martedì 3 novembre 2026

NEGAZIONE UNIVERSALE

Il professor Serafino non aveva mai nutrito particolari ambizioni missionarie ma era lo stesso finito per esercitare il proprio mestiere in condizioni che avrebbero scoraggiato anche gli apostoli, soprattutto se questi ultimi avessero dovuto confrontarsi con una falange di adolescenti convinti che la salvezza dell'anima fosse meno necessaria della salvezza dell'Udinese.

La sua posizione, peraltro, presentava alcune peculiarità. Era un laico che insegnava religione, circostanza che invece di farlo risultare più credibile agli occhi dei suoi studenti contribuiva invece a collocarlo in una terra di nessuno fra le istituzioni ecclesiastiche e quelle scolastiche, senza che nessuna delle due sembrasse particolarmente interessata a rivendicarne la paternità.

Serafino era sufficientemente intelligente da comprendere che, nella classe in cui prestava servizio, la distanza fra le finalità pedagogiche e l'attenzione dei destinatari aveva una misura tale da gareggiare in ampiezza con il diametro di Piazza San Pietro. 

I suoi studenti, infatti, avevano elaborato una concezione della lezione di religione che, pur non essendo contemplata nei programmi ministeriali, godeva di un consenso pressoché unanime: quell’ora era un prolungamento della ricreazione, con il vantaggio che i quindici minuti dell’intervallo bastavano appena per fare la coda al distributore delle merendine, mentre durante l’ora di religione si poteva coltivare apertamente il proprio disinteresse senza dover guardare l’orologio.

Per cercare di invertire quella tendenza, il professor Serafino aveva tentato diverse strategie. Aveva parlato di fede e ragione, di coscienza, di responsabilità individuale, di grandi figure della tradizione cristiana. Aveva cercato collegamenti con l'attualità, proposto discussioni e perfino concesso qualche digressione su argomenti che avrebbero dovuto favorire il dialogo fra la materia e gli interessi della classe.

I risultati erano stati incoraggianti solo per chi fosse interessato a studiare le diverse manifestazioni della distrazione umana.

Fu così che, dopo aver riflettuto a lungo sulle ragioni di quell'indifferenza, decise di ricorrere a uno strumento moderno, partecipativo e, almeno nelle intenzioni, scientificamente fondato: un questionario.

Trenta domande, alcune a risposta multipla, altre aperte, attraverso le quali gli studenti avrebbero potuto esprimere le proprie opinioni sulla spiritualità, sulla fede, sulle religioni e sugli argomenti che avrebbero desiderato approfondire durante le lezioni.

Serafino spiegò con cura le finalità dell'iniziativa. Non si trattava di una verifica, precisò, e nessuno avrebbe ricevuto un voto. Desiderava soltanto comprendere meglio gli interessi della classe, così da rendere le lezioni più vicine alle esigenze culturali dei ragazzi.

La precisazione sull'assenza di valutazione produsse un effetto immediato: per la prima volta, alcuni studenti sollevarono la testa.

Il questionario venne distribuito.

La prima domanda recitava:

Saresti interessato se, oltre all'analisi dei fondamenti della religione cattolica in classe, fossero esaminati anche quelli delle altre principali religioni?

Seguivano due caselle, una per il sì e una per il no, oltre a uno spazio destinato a eventuali osservazioni.

L'Innominato lesse la domanda, prese la penna e segnò la propria risposta. Poi passò alla seconda pagina, diede un'occhiata sbrigativa alle altre ventinove domande e richiuse il questionario con la stessa espressione con cui un impiegato, dopo aver constatato che la scadenza era già spirata, rinuncia a presentare un'istanza destinata comunque a essere respinta.

Consegnò il foglio dopo meno di cinque minuti.

Il professor Serafino, che si trovava ancora alla cattedra impegnato a spiegare che la sincerità delle risposte era fondamentale per la riuscita dell'iniziativa, lo accolse con un cenno di approvazione. La rapidità della consegna non gli sembrò necessariamente un cattivo segno. Poteva darsi che l'Innominato avesse finalmente trovato un argomento capace di suscitare il suo interesse, oppure che, per una volta, avesse deciso di collaborare senza riserve.

Quando abbassò gli occhi sul foglio, scoprì che il ragazzo aveva lasciato in bianco ventinove domande su trenta.

Soltanto la prima presentava una risposta, scritta in stampatello senza cancellature né ripensamenti, invece di barrare una delle caselle previste per il si o per il no:

«NO, E SE SÌ, NON M'INTERESSA».

Serafino rilesse la frase.

La rilesse una seconda volta, nella speranza che una diversa disposizione delle parole potesse restituirle un significato pedagogicamente utilizzabile.

Niente.

La risposta era lì, perfettamente leggibile, con quella virgola dopo il no che sembrava introdurre una precisazione destinata a peggiorare la situazione.

Il professore rimase basito.

Non tanto per la scortesia, alla quale aveva ormai sviluppato una ragionevole immunità, quanto per la natura della risposta. L'Innominato non aveva semplicemente dichiarato il proprio disinteresse. Aveva voluto precisare che, anche qualora si fosse interessato sarebbe stato di sicuro per errore, un errore dal quale si sarebbe subito emendato.

Era una posizione difficilmente confutabile, perché non lasciava spazio nemmeno all'eventualità di una conversione dell'interlocutore.

L'Innominato, intanto, era tornato al proprio banco.

Non sembrava soddisfatto, né particolarmente divertito. Aveva semplicemente terminato il lavoro che riteneva necessario svolgere.

La classe, invece, aveva raggiunto una conclusione assai più impegnativa.

Tutti gli altri avevano risposto a ogni domanda, producendo una quantità di considerazioni sulla spiritualità, sul dialogo interreligioso e sul valore della conoscenza reciproca che, lette nel loro insieme, avrebbero potuto far pensare a una generazione di giovani teologi, filosofi e futuri partecipanti a convegni internazionali.

L'Innominato aveva riassunto l'intera produzione intellettuale della classe in sette parole, compresa la congiunzione.

La cosa più sorprendente era che nessuno, neppure fra coloro che si erano prodigati nelle risposte, fosse disposto a contestargli il risultato.

Al contrario, quando la frase cominciò a circolare fuori dall’aula, l’Innominato ricevette un’accoglienza che non aveva mai conosciuto. Giffoni ne aveva ricopiato una versione sul diario, fra le scadenze delle interrogazioni, e a ricreazione una ragazza della B venne a chiedere se fosse vero, con il tono di chi domanda se una leggenda abbia un indirizzo. Qualcuno gli lasciò il posto in fila al distributore. Nessuno disse niente, perché l’Innominato aveva l’aria di chi avrebbe replicato, ma tutti lo guardavano con un misto di ammirazione e riconoscenza, come se avesse compiuto un gesto di cui ciascuno aveva sentito il bisogno senza mai trovare il coraggio di assumersene la responsabilità.

Il professor Serafino, dal canto suo, non rinunciò al progetto. Raccolse i questionari, li esaminò con attenzione e cercò di ricavarne indicazioni utili per le lezioni successive. Tuttavia, ogni volta che tornava a leggere quella risposta, provava la sensazione sgradevole di essersi imbattuto in una verità che il proprio metodo d'indagine non aveva previsto.

Fu il collega di filosofia a offrirgli l'occasione per venirne a capo.

Serafino gli raccontò l'accaduto durante una pausa, inizialmente con l'intenzione di condividere una delle tante difficoltà del mestiere. Ma, mentre riferiva la risposta dell'Innominato, si accorse di stare dedicando all'episodio un'attenzione superiore a quella riservata a fatti ben più importanti.

Il professore di filosofia ascoltò senza interromperlo.

Alla fine, invece di sorridere o commentare la maleducazione del ragazzo, rimase qualche secondo in silenzio.

«Posso vedere il questionario?»

Serafino glielo mostrò.

Il collega lesse la risposta, poi tornò a leggere la domanda.

«Interessante.»

Serafino lo guardò con una certa perplessità.

«Interessante in che senso?»

«Nel senso che ha risposto alla domanda senza cercare di compiacere chi l'ha formulata. E, soprattutto, senza cercare di compiacere l'immagine che probabilmente ha di sé.»

«Ha scritto che non gli interessa. E che, se anche gli interessasse, non gli interesserebbe.»

«Appunto. È una distinzione fra l'interesse dichiarato e quello reale. Oppure, se preferisci, una dichiarazione d'indipendenza nei confronti delle aspettative altrui.»

Serafino non sembrava del tutto convinto.

«Oppure è semplicemente un maleducato.»

«Naturalmente. Le due cose non si escludono.»

Il professore di filosofia si tolse gli occhiali, li pulì con un fazzoletto e li rimise sul naso.

«Vorrei conoscerlo.»

Qualche giorno dopo, l'Innominato venne convocato in aula insegnanti. L'invito gli fu comunicato con la solennità riservata agli studenti che avevano combinato qualcosa di sufficientemente grave da richiedere un colloquio con un docente diverso da quello direttamente coinvolto.

Si presentò senza fretta, con le mani nelle tasche e l'espressione di chi si aspetta di dover chiarire un equivoco amministrativo.

Il professore di filosofia gli indicò una sedia.

«Ho letto la tua risposta al questionario del professor Serafino.»

«Ah.»

«Volevo farti i complimenti.»

L'Innominato lo guardò.

«Per cosa?»

«Per la sincerità.»

Il ragazzo rimase in silenzio, come se stesse valutando la possibilità che quella parola nascondesse una qualche forma di ironia.

«Non c'è niente di straordinario», disse infine. «Mi ha fatto una domanda e ho risposto.»

«Il punto è proprio questo. Molte persone non rispondono a una domanda. Rispondono a quello che pensano ci si aspetti da loro.»

L'Innominato si strinse nelle spalle.

«Problemi loro.»

Il professore sorrise.

«Sai, quello che hai scritto l'ho trovato geniale, mi ha colpito sia nella forma che nella sostanza. Nella forma la tua frase ha la forza, la sintesi e l'incisività delle migliori sentenze vergate in lingua latina da Sallustio o addirittura da Cicerone, mentre nella sostanza  ricorda un principio fondamentale della filosofia. La ricerca della verità richiede il coraggio di mettere in discussione le convenzioni, anche quando farlo è scomodo.»

«Io non ho messo in discussione niente, semplicemente non me ne fregava un cazzo.»

Il professore rimase per un istante senza parole. Poi scoppiò a ridere, con una spontaneità che sorprese persino lui.

«Va bene. D'accordo. Ma dimmi una cosa: se potessi scegliere liberamente un argomento da approfondire, quale sarebbe?»

L'Innominato si alzò.

«Nessuno.»

«Proprio nessuno?»

«No, e se si, non m'interessa.»

LA VINCIBILE ARMADA

Nella classe della professoressa Catrame, le ore di Storia erano caratterizzate da un delicato equilibrio fra la necessità dell'insegnante di trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio della civiltà umana e la ferma determinazione delle nuove generazioni di non riceverne neppure una porzione che eccedesse le proprie esigenze di sopravvivenza scolastica.

Aveva un'idea piuttosto precisa del mestiere dell'insegnante: la Storia andava studiata, possibilmente capita e, qualora lo studente avesse manifestato una particolare propensione all'ozio, restituita sotto forma di interrogazione, che costituiva il suo personale contributo al perpetuarsi della memoria collettiva. La prospettiva di essere interrogati a sorpresa, tuttavia, rendeva la classe particolarmente sensibile a ogni manifestazione di volontariato didattico, purché fosse esercitata da qualcun altro.

Quel giorno il salvatore designato era Moschetto, uno dei pochi studenti che non considerassero la Storia una successione di date da memorizzare in prossimità delle verifiche, ma una faccenda seria, da ricostruire con la precisione di un investigatore e la partecipazione emotiva di chi, a distanza di secoli, non aveva ancora perdonato a Napoleone Waterloo.

