venerdì 2 ottobre 2026

IL GOL DI TURONE ALLA LAVAGNA

Maggio è da sempre il mese delle rose, della fine del campionato, del giro d'Italia e degli internazionali al Foro Italico. Lo era anche nel 1981 e anche allora tutti quegli eventi erano una seria minaccia per tutti gli studenti, impegnati nel chiudere meglio possibile l'anno scolastico. O al meno peggio possibile.  

Per Tito Brunelli e Remfutti, per esempio, il lunedì successivo era in programma lo spareggio di matematica: avevano entrambi un'insufficienza e il professore aveva concesso loro l'ultima possibilità di un'interrogazione alla lavagna, una specie di spareggio scolastico nel quale non sarebbe bastato difendersi bene perché, a differenza del calcio, in matematica lo zero a zero non esisteva e comunque non avrebbe portato nessuno da nessuna parte.

La domenica precedente, però, c'era uno spareggio assai più importante: alle quattro del pomeriggio, al Comunale di Torino, si giocava Juventus-Roma.

Tre giornate alla fine del campionato con la Roma ad un passo dallo scudetto e la Juventus che doveva almeno non perdere:  per due juventini marci come Brunelli e Remfutti, quella partita aveva assunto una dimensione tale da rendere l'interrogazione del lunedì una scomoda pratica burocratica, qualcosa che sarebbe stato eventualmente affrontato dopo avere sistemato questioni assai più urgenti.

C'era però un problema, nel 1981 le partite non si vedevano in diretta: alle 18,00 sulla seconda rete trasmettevano la differita di un tempo di una gara di serie B mentre alle 19,00 un tempo di una di A con la telecronaca del vate dei telecronisti Nando Martellini.

Non c'erano le pay-tv, non c'erano gli streaming, non c'erano programmi che iniziavano alle tre del pomeriggio e finivano a mezzanotte raccontando la partita, il prepartita, il postpartita, le interviste, le moviole, le dichiarazioni degli allenatori e perfino le condizioni del prato.

C'era solo la radio e per Brunelli, quella domenica, la radio era diventata improvvisamente un oggetto pericoloso: da qualche giorno aveva elaborato un piano che, nella sua mente, aveva la precisione di un'operazione militare.

Non avrebbe ascoltato la partita, non avrebbe telefonato a nessuno, non avrebbe risposto al telefono e neppure sarebbe uscito: non avrebbe insomma incontrato anima viva; alle diciannove avrebbe acceso la televisione e avrebbe visto la differita del secondo tempo, senza sapere nulla del risultato.

Brunelli avrebbe aspettato, avrebbe resistito e avrebbe visto Juventus-Roma come se fosse ancora in corso: era un piano perfetto.

Aveva soltanto un difetto.

Remfutti.

Brunelli trascorse quindi il pomeriggio chiuso in casa come un pericoloso latitante e quando arrivò l'ora della partita non accese la radio, quando il telefono squillò, non rispose e quando sentì qualcuno parlare in strada, si allontanò dalla finestra.

Era arrivato perfino a considerare sospetto il rumore di un motorino, ma alle sette meno un quarto era pronto: era riuscito a resistere a quella terribile tentazione di sapere com'era finita. Un eroe.

La televisione accesa e posizionato nel punto giusto. Il volume regolato.

Il resto del mondo fuori.

Brunelli si sistemò davanti allo schermo con quella concentrazione che avrebbe fatto comodo anche davanti alla lavagna il giorno dopo.

Mentre sullo schermo bianconeri e giallorossi se le stavano dando di santa ragione in una partita tiratissima sotto la pioggia e ancora sullo 0-0 ad inizio ripresa , alle 19.15 suonò il campanello.

Brunelli rimase immobile.

Suonò ancora.

Non poteva essere il postino, non poteva essere un vicino, non poteva essere nessuno che meritasse di essere ricevuto ma poi sentì una voce inconfondibile.

«Brunelli!»

Era Remfutti.

Brunelli si affacciò alla finestra con la prudenza di chi teme che dall'altra parte ci sia la polizia ma poi si ricordò che aveva dato appuntamento a Remfutti per ripassare insieme un'ultima volta "dopo la partita".

Remfutti alzò la testa.

Aveva gli occhiali leggermente storti, i capelli biondi che gli ricadevano ai lati del viso e quell'aria soddisfatta del cretino che ha appena scoperto una cosa importante e non vede l'ora di comunicarla a qualcuno che non gliel'ha chiesta.

«Hai visto?»

Brunelli non rispose.

Lo guardava.

