si pesca una carta. Chi prende il primo asso ordina da bere. Chi pesca il secondo assaggia. Chi prende il terzo beve tutto. Chi trova il quarto... paga.»

Detta così sembrava quasi un gioco democratico.

Naturalmente non lo era.


La dea bendata aveva deciso, "naturalmente", di trascorrere la serata seduta accanto allo Smilzo.

Ogni mano era lui a pescare il primo asso.

«Pietro! Portaci un bianco!»

Mano successiva.

«Adesso un nero!»

Poi:

«Un Cynar.»

E ancora:

"Un Rosso Antico."

E avanti: 

"Un Amaro Cora!"

E non pago:

«Facciamo una Sangria, vai col tango!»

Ogni volta ordinava con l'aria soddisfatta di chi stava scegliendo il menù di un matrimonio, cercando d'inserirvi le "pietanze" sempre più improbabili.

Leonardo, invece, sembrava vittima di una maledizione.

Terzo asso.

«Bevi, Piccolo.»

Un altro giro.

Terzo asso.

«Ancora tu, Piccolo... bevi.»

Un altro ancora.

«Bravo, Piccolo. Tutto d'un fiato.»

All'inizio Leonardo protestava.

Poi sorrideva.

Poi rideva.

Infine rideva anche quando nessuno aveva detto nulla.

Giffoni, dal canto suo, sembrava possedere un talento naturale per pescare il quarto asso.

Pagava.

Sempre.

Ogni volta infilava la mano in tasca con l'illusione che il destino, prima o poi, decidesse di cambiare idea.

Il destino, evidentemente, aveva altri programmi.

Romano e Remfutti, con l'abilità tipica di chi passa sotto la pioggia senza bagnarsi, oscillavano tra qualche assaggio e qualche rara ordinazione, riuscendo a sopravvivere economicamente a quella carneficina alcolica.

Quando ormai il tavolo sembrava una collezione di bicchieri vuoti, Lo Smilzo estrasse l'ultima sentenza.

Guardò Leonardo.

Sorrise.

«Piccolo... adesso tocca a te. Un Alpestre.»

Ai Birilli Bevuti l'Alpestre non era semplicemente un liquore.

Era la pietra tombale.

Leonardo lo osservò qualche secondo, quasi sperando che evaporasse da solo.

Poi lo afferrò.

Lo bevve tutto in un unico sorso.

Rimase immobile.

Sbatté le palpebre due volte.

Sorrise con l'aria di chi aveva appena scoperto il segreto dell'universo.

Si alzò lentamente.

Uscì dal locale.

Percorse una decina di metri.

E con assoluta naturalezza si distese in mezzo alla strada.

Braccia aperte.

Occhi rivolti al cielo.

Rideva.

Rideva come un bambino.

Rideva come un matto.

Rideva senza riuscire a smettere.

«Ah Puffana!!! Piccolo...» disse Lo Smilzo affacciandosi alla porta e passandosi una mano tra i capelli. «Che caffo fai?? Lì passano anche le macchine.»

Leonardo lo guardò con aria serissima.

«Se arrivano... mi sposto...»

E ricominciò a ridere.

Gli amici riuscirono a rimetterlo in piedi soltanto dopo parecchi tentativi, sorreggendolo uno per braccio mentre continuava a piegarsi in due dalle risate.

Prima di salutarsi, qualcuno ricordò l'appuntamento della sera seguente.

«Domani ci aspettano quelli di Rualis... vogliono chiarire certe questioni.»

Tutti rivolsero lo sguardo verso lo Smilzo cercando conforto e magari aiuto per "chiarire" le questioni "sospese".

Lo Smilzo rimase in silenzio.

Chiese con calma chi fossero.

Ascoltò i nomi.

Abbassò lo sguardo.

Poi lo rialzò lentamente.

Con estrema solennità alzò il dito indice verso il cielo.

Per qualche istante nessuno parlò.

Infine, con quella sua voce cavernosa che sembrava impastare ogni consonante, pronunciò il suo monito.

«Attenzione!... potrei essere con voi... ma aaaanche con loro!!»

Sul gruppo calò un silenzio quasi religioso.

Per qualche secondo nessuno ebbe il coraggio di dire una parola.

Lo Smilzo li fissò uno ad uno.

Poi sbuffò.

Fece un gesto largo con il braccio, come un capostazione che dà il via al treno, e concluse con quella che era ormai la sua frase di commiato, immancabile quanto il caffè dopo pranzo:

«Adesso mi avete rrotto i coglioni!... Arrrriaaaa!!»

Era il segnale che la riunione era ufficialmente sciolta.

Giffoni, Romano e Remfutti si voltarono senza aggiungere altro e si incamminarono verso casa, trascinandosi dietro Leonardo che continuava a ridere senza alcun motivo apparente, inciampando ogni tre passi e costringendoli a sorreggerlo.

A un certo punto Leonardo si fermò, si mise incredibilmente sull'attenti, portò la mano alla fronte in un impeccabile saluto militare rivolto allo Smilzo e, con la solennità di un soldato che riceve gli ordini dal proprio comandante, esclamò:

«Ok, capo!»

Lo Smilzo non rispose nemmeno.

Accennò appena un cenno con la testa, si girò e rientrò ai Birilli Bevuti.

Gli altri ripresero la strada verso casa accompagnati dalle risate incontenibili di Leonardo che non finivano di riecheggiare nella notte di Cividale, mentre sopra le loro teste gli aerei continuavano a volare alti tra New York e Mosca e con il mondo, a loro completa insaputa, già proiettato verso il futuro. Loro, invece, del tutto ignari, avevano appena vissuto uno di quei frammenti di giovinezza destinati a sopravvivere a tutto: agli anni, alle rughe, alle sconfitte e perfino alla memoria. Perché certi ricordi non si ricordano, semplicemente, continuano a vivere. 

Sempre a loro completa insaputa.

lunedì 6 luglio 2026

ITALIANS: ALWAYS FOOTBALL Y AMORE!

Atene, Pireo, Hotel Sirtaki, marzo 1985. Ore 2:42 del mattino. Corridoio al secondo piano.

La giornata era trascorsa in modo particolarmente impegnativo per i liceali della sezione A del Marco Porcio Catone (sede staccata), in gita d’istruzione nell'ultimo anno prima della maturità. La meta del viaggio era stata, come da copione per il corso di studi, la Grecia continentale. Una settimana da passare spostandosi in bus e a piedi, come trottole, nella "hit parade" dell’Antichità Classica: la visita del Partenone, il Museo Archeologico di Atene, Delfi, il Teatro di Epidauro, il tempio di Poseidon a Capo Sunio, Micene e la Porta dei Leoni.

Vani erano stati tutti i tentativi, con tanto di referendum dall’esito bulgaro consegnato al Consiglio d'Istituto dal rappresentante di classe Giffoni, per ottenere la settimana bianca a Cortina d’Ampezzo invece delle polverose rovine dell’Ellade. Il Collegio docenti era stato categorico: per completare la formazione classica di quel manipolo di maturandi lavativi la settimana bianca poteva aspettare, i luoghi che avevano visto le gesta degli eroi e delle divinità elleniche invece no.

Dimenticata ogni velleità di sfoggiare tra le nevi glamour della perla delle Dolomiti le loro dubbie capacità di aspiranti slalomisti, i ragazzi avevano dovuto far ricorso a tutti i loro talenti per scivolare via, tra pietre squadrate e colonne doriche, alle ossessive spiegazioni della professoressa Maggioli, l’insegnante di greco a cui era stato ovviamente affidato l’incarico di accompagnarli tra le vestigia della culla della civiltà occidentale. In particolare si erano distinti Giffoni, Remfutti e Brunelli junior, sempre pronti a trovare qualche scusa improbabile per giustificare ritardi nei vari punti di ritrovo o misteriose sparizioni, preferendo accodarsi clandestinamente a qualche altra comitiva straniera — meglio se nordica — per tentare altrettanto improbabili "abbordaggi" a ninfe poco elleniche e discendenti invece dai barbari scandinavi.

Quella sera, o sarebbe meglio dire notte fonda, i tre amigos, invece di dormire per ricaricare le batterie in vista della visita a piedi del centro di Atene prevista per il giorno dopo, non riuscivano a trovare il sonno dopo le tante ore trascorse a bordo dello scassatissimo bus che li aveva scarrozzati fino a Olimpia, nella tappa più lunga e massacrante del tour.

Lì, i tre si erano già guadagnati il severo rimprovero della Maggioli, ma soprattutto degli addetti alla sicurezza, quando all'interno dello stadion si erano cimentati — uscendone sconfitti — in una sfida di velocità con un gruppo di studenti teutonici inopinatamente sfidati, sfiorando poi la rissa perché Brunelli aveva indirizzato ai vincitori frasi assai poco olimpiche e rispettose dell’onorabilità delle madri degli improvvisati avversari: «Ho conosciuto i vostri papà l’anno scorso a Lignano: erano tutti bagnini!».

Non riuscendo a prendere sonno, non paghi delle avventure di giornata e poco coscienti di quello che li aspettava l’indomani, non avevano trovato di meglio che giocare a calcio con una pallina da tennis nel corridoio dell’hotel: Giffoni contro Brunelli, con Remfutti a difendere la porta — letteralmente l’ingresso della sua camera.

Nel mentre era transitata anche una comitiva di giovani americani che, rientrando in albergo completamente ubriachi, avevano applaudito all’esibizione dei tre liceali: «Italians!!! Good! Always Football y Amore!» aveva chiosato il più alticcio, brandendo una spada achea acquistata come souvenir e atteggiandosi a un novello Leonida atto a incitare le sue falangi alle Termopili, prima di scomparire nel vano delle scale.

Chi fu invece assai meno prodigo di elogi si dimostrò il receptionist che, richiamato probabilmente da qualche ospite disturbato dal frastuono prodotto dalla pallina da tennis e dalle urla con cui i tre accompagnavano le loro evoluzioni calcistiche, in greco moderno intimò — come probabilmente aveva fatto Agamennone ai troiani nel chiedere l'immediata resa e la restituzione di Elena a Menelao — di cessare il disturbo della quiete e rientrare nelle proprie camere.