La Catrame aveva appena accennato all'Invincibile Armada e Moschetto, ottenuto il permesso di esporre, era partito senza più fermarsi.

Ricostruì le ambizioni di Filippo II, le tensioni religiose con Elisabetta I, i preparativi della spedizione, le difficoltà di coordinamento con le forze spagnole nei Paesi Bassi, gli scontri nel Canale della Manica e la disastrosa ritirata della flotta, perseguitata prima dagli inglesi e poi dalle tempeste. Descriveva le manovre navali con una competenza che faceva sospettare una precedente carriera nell'Ammiragliato britannico, mentre la sua memoria, infallibile su date, nomi e circostanze, sembrava custodire un archivio nel quale neppure un marinaio di seconda classe avrebbe potuto permettersi di mancare all'appello.

La professoressa Catrame ascoltava soddisfatta. Moschetto era una delle sue creature migliori: un ragazzo capace di restituire alla materia quella dignità che gli altri studenti le sottraevano sistematicamente, trattando la caduta degli imperi con la stessa indifferenza riservata alla caduta di una gomma sotto il banco.

In ultima fila, tuttavia, l'Innominato non partecipava alla ricostruzione della catastrofe spagnola. Non partecipava, a dire il vero, neppure alla vita scolastica, se non nella misura strettamente necessaria a evitare che qualcuno si accorgesse della sua totale estraneità.

Sedeva da solo, occupando l'intera fila di banchi, non per una scelta dell'arredamento ma per un tacito accordo con il resto della classe. Nessuno aveva mai ricevuto un ordine esplicito di non sedersi accanto a lui; semplicemente, nessuno aveva mai trovato una ragione sufficientemente convincente per farlo.

Davanti a sé teneva un quaderno sul quale costruiva quadrati numerici di dimensioni crescenti. Inseriva i numeri consecutivi nelle caselle, seguendo il movimento del cavallo negli scacchi, e passava da una griglia all'altra con la concentrazione di un monaco medievale impegnato a decifrare un manoscritto sacro. Mentre Moschetto ricostruiva il tramonto della potenza spagnola, lui cercava di dimostrare che l'universo, almeno quello contenuto in un foglio a quadretti, poteva essere governato da una regola semplice e da una pazienza illimitata.

Brunelli, che a una simile forma di ostinazione non poteva restare indifferente, si voltò.

«Cos'è quella roba?»

«Mossa del cavallo.»

«Qual è il più grande che hai fatto?»

«Venti per venti.»

Brunelli guardò il quaderno, poi il proprio banco, come se stesse calcolando le risorse necessarie per una spedizione militare.

«Voglio provarci anch'io. Riempirò un foglio protocollo.»

L'Innominato lo fissò per la prima volta con un'espressione quasi umana.

«Ma sei coglione! Dopo vedi numeri per tre giorni.»

Brunelli non raccolse la provocazione. Non perché l'avesse trovata convincente, ma perché Moschetto, in quel momento, stava descrivendo l'impiego delle navi incendiarie inglesi contro la formazione spagnola e sembrava sul punto di annunciare l'affondamento dell'intera flotta.

L'Innominato tornò ai suoi quadrati. Poi, forse incuriosito dal tono di Moschetto, forse infastidito da quell'esibizione di sapere che sembrava non avere intenzione di terminare, sollevò lentamente la testa.

Aveva ascoltato abbastanza da capire che il compagno conosceva ogni dettaglio della battaglia, o almeno così sembrava. Gli restava una sola possibilità: trovare un particolare talmente secondario da risultare impossibile da conoscere, oppure talmente stupido da rendere inutile qualsiasi risposta.

Scelse una via di mezzo.

«Ehi Ammiraglio! Quanti cannoni avevano le navi?»

La domanda partì dall'ultima fila con la noncuranza di chi chiede se fuori piove. L'Innominato sorrise appena: aveva finalmente individuato il punto in cui l'erudizione di Moschetto avrebbe potuto incepparsi. Dopo aver parlato per dieci minuti di sovrani, strategie e tempeste, il compagno si sarebbe trovato a dover ammettere di non conoscere un dato elementare. La caduta dell'Armada sarebbe stata completata dalla caduta del suo storico.

Moschetto si interruppe. Si voltò verso di lui.

La classe trattenne il fiato.

«I galeoni dell'epoca disponevano di armamenti differenti, naturalmente, ma quelli della flotta spagnola potevano avere, in alcuni casi, ventiquattro cannoni per fiancata. Per semplificare, se consideriamo ragionevole un numero medio di 20 cannoni per fiancata, ne abbiamo 40 per nave. Ora, se prendiamo come 325 il numero documentato dei velieri inglesi e spagnoli partecipanti alla battaglia, basta moltiplicare 325 per 40 e otteniamo il totale.»

Piccola pausa.

«E allora è ragionevole stimare 13.000 cannoni in totale.»

La risposta arrivò senza esitazione, con una serenità che rendeva il risultato ancora più insopportabile. Moschetto non aveva soltanto risposto: aveva trasformato la provocazione in un esercizio di aritmetica, come se l'Innominato gli avesse appena chiesto di calcolare il costo complessivo di una spesa al supermercato.

La professoressa Catrame rimase a bocca aperta. Brunelli si voltò del tutto. Anche quelli che non avevano seguito una sola parola della lezione capirono che era appena successo qualcosa di notevole.

L'Innominato, invece, non si mosse.

Per un momento sembrò che la battaglia fosse finita. Moschetto aveva resistito all'attacco, respinto la provocazione e consolidato la propria posizione con la precisione di una batteria costiera. L'Innominato sembrava rimasto senza munizioni. 

Ma era troppo presto per celebrare la vittoria.

Se la via di mezzo si era rivelata un colpo a salve, rimaneva la seconda opzione: la stupidità.

L'Innominato abbassò gli occhi, come se stesse meditando sulla risposta ricevuta. Poi li rialzò. Sul volto gli comparve un ghigno che, in altre circostanze, avrebbe consigliato ai presenti di abbandonare la zona.

Seguì una solenne bestemmia, pronunciata con il tono di un perito chiamato a giurare in tribunale. 

Quindi arrivò la domanda.

«E allora chi era il nostromo?»

La domanda arrivò con la precisione di una palla di cannone che centra in pieno la santabarbara della nave ammiraglia.

Per una frazione di secondo nessuno capì. Poi la classe esplose.

Brunelli si piegò sul banco, battendo i pugni sul legno. Quelli della fila centrale per poco non si rovesciarono sulle sedie. Qualcuno emise un verso che non apparteneva ad alcuna lingua conosciuta, ma che avrebbe potuto essere compreso da tutti gli equipaggi della flotta inglese. La risata si propagò da un banco all'altro, travolgendo ogni residuo di disciplina e riducendo l'Invincibile Armada a una fila di pedalò abbandonati a settembre sulla spiaggia di Lignano Pineta.

Soltanto Moschetto rimase in silenzio, probabilmente con la stessa espressione del volto di Filippo II  quando apprese della disfatta ispanica. 

La professoressa Catrame, pallida d'indignazione, tentò di riprendere il controllo della classe. Ma anche lei, per un istante, sembrò incapace di stabilire se fosse più grave l'insolenza dell'Innominato o la sconfitta subita dal suo erudito prediletto.

Gioco, set e incontro per l'Innominato che, noncurante del suo trionfo, tornò al quaderno, riprese la penna e continuò a riempire il proprio quadrato magico.



lunedì 2 novembre 2026

DE ARTE FURTIVA

La professoressa Flavia Castigo apparteneva a quella categoria di insegnanti per le quali il latino non è una competenza professionale ma una superiorità morale, che autorizza a considerare l’umanità intera una congrega di barbari da ricondurre alla civiltà attraverso la declinazione di rosa, rosae... 

Il cognome non richiedeva interpretazioni. Nomen omen, avrebbero detto gli antichi a lei cari, aggiungendo, se avessero avuto la sventura di frequentare il suo corso, che gli dèi talvolta distribuiscono i destini con precisione notarile.

La Castigo insegnava latino con lo spirito con cui Minosse amministrava la giustizia negli Inferi: senza fretta, senza indulgenza e con la certezza che, prima o poi, ciascuno avrebbe ricevuto la propria pena. Non urlava quasi mai. Le bastava pronunciare un cognome con una certa inflessione perché l’interessato si sentisse annunciare una sentenza capitale. Il suo, più che un registro era un'edizione aggiornata del libro dei morti. 

Quel giorno era in calendario una delle prove più temute del programma: l’apologo di Menenio Agrippa, dal secondo libro dell’Ab Urbe Condita di Tito Livio.

Una scelta dotata, a pensarci bene, di una sua perfidia pedagogica. Il patrizio che durante la secessione della plebe sul Monte Sacro aveva ricomposto il dissidio con l’allegoria del ventre e delle membra veniva affidato a una platea di adolescenti che, in quel momento, non sarebbero riusciti a ricomporre neppure il dissidio fra soggetto e predicato.

Remfutti e l’Innominato sedevano in fondo, dove confidavano che la distanza dalla cattedra e una doppia barriera di compagni compensassero le lacune della loro preparazione.

Sull’Innominato aleggiava una reputazione che valicava i cancelli dell'Istituto. Non era un bullo in senso convenzionale: era una di quelle presenze che inducono a valutare con attenzione l’opportunità di rivolgere la parola, come se dietro ci fosse una minaccia che sarebbe imprudente costringere a manifestarsi. Nessuno lo chiamava per nome. Non che fosse vietato, ma nel dubbio la prudenza aveva assunto le sembianze di una legge non scritta.

Remfutti incarnava invece un'altra rara qualità: era capace di sostenere una tesi e, pochi minuti dopo, di difendere con identica convinzione la tesi opposta, purché nel frattempo qualcuno avesse avuto la sciagurata idea di dargli ragione. Per tradurre Tito Livio, però, il talento presentava qualche inconveniente: la sintassi non si lasciava provocare, e il congiuntivo, a differenza dei compagni, non cambiava posizione solo per il gusto di contraddirlo.

L’Innominato aveva preparato l’impresa con una meticolosità che, applicata allo studio, gli avrebbe permesso di tradurre il latino a occhi chiusi. Aveva ritagliato una quantità considerevole di foglietti con declinazioni, paradigmi e costrutti, e li aveva distribuiti sulle gambe, dalle ginocchia in su: il banco come avamposto, il corpo gareggiava con la Biblioteca perduta di Alessandria.

Remfutti aveva scelto una strategia meno eroica e, in teoria, più razionale: il libro di latino nella cartella semiaperta, in modo da sbirciare le pagine senza sollevare la testa. Una soluzione che manifestava un’eccessiva considerazione della capacità umana di guardare senza essere visti.

Distribuiti i fogli, la Castigo si accomodò dietro la cattedra, incrociò le braccia e cominciò a scrutare la classe senza muovere il capo, lasciando lavorare solo gli occhi, che parevano dotati di un sistema di rilevamento indipendente dal resto del corpo.

Il silenzio si fece assoluto. Si sentiva il raschiare delle penne, qualche colpo di tosse represso, il fruscio di una pagina voltata con la circospezione di chi maneggia un documento riservato.

L’Innominato teneva la testa bassa, convinto che la sua posizione fosse inespugnabile. La Castigo lo fissò a lungo e poi, con la lentezza di un cecchino che ha individuato il bersaglio ma non vuole ancora concedergli la dignità di saperlo, spostò lo sguardo su Remfutti.

Gli occhi di Remfutti stavano compiendo un viaggio di andata e ritorno fra il fondo della cartella e il foglio sul banco: una discreta oscillazione, come se le pupille consultassero un oracolo particolarmente avaro di responsi. La Castigo intercettò il movimento. I loro sguardi si incrociarono.

Non occorreva essere Tiresia per prevedere come sarebbe finita.

