giovedì 31 dicembre 2020

31/12/1983, UDINESE - NAPOLI 4-1








 Per l'ultimo post di questo anno senza botti la memoria mi riporta alla fine del 1983, quando l'ultimo giorno dell'anno coincideva con la penultima giornata del girone di andata del campionato 1983/84, ricordato meglio dai tifosi friulani come "il primo anno di Zico". Quel pomeriggio scese al Friuli un Napoli assetato di punti e che arrancava nei bassifondi della classifica ma in quell'occasione i partenopei, maestri sommi nei botti di San Silvestro, fecero solo da spettatori ai fuochi d'artificio che esplosero fragorosamente i bianconeri guidati da Zico e Causio. Difficile da immaginare per i più giovani: il Napoli a lottare per evitare la serie B e l'Udinese a competere per le zone alte della classifica avendo in squadra un fuoriclasse dalla notorietà planetaria come il brasiliano di Rio.

Il match fini 4-1 con le due reti che aprirono e chiusero la contesa di una bellezza assoluta e figlie di gesti tecnici perfetti: il primo, quello che sblocco il risultato al 29' del primo tempo, fu un "sinistro" di prima intenzione da fuori area di Capitan Causio, il quale scagliò la palla all'incrocio dei pali con una traiettoria "tagliata" e "ad uscire" riprendendo una respinta della difesa napoletana e fu imprendibile anche al volo plastico del Giaguaro Castellini.

Il secondo invece fu quello che chiuse definitivamente i giochi sul 4-1 a dodici minuti dal triplice fischio e fu, se possibile, ancora più bello perché generato da due giocate strepitose. La prima, di Sua Maestà Arturo che ricevuta la palla nel cerchio di centrocampo alzò la testa e lanciò subito quasi senza guardare un pallone millimetrico nel lato destro all'ingresso dell'area partenopea verso Paolo Miano.  Il centrocampista di San Pietro al Natisone, avendo intuito in anticipo le intenzioni del Galihno, stava arrivando di gran carriera dalla retrovie lungo l'out di destra e dopo il primo rimbalzo della sfera sul terreno, la colpì in perfetta coordinazione spedendola a incrociare nel sette opposto della porta napoletana.

Game over con i 40.000 del Friuli pronti per andare a far festa per salutare l'anno nuovo che si sperava in ancora crescita dopo un 1983 sportivamente strepitoso per i colori bianconeri. Non fu così, ma questa è altra storia.


Stadio Friuli, sabato 31 dicembre 1983


UDINESE - NAPOLI 4-1

29' Causio, 30' Zico (rig.), 57' Bruscolotti, 71' Virdis, 78' Miano

UDINESE: Brini, Galparoli, Cattaneo, Gerolin, Edinho, Miano, Causio (K), Marchetti (63' De Agostini), Mauro (82' Dominissini), Zico, Virdis.

Allenatore Enzo Ferrari

NAPOLI: Castellini (K), Bruscolotti, Frappampina (55' C. Pellegrini), Celestini, Krol, Ferrario, Caffarelli, Casale, De Rosa, Dirceu, Dal Fiume.

Allenatore Pietro Santin

Arbitro Pierluigi Pairetto




domenica 27 dicembre 2020

70 VOLTE AUGURI BOBBY-GOL



















Quando da ragazzino scopri il mondo del pallone e t'innamori di quel gioco, c'è sempre un campione ispiratore, un modello che vuoi emulare, un personaggio nel quale in qualche modo desideri riconoscerti e identificarti. Il tuo idolo. Dopo un po' incominci a metterci e del tuo e ad affrancarti da questo mentore simbolico, ma all'inizio non vedi che lui. Il mio primo amore fu Roberto Bettega e il giorno in cui scoccò la scintilla fu il pomeriggio del 15 ottobre 1977, quando al Comunale di Torino scesero in campo Italia e Finlandia per la terz'ultima partita del girone 2 di qualificazione europeo ai mondiali d'Argentina previsti nel giugno del 1978. In lizza per un unico posto ci sono teoricamente l'Italia, l'Inghilterra, la Finlandia ed il Lussemburgo: in pratica è chiaro che è una faccenda a due, tra gli azzurri e i bianchi di Sua Maestà britannica e, a parità di scontri diretti, la differenza la faranno le reti che le due contendenti saranno in grado di segnare alle cenerentole del girone. Un avversario da far tremare i polsi perchè fino al 1976 li avevamo battuti solamente 2 volte e per di più i sudditi della Regina Elisabetta avevano il dente avvelenato per non essere riusciti a qualificarsi per i mondiali tedeschi del 1974. L'Italia si appresta ad incontrare i finnici con la grande occasione di ipotecare la vittoria nel girone in caso di goleada, perchè gli inglesi sono dietro quanto a reti segnate e ancora devono disputare solo l'incontro contro di noi a Wembley nel mese di novembre e anche una loro vittoria potrebbe non bastare per superarci nella differenza reti, considerato il probabile arrivo a pari punti. Se gli azzurri seppero cogliere quell'occasione infliggendo un tennistico 6-1 ai malcapitati nordici e quindi prenotare il volo per Buenos Aires, una buona parte del merito va riconosciuto a Roberto Bettega che in quella gara segnò 4 delle 6 marcature con l'aggiunta di palo a portiere battuto.  Tre delle reti furono segnate con colpi di testa su assist di Causio (2) e Gentile, di cui la prima con uno spettacolare volo d'angelo da centro aerea e pallone indirizzato nel sette; la quarta invece con uno slalom a centro area tra due difensori finnici, superati con tocchi e finte di classe sopraffina e tiro d'esterno destro rasoterra ad anticipare ed eludere l'uscita del portiere. In quell'incontro si potè ammirare tutto il repertorio del campione torinese, nel pieno della sua maturità fisico-atletica: elenganza nei movimenti, doti acrobatiche fuori dal comune e soprattutto carisma e intelligenza tattica praticamente insuperabile. 
Si noti che in quel soleggiato pomeriggio autunnale in quella formazione azzurra scesero in campo ben 5 giocatori che divennero campioni del mondo 5 anni più tardi in Spagna. 
Roberto Bettega, nato a Torino il 27 dicembre 1950, cresciuto nelle giovanili della Juventus, dopo un anno a farsi le ossa in serie B quel di Varese agli ordini del Barone Liedholm (33 presenze e 13 reti) rientrò a Torino dove disputò 13 campionati consecutivi dal 1970 al 1983 con i colori bianconeri, mettendo insieme 329 presenze e 129 reti in serie A (che diventano 490 e 179sommando le coppe nazionali e internazionali) vincendo 7 scudetti, 2 coppe Italia e 1 coppa UEFA. 
Concluse la sua carriera da professionista dopo 2 stagioni da "emigrante" in Canada, dove con i Toronto Blizzards segnò 11 reti in 48 incontri dal 1983 al 1984.
In nazionale fu uno dei fedelissimi dell'era Bearzot e colonna portante durante il mondiale argentino, vestendo dal 1975 al 1983 per 42 volte la maglia azzurra segnado complessivamnete 19 reti.
Il palmares avrebbe potuto essere ancora più prestigioso se la tubercolosi non avesse posticipato la sua esplosione nei primi anni juventini e soprattutto se non fosse incorso in un gravissimo infortunio nel novembre del 1981, quando si "fracassò" il ginocchio contro il portiere belga Munaron durante uno sfortunato Juventus-Anderlecht di coppa dei campioni, circostanza che gli causò un lungo stop che non gli permise di partecipare al vittorioso mundial di Spagna nel giugno del 1982.
A riprova dell'importanza nei meccanismi azzurri e della stima che aveva verso di lui il CT Enzo Bearzot, questi lo aspettò fino all'ultimo minuto possibile per la presentazione della lista dei 22 per la FIFA, proponendogli la partecipazione come "capitano non giocatore" una volta appresa a malincuore l'impossibilità di far parte della comitiva.
Bobby-gol, pur lusingato dall'offerta la rifiutò, avendo deciso di continuare la rieduzazione dell'arto volta al completo recupero per l'inizio della stagione 1982/83 dove "Penna Bianca" voleva a tutti i costi vincere la coppa dei campioni con lo squadrone stellare allestito da Boniperti per portare per la prima volta a Torino la Coppa "dalle Grandi Orecchie".
Missione che purtroppo, per il fuoriclasse bianconero, falì proprio in vista del traguardo, nella tragica notte di Atene segnata dal gol di Magath e dove, qualche minuto prima della segnatura fatale, era stato proprio Bobby-gol con uno dei suoi spettacolari colpi di testa in tuffo ad andare vicino alla rete che avrebbe cambiato la storia.

Torino, Stadio Comunale
sabato 15 ottobre 1977, ore 15,00 

ITALIA - FINLANDIA 6-1
Bettega 29' 38', Graziani 45', Bettega 59' 62', Haaskivi 67', Zaccarelli 71'

ITALIA: Zoff, Tardelli, Gentile, Benetti, Mozzini, Facchetti (cap.), Causio, Zaccarelli, Graziani, Antognoni, Bettega. CT: Enzo Bearzot

FINLANDIA: Enckelmann, Suomalainen (Vaittinen 7'), Vihtilae, Jantunen, Ranta, Makinen, Haaskivi, Toivola, Sunonen, Heiskanen (Heikkinen 61') Paatelainen. CT: Rytkonen

Arbitro: Dudin (Bulgaria)
Speettatori: 70.000 circa.