L’invito aveva il tono di Agamennone e pure la stessa efficacia: appena il receptionist si allontanò, i "troiani" Giffoni, Remfutti e Brunelli ripresero la guerra ancora più determinati di prima, fino a che Morfeo ebbe la meglio sulla loro energia di giovani maturandi lontano da casa, come in quegli anni capitava assai poche volte al di fuori della scolastica visita d'istruzione.

Il mattino seguente, nella sala colazioni dell’albergo, mentre i tre con il resto della classe consumavano senza fiatare e con gli occhi acrilici una modesta colazione con un caffè che avrebbe nauseato persino un turco, si presentò il direttore dell’albergo, il quale chiese espressamente di parlare con la Maggioli.

La professoressa raggiunse subito il direttore e si mise in ascolto, in silenzio, della lunga e concitata oratoria con cui l’uomo raccontò quanto era accaduto qualche ora prima al secondo piano dell’Hotel Sirtaki.

«Vengano subito fuori quei tre imbecilli che ieri notte giocavano a pallone nei corridoi!»

Il tono della Maggioli, al rientro in sala, era più simile a un Minosse nell'atto di giudicare i dannati.

Giffoni e Brunelli non sollevarono lo sguardo dall’imbevibile caffè nero che avevano davanti a sé, mentre Remfutti si alzò immediatamente sull'attenti come un novello Salvo D'Acquisto: «Signora professoressa, adesso basta! È ora di finirla!».

Giffoni e Brunelli si fissarono pietrificati, mentre il compagno, ora con l’ardore di un Cicerone nelle Catilinarie, proseguì in quell'improvvida arringa: «Sono stati gli americani!! Girano sempre ubriachi e ieri sera uno di loro ci ha persino minacciato con una scimitarra!! Erano loro che giocavano a baseball nel corridoio! È ora di finirla, il personale dell’albergo ce l'ha con noi solo perché siamo italiani. Fin dal primo giorno! Ora basta!».

Un breve attimo di silenzio, poi, spontaneo, un fragoroso applauso da parte di tutti i componenti della classe seguì l’intervento di Remfutti. Giffoni e Brunelli si alzarono in piedi applaudendo ancora più forte, subito imitati dall’intera comitiva.

La Maggioli, dopo un primo attimo di smarrimento, convinta da quell’esplosione di totale e condiviso orgoglio patriottico, decise di farsi a sua volta paladina della giustizia e iniziò a replicare, inveendo in un crescendo rossiniano, contro il malcapitato direttore dell’Hotel Sirtaki. Quest'ultimo, dopo un blando tentativo di replica, voltò le spalle alla docente e, proferendo solo qualche frase incomprensibile in dialetto ateniese ma dal significato facilmente intuibile, se ne andò.

Rientrati in patria, sostenuti gli esami ed in qualche maniera ottenuta la maturità classica, gli ormai ex liceali della sezione A organizzarono la canonica cena dei saluti con il corpo insegnanti a fine luglio.

Remfutti, Brunelli e Giffoni non volevano essere macerati dal segreto che avevano custodito gelosamente fino al suono dell’ultima campanella e così, quando ormai la cena era giunta al caffè e all'ammazzacaffè, si presentarono al tavolo degli ex professori.

«Allora ragazzi! Siete stati contenti dei risultati?» esordì alla loro vista la professoressa Pacifico, docente di letteratura italiana e commissario interno all'esame. «D'accordo che le votazioni sono state bassine, ma in fondo l’avete passato tutti!».

«Certo» replicò con alto tasso di paraculaggine Giffoni, mentre Brunelli andò subito al punto: «Professoressa Maggioli, si ricorda della gita in Grecia?».

La Maggioli, che era intenta a discutere con il terribile professor Covoni di matematica, s'interruppe e rivolse subito l’attenzione ai tre ex allievi: «E come no, Brunelli! Ricordo eccome. Vi siete divertiti, non è vero? Una gita bellissima e molto riuscita dal punto di vista della vostra formazione».

«Sì, certo» sorrise Giffoni, sempre sornione, mentre Brunelli non perdeva di vista l’obiettivo: «Si ricorda anche del direttore dell’albergo?».

«Ma sicuro che me lo ricordo!» rispose immediatamente la Maggioli, rivolgendosi poi alla collega Pacifico. «Guarda Maria Luisa, un autentico cafone: voleva dare la colpa ai ragazzi per tutti gli schiamazzi e le infrazioni al regolamento all'interno dell’albergo». Poi, guardando Remfutti, continuò: «Ma tu come hai detto? È ora di finirla! Solo perché siamo italiani ci maltrattano!». E di seguito, fiera, verso gli altri colleghi seduti al tavolo: «C'era in albergo una comitiva di americani che girava sempre ubriaca, alcuni addirittura con le spade... e quello dava la colpa ai nostri ragazzi, ma alla fine ho saputo metterlo al suo posto difendendoli come si deve!».

Seguirono brindisi e sorrisi, fino a che fu Remfutti a intervenire: «Volevamo ringraziarla di cuore, professoressa Maggioli, e toglierci per sempre un peso dalla coscienza: a giocare a calcio nei corridoi alle 2:42 del mattino non erano gli americani. Eravamo io, Giffoni e Brunelli».

Silenzio.

Quando la Maggioli comprese esattamente, la sua faccia cambiò tutti i colori dell’iride, mentre lo sguardo assumeva bagliori quasi luciferini.

Fu il professor Moretti, quello di filosofia, a rompere il gelo, tentando di rabbonire la collega e salvare il salvabile: «Avevi ragione Giovanna, davvero una gita riuscitissima per completare la formazione dei ragazzi. Quanto a voi tre... non scommetto una dracma sul vostro futuro nel mondo della diplomazia. Prego l’Altissimo perché vi tenga lontani dalla magistratura e, convintamente, vi segnalerò per una borsa di studio in avvocatura»

Qualcuno sostiene che l'avvocato sia una professione che richieda fantasia, altri sono convinti che tutto dipenda dall'allenamento: da quel preciso momento in cui si scopre quanto sia sottile il confine tra una bugia raccontata con convinzione e una verità che arriva sempre troppo tardi.

    

venerdì 26 giugno 2026

L'ULTIMA NOTTE DEL COPISTA BENEDETTINO

La tanto temuta vigilia del secondo scritto dell'esame di maturità, quello di latino, era alla fine arrivata per Giffoni, Remfutti e compagnia con l'ineluttabilità di un temporale estivo dopo una giornata di calore estremo.

La prova d'italiano, svoltasi in mattinata, non aveva sciolto la tensione, perché si sa, in fondo era quella che preoccupava di meno: fantasia, intuizione e senso dell'improvvisazione non mancavano di certo ai "nostri eroi" ed il tema di attualità era stato un porto sicuro, lontano dai perigli delle tracce storiche o letterarie che invece richiedevano, oltre alla proprietà di linguaggio, una solida preparazione da apprendere con studio costante sui manuali e le antologie, oltre che con attenzione in classe durante tutto l'anno scolastico. Qualità che invece, queste sì, facevano difetto alla ciurma.

Giffoni e Brunelli junior avevano cercato di scacciare la tensione della vigilia andando di sera ad assistere alle partite notturne del famigerato torneo dei bar, dove giovani e soprattutto meno giovani se le davano di santa ragione per raggiungere la finale che metteva in palio addirittura una settimana di vacanze in Sardegna, tutto compreso, bevande incluse.

L'ora si era fatta tarda e Giffoni disse a Brunelli che se ne sarebbe andato a casa mentre l'altro, non raccogliendo l'invito, rimaneva estatico appoggiando il mento sulle transenne e con sguardo vitreo fissava l'orizzonte, senza dare il benché minimo riscontro al compare.

«Allora!? Che fai!? Ti muovi? Che succede?» Giffoni provò a scuoterlo da quello strano ed improbabile torpore.

«Non so un cazzo!! Non so un cazzo!! Domani non so un cazzo!!» fu la risposta scandita meccanicamente da Brunelli, senza distogliere lo sguardo spento dall'orizzonte, mentre in campo i giocatori correvano come trottole impazzite ed il pubblico intorno, rumoreggiando, seguiva con partecipazione l'andamento del match.

Giffoni rimase esterrefatto e poi replicò tra l'incredulo e il divertito: «È un po' tardi per farsene un problema, non ti pare? Forse era il caso di pensarci prima». Poi però, mosso a compassione vedendo che l'amico non reagiva, cercò di accendere una speranza: «Vabbè dai, hai visto che la commissione è bonaria, ci lascia portare le cartelle e passano raramente tra le fila dei banchi a controllare: metti il libro delle versioni di latino in cartella e quando sarà il momento, con la perizia che non ti manca, dai la sbirciatina».

Senza mutare atteggiamento, Brunelli jr diede una risposta che spegneva sul nascere ogni possibilità di far attecchire la fiammella della speme: «Non ho il libro delle versioni di latino!» per poi ritirarsi nel silenzio dell'imputato reo confesso davanti al giudice.

Giffoni, sempre più incredulo, lo incalzò: «Ma come cazzo non hai più il libro delle versioni di latino?! Ma sei fuori?? Ma come cazzo ti hanno ammesso all'esame??».

Brunelli, sentendosi attaccato, sebbene blandamente, si scosse dal torpore e avanzò una difesa che avrebbe fatto inorridire persino gli avvocati dei nazisti al processo di Norimberga: «Lo sai bene che durante l'anno con quell'anima bella di Garofano, il prof di latino, copiavo tutte le versioni da quella secchia di Malone come un amanuense benedettino. In quanto al libro, io e Tazio — Brunelli senior, a sua volta loro compagno di classe — all'inizio dell'anno, per risparmiare, abbiamo comprato un libro solo per ogni materia e alla fine, per gli esami, ce li siamo divisi. Tazio si è tenuto quello di latino e io ho preso quello di italiano. That's all, quindi domani... game over».