«Voi due, laggiù in fondo, copiate!»

La sentenza cadde sull’aula come un editto. La professoressa si alzò e si avviò lungo il corridoio fra i banchi, senza accelerare il passo: sapeva che il colpevole, prima o poi, si sarebbe consegnato da solo. 

Nel momento esatto in cui la Castigo si sollevò dalla sedia, Remfutti estrasse il libro dalla cartella e, con un gesto rapido e calibrato, lo fece scivolare sul pavimento. Il volume percorse il corridoio con la precisione di una boccia lanciata da un campione del mondo, superò una gamba, sfiorò una scarpa e si fermò, senza rumore apprezzabile, ai piedi di Giffoni, in prima fila.

Non sembrava gettato: sembrava aver ricevuto un ordine superiore, come se Hermes, protettore dei ladri e dei messaggeri, fosse intervenuto di persona a sottrarre il suo protetto alla giustizia.

Tutte le teste rimasero immobili. Nessuno si voltò. Gli studenti fissarono i fogli davanti a loro come se fossero le tavole della Legge, evitando di guardare il pavimento, neanche fosse costellato dagli occhi della Medusa.

Giffoni sentì il sangue abbandonargli il viso. Il libro giaceva ai suoi piedi, aperto su una pagina che non avrebbe saputo distinguere da un elenco telefonico etrusco. Davanti a lui la Castigo avanzava; dietro di lui, metaforicamente, si aprivano le porte del Tartaro.

Raccoglierlo significava compromettersi. Lasciarlo dov’era significava rischiare che la professoressa lo vedesse. Spostarlo con il piede avrebbe attirato l’attenzione. Restare immobile non offriva garanzie migliori, perché l’immobilità di un innocente e quella di un complice, vista da una cattedra, sono sorprendentemente simili.

Giffoni, ispirato da Hermes in persona, si chinò con una destrezza che avrebbe ingannato anche un agente della CIA, raccolse il volume e lo infilò nella cartella.

La Castigo nel frattempo raggiunse i due sospettati.

L’Innominato fu trovato con la testa ancora china e le gambe trasformate in una biblioteca ambulante. La professoressa non ebbe bisogno di interrogare nessuno. Sollevò il primo foglietto, poi il secondo, poi il terzo, e a ogni reperto il suo volto si faceva più severo, come se ricostruisse, attraverso quei frammenti di carta, una cospirazione contro l’ordine costituito.

L’Innominato non disse una parola, quasi la questione non lo riguardasse. 

La Castigo gli sequestrò i foglietti, distrusse con fare teatrale quella Biblioteca di Alessandria e gli intimò di uscire. Poi prese il compito, su cui campeggiava una quantità di bianco che si sarebbe potuta scambiare per una scelta stilistica radicale, e vi scrisse con la penna rossa un gigantesco 2.

Non un due discreto, bensì un due monumentale, tracciato con l’energia di un editto di proscrizione.

«Fuori!»

L’Innominato raccolse le sue cose e si avviò alla porta senza voltarsi. Nessuno osò seguirlo con lo sguardo. 

La professoressa rimase qualche secondo accanto al banco, poi si rivolse a Remfutti.

«Chi copia con me: DUO!»

Lo disse scandendo le sillabe. Era il suo numero prediletto. 

Remfutti reagì con la prontezza di chi, davanti al plotone d’esecuzione, decide di contestare la competenza territoriale del tribunale.

«Ego vero non exscribunt!»

La Castigo lo guardò.

«Exscribebam, semmai. Non fare lo spiritoso con me, Remfutti!»

«Non copiavo, non copiavo affatto.»

La Castigo, prima lo fissò con severità e poi abbassò lo sguardo sul sottobanco e cominciò un’ispezione accurata, degna di una guardia di frontiera bielorussa: il ripiano, gli angoli, lo spazio fra la parete e la gamba metallica. Non trovò nulla.

«Fammi vedere la cartella.»

Remfutti, con malcelata soddisfazione, la aprì con l’aria di un uomo che ha appena ricevuto un mandato di perquisizione ed è certo che gli investigatori troveranno solo scontrini del supermercato. Cominciò a estrarre i libri uno alla volta, annunciando la materia con la solennità di un ufficiale giudiziario. 

«Greco.»

Posò il volume sul banco.

«Matematica.»

Un altro libro.

«Italiano.»

Un terzo.

«Storia.»

La Castigo osservava ogni gesto con irritazione crescente. Remfutti proseguiva senza fretta, come se inventariasse i beni di un debitore insolvente.

«Non vedo latino», concluse, spalancando la cartella vuota verso la cattedra. «Ergo, non potevo copiare.»

L’argomento aveva una solidità apparente: una costruzione retorica in cui la conclusione precede i fatti e i fatti, se necessario, sono invitati ad adeguarsi. Cicerone avrebbe apprezzato la sicurezza dell’oratore; Quintiliano, più severo, gli avrebbe consigliato prudenza per non peccare di hybris, che nella testa di Giffoni equivaleva ad un perentorio non farla fuori dal vaso! 

La Castigo pretese che sfogliasse uno per uno tutti i libri già posati sul banco, come se il volume di latino potesse essersi trasformato in un manuale di geometria per sfuggire alla cattura. Remfutti obbedì con serafica pazienza, mostrando pagine, copertine e indici, mentre Giffoni, in prima fila, sudava freddo con due libri di latino nella cartella invece di uno.

La professoressa non trovò nulla. E poiché non poteva sequestrare un oggetto inesistente né condannare uno studente sulla base di un sospetto, benchè grave, dovette rinunciare.

Tornò alla cattedra con l’espressione di un generale che ha conquistato una fortezza scoprendo, troppo tardi, che il nemico è uscito da un passaggio secondario. Aveva giustiziato uno dei due sospettati; il secondo le era sfuggito. La giustizia scolastica non sempre coincide con la verità: di solito si limita a colpire chi ha organizzato male la propria difesa. 

Remfutti aveva evitato il due, ma ora doveva affrontare il resto della versione con le sole risorse della propria preparazione e la parte mancante gli si parò davanti come un muro di cinta, privo di porte e finestre. Tentò di forzarlo con le desinenze che ricordava, i significati che gli sembravano plausibili e qualche audace ipotesi sintattica, ma il latino di Tito Livio non mostrò alcuna disponibilità a collaborare.

Nei giorni successivi, quando la Castigo restituì gli elaborati, il verdetto fu meno catastrofico del previsto: 5/6, una valutazione che in una classe abituata a considerare la sufficienza un privilegio per intercessione divina poteva dirsi un trionfo.

La professoressa volle comunque ricevere una spiegazione per quella sospetta defaillance.

«Manca tutta la parte finale della versione.»

Remfutti sollevò gli occhi con un’espressione in cui si mescolavano finta sorpresa, simulata dignità e una penosa giustificazione.

«Professoressa, alla fine mi è mancata l’ispirazione.»

La Castigo lo fissò a lungo. Forse avrebbe voluto ricordargli che Tito Livio non era Omero, che la versione non è un poema e che, quando si traduce dal latino, l’ispirazione serve meno della conoscenza dei verbi. Ma si limitò a guardarlo con l’espressione che, nel suo repertorio, precedeva le peggiori conseguenze.

Remfutti abbassò gli occhi sul compito, soddisfatto di aver trasformato una possibile condanna a morte quasi in un'assoluzione piena.

Sapeva bene che il 5/6 era il frutto di un’impossibilità: la Castigo non poteva dimostrare che la prima parte, quella buona, venisse dal libro mai trovato, mentre la parte finale, quella mancante, era tutta farina del suo sacco.

Giffoni invece ricordò a lungo la traiettoria del tomo sul pavimento e il peso che aveva assunto nella propria cartella. 

Quanto all’Innominato, la sua reputazione crebbe ancora. Era uscito dall’aula con un due gigantesco e una cartella di appunti distrutti, ma nessuno gli chiese come fosse andata. Non chiamarlo per nome era sempre stata una forma di prudenza e dopo Menenio Agrippa, era diventata anche una forma di rispetto.

E la professoressa Castigo? Continuò a insegnare latino, a sorvegliare le classi e a distribuire insufficienze con la regolarità di una Moira assunta nella pubblica amministrazione.

Ad esclusione dei protetti da Hermes, naturalmente.


mercoledì 28 ottobre 2026

ROUTE 66

Quando Giffoni propose di festeggiare i sessantasei anni percorrendo la Route 66, nessuno sollevò obiezioni, e questo avrebbe dovuto metterlo in allarme: ai Birilli Bevuti l’unanimità era sempre stata il sintomo di una proposta che nessuno aveva ancora capito fino in fondo.

Se a sessantasei anni la gente normale comincia a valutare i vantaggi del pulmino con la guida che parla italiano, per i Birilli Bevuti la soglia della pensione era soltanto l’autorizzazione a ripetere le coglionate del Liceo Catone, con un budget leggermente superiore e qualche patologia cardiovascolare in più da tenere a freno.

Giffoni, su indicazione di Gambero, aveva prenotato con cura certosina un minivan a sette posti, cambio automatico, aria condizionata e assicurazione totale. Sette posti per quattro persone: Remfutti l’aveva definito «un insulto al nostro spirito di avventura», ma nessuno gli aveva dato retta. All’aeroporto di Chicago, mentre Gambero leggeva il contratto con l’attenzione di un notaio rogante, Remfutti si era dileguato insieme al noleggiatore, un tizio che sembrava uscito da un film di Tarantino. Era riapparso dieci minuti dopo con le chiavi in mano e un sorriso texano che non prometteva niente di buono.

«Il minivan aveva un problema», annunciò. «Il signor Ray ci ha fatto un upgrade. Mustang. Decappottabile. Rossa. Del 1966.»

«E questo sarebbe l'upgrade? Un cassone del 1966?» domandò infastidito Brunelli.   

«Come noi.»

Fu così che quattro giorni e duemila chilometri più tardi, a una ventina di miglia da Flagstaff, il motore della Mustang emise un sospiro strozzato degno di don Mesaglio durante i vesperi quaresimali e si spense a bordo della Route 66. Attorno a loro c’erano solo terra rossa, cactus scheletrici e un sole che batteva come il martello di un giudice istruttore.

Gambero scese per primo, sollevò l'immenso cofano metallico e, con l'aria di un chirurgo che guarda un paziente già spacciato, infilò le mani nella morchia bollente imprecando in un friulano maccheronico e incomprensibile, non solo per le lucertole locali, ma anche per i soloni della Società Filologica Friulana.

Brunelli, rosso in volto come un peperone bollito, iniziò a camminare avanti e indietro, porconando e agitando le braccia: «Siamo cagati! Finiremo sui giornali locali come i classici turisti idioti che muoiono disidratati a due passi da una pompa di benzina! E la caparra della macchina fottuta!»

Gambero, sempre intento nel disperato tentativo di rianimare la vettura, rincarò la dose: «Era chiaro che finiva così con questo cazzo di macchina, dovevamo prendere un Minivan di ultima generazione. Ve l'avevo detto. Sapete qual è la probabilità di finire in carcere in Arizona per vagabondaggio se non paghi la cauzione di 1000 dollari? Almeno dell'ottantanove per cento. Mio padre da lassù mi toglie l'eredità retroattivamente!»

Remfutti, invece, se ne stava comodamente appoggiato allo sportello con gli occhiali da sole a specchio, intento a farsi una sigaretta con la calma di un aristocratico inglese in villeggiatura.

«Gambero, piantala di fare la Cassandra», esordì Giffoni con tono cattedratico. «Sii fiero della nostra fine. Nessuno dei nostri coetanei del Liceo Catone può vantare un epilogo così westerneggiante. Pensa all'estetica: quattro stoici sessantaseienni friulani, tutti classe '66, che sfidano l'asfalto americano della Route 66 a bordo di una Ford Mustang rossa, decapottabile, del '66».