Non era ancora uno sguardo di odio ma era qualcosa di più elaborato: la faccia di un uomo che, dopo avere trascorso tre ore chiuso in casa per evitare una sola informazione, si vede comparire davanti alla finestra proprio l'informazione con le gambe, gli occhiali e una giacca troppo leggera per la stagione.

Remfutti sorrise e, come l'Arcangelo Gabriele alla Madonna, annunciò trionfante. 

«Abbiamo fatto zero a zero!»

Brunelli continuava a fissarlo, non muoveva un muscolo come qualcuno davanti al plotone d'esecuzione e Remfutti, che evidentemente non aveva alcuna familiarità con il linguaggio degli sguardi, interpretò quel silenzio come una forma di suspense e decise di risolverla.

«E a Turone hanno annullato un gol buono!»

Se Remfutti avesse posseduto un minimo di sensibilità, avrebbe capito che Brunelli lo stava guardando come il contadino che aveva appena visto grandinare sui suoi vigneti la sera prima della vendemmia, ma Remfutti quel minimo di sensibilità non sapeva neppure dove stava di casa. 

Aveva già iniziato a raccontargli il gol annullato.

«Guarda che era buono, eh. Secondo me era regolarissimo. Turone era partito benissimo. Poi niente, annullato. Abbiamo avuto un culo!!!»

Brunelli, sempre in silenzio, aprì la porta e lo fece entrare: non perché avesse cambiato idea ma perché ormai aveva capito che ucciderlo avrebbe richiesto più tempo della differita.

Studiare, quella sera, fu un verbo utilizzato in maniera piuttosto generosa, matematica venne affrontata con lo stesso spirito con cui si affrontano le cose inevitabili: senza entusiasmo, ma con la speranza che qualcun altro trovi una soluzione.

Remfutti parlava, Brunelli studiava.

Remfutti spiegava cose che nessuno gli aveva chiesto e Brunelli annuiva.

Ogni tanto Remfutti tornava sulla partita.

«Comunque quello di Turone era gol.»

Brunelli lo guardava e Remfutti continuava.

«Te lo dico io.»

Brunelli abbassava gli occhi sul libro di matematica ed era ormai evidente che il vero programma di recupero non riguardava la matematica.

Il lunedì mattina, tuttavia, arrivarono entrambi alla lavagna e Remfutti aveva deciso che alcune formule erano troppo importanti per essere lasciate al caso mentre Brunelli, che invece riteneva che il problema non fosse ricordare le formule ma riuscire a non doverle usare, tentò inutilmente di sottrarsi all'operazione.

Alla fine Remfutti gli prese una mano.

«Scrivila qua.»

«Dove?»

«Sul palmo.»

Brunelli lo guardò.

«Sei scemo?»

«No. È una tecnica infallibile.»

E sul palmo della mano finirono alcune formule che nessuno dei due era mai riuscito a ricordare per più di tre minuti consecutivi.

Poi entrarono e il professore, come promesso, li interrogò insieme.

Domande.

Problemi.

Lavagna.

Numeri.

Radici.

Passaggi che improvvisamente sembravano avere un senso.

I due, incredibilmente, risposero.

Non tutto, ma abbastanza: Q.B. avrebbe detto Gualtiero Marchesi e alla fine il professore li congedò con un voto positivo; Remfutti uscì dalla tensione dell'interrogazione come un attore alla fine dell'ultimo atto: era evidentemente convinto di avere superato non soltanto quello spareggio ma anche di aver vinto il campionato.

Si voltò verso il professore, sorrise e, con una teatralità assolutamente sproporzionata alla situazione, disse:

«Grande professore! Le stringerei la mano!»

E aprì il palmo: fu un attimo; Remfutti guardò la propria mano, guardò il professore e guardò di nuovo la propria mano: sul palmo erano ancora perfettamente visibili le formule.

Il professore lo fissò.

«Remfutti.»

«Sì, professore.»

«Fammi vedere il palmo.»

«No, ma io...»

«Fammi vedere il palmo.»

Remfutti provò ancora a sorridere, ma ormai il sorriso gli era rimasto appeso agli occhiali e fu costretto a mostrare entrambe le mani.

Il professore osservò le formule.

«Ah, bene.»

Poi si rivolse a Brunelli.

«E tu? Anche tu fammi vedere i palmi.»

Brunelli rimase fermo e per un istante sembrò quasi che potesse salvarsi ma poi dovette aprire lentamente le mani: le formule erano lì anche per lui.

Entrambe.