Poi rivolse di nuovo lo sguardo assente verso il campo di gioco.

«Complimenti per la scelta oculata, davvero!» Esplose in una risata Giffoni, ormai noncurante per l'impreparazione conclamata di Brunelli jr., ma divertito per la tardiva, drammatica presa di coscienza che il compagno stava evidenziando in tutta la sua apparente ineluttabilità.

Tutto sembrava segnato, un destino impossibile da dribblare come invece stava facendo con grande successo pochi metri più in là il vigile urbano chiamato Garrincha, che difendeva i colori del bar "Alle Valanghe" contro gli avversari del pubblico esercizio all'insegna "Tre Regine".

«Ma perché non l'hai chiesto a Collar? Tanto a lui non serviva più almeno per qualche mese!!» proclamò Giffoni, come fulminato sulla via di Damasco.

Brunelli mutò drasticamente espressione, assumendo questa volta le fattezze dell'estasi scolpita dal Bernini sul volto di Santa Teresa d'Avila nella celebre scultura conservata nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria in Roma: Collar, soprannominato Colla, il loro taciturno compagno dalle lontane origini ungheresi, era stato l'unico della classe a non essere stato ammesso alla maturità e di certo non avrebbe avuto ragioni per negare il prestito di quel libro che ora, per Brunelli, valeva più di tutte le sculture del Bernini.

«Andiamo subito da Colla!» esclamo Brunelli con il piglio del Generale Custer mentre incitava il settimo cavalleggeri alla carica verso un indifeso accampamento indiano.

«Cazzo! Ma è mezzanotte passata! Non puoi andare adesso a casa sua e rompere i coglioni... telefonagli domani mattina e poi, prima di andare all'esame, passi a prendere il libro...» fece notare prontamente Giffoni, cercando di arginare il compagno che già si era mosso in direzione dell'uscita con il fare di un carcerato che abbandona la cella dopo l'ultimo giorno di prigione.

«No! Ma sei coglione? E se Colla domani mattina va al mare? O chissà dove, visto che non ha un cazzo da fare?? Via via, corriamo subito!» Brunelli non volle sentire ragioni e così, nel giro di un quarto d'ora, i due si trovarono sotto casa di Collar a suonare il campanello.

Dopo un paio di minuti, per Brunelli lunghi come l'attesa dell'ultima campanella dell'ultimo anno nell'ultimo giorno di scuola, sull'uscio comparve in vestaglia da notte, assonnata, la madre di Collar. Prima che la donna potesse dire qualsiasi cosa, mentre Giffoni avrebbe voluto scomparire, Brunelli non esitò ad incalzarla: «Buonasera Signora, è questione di vita o di morte, c'è Samuele?».

«Oddio!? È successo qualcosa di grave?? Samuele è a dormire!» fu la risposta atterrita della madre di Collar.

Giffoni prese in mano, si fa per dire, la situazione e, anticipando la veemenza di Brunelli, informò la signora: «No signora, ci scusi tanto per i modi e l'ora, non è successo assolutamente nulla di grave a Samuele. Il fatto è che dobbiamo svegliarlo adesso perché Tito ha bisogno di chiedergli una cosa per l'esame di maturità di domani mattina».

La donna, di cui non si capiva se fosse più rasserenata dalle parole o scocciata per la situazione, disse solo: «Aspettate un attimo». Voltò le spalle ai due senza farli entrare in casa e si ritirò per svegliare il figlio che si stava godendo un immeritato riposo.

Dopo almeno cinque minuti di attesa, Collar fece la sua comparsa sulla soglia indossando un improbabile pigiama, con l'aria di chi stava dormendo per l'eternità: un occhio chiuso e l'altro semiaperto.

«Ciao Colla, ho assolutamente bisogno del tuo libro delle versioni di latino» la buttò lì Brunelli con l'atteggiamento di un sergente istruttore davanti ad un plotone di reclute appena arrivate in caserma.

«Ciao Tito, non avevo comprato il libro adottato dalla classe. Durante l'anno ho usato quello che mi aveva regalato mio cugino di Napoli, che aveva fatto la maturità qualche anno fa» fu la lapidaria risposta di Collar, tra uno sbadiglio e l'altro.

Brunelli rimase impietrito; l'incendio della speranza creato da quella visita nottetempo si era improvvisamente spento. La risposta aveva avuto l'effetto del getto d'acqua delle Niagara Falls su un fuoco da campeggio.

«Ah, scusa per la visita. Buonanotte» disse infine Brunelli, ricadendo di nuovo in uno stato di premorte.

«Ma no — insistette Giffoni — sarà pure un'altra e datata edizione, ma il latino resta sempre il latino, sarà pieno zeppo di versioni: tra questa e il nulla, prendi questo. Glielo presti, vero Colla?».

Collar, sempre più assonnato, scrollò le spalle, si ritirò all'interno e dopo pochi minuti tornò con il libro di latino che diede senza dire nulla a Brunelli.

«Grazie Colla, te lo riporto domani sera!» disse non molto convinto Brunelli.

«Sì, sì... basta che adesso mi lasciate dormire e andate tutti e due fuori dai coglioni». Collar troncò definitivamente quella visita, chiudendo senza troppi convenevoli la porta di casa.

Naturalmente il giorno dopo, a seguire l'apertura della busta ministeriale e la lettura della versione che annunciava un passo tra i più complicati degli Annales di Tacito, Brunelli jr. dovette sconsolatamente verificare che nulla di utile era contenuto nel libro "prestatogli" da Collar la sera prima e così, con aria di estrema rassegnazione, si mise a fissare il foglio bianco davanti a sé.

Fu la mano amica di un compagno ad incarnare il volere della Provvidenza. Quest'ultimo, accortosi della situazione, chiese di andare in bagno e, nel tragitto, fece scivolare furtivamente sul banco di Brunelli il testo svolto della versione. Errori ed omissioni inclusi, s'intende, ma fu sufficiente a Brunelli jr. per ottenere nell'insieme la votazione necessaria per conseguire la maturità classica; una promozione "meritata" se non altro per la bella calligrafia con cui copiò il testo, una scrittura che avrebbe fatto invidia anche al copista benedettino Venanzio da Otranto.

Con buona pace della lacunosa edizione napoletana di Lingua e Letteratura Latina, di Collar e del suo cugino partenopeo, Brunelli jr., appena uscito dall'aula d'esame, stremato dalle emozioni e dalla "fatica", diede alle fiamme quell'inutile tomo come un improvvisato druido celtico nel cortile della scuola, tra le risate e i lazzi di Giffoni, Remfutti e compagnia.



mercoledì 3 giugno 2026

GRAZIE

Con la fine della stagione, è arrivato anche per me il momento di fare un bilancio e, soprattutto, una scelta importante, difficile e sofferta
. Dalla prossima stagione non sarò più il Responsabile della Comunicazione della UEB Cividale.

Per me la UEB non è mai stata solo un incarico, ma un pezzo di cuore. Ho avuto il privilegio straordinario di vivere e raccontare questa realtà in ogni sua singola metamorfosi: prima da free-lance, poi come inviato di una rivista online, in seguito come collaboratore dell'ufficio stampa e, infine, con l'onore di rappresentarlo come Responsabile.

Ricordo ancora i primi tempi: le partite nel silenzio surreale delle restrizioni Covid, dove eravamo in pochissimi dentro al palazzetto e ancor meno a crederci fuori. Da lì è iniziato un viaggio incredibile, che mi ha portato a raccontare in diretta, passo dopo passo, i grandi successi colti contro tutti e in tutta Italia, mentre attorno nasceva e cresceva non solo una squadra, ma una vera e propria comunità unita da una passione travolgente. Essere una voce e una penna di questo percorso è stato un orgoglio indescrivibile, legato alla possibilità di contribuire nel far conoscere al meglio la Città che amo, Cividale.

Un grazie immenso va a tutti i lettori, a chi ha seguito i miei racconti, le cronache e le parole di questi anni: siete stati voi a dare un senso profondo a questo lavoro, facendomi sentire parte di qualcosa di grande.

La Serie A2, però, è un mondo tanto bello quanto esigente. Oggi questo ruolo richiede una presenza costante, h24, accanto alla squadra, ai media e alla dirigenza. Un livello di tempo ed energie che, a causa dei miei attuali impegni professionali, non riesco più a garantire come vorrei e come la UEB merita. Fare un passo indietro è un atto di rispetto verso il club, affinché questa crescita possa contare su forze fresche.

Ci tengo a ringraziare di cuore il presidente Davide Micalich, tutta la dirigenza e lo staff per la fiducia e la stima che non mi hanno mai fatto mancare. Un grazie enorme va anche ai ragazzi del team comunicazione: è stato un viaggio intenso e bellissimo.

Non è un addio. Se sarà utile, continuerò con "la penna" a dare una mano a bordo campo o dietro le quinte. In ogni caso, 

grazie di tutto, Eagles! 💙💛

venerdì 22 maggio 2026

FIORE DI CACTUS

Il tavolino d’angolo sul terrazzo del bar era investito dal vento freddo della sera, lassù al quarantesimo piano di un grattacielo della City. Attraverso le grandi vetrate perimetrali, i fari delle auto giù a Bishopgate sembravano una scia di formiche luminose. Sul tavolo di metallo poggiavano due bicchieri di whisky quasi intatti. Erano passati cinque anni dall'ultima volta che si erano visti.

Avevano passato più di un'ora a ridere e a raccontarsi le vecchie storie di quando erano stati compagni di stanza all'Università, poi le loro strade si erano divise.

Improvvisamente Jason, si fece cupo e cambiò registro tenendosi la testa tra le mani, con lo sguardo fisso sul ghiaccio che si scioglieva lentamente nel bicchiere.