giovedì 24 dicembre 2020

LA PRODEZZA DI FABIO BRINI CHE FECE SEGNARE ZICO

Udinese - Roma 1-0 del 6 novembre 1983 è passata alla storia per il gran gol di Zico a quattro minuti dalla fine, quando il brasiliano raccolse un lancio da 40 metri del Barone Causio e, bruciando sullo scatto il compianto capitano giallorosso Di Bartolomei, fulminò Tancredi con un potente destro in corsa a mezz'altezza sul primo palo. Forse il momento "più alto" della permanenza in bianconero di Re Zico, che guidò al successo e rilanciò le ambizioni dell'Udinese, fermando una Roma che arrivava al "Friuli" fresca di scudetto e capolista nell'ottava giornata di andata, davanti a 46.947 spettatori tra paganti e abbonati e quindi probabilmente 50.000 inserendo anche i "portoghesi". Un boato simile ad un'esplosione dinamitarda accolse quella marcatura, che sigillò in assoluto uno delle più belle mezz'ore di gioco che l'Udinese seppe mai esprimere sotto l'arco dello stadio dei Rizzi. Dal primo al 30' minuto della ripresa i friulani misero letteralmente alle corde i giallorossi giunti a Udine in testa e già con tre punti di vantaggio sulla Juventus. Pressing continuo già a partire dalla tre quarti giallorossa, manovre avvolgenti, palloni che spiovevano frequentemente in area per la testa del neo-entrato Virdis, con il Galinho sempre in agguato e guardato a vista da almeno due avversari e capitan Causio imprendibile sulla fascia destra, capace di creare incessantemente superiorità numerica. Molto meno ricordata e assai poco celebrata è invece una prodezza tecnica altrettanto importante e decisiva rispetto al gol vittoria di Zico e determinante per il verificarsi poi di quest'ultimo. Con questo scritto voglio fare uscire quel gesto dall'oblio e rendere al suo protagonista il merito e l'onore che gli spetta per una prodezza compiuta meno di un minuto prima del destro al fulmicotone di Re Arturo, nel momento in cui la formidabile spinta bianconera di quella memorabile mezz'ora si era esaurita e la Roma, prima timidamente e poi con convinzione, aveva preso in mano le redini del match. Si sa, è dura la vita dei portieri e, a questo proposito apro una parentesi. Si dice che nel calcio il ruolo del portiere sia fatto per i matti oppure per i più scarsi, quelli che proprio non possono essere utilizzati in altri ruoli. Difficile poter smentire questo adagio. Chi, sano di mente, potrebbe scegliere coscientemente di fare il portiere? Al minimo errore che commetti nel 90% dei casi la tua squadra prende un gol, magari perde la partita e finisci alla gogna, mentre ogni parata che esegui, magari anche la più difficile, altro non fai che fare il tuo dovere. A parità di talento, il tuo ingaggio sarà sempre inferiore a quello di una punta che, magari sbaglia tutto per 90 minuti, ma poi nel recupero, segna il gol della vittoria e diventa un eroe. Pari un rigore? É chi ha tirato che ha sbagliato. Un tiro entra nel sette? Forse se ti posizionavi meglio e partivi in anticipo la potevi prendere. Sei la riserva del titolare? Probabile che tu non veda il campo per tutto il campionato e se finisci in panchina, magari solo perché fuori forma per un periodo, è altrettanto probabile che il campo tu non lo veda più e a fine stagione ti conviene cambiare aria. Se trovi chi ti prende, però. Pensiamo poi alle partite nei campetti di periferia, quelli cantati da Francesco De Gregori ne "La leva calcistica della classe '68" per intenderci. I più forti facevano le squadre e non erano mai portieri. Anzi, non c'è mai nessuno che voglia andarci in porta tra i ragazzini: ci finiscono solo quelli più scarsi o quelli per i quali accettare quel ruolo rappresenta l'unico modo per poter partecipare alla vita del gruppo. Eppure senza portiere, non c'è gioco, non c'è partita. No Goalkeeper, no party. Credo che nessun ruolo al mondo sia così difficile, indispensabile e così mal ricompensato, se non quello del portiere. Non fare mai il portiere, se non sopporti l'ingratitudine. E la solitudine.
Chiusa la parentesi, torniamo all'85' di quell'Udinese Roma. Il Divino Falcao come suo costume avanza centralmente sulla tre quarti bianconera palla al piede, testa alta, supera con eleganza regale un bianconero che cerca fi fermarlo e allarga poco fuori area, sulla sinistra, l'accorrente Maldera, il quale, stoppa, alza la testa per osservare il piazzamento dei compagni e "scodella" una precisa parabola per la testa del Bomber Roberto Pruzzo. L'azione si svolge davanti alla curva sud dello stadio, dove mi trovavo da abbonato, mescolato nella marea dei tifosi giallorossi che avevano invaso il Friuli in soprannumero occupando posti un po' dappertutto, anche quelli degli abbonati. Potete immaginare l'apprensione mentre seguivo la palla arrivare sulla "cabeza" del Bomber di Crocefieschi, uno degli specialisti nel condannare i numeri uno a raccogliere la palla in fondo al sacco dopo le sue capocciate.
Il bomber lascia sul posto il suo marcatore, colpisce di prepotenza e indirizza la sfera nell'angolo alto della porta difesa da Fabio Brini. Panico. Ginocchia in procinto di cedere, la delusione che monta come una valanga pronta a travolgere tutta la valle, battito cardiaco che s'impenna. Stop. La rete non si muove e una lunga sagoma grigia con il numero uno sulle spalle si è allungata all'improvviso e ha fatto sparire il pallone dalla vista. Quell'ombra lunga e grigia era Fabio Brini che, con un balzo felino, in stile altrettanto elegante rispetto a quello diverso del Divino Falcao, afferrò in volo a due a mani la palla ricadendo sul prato del Friuli in presa, sicura bel lontano dalla riga di porta, ricacciando in gola l'urlo di gioia a tutti i giallorossi sul campo, in panchina e sugli spalti. La beffa era stata evitata e il battito del cuore poté ritornare rapido alla velocità normale; ma la calma non durerà neanche un minuto e non ci sarà neanche il tempo di festeggiare lo scampato pericolo perché una gioia ancora più grande era in procinto di scatenarsi. Il buon Fabio, con i giallorossi ancora increduli, si alzò subito in piedi e guardandosi rapidamente in giro lanciò con le mani la palla poco fuori dall'area ad Edinho, che l'allungò qualche metro più avanti a Causio che a sua volta calciò lungo verso l'area giallorossa per lo scatto di Zico. E già sappiamo cosa accadde in seguito. In meno di un minuto quattro tocchi, uno di mano e tre di piede e da una porta all'altra cambia il destino di una partita e forse di un campionato.
In minuto allo stadio Friuli, quel 6 novembre 1983, i fortunati 50.000 presenti furono testimoni partecipi di tutto il bello che può offrire emotivamente e tecnicamente il calcio.
Fabio Brini, marchigiano di Sant'Elpidio nato nel 1957, difese poi la porta dell'Udinese da titolare sino alla stagione 1985/86, coprendo le spalle a Beniamino Abate nelle due successive, mettendo insieme 92 presenze complessive in maglia bianconera. Prima di giungere a Udine nella stagione 1983/84 aveva militato nell'Ascoli e nella Civitanovese, mentre successivamente fu tra i pali di Vicenza, Avellino e Avezzano per chiudere infine la carriera nella Fermana.
Per sempre resterà nella memoria come il portiere dell'Udinese di Zico.  

martedì 22 dicembre 2020

CUCCHIAIO DI SALE SULLA VIA DI SANTIAGO









I casi della vita vollero che il play-off per l’accesso alla fase a gironi della Champions League 2012/2013 si tenessero nello stesso periodo in cui mi sarei trovato nell’ultima settimana del mio Cammino verso Santiago di Compostela e cosa ancora più curiosa era che quando il 22 agosto si sarebbe disputata la gara di andata tra l’Udinese e i non irresistibili portoghesi dello Sporting Braga, io mi sarei trovato a Sarria, in Galicia, a soli 244 km dalla città lusitana, ovvero a 2 ore e mezza d’automobile. La gara di ritorno, invece si sarebbe tenuta allo stadio Friuli il 28 agosto, quando già raggiunta la Catedral di Santiago, mi sarei trasferito come impone la millenaria tradizione a Finisterre, per bruciare in riva all’Oceano qualche indumento portato nello zaino durante il cammino, prima di rientrare a Cividale il giorno seguente. C’erano diversi indizi perché si dovesse verificare qualcosa di memorabile durante quel preliminare. E così fu, anche se non nel senso che avevo interpretato quando qualche giorno prima della mia partenza per il Cammino, dall’urna di Nyon il sorteggio aveva abbinato proprio l’avversario che desideravo: lo Sporting Braga. In quel periodo avevo finito di preparare la sceneggiatura del mio ultimo spettacolo teatrale “Io dico che domani Italia vince”, lavoro che si basava sul testo di un libro scritto da Mario Sconcerti nell’agosto 1982 per celebrare la fresca vittoria azzurra al mundial di Spagna. L’avventura aveva avuto inizio proprio in Galicia nel ritiro della casa del Baron di Pontevedra e l’ultima amichevole giocata dai ragazzi di Enzo Bearzot prima di iniziare la cavalcata che si sarebbe conclusa con il trionfo di Madrid, si era disputata proprio a Braga, conto lo Sporting, fresco vincitore quell’anno della serie B portoghese. Rileggere dopo 30 anni il racconto che all’epoca scrisse e pubblicò Mario Sconcerti, allora giovane cronista di Repubblica inviato al seguito della nazionale, mi aveva convinto che realizzare un adattamento del testo per una sua messa in scena in forma di recital potesse costituire una sfida molto stimolante dal punto di vista artistico e per il pubblico, soprattutto quello più giovane che non aveva vissuto quel mese del 1982. Per vincere la sfida personale avevo voluto leggere tutte le memorie pubblicate dai vari protagonisti, recarmi in Galicia, per trascorrere alcuni giorni a Pontevedra dimorando nello stesso Parador che aveva ospitato gli azzurri, riguardarmi le interviste e i documenti filmati noti e meno noti dell’epoca, compiere a piedi gli ultimi 200 km del cammino di Santiago per assaporare i profumi, i suoni e il clima atmosferico della Galicia e apprendere in prima persona quale impatto su corpo e psiche poteva dare un’impresa fuori dal quotidiano, oltre che, naturalmente attingere a piene mani ai miei ricordi di sedicenne. 


Qual era il motivo di quella sfida personale? Rispondere in modo personale ad una chiamata: in un tempo in cui, sia individualmente che in ciò che percepivo nell’inconscio collettivo intorno a me tutto sembrava così tetro da indurre alla resa, all’abbandono e alla rassegnazione, avevo voluto dare e darmi, utilizzando la forma d’arte che più mi è congeniale, un messaggio di senso contrario: non mollare, non rinunciare mai a varcare la soglia. Insomma, invasato com’ero per quei luoghi e per quella vicenda, la circostanza che fossero stati proprio i portoghesi di Braga l’ultimo ostacolo verso i gironi della Champions League per l’Udinese del tecnico Francesco Guidolin e del superbomber Antonio “Totò” Di Natale, sposava in pieno considerazioni di tipo tecnico-razionale con valutazioni cabalistiche ed esoteriche per rendermi assolutamente sicuro che questa volta, l’obiettivo non poteva essere fallito. E poco importava che la divisa dello Sporting Braga fosse una sorta di fotocopia di quella dell’Arsenal, che l’anno precedente aveva sbarrato la strada ai bianconeri durante i preliminari: la circostanza era agevolmente compensabile verificando che l’unica volta in cui l’Udinese aveva superato le “forche caudine “dei play-off questo era avvenuto a spese di altri portoghesi e di un altro e ben più prestigioso Sporting, ovvero quello di Lisbona nel settembre 2005. Così quando la sera del 22 agosto, a Sarria, dopo la cena riprendevo le forze delle canoniche 6 ore di cammino giornaliero fui raggiunto dai messaggi WhatsApp degli amici che mi davano la notizia del risultato di 1-1 quale finale della partita di Braga, quel guazzabuglio di valutazioni mistiche e razionali sembrava proprio trovare conferma nella realtà dei fatti. E poco importava che il risultato di parità fosse maturato dopo che l’Udinese, passata in vantaggio nel primo tempo con una rete del serbo Dušan Basta, si era fatta rimontare da un gol portoghese a metà della ripresa: 6 giorni dopo allo stadio Friuli sarebbe bastato anche uno 0-0 per passare il turno. L’impresa era tutt’altro che titanica, nonostante l’estate avesse portato con sé l’ennesimo smontaggio del “giocattolo” che era stato capace di raggiungere il terzo posto finale nella serie A precedente, migliorando addirittura l’impresa del quarto posto della stagione 2010/11. Durante l’estate erano state cedute alcune “colonne” quali il portiere sloveno saracinesca Samir Handanovič all’Inter, l’esterno Mauricio Isla ed il totem di centrocampo Kwadwo Asamoah alla Juventus ed i sostituti, come rigida politica aziendale, erano tutti giovanotti di belle speranze che tutto avevano ancora da dimostrare come il portiere serbo Željko Brkić dal Siena e i brasiliani esordienti in Europa Willians, Allan e Maicosuel, detto ‘O Mago. Ma era rimasto il re dei bomber Totò Di Natale e soprattutto a guidare l’orchestra Francesco Guidolin, che in tutte le stagioni e in tutte le squadre che aveva allenato si era dimostrato ampiamente capace di “tirà fȗr il sang dai mȗrs”. Per cui, niente paura, il giorno prima della sfida di ritorno avevo raggiunto Santiago di Compostela: la vittoria dell’Udinese era scritta nelle “stelle”. Appunto. La sera del 28 agosto invece ero a Cabo Finisterre, il punto più estremo della terraferma della penisola iberica verso l’Oceano Atlantico, il punto che gli antichi romani avevano battezzato apposta come “Fine della Terra”, l’estremo oltre al quale non si poteva più andare, neppure per le loro invincibili legioni. In quel punto tutti i cammini terreni s’interrompono e inizia il viaggio per mare, quello che per gli antichi rappresentava il viaggio nell’Altrove dopo la morte. Avrei dovuto tenerne conto nei miei ragionamenti cabalistico-esoterici dopo aver bruciato un paio di magliette sul promontorio come la tradizione comanda e nel momento in cui sedevo a tavola con i compagni di quel lungo cammino per gustare l’ennesimo “pulpo alla gallega”, mentre allo Stadio Friuli l’arbitro olandese Kuipers fischiava il calcio d’inizio della partita di ritorno ed iniziavano già a fioccare i primi messaggi WhatsApp degli amici presenti in tribuna ad Udine. Il pulpo però era ancora mezzo nel piatto quando giunse telematicamente la notizia del sollecito vantaggio bianconero ottenuto con una inzuccata del “loco” colombiano Pablo Armero: pareva proprio che il viaggio verso l’Altrove, ovvero “la retrocessione” in Europa League aspettasse i portoghesi, mentre per i colori bianconeri i cancelli dei gironi di Champions League erano già mezzi aperti. La gioia per il coronamento del cammino e per l’ormai prossima storica vittoria dell’Udinese si mescolavano con lo stesso amabile sapore del vino iberico che accompagnava il pulpo, mentre i messaggi continuavano a susseguirsi in modo frenetico, pieni di rammarico per una serie di palle gol fallite miseramente dai bianconeri. Tutti errori che impedivano la chiusura “della partita” e che mantenevano sul filo dell’equilibrio il discorso qualificazione; incominciò a serpeggiare un’ansia sempre più difficile da contenere e tutte le mie farneticazioni magico-numerologiche ormai non bastavano più per rassicurarmi e così decisi di spegnere il cellulare: l’avrei riacceso solo nell’ora in cui era lecito attendersi la fine del match, tenendo conto anche di eventuale extra-time e annessi calci di rigore. La cena terminò quando allo stadio Friuli la partita era più o meno a metà del secondo tempo e quando uscì dal Restaurante Findo Camino di Rua Campo davanti a me, dalla vetrata del pub posto difronte all’uscita, giunse l’immagine di un televisore sintonizzato su di una partita. Fu impossibile distogliere lo sguardo dal primo piano di un giocatore in maglia biancorossa che esultava correndo verso gli spalti di uno stadio. Pochi, lunghi, terribili istanti e poi gli impulsi arrivati alla retina e spediti da questa al cervello limbico che a sua volta li aveva spediti alla corteccia cerebrale vennero rimandati infine da questa decifrati alla coscienza: non erano gli spalti di “uno” stadio ma quelli del Friuli e non era “un” giocatore in maglia biancorossa ma si trattava dell’attaccante Ruben Micael del Braga, che poi seppi essere entrato solo dieci minuti prima in sostituzione di un compagno. Resto di sale e superato lo shock, con una serie di imprecazioni, abbandono i compagni di viaggio intenzionati a concludere la serata tutti insieme guardando la baia dall’altura del Castelo di San Carlos, scusandomi blandamente prima di precipitarmi all’interno del locale per seguire, a questo punto fino al termine e in diretta, l’esito del match. La farò breve perché anche adesso, mentre scrivo, dallo stomaco risale ancora qualcosa di poco simpatico. Il locale è vuoto, c’è solo l’oste e la sua compagna già intenti nelle operazioni di “sbaracco”. In un pietoso anglo-friulano-spagnolo riesco a convincerlo, dietro la promessa di pagare un adeguato supplemento alle altrettanto adeguate consumazioni, di permettermi la visione del match fino al termine. “Senor, faltan nomo diez minutos! Por favor!”. Altro che “nomo – solamente” diez minutos: finisce 1-1 e si va ai tempi supplementari, giusto il tempo di consumare un paio di San Miguel ingurgitate a vetro e scomodare tutti i santi del paradiso quando Pablo Armero incespica davanti al portiere fallendo per sempre il gol qualificazione. Oramai mi sono giocato tutti gli eventuali aiuti divini o extraterrestri quando inizia la lotteria dei calci di rigore. L’Oste spagnolo alla terza San Miguel sembra più interessato alle mie evoluzioni fisiche e verbali in solitaria più che alla solenne drammaticità del momento. Ci fu un solo errore nella serie dei tiri dal dischetto e fu quello decisivo. Ci pensò ‘O Mago Maicosuel, il giovanotto brasiliano appena arrivato in estate e che non aveva fatto fatica alcuna per meritarsi quell’opportunità ma “abile” a confezionare un gesto che mai verrà dimenticato da tutti i tifosi friulani di ogni età sparsi per il globo. Calciò “un cucchiaio talmente insipido, che il portiere lusitano Beto, incredulo, accolse il pallone tra le braccia con la stessa delicatezza di una madre mentre si appresta a cullare il proprio pargolo appena nato. Game over. Capolinea. Fine del mondo e del viaggio. Ed io a Cabo Finisterre, appunto, assieme al pubblico dello stadio Friuli e a tutti i tifosi dell’Udinese che in quel momento tenevano gli occhi pieni di speranza davanti alla TV restammo tutti come statue di sale. Nel mio caso fu l’Oste spagnolo a tentare di ridarmi la vita, facendomi trovare un’altra San Miguel sul tavolo davanti a me. “Lo siento hombre! esto es sobre mi” (Mi spiace, questo lo offro io) disse con aria empatica strappandomi un “gracias” meno empatico. “Italiani, spagnoli: una fazza una razza.” pensai mentre in solitaria raggiungevo il resto della compagnia come uno zombie, pronto per essere sottoposto ad una “fucilazione” a base di “sfotto’”.