Quando alzò gli occhi verso Remfutti, non era più lo sguardo di un compagno di classe, era lo sguardo di un uomo che, dopo essere stato trascinato suo malgrado in una rapina, scopre che il complice ha lasciato sul tavolo il proprio documento d'identità, il codice fiscale, la tessera dell'autobus e una fotografia formato tessera con dedica sul retro.

Brunelli lo guardò con una calma così assoluta da risultare minacciosa, in quello sguardo c'era tutto: c'era la domenica pomeriggio rovinata, c'era Turone, c'era il pomeriggio passato lontano dalla radio ma soprattutto la certezza, maturata in quel preciso istante, che se mai nella vita gli fosse capitato di avere un problema serio, avrebbe fatto bene a non raccontarlo a Remfutti.

Il professore passava lo sguardo dall'uno all'altro.

«Voi volevate fregarmi.»

Remfutti aprì bocca mentre Brunelli non toglieva lo sguardo da Remfutti, questa volta con una tale intensità che, se lo sguardo avesse avuto un peso specifico, Remfutti sarebbe uscito dalla classe con due metri di profondità nel pavimento sotto i piedi.

«Professore, però...»

«Bene. Insufficienti tutti e due.»

Remfutti partì.

Non si sa se fosse una difesa, un'arringa o semplicemente l'ennesima occasione per parlare, ma nel giro di pochi secondi aveva già costruito una teoria secondo la quale le formule scritte sui palmi non avevano avuto alcuna utilità concreta, perché le domande alle quali avevano risposto e i problemi che avevano risolto non richiedevano l'impiego di quelle formule.

«Quindi, professore, tecnicamente noi abbiamo risposto.»

Il professore lo guardò.

«Avete cercato di fregarmi.»

«Sì, ma non abbiamo copiato.»

Brunelli abbassò gli occhi, non per vergogna ma perché stava evidentemente cercando, nella propria mente, un posto abbastanza appartato dove seppellire Remfutti.

Il professore rimase pensieroso, forse perché la distinzione, in quel momento, gli appariva filosoficamente interessante.

Alla fine disse:

«Deciderò agli scrutini.»

E li mandò via.

Per qualche settimana la questione rimase sospesa ma poi arrivò il giorno in cui sul portone della scuola vennero esposti i tabelloni e a stretto giro Remfutti arrivò a casa di Brunelli.

Brunelli aprì la porta.

«Com'è andata?»

Remfutti entrò senza salutare.

«Tu e Caio rimandati in due materie.»

Brunelli lo guardò.

«Tu?»

«Promosso.»

Brunelli non disse nulla, a parte invitare Remfutti a tornare Ai Birilli Bevuti e a stargli lontano per tutta l'estate.

Si consolò con lo scudetto juventino numero 19, sfilato ai giallorossi al fotofinish.


giovedì 1 ottobre 2026

SIMPOSIO FUORI ORDINANZA

La discussione era cominciata, come del resto cominciavano quasi tutte le discussioni ai Birilli Bevuti, da una frase buttata lì a casaccio e che nel giro di pochi minuti sarebbe diventata una faccenda di principio.

Leonardo aveva detto che, militari o non militari in circolazione, quelli di Rualis avevano tutti la ragazza: non alcuni, proprio tutti.

Tutti.

La precisione con cui aveva pronunciato quella parola lasciava intendere che avesse svolto un'indagine statistica piuttosto approfondita, anche se era abbastanza probabile che il campione fosse costituito da quattro o cinque ragazzi che aveva visto passeggiare per Cividale tenendosi per mano.

«Quelli di Rualis hanno tutti la ragazza» aveva ripetuto con convinzione, cercando di provocare una qualche reazione nel resto della compagnia, intenta invece nelle solite consegne: chi insultava lo Space Attack prendendo pure a calci il cassone del videogioco dopo la perdita dell'ultimo cannoncino a disposizione, chi giocava a tre sette fissando le carte in mano con l'attenzione di un ortopedico intento a valutare gli esiti di una risonanza magnetica, chi era impegnato con la stecca del biliardo mirando al pallino come un cecchino tra tra le macerie di Stalingrado e chi invece bighellonava da un tavolo all'altro con un ghiacciolo in mano elargendo a tutti consigli non richiesti.    

Giffoni fu il primo ad abbandonare la consegna quotidiana per raccogliere la provocazione di Leonardo, cercando di non far vedere quanto invece la cosa l'avesse colpito su di un punto vulnerabile e non tanto per quelli del Rualis, ma perché improvvisamente gli sembrò che esistesse una specie di classifica invisibile dell'adolescenza e che loro fossero finiti ingiustamente dalla parte sbagliata.

