Era una di quelle serate di primavera nelle quali il sabato sera, invece di promettere qualcosa, sembrava soprattutto voler ricordare ai presenti che il giorno dopo sarebbe stata domenica.
Ai Birilli Bevuti regnava una calma che, più che alla pace, somigliava alla resa.
La primavera aveva ormai fatto il suo ingresso ufficiale, le giornate si erano allungate, le ragazze si sapeva che da qualche parte cominciavano a circolare con quella leggerezza degli abiti che, a quell'età, veniva interpretata dai maschi come un preciso segnale della Provvidenza, e gli ormoni, dopo mesi di inverno, reclamavano spazio con la veemenza di una tifoseria rimasta chiusa fuori dallo stadio.
Il problema era che il contesto sociale in cui si muovevano i nostri eroi non sembrava essersene accorto: Ai Birilli Bevuti non accadeva nulla.
Niente ragazze, niente feste o la possibilità di indirizzare qualche invito galante; insomma, niente di quelle circostanze casuali che, nella fantasia adolescenziale, precedono invariabilmente l'inizio di una grande storia d'amore e che nella realtà si limitano quasi sempre a precedere una figuraccia.
Era, insomma, una perfetta serata da Fortezza Bastiani: si stava lì, ad aspettare qualcosa che non sarebbe arrivato mai.
Giffoni fu il primo a formulare l'ipotesi di una sortita che potesse, almeno potenzialmente, rompere quel grigiore fuori stagione e se non altro accendere una scintilla di speranza o, più realisticamente, d'illusione.
— Andiamo a Udine.
Gli altri lo guardarono poco convinti, mentre Giffoni a parole dipingeva Udine, quella sera, con le dimensioni di una metropoli occidentale: il centro cittadino, con le sue gelaterie, i portici e le ragazze che passeggiavano il sabato sera, venivano descritte come una specie di Las Vegas friulana.
Non serviva nemmeno fare qualcosa di particolare: bastava esserci, camminare, guardarsi attorno, mangiare un gelato e, naturalmente, approcciare.
Il problema era arrivarci perché nessuno aveva la macchina.
E fu allora che entrò in scena la Mini Cooper rossa dei genitori di Gambero; una macchina fiammante, ancora sufficientemente nuova da sembrare un'automobile e non semplicemente un mezzo di trasporto, parcheggiata lì, nel giardino di casa, con le chiavi a disposizione.
I genitori di Gambero erano usciti e la macchina era sola.
Le chiavi erano lì.
C'era però un dettaglio, un dettaglio non proprio secondario: era assolutamente vietato usarla e Gambero lo fece presente a chiare lettere non appena capì che il sottotesto di quell'idea dava per certo l'uso del mezzo del padre per evadere dalla noia della Fortezza Bastiani in riva al Natisone.
Lo fece con quella prudenza che, col senno di poi, avrebbe meritato una maggiore considerazione.
— Mio padre mi ammazza.
Giffoni, invece, vedeva la faccenda da un punto di vista completamente diverso.
— Ma figurati. Andiamo a Udine, prendiamo un gelato e torniamo prima che arrivino. Non sapranno mai niente.
Era un ragionamento semplice e, proprio per questo, pericoloso.
— Ma se succede qualcosa?
Gambero, neopatentato da qualche mese, non era ancora convinto e cercava di resistere ad un'idea che però esercitava un fascino irresistibile anche per lui.
Polacco, a quel punto, entrò nella discussione con l'autorità di chi non avrebbe guidato.
— Cosa potrà mai andare storto?
Tomaselli annuì rincarando la dose.
— Si tratta di andare a Udine mica a Caracas!!
Gambero, accerchiato dalle insistenze e dalle rassicurazioni dei tre, alla fine cedette e la spedizione venne approvata con il relativo programma: partenza, Udine, parcheggio, gelato, giro in centro cercando di captare eventuali focolai d'interesse, nel caso qualche tentativo di approccio e ritorno a casa prima di mezzanotte.
Un piano perfetto, addirittura più morigerato di quello programmabile da una novella Cenerentola; talmente perfetto da avere un unico difetto: si basava sulla convinzione che quattro adolescenti, di sabato sera, con una Mini Cooper presa di nascosto e guidata da un neopatentato, potessero controllare gli eventi.
La Mini partì: alla guida Gambero ed al suo fianco, naturalmente, Giffoni. Dietro Polacco e Tomaselli.
All'inizio tutto andò magnificamente, la macchina filava tranquilla verso Udine, Gambero teneva il volante con quella concentrazione tipica del neopatentato che, pur avendo ancora pochi mesi di esperienza, comincia già a considerarsi un pilota.
Gli altri scherzavano, si rideva e si parlava delle ragazze mentre Udine sembrava sempre più vicina e con Udine, naturalmente, crescevano in parallelo le speranze e le illusioni per un sabato finalmente all'altezza dei loro desideri. Un sabato da ricordare insomma.