Ancora oggi credo che Francesco Guidolin non si meritasse questo amaro calice. O meglio, cucchiaio. N.B. “Restare di sale” è un’espressione utilizzata nel linguaggio comune che significa rimanere sbalorditi, stupefatti, basiti, provare una grandissima sorpresa, tale da rimanere senza parole, come impietriti. L’origine di questo modo di dire è da ricercarsi in un racconto dell’Antico Testamento. Si fa in particolare riferimento alla moglie di Lot (Genesi, 19, 24-26) che fu trasformata in una statua di sale perché, nonostante l’espresso divieto divino, si era girata indietro a guardare le città di Sodoma e Gomorra che venivano distrutte dalla collera di Dio.

Che altro mi poteva accadere alla fine del Cammino di Santiago?

giovedì 17 dicembre 2020

L'ULTIMO GOL DI CICCIO GRAZIANI IN SERIE A




















A volte il destino può essere davvero beffardo sia nello sport che nella vita. Lo è stato sicuramente con  Francesco "Ciccio" Graziani, il quale mise a segno l'ultima delle 130 reti realizzate nella sua lunga carriera in serie A proprio contro i suoi ex compagni della squadra della sua città, contribuendo in maniera decisiva a toglierla definitivamente dalla corsa allo scudetto, senza peraltro servire a nulla per i suoi nuovi colori già praticamente condannati alla serie B e pagare personalmente poi un dazio pesantissimo nella partita seguente, quando sul campo di Marassi contro la Sampdoria un grave infortunio al ginocchio gli fece chiudere la stagione e l'avventura nella massima serie.
Andiamo con ordine.
Il 29 marzo 1987 mancano 7 turni alla fine del torneo e la Roma arriva in Friuli lanciatissima a sole 3 lunghezze dal Napoli capolista di Maradona impegnato al San Paolo contro la Juventus dopo il tonfo di San Siro contro l'Inter nella domenica precedente.
I giallorossi sono in piena rimonta sui partenopei con 17 punti ottenuti nelle ultime 10 partite, tutte senza sconfitte e sembrano fiutare "l'odore del sangue" di un possibile aggancio e sorpasso in volata nelle seguenti ultime 6 partite. L'Udinese invece, partita con il pesantissimo fardello di 9 punti di penalizzazione, si trova ultima e derelitta in classifica con 8 punti e proprio 9 punti da recuperare in sei giornate sull'Empoli, quart'ultimo e al momento in salvo. In altre parole già retrocessa e reduce da due sconfitte consecutive: il pesantissimo 2-6 casalingo con l'Avellino e la sconfitta di misura sul campo del pericolante Ascoli.
Ma, come diceva Gianni Brera, il calcio è un mistero agonistico e talvolta si diverte a sovvertire pronostici che sembrano avere il valore di un teorema matematico, come accadde quel grigio pomeriggio di inizio primavera sul prato del Friuli davanti a poco più di 19.000 spettatori di cui almeno la metà di fede giallorossa, giunti in carovana ai confini dell'Impero per sostenere le Legioni romane contro i Barbari friulani.
Ulteriore curiosità per i cultori della materia: Legioni e Orde barbariche in realtà erano piene zeppe di ex e futuri tali: Oddi, Baroni, Righetti e Desideri avevano vestito o vestiranno il bianconero mentre Graziani, Chierico e Collovati avevano fatto o faranno lo stesso con il giallorosso. Per non dire di "Picchio" De Sisti sulla panchina bianconera.
Il primo tempo pare uniformarsi perfettamente al teorema che vuole la Roma fare un sol boccone dell'Udinese, con la frazione dominata dai giallorossi in vantaggio già dopo 10 minuti grazie ad uno spettacolare tiro di "Sebino" Nela, più volte vicini al raddoppio senza rischiare praticamente nulla.
Nella ripresa invece la troppa sicurezza gioca un brutto scherzo al campione del mondo Bruno Conti che, neanche dopo 5 minuti dal rientro dagli spogliatoi, alleggerisce con sufficienza un pallone dalla sua tre quarti verso Tancredi e detta un formidabile assist al suo compagno di trionfi azzurri e giallorossi Ciccio Graziani, il quale, avendo intuito tutto segue l'azione e si presenta solo davanti al portiere romanista e lo fulmina con un rasoterra nell'angolino.
Manca ancora un tempo, sembra solo un incidente di passaggio, mentre in realtà sarà l'episodio che cambierà il vento della partita e delle speranze di scudetto per  la squadra diretta dal guru svedese Eriksson: i giallorossi si innervosiscono mentre i friulani prendono il coraggio per lasciare il segno di un'impresa alla memoria di un campionato infame e privo di soddisfazioni.
Passano i minuti e gli assalti romanisti si fanno sempre più confusi, disordinati e velleitari e per i bianconeri si aprono spesso varchi su cui infilarsi sempre più pericolosamente fino a quando, a 5 minuti dalla fine, il libero Massimo Storgato partendo da fuori della sua area e scambiando al volo prima con Criscimanni e poi con Miano, si presenta solo all'altezza dell'area di rigore giallorossa e fa scoccare un pallonetto tanto bello quanto preciso per battere Tancredi. Due a uno e tutti a casa, con i romanisti che sembrano proprio non aver superato la sindrome di Roma-Lecce ed essersi concessi una sorta di bis neanche 12 mesi più tardi.
Nelle rimanenti 6 giornate di campionato i giallorossi conquistarono solo 2 punti, senza più vincere una partita, chiudendo la stagione con un insipido settimo posto finale, fuori dalle competizioni europee e con il santone Eriksson dimissionario a due giornate dalla fine.
Fece meglio l'Udinese, guadagnando 5 punti frutto di una vittoria e 3 pareggi, di cui l'ultimo contro il Milan che costò ai rossoneri la necessità di spareggiare con la Sampdoria per qualificarsi in coppa UEFA; quei 5 punti non servirono ad evitare l'ultimo posto in graduatoria ma diedero la salvezza "morale" che sarebbe stata acquisita sul campo sommando ai 15 legali i 9 punti della penalizzione di partenza.

Stadio Friuli, 29 marzo 1987
24a giornata 

UDINESE - ROMA 2-1

Marcatori: 10' Nela, 50' Graziani, 84' Storgato

UDINESE: Abate, Galparoli, Storgato, Galbagini (73' F. Rossi), Susic, Collovati, Branca (80' Tagliaferri), Miano, Graziani, Chierico, Criscimanni.
Allenatore: De Sisti.

ROMA: Tancredi, Oddi, Baroni, Righetti, Nela, Conti, Bergreen, Giannini (89' Impallomeni), Pruzzo, Ancelotti (55' Desideri), Baldieri.
Allenatore: Eriksson.

Arbitro: Paparesta di Bari.


Francesco "Ciccio" Graziani
nato a Subiaco (Roma) il 16 dicembre 1952

353 presenze in serie A dal 1973 al 1987 e 130 reti
(Torino 222-97, Fiorentina 52-14, Roma 57-12, Udinese 22-7)
58 presenze in serie B e 12 reti dal 1970 al 1973 e nel 1987
(Arezzo 48-11, Udinese 10-1)
64 presenze in nazionale con 23 reti dal 1975 al 1983
Campione del mondo in Spagna nel 1982
Campione d'Italia con il Torino nel 1975/76
Vincitore con la Roma della Coppa Italia 1983/84 e 1984/85
Capocannoniere serie A 1976/77 con 21 reti

mercoledì 16 dicembre 2020

CITTA' DEL MESSICO 1970 o BARCELLONA 1982?