Gambero, invece, non sembrava particolarmente preoccupato.

«Anche Lucertola?»

«Anche Lucertola.»

Romano ci pensò sopra con l'attenzione che normalmente riservava alle formazioni delle squadre di calcio e poi sentenziò.

«Allora è grave.»

Remfutti, che invece fino a quel momento aveva ascoltato con la testa appoggiata al muro, disse che secondo lui le ragazze di "quelli di Rualis" non erano desiderabili; non gli era stato chiesto niente ed era esattamente per questo che lo aveva detto.

Leonardo gli chiese cosa c'entrasse e Remfutti rispose che non c'entrava niente, ma che era comunque importante dirlo; quella era una delle sue specialità: introdurre nella discussione un elemento completamente estraneo e poi comportarsi come se fosse compito degli altri dimostrare che non aveva ragione.

Giffoni, invece, aveva già trovato una spiegazione che ai suoi occhi appariva dignitosa.

«Secondo me è perché noi siamo diversi.»

Gambero lo guardò con una certa diffidenza.

«Diversi come?»

«Più seri.»

Leonardo rise.

«Noi?»

Giffoni non si scompose.

«Sì. Noi non ci mettiamo con una tanto per dire che abbiamo la ragazza.»

Era una frase che gli sembrava molto bella e aveva anche il vantaggio di trasformare una evidente mancanza di risultati in una scelta morale.

Remfutti annuì.

«Giusto.»

Giffoni lo guardò, sorpreso di avere finalmente trovato un alleato.

«Vedi?»

«Giffoni non si mette con una tanto per dire che abbiamo la ragazza» continuò Remfutti. «Lui aspetta quella brutta.»

Gambero gli tirò una patatina, mentre Leonardo, Brunelli e Romano risero approvando la risposta di Remfutti: era fatto così, se Giffoni sosteneva una cosa, Remfutti la sosteneva un secondo dopo soltanto per poterla rovinare.

Se gli davano ragione, cambiava idea e se gli davano torto, diventava improvvisamente favorevole: l'unica posizione che assumeva era contraria a quella dell'interlocutore.

«Comunque» disse Leonardo, tornando al problema «quelli di Rualis sono avanti anni luce rispetto a noi.»

«Avanti dove?» domandò Gambero.

«Nella vita.»

«Capirai, hanno sedici anni.» 

«Appunto.»

Quella risposta sembrò per qualche ragione definitiva.

Giffoni rimase invece in silenzio: aveva la sensazione che dietro quella storia delle ragazze ci fosse qualcosa che lui non riusciva ancora a comprendere; forse non era una questione di bellezza, né di coraggio, né di fortuna. Forse quelli di Rualis avevano semplicemente capito prima di loro una cosa fondamentale.

«Secondo me loro si innamorano.»

Remfutti disse subito di no.

«A sedici anni non ci si innamora.»

«E allora cosa si fa?»

«Ci si fidanza.»

«Ma è la stessa cosa.»

«No.»

«Perché?»

Remfutti ci pensò qualche secondo.

«Perché quando ti innamori non hai la ragazza. Quando hai la ragazza sei fidanzato.»

Gambero lo fissò.

«Ma che cazzo dici? Questa è degna del festival della cazzata.»

«Ma parlavo con te?»

Replicò piccato Remfutti e poi si voltò verso Giffoni come se avesse appena ricevuto una rivelazione dall'Arcangelo Gabriele.

«Aspetta... Forse hai ragione.»

Giffoni si mise a ridere.

«Allora hai cambiato idea.»

«No. Ho cambiato idea sul fatto che avevi torto.»

Leonardo scoppiò a ridere.

La discussione, a quel punto, avrebbe potuto finire lì ma Giffoni aveva sedici anni, e come loro nessuna ragazza e nutrendo una notevole fiducia nelle proprie capacità di analisi decise che il problema meritava un approfondimento.

«Il punto è che l'amore vero è diverso.»

«Diverso da cosa?» chiese Gambero.

«Da avere una ragazza.»

«E che differenza c'è?»

Giffoni cercò le parole.

Non aveva mai avuto una ragazza, ma questo non gli impediva di avere idee molto precise sull'amore. Aveva letto qualche libro, ascoltato qualche canzone, visto qualche film e soprattutto aveva passato abbastanza tempo a guardare ragazze da lontano per essersi costruito una teoria che gli sembrava inattaccabile.

«Uno si innamora di quello che pensa che una persona possa essere.»

Remfutti annuì.