«Tu invece smettila di dire stronzate come al tuo solito - s'intromise spazientito Brunelli -  e cerca invece di fare qualcosa di utile, aiutandoci a rianimare questo cadavere.»

Mentre Brunelli stava rimproverando il filosofo Giffoni, una pattuglia della State Police spuntò all'orizzonte. L'auto della polizia rallentò, accostò dietro la Ford Mustang  e accese i lampeggianti blu e rossi, proiettando una luce psichedelica sul deserto brullo.

Dall'abitacolo scese uno sceriffo alto due metri, con i baffi a manubrio, il cappellone da Stetson e una fondina che sembrava uscita direttamente da un film di Peckinpah. Si avvicinò con passo lento, pesante, appoggiando teatralmente la mano sulla pistola.

Il silenzio che calò sul gruppo fu tombale. Neppure durante le interrogazioni di greco si era mai respirata una tensione simile.

Lo sceriffo si fermò a un metro da Gambero, che teneva ancora le mani lorde di grasso nero, scrutò i quattro "vecchietti" con uno sguardo di profondo compatimento e domandò con voce tonante:

«What in the hell are you guys doing out here? This is a no-parking zone, gentlemen.»

Brunelli, terrorizzato dall'idea di beccarsi una multa in dollari che avrebbe prosciugato la sua carta di credito, cercò di fare un passo avanti balbettando in un inglese da sesta elementare: «Officer... car... kaputt! No gasoline... well, oil... problem... you understand? We are from Italy! The Pope, Rome, Milan, beautiful Venice... Good guys!»

Poi, girando la testa verso gli altri sentenziò: «Oh, questo Kit Carson non capisce un cazzo!!»

Lo sceriffo lo fulminò con lo sguardo, poi si voltò verso Giffoni, che stava febbrilmente annotando qualcosa sul taccuino come se stesse verbalizzando la fine del mondo.

Fu allora che Remfutti decise di intervenire. Uscì dall'ombra dello sportello, fece un passo avanti con l'eleganza di un ambasciatore veneziano del Cinquecento, si tolse gli occhiali da sole e abbozzò un sorriso sfrontato, lo stesso identico ghigno con cui quasi cinquant'anni anni prima aveva affrontato la commissione d'esame parlando di William Morris.

«Officer», esordì Remfutti con tono solenne e misurato, puntando il dito verso il cielo dell'Arizona. «The engine's failure in the context of this highway was important... but not too much.»

Lo sceriffo sgranò gli occhi, pietrificato. Non si aspettava che un turista europeo in calzoncini corti e camicia a quadri si mettesse a fare filosofia comparata in mezzo al nulla.

«What did you say, man?» chiese l'agente stringendo gli occhi.

«I mean», continuò imperterrito Remfutti, incurante delle gomitate disperate che Giffoni gli stava tirando sulle costole, «that human ambition always crashes against the asphalt of reality. Just like in 1983, when we lost the championship. The campetto is the only place where you cannot lie. And this highway... well, this highway is unmasking us without appeal.»

Lo sceriffo rimase immobile per cinque lunghissimi secondi. Guardò il volto serio e convinto di Remfutti, poi guardò Gambero che si asciugava il sudore con uno straccio unto, poi Brunelli che sudava freddo e Giffoni che teneva le mani giunte come in preghiera.

Gambero si rivolse serio a Remfutti: «Ma sei coglione? Hai fatto una supercazzola allo Sceriffo??»

Nel frattempo lo Sceriffo si tolse il cappello, si grattò la testa, fece un profondo respiro e scosse il capo mormorando tra i denti:

«Jesus Christ... no way... another bunch of crazy fucking Italians lost in the desert.»

Poi, con un cenno del mento verso l'auto della polizia, estrasse la radio ricetrasmittente: «Dispatcher, send a tow truck to mile marker 66. And bring some extra coffee, these four grandpas are out of their minds.»

Due ore dopo, seduti sul cassone di un carro attrezzi diretto verso il motel più vicino, con la Ford Mustang legata dietro e il sole che iniziava a calare tingendo il cielo di un arancione accecante, Gambero tirò un sospiro di sollievo: «Ci è andata bene. Ma la prossima volta, anziché la Route 66, è meglio se vi chiudete in cantina a giocare a briscola».

Remfutti accese un'altra sigaretta, guardando la strada che scorreva all'indietro. «Sì, ma vuoi mettere lo stile? Senza di me a quest'ora stavate già prosciugando la carta di credito per pagare la cauzione allo stato dell'Arizona.»

«Ma vai a cagare! Se fai ancora una supercazzola, ti chiudo io in una cella e butto via la chiave!» minacciò Brunelli.

E Giffoni, sorridendo, riaprì il taccuino e scrisse: «Dribblare uno sceriffo in Arizona: facile. Lo Smilzo, nel 1983 ai Birilli Bevuti, molto meno.»

martedì 27 ottobre 2026

CONSIGLIO DI GUERRA

L’antivigilia di Natale possiede una sua particolare forma di esaurimento nervoso, diversa da quella che accompagna il resto dell’anno e, per certi versi, più insidiosa. Non è ancora la stanchezza delle feste, che almeno concede il beneficio della sospensione degli obblighi lavorativi, ma quella di chi ha appena terminato la corsa ai regali, ha finalmente abbandonato gli uffici e si concede un’ultima mezz’ora di libertà prima di essere riconsegnato alle rispettive famiglie e a quella complessa organizzazione domestica che, sotto Natale, assume le dimensioni di un comando operativo.

È in questo intervallo, breve e prezioso, che Giffoni, Gambero, Remfutti e Bugatti si erano dati appuntamento per il tradizionale aperitivo degli auguri. Un bicchiere, qualche stuzzichino e le solite conversazioni, che dopo quarant’anni conservavano la straordinaria capacità di ripartire esattamente dal punto in cui erano state interrotte anni prima, come se il tempo, anziché trascorrere, avesse semplicemente provveduto a ingrigire i capelli, allargare le cinture e rendere meno sostenibili certe prestazioni atletiche.

L’amicizia, del resto, si fonda anche su questo: sulla possibilità di incontrare persone che conoscono da così tanto tempo i nostri difetti da non avere più alcun bisogno di verificarne l’esistenza. Gli amici dei Birilli Bevuti non si limitavano a ricordare le rispettive debolezze ma le custodivano con la devozione che altri riservano alle reliquie, intervenendo ogni volta che uno di loro mostrava qualche segno di miglioramento, quasi che la guarigione da un vizio costituisse un tradimento della storia comune.

Gambero, per esempio, continuava a bere Coca-Cola con una fetta di limone. Una scelta che, in un contesto di aperitivi natalizi, veniva considerata non tanto un’abitudine personale quanto una provocazione nei confronti della civiltà occidentale.

«Gambero, ma dopo tutti questi anni non ti sei ancora convertito?»

Remfutti indicava il bicchiere con la stessa espressione con cui un missionario avrebbe potuto osservare un indigeno intento a venerare un totem.

«A cosa?»

«A una bevanda da uomini. Una Weizen, almeno. Oppure un Franciacorta, se vuoi proprio darti un tono.»

«Io bevo quello che mi pare.»

«Certo. Ma tu non bevi, Gambero. Tu ti disseti. Sono due cose diverse.»

Gambero sollevò il bicchiere e bevve un sorso, con la tranquillità di chi aveva avuto quarant’anni per metabolizzare l’inutilità delle discussioni con Remfutti.

«E tu, invece, continui a parlare a vanvera invece di parlare e basta. Sono due cose diverse anche queste, ma nel tuo caso non vedo miglioramenti.»

Bugatti rise. Giffoni si limitò a sorridere, perché conosceva bene il meccanismo: Remfutti non aveva bisogno di sostenere una tesi, gli bastava individuare qualcuno disposto a difenderne una. Il resto veniva da sé, come nei processi in cui l’imputato, dopo aver chiesto di essere ascoltato, finisce per aggravare la propria posizione nel tentativo di spiegarsi.

Trappola in cui Giffoni, peraltro, finiva sempre per cascarci lo stesso, nonostante la perfetta conoscenza del meccanismo. 

Per qualche minuto si parlò di regali, di prezzi, di parcheggi impossibili e di commesse che, dopo aver trascorso un’intera giornata a incartare oggetti, sembravano ormai disposte a confezionare direttamente anche i clienti. Poi, come accadeva sempre quando il gruppo si ritrovava senza argomenti meritevoli, la conversazione imboccò la strada delle nuove generazioni.

Era un percorso conosciuto, sul quale ciascuno si sentiva autorizzato a esprimere giudizi severi, pur avendo accuratamente rimosso dalla propria memoria gli anni nei quali il massimo sacrificio personale era consistito nel raggiungere il bar prima degli altri e il massimo impegno collettivo nel convincere qualcuno a pagare il giro.

«Questi ragazzi non sanno cosa vuol dire sacrificarsi», sentenziò Bugatti. «Hanno tutto pronto. Se devono aspettare cinque minuti, si lamentano. Se gli chiedi di fare qualcosa, hanno subito un problema.»

«È vero», confermò Giffoni. «Noi siamo cresciuti con un altro senso del dovere.»

«Noi chi?» domandò Remfutti. «Tu, che per anni hai cercato il modo di fare meno degli altri?»

«Io cercavo di ottimizzare le risorse.»

«Tu cercavi di non fare un cazzo.»

«È una definizione rozza di una competenza organizzativa.»

Gambero, che aveva assistito a molte di quelle ricostruzioni biografiche, intervenne per ricordare che anche Remfutti, all’epoca, non era esattamente un modello di laboriosità.

«Parli proprio tu, che se c’era da lavorare sparivi e se c’era da prendersi un merito comparivi davanti a tutti.»

«Io avevo il senso delle priorità.»

«Sì, ma le tue priorità erano sempre altrove», disse Bugatti.

Il confronto rischiava di trasformarsi in un’indagine retrospettiva sulle rispettive carriere di fancazzisti, ma fu Giffoni a offrire al gruppo l’occasione di elevare il dibattito a una dimensione storica.

«Comunque, il problema è che abbiamo abolito la leva militare. Dal 2005 non è più obbligatoria e da lì è cominciato tutto.»

Remfutti si voltò verso di lui.

«Ecco. Ci mancava la naja.»

«La naja era una scuola di vita.»

«Sì. Soprattutto per quelli che la facevano fare agli altri.»

La parola, però, aveva già prodotto il suo effetto. Le nuove generazioni scomparvero dal tavolo con la stessa rapidità con cui erano comparse, sostituite da un argomento molto più interessante: le sofferenze personali dei quattro commensali. Perché se era difficile dimostrare che i giovani di oggi fossero meno disciplinati di quelli di ieri, non vi era alcuna difficoltà a sostenere che il proprio servizio militare fosse stato più duro di quello di chiunque altro.

Gambero, naturalmente, partì in vantaggio.

«Voi non avete idea di cosa voglia dire fare la naja in Marina.»

Lo disse senza enfasi, ma con la soddisfazione di chi aveva atteso a lungo l’occasione di esibire una credenziale finalmente spendibile.

La sua vicenda, in effetti, aveva una particolarità che la rendeva adatta alle circostanze. Per mesi aveva creduto di averla scampata. Non era stato chiamato alla visita di leva insieme agli altri, non aveva ricevuto convocazioni e, nella sua interpretazione dei fatti, il silenzio degli uffici militari equivaleva a una sentenza di assoluzione. Aveva quindi cominciato a considerare la faccenda chiusa, archiviata fra le piccole fortune che capitano nella vita a chi non ha fatto nulla per meritarle.

Non aveva fatto i conti con suo padre, proprietario di una barca e, a quanto pareva, più interessato alla vela di quanto lo fosse il figlio stesso. L'iscrizione alla FIV, effettuata senza che Gambero ne fosse al corrente, aveva finito per produrre un effetto collaterale che nessuno dei due aveva previsto: la convocazione alla visita di leva a La Spezia e il successivo arruolamento in Marina.