Per effettuare una scelta bisogna prima precisare qual è l'elemento chiave di comparazione e nella scelta di tale criterio bisogna fare in modo di riuscire a trovarne uno che sia il più significativo; insomma è cosa molto complicata e così spesso si finisce prendendo una decisione di pancia, seguendo il filo delle emozioni più che del ragionamento. Per quanto mi riguarda nel quesito in questione, "Italia - Germania 4-3 o Italia - Brasile 3-2, non posso che astenermi, avendo avuto solo il privilegio di seguire in diretta la seconda all'età di 16 anni mentre la prima la vidi in differita all'età di 8. La pancia non potrebbe schierarsi che a favore del match del Sarrià e quindi, anziché andare alla ricerca di particolari, emozioni, ragionamenti che spostino la preferenza oggettivando la questione, voglio esprimere ciò che fa di questi due match una sola cosa. In entrambe i casi al fischio d'inizio eravamo largamente sfavoriti rispetto agli avversari e ci portavamo addosso un pesante fardello di critiche sia sulle scelte in fatto di uomini dei due commissari tecnici, il triestino Valcareggi e il friulano Bearzot, che sul gioco espresso nei precedenti incontri e che la vittoria ai quarti contro il Messico per 4-1 e con l'Argentina per 2-1 a Barcellona, non avevano scalfito un granché. Poi la drammatica successione delle reti, con gli Azzurri in vantaggio e ripetutamente recuperati fino al KO finale di Rivera e del terzo gol di Rossi ed infine, la cosa più importante, per entrambe i match, la capacità che queste due vittorie ebbero di riunire per un attimo tutta l'Italia sotto il tricolore in momenti in cui la società italiana era profondamente divisa. Lo era nel 1970, alle prese con le dolorose lacerazioni causate dalle rivolte operaie e studentesche di fine anni '60 e lo era ancora di forse più nel 1982, dove si fronteggiavano le divisioni scaturite dagli esiti del decennio degli anni di piombo, del rapimento di Aldo Moro e delle stragi di Stato. Due imprese sportive compiute da due nazionali che incarnavano nei protagonisti in campo e in panchina lo spirito di "una Meglio Gioventù" in cui tutti gli italiani vollero identificarsi e sventolare con orgoglio un vessillo comune e fino ad allora tenuto nascosto quasi con vergogna. Protagonisti che in campo, contro avversari più forti, erano riusciti a mettere insieme tutte quelle doti che gli italiani hanno ma che poche volte riescono a praticare tutte insieme: tigna, condivisione, estro, inventiva, spirito di gruppo, desiderio comune di appartenenza, talento, volontà e orgoglio. Due vittorie conseguite con le armi che ci hanno sempre caratterizzato: difesa ferrea e contropiede fulminante, senza vergognarsi del marchio di italianità e senza cercare di scopiazzare gli altri.

Detto questo, alla fine e con tutti i limiti già elencati in premessa, mi contraddico ed esprimo la mia preferenza per la partita del Sarrià, perché battere quel Brasile era peggio che scalare l'Everest senza bombole d'ossigeno e perché quella vittoria poi ci diede consapevolezza e slancio per vincere il Mondiale e fece del campionato italiano negli anni successivi il torneo in cui tutti i migliori volevano venire a giocare.       

mercoledì 9 dicembre 2020

NEDO FRUSTALI

 


Nella storia di ogni un club ci sono stagioni che si vorrebbero cancellare dalla memoria e nel caso dell’Udinese, il campionato 1986/87 è sicuramente tra queste: partenza con nove punti di penalizzazione in una serie A con 16 squadre e i due punti per la vittoria. Questa condanna a morte dall’esecuzione rimandata di un anno fu il tremendo scenario che Gianpaolo Pozzo ereditò da Lamberto Mazza nell’estate 1986 e che si concretizzò in una stagione a dir poco anomala, da “ospiti” in una serie che non sarebbe stata quella dell’anno seguente. Il ritorno in serie B per il torneo 1987/88, dopo 8 campionati consecutivi di A e i fasti e le ambizioni dell’era Zico-Zanussi, oltre che essere largamente previsto con un anno di anticipo era in realtà atteso dalla nuova dirigenza con impazienza, per avviare il programma che voleva riportare subito Udine in serie A.

La strategia di Gianpaolo Pozzo, futuro “Paròn” ma ancora neofita per il mondo pallonaro ad alti livelli, fu quella di segnare un punto di discontinuità con la precedente gestione a partire dai simboli: via le maglie “avveniristiche” delle ultime tre stagioni per ritornare alla tradizionale casacca bianconera a strisce verticali, pantaloncini e calzettoni bianchi, tenuta abbandonata nella stagione 1979/80, quella del ritorno in A, per non confondersi con quella più celebre della Juventus e a quella meno celebre dell’Ascoli a favore di una maglia che, salvando i colori sociali bianconeri, fosse inedita e utile per identificare solo la società friulana. Ritorno al passato anche in panchina, dove a Giancarlo De Sisti venne dato il foglio di via per riportare in auge Massimo Giacomini, il tecnico udinese reduce da stagioni non sempre brillanti in giro per l’Italia ma protagonista della scalata bianconera dalla C alla A in sole due stagioni dal 1977 al 1979, nonostante “Picchio” avesse condotto con grande professionalità e più che dignitosamente per tutte e trenta le partite una compagine già destinata alla retrocessione sin dal primo minuto della prima giornata

Il motto per ritornare in serie A era “l’Udinese riparte dal Friuli e dalla sua migliore tradizione”: Presidente e denari friulani, allenatore friulano e come sponsor pluriennale il marchio REX degli stabilimenti di Porcia. Un motto che piacque e convinse subito la tifoseria, sollecita a sottoscrivere abbonamenti in numero superiore alla stagione precedente e che, nonostante tutto, come vedremo, garantì una presenza sugli spalti del Friuli costantemente prossima alle 20.000 unità.

La squadra in estate venne costruita come se dovesse partire già ai nastri della massima categoria con un anno d’anticipo, a parte l’impossibilità per regolamento di tesserare giocatori stranieri.

Le partenze delle “bandiere” dell’era Zico come Edinho e Paolo Miano, dei desiderosi di cambiare aria quali Fulvio Collovati, Angelo Colombo e del promettente baby Marco Branca e del deludente e bollito Daniel Bertoni furono rimpiazzate subito dagli arrivi dal neo-campione d’Italia Lugi Caffarelli dal Napoli di Maradona, del mediano di belle speranze Andrea Manzo dal Milan, dell’esperto stopper di categoria Roberto Bruno e della punta “astro nascente” Davide Fontolan dal Parma di Arrigo Sacchi, del terzino Vittorio Pusceddu dal Torino, del cavallo di ritorno Claudio Vagheggi dal Campobasso e, dopo le prime partite di campionato, nientemeno che da due big come il regista azzurro Giuseppe “Beppe” Dossena dal Torino e dal libero Ubaldo Righetti dalla Roma, già giovane campione d’Italia con i giallorossi di Falcao e Bruno Conti nella stagione 1982/83. Nonostante il grave infortunio patito nel finale del campionato precedente e dal quale non si era ancora del tutto ripreso, a fare capitano del gruppo fu designato il bomber Francesco “Ciccio” Graziani che, con i suoi 7 gol in 20 partite e la grinta che aveva profuso nel tentativo di centrare l’impossibile salvezza, aveva convinto la dirigenza a confermarlo e puntare su di lui come guida dello spogliatoio, oltre che come terminale dell’attacco.

Tifosi e addetti ai lavori sono tutti concordi nel ritenere i bianconeri solo di passaggio nel campionato di serie B che per la prima volta mette a disposizione 4 posti per la promozione diretta e che i più attenti osservatori considerano una specie di A2, vista la presenza ai nastri di partenza di piazze come Roma (sponda Lazio), Genova (sponda Genoa), Bologna, Bari, Parma e squadre del calibro di Atalanta, Lecce, Brescia e Cremonese.

E in questo clima la stampa sportiva descrive l’Udinese come la “Juventus della serie B”, con i tifosi friulani ben contenti di ritrovare in campionato, dopo quasi un decennio, anche il derby con la Triestina con il pensiero di fare degli “odiati” giuliani “ un solo prelibato” boccone.

La prima giornata del calendario propone al Friuli Udinese – Taranto e gli appassionati della Cabala gioiscono, considerando che nel campionato della promozione dalla B alla A, la “Giacomini Band” nel settembre 1978 aveva trovato proprio i pugliesi alla prima di campionato sul terreno dei Rizzi e li aveva sconfitti per 3-1. Il 13 settembre 1987 va addirittura meglio, con la formazione friulana che pare confermare le più ottimistiche previsioni di partenza e capace di sbarazzarsi senza eccessivi patemi dei rossoblù tarantini infliggendogli davanti a 19.787 paganti un sonoro 3-0, grazie alle reti nel primo tempo del “Roscio” Odoacre Chierico all’11’ con una rasoiata dal limite, del capitano “Ciccio” Graziani con un bel tiro al volo da centro area al 25’ e con una fuga in solitario contropiede del terzino “senatore” Dino Galparoli a 11 minuti dal triplice fischio di chiusura.

Fu invece solo il canto del cigno per la “Juve della serie B” che, come la sua matrigna della serie A in quell’annata, andò invece incontro ad una delle stagioni più tribolate della sua più che centenaria storia. A partire dalla seconda giornata con una sconfitta maturata nei minuti finali sul terreno del “Dall’Ara” i bianconeri persero tutte le partite in trasferta del 1987 e già alla quinta giornata, dopo un opaco e fortunoso 0-0 casalingo con il Bari, l’udinese purosangue Massimo Giacomini fu esonerato per far posto al santone serbo giramondo Velibor “Bora” Milutinović il quale, affiancato da Marino Lombardo in panchina, dopo l’esordio vittorioso casalingo con il Piacenza per 2-0 con doppietta di Claudio Vagheggi, trionfalisticamente azzardò:” Primero punti, despues spectaculo, juego y gol”. I punti invece furono 6 in 9 nove partite, lo spectaculo spesso fu ai limiti della decenza, per non parlare del juego inguardabile e la miseria di 6 gol fatti, tutti in casa, a fronte dei 10 subiti, il tutto condito con la sconfitta al “Grezar” nel derby con la Triestina e un filotto di 4 sconfitte consecutive senza segnare gol. Tutto questo condusse all’esonero l’allenatore serbo, quando alla quattordicesima di andata la “Juve della serie B” si era avvicinata alle posizioni che l’avrebbero portata a recitare il ruolo di grande per la serie C nella stagione successiva. Al benservito allo “zingaro” giramondo capace l’anno prima di guidare il Messico fino ai quarti di finale del mondiale casalingo e successivamente agli ottavi di finale il Costarica ad Italia ’90 e gli Stai Uniti ad Usa ’94, si affiancò anche l’addio al calcio di “Ciccio” Graziani, che dopo 10 partite e 1 gol all’attivo, tormentato dai continui cedimenti fisici e dall’impossibilità di trovare una condizione accettabile e forse anche gli stimoli giusti, alzò bandiera bianca dopo lo 0-2 in casa del Brescia alla tredicesima di andata. Così, il 20 dicembre 1987 sulla panchina friulana nella difficile partita interna contro la Lazio, con i romani nelle posizioni di testa e in piena corsa per la serie A, venne chiamato a sedersi il “sergente di ferro” Nedo Sonetti con il compito di salvare l’Udinese da un tragico crollo in terza serie. Il tecnico di Piombino con grande pragmatismo fece suo l’invito rivoltogli dai tifosi che avevano esposto al suo arrivo al vecchio Moretti, allora ancora campo di allenamento, uno striscione dal tenore eloquente: “NEDO FRUSTALI” e riuscì ad avviare un percorso che, badando al sodo e senza proclami, portò ad una lenta rimonta nelle posizioni di classifica tanto da far nascere, anche solo per un attimo, a tre quarti del torneo qualche timida speranza di agganciare il treno della promozione. L’impresa non riuscì e la squadra, nonostante le sempre più convincenti prestazioni da vero leader di Beppe Dossena, una volta raggiunta la tranquillità e la vittoria nel derby di ritorno con la Triestina al Friuli, si adagiò e terminò il campionato con un insipido decimo posto e uno score di 12 vittorie, 14 pareggi e 12 sconfitte, 37 gol fatti e 35 subiti. Un po’ come la Juve della serie A, che in quel campionato stazionò costantemente a metà classifica, vinse una sola partita in trasferta e fu costretta a disputare uno spareggio con il Torino per guadagnarsi il sesto posto, l’ultimo utile per non rimanere esclusa dalle coppe europee, circostanza assimilabile ad una retrocessione per i bianconeri torinesi. Il ruolo del mattatore della serie B in quell’annata lo incarnò il Bologna di Gigi Maifredi che vinse il campionato e fu seguito nella massima serie da Lazio, Lecce ed Atalanta, mentre nell’inferno dei gironi di serie C finirono Modena, Arezzo e Triestina, quest’ultima non in grado di recuperare i 5 punti di penalizzazione con cui aveva iniziato il torneo. Al termine di quell’annata “immemorabile” il confermatissimo Nedo Sonetti chiese e ottenne di usare la frusta per un “repulisti” generale, prontamente avvallato da Gianpaolo Pozzo e dal nuovo DS Marino Mariottini: via con rimpianto Beppe Dossena che si accasò alla Samp dove fu protagonista del ciclo d’oro blucerchiato, via senza troppi rimpianti Bruno, Caffarelli e Righetti al Pescara, Chierico al Cesena, Fontolan e Pusceddu al Genoa, Criscimanni al Livorno, Dal Fiume alla Pistoiese, Brini al Vicenza, Russo alla Triestina, Federico Rossi al Taranto e via anche Vagheggi alla Sambenedettese, capocannoniere stagionale della squadra con 10 reti.

