lunedì 19 gennaio 2026

ARRIGO ED ENZO

La sala prove era gelida, immersa in un odore di polvere e legno vecchio. Arrigo stava provando un monologo da dieci minuti: la schiena era dritta come un fuso, la dizione priva di qualsiasi inflessione regionale, un prodotto perfetto della migliore accademia nazionale. Ogni sillaba era un proiettile calibrato, la voce risuonava profonda, una lama d'acciaio che tagliava l'aria

«Stop,» disse Enzo dall'oscurità della platea.

Arrigo si interruppe, il respiro nemmeno alterato. «Cosa c’è? Il tempo era giusto, l’appoggio diaframmatico anche, non ho sporcato nemmeno una finale.» 

Enzo salì sul palco con un passo pesante, trascinando una gamba stanca e l'odore di tabacco di una vita passata tra quinte e furgoni. Le sue mani, nodose e segnate dal tempo, sembravano un insulto alla pulizia quasi asettica del giovane attore.

«Esecuzione magistrale, ragazzo. Davvero. Ma non ho sentito nulla. Eri un bellissimo orologio di lusso che ticchettava nel vuoto di una stanza chiusa. Splendente, costoso, e completamente inutile.»

Arrigo serrò la mascella, le nocche bianche attorno al copione intonso. «Io ho studiato tre anni, dieci ore al giorno, per questo "orologio". La tecnica è l’unica cosa che ci separa dalla feccia, da quei dilettanti che vengono qui a sputare i loro piccoli traumi personali spacciandoli per arte. Quelli che sbraitano senza controllo perché non hanno il rigore di imparare una metrica. Il teatro non è una seduta spiritica per dilettanti allo sbaraglio; è una cattedrale di precisione.»

«Hai ragione,» rispose Enzo, fermandosi a un soffio dal viso giovane di Arrigo. «E guai a chi la sottovaluta. Senza dizione, senza portamento, senza il controllo dei tuoi strumenti, la tua anima resterebbe prigioniera nella sua libertà. Il talento senza regole è solo rumore, un’esplosione che non illumina niente. Ma vedi, io questa "cattedrale" l'ho costruita mattone su mattone, dormendo sui palchi e recitando per gente che aveva fame.  La tecnica è il binario, e tu veneri il binario perché hai paura di far partire il treno, Arrigo.»

«E allora qual è il problema?» sibilò Arrigo. «Il treno è il testo!» continuò l'attore con il disprezzo di chi crede che la verità stia solo nei libri. «L'improvvisazione è la scusa dei mediocri per non studiare. Se ognuno facesse quello che sente, distruggeremmo l'opera.»

«Il problema è che sei rimasto sul binario e non hai mai fatto partire il treno. Ti chiudi nella tua bravura perché hai paura di quello che il teatro è davvero: un ambiente protetto dove far emergere i lati più nascosti del tuo "io". Usi la tecnica come uno scudo per non farti vedere davvero.»

Arrigo scosse la testa. «Io sono un interprete. Devo eseguire ciò che è scritto.» 

«Vuoi sapere perché i teatri sono diventati cimiteri di poltrone rosse dove la gente viene a dormire?» lo incalzò Enzo, la voce che graffiava come carta vetrata. «Perché la gente è stanca di guardare manichini impeccabili come te, che non sudano, non soffrono e non sbagliano mai. La sola tecnica non scalderà mai il cuore di nessuno. È nell'infrazione, nell'imprevisto che squarcia la regola, che l'Arte smette di essere un compito eseguito e diventa vita. Se non rischi di inciampare, se non lasci che il dolore ti sporchi la dizione, rimani un impiegato della parola. Bravo, sì, ma morto.»

Enzo gli strappò il copione di mano, le dita rugose contro la carta bianca.

«Ho visto attori dimenticare metà delle battute e far piangere intere platee solo con un sospiro fuori tempo. Preferisco un uomo che rompe un verso perché il cuore gli scoppia, piuttosto che un primo della classe che non sa chi è mentre parla. La pulizia lasciamola alle imprese di pulizie. Noi facciamo Teatro. E il Teatro deve bruciare, non essere spolverato.»

Arrigo rimase immobile, il volto contratto in una smorfia di resistenza. Sentiva il peso dei suoi diplomi svanire davanti a quegli occhi stanchi e saggi. Guardò il copione, poi fissò il vecchio regista con uno sguardo gelido di sfida burocratica.

«E va bene,» sibilò Arrigo, raddrizzando la giacca impeccabile. «Proverò a sbagliare, a essere... disordinato. Ma lo farò solo perché me lo hai detto tu che sei il regista. E tu te ne assumerai la responsabilità davanti al pubblico. Se questa sera l'arte verrà profanata dal caos, il nome sul patibolo sarà il tuo.»

Enzo sostenne lo sguardo, un mezzo sorriso che gli scavava una nuova ruga sul volto. «Ottimo. Pagina dodici. Distruggi tutto, Arrigo. Io sono pronto a pagarne il prezzo, noi facciamo Teatro.»



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