«Quando ho capito che mi avevano chiamato, era troppo tardi», raccontò. «Quindici mesi. Quindici. Non dodici come gli altri.»

«Però avevi una barca in famiglia», osservò Remfutti. «Qualcuno che ti poteva venire a prendere.»

«Una barca a vela, non una portaerei.»

«Eri in Marina. Mi sembra il minimo.»

«In Marina, a Taranto! Per tornare a casa ci mettevo più tempo di quanto ce ne avrei messo per arrivare in Danimarca.»

«In Danimarca non ci arrivavi in nave», insistette Remfutti.

Gambero ignorò l'obiezione. Aveva cominciato e non aveva intenzione di lasciare che l'ars oratoria di Remfutti compromettesse la ricostruzione di quindici mesi di sofferenza.

«E poi la Marina era un'altra cosa. Non era come stare in una caserma qualsiasi.»

«Certo», disse Giffoni. «Avevate il mare.»

«Il mare lo vedevo solo quando ero a fare i turni di guardia lungo il canale di Taranto, munito solo di un manganello, dopo che ci avevano tolto il MAB,  perché da poco  qualche imbecille si era messo a sparare ai gabbiani. Se fosse arrivato un sommergibile sovietico, ci saremmo potuti difendere solo a parolacce.»

«Allora era una Marina di terra.» s'intromise Remfutti.

«Vai a cagare!»

La risposta all'ennesima gamba tesa di Remfutti, fece risalire dai fondali della memoria più profonda di Gambero un aneddoto che raccontò con aria solenne quando si sentì sufficientemente ascoltato. Il protagonista era un suo commilitone veneto, esasperato dalle condizioni igieniche dei bagni del castello Aragonese, dove si trovava la caserma. Il ragazzo aveva deciso di protestare con un gesto che, nella sua concezione della dialettica militare, avrebbe dovuto sortire un effetto più risolutivo del cannoneggiamento di un cacciatorpediniere.

Una mattina aveva depositato una propria evacuazione intestinale a forma di ciambella nel bel mezzo del torrione.

«Proprio al centro», precisò Gambero, per evitare che qualcuno immaginasse un gesto occasionale o poco convinto.

Il risultato superò ogni aspettativa. L'ammiraglio, che aveva scelto proprio quella domenica per accompagnare alcuni ospiti in visita allo storico edificio, si imbatté nell'installazione durante il percorso. La questione igienica divenne così una questione gerarchica, e la gerarchia, come noto, non tollera che le si ricordi l'esistenza della materia.

Ma la storia non finiva lì.

«Il bello», continuò Gambero, «è che quello stesso ammiraglio, qualche giorno dopo la visita, trovò nel torrione anche sua figlia.»

«A fare cosa?» chiese Bugatti.

Gambero si prese un istante, forse per assaporare l'effetto della rivelazione.

«A farsi inchiappettare da un marò.»

Remfutti scoppiò a ridere, seguito dagli altri. La ricostruzione, nelle sue linee essenziali, prevedeva che la ragazza fosse consenziente e che il luogo dell'incontro fosse proprio il famigerato torrione, il medesimo spazio nel quale qualche giorno prima era stata collocata la protesta organica del marinaio. A quel punto il prestigio dell'ammiraglio poteva considerarsi compromesso sotto ogni profilo, dall'igiene all'onore familiare.

«E cosa successe?»

«Che l'Ammiraglio volle recuperare subito il prestigio compromesso e il marò venne trasferito al Mariscoglio di Lampedusa a scontare lì il resto della naja.»

«Ma la figlia?» domandò Giffoni.

«La figlia niente.»

Ci fu un momento di silenzio, subito seguito da un coro di proteste.

«Questa è un'ingiustizia!»

«La ragazza era consenziente!»

«Lui cosa doveva fare, chiedere un'autorizzazione scritta a Supermarina?»

«In fondo aveva solo applicato la legge del maschio», disse Remfutti, con quell'aria provocatoria che gli consentiva di sostenere una tesi senza impegnarsi a difenderla per più di trenta secondi.

Gambero scosse la testa.

«Il punto è che il padre ha punito soltanto lui.»

«E la figlia?» insistette Bugatti.

«La figlia era sua figlia.»

«Appunto. È proprio questo il problema.»

Per qualche istante, i quattro riuscirono a trovare una convergenza morale su una vicenda che, a distanza di decenni, ricordavano soprattutto per l'incredibile sovrapposizione fra il luogo della protesta e quello dell'incontro amoroso. Nessuno si domandò se il trasferimento del marò fosse stato effettivamente così semplice, né se la leggenda avesse subito qualche aggiustamento nel corso degli anni. La memoria degli uomini, quando viene servita insieme a un aperitivo, non è tenuta a produrre documenti.

«Comunque», concluse Gambero, «io il militare l'ho fatto sul serio.»

Giffoni, che fino a quel momento aveva lasciato parlare gli altri, si appoggiò allo schienale e si prese la scena.

«Io ero nei Carabinieri.»

La frase ebbe l'effetto di una sfida.

«E quindi?» domandò Remfutti.

«Quindi, a differenza vostra, io ero uno di quelli che rischiavano davvero la pelle. I Carabinieri e la Polizia sono gli unici che fanno la guerra anche in tempo di pace. Ordine pubblico, curve dei tifosi, manifestazioni, gente che ti tira addosso di tutto mentre voi eravate in caserma a contare le ore che mancavano alla libera uscita.»

Remfutti si raddrizzò sulla sedia.

«Tu sei il solito paraculo. Fare il servizio nei Carabinieri non è fare il militare. Prendevi più di un milione al mese e dormivi a casa. Quello era un lavoro o volevi come al tuo solito non fare un cazzo a pagamento?»

«Non sai di cosa stai parlando.»

«So benissimo di cosa parlo. Tu prendevi lo stipendio e noi facevamo la naja.»

«Durante i tre mesi di corso in Piemonte ho fatto una vita di caserma che tu non hai mai nemmeno immaginato. Disciplina, addestramento, orari, ispezioni. Per intensità, l'addestramento degli ausiliari era secondo soltanto a quello degli ufficiali di complemento. E poi c'era la libera uscita obbligatoria in divisa.»

Remfutti lo guardò con sospetto.

«Obbligatoria?»

«Dovevi uscire in divisa.»

«E perché?»

«Perché eri un carabiniere.»

«E disarmato?»

«Disarmato.»

Remfutti rimase un istante in silenzio, poi allargò le braccia.

«Quindi ti mandavano fuori in divisa, senza pistola, sperando che qualcuno ti riconoscesse e ti offrisse da bere.»

«Sei un cojone.»

«Però il concetto è quello.»

Giffoni decise che era arrivato il momento di calare l'asso e raccontare il primo giorno in caserma, quello della visita medica preliminare all'immatricolazione. Era un episodio che, nella sua memoria, aveva conservato intatta la capacità di suscitare imbarazzo, anche perché l'imbarazzo, quando si è condiviso con centinaia di altri uomini, finisce per diventare una specie di patrimonio collettivo.

«Ci portavano dentro a gruppi di dieci», cominciò. «Un graduato ci faceva entrare in uno stanzone con due porte. Ci dicevano di spogliarci in fretta e poi, dopo aver sentito nome e cognome, si entrava uno alla volta.»

«Già qui», intervenne ironicamente Remfutti, «mi sembra un'organizzazione di cui andare fieri.»

Giffoni proseguì senza raccogliere la provocazione. La sala era stata predisposta con quattro postazioni disposte a semicerchio, ognuna dedicata a una parte dell'accertamento. Nella prima sedeva un medico in camice bianco, che chiedeva quali farmaci assumesse il candidato, gli faceva aprire la bocca, controllava il cavo orale e osservava cornea e pupille. Poi un cenno, e si passava oltre.

Alla seconda e alla terza postazione, due militari in divisa registravano peso e altezza e sgrigativamente invitavano a proseguire veloci verso l'ultima postazione. 

Qui un graduato in uniforme, seduto vicino all'uscita, indossava un guanto chirurgico. Il candidato  doveva allargare le gambe e tossire, mentre il graduato procedeva alla palpazione dei testicoli per verificare l'eventuale presenza di anomalie. 

Terminato l'accertamento, un altro graduato aspettava all'esterno e, con la cortesia di un dobermann, intimava la recluta a rivestirsi, uscire e lasciare libero il passaggio.

«Non avevi neanche il tempo di capire cosa ti fosse successo», disse Giffoni. «Entravi civile e uscivi con la netta sensazione che da lì in avanti niente sarebbe stato più come prima.»

Bugatti annuì, mentre Remfutti non aveva ancora trovato il modo di ridimensionare il racconto.

Giffoni raccontò allora che, una volta uscito nel piazzale della palazzina medica, ancora un po' stordito dalla procedura, si era trovato accanto a un commilitone lombardo, uno di quelli che non avevano ancora imparato a considerare la disciplina militare un motivo sufficiente per rinunciare al senso dell'umorismo.

Il lombardo aveva pronunciato una frase che Giffoni ricordava ancora con una precisione quasi notarile.

«Io sarò pure una spina di merda e quello là dentro un graduato. Ma stasera, quando va a casa e la moglie gli chiede com'è andata al lavoro, cosa le risponde? Che ha tastato cinquecento scroti in due ore? E domani altrettanti?»

Al tavolo calò un silenzio di quelli che precedono una risata collettiva. Poi Gambero si piegò in avanti, Bugatti batté una mano sul tavolo e persino Remfutti, che aveva passato la serata a contestare ogni cosa, dovette riconoscere che il lombardo aveva centrato il bersaglio.

«Ecco», disse Giffoni, riprendendo fiato, «questa è la differenza tra fare il militare e fare il Carabiniere. Tu, Remfutti, invece, hai fatto la naja praticamente sul pianerottolo di casa.»

Remfutti si irrigidì.

«Ma che cazzo ne sai tu, che il tuo servizio militare poteva giusto finire dentro una barzelletta? »

«Che eri in una caserma a meno di un chilometro da casa.»

«E allora? Proprio perché ero di casa, per i primi due mesi non mi fecero praticamente mai uscire. Salivo e scendevo dall'altana a fare guardie notte e giorno.»

«Poverino», disse Gambero. «Le scale.»

«Non erano le scale. Era il servizio.»

«Certo. Un servizio che ti consentiva, una volta finito, di andare a bere al bar con gli amici di sempre e a farti lavare i vestiti dalla mamma.»

«Perché a te invece chi lavava i vestiti? La tintoria?»

Remfutti si era ormai convinto che fosse necessario difendere il proprio passato da un tentativo di ridimensionamento che, a suo giudizio, aveva assunto proporzioni intollerabili.

«E poi, quando il furiere andò in congedo, presi il suo posto.»

«Per meriti speciali?» chiese Giffoni.

«Perché ero uno dei pochi diplomati del battaglione.»

«Ah, ecco. La maturità.»

«La maturità serviva. Sono diventato caporalmaggiore e, praticamente, comandavo la compagnia al posto del tenente.»

Bugatti lo fissò con aria interrogativa.

«Tu comandavi una compagnia?»

«Praticamente.»

«E il tenente cosa faceva?»

«Il tenente era il tenente.»

«Quindi comandavi tu, ma comandava lui.»

«Non hai capito un cazzo.»

«È possibile», disse Bugatti. «Ma è anche possibile che tu abbia passato la naja a fare il furiere e adesso la racconti come la campagna di Russia.»

Remfutti stava per replicare quando Bugatti, che fino a quel momento aveva lasciato agli altri il compito di esibire le proprie disgrazie, si schiarì la voce.

«Comunque, voi tre non avete proprio idea di cosa significhi fare il militare; questo può saperlo solo chi ha fatto l'Alpino come me.»