«Non ce la faccio più, Eddy», si sfogò Jason, e la voce gli tremava di una frustrazione accumulata per mesi. «Questo distretto, questo ambiente... è un deserto emotivo. Nei piani alti non c'è un briciolo di empatia, solo cinismo, calcolo e indifferenza per sopravvivere ai target. Io ci provo, giuro. Ci metto tutto l'impegno possibile per coabitare con loro, per trovare un punto d'incontro nel team, ma mi sento un estraneo. Un pesce fuor d'acqua. Più cerco di aprirmi e di essere me stesso, più a fine giornata mi sento prosciugato, ferito».

Eddy lo ascoltò in silenzio, poi appoggiò la schiena alla sedia di design e lo fissò con una serietà spietata, mentre lo skyline di Londra brillava alle sue spalle.

«La tua strategia non ti porterà da nessuna parte, Jason. Te lo dico da amico: una rosa nel deserto muore. Punto. Non ha le strutture adatte per farcela. Se vuoi vivere nel deserto, non puoi continuare a combatterlo sperando che piova. Devi fare come i cactus».

Jason sollevò la testa, confuso. «Come i cactus?»

«Tre anni fa sono stato in Messico, nel deserto di Sonora», continuò Eddy, stringendo gli occhi al ricordo. «Ho viaggiato con un biologo e mi sono fermato a osservare quei giganti verdi, alti metri e metri, che dominano il nulla. Gli ho chiesto come facessero a restare vivi, verdi e fieri per più di centocinquant'anni in quell'inferno di fuoco e lui mi ha spiegato che la loro non è fortuna, è un'ingegneria spietata. Mi ha spiegato come funzionano, e ora ho pensato a te».

Eddy si sporse sul tavolo, indicando la piccola pianta grassa decorativa inserita nel centrotavola minimalista del locale. 

«Il biologo mi disse che quei giganti rivestono il fusto con uno strato di cera spessa. Serve a sigillarli, a impedire all'aria secca di risucchiare l'umidità interna. L'uomo cactus fa lo stesso, Jason: smette di essere trasparente: alza una barriera di assoluto distacco, è cortese, fa il suo dovere nei meeting, ma non mostra mai le sue crepe. Diventa impermeabile».

Jason porto il bicchiere a sè e degluttì un lungo sorso, mentre Eddy continuò l'esposizione in modo quasi accademico.

«Poi i cactus sono cosparsi di spine, che però non servono per attaccare. In origine erano foglie, parti morbide pensate per scambiare linfa. Nel corso dei millenni la pianta le ha sacrificate: le ha rimpicciolite e indurite fino a farle diventare aghi. Perché? Perché migliaia di spine creano una micro-zona di ombra riflessa che rinfresca la pelle della pianta. Chi vive come un cactus trasforma i suoi vecchi slanci affettivi in un'ironia glaciale o in silenzi taglienti nei corridoi della banca. Non lo fa per cattiveria, ma per tenere gli altri alla distanza necessaria a non farsi bruciare».

Jason emise un mezzo sorriso: "Mi stai aprendo un mondo: ogni mattina pensavo di andare a lavorare tra quattro mura mentre scopro di vivere nel Sonora Desert." 

Eddy sorrise a sua volta e bevve pure lui un altro sorso di whisky prima di riprendere la spiegazione che aveva acceso l'attenzione di Jason.
«Infine c'è la cosa più incredibile, la fotosintesi CAM: per non evaporare, i cactus tengono i loro pori – gli stomi – sbarrati per tutto il giorno, sotto il sole verticale. Non transpirano, non si lamentano. Respirano solo di notte, nel silenzio, quando il deserto si raffredda e nessuno può rubare il loro fiato. L'uomo cactus nella City indossa una maschera di assoluta immobilità relazionale dalle nove alle cinque. Torna a essere umano, a lottare con ciò che prova, solo nel privato del suo appartamento, quando il mondo sonnecchia».

Eddy ora tacque. Le sue parole erano rimaste sospese nell'aria, pesanti come pietre, mentre il rumore sordo della metropoli saliva da sotto. Jason lo fissava, paralizzato dalla precisione millimetrica di quell'analogia. Sentiva il proprio slancio vitale – quella parte di sé che ancora resisteva e si rifiutava di arrendersi alla sterilità del mondo aziendale – fare a pugni con la spaventosa logica della sopravvivenza.

Eddy si accostò ancora di più, inchiodandolo con lo sguardo.

«Quindi ti chiedo, Jason: vuoi diventare così? Pensi davvero di potercela fare, tu che hai sempre vissuto di passioni? Ma soprattutto... pensi che sia giusto che tu lo faccia?»

Jason non rispose subito. I suoi occhi rimasero fissi sulla piantina sul tavolo, persi nella vertigine di un bivio senza uscita.

Eddy lo guardò per qualche secondo, poi lasciò andare un mezzo sorriso ironico, scuotendo la testa. Buttò giù l'ultimo sorso del suo whisky e si strinse nelle spalle.

«Certo che la vita è magnifica, eh? È perfetta solo nelle sue imperfezioni: o muori disidratato come una rosa o ti salvi diventando un pezzo di legno pieno di spilli a quarant'anni. Un capolavoro di design, non c'è che dire».

A quel punto Jason sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi stanchi passò un barlume leggero, una sfumatura quasi impercettibile di dolcezza. Accennò un sorriso sbiadito e guardò l'amico.

«Ma ho sentito dire che anche i cactus fanno fiori bellissimi... sarà vero?»

Eddy non replicò subito, sorpreso da quella svolta; poi allargò le braccia e concluse, con espressione a metà tra lo sconforto e il divertito.

 «No way! Continuiamo così, facciamoci del male!»

Intanto, intorno a loro, le luci di Londra continuavano a brillare fredde nel buio, incuranti di ogni dubbio o sofferenza esistenziale, mentre il vento della sera ricominciava a soffiare forte tra i tavoli del rooftop, disperdendo le ultime parole nell'aria. 

lunedì 4 maggio 2026

QUESTIONE DI RISPETTO

Che Josip Broz Tito, morto a Lubiana il 4 maggio di ventisei anni fa, sia stato un protagonista di primo piano nella lotta di liberazione europea contro il nazifascismo, e che la bandiera dell’ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia rappresenti ancora oggi in Slovenia — e non solo — un simbolo di vittoria contro l’oppressore italo-tedesco, è un dato di fatto.

Oltre che una verità storica.

Fu inoltre sotto la guida di Tito che la nazione slovena venne riconosciuta per la prima volta in modo stabile come entità statale autonoma, seppur all’interno della federazione jugoslava, con un proprio parlamento e un proprio governo, dando forma concreta a un’aspirazione che affondava le sue radici nel tempo.

Non deve quindi stupire se, dopo la dissoluzione della Jugoslavia e la nascita della Slovenia indipendente, il richiamo a quella stagione non sia scomparso:  per molti, infatti, la memoria della lotta di liberazione 1941-45 continua a rappresentare uno dei pilastri della narrazione nazionale.

Chi percorre oggi la Slovenia — da Murska Sobota a Nova Gorica, da Novo Mesto a Maribor — incontra ovunque monumenti, lapidi, nomi di vie che raccontano quella stagione, spesso segnati dalla stella rossa e accompagnati da lunghi elenchi di caduti locali. Un paesaggio della memoria che ha una sua coerenza, e che difficilmente può essere compreso fino in fondo da chi non ne condivide la storia.

Del resto, sarebbe singolare se un visitatore austro-tedesco si stupisse, attraversando l’Italia, della presenza diffusa di richiami al Risorgimento o alla Grande Guerra, con vie e piazze dedicate a Giuseppe Mazzini, Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Armando Diaz o addirittura Luigi Cadorna.

E tuttavia fermarsi a questa constatazione significa, ancora una volta, raccontare solo una parte della storia.

Perché Josip Broz Tito non è stato soltanto il capo di una resistenza vittoriosa, ma anche il fondatore di uno Stato a partito unico, nel quale il dissenso non trovava spazio e nel quale la costruzione dell’unità nazionale passò anche attraverso repressioni, epurazioni e violenze efferrate mai chiarite del tutto.

E se per molti la bandiera jugoslava resta il simbolo di una liberazione, per altri — italiani, ma anche sloveni e croati — essa richiama invece una stagione di esodo, paura, violenze e silenzio. Una stagione in cui essere dalla parte sbagliata, o semplicemente non allineati, poteva significare (e per tanti ha significato) perdere tutto.

Un altro dato di fatto.

È in questa ambivalenza che si misura la distanza tra memoria e storia.

Liquidare tutto con un “Vae victis” — magari implicito — non aiuta. Non riconcilia. Al contrario, rischia di riaprire ferite che, a ottant’anni di distanza, non si sono mai del tutto rimarginate.

Per questo, quanto accaduto il primo maggio 2026 a Trieste non può essere archiviato come un episodio folkloristico o una semplice manifestazione identitaria. Per molti, quella bandiera esposta in Piazza Unità non è stata un simbolo neutro, ma un segno divisivo, capace di evocare una memoria dolorosa e ferite profonde.

Così come lo è mantenere ancora nel 2026 ben in vista sopra le alture che dominano Gorizia e Nova Gorica, la scritta TITO a caratteri cubitali.

E forse il punto non è stabilire chi abbia il diritto di esporre un simbolo, ma chiedersi se sia opportuno farlo proprio lì, proprio in quel contesto.

Italia, Slovenia e Croazia condividono oggi un orizzonte comune all’interno dell’Unione Europea, fondata su principi di rispetto reciproco che dovrebbero essere patrimonio di tutti. Un orizzonte che non cancella il passato, ma che chiede — proprio per questo — una responsabilità in più nel modo in cui lo si richiama.

L’Italia, uscita sconfitta dalla guerra e responsabile di politiche aggressive, bene o male ha intrapreso un percorso di revisione profonda, scegliendo la forma repubblicana e dotandosi di una Costituzione che ha posto al centro la tutela dei diritti fondamentali, bandendo il fascismo dal proprio orizzonte politico. E con il Trattato di Osimo ha definitivamente regolato una questione territoriale complessa sigillando perdite dolorose, senza compensazioni.