Ai superstiti Galparoli, Abate e Manzo si unirono per la stagione 1988/89 per lo più giocatori di categoria come De Vitis dal Taranto, Zannoni dal Parma, Catalano dal Messina, Angelo Orlando dalla Triestina, Lucci dall’Empoli, qualcuno dalla serie A come Garella dal Napoli, Minaudo dall’Inter e i ritorni di Branca dalla Sampdoria e Storgato dall’Avellino. E a fine stagione fu di nuovo serie A. Ma questa è un’altra storia.    

lunedì 7 dicembre 2020

VECCHI RITUALI










Appartenere ad una qualsiasi comunità significa partecipare ai rituali collettivi che quella comunità si è data in maniera formale o informale e più i rituali durano invariati nel tempo e più quella comunità riesce a "tenere insieme" i singoli atomi che la compongono grazie al senso di appartenenza che si cementa grazie all'esperienza condivisa con il succedersi delle generazioni. Il disfacimento rapido dei rituali collettivi segue più che proporzionalmente il moltiplicarsi degli stessi e ha come risultato il disgregarsi delle comunità, che tendono a diventare sempre più unicellulari e il "Noi" sfuma in tanti "IO", capaci di aggregarsi solo in maniera instabile e comunque provvisoria, con il respiro corto di un "quotidiano" che a sua volta tende a dilatarsi e fagocitare tutto, cancellando la necessità di avere una memoria il più possibile condivisa e di un ragionamento altrettanto comune che possa sfociare in una visione di futuro comunitario. Inutile dire che l'accelerazione di questa dinamica si è avuta nel mondo occidentale con l'avvento dei social media, dove ciascuno ha i mezzi per diventare il fan di se stesso con facoltà di "contatto" e visibilità potenzialmente senza limiti, come neppure avevano le star di Hollywood e i servizi segreti come la CIA, il KGB o il MOSSAD ancora negli anni '80 del 1900. Naturalmente tutto questo "bendiddio" a disposizione per l'ipertrofia dell'EGO ha come rovescio della medaglia un prezzo da pagare altrettanto "gonfiato", ovvero il costante clima di incertezza e insicurezza in cui questo Ego potenzialmente onnipotente si trova costantemente e paradossalmente immerso: se puoi relazionarti come e quando e con chi vuoi, altrettanto facilmente "cestinare" tutti i contatti indesiderati e facilmente offrire al mondo l'immagine "taroccata" che preferisci , allo stesso modo possono agire nei tuoi confronti le "comunità unicellulari" che fluttuano nella rete.

Fatta questa prolissa premessa, voglio riportare alla luce un vecchio rituale nato nel dopoguerra che pareva inossidabile, ovvero da quando nel 1946 nacque il Totocalcio, il celeberrimo concorso a premi abbinato alle partite del campionato italiano di calcio. che costituì, tra le altre cose, il mezzo per finanziare la ripresa dell'attività sportiva in Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il CONI, infatti, fece suo il progetto del giornalista Massimo Della Pergola che aveva costituito appositamente la SISAL ed il 5 maggio 1946, con un costo della giocata di 30 lire (0,64 Euro 2020), uscì la prima schedina che fece registrare un montepremi di 463.146 lire (9.824,45 Euro 2020). Dalla stagione 1951-52 venne introdotta la doppia colonna che portò la giocata minima a 100 lire (Euro 1,73 del 2020) mentre il 5 dicembre 1993, con il concorso n. 17, si registrò il record assoluto nel montepremi con 34.475.852.492 di lire (Euro  28.755.546,37 del 2020). La vincita più alta in assoluto al Totocalcio venne registrata invece il 7 novembre 1993, concorso n. 13, quando una schedina realizzò con un 13 e cinque 12 un "botto" di 5.549.756.245 di lire (Euro 4.628.928,99 del 2020) per il fortunato (o abile) scommettitore. La liberalizzazione delle scommesse, il proliferare di nuovi giochi e sistemi di scommessa, le giornate di calendario frazionate tra anticipi, posticipi, anticipi dei posticipi e posticipi degli anticipi, l'avvento delle PAY-TV e di Internet hanno decretato la crisi del Totocalcio, che i Monopoli di Stato hanno invano cercato di contenere a partire dal campionato 2003-2004, modificandone radicalmente il regolamento;  il gioco è infatti passato da 13 a 14 partite ed è stata introdotta, oltre ad altri premi a sorteggio fra le schedine risultate non vincenti, la categoria di vincita "Partecipo al 9" che consiste nel pronosticare esattamente i primi 9 risultati della colonna. Tutto vano, il Totocalcio prima che un gioco in crisi è divenuto un rituale del passato.

Per almeno 4 decenni il sabato sera, prima di andare in pizzeria o al ristorante o rientrare a casa per la cena, per la popolazione maschile di ogni età la tappa fissa erano i bar con annessa ricevitoria del Totocalcio, dove all'aperitivo si abbinavano le previsioni per le 8 partite di serie A, le 3 di B le 2 di C sognando il 13 che avrebbe potuto cambiare la vita. E in mezzo mogli e fidanzate che all'impazienza alternavano la partecipazione al pronostico in vista di una vincita che avrebbe permesso l'acquisto di una cucina nuova o di una pelliccia. O molto altro ancora.

Discussioni tra sensitivi, amanti della Cabala, sedicenti esperti del Dio Pallone si mescolavano i calcoli degli amanti della statistica che proponevano i migliori e più economici "sistemi" per tentare il "botto", creando una comunità composita ma sempre disponibile all'aggregazione.

E per i concessionari del Servizio una sicura rendita e un buon avviamento al momento della vendita dell'attività.

Il sogno di ciascuno viveva in un rituale collettivo, una tappa obbligata come la messa domenicale e tutte le partite alla stessa ora della domenica da ascoltare prima alla stessa stazione Radio e poi vedere i goal alla stessa ora dello stesso canale TV.

Tutto fisso. Tutto rassicurante. Probabilmente alla lunga noioso.

Oggi le scommesse, come tante altre cose - tendenzialmente tutte - si fanno in solitaria sul proprio smart phone o sul proprio computer, oramai in ogni giorno della settimana, magari anche con l'evento ancora in corso. 

Tutto variabile. Tutto imprevedibile. Tutto ansiogeno.

Anche nell'era ante Covid.






venerdì 4 dicembre 2020

L'UDINESE DEI CAMPIONI DEL MONDO E IL DERBY D'ITALIA DELLE PROVINCIALI


Se il derby d'Italia è Juventus - Inter, a buon titolo e non solo per ragioni cromatiche, il derby d'Italia delle provinciali è Udinese - Atalanta. Anche se nessuna delle due è mai riuscita a vincere uno scudetto, a differenza del Verona e del Cagliari, nella classifica dei punti ottenuti nel campionato italiano di serie A bergamaschi e friulani occupano rispettivamente l'11° e il 12 ° posto e l'11a e la 13a posizione per numero di campionati disputati: 60 i nerazzurri e 48 i bianconeri. Inoltre, tra tutte le provinciali che sono riuscite con i loro exploit ad ottenere la partecipazione a competizioni europee solo Atalanta e Udinese lo hanno fatto con continuità, centrando per ben 3 volte la qualificazione ai play-off di Champions League i friulani, con una alla fase a gironi e 2 volte la qualificazione ai gironi i bergamaschi, con annesso passaggio alla fase ad eliminazione indiretta sfiorando addirittura l'arrivo in semifinale.

Sul terreno dello stadio Moretti prima e del Friuli poi, le due compagni si sono sfidate per ben 36 volte con i bianconeri friulani in netto vantaggio, avendo riportato 20 vittorie e segnato 57 reti, contro i nove successi e le 38 reti dei nerazzurri mentre per 7 volte è uscito il segno X.

Se i bianconeri friulani hanno dominato la scena a partire dalla metà degli anni 90' e sino al 2013, successivamente al declino friulano ha fatto da specchio la crescita bergamasca che, con l'arrivo sulla panchina di Gasperini ha superato, a livello di risultati (conquista della finale di Coppa Italia e della final four di Champions League) le imprese friulane.

La recente supremazia si è riversata anche nel computo degli scontri diretti, con i nerazzurri più volte corsari a Udine e capaci di infliggere nell'ottobre del 2019 un umiliante 7-1 ai malcapitati bianconeri guidati da Igor Tudor sul terreno dello stadio "Azzurri d'Italia"; l'ultima vittoria friulana risale all'ottobre 2017, quando l'Udinese agli ordini di Gigi Delneri piegarono la "Gasperini Band" per 2-1, con De Paul e Barak a segno per ribaltare le rete del vantaggio siglata da Kurtic.

in vista dell'imminente sfida di domenica 6 dicembre, voglio riportare alla memoria il precedente che si è disputato nel catino dei Rizzi domenica 14 dicembre 1986 per la 12a giornata del girone d'andata del campionato 1986/87. Era l'anno dei mondiali, quelli dell'86, quelli in cui, come cantava Venditti nella sua celebre "Giulio Cesare", Paolo Rossi era stato "un ragazzo come noi": sempre in panchina e ad assistere impotente all'eliminazione degli azzurri ad opera della Francia di Platini e alla fine, senza gloria, del glorioso ciclo di Enzo Bearzot sulla panchina azzurra.

Ma purtroppo, quel campionato, era anche il primo dopo il secondo scandalo delle scommesse clandestine che aveva portato in dote all'Udinese, appena rilevata da Gianpaolo Pozzo, nove punti di penalizzazione da scontarsi nella sua prima stagione da "Paron" bianconero. Legge del contrappasso: se il primo scandalo del totonero aveva "ripescato" dal penultimo posto i bianconeri friulani salvandoli dalla B a spese della Lazio, il secondo li relegava ad una retrocessione posticipata di un anno; con un fardello di nove punti sul groppone e con i due punti per vittoria voleva dire disputare un campionato da "qualificazione UEFA" per ottenere la salvezza. Cosa che non era riuscita all'Udinese di Zico, Causio, Virdis, Mauro, Edinho...

Gianpaolo Pozzo e Franco Dal Cin non vollero rinunciare all'impresa e cercarono di rinforzare la squadra per la folle rimonta pescando tra "vecchi draghi" carichi di gloria, ingaggiando i già campioni del mondo 1982 Francesco "Ciccio " Graziani dalla Roma e Fulvio Collovati dall'Inter e quello del 1978, l'argentino Daniel Ricardo Bertoni dal Napoli.

Il capitano del Brasile ai mondiali 1986, Edinho, era anche il capitano di quell'Udinese e alla sua quinta (e ultima) stagione in bianconero e sulla panchina a guidare quella missione suicida c'era il confermato "Picchio" De Sisti, capace di aver già evitato il naufragio della barca bianconera l'anno prima subentrando a 'O Lione Luis Vinicio. 

Lo sponsor sulle maglie non era più l'AGFACOLOR, quello dei sogni multicolori dell'era ZICO, ma il marchio acronimo FREUD (FREseUDinesi) della famiglia Pozzo, certamente più idoneo, richiamando il padre della psicanalisi, a sorreggere un'impresa che richiedeva non comuni doti psicologiche oltre che tecnico-agonistiche.