La frase fu pronunciata con una calma che lasciava intendere come la questione fosse stata sottovalutata abbastanza a lungo e che fosse arrivato il momento di ristabilire la corretta gerarchia dei sacrifici.

«Gambero era in Marina e faceva traduzioni per l'ammiragliato. Giffoni era nei Carabinieri, prendeva lo stipendio e tornava a casa. Remfutti faceva il furiere nella Buffa, praticamente sulla porta di casa. Io, invece, ero alpino. In Carnia. Nei gelidi inverni friulani.»

Giffoni guardò fuori dalla vetrina. Il cielo si era fatto scuro e la gente passava con borse, pacchi e sciarpe, intenta a raggiungere le proprie case prima che la vigilia imponesse il definitivo scioglimento delle attività sociali.

«E quindi?» chiese.

Bugatti si sporse sul tavolo.

«E quindi voi non avete mai visto cosa succedeva quando arrivavano le reclute con il pullman: appena scendevano e salivano nelle camerate, i nonni veneti cominciavano a lanciare croste di formaggio dalle finestre.»

«Perché?» domandò Gambero.

«Perché noi eravamo i topini.»

Bugatti si mise a imitare il miagolio con cui, secondo il suo racconto, i vecchi alpini accoglievano le reclute appena arrivate.

«Miaaoooo… miaaaaooo… bei topini!»

Remfutti rise.

«E tu, che eri alpino, cosa facevi?»

«Niente. Dovevi stare al gioco.»

«Quindi ti lanciavano il formaggio e tu miagolavi.»

Bugatti tentò di spiegare che la vita in Carnia era una cosa seria, che il freddo entrava nelle ossa, che i servizi erano lunghi e le condizioni difficili, ma ogni argomento veniva immediatamente assorbito dalla macchina demolitrice del gruppo. A quel punto, infatti, nessuno era più interessato a stabilire come fosse stato davvero il servizio militare degli altri. Ciascuno aveva già deciso che il proprio era stato il peggiore, e qualsiasi testimonianza contraria veniva trattata come un tentativo di frode ai danni della memoria collettiva.

La discussione proseguì ancora per qualche minuto, fra nuove rivendicazioni, precisazioni inutili e accuse di aver trasformato una modesta esperienza di caserma in un'epopea degna di un film di guerra. I bicchieri si erano svuotati, i camerieri cominciavano a sistemare il locale e i quattro, anziché avviarsi verso le rispettive famiglie, continuavano a discutere come se dal verdetto dipendesse l'assegnazione di una medaglia al valore.

Fu allora che, oltre la vetrina, passò lo Smilzo.

Camminava con una traiettoria che non coincideva esattamente con la direzione della strada, segno che aveva già festeggiato il Natale con qualche giorno d'anticipo. Aveva il passo incerto, la testa leggermente inclinata e quell'aria di sovrana indifferenza che appartiene a chi non deve più dimostrare niente a nessuno, soprattutto dopo aver bevuto abbastanza da non ricordare più a chi avrebbe dovuto dimostrarlo.

Gambero lo seguì con lo sguardo.

«Chissà dove ha fatto il militare lo Smilzo.»

Giffoni rispose senza nemmeno voltarsi del tutto.

«Da nessuna parte.»

«Come fai a saperlo?»

«Lui e quelli nati nel suo anno rientrarono fra i fortunati esentati dal servizio dopo il terremoto del 1976.»

«Lo Smilzo è lo Smilzo, è sempre stato oltre!» disse Bugatti.

«Lo Smilzo è sempre stato il Re!» aggiunse Remfutti.

«Per forza, lo Smilzo è come Mozart: inarrivabile!» confermò Gambero.

"Lo Smilzo è l'unico che ci ha sempre messi tutti d'accordo." annuì Giffoni.

L’armistizio era ormai inevitabile: dalle vibrazioni sempre più insistenti dei cellulari sul tavolo era chiaro che lo Stato Maggiore composto da parenti, fidanzate e mogli aveva ordinato il rientro alle rispettive basi. I quattro si alzarono senza che fosse stato proclamato un vincitore. Del resto, in una guerra combattuta soltanto nei ricordi, la resa non è prevista e la pace, anche quando arriva, dura al massimo fino al prossimo aperitivo.

venerdì 23 ottobre 2026

LA TORRE DEL FUMO

Nei primi anni Settanta, il quartiere era diviso in due fazioni che, a giudicare dalla determinazione con cui si affrontavano, avrebbero potuto aspirare a una menzione nei manuali di storia militare, se non fosse stato per il calibro delle armi impiegate e per il fatto che nessuno dei contendenti aveva ancora raggiunto l'età in cui si può essere arrestati senza che venga avvertita la mamma.

Da una parte c'erano i figli della borghesia cittadina, quelli che abitavano in centro e che, per una curiosa trasmissione ereditaria, sembravano convinti di possedere diritti di precedenza anche sui marciapiedi. Dall'altra, i figli degli artigiani e degli operai, meno inclini alle sottigliezze diplomatiche e più disponibili a risolvere le controversie con le mani, soprattutto quando le cerbottane avevano esaurito le munizioni.

Il teatro delle operazioni era costituito dai cortili di un quartiere costruito negli anni Cinquanta per ospitare le famiglie dei militari e dei dipendenti pubblici arrivati da fuori città. Palazzi tutti uguali, passaggi tra le case, garage, cancelli e angoli morti offrivano un sistema di fortificazioni che avrebbe fatto invidia a un ingegnere militare, se l'ingegnere in questione avesse avuto sei anni, una cerbottana di plastica e un vasetto di bacche rosse.

Le battaglie si svolgevano secondo un rituale abbastanza preciso: prima venivano le ricognizioni, poi le provocazioni, infine lo scambio di proiettili, che consistevano in bacche rosse raccolte chissà dove e lanciate attraverso tubi di plastica ad uso degli elettricisti. Nei giorni migliori si finiva con qualche scazzottata fra i più grandi; nei peggiori, con una madre che compariva alla finestra e richiamava a casa il proprio figlio, provocando la sospensione delle ostilità per cause indipendenti dalla volontà dei comandanti.

Giffoni, che all'epoca aveva sei anni, apparteneva alla fazione borghese per una ragione che non aveva niente a che vedere con il censo, la cultura o le inclinazioni politiche: abitava abbastanza vicino al garage in cui si riuniva la banda dei borghesi. Insieme a Pizzinina, sette anni, era stato aggregato al gruppo con una formula che, nel linguaggio degli adulti, si sarebbe potuta definire una collaborazione occasionale; in quello dei ragazzi, significava che i due dovevano stare di guardia al cancello mentre gli altri andavano a combattere.

Il garage era il quartier generale. Vi abitava, metaforicamente parlando, il potere: il capobanda aveva quattordici anni, era figlio di un medico molto conosciuto e possedeva quella sicurezza che deriva dall'essere il più grande in un gruppo nel quale nessuno ha ancora imparato a distinguere l'autorevolezza dalla semplice superiorità anagrafica.

Quando la banda usciva per le battaglie, Giffoni e Pizzinina rimanevano al cancello, dovevano avvertire dell'arrivo di estranei, controllare che nessuno si avvicinasse al garage e, soprattutto, evitare di allontanarsi. Il fatto che gli estranei fossero quasi sempre altri bambini e che il garage non custodisse nulla di particolarmente prezioso non sembrava rilevante: in guerra, anche la custodia di un cancello inutile può diventare una responsabilità strategica.

Giffoni avrebbe dato qualsiasi cosa per unirsi agli altri. Non gli interessava tanto colpire gli avversari quanto essere riconosciuto come uno di loro, entrare finalmente nel gruppo di quelli che partivano per la battaglia e tornavano con le ginocchia sbucciate, le tasche piene di bacche e il diritto di raccontare come erano andate le cose, invece che annoiarsi per ore davanti ad un cancello dove non accdeva nulla. Pizzinina, dal canto suo, sembrava daver accettato la situazione con una rassegnazione che a Giffoni pareva incomprensibile perchè lui, invece, continuava a sperare che un giorno qualcuno si accorgesse dell'ingiustizia.

L'occasione arrivò una mattina, quando il capobanda lo convocò nel garage.

La convocazione, per Giffoni, ebbe l'effetto di una nomina ufficiale. Entrò con il cuore già in subbuglio, cercando di non mostrare quanto fosse emozionato. Il ragazzo di quattordici anni era seduto su una cassetta di legno e aveva l'espressione seria di chi sta per affidare a un subordinato una faccenda dalla quale dipendono le sorti di un intero esercito.

«Abbiamo una missione per te.»

Giffoni non disse niente. Si limitò a guardarlo.

«È una cosa rischiosa. Se la fai, da domani vieni con noi. Basta guardia al cancello.»

Il premio era talmente grande che per un momento Giffoni non riuscì nemmeno a domandarsi perché, fra tutti i ragazzi disponibili, avessero scelto proprio lui.

C'era stata una soffiata. Qualcuno aveva scoperto dove la banda rivale custodiva le cerbottane e dove si riuniva per preparare le spedizioni. Il luogo era la Torre del Fumo, un vecchio laboratorio fatiscente costruito a ridosso di una torre delle mura venete. Era abbandonato da tempo, almeno ufficialmente, ma per i ragazzini della banda rivale continuava a svolgere una funzione essenziale: vi  nascondevano le armi, organizzavano le battaglie e, quando gli adulti non guardavano, mettevano in scena il rituale più trasgressivo concepibile in quegl'anni, ovvero fumare marlboro di nascosto.

La missione era semplice da spiegare e molto meno semplice da eseguire: durante l'ora di pranzo, quando il covo sarebbe stato probabilmente deserto, Giffoni avrebbe dovuto entrarvi, raccogliere tutte le cerbottane che riusciva a trovare e riportarle al garage.

«Tutte?» chiese.

«Tutte.»

«E se trovo quelli dell'altra banda?»

Il capobanda lo guardò come si guarda un soldato che abbia appena domandato se il nemico spara.

«Non li troverai. A quell'ora mangiano.»

Giffoni accettò. Non perché avesse valutato i rischi, ma perché aveva sei anni e gli era stato promesso che, in caso di successo, avrebbe finalmente potuto partecipare alle battaglie. A quell'età, la prospettiva di smettere di fare la guardia al cancello valeva più di qualunque prudenza.

Poco prima di pranzo si avviò verso la Torre del Fumo. Il tragitto, che in condizioni normali avrebbe richiesto pochi minuti, gli parve interminabile. Ogni rumore lo costringeva a fermarsi, ogni persona incontrata gli sembrava potenzialmente un informatore, ogni finestra aperta un punto d'osservazione dal quale qualcuno avrebbe potuto seguirne i movimenti.

Quando arrivò, si accorse che non c'era nessuno.

La porta era socchiusa. Entrò di soppiatto, cercando di non fare rumore. Dentro, l'odore di polvere, legno vecchio e fumo stagnante sembrava appartenere a un mondo separato dal resto della città. La luce filtrava dalle aperture malmesse, illuminando a tratti il pavimento sporco e le pareti scrostate.

E poi le vide.

Le cerbottane erano appoggiate al muro, tutte insieme, come se qualcuno le avesse disposte in attesa della prossima battaglia. Giffoni si avvicinò, le raccolse in un fascio e per qualche secondo si sentì già vincitore. Avrebbe portato al quartier generale un bottino eccezionale e il capobanda non avrebbe potuto ignorarlo; gli altri avrebbero dovuto riconoscere che il più piccolo della compagnia aveva fatto ciò che nessuno di loro aveva avuto il coraggio di tentare.

Stava per andarsene quando notò, poco più in là, alcuni vasetti pieni di bacche rosse.

Fu in quel momento che la prudenza, già malconcia, venne definitivamente sopraffatta dall'ambizione e Giffoni, letteralmente, la fece fuori dal vaso.