Il mondo, in quel momento, sembrava assecondarli e loro erano assolutamente ignari di come gli Dei stavano per accontentare la loro brama di un sabato indimenticabile.
Arrivò una svolta a sinistra, una svolta come tante, una di quelle svolte che, in condizioni normali, non meritano nemmeno di essere ricordate.
Tomaselli, invece, convinto che esistesse un altro tragitto per la loro desinazione apostrofò il conducente: "Gambero, dove cazzo giri?"
Gambero, si voltò per un istante e disse piccato: "Eh?!"
Fu un gesto quasi impercettibile.
Un attimo.
Il tempo sufficiente per perdere il contatto visivo con la strada e quando riportò gli occhi davanti a sé, la realtà aveva già preso una decisione: in mezzo alla carreggiata, sullo spartitraffico, c'era l'asta del segnale di stop.
La Mini Cooper la centrò in pieno con il classico botto che accompagna lamiera e carrozzeria che si contraggono.
Poi scese il Silenzio, per qualche secondo nessuno disse nulla.
Erano illesi, la bassa velocità aveva causato nello scontro solo un secco spostamento in avanti dei passeggeri, senza però nessun contatto con le parti della vettura e fortunatamente si era ancora negli anni '80 e l'elegante autovettura era sprovvista di air bag.
Era andata molto invece peggio all'asta dello stop, che ora era inclinata come un giavellotto piantato in terra nell'agone olimpico, e al frontale della Mini che aveva assunto una configurazione estetica e funzionale che la casa madre non aveva certamente previsto.
Ci fu un momento nel quale i tre passeggeri guardarono il danno senza sapere bene cosa fare, mentre Gambero imprecava contro se stesso ed il mondo ed istintivamente, senza guardare nello specchietto retrovisore, innescò la retromarcia per liberare la vettura e rischiò invece un bel botto al posteriore contro un auto che transitava alle spalle.
Fortunatamente i riflessi dell'autista erano pronti e così si evitò il peggio, cavandosela solo con qualche vivace imprecazione del conducente all'indirizzo dell'equipaggio della Mini Cooper abbattuta.
La cosa straordinaria fu che la macchina, nonostante tutto, era ancora in grado di camminare e così, dopo una breve consultazione, venne presa la decisione più logica possibile.
Tornare a casa.
Naturalmente dopo aver mangiato il gelato.
La spedizione su Udine era terminata: non c'erano stati approcci con le ragazze ma, in compenso, avevano vissuto un incontro ravvicinato del terzo tipo con un'infrastruttura stradale e ora più realisticamente, si trattava di pianificare una spiegazione ad un padre ancora all'oscuro della violazione delle regole e delle conseguenze.
La Mini rientrò e Gambero parcheggiò la macchina esattamente dove l'aveva trovata.
Stesso posto, stessa posizione, stessa angolazione.
Unica differenza: il frontale.
I quattro scesero e si dispersero rapidamente, come un'unità militare dopo un'operazione conclusasi con perdite; solo Giffoni rimase con Gambero per sostenerlo in quel tempo gravido di preoccupazione su come avrebbe reagito il padre, ma soprattutto per formulare una difesa che si preannunciava più complicata di quella dei legali dei nazisti al processo di Norimberga.
Poi Gambero rimase solo con la sua responsabilità.
Quando il padre tornò, guardò la macchina, poi riguardò la macchina.
Poi guardò il figlio.
Ci fu quel silenzio particolare che appartiene ai padri quando hanno già capito tutto ma vogliono lasciare al figlio l'onore di raccontarlo.
Gambero parlò e si prese la responsabilità.
Spiegò.
Disse che stavano andando a parcheggiare nel centro di Udine, che era successo un incidente ma che nessuno si era fatto male, anzi, che erano tutti assolutamente illesi.
Il padre ascoltò.
Gambero, probabilmente per attenuare la gravità dell'accaduto, aggiunse il movente:
— Stavamo solo andando a prendere un gelato.
Il padre lo guardò e poi pronunciò una delle frasi che, nella storia dei Birilli Bevuti, avrebbero meritato di essere incise sulla pietra.
— Sì. Un gelato da almeno settecentomila lire.
A quel punto non c'era più molto da aggiungere.
La serata era cominciata con quattro ragazzi che cercavano un'occasione per incontrare qualche ragazza ed era finita con una Mini Cooper rossa dal valore sentimentale ormai compromesso, un'asta dello stop abbattuta e un gelato mai mangiato.
Il conto, invece, era già sul tavolo e aveva la forma di una cifra che, a quell'età, sembrava appartenere più al bilancio di una multinazionale che a una serata adolescenziale.
Settecentomila lire.
Per un gelato poco dolce e molto salato.