«Esatto.»

Giffoni sorrise.

Finalmente.

«Questa volta sei d'accordo.»

«No.»

«E allora perché hai detto esatto?»

«Perché pensavo dicessi il contrario.»

Gambero si mise a ridere.

Giffoni lo ignorò.

«Io invece sono convinto che sia così: se uno vedesse una ragazza esattamente per quello che è, probabilmente non si innamorerebbe.»

«Io sì» disse Leonardo.

«Tu sei un caso particolare.»

«Perché?»

«Perché ti basta che sia bella.»

«E cosa c'è di male?»

«Niente. Ma quello non è amore.»

«E cos'è?»

«Attrazione.»

Gambero si intromise.

«E quanto dura?»

«Non lo so.»

«Allora magari è amore.»

Brunelli, che fino a quel momento aveva mangiato senza partecipare alla discussione, alzò finalmente gli occhi.

«Secondo me basta che una ti guardi due volte.»

Tutti si voltarono.

Brunelli continuò a mangiare.

«La prima può essere un caso. La seconda no.»

Giffoni rimase colpito.

Era una frase semplice, ma dentro gli sembrava esserci qualcosa.

«Questa non è male.»

Remfutti intervenne immediatamente.

«Può aver guardato dietro di te.»

Brunelli ci pensò.

«Anche.»

«E allora non significa niente.»

«Allora bisogna vedere se dietro c'è qualcuno.»

Gambero scoppiò a ridere mentre Leonardo disse che quella era probabilmente la cosa più intelligente sentita quella sera.

Giffoni, invece, era ormai definitivamente convinto che l'amore fosse una faccenda complicata e volle insistere per non far morire una discussione che sembrava ormai giunta al capolinea ma che per una volta non riguardava i favori arbitrali a vantaggio della Juve e i torti subiti dall'Udinese.

«Comunque le illusioni servono.»

Remfutti gli diede ragione.

«Certo.»

Giffoni si insospettì.

«Perché?»

«Perché senza illusioni non ti fidanzi.»

«E prima non avevi detto che non servivano?»

«Sì.»

«E allora?»

«Adesso servono.»

«Perché?»

«Perché hai detto che servono.»

Giffoni lo guardò incredulo.

«Ma tu non hai una tua idea.»

Remfutti sorrise.

«Certo che ce l'ho.»

«Quale?»

«Quella opposta alla tua.»

A quel punto Gambero e Leonardo si piegarono sul tavolo dal ridere, Romano cominciò a battere una mano sul legno mentre Brunelli continuò tranquillamente a mangiare, come se ormai avesse capito che la discussione non sarebbe mai arrivata da nessuna parte.

Giffoni, invece, sempre più in trance agonistica, concluse che forse il vero problema dell'amore non erano le illusioni ma era trovare qualcuno disposto ad ascoltare le proprie.

Fu proprio mentre stava per esporre questa nuova teoria che nessuno si accorse che lo Smilzo era entrato nel locale già da qualche minuto e stava ascoltando quel Simposio.

Rimase qualche minuto in piedi, poco distante dal tavolo, e poi si avvicinò lentamente.

«Di cosa state parlando?»

Nessuno rispose.

Lo Smilzo li guardò uno per uno.

Giffoni.

Remfutti.

Gambero.

Leonardo.

Brunelli.

Poi sospirò ed emise la sua sentenza.

«Mi avete rotto i coglioni.»

Si voltò verso la porta e indicò alla compagnia l'uscita con un gesto imperioso della mano e impartì l'ordine che non ammetteva repliche.

«ARIAAAAAA!»


mercoledì 30 settembre 2026

SYLT IN HAMBURG

Appena lasciata alle spalle la boa dei 20 anni Giffoni aveva già maturato una convinzione abbastanza sui generis circa la geografia del mondo: era certo che l'estero cominciasse poco oltre i Birilli Bevuti e finiva con l'inizio della cortina di ferro.

Nell'agosto 1987 quello che ci stava al di là, oltre che ad essere percepito come un mondo uniforme e avvolto dal grigiore e dai medesimi riti della dittura comunista, non era neppure preso in considerazione come un luogo visitabile.

L'Olanda, invece, era un luogo mitologico che fino a quel momento aveva avuto per lui la consistenza delle figurine Panini: Amsterdam, la capitale dove era libero  tutto ciò che in Italia era proibito , tulipani, mulini a vento, biciclette e qualche giocatore della nazionale olandese che sembrava appartenere a una razza calcistica superiore.