Se gli sloveni ritengono Tito una figura meritoria della loro storia nazionale, è una valutazione che spetta a loro.

Ma proprio per questo, se davvero esiste la volontà di coltivare rapporti sinceri di buon vicinato, sarebbe auspicabile una maggiore attenzione e di rispetto per le ferite che che quel nome e quei simboli evocano al di qua del confine del 1947.

Altrimenti, più che ricordare, continuiamo semplicemente a dividerci.

E qui, più che altrove, non ce lo possiamo più permettere, perché la storia, da queste parti, non è mai solo storia, é ancora, inevitabilmente, memoria viva.


giovedì 30 aprile 2026

MI RITORNI IN MENTE: UDINESE-TORINO

L'aria di tanti derby infuocati disputati all'ombra della mole e che spesso valevano lo scudetto, probabilmente diede un ulteriore motivazione a Franco Causio, quando l'undici ottobre 1981 il Torino scese sul terreno del Friuli per la quinta giornata del massimo campionato, stagione 1981/82. 

Il clima era già quello dell'ultima spiaggia, con i padroni di casa solitari ultimi in classifica con un solo punto e reduci da tre sconfitte consecutive contro dirette avversarie nella lotta per la salvezza: Ascoli (0-3), Avellino (1-2) e Cesena (1-2), mentre i granata erano partiti di slancio grazie a due vittorie consecutive, una sconfitta ed un pareggio. 

Lo sconcerto serpeggiava nella tifoseria friulana che si aspettava ben altro avvio di torneo, dopo il brillante precampionato e gli importanti rinforzi giunti a Udine durante il mercato estivo, tra cui il big Franco Causio dalla Juventus e il bomber interista Carletto Muraro e in molti già chiedevano la testa dell'allenatore Enzo Ferrari, protagonista della miracolosa salvezza nella stagione precedente. 

Inoltre, gran parte della stampa sportiva nazionale, riteneva il Barone ben avviato sul viale del tramonto, dopo aver perso il posto in nazionale a favore di Bruno Conti ed essere stato scavalcato da Marocchino nelle preferenze del Trap nell'undici titolare di Madama. Fu un abbaglio clamoroso da parti di chi non aveva tenuto in debito conto dell'orgoglio, dell'integrità fisica e della classe purissima di Causio, che disputò una stagione straordinaria guidando l'Udinese alla salvezza con tre giornate d'anticipo dalla chiusura del campionato, vinse il Guerin d'Oro come miglior giocatore del campionato e si riguadagnò la fiducia di Enzo Bearzot che lo convocò nei 22 che poi vinsero il mondiale di Spagna, quello più bello della storia sportiva nazionale. 

Ma torniamo a quel grigio pomeriggio d'autunno sul terreno del Friuli: la squadra bianconera, consapevole della necessità di raccogliere i due punti ed invertire la rotta, giocò una partita "garibaldina", schiacciando i granata nella loro metà campo per due terzi di gara e dove il Barone fece il bello e il cattivo tempo: calciò la punizione per la testa di Cesarone "Armaron" Cattaneo che valse il vantaggio sul finire del primo tempo, fece ammattire ininterrottamente il suo marcatore Salvadori con tutto il suo repertorio di dribbling, finte assassine e cambi di ritmo, raccolse un retropassaggio di Dossena e s'involò verso la porta torinista, freddando Terraneo in uscita con un sopraffino tocco di esterno destro a incrociare il pallone a filo d'erba nell'angolino opposto per il 2-0 ad inizio ripresa e siglando così il suo primo centro in maglia udinese. 

I bianconeri rallentarono il ritmo e vennero subito colpiti da un gol del neo-entrato Bonesso che per un attimo parve rimettere in discussione l'andamento del match: fu solo un lampo, perché l'Udinese riprese a macinare gioco e a 10 minuti dalla fine chiuse la pratica con un'inzuccata in tuffo di Carletto Muraro, anch'egli alla prima marcatura con i colori friulani. 

Un'altra rete di Bonesso allo scadere servì solo per le statistiche e ad accorciare le distanze, fissando il risultato sul 3-2 finale per l’Udinese e rendere meno amaro il secondo ritorno a Udine da avversario di Massimo Giacomini, l'indimenticato tecnico artefice del salto triplo dalla C alla A delle zebrette friulane dopo 17 anni di purgatorio. Anche questa volta sonoramente fischiato, dopo il precedente di due anni prima quando l'allenatore udinese purosangue sedeva sulla panchina del Milan: il popolo bianconero, brillando per ingratitudine, non gli aveva perdonato aver abbandonato dopo aver raggiunto la promozione in serie A la panchina friulana per quella milanista. 

Udine, stadio Friuli, domenica 11 ottobre 1981, ore 15,00 

UDINESE - TORINO 3-2 

Marcatori: Cattaneo 35', Causio 52', Bonesso 65', Muraro 77', Bonesso 87' 

UDINESE: Della Corna, Gerolin, Tesser, Papais (85' Pancheri), Cattaneo, Orlando, Causio (cap.) (80' De Giorgis), Pin, Miano, Orazi, Muraro. Allenatore: Enzo Ferrari 

TORINO: Terraneo, Danova, Salvadori (71' Ermini), Van de Korput, Giacomo Ferri, Beruatto, Bertoneri, Zaccarelli, Sclosa (55' Bonesso), Dossena, Pulici (cap.). Allenatore: Massimo Giacomini 

Arbitro: Maurizio Mattei della Sezione di Macerata 

Spettatori: 25 mila circa.

lunedì 27 aprile 2026

PABLITO E IL NEGUS

La vittoria degli azzurri nella semifinale del Mundial '82 contro la Polonia sul terreno del Camp Nou di Barcellona è sicuramente la sfida meno celebrata di tutta la cavalcata vincente dei ragazzi di Bearzot.
I motivi sono tanti, a partire dal blasone dell'avversario non è certo quello dell'Argentina campione in carica di Maradona, del Brasile stellare di Zico e compagnia e neppure della Germania Ovest, campione d'Europa in carica. Si consideri poi la dinamica con cui si è sviluppato il match: vantaggio sollecito conseguito allo scoccare della metà del primo tempo, raddoppio ad un quarto d'ora dalla fine e controllo sicuro della gara, mica la resistenza ai furiosi attacchi dei brasiliani con il punteggio continuamente in bilico e neppure la battaglia senza esclusione di colpi con i gauchos o il pathos di una finale mondiale con un rigore sbagliato sullo 0-0. Poi la cornice: un Camp Nou che presentava ampi spazi vuoti, ben lontano dalla "bombonera" del Sarrià stracolmo delle partite contro i sudamericani e chiaramente senza il contorno del Santiago Bernabeu esaurito nell'atto conclusivo. E ancora: non c'era più nessun effetto sorpresa, come l'aria che si respirava alla vigilia delle sfide con Argentina e Brasile, dove partivamo come perdenti sicuri e neppure l'elettrica imprevedibilità e gli scongiuri prima di qualsiasi finale, figuriamoci una da disputare contro la Germania.

Eppure, Enzo Bearzot ogni volta che si parlava di Mundial, non smetteva mai di ricordare che per lui la partita più di difficile da preparare e la più temuta fu proprio quella contro i polacchi, anche se privi della loro stella Boniek, squalificato come il nostro Gentile.

"Tutti ci davano per favoriti, c'era un clima di festa generalizzato, mentre in realtà avevamo speso tantissime energie psico-fisiche con il Brasile. Avevamo appena battuto gli Dei, come potevo convincere i miei ragazzi a rimanere mortali per affrontare un avversario tosto che, proprio in virtù dello scarso blasone, non accendeva le motivazioni per andare oltre i nostri limiti? Come potevo dissuaderli dal sentirsi già in finale, dimenticandosi di giocare la semifinale?" 

Anche Giffoni, Remfutti e soci si accodavano al mainstream che vedeva l'Italia di Pablito, se non addirittura già campione del mondo, almeno sicura finalista e prepararono nella mattinata che precedeva la partita addirittura una bara biancorossa in cartone, con la scritta "POLOSKA" sotto un eloquente croce.

Vani furono i tentativi di Giffoni per far modificare la scritta, che conteneva un errore linguistico che però sembrava evidente solo a lui. "Che cazzo vuoi? Che Cazzo sai tu? Adesso parli anche il polacco?" fu la risposta tranchant dell'autore del manufatto, di cui è pietoso tacere il nome.

Così, verso le 19,30 della sera, al termine della gara più "facile" della corsa azzurra verso la gloria, decisa da altri due gol di Pablito "Manolete", la bara della POLOSKA faceva bella mostra nella centralissima piazza Paolo Diacono, issata da Costumelli e Caldarrosta tra il tripudio di tutta la compagnia, accanto alla statua di Pallade Athena che domina la fontana de "i quattro leoni". 

Terminata la baldoria, rientrando a casa ben oltre l'orario della cena, Giffoni fu pesantemente rimproverato dal nonno: ma non per il ritardo, a cui invece era preparato.

"Nel 1936 i giovinastri come te avevano costruito e buttato dal ponte del diavolo un Fantoccio che rappresentava il Negus! Qualche anno dopo il Negus e gli inglesi ci hanno mandati a casa a calci in culo!"

Lì per lì Giffoni non riusciva a capire il perchè di tanto livore da parte del nonno, benchè sapesse che Sior Toni era assurdamente - ai suoi occhi - contrario ad ogni forma di esaltazione del calcio e dello sport professionistico in genere.

Fu suo padre a spiegarglielo: aveva visto il sabba di Giffoni e compari attorno alla bara della "Poloska" e questo lo aveva riportato indietro nel tempo, quando all'apice della popolarità del regime fascista, nel 1936, alla proclamazione dell'Impero da parte del Duce a seguito della vittoriosa campagna di Etiopia, un gruppo di studenti invasati dalla retorica di regime avevano prima fabbricato e poi gettato nel Natisone dal Ponte del Diavolo, un fantoccio che raffigurava l'imperatore etiope Hailè Sellasiè.