L'impresa si era però rivelata subito disperata, con la squadra che aveva impiegato 10 giornate per raggiungere "quota 0" e alla vigilia della 12° turno era reduce da una pesantissima sconfitta patita in riva al lago di Como, quando il quasi esordiente Salvatore Giunta aveva eluso per ben 3 volte la marcatura dello stopper mundial Fulvio Collovati e infilato la porta difesa da Beniamino Abate.

E il gol di Edinho nel finale, era sto solo il mesto segno di una resa a partita abbondantemente conclusa sul 3-0 per i Lariani.

L'Atalanta, capitanata da Nedo Sonetti, futuro artefice di una risalita bianconera in serie A, reduce da una strepitosa stagione da neopromossa salvatasi con largo anticipo al primo tentativo, giungeva anch'essa ad Udine con le ossa malconce: aveva 7 punti in classifica e occupava l'ultimo posto utile per evitare la retrocessione, precedendo di un punto le due penultime Brescia ed Ascoli e di sette, appunto, l'Udinese fanalino di coda a 0 punti legali, ma in realtà nove effettivi.

Scontro decisivo per i bianconeri che, con ancora 17 partite da giocare, avevano un solo risultato a disposizione per alimentare la tenue fiammella della speranza di centrare una folle salvezza: vincere o morire; ma non di minore importanza per i nerazzurri, affamati di punti per non scivolare ancora più in basso e per dare il colpo di grazia ad una diretta contendente alla salvezza.

Il match che ne uscì in quel piovoso, freddo ed umido pomeriggio di dicembre, con i fari accesi già nel primo tempo, davanti a 15 mila irriducibili e fradici tifosi sugli spalti fu di rara bruttezza, benché carico della "garra" che tutti i contendenti ci misero senza risparmio: il campo pesante, le avverse condizioni climatiche, l'importanza della posta in palio non aiutarono certo due squadre già poco inclini a produrre grandi giocate.

Passaggi fuori misura, lanci inutili dalla difesa, falli a ripetizione, gioco stagnante a centrocampo, tiri velleitari da distanze siderali e portieri inoperosi ed infreddoliti furono il "leit-motiv" della giornata.

Che s'illuminò a 20 minuti dalla fine quando il terzino atalantino (ed ex bianconero) Carlo Osti stese al limite dell'area Bertoni e l'arbitro Longhi di Roma decretò una punizione "di prima".

Barriera fitta e area intasata di giocatori. Tiro "tagliato" dell'argentino a mezz'altezza che aggira la barriera ed incoccia sulla fronte di Ciccio Graziani intento a correre seguendo la traiettoria della palla.

La sfera cambia direzione e s'infila nell'angolino senza che il povero Ottorino Piotti, estremo difensore atalantino, nulla possa fare se non osservare il pallone gonfiare la rete appesantita dalla pioggia.

A seguire corsa indiavolata di Ciccio sotto la curva nord inseguito dai compagni festanti. Nei 20 minuti successivi non accadde molto altro con la difesa friulana, guidata dall'esperienza dello stopper mundial Fulvio Collovati, capace di neutralizzare senza troppe ansie i disperati ma disordinati tentativi bergamaschi.

Fu una vittoria di Pirro perché a metà del girone di ritorno i friulani perdendo in casa per 6-2 con l''Avellino dell'ex mai rimpianto Luis 'O Lione Vinicio, spensero anche quella tenue fiammella e furono proprio gli orobici a mettere il sigillo, anche matematico, alla retrocessione dell'Udinese, infliggendo a quattro giornate dalla fine un rotondo 4-2 ai bianconeri ancora guidati da De Sisti. 

Ma il re dell'Epiro fu altrettanto patrono di quella vittoria bergamasca, che a nulla servì, quando 3 giornate più tardi, perdendo per 1-0 all'89' sul terreno del Franchi di Firenze contro i viola, i nerazzurri si piazzarono al penultimo posto e accompagnarono mestamente l'Udinese, ultima predestinata nella serie cadetta.

In un campionato reso anomalo dalla mancanza dei tifosi sugli spalti e dalle formazioni fatte e rifatte in base all'andamento del contagio, ho voluto "presentare" l'Udinese-Atalante di domenica prossima rievocando un Udinese - Atalanta di un anno altrettanto anomalo per i colori bianconeri, augurando lo stesso esito finale di 34 anni fa, e un altro epilogo alla fine della stagione.

Con una consapevolezza: nei 34 anni anni successivi a quel non "memorabile" Udinese-Atalanta le due società sono state capaci, con le loro gestioni dalle filosofie opposte, di trasformare un anonimo incontro tra due provinciali in un vero e proprio derby d'Italia delle provinciali.  

 

Domenica 14 dicembre 1986, Stadio Friuli

UDINESE - ATALANTA     1-0

71' Graziani

UDINESE: Abate, Galparoli, Tagliaferri (69' Zanone), Colombo, Collovati, Storgato, Chierico, Miano (80' F. Rossi), Graziani, Criscimanni, Bertoni. 

A disposizione: Spuri, Susic, Dal Fiume

Allenatore: Giancarlo De Sisti

 

ATALANTA: Piotti, Osti, C. Gentile, Prandelli, Boldini (72' Francis), Progna, Stromberg, Icardi, Cantarutti, Magrin, Incocciati (70' Barcella)

A disposizione: Malizia, Perico, Limido

Allenatore: Nedo Sonetti

Arbitro Carlo Longhi della sezione di Roma

   






         

lunedì 30 novembre 2020

GALLI, OSTI, FANESI...

Dopo Sean Connery, Gigi Proietti e Diego Armando Maradona l'annus horribilis ci porta via anche Ernesto Galli e in questo caso proprio "per mano" del virus che ha devastato le nostre vite e le nostre abitudini più consolidate. Ernesto non aveva certo la fama dei tre "mostri sacri" citati in apertura, ma nel nordest d'Italia è un nome che richiama ricordi dolci ai tanti appassionati del mondo del pallone. Lo ricordano bene i vicentini che furono testimoni dell'epopea del "Real Vicenza", vincitore del campionato di Serie B 1976/77 e al secondo posto dietro la Juve nella serie A 1977/78 grazie all'esplosione di Paolo Rossi, non ancora "Pablito" e alle parate del numero 1 Ernesto Galli, appunto. Lo ricordano bene anche in Friuli, dove il "nostro", nato a Venezia il 25 luglio 1945, aveva mosso i primi passi nelle giovanili dell'Udinese dal 1964 al 1966 vincendo il campionato Primavera nel 1964 per poi ritornare a 34 anni a difendere i pali della porta bianconera nella stagione 1979/80, quella del ritorno in serie A dei friulani dopo 17 lunghe stagioni di C e una di B. Per quelli della mia generazione è l'Udinese di Galli, Osti, Fanesi, Leonarduzzi, Fellet, Catellani ... il tempo in cui tutte le formazioni delle squadre del cuore e della nazionale venivano recitate invariabilmente a memoria come le preghiere della messa domenicale.

Ernesto Galli con quell'Udinese giocò 20 partite incassando 25 reti, prima di cedere il posto a "Charlie" Della Corna per l'ultima fase del campionato, a seguito delle dimissioni dell'allora esordiente tecnico Corrado Orrico e al subentro di Dino D'Alessi, quando ormai la stagione era compromessa e in vista c'era la retrocessione in serie B. Retrocessione che fu evitata dalla magistratura sportiva nell'estate del 1980 a spese della Lazio, condannata in secondo grado a scendere di categoria per i pasticci dei suoi giocatori durante il primo scandalo delle scommesse clandestine.

Prima di cedere di schianto nel girone di ritorno, quell'Udinese ricca di debuttanti nella massima serie, si era fatta onore nella prima parte della stagione galleggiando vicina alla metà della classifica, perdendo poche partite e imponendo pareggi insperati alle grandi: 1-1 contro l'Inter futura campione d'Italia all'esordio sul terreno del Friuli, 1-1 al Comunale di Torino contro la Juve di Trapattoni, Causio, Bettega e mezza nazionale e 0-0 a San Siro contro il Milan campione in carica del "traditore" Massimo Giacomini, Albertosi, Franco Baresi e Collovati. 

In tutte queste circostanze Ernesto Galli fu protagonista assoluto sempre a mani nude e senza guanti, salvando più volte la porta friulana così come aveva fatto sui campi dell'Europa Orientale nelle prime partite di Mitropa Cup, trofeo poi vinto dalle zebrette friulane battendo per 2-0 gli ungheresi del Debrecen allo stadio Friuli nella primavera del 1980.

Nella foto Ernesto Galli con Paolo Rossi nel settembre 1979 prima di Perugia-Udinese, terza di campionato, quando i due protagonisti del "Real Vicenza" si trovarono contro per la prima volta. 

Finì 2-0 per gli umbri, grazie ad una doppietta di Pablito.

Riposa in pace Ernesto, per me rimarrai sempre quello di Galli, Osti, Fanesi...



 

venerdì 20 novembre 2020

QUANDO ZICO FU PIU' DIAVOLO DEL MILAN

Ci sono partite che lasciano il segno nella memoria e nell'immaginario collettivo a prescindere dall'importanza che queste hanno avuto nell'economia di un torneo o una competizione. Non si tratta di finali mondiali o di Champions League e neppure di match che permettono di vincere uno scudetto o conquistare una salvezza, gare che a prescindere da quanto poi è avvenuto in campo sono già di per sé ricche alla vigilia del pathos necessario per infilarsi nella memoria a lungo termine di tifosi, appassionati o addetti ai lavori. Una di queste sfide memorabili, senza vigilia memorabile o importanza postuma per la classifica, è senza dubbio un "lontano" Milan - Udinese disputato sul "prato" dello stadio Giuseppe Meazza domenica 8 gennaio 1984 e valevole quale ultima giornata del girone di andata della serie A a sedici squadre 1983/84.  Le due contendenti arrivavano alla vigilia appaiate in classifica all'ottavo posto con quindici punti e finiranno la stagione all'ottavo posto con 32 punti il Milan e al nono l'Udinese con 31, con sorpasso dei rossoneri proprio all'ultima giornata grazie al 2-1 inflitto ai bianconeri sul terreno del Friuli. Eppure quel Milan - Udinese entrò nella memoria, prima che passare alla storia, con lo stadio meneghino riempito da 68.359 spettatori, dato battuto in quell'annata solo dalla sfida con la capolista Juventus di Platini (78.479 presenti) e persino superiore alle presenze nel derby con l'Inter (67.597) e alla sfida con la Roma scudettata di Liedholm (60.497). A rinforzare la straordinarietà di quel dato, nella precedente partita giocata dai rossoneri sul terreno amico contro il Torino, al momento quarto in classifica, si erano registrati sugli spalti 35.087 presenze: la metà dei fortunati che si godettero quel Milan-Udinese.

Cornice straordinaria per una partita tra due squadre di media classifica, con i rossoneri neo-promossi in serie A e senza immediate ambizioni di "grandeur" dopo aver vinto il campionato cadetto a seguito la sciagurata retrocessione sul campo nel torneo 1981/82 e dall'altra parte bianconeri friulani poco pratici per recitare ruoli di alta classifica. Un evento già straordinario considerando che il "tutto esaurito" non lo avevano provocato i diavoli di casa, bensì l'arrivo dell'Udinese. O meglio, l'Udinese di Zico, alla sua prima recita nel catino di San Siro, meglio noto come la "Scala" del Calcio italiano.

L'Udinese di quell'annata era partita con grandi ambizioni agli ordini del Mister Enzo Ferrari e giocava ogni match per vincerlo, sia in casa che fuori, potendo contare dalla cintola in alto su un fuoriclasse di statura mondiale come Zico e altri campioni del calibro del Barone Franco Causio, di Pietro Paolo Virdis e Massimo Mauro. Sfortunatamente non era dotata adeguatamente nel reparto difensivo per reggere quella potentissima trazione anteriore e quindi, a vittorie roboanti facevano compagnia rovesci troppo frequenti per poter impensierire in classifica le squadre battistrada, quell'anno nell'ordine finale Juventus, Roma e Fiorentina.

Il Milan neo-promosso, sotto la guida del mago del Perugia dei miracoli Ilario Castagner, era altrettanto votato all'offesa senza adeguate coperture e poco "mestiere", essendo costituito da un mix di giovanotti di sicuro avvenire ma che ancora non avevano espresso tutto il loro potenziale tipo Battistini, Tassotti, Evani, Filippo Galli, di vecchi "draghi" alle ultime recite sui massimi palcoscenici, vedi Spinosi e "Flipper" Damiani, oggetti misteriosi come il centravanti britannico Luther Blisset e qualche certezza come Franco Baresi ed il terzino belga Gerets.