La Germania Ovest era invece un'altra cosa: era la Germania di Rummenigge, Matthäus, Beckenbauer, delle autostrade senza limiti di velocità e delle automobili che, viste da un italiano del 1987, sembravano progettate da ingegneri che non avevano mai avuto bisogno di chiedere un preventivo al meccanico.

Per arrivarci, comunque, bisognava anadare ben oltre le colonne d'Ercole dei Birilli bevuti e di disporre o di un portafoglio particolarmente generoso oppure di grande spirito d'avventura e adattamento assistito da un auto che non fosse la mitica 850 color sabbia nel cui radiatore si poteva buttare la pasta appena passato Remanzacco.

E per Giffoni, che nel proprio magazzino aveva riserve sovrabbondanti di attitudine all'adattamento ma un portafoglio pieno di buone intenzioni e un garage vuoto, quelle terre lontane e avvolte da leggende e mistero sembravano destinate a rimanere tali ancora per un bel po'.

Il destino invece, in quell'estate in cui l'Udinese era retrocessa e si stava preparando ad un campionato di serie B dopo 8 anni in quel di Malborghetto, volle compensarlo del dispiacere e offrirgli un'inaspettata opportunità.

Vialetti, un bancario di sette anni più vecchio che aveva conosciuto sugli spalti del Carnera, gli propose di unirsi a lui per un viaggio di 10 giorni in agosto con destinazione proprio l'Olanda, con cappatina ad Amburgo prima di entrare nel paese dei tulipani da farsi con la sua auto e con budget alla portata dei sanguinosi risparmi di Giffoni.

Nel 1987 non c'era Booking, non c'era Airbnb e tantomeno internet, il telefono cellulare o Google Maps: c'era una cartina stradale, qualche indirizzo recuperato chissà dove e una forma di ottimismo che, col senno di poi, avrebbe meritato di essere studiata dalla medicina.

L'idea era semplice: partire e trovare da dormire strada facendo.

In ossequio a quel dettagliato cronoprogramma partirono, intelligentemente, la vigilia di Ferragosto e già la prima giornata chiarì che l'Europa del 1987 non aveva nessuna intenzione di collaborare.

Il tratto da Villach a Spittal non era ancora completato e l'autostrada, per quanto già sufficientemente lunga da dare agli automobilisti l'illusione di essere entrati nella modernità, aveva ancora interruzioni, deviazioni, code e confini.

A Salisburgo, poi, il traffico si trasformò in una teoria filosofica: una fila di automobili praticamente immobile, davanti, dietro, di fianco.

E soprattutto al confine.

Giffoni guardava la scena dal finestrino con l'attenzione di chi stava assistendo per la prima volta a un fenomeno antropologico.

«Ma tutta questa gente dove cazzo va?»

Vialetti, che guidava da ore, non rispose, probabilmente perché aveva già consumato, insieme alla benzina, anche le parole.

Dopo circa otto ore arrivarono a Monaco di Baviera e con un vagabondaggio di circa un'ora trovarono una sistemazione alberghiera nella periferia della capitale dell'OktoberFest.

Il giorno dopo ripartirono presto e questa volta l'autostrada tedesca fece il suo dovere, soì come la VW Golf 1600 di Vialetti divorò chilometri verso nord con la stessa insaziabile voracità di Noiret, Matroianni e Tognazzi ne "La Grande Abbuffata". 

Fu durante quel viaggio che Giffoni ebbe la prima grande sorpresa politica della vacanza: le basi militari americane! Una dopo l'altra, comparivano lungo il percorso installazioni militari, mezzi, recinzioni, soldati, indicazioni che ricordavano continuamente che quella non era semplicemente la Germania Ovest: era uno dei principali avamposti della Guerra Fredda.

Giffoni osservava tutto dal finestrino con grande attenzione; fino a quel momento aveva sempre immaginato l'Europa divisa in maniera abbastanza elementare: da una parte noi, dall'altra i sovietici, i buoni contro i cattivi.

L'idea che anche l'Occidente fosse militarmente occupato da un esercito straniero, benché alleato, gli sembrò improvvisamente meno semplice, naturalmente non lo disse: aveva ventuno anni, era in vacanza e le tendenze politiche di Vialetti non sembravano del tutto nordatlantiche.

E soprattutto stavano andando ad Amburgo.

Verso le cinque del pomeriggio, finalmente, comparve la città.

HAMBURG!.

Il porto, il Nord, i resti della grande cattedrale dedicata a di St. Nikolai devastata dai bomabrdamenti della RAF, lasciati intatti a monito perenne, ed il mare dal colore grioscuro molto diverso da quello di Lignano e Grado

E soprattutto un problema molto più concreto della geopolitica internazionale: dove dormire.