Il Negus, appunto.

Il racconto del padre fu praticamente ininfluente: domenica 11 luglio Giffoni e soci in processione  portarono a spalle nelle vie del centro cittadino una bara in legno avvolta da una bandiera tedesca.

Evitando questa volta solo di aggiungere altri strafalcioni linguistici.

Passarono gli anni, come passano sempre, senza chiedere permesso e arrivò un altro mondiale.

Arrivò Messico '86, arrivò il caldo, arrivò la Francia di Le Roi Michel Platini. Non c’erano più bare né processioni, ma solo tanti "Galletti" per spedirci a casa a pedate. Senza appello.

Per la gioia del Nonno, le cui notti non furono turbate dagli schiamazzi del restante 99% della popolazione italica.

E per qualcosa d’altro, rimasto in fondo al Natisone, in attesa, da 50 anni. 

 

lunedì 13 aprile 2026

DIE V MENSIS IULII MCMLXXXII

Erano le tre del pomeriggio di quel lunedì di inizio luglio destinato a segnare la vita di milioni di persone in Italia e in Brasile.

Loro ancora non lo sapevano, non osavano neppure sperarlo. Era sinceramente troppo. 

Per due ragazzini cresciuti a pane, marachelle e pallone non poteva esistere evento più atteso del mondiale di calcio; dalla fine delle lezioni i primi di giugno tutta l'attenzione era rivolta verso la Spagna, dove l'Italia di Bearzot, dopo aver annaspato nel girone eliminatorio di Vigo con tre miseri pareggi, nel secondo turno a Barcellona aveva battuto nientemeno che l'Argentina campione del mondo in carica dell'astro mondiale nascente Diego Armando Maradona.

Quel successo in tutta Italia era stato percepito come un vero e proprio miracolo, visto il deludente comportamento degli azzurri e le terrificanti bordate che tutta la stampa sparava a ripetizione verso la nazionale ed in particolare verso il commissario tecnico, tacciato di autolesionistica cocciutaggine per voler insistere sul centravanti Paolo Rossi.

Il "Nino de Oro", che Giffoni e Remfutti ricordavano per averli fatti sognare quattro anni prima, era diventato un impresentabile "Nino de Piombo", incapace di tenere un pallone e rendersi pericoloso; non sembrava neanche un lontano parente di quello apparso in Argentina, a Mar del Plata, quando avevano per la prima volta scoperto con consapevolezza l'importanza del mondiale di calcio, l'aria elettrizzante che si respirava durante quel mese e la capacità di quell'evento di mettere tutte le famiglie davanti alla tv e poi nelle piazze, quando giocava e vinceva la nazionale.

Un clima di passione e festa collettiva che non aveva pari.

L'avversario che attendeva i miracolati azzurri alle ore 17,15 al Sarrià di Barcellona era il Brasile di Zico, Falcao, Socretes, Cerezo, Junior ecc... ecc..., la squadra che fino a quel pomeriggio aveva vinto tutte le partite, strapazzato tutti gli avversari, 13 gol fatti e 3 subiti in 4 incontri e destinata per tutta la stampa mondiale a diventare inevitabilmente campione del mondo.

Non poteva esserci spazio per un secondo miracolo. Era assurdo solo sperarlo, prima che pensarlo.   

     Giffoni e Remfutti, sedicenni, cercavano di accelerare lo scorrere del tempo che quel pomeriggio pareva immobile, vagando senza meta nelle campagne circostanti alla cittadina con le loro due biciclette scassate quanto bastava per non cadere ancora a pezzi.

Ai loro genitori - rectius la mamma, perchè il papà era sempre al lavoro -  come al solito non avevano detto nulla dei loro programmi pomeridiani uscendo dalle rispettive abitazioni, se non un generico "torno a casa dopo la partita".

L'appuntamento era a casa di Romano alle 17:00, giusto in tempo per ascoltare in piedi gli inni nazionali prima di assistere in trincea, assieme a suo padre e al loro compare Leonardo, a quello che si prospettava come una sorta di "Massacro di Fort Apache" per la difesa azzurra, guidata dall'estremo difensore ultraquarantenne Dino Zoff che la stampa nazionale avrebbe voluto mandare all'ospizio già quattro anni prima per i gol incassati a Buenos Aires contro l'Olanda e lo stesso Brasile.

Giffoni aveva deciso di unirsi al gruppo per scaramanzia: aveva visto in bianco e nero  il primo tempo di Italia-Argentina, da solo, a casa sua e dopo l'intervallo, con le squadre sullo 0-0 si era autoinvitato e piombato a casa di Romano per condividere, a colori, insieme agli amici il pathos di quella partita, che pariva più una corrida che un incontro di calcio. Il 2-1 finale gli aveva procurato l'invito per il successivo e previsto ultimo match del mondiale contro i favoritissimi verdeoro.

I discorsi tra Giffoni e Remfutti, pedalando nervosamente tra i tratturi di campagna, nella calura di luglio, spostando lo sguardo ripetutamente sulle lancette dell'orologio che parevano immobili, non potevano che essere rivolti alla partita, a come gli azzurri avrebbero potuto battere il Brasile.

E naturalmente nessun ragionamento logico riusciva a rinfocolare un po' di speranza, anche perchè non sarebbe stato sufficiente non prendere gol - cosa già di per sè al limite del fantastico - ma bisognava solo vincere per passare il turno, il pari sarebbe stato inutile. 

"Ma perchè siamo nati in Italia invece che in Brasile??!!" Domandò retoricamente a bruciapelo Remfutti a Giffoni quando i due erano arrivati al capolinea delle loro elucubrazioni. "Saremmo così forti che vedremmo vincere i mondiali di calcio e potremmo far festa come al Carnevale di Rio chissà quante altre volte!" "Hai ragione - replicò sconsalato Giffoni - invece da italiani non riusciremo mai a vincere un mondiale. Che destino infelice."

Tutto questo può sembrare un'esagerazione letteraria, oggi che tutti sanno come andò a finire quell'Italia-Brasile con la tripletta di Rossi, la parata di Zoff sulla linea al 90' e poi il trionfo di Madrid e il rientro in Italia della squadra sull'aereo presidenziale con la coppa del mondo in bella mostra mentre Zoff, Causio, Bearzot e il presidente Pertini giocano a scopone.

Dopo si è pure scritto che quel Brasile in realtà non fosse così forte, avendo una pippa in difesa, un centravanti che non segnava neanche se la porta fosse stata larga e alta il doppio e che giocavano in maniera scriteriata senza nessuna applicazione difensiva adeguata.

Ma alle 17,15 di quel lunedì 5 luglio un ipotetico sondaggio tra la vittoria dell'Italia e l'apparizione della Madonna a Regina Coeli, si sarebbe tradotto in un plebiscito per la manifestazione mariana, accompagnata da cherubini che cantavano in coro assieme ai galeotti.

Il gol di Paolo Rossi dopo 5 minuti nel salotto di casa Romano, venne accolto più da sorpresa per l'impronosticabilità dell'autore che da speranze circa l'esito finale, anche perchè neanche 10 minuti dopo, al 12' Zico aveva prima scherzato Gentile, poi servito un assist al bacio al Dottor Socrates che entrò in area sulla destra e quasi dalla linea di fondo mandò letteralmente con "il culo per terra" Zoff, facendo passare il pallone in rete tra il palo e l'estremo difensore azzurro. 

Ma invece dell'atteso crollo con conseguente goleada dei danzanti verdeoro, a metà del primo tempo fu ancora Rossi ad approfittare di un eccesso di sicurezza della difesa carioca e a siglare il 2-1 con un tiro da fuori area sull'uscita di Waldir Peres.

Si guardarono ancora più increduli che festanti e alla fine del primo tempo, in giardino fumando di nascosto delle sigarette come padri in attesa fuori dalla sala parto, furono assaliti dal desiderio di diventare testimoni e protagonisti, a loro modo, di un irripetibile e sensazionale miracolo sportivo.

Non ne erano consapevoli, ma stavano scoprendo quanto il calcio fosse in grado di far vivere in prima persona emozioni e sensazioni fortissime, facendo immedesimare gli spettatori nei giocatori a tal punto da portarli in un'altra dimensione, trascinandoli a sentire gli stessi moti interiori dei veri protagonisti sul campo e di altri milioni di persone assieme a loro.

Se l'attesa della partita era lentissima, i minuti del secondo tempo parevano dilatarsi quasi a diventare ore mentre i brasiliani attaccavano furiosamente la porta di Zoff e loro incominciavano piano piano a credere nell'impossibile.

Una tortura, una sofferenza indicibile... rotta solo dal 2-2 del divino Falcao a 22 minuti dalla fine.

Un silenzio funebre, un gelo artico s'imparonì del salotto. Nessuno fiatava. Nessuno osava dire nulla. Avevano familiarizzato troppo con l'idea che sarebbero tutti entrati nella storia per dirsi adesso: "Ma si, sapevamo che non poteva andare diversamente."

Qualche piccola recriminazione sul buco difensivo causato dalla finta di Falcao aveva iniziato a fare  timidamente capolino, quando San Pablito Rossi, in una mischia nell'area carioca causata dal primo e unico calcio d'angolo battuto dagli azzurri in tutta la gara, trafisse per la terza volta Waldir Peres.

Tutti saltarono in aria, indiavolati, urlando come se avessero segnato loro il gol del nuovo vantaggio, per poi guardare il cronometro e scoprire che mancava solo un quarto d'ora prima di entrare nella Storia.

Per Giffoni sarebbe stato troppo anche un minuto e non volendo sottoporsi alla ripresa dell'indicibile sofferenza che li avrebbe attesi sicuramente in quel quarto d'ora dal peso di un secolo, da trascorrere interamente sotto il fuoco di un assalto verdeoro che adesso sarebbe stato, oltre che totale, anche disperato.