Portare via le cerbottane sarebbe bastato a compiere la missione, ma distruggere anche le munizioni avrebbe significato infliggere alla banda rivale una sconfitta completa, forse addirittura irreparabile. Giffoni immaginò il ritorno al garage, le facce stupite, il capobanda che gli stringeva la mano, Pizzinina invidioso e costretto ad ammettere che aveva fatto bene a non rassegnarsi. La vittoria, già sicura nella sua fantasia, gli parve improvvisamente troppo piccola.

Posò le cerbottane, prese un vasetto e lo svuotò sul pavimento. Poi cominciò a pestare le bacche, concentrandosi sull'operazione con la serietà di un artificiere impegnato a disinnescare un ordigno.

Fu un errore di valutazione.

La porta si aprì alle sue spalle.

Giffoni si voltò. Sulla soglia c'erano lo Smilzo e Bruto Torace di Pietra, accompagnati da altri ragazzi della banda rivale. All'epoca avevano nove e dieci anni, ma in quel momento, agli occhi di Giffoni, apparvero come una pattuglia di veterani che avesse appena sorpreso un sabotatore nel cuore della propria fortezza.

Per un istante nessuno parlò. Lo Smilzo guardò le cerbottane ammassate, poi le bacche sparse sul pavimento, quindi il bambino che le stava schiacciando.

«Gioffoni, che caffo fai?» tuonò lo Smilzo.

Giffoni capì che la missione era fallita. Non gli restava che tentare la carta della responsabilità condivisa, una strategia diplomatica che gli sembrò tanto più necessaria quanto più evidente era la sua colpa.

«Mi hanno mandato quelli della mia banda.»

«A fare cosa?»

«A prendere le cerbottane.»

«E le bacche?»

Giffoni esitò. Non poteva ammettere di aver voluto strafare, perché avrebbe significato confessare che il disastro era stato provocato proprio dal desiderio di fare bella figura.

«Mi hanno detto di farlo.»

Era una menzogna debole, ma a sei anni non si dispone sempre di argomenti migliori. Lo Smilzo non sembrò impressionato, Bruto Torace di Pietra, invece, aveva già preso una cerbottana.

La discussione finì prima di cominciare. Giffoni venne spintonato, messo al muro senza processo e sottoposto a una fucilazione in piena regola, con una salva di bacche rosse che gli arrivarono addosso da distanze ravvicinate, senza alcuna concessione alle convenzioni internazionali. Cercò di proteggersi la faccia, si rannicchiò, tentò di spostarsi, ma ogni movimento gli procurava una nuova scarica. Le bacche gli macchiarono la maglietta, i pantaloni e le braccia; alcune finirono nei capelli, altre gli lasciarono sulla pelle piccole tracce rosse che avrebbero costituito, una volta tornato a casa, prove difficili da contestare.

Quando la salva cessò, le cerbottane erano di nuovo nelle mani dei legittimi proprietari e Giffoni era stato definitivamente espulso dal territorio nemico con un calcio nel sedere sferrato dallo Smilzo, accompagnato da un "Ariaaaaa" che non aveva bisogno di ulteriori ammonimenti.

Tornò al garage con le mani vuote e l'aspetto di un reduce dalle trincee del Carso.

Il capobanda lo ascoltò mentre raccontava l'accaduto. Non mostrò particolare sorpresa e, soprattutto, non manifestò alcuna intenzione di riconoscergli le attenuanti. La missione era fallita; le cerbottane non erano state recuperate; le munizioni erano ancora in mano al nemico. Quanto al fatto che Giffoni fosse stato mandato in un covo potenzialmente occupato da ragazzi più grandi, la questione non sembrò meritevole di approfondimento.

«Dovevi prendere le cerbottane e tornare.»

Giffoni avrebbe voluto ricordargli che, a sei anni, non era facile distinguere una missione suicida da un'occasione di promozione. Ma il capobanda aveva quattordici anni e, in quella gerarchia, quattordici anni equivalevano a un grado militare che non ammetteva repliche.

Fu congedato con disonore.

La giornata, tuttavia, non era ancora terminata. Restava il pranzo, che in famiglia costituiva un appuntamento più rigoroso di qualsiasi ordine impartito al quartier generale. Giffoni arrivò a casa in ritardo, sporco di terra e con i vestiti macchiati dalle bacche. Sua madre lo aspettava con quella calma apparente che, nei bambini cresciuti negli anni Settanta, precedeva spesso una discussione dalla quale non era previsto uscire vincitori.

«Dove sei stato fino adesso?»

Giffoni provò a spiegare che era successo un fatto importante, una vicenda che riguardava la sicurezza del quartiere e che avrebbe richiesto, per essere compresa, una certa conoscenza dei rapporti fra le due fazioni. La madre non sembrò interessata alla geopolitica locale.

Gli chiese perché fosse in ritardo. Gli chiese perché fosse sporco. Gli chiese perché avesse i vestiti ridotti in quello stato. E quando Giffoni tentò di giustificarsi, scoprì che la sua versione dei fatti non godeva di alcuna credibilità presso un tribunale che disponeva già di tutte le prove materiali.

Le prese come Bertoldo, e il pranzo, oltre a essere freddo, fu accompagnato da una requisitoria nella quale non vennero riconosciuti né il valore dell'iniziativa né la nobiltà delle intenzioni.

Quel giorno Giffoni imparò che i superiori tendono a considerare eroiche le missioni che affidano agli altri e fallimentari, per colpa dei sottoposti, quelle che non producono risultati. 

Nonostante tutto, la lezione ebbe in futuro necessità di ulteriori ripassi, prima di essere appresa del tutto.

Forse.



mercoledì 21 ottobre 2026

MENNEA CONTRO BORZOV (E UN PASTORE TEDESCO)

Fuori dall'Olympiaschwimmhalle, mentre il custode rientrava nell'impianto con la soddisfazione professionale di chi aveva appena ristabilito l'ordine senza dover ricorrere alle autorità consolari, Brunelli, Giffoni, Vaccari, Conte e Collar si ritrovarono per qualche istante a contemplare la propria condizione. Erano bagnati, infreddoliti, vestiti alla meglio e, soprattutto, sconsolati come normalmente può esserlo chi ha appena speso 5 marchi per entrare in una piscina e ne esce cacciato in malo modo. A parte Brunelli, il quale invece si compiaceva della storica impresa che era stata la causa dell'espulsione.

Si stavano dirigendo verso la fermata della metropolitana di Olympiazentrum, con l'intenzione dichiarata di rientrare in albergo, fare una doccia e recuperare almeno una parvenza di rispettabilità prima della partenza notturna, quando Giffoni si fermò di colpo.

Gli altri fecero ancora qualche passo, poi si voltarono.

«Che c'è adesso?» domandò Conte.

Giffoni non rispose. Guardava oltre gli alberi, verso una grande struttura che emergeva dal paesaggio con la discrezione di un transatlantico parcheggiato in un giardino.

Era l'Olympiastadion.

La copertura trasparente, le strutture metalliche sospese e l'ampia sagoma dello stadio componevano un insieme che, anche a distanza, conservava qualcosa di futuristico. Non aveva l'aspetto severo dei grandi impianti costruiti per celebrare la potenza degli Stati o la gloria dei regimi, sembrava piuttosto una tenda gigantesca, un'architettura leggera e ardita, concepita per dare l'impressione che la tecnologia fosse finalmente riuscita a liberarsi dalla propria pesantezza.

Per Giffoni, che fino a quel momento aveva condiviso con gli altri l'umiliazione della piscina, quella visione ebbe l'effetto di una rivelazione.

«Ma vi rendete conto?»

Conte sospirò. Conosceva quel tono: era il tono che precedeva le iniziative destinate a complicare la vita a tutti.

«Di cosa?»

«Dell'Olympiastadion!»

«Lo vediamo.»

«No, voi vedete uno stadio. Io vedo la storia.»

«Io vedo, e soprattutto sento, che siamo con le mutande bagnate sotto i pantaloni.»  osservò Vaccari. «E che avrei una certa urgenza di tornare in albergo.»

Giffoni non lo ascoltava più. Si era avvicinato di qualche passo, come se temesse che la struttura potesse svanire da un momento all'altro, lasciandolo con il sospetto di aver avuto un'allucinazione provocata dall'acqua clorata.

«Qui, nel giugno del 1974, Dino Zoff vide interrompersi il suo record d'imbattibilità dopo 1.142 minuti. Gol di Sanon, Haiti. Vi rendete conto?»

Collar lo guardò con la cautela che si riserva alle persone che hanno appena pronunciato un nome apparentemente insignificante con la solennità di chi annuncia la scoperta della tomba di Tutankhamon.

«Sanon chi?»

Giffoni si voltò lentamente.

«Emmanuel Sanon. Haiti. Mondiali del 1974. La nazionale italiana era arrivata in Germania con Zoff che non prendeva gol da una vita. Poi arriva questo Carneade haitiano e gli segna. Fine del record.»

«Ah.»

«Ah?»

«Sì, ho capito. Gli ha fatto gol.»

Giffoni lo fissò. Per un istante parve sul punto di spiegargli che non si trattava semplicemente di un gol, ma di una frattura nella storia del calcio italiano, di un evento che aveva messo fine a una striscia d'imbattibilità destinata a rimanere negli annali e che, per quanto potesse sembrare incredibile, era accaduto proprio lì, a pochi metri da dove si trovavano loro.

Poi rinunciò. Certe cose, pensò, non si possono spiegare a chi non è disposto a sentirle.

«Entriamo.»

«Dove?» chiese Conte, benché avesse già capito.

«Nello stadio. Lo stadio dove, in quella stessa partita, Chinaglia mandò a cagare il Ct Valcareggi in mondovisione al momento della sostituzione con Petruzzu Anastasi. Voi continuate a non capire!»

«Giffoni, quello che ha preso Valcareggi non è niente rispetto al vaffanculo che prenderai tu. Dobbiamo tornare in albergo! Ricordi?» incalzò Conte, il quale incominciava a spazientirsi delle inutili citazioni del mistico Giffoni, sempre più in trance agonistica.

«Ci mettiamo dieci minuti.»

Giffoni indicò lo stadio con un gesto ampio, quasi liturgico.

«Per un archeologo trovarsi davanti a Petra è un'esperienza che non si può rimandare. Per uno che ama la storia antica, vedere le piramidi Maya emergere dalla giungla dello Yucatán non è una cosa che si programma per il prossimo fine settimana e per uno che ama il calcio, trovarsi davanti all'Olympiastadion di Monaco è esattamente la stessa cosa.»

Brunelli, che fino a quel momento aveva ascoltato con un'espressione indecifrabile, si voltò verso Conte.

«A me Petra non interessa, ma lo stadio sì.»

«A te interessa qualsiasi cosa che possa finire male.»

«Non è vero.»

«Hai appena fatto una bomba in mutande nella piscina olimpica.»

«Quella era una questione patriottica.»

Giffoni, nel frattempo, aveva già cominciato a dirigersi verso l'ingresso. Gli altri lo seguirono, non perché fossero stati convinti dalle sue argomentazioni, ma perché avevano imparato che opporsi a certe iniziative richiedeva più energie di quante ne occorressero per assecondarle.

Pagarono due marchi a testa e varcarono l'ingresso.

Giffoni si fermò.

Davanti a lui si apriva il catino dello stadio, quasi irreale nella luce del pomeriggio. Le gradinate, in parte vuote, avevano qualcosa di monumentale senza essere opprimenti e la copertura sembrava galleggiare sopra lo stadio, come se qualcuno avesse voluto costruire un'enorme vela per raccogliere il vento della storia sportiva.

Giffoni avanzò lentamente, guardandosi intorno con la devozione del pellegrino giacobeo giunto al termine del cammino.  Non era più il ragazzo che, pochi minuti prima, aveva seguito Brunelli in una piscina senza costume ma un uomo che si trovava al cospetto di uno dei luoghi in cui il calcio, l'atletica e la memoria collettiva si erano dati appuntamento.