Cominciarono a cercare.

Una pensione, un albergo, un affittacamere.

Qualunque cosa.

Niente. Pieno. Tutto pieno.

Quindici agosto.

Amburgo e loro due senza prenotazione.

Dopo la prima ora Giffoni era ancora ottimista e l'approdo sembrava raggiunto quando in una casa di un quartiere periferico incrociarono un abitazione con un cartello che era più di una speranza: 

ZIMMER FREI

Vialetti faticò a trovare il parcheggio, ma finalmente si presentarono alla porta e suonarono il campanello; comparve una donna anziana,  corpulenta con dei bigodini in testa e Giffoni si affidò a quel misto di tedesco appreso tra le lezioni scolastiche e qualche puntata invernale in carinzia ed esordì con sicurezza: 

Gruss Gott!!

L'espressione già guardinga della donna alla vista dei due forestieri, una volta udito il saluto di Giffoni si fece ancora più cupa e con aria truce rispose, con voce cavernosa, senza muovere il labbro superiore, scandendo bene le parole:

GUTEN ABEND. 

Giffoni, sorpreso da tanta, aperta e a suo vedere immotivata ostilità, assumendo la postura più educata possibile, chiese pieno di speranza, con un accento che tradiva le sue origini nella terra Wo die Zitronen blühen:

Haben Sie ein Zimmer für diese nacht für 2 Personen?

La risposta, in tono sempre più ostile, non si fece attendere:

Nein! Kein Zimmer frei für Sie.

Giffoni e Vialetti restarono basiti, ma Giffoni non volle arrendersi e con una timida protesta indicò il cartello Zimmer Frei.

La poco freundliche deutsche Dame replicò alzando tono della voce:

Kein Zimmer frei für Sie, habe ich schon gesagt!

prese il cartello sotto il braccio, rientrò dall'uscio da cui era uscita e prima di sbattere la porta in faccia ai due increduli forestieri, concluse sbottando:

Los! Los! oder ich rufe die Polizei!!!

Esterefatti e dopo aver indirizzato un bel italico "Ma vaffanculo va!" all'indirizzo della porta chiusa, Giffoni e Vialetti ripresero, con il morale sotto i tacchi la ricerca di un giaciglio per la notte, non riuscendo proprio a spiegarsi il motivo di tanta ostilità con cui NON erano stati ospitati.

Molti anni dopo Giffoni apprese che non solo in Italia esiste una certa diffidenza al Nord per chi viene dal Sud della penisola, ma il fenomeno è frequente anche in Germania, tra nordisti e bavaresi. Figuriamoci quale posto nella scala degli ospiti desiderati occupava Giffoni agli occhi dell'anziana signora di Amburgo, una volta che si era presentato con il tipico saluto della Baviera o peggio ancora dell'Austria, tradendo per lo più con il suo accento di essere un Italienischer Verräter.

Dopo una seconda ora di infruttuoso vagabondaggio, avevano cominciato a considerare la possibilità di dormire in macchina: il sole stava lentamente scendendo e la città, invece di offrire una soluzione, sembrava allargarsi davanti a loro come una trappola.

Poi comparve un'insegna.

SYLT IN HAMBURG

Ultima pssibilità! Avevano trovato una stanza!

Non era esattamente l'albergo che avevano immaginato: 3 stelle, probabilmente assegnate in un momento di grande entusiasmo dell'albergatore e immediatamente revocate dalla commissione competente: il bagno, per dire, era in comune per ogni piano.

Ma dopo due ore di ricerca, il concetto di dignità alberghiera aveva perso ogni significato e così presero la stanza pagando pure la pigione, che venne chiesta in anticipo.

Posarono i bagagli e uscirono.

Fuori, scoprirono che il Sylt faceva angolo con l'inizio di un quartiere chiamato Sankt Pauli e per Giffoni, fino a quel momento, Sankt Pauli era semplicemente una squadra di calcio della Bundesliga che, a memoria, passava buona parte delle proprie stagioni a combattere contro la retrocessione e quindi gli sembrò quindi perfettamente coerente che anche l'albergo avesse qualcosa della stessa vocazione.

Non poteva ancora sapere che il quartiere aveva una classifica molto diversa da quella calcistica.

Cominciarono a camminare.

La prima insegna lasciò Giffoni perplesso, la seconda pure.

Alla terza capì.

Sex shop.

Poi un locale.

Poi un altro.

Poi un'insegna luminosa.