Tra lo stupore degli amici, uscì in fretta dal salotto dicendo che sarebbe ritornato, sincronizzando l'orologio, solamente a partita finita.

Vani furono i tentativi di farlo desistere da quell'inutile gesto scaramantico.

Così fu.

E Giffoni iniziò il suo giro in bicicletta in una cittadina deserta, avvolta dalla calura, con la voce di Martellini che ogni tanto faceva capolino dalle finestre aperte e i rumori delle urla che parevano un'unica voce collettiva uscire dalle abitazioni.

Ad ogni urlo, un potente tuffo al cuore e così Giffoni optò per allontanarsi dal centro, pedalando in quegli stessi campi in cui qualche ora prima aveva rimpianto di non essere nato a Manaus o a Rio de Janeiro.

Finalmente l'orologio segnò l'ora del presunto fischio finale del Sig. Klein e così Giffoni girò il manubrio e, pedalando come un ossesso, si diresse di nuovo verso il centro città, in un tremendo frullato mentale di paura, ansia e speranza nel cercare di vedere intorno a lui qualche segno che gli desse conto che il finale era stato lieto.

Non ci fu bisogno di attendere molto: quando in lontananza comparve la sagoma inconfondibile de "Ai birilli bevuti" un gran numero di persone festanti usciva dalla porta principale come il getto d'acqua di un tubo esploso per troppa pressione.

E poi nell'aria il suono sempre più alto, incessante di clacson delle auto che pareva suonassero all'unisono come una grande orchestra diretta da Maestro invisibile.

Avevamo battuto il Brasile!!!!

Abbracci e baci tra amici, tra sconosciuti, tutti assieme nelle strade fino a tarda notte a far festa con bandiere tricolori che comparivano in ogni dove e qualcuna addirittura con lo stemma sabaudo.

Giffoni, Remfutti, Leonardo, Romano e compagnia cantante in sella alle loro vespe e motorini girarono a più riprese ogni angola della città e delle frazioni, avvolti in tricolori come mantelli, suonando e urlando tutta la loro gioia, a tratti anche scomposta ma sempre autentica.

Un sabba indimenticabile.

Gli Azzurri di Bearzot erano entrati nella Storia e loro con loro.

Adesso non c'era che da aspettare sei giorni per diventare campioni del mondo.

Giffoni e Remfutti poterono gioire per il destino che li aveva voluti italiani e non brasiliani.     

… e Giffoni potè scoprire dal telegiornale che, in quei 15 minuti di blackout autoimposto, l’arbitro, su segnalazione del guardalinee coreano, aveva annullato il quarto gol, regolarissimo, di Antognoni e San Dino aveva suggellato il miracolo con la storica parata salva tutto al novantesimo. 