Conte, Vaccari e Collar, al contrario, avevano l'aria di tre turisti che si fossero accidentalmente iscritti a un seminario sulla storia dell'architettura.

«Bello» disse Collar.

«Bellissimo» corresse Giffoni.

«Sì, bellissimo. Possiamo andare?»

«Ma come si fa a pensare di andarsene?»

«Con le gambe» rispose Conte. «È il metodo che sto cercando di adottare da quando siamo usciti dalla piscina.»

Giffoni lo ignorò. Si muoveva lungo la gradinata, soffermandosi ogni tanto per osservare il campo da angolazioni diverse, come se volesse imprimersi nella memoria non soltanto lo stadio, ma anche il modo in cui la luce si posava sulle strutture e il rapporto fra le tribune e il terreno di gioco.

«Ma vi rendete conto? Qui undici anni fa Kaiser Franz alzò la Coppa del Mondo, mandando in fumo il calcio totale degli olandesi del Profeta Johan Cruijff.»

Per lui, in quel momento, ogni seggiolino poteva contenere il ricordo di una partita, ogni metro quadrato del prato custodiva una traccia di un'impresa sportiva, ogni gradino era un frammento di una storia che aveva contribuito a costruire la sua idea del calcio.

Gli altri, invece, cominciavano a considerare i due marchi spesi come un investimento dal rendimento sempre più improbabile.

«Io non capisco» disse Vaccari. «Abbiamo visto lo stadio. È uno stadio. C'è il campo, ci sono le tribune. Cosa dovrebbe succedere ancora?»

Giffoni si voltò verso di lui con un'espressione quasi offesa.

«Non è uno stadio qualsiasi.»

«Lo so. È quello dove ha preso gol Zoff.» precisò Vaccari.

«E dove si sono svolte le Olimpiadi del 1972!» continuò Collar.

«E dove il Profeta è asceso al cielo! E allora?!» interrogò spazientito Conte.

Giffoni, senza curarsi dei compagni e con l'aria del mistico che compatisce dei miscredenti,  proseguì la discesa verso il fondo della gradinata. Gli altri lo seguirono, obtorto collo, con la rassegnazione di chi ha capito che il programma della giornata non gli appartiene più.

Arrivato nei pressi della rete di protezione che separava gli spalti dalla pista d'atletica, Giffoni si fermò nuovamente.

Guardò il tartan rosso.

Poi il rettilineo.

Poi la curva.

E, infine, il cielo sopra la copertura.

Per qualche secondo rimase immobile, con la bocca leggermente aperta.

«No.»

Conte si portò una mano alla fronte.

«Ti prego, dimmi che non hai visto qualcos'altro.»

Giffoni indicò la pista.

«Ma vi rendete conto?»

«No» risposero in coro Vaccari e Collar.

«Durante le Olimpiadi del 1972, proprio qui, su questo tartan, Pietro Mennea conquistò la sua prima medaglia olimpica: il bronzo nei duecento metri, nella finale vinta dal mitico Valerij Borzov!»

Seguì un silenzio breve, ma sufficientemente denso da poter essere interpretato come il momento di raccoglimento che precede una cerimonia ufficiale.

Poi Conte si schiarì la voce.

«E chi se ne frega.»

Vaccari scoppiò a ridere.

«Ma sì, Giffoni! Ma che ce ne frega di Mennea, Borzov e di tutti gli altri? Noi vogliamo tornare in albergo!»

Conte rincarò la dose.

«Secondo me, se Mennea sapesse che siamo qui con le mutande bagnate sotto i pantaloni che ormai sono bagnati anche loro, sarebbe il primo a chiederci di andarcene.»

Giffoni si voltò verso di loro. Aveva l'espressione di chi si trova a dover difendere un patrimonio culturale dall'incuria dei contemporanei.

«Voi non avete idea di cosa significhi essere qui.»

«No» disse Collar. «E, sinceramente, non sento il bisogno di scoprirlo.»

Giffoni si aggrappò alla rete. Guardò ancora la pista, poi gli amici. Nella sua testa, in quel momento, la distanza fra il presente e il 1972 si era improvvisamente annullata. Riusciva quasi a vedere Mennea ai blocchi di partenza, i muscoli tesi, lo sguardo concentrato, pronto a misurarsi con i migliori velocisti del mondo.

E fu proprio allora che uscì di senno, definitivamente.

«Sapete cosa vi dico?»

«No» rispose Conte. «E vorrei mantenere questo privilegio.»

Giffoni si arrampicò sulla rete.

«Vediamo chi ha il coraggio di rifare con me la finale dei duecento metri. E magari battermi.»

Per qualche istante i tre amici lo guardarono senza parlare. Non era facile stabilire se avesse appena pronunciato una provocazione, una proposta sportiva o la prima frase di una crisi mistica.

Brunelli, fino allora silente e probabilmente ancora appagato dalla bomba sganciata nella piscina olimpionica, non aveva invece bisogno di chiarimenti.

Lui non sapeva resistere a una sfida. La sua personalità era costruita su un principio elementare, che nel corso degli anni aveva prodotto risultati assai più disastrosi di quelli ottenuti da molti avversari sui campi di calcio: se qualcuno sosteneva di poter fare qualcosa, Brunelli doveva dimostrare di poterla fare meglio. Se qualcuno lo sfidava, la prudenza diventava una forma di codardia. Se poi la sfida era palesemente stupida, la necessità di accettarla assumeva il carattere di un dovere morale.

Scavalcò la rete con un'agilità sorprendente, considerando che pochi minuti prima era stato espulso da una piscina per essersi tuffato in mutande.

Atterrò sulla pista e si sistemò la maglietta.

«Ecco qui Borzov.»

Giffoni lo guardò.

«Tu saresti Borzov?»

«Certo.»

«Ma Borzov era sovietico.»

«E allora?» 

«Scusa ma non sei tu quello che voterà DC perché è la Juventus dei partiti?»

«Ma chi se ne fotte della politica. Non è Borzov quello che ha vinto? Allora sono io. Basta parlare. Dove si parte?»

«Sulla linea dei duecento metri.»

«Perfetto.»

Conte, Vaccari e Collar si erano accomodati sugli spalti, da dove avrebbero assistito alla gara con l'entusiasmo di chi, per una volta, aveva deciso di non partecipare attivamente alla propria rovina.

«Noi facciamo i tifosi!» gridò Vaccari.

«Sì, fate i tifosi» rispose Giffoni. «Che è già un'attività superiore alle vostre possibilità atletiche.»

«E tu fai Mennea?» domandò Vaccari.

«Io faccio me stesso.»

«Allora siamo tranquilli. Non rischi di battere nessuno.»

I tre scoppiarono a ridere.

Giffoni e Brunelli raggiunsero la linea di partenza. Si guardarono intorno, come due atleti che stessero per disputare una finale olimpica davanti a migliaia di spettatori, benché i soli testimoni della loro impresa fossero tre amici annoiati e un uomo della sicurezza che, dalla tribuna centrale, aveva cominciato a interessarsi alla scena.

Non l'avevano visto arrivare. Era rimasto a distanza, probabilmente convinto che i visitatori si sarebbero limitati a passeggiare sugli spalti e a contemplare l'impianto e quando aveva notato i due ragazzi scavalcare la recinzione, aveva capito che il pomeriggio stava prendendo una piega che avrebbe richiesto un intervento.

I due concorrenti, intanto, si erano sistemati sulla linea dello start.

Giffoni si accovacciò, assumendo una posizione che aveva visto ripetere decine di volte in televisione. Brunelli lo imitò, con qualche difficoltà, perché la sua interpretazione della postura atletica era condizionata da un eccesso di entusiasmo e da una comprensione approssimativa della biomeccanica.

«Pronto?» chiese Giffoni.

«Prontissimo.»

«Quando dico via, si parte.»

«Ho capito.»

«E niente scorrettezze.»

Brunelli lo guardò con aria scandalizzata.

«Ma per chi mi hai preso?»

Giffoni preferì non rispondere.

Dall'altra parte del campo arrivò un latrato.

Un secondo latrato, più vicino, gli fece capire che il loro starter non sarebbe stato un colpo di pistola, ma un pastore tedesco che, scorti due intrusi sulla pista, intendeva partecipare alla gara, con un entusiasmo che nessuno gli aveva richiesto e il merito di renderla più internazionale.

I due si voltarono.

La bestia stava arrivando di corsa sguinzagliata dal custode, il quale aveva cominciato a gridare qualcosa in tedesco. La distanza era ancora considerevole, ma il movimento dell'animale e il tono della voce dell'uomo rendevano perfettamente comprensibile il significato generale della situazione.

Non ci fu più il bisogno di dare il via.

I due scattarono contemporaneamente, ma invece di percorrere la pista nella direzione prevista, si lanciarono dalla parte opposta, come se la finale dei duecento metri fosse stata improvvisamente trasformata in una gara di fuga.

Il cane li inseguiva abbaiando.

Il custode correva dietro al cane.

Brunelli, con le sue lunghe leve, correva davanti a Giffoni.

Giffoni correva davanti al cane, ma soltanto perché aveva avuto il vantaggio di partire molto distante.

Sugli spalti, Conte, Vaccari e Collar si piegarono in avanti, incapaci di credere ai propri occhi. Poi cominciarono a ridere, dapprima sommessamente, quindi con una tale violenza da costringersi a reggersi ai seggiolini.

«Ma guardali!» urlò Conte. «Che razza di coglioni!»

«No, no!» gridò Vaccari, asciugandosi le lacrime. «Sono Mennea e Borzov!»

«Mennea è quello che scappa?» domandò Collar.

«Non lo so! Ma quello davanti è sicuramente il più veloce!»

Brunelli e Giffoni raggiunsero la rete di protezione. La scavalcarono con una rapidità che, se applicata durante una vera competizione olimpica, avrebbe potuto procurare loro qualche soddisfazione. Atterrarono sugli spalti proprio mentre il cane arrivava al punto in cui li aveva visti scomparire.

Il custode si fermò dall'altra parte della recinzione, continuando a gridare.

Il pastore tedesco abbaiava.

I tre amici ridevano.

La finale dei 200 piani di quel pomeriggio si era conclusa: oro all'URSS-Brunelli, argento all'Italia-Giffoni, bronzo alla Germania. Rimaneva da stabilire se il cane fosse dell'Est o dell'Ovest.

Giffoni, piegato in avanti con le mani sulle ginocchia, cercava di recuperare il respiro. Aveva il cuore che gli batteva in gola e la sensazione che, se avesse tentato di pronunciare una frase, ne sarebbe uscita soltanto una successione di suoni incomprensibili.

Brunelli, invece, si raddrizzò quasi subito. Si passò una mano sulla fronte, guardò il campo, poi la rete che avevano appena scavalcato e infine Giffoni.

«Comunque ho vinto io.»

Giffoni sollevò lentamente la testa.

«Cosa?»

«Ho vinto io. Ho scavalcato prima di te.»

Giffoni sapeva bene che non era il caso d'intestardirsi in una infinita discussione dall'esito scontato con Brunelli e preferì destinare le energie residue per raddrizzarsi. Guardò ancora una volta il campo, la pista, la copertura dello stadio: poco prima aveva immaginato Mennea e Borzov impegnati nella loro finale olimpica, e per qualche minuto aveva creduto di essere riuscito a riannodare il filo della storia sportiva con la propria memoria. 

Invece, la sua esperienza dell'Olympiastadion si era conclusa con un cane inferocito e una fuga disordinata. 

Brunelli, lasciando lo stadio di corsa con gli altri, mentre in lontananza si sentivano ancora le urla del custode e i latrati del cane, non resistette a mettere la firma sul pomeriggio.

«Oggi ho fatto la storia. Ho vinto due ori olimpici in meno di un'ora.»


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