SEX KLUB

Poi un taxi, Poi un altro.

E soprattutto uomini, moltissimi uomini: giovani, meno giovani, anziani, eleganti, trasandati, soli, in coppia, in gruppo.

Tutti rigorosamente uomini.

I taxi arrivavano, scaricavano uomini e ripartivano: ne arrivava un altro e subito scaricava altri uomini.

Giffoni cominciò a comprendere che il quartiere non aveva semplicemente una vita notturna: aveva un'economia, pure fiorente.

Le strade conducevano tutte verso una sorta di grande corso, lungo più o meno quanto Corso Mazzini a Cividale, ma con una differenza sostanziale: alle due estremità era stato costruito un muro di lamiera alto circa due metri.

Una città nella città.

Sui cartelli, chiaro e inequivocabile, il limite d'accesso:

Zutritt unter 18 Jahren strengstens verboten

L'ingresso era un pertugio nella barriera e davanti al pertugio stazionava un poliziotto.

Giffoni lo guardò, Vialetti guardò Giffoni e Giffoni guardò Vialetti.

Il poliziotto guardò entrambi.

Era, a tutti gli effetti, il Minosse di quella nuova Commedia, assai poco divina.

Non doveva assegnare il cerchio infernale, gli bastava controllare i documenti e i due passarono.

Quello che videro dall'altra parte apparteneva a una geografia che Giffoni non aveva mai studiato: ai due lati della strada, una sequenza interminabile di vetrine.

Dietro i vetri, ragazze giovani e avvenenti, in lingerie, osservavano il passaggio degli uomini e cercavano di attirarne l'attenzione con sorrisi, gesti e movenze che rendevano abbastanza evidente la natura dell'attività.

Giffoni ebbe immediatamente la sensazione di trovarsi davanti alle sirene di Omero: solo che quelle non cantavano e soprattutto non avevano bisogno di farlo.

La strada era piena.

Vialetti procedeva guardandosi intorno, mentre Giffoni, dopo pochi metri, adottò una strategia diversa; guardò per terra: aveva capito che per attraversare indenne quella via bisognava comportarsi come Ulisse, solo che, non disponendo di tappi di cera, aveva deciso di utilizzare il sistema più semplice: non guardare.

Davanti a loro procedeva, chiassoso, un gruppo di ragazzi italiani. Milanesi.

Più o meno della loro età.

Ridevano, commentavano, senza cercare di mantenere un contegno che il luogo rendeva in ogni caso assai complesso.

Uno di loro, però, aveva smesso di ridere, aveva visto qualcosa dalla quale non riusciva più a togliere lo sguardo. O meglio: qualcuna.

Si fermò.

«Ma l'avete vista quella?»

Gli amici continuarono a camminare.

«Dai, andiamo. Ce ne sono tante.»

«Ma l'avete vista prorpio quella?»

«Sì, l'abbiamo vista.»

«Io non ce la faccio più!»

Quattro amici gli si misero intorno, uno per ciascun arto.

La scena ricordava ormai meno una passeggiata turistica e più il trasferimento di un detenuto particolarmente pericoloso.

«Andiamo.»

«Lasciatemi!»

«Non ti lasciamo proprio niente.»

«Ma l'avete vista quella?!»

«Sì!»

«Io non ce la faccio più!»

Alla fine riuscirono, con grande fatica, a trascinarlo avanti e dopo qualche metro il ragazzo smise di divincolarsi.

«Va bene.»

Gli altri lo guardarono con sospetto.

«Ho capito.»

«Hai capito cosa?»

«Ho capito.»

Lo lasciarono.

Tre metri, forse quattro.

Poi il ragazzo si fermò.

Si voltò e per un istante rimase immobile.

Quindi partì: uno scatto improvviso, disperato, irresistibile.

Una progressione degna del Carletto Muraro dei tempi belli, inseguito inutilmente sulla fascia dal vecchio Aldo Bet durante uno dei tanti infuocati derby tra nerazzurri e rossoneri.

I quattro amici gli corsero dietro, ma era troppo tardi.

Muraro era già entrato nella vetrina, pronto a scatenare il suo sinistro!

La scena provocò una risata generale: risero i suoi amici, risero i tedeschi, risero le Sirene e risero Giffoni e Vialetti.

Usciti da quella trappola mortale i due viaggiatori decisero che il viaggio aveva già fornito abbastanza materiale per una sola serata e tornarono in albergo, destreggiandosi tra sirene meno avvenenti e a piede libero fuori dal recinto, pronte ad offrire la loro beltà per soli 20 