Lo spettacolo che andò in scena "Alla Scala" del Calcio quell'umido, freddo e grigio pomeriggio di inizio gennaio fu molto più simile ad un kolossal hollywoodiano che ad un opera classica: molto più un "Rocky" che una Turandot: i quasi settantamila di fede rossonera furono testimoni entusiasti di un match dove le due contendenti cercavano continuamente di assestare all'altro il colpo del KO, senza curarsi minimamente di tenere la guardia alta. E alla fine i pugni che centrarono il volto dell'avversario non furono pochi. E gli ultimi, specialmente, furono davvero potenti e... indimenticabili.

Fuor di metafora: una partita con continui capovolgimenti di fronte, difese sotto pressione e spesso distratte, giocate tecniche individuali da antologia e errori grossolani.

L'andamento del match pareva pendere decisamente dalla parte rossonera, con i diavoli milanesi già in vantaggio al 8' del primo tempo grazie ad un rigore trasformato da Franco Baresi e assegnato per una "spallata" in piena area di rigore di Cesarone "Armaron" Cattaneo ai danni di Sergio Battistini.

Da lì in poi friulani all'arrembaggio e capaci di pareggiare al 40' con sua Maestà Zico pronto a scagliare in rete sulla linea di porta un'inzuccata del "tamburino sardo" Pietro Paolo Virdis, che aveva anticipato il portiere Piotti e indirizzato la palla verso la rete.

Invece di rallentare il ritmo e consolidare il pari in vista della fine della prima frazione, bianconeri si buttano ancora in avanti scriteriati, vicinissimi all' 1-2 ma invece puniti al 43' dal rossonero Verza capace di calciare a pochi metri dalla rete difesa dal "povero" Brini, un pallone danzante nell'area friulana da diversi secondi senza che nessun difensore riuscisse a calciare lontano.

Copione invariato nella ripresa: Udinese sempre all'assalto e Milan in contropiede con le occasioni più nitide per assestare il colpo del KO, vicinissimo al 52' con "Flipper" Damiani capace di onorare al meglio il suo "nickname" calciando solo davanti a Brini un pallone che prima colpisce un palo e poi l'altro senza varcare la linea di porta. 

A nove minuti dalla fine il "gancio" del KO definitivo lo piazza uno degli attori meno pronosticati della recita,  la "meteora" Luther Blisset, che all'asciutto da tempo immemore, scaraventa il pallone in fondo al sacco per quello che oltre ad essere il suo terzo gol dall'inizio del campionato sembra essere il 3-1 finale per il Milan.

Sembra.

Perchè all'84', con lo stadio festante, certo di aver ormai preso lo "scalpo" dell'Udinese di Zico, non fa i conti con la sapienza e la classe sopraffina di due campioni che, quella domenica, vestivano i colori friulani.

Al limite dell'area milanista il Barone Causio, con un gesto tecnico da leccarsi i baffi, "scodella" verso il centro dell'area piena zeppa di difensori un pallone verso Re Zico; Franco Baresi con il braccio sfiora la palla e ne accentua ancora di più la parabola, l'arbitro Mattei di Macerata, sia sempre lodato, concede la regola del vantaggio: la sfera arriva davanti al Galinho che spalle alla porta, con una sforbiciata magistrale prima che questo tocchi terra, indirizza il pallone nell'angolino dove Ottorino Piotti, immobile al centro della porta, altro non può fare che guardarlo entrare in rete a fil di palo.

Indimenticabile. Lo stadio Meazza trattiene il respiro e in diversi settori sono in molti i tifosi milanisti che si alzano in piedi ed applaudono la prodezza del brasiliano: sembra davvero di essere a Teatro! Riguardare i filmati d'epoca mi mette ancora i brividi.

Sul campo il Milan accusa il colpo e la paura della beffa paralizza i giocatori.

E, come spesso accade in questi casi, la "beffa" arriva puntuale solo 3 minuti dopo, quando Franco Causio detto anche "Brazil", riceve un passaggio filtrante del Brasiliano anagrafico, Re Zico, e con una micidiale finta di corpo disorienta prima il suo marcatore al limite dell'area per poi entrarvi e calciare una "rasoiata" ad incrociare, a filo d'erba e gonfiare la rete rossonera. 3-3. Game Over e standing ovation. Splendido bis del Barone Causio che solo due anni prima, nell'ultimo Milan - Udinese, sempre in gennaio,' aveva segnato all'89' il gol della vittoria friulana costata poi la panchina a Gigi Radice. 

In 6 minuti dal gol del 3-1 si è passò al 3-3 finale.

A fine gara un Ilario Castagner ancora incredulo e arrabbiato per l'esito finale, dichiarò che senza il gol del 3-1 la partita sarebbe finita 2-1. Morale: mai stuzzicare il can che dorme e mai tirare i remi in barca quando navighi in un mare dove ci sono gli squali. (leggasi i grandi campioni).

In una tribuna d'onore delle grandi occasioni, oltre che al presidente Federale Federico Sordillo e il CT campione del Mondo in carica Enzo Bearzot, alla fine spiccarono i commenti "eccezzziunali veramente" di Diego Abbatantuono, ancora in versione "Ras della Fossa". 

Con l'inserimento del tabellino del memorabile match che non servì a vincere nulla, con i voti che assegnò ai protagonisti Franco Mentana sulla Gazzetta dello Sport del 9 gennaio, concludo il mio viaggio nel mondo delle meraviglie del campionato italiano anni '80.


Milan - Udinese 3-3

8' rig. Franco Baresi (M), 40' Zico (U), 43' Verza (M), 81' Blisset (M), 84' Zico (U), 87' Causio (U).

MILAN: Piotti 6, Tassotti 5, Evani 5, Icardi 6,5, F. Galli 7, F. Baresi 5,5, Carotti 7, Battistini 7, Blisset 6, Verza 7, Damiani 6. - Entrati: Spinosi s.v., Manzo 6

Allenatore: Castagner 

UDINESE: Brini 5,5, Galparoli 5,5, Cattaneo 6, De Agostini 5,5, Edinho 5, Miano 6, Causio 7,5, Marchetti 5,5, Mauro 5,5, Zico 8, Virdis 6 - Entrati: Danelutti s.v. e Pradella s.v.

Allenatore: Ferrari

Arbitro: Mattei di Macerata 7,5

venerdì 13 novembre 2020

LA MIGLIOR UDINESE DI SEMPRE

 

Qual è stata la migliore Udinese di sempre? Domanda dalla risposta univoca quanto mai ardua “per definizione”, ammesso e non concesso di trovare un accordo sull’altrettanto complessa questione di cosa si debba intendere per “migliore” (miglior piazzamento? quella capace di esprimere il gioco “migliore”? quella che ha lasciato la traccia “migliore” nella mente e nel cuore dei suoi tifosi? quella che ha lasciato il segno “migliore” fuori dalla friulanità? Ecc…)

Altra variabile decisiva alla risposta “univoca” poi è l’età dell’intervistato: per cui quelli della generazione prima della mia probabilmente risponderanno l’Udinese 1954/55 (quella di “Raggio di Luna” Selmosson capace di arrivare seconda dietro al Milan di Liedholm), quelli della mia l’Udinese 1983/84 (il primo anno di Zico) oppure quella 1997/98 (con Bierhoff e Zaccheroni in Uefa per la prima volta e terzi in campionato) e quelle a seguire probabilmente si divideranno tra il 2004/2005 o il 2010/2011 (rispettivamente le annate simbolo di Luciano Spalletti e Francesco Guidolin, in grado di conquistare da outsider i preliminari di Champions League, piazzandosi al quarto posto finale). La mia risposta, utilizzando il cuore del tifoso, è facile su entrambe le questioni: la squadra “migliore” è quella che “ti ha fatto sognare di più” e quindi l’Udinese “migliore” di tutti i tempi fu quella che prese il via nella stagione 1983/84 vincendo per 5-0 contro il Genoa alla prima giornata sul campo di Marassi, non importa se poi, strada facendo disattese gran parte delle aspettative, sia sul piano squisitamente tecnico e agonistico (si piazzò al nono posto della classifica finale con un risultato insipido e inferiore all’anno precedente) che su quello societario (abbandono del gruppo Zanussi e addio del general manager Franco Dal Cin).

Riavvolgiamo il nastro e andiamo con la mente a fine maggio del 1981: al termine delle prime due tribolate stagioni di serie A (salvezza grazie ad un ripescaggio nella prima e all’ultimo minuto dell’ultima giornata grazie alla classifica avulsa nella seconda), che facevano seguito a ben 17 campionati di serie C e uno di B, la proprietà dell’Udinese passa di mano dall’imprenditore veneto “dei gelati” Teofilo Sanson al gruppo Zanussi di Pordenone. Registi dell’operazione l’allora Sindaco di Udine Angelo Candolini e il giovane e ambizioso direttore sportivo dell’Udinese, il trentottenne originario di Vittorio Veneto, Franco Dal Cin. Il cambio di passo s’incomincia facilmente intuire sin dalle prime battute: all’inizio degli anni ’80 il gruppo Zanussi è un colosso europeo nel campo della produzione degli elettrodomestici, dà lavoro a 35.000 dipendenti e il suo Presidente, il cavaliere del lavoro di origini romane Lamberto Mazza assumendo anche la presidenza del club friulano, fa subito intendere che l’Udinese è diventata una delle aziende del gruppo e pertanto dovrà raggiungere risultati adeguati e in linea con il ruolo di testimonial di un importante impresa industriale che opera sui mercati internazionali. Entusiasta del progetto è senza dubbio Franco Dal Cin, che si adopera altrettanto sollecitamente per vincere la sfida di portare in 3 anni un club di provincia a competere in Italia e in Europa ai massimi livelli. Per la stagione 1981/82 il primo “step” verso l’obiettivo finale prevede il raggiungimento di una tranquilla salvezza e la creazione di un nucleo tecnico-agonistico all’altezza della categoria e così, durante il mercato estivo e autunnale, vengono acquistati giocatori già esperti e affermati quali il veterano della nazionale Franco Causio dalla Juventus,  Carlo Muraro e Franco Pancheri dall’Inter già campione d’Italia,  Cesare Cattaneo dall’Avellino, Dino Galparoli dal Brescia, l’ex nazionale brasiliano Orlando Pereira dal Vasco de Gama, Roberto Bacchin dal Bari e  Angelo Orazi dal Catanzaro. I nuovi vengono a dare esperienza e sostanza ad un gruppo di giovani usciti dalla Primavera campione d’Italia e confermati in prima squadra tra cui i veneti Manuel Gerolin, Fausto Borin e i friulani Paolo Miano, Gianfranco Cinello e Giorgio Papais.  

Alla guida tecnica viene confermato Enzo Ferrari, l’allenatore quarantenne di San Donà di Piave che la stagione precedente aveva condotto la primavera al titolo nazionale e, subentrando da esordiente all’inizio del girone di ritorno a Gustavo Giagnoni in prima squadra, aveva “ribaltato” un gruppo già destinato alla retrocessione e, inserendo il blocco della giovanile, l’aveva traghettato ad una spettacolare rimonta conclusasi con la salvezza.

La tifoseria riempie uno stadio Friuli la cui capienza è stata portata sulla soglia dei 40.000 posti e assiste entusiasta al raggiungimento dell’obiettivo stagionale: comoda salvezza conquistata con tre giornate d’anticipo sciorinando spesso nelle partite casalinghe uno spregiudicato gioco d’attacco e stropicciandosi gli occhi con le giocate del capitano Franco Causio che, ben lungi dall’essere “bollito”, riconquista la nazionale in partenza per i mondiali e vince il premio della stampa sportiva quale miglior giocatore per rendimento di tutta la seria A.