venerdì 10 aprile 2026

C'ERAVAMO TANTO ODIATI

Ci sono prove nella vita a cui ciascuno di noi avrebbe voluto sottrarsi ed invece ha finito per doverle affrontare a viso aperto, senza possibilità di rinuncia o perché l'evitamento avrebbe comportato prezzi così alti da pagare da risultare insostenibili. Sia che questi cimenti fossero stati scelti consapevolmente con fermezza, coraggio e fiducia nelle proprie capacità di riuscita o con  inconscienza o fede nella provvidenza, oppure ancora ci fossero piovute addosso obtorto collo
Prove che una volta superate, oltre ad accrescere la nostra autostima ai livelli del Nilo durante le piene, ci hanno fatto sentire più leggeri di una piuma, felici come non mai di vivere in un pianeta che improvvisamente ci pareva il paradiso terrestre di biblica vulgata e non già il luogo dove ogni secondo da qualche parte viene commesso un crimine efferato contro un proprio simile. 
Per Giffoni quella prova, ancor'oggi che si appresta ad entrare di diritto nel segmento che gli statistici demografici definiscono "della terza età", resta l'esame di matematica generale alla facoltà di Scienze economiche. 
Pur di evitare quel cimento, Giffoni sarebbe stato disposto a raddoppiare pure la durata di un altro dei tormenti più temuti dai giovanotti in quel periodo storico: il servizio militare di leva. 
Pensando a tutte le prove in cui un individuo può imbattersi nella vita e che possono compromettere la sua stessa esistenza, si potrebbe già concludere senza fallo che Giffoni sia stato un uomo fortunato.
Ma dove nasceva tutta questa difficoltà così sofferta e percepita, a tal punto da turbare ancor oggi il sonno del giovane vegliardo che nel frattempo è diventato Giffoni?
Se i più ammettono che uno degli incubi più feroci è quello in cui si trovano a dover affrontare di nuovo l'esame di maturità, per Giffoni il terrore onirico si manifesta invece invariabilmente con la consapevolezza improvvisa ed inconscia di dover sostenere l'esame di matematica generale; il dissolversi del potere dell'inconscio alle prime luci dell'alba, gli restituisce sempre una frazione di quel sentimento di estrema gioia provata la sera in cui il professore gli firmò il libretto, certificando che anche la matematica era entrata a far parte del suo cursus honorum
Da dove nascevano, dunque, queste difficoltà viscerali?
Giffoni sin dalle superiori aveva odiato profondamente la matematica, e tuttora la detesta.
Quell'odio non era solo dipeso dal professore del Liceo che non si curava delle turbe emotive, dei vissuti personali, delle motivazioni, delle famiglie di origine: se si riusciva a risolvere le equazioni in pagella c'era la sufficienza, altrimenti no. E non c'erano santi in paradiso in grado di fargli cambiare idea. Interpretava, ai suoi occhi, la materia che insegnava alla perfezione: 1+1 faceva e fa ancora 2 in estate come in inverno, non c'è spazio per variazioni sul tema. E non importava se a quel risultato ci arrivavi dopo un'ora di ragionamento, di preghiere oppure in un secondo mangiando un panino, se lo scandivi con prosa perfetta e sorriso suadente (meglio sarebbe dire da paraculo) oppure con voce tremante e con lo sguardo rivolto al pavimento. Alla fine si doveva pervenire alla soluzione indicata a pag. x del libro degli esercizi, a quella e solo a quella. Niente spazio alla fantasia per giungere a qualcosa che nessuno ancora aveva scoperto. Per Giffoni, amante della storia e della letteratura, dove invece si poteva obiettare praticamente su tutto e l'ora di lezione era il regno delle sfumature del grigio, in cui ogni argomento non era mai solo bianco o solo nero, e dove non solo contavano i contenuti ma anche il "come" quei contenuti venivano esposti, la matematica non solo gli risultava odiosa, ma addirittura intollerabile. La matematica per Giffoni era gelida nella sua astrattezza, impietosa nelle sue certezze e spietata nel suo focalizzarsi sul risultato senza ammettere requie e la considerava quindi qualcosa di “non umano”, idea che trovava modo di rinforzarsi, sempre ai suoi occhi, osservando il comportamento di tutti i compagni che eccellevano nella materia: per lo più taciturni, poco inclini alla risata stupida, scarsamente empatici, sempre pronti a dare giudizi di merito sul comportamento altrui, poco inclini ai compromessi e mai indulgenti, sempre molto interessati a capire come funzionavano le cose invece delle persone. E "l'odio" cresceva nel vederli risolvere in fretta e con naturalezza problemi che invece impegnavano la sua mente fino allo sfinimento, per arrivare poi a soluzioni del tipo “f(x) tende a infinito quando x > (2-a) e invece tende a 0 quando x tende a 0 e perde di significato per tutti gli altri valori di x appartenente all’insieme dei numeri reali.” – “E ‘sti cazzi! Chi se ne frega! Vuoi mettere il piacere della scoperta del mondo che c’era dietro le rime di Dante, i versi Foscolo, i testi di Goldoni o di Molière? Per non dire dei contenuti, che a loro volta erano in grado di aprire universi sulla imprevedibilità del comportamento umano e sulla finitezza di ogni pensiero, altro che “f(x) che tende a infinito.”
In realtà chi era privo di fantasia era Giffoni e non “loro”. Sono loro che hanno cambiato il mondo, che dietro quegli X > (2-a) hanno saputo trovare il modo con cui “obbligarci” a doverci confrontare ogni giorno con la loro logica binaria maneggiando gli strumenti con cui, le loro invenzioni, hanno riempito il nostro quotidiano.
E chi se frega poi se questo ha fatto alzare alle stelle lo stress da lavoro correlato e le malattie connesse, se le loro invenzioni stanno sostituendo gli uomini dai posti di lavoro, se la logica del risultato ad ogni costo è penetrata in maniera cancerogena in ogni ambito delle relazioni umane, se i gingilli figli delle loro f(x) hanno “aumentato” le nostre facoltà dematerializzando e destrutturando i rapporti tra le persone di ogni età, sesso e censo, distribuendo indiscriminatamente a tutti poteri extrasensoriali che non avevano neanche gli dei dell’Olimpo e che stanno trasformando gli adolescenti in analfabeti emotivi.
Ma questa è un'altra questione, troppo figlia della "filosofia" di Giffoni, e che volentieri lasciamo ad altri l'approfondimento.
Il sospetto, da terzi osservatori imparziali, è che dietro tutto quell'odio ci fosse anche qualcosa di meno romantico e filosofico: Giffoni aveva scoperto che per apprendere la matematica e superare le sue prove non bastava quel talento naturale che invece gli consentiva, con il minimo sforzo, di impadronirsi dei fondamenti delle altre materie di studio e andare oltre gli ostacoli senza troppa fatica e con risultati apprezzabili.
Ci voleva la capacità di spaccarsi la testa, di tenere costante la concentrazione e l'attitudine alla disciplina, per qualcosa di utile e importante, a prescindere dal proprio interesse o dall'inclinazione  personale.
Bisognava essere mediani dediti a correre 90 minuti per coprire tutte le zone del campo, recuperare palloni e, senza improvvisazioni e pause, servire con fiducia il compagno e non fantasisti alla ricerca del numero ad effetto per i tifosi o centravanti opportunisti pronti ad intuire prima degl'altri dove sarebbe andato il pallone per calciarlo in rete, da due passi, nella porta vuota.
Era fondamentale diventare soldati che devono solo eseguire ordini, senza chiedersi il perchè: eseguirli con impegno ricercando solo il risultato finale, senza chiedersi se sarebbe stato utile e giusto per il reparto o per il mondo intero.
Ma questo, Giffoni ebbe modo di capirlo, forse,  solo molto tempo dopo, guardando a ritroso come aveva agito negli snodi cruciali della vita e in ciò che aveva determinato i suoi successi e i suoi fallimenti.
Quell'esame e quella materia - per lui - erano tremendi perchè lo costringevano ad affrontare i suoi limiti, lo portavano a doversi cimentare sul terreno a lui meno congeniale.
In poche parole, ad andare oltre se stesso.
Esaurita questa lunga premessa, forse ora il lettore potrà trarre un po' di divertimento o qualche sorriso nel conoscere come si sviluppò per Giffoni quella prova - per lui - più sofferta e complessa dello sbarco in Normandia per la fanteria americana intrappolata sulla spiaggia di Omaha.
L'esame di matematica generale nelle facoltà di Scienze economiche era prevista al primo anno ed era propedeutico ad altri due esami: matematica finanziaria e microeconomia.
Giffoni, incerto dopo la maturità nella scelta di quella facoltà universitaria per la presenza di due esami di matematica, alla fine si era fatto convincere dalla possibilità di inserire nel piano di studi un numero di esami di diritto tale da essere quasi un percorso di studi in giurisprudenza. 
E così fu, visto che all'ultimo anno regolare di corso, doveva sostenere "solo 3 esami".
Indovinate quali.
Matematica generale, Matematica finanziaria e Microeconomia.
Praticamente come per un velocista arrivare in maglia rosa alle ultime tre tappe dovendo scalare nell'ordine, per vincere il Giro d'Italia, lo Stelvio, lo Zoncolan e il Pordoi. 
Aveva passato tutti gli esami con eccellenti votazioni, ma ogni anno, dopo essersi imposto che quello doveva essere "l'anno di matematica", rinviava a quello successivo "il match clou", dopo neanche un mese di studio.
Fino a che era arrivata l'ora di non poterlo rinviare più.
Nella primavera del 1990 era giunto il momento della "madre di tutte le battaglie".
Non si poteva paragonare l'evento alla sfida di san Giorgio al Drago, solo perchè Giffoni era tutto, fuorchè San Giorgio.
Erano ammessi solo due tentativi: il primo a luglio e, in caso d'insuccesso, solo un'altra possibilità ad ottobre: il fallimento avrebbe comportato l'impossibilità di essere ammesso al rinvio del servizio militare, con la chiamata alle armi nel 1991 senza aver finito gli studi e tre esami ancora da sostenere, oltre alla tesi.
Insomma, Giffoni più che San Giorgio davanti al Drago, era un parà della Folgore che doveva sfondare l'assedio britannico nella sacca di El Alamein.
Il primo tentativo, in una caldissima mattina di fine luglio, iniziò con la canonica prova scritta in un'aula magna assieme ad un altro centinaio di candidati, per lo più matricole del primo anno.
L'esito della prova venne pubblicato sui tabelloni della facoltà qualche giorno dopo: un Giffoni senza troppe speranze dopo il martirio delle quattro ore in cui aveva tentato di destreggiarsi tra limiti, derivate ed integrali, vide subito in corrispondenza del suo nome, la votazione: 13/30.
Un piede nella fossa, ma ancora in vita: era il risultato minimo per poter accedere alla prova orale per tentare di risalire la china oltre il fatidico 18 e faceva parte di quel 20% di "fortunati" che accanto al nome aveva evitato la funebre dicitura: non ammesso.
C'era ben poco da stare allegri: raggiungere la sufficienza partendo da 13/30 voleva dire fare un'orale all'altezza di Pitagora, o più "realisticamente" come per l'Udinese espugnare il Santiago Bernabeu con una goleada, dopo aver subito dalle merengues uno 0-3 casalingo nella gara di andata.
E con questo spirito Giffoni, ancora imbattuto nell'arena degli studi superiori e universitari, si presentò davanti al professore ordinario di Matematica generale, alle ore 9,30 di una caldissima mattinata di agosto. Non prima di essere salito con il proprio vespino, alle prime luci dell'alba dopo una notte insonne causata anche alle troppe pillole di Ginseng assunte durante ore di studio forsennato, al santuario di Castelmonte per cercare di "dopare" la prestazione "monstre" di cui aveva estremo bisogno.
E' realistico pensare che la Madonna Nera avesse pratiche ben più importanti da sbrigare, con Saddam Hussein che aveva appena invaso il Kuwait.
Giffoni si sedette davanti all'accademico, ostentando una falsissima sicurezza mentre attendeva la prima domanda che, come di prassi sarebbe stata la richiesta di calcolare il limite di una funzione più o meno complessa. 
Sul punto il professore non transigeva: se non sapevi calcolare i limiti delle funzioni implicava non aver capito nulla dell'analisi matematica e quindi essere "sbattuti fuori" era automatico come l'alzarsi della paletta dell'agente di una pattuglia della Polstrada, nascosta nella campagna romana dietro una curva, al passaggio di una decapottabile con a bordo solo due modelle svedesi. 
E così fu.
Il luminare scrisse il limite della funzione sul foglio e glielo porse a Giffoni per il calcolo.
Giffoni, tradito dalla smania di incardinare immediatamente la partita nel verso giusto stante il passivo da recuperare, cercò subito il contropiede vincente, esordendo: "Prima di calcolare il limite di una funzione, dobbiamo chiederci se il limite esiste o meno e dimostrarlo."
Il professore, effettivamente colto di sorpresa, alzò subito gli occhi dal registro che stava compilando e con aria incuriosita fissò Giffoni intento nel dimostrare, in modo sempre più confusionario e poco convincente, l'esistenza del limite proposto.
Il matematico, constatata in un amen l'imperizia, punì quel tentativo di contropiede al primo minuto, strappando senza troppa cortesia il "pallone" dai piedi del velleitario "centravanti" Giffoni che cercava maldestramente la via della rete. 
"Lasci perdere. Il limite esiste, glielo dico io. Proceda con il calcolo." 
Seguirono quaranta minuti di passione, un autentico calvario, con Giffoni che sembrava l'Italia di Valcareggi nella finale dell'Azteca di Mexico City, già sotto di un gol e costretta nella propria area a difendere il passivo contro il Brasile di Pelè. 
Ma come gli azzurri nella finale del mondiale messicano, che con un assurdo ed improbabile contropiede sul finire del primo tempo, riuscirono grazie a  Boninsegna a cogliere il pareggio, Giffoni, sudatissimo, riuscì a risolvere il problema scrivendo il risultato corretto su di un foglio che pareva più il quadro di un pittore futurista ubriaco che lo sviluppo di un calcolo matematico, tante erano le cancellazioni lasciate dallo studente con tratti di penna nervosi.
"Lei si è salvato in extremis, è riuscito a stare a galla con grande fatica. Vediamo se è capace di nuotare ancora."
Chiosò il professore fissando Giffoni, come un ispettore di Polizia che ancora non è riuscito a far ammettere le proprie colpe ad un inquisito avente a carico un elenco di indizi a sfavore lungo come il Missisipi.
Giffoni intuì subito che adesso il professore lo reggeva per le palle; era alla completa mercè: se avesse provato pietà avrebbe lasciato la presa con una domanda a prova di stupido, oppure avrebbe stretto la morsa e provocato, oltre all'urlo di dolore, una resa badogliana senza condizioni.
Giffoni in cuor suo sapeva già come sarebbe andata a finire, senza bisogno di trarre gli auspici dalle interiora di un animale sacrificato agli dei come facevano i sacerdoti dell'antica Roma.
Il professore era un matematico, non padre Pio.
"Mi scriva l'approssimante a questa funzione di più variabili." ... e scrisse una funzione che pareva uscita dai file ancora secretati sullo sviluppo della bomba atomica da parte dell'equipe di Oppenheimer nel deserto del New Mexico.
Giffoni, con il dolore per la morsa che si stingeva su di lui come due presse idruliche in uso ai cantieri navali Lenin di Danzica, non volle darsi per vinto e... finì impallinato in men che non si dica da Gerson, Jairzhino e Carlos Alberto per il 4-1 finale del Brasile.
"Il suo scritto era già gravemente insufficiente e qui oggi lei ha dimostrato di avere ancora le idee  piuttosto confuse. Studi di più, torni qui ad ottobre e vedrà che non ci saranno problemi."
Il luminare tolse il foglio dalle mani di Giffoni e gli restituì il libretto.
Come andò a finire?
Giffoni, dopo la bruciante e dolorosa sconfitta che non faceva altro che rinforzare il suo astio (odio) verso la regina dei numeri, si buttò a capofitto di nuovo sul libro degli esercizi e, vincendo un altro dei suoi limiti (voler fare tutto da solo senza farsi aiutare) si rivolse ad un professore del Liceo scientifico per irrobustire la sua preparazione, giusto con un paio di lezioni private, in vista della vera rivincita: quella da dentro o fuori di ottobre.
Il professore aveva visto giusto, Giffoni si presentò il 5 ottobre seguente all'orale, forte di un bel 22/30 allo scritto (seconda miglior prestazione della sessione) e nonostante tutti i tentativi di fallire nella successiva interrogazione orale spinto dalla voglia di strafare, si portò a casa un 23/30 che, se da un lato gli rovinava la media, dall’altro gli spalancava finalmente le porte della Laurea. 
Ma la felicità che provò quella sera del 5 ottobre 1990, uscito dallo studio del Professore di Matematica mentre in Germania festeggiavano nelle piazze la riunificazione, fu una gioia unica nel suo genere in tutta la sua vita.
Quella di chi era riuscito a sconfiggere il Mostro più temuto.
Che non era la matematica, ma i propri "limiti".



  
 
  
 
 

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