L’obiettivo societario dichiarato per la stagione seguente è quello di consolidare definitivamente la presenza nella massima serie, con una squadra in grado di competere ora con le prime otto della classifica e ancor prima che inizi il mercato estivo sono già stati opzionati (e poi perfezionati) gli acquisti di giocatori di caratura internazionale come il nazionale brasiliano Edinho dalla Fluminense, il capitano della nazionale jugoslava Ivica Surjak dal Paris Saint-Germain, il centravanti titolare neo campione d’Italia della Juventus Pietro Paolo Virdis, l’esperto bomber del Torino Paolo Pulici, il portiere Roberto Corti del Cagliari e, strappandolo alla concorrenza delle “Big”, il giovane talento Massimo Mauro dal Catanzaro. Parallelamente i migliori della stagione conclusa vengono confermati, lo stadio Friuli ingrandito con l’aggiunta di altri 5.000 posti in piedi rialzando le curve e agli abbonati per la stagione 1982/83 data la possibilità di sottoscrivere anche azioni societarie diventando così soci del Club in analogia con quanto avveniva (e avviene) nelle polisportive come il Real Madrid ed il Barcellona.

Anche il secondo step verso l’obiettivo finale viene centrato con precisione “ingegneristica”: i quasi 20.000 abbonati assistono ad un sesto posto finale con sole 4 sconfitte nell’arco delle 30 partite stagionali e al conseguimento del record dei pareggi: ben 20, spesso vittorie mancate di un soffio. La qualificazione in coppa Uefa (allora si qualificavano solo 2 squadre) mancata solo nelle ultime giornate, e i grossi club costretti a “fare le barricate” quando scendono sul terreno del Friuli per non uscire sconfitti, sembrano essere segnali di un sicuro viatico al conseguimento dell’obiettivo finale per la stagione 1983/84.

Così si arriva ai primi giorni di giugno del 1983 quando, lasciando tutto il mondo sportivo – e non solo – a bocca aperta, il general manager Franco Dal Cin annuncia che l’Udinese ha acquistato dal Flamengo di Rio de Janeiro, con un contratto triennale, niente meno che Arthur Antunes de Coimbra detto Zico, l’asso brasiliano che assieme a Michel Platini e Diego Armando Maradona divide la fama di essere “il più forte del mondo”. A livello mediatico una sorta di Lionel Messi o di Cristiano Ronaldo dei giorni nostri, per aiutare un po’ i più giovani a capire al meglio di cosa si trattasse. I tifosi friulani, ancora inebriati dalla vittoria mundial dell’estate precedente, dove i friulanissimi Bearzot e Zoff avevano condotto la nazionale italiana ad una imprevisto e leggendario titolo mondiale in Spagna, passano un mese e mezzo “di fuoco” tra l’incredulità prima, la rabbia poi e infine una gioia pazzesca. La federazione, presa in contropiede, all’inizio si mette di traverso e chiude le frontiere ai giocatori stranieri, respingendo il tesseramento del campione brasiliano all’Udinese e quello dell’altro nazionale carioca Toninho Cerezo alla Roma per presunte irregolarità formali e regolamentari. Scoppia il finimondo: adunate oceaniche di piazza, cartelli “O Zico o Austria”, mobilitazione del mondo politico regionale e persino l’intervento del Presidente della Repubblica “più amato dagli italiani” Sandro Pertini; a fine luglio un comitato di tre insigni giuristi - Massimo Severo Giannini, Giuseppe Guarino e Rosario Nicolò - nominati dal CONI accolgono i ricorsi di Roma e Udinese e danno via libera al loro arrivo immediato, con Re Zico che raggiunge i nuovi compagni all’Hotel Nevada di Tarvisio in preparazione per la stagione 1983/84.

Seguiranno nei giorni successivi la famosa passerella in auto d’epoca per le vie di Udine gremite di tifosi festanti e la dichiarazione sul palco di piazza XX settembre che lui è venuto all’Udinese per “portare lo scudetto”, con il Presidente del coordinamento degli Udinese Club, Gian Raffaele Antonucci, pronto a chiosare “Che ne direste se cambiassimo il nome di questa piazza in Piazza Zico?”.

Udine finisce al centro dell’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica, non solo sportiva, di tutto il mondo e nell’ambiente nazionale l’ipotesi ventilata dal brasiliano inizia ad essere presa in seria considerazione: la squadra friulana è arrivata sesta alla fine della scorsa stagione ed è piena di giocatori esperti dai “piedi buoni” di livello internazionale e di alcuni giovani giocatori italiani che si sono già distinti nella massima categoria. A ben vedere, per dare maggiore e definitiva competitività alla squadra, servirebbero un difensore e un centrocampista di più qualità e forse un tecnico più esperto a gestire la nuova situazione venutasi a creare, ma nel frattempo i risultati del precampionato autorizzano a “credere nel sogno”. L’Udinese si presenta imbattuta ai nastri di partenza della nuova stagione, passando per la prima volta i gironi della Coppa Italia espugnando il San Paolo di Napoli, collezionando una serie di “scalpi” prestigiosi battendo al Friuli nell’ordine: l’Hajduk Spalato (3-1), il Vasco de Gama (3-0), il Real Madrid (2-1), l’America di Rio (3-0) e pareggiando per 1-1 sul campo dell’altrettanto ambiziosa Sampdoria di Mancini, Wierchowod, Bordon, Brady e Francis. Gli abbonati, ancor oggi record per la società, avevano superato le 26.000 unità. Dopo le prime due giornate di campionato l’Udinese è in testa alla classifica a punteggio pieno assieme alla Roma, ma con miglior differenza reti e Zico è già in testa alla classifica dei marcatori con due doppiette. I friulani sono richiesti in tutta Italia e nel mondo disputare amichevoli, il Barcellona in marzo viene a Udine e perde per 4-1, mentre a fine campionato la squadra è invitata negli Stati Uniti e in Australia per disputare una serie tornei e di amichevoli. Ecco, per me, quello è stato l’apice della storia del club: il momento in cui sognare era divenuto lecito. Durò poco. Il colosso svedese Electrolux acquistò il pacchetto di maggioranza del gruppo Zanussi nella primavera del 1984 e liquidò l’uscita del Cav. Lamberto Mazza dalla direzione pordenonese con le azioni dell’Udinese Calcio Spa; il Club pertanto usciva dalle strategie e, soprattutto, dalle disponibilità finanziarie di un gruppo industriale per passare nelle mani di un privato, con le conseguenze facilmente immaginabili. Il general manager Franco Dal Cin, che nel frattempo aveva già opzionato inutilmente per la stagione 1984/85 il brasiliano Junior del Flamengo e Fulvio Collovati dell’Inter, colse subito la mala parata e prima che il campionato 1983/84 finisse lasciò l’incarico per accasarsi con i nerazzurri milanesi. Lamberto Mazza avocò a sé l’intera gestione, facendo entrare nel consiglio di amministrazione anche il figlio Stefano e dovette adeguare i programmi sportivi alla mutata situazione societaria. Che certo non erano più quelli di “vincere lo scudetto e giocare le coppe europee” ma ritornava ad essere quello di consolidare la permanenza in serie A. A fine stagione venne esonerato l’allenatore Enzo Ferrari e non fu rinnovato il contratto al capitano Franco Causio che seguì Dal Cin a Milano, mentre Pietro Paolo Virdis fu ceduto al Milan. Venne imbastita una trattativa con il Torino anche per la cessione di Zico, che non andò in porto per la riluttanza del brasiliano e per i malumori della piazza, ancora non del tutto pronta a scendere così bruscamente dal treno dei sogni.

Nel 2015 ebbi occasione di conversare con Enzo Ferrari sulle gioie e i dolori di quel periodo, su cosa fosse mancato a quella squadra per raggiungere l’obiettivo finale e mi confermò di aver creduto anche lui nella fattibilità dell’impresa, che riuscì invece al Verona 1984/85. A suo dire remarono contro la cattiva gestione del brasiliano, costretto a disputare un gran numero di amichevoli per questioni finanziarie, ma inutili dal punto di vista tecnico, che lo portarono ad una serie di infortuni decisivi per il suo rendimento e per l’apporto che avrebbe potuto ancora dare nella fase finale e cruciale del campionato, il mancato acquisto di un paio di buoni elementi a centrocampo e in difesa ma più di tutto il cambiamento societario che scombinò tutta l’architettura su cui si era basato il progetto e con la quale era stato ben condotto fino a quel momento.

Quella stagione, in cui l’Udinese aveva sempre veleggiato tra il quarto e il quinto posto, subito a ridosso di Juventus e Roma che si contesero il titolo, si concluse con il piazzamento al nono posto, “grazie” alla sconfitta casalinga con il Milan nell’ultima giornata e ad una serie concomitante di risultati sfavorevoli nelle partite in cui erano impegnate le altre squadre di medio-alta classifica. A fine partita, il Presidente Lamberto Mazza comparve sul megaschermo dello Stadio Friuli – uno dei primi realizzati d’Europa – per annunciare agli increduli tifosi ancora delusi per l’esito del torneo, che se avessero voluto continuare a vedere Zico in una grande Udinese avrebbero dovuto versare nelle casse sociali a titolo di prestito almeno 4 miliardi di vecchie lire. Fu l’inizio della fine. Nella stagione successiva, la squadra indebolita e con Zico bersagliato da continui infortuni – giocò solo 16 partite segnando 2 reti – lottò per salvarsi sino alle ultime giornate, con il brasiliano costretto a rientrare in fretta e furia al Flamengo ad una giornata dal termine del campionato con l’accusa di evasione fiscale e costituzione di capitali all’estero. Accolto come un Messia e costretto dall’inadeguata gestione atletica e dalle alchimie giuridico-finanziarie del suo trasferimento all’Udinese a tornare acciaccato in Brasile, scappando pure come un ladro.

Ad ogni buon conto, ecco la rosa con tra parentesi le presenze e le reti in campionato, della mia “migliore” Udinese di sempre, capace di vincere 11 partite, pareggiarne 9 e perderne 10, segnando 47 reti e subendone 40 nelle 30 giornate del torneo di serie A 1983/84.

Portieri

Fabio Brini (25, -35), Fausto Borin (5, -5)

Difensori

Dino Galparoli (30,1), Cesare Cattaneo (25,0), Edinho (29,4), Attilio Tesser (8,0), Franco Pancheri (20,0)

Centrocampisti

Luigi De Agostini (25,1), Paolo Miano (26,1), Manuel Gerolin (21,0), Alberto Marchetti (24,1), Massimo Mauro (30,2), Franco Causio (cap.- 30,3), Sandro Danelutti (8,0), Loris Dominissini (11,0)

Attaccanti

Zico (24,19), Pietro Paolo Virdis (29,10), Loris Pradella (13,1), Gino Masolini (1,0)

Staff Tecnico

Enzo Ferrari (allenatore)

Narciso Soldan (allenatore in seconda)

Cleante Zat (preparatore atletico)

Fauso Bellato (medico sociale)

Gianfranco Casarsa (Massaggiatore)

 

Sono sicuro che molti storceranno il naso sulla mia scelta perché è vero che quella squadra non vinse nulla e anzi a fine campionato la delusione fu grande per il mediocre piazzamento, che male ricompensava le grandi attese della vigilia.

Nella più che trentennale e successiva gestione della famiglia Pozzo furono raggiunti risultati strepitosi, sempre mettendo in pista formazioni capaci invece di raccogliere sul campo molto e molto di più di quanto era lecito attendersi alla partenza. Tutte quelle formazioni ci hanno sorpreso e ci hanno regalato gioie e importanti traguardi inattesi, ma a ben vedere nessuna ci ha mai fatto sognare per davvero, perché sapevamo sempre che comunque a fine anno sarebbero state smantellate e che sarebbe sempre “mancato il centesimo per fare l’euro” e vincere uno scudetto o “solamente” una Coppa Italia. Altri tempi e altro calcio. Tutto vero. Non è più tempo di sogni ma di realismo. Anche per il tifoso.

Concludo raccontando un aneddoto per tentare di spiegare ai più giovani, che non hanno potuto vivere la parabola dell’Udinese targata Zanussi, il motivo della mia scelta.  Nell’estate del 2019 mi trovavo per un paio di settimane in Irlanda, a Cork, per frequentare un corso di aggiornamento e dividevo l’appartamento con un giovane brasiliano di una trentina d’anni. Ci presentammo e naturalmente al canonico “Where’re you from?” risposi altrettanto canonicamente “Italy, about 150 km north-east away from Venice”; il mio interlocutore, di San Paulo, non fu soddisfatto e mi chiese di essere più preciso e così, obtorto collo, aggiunsi: “Near Udine, you surely don’t know it.” E lui: “Oh yes! Surely i know! Udine, Zico, Udinesi!!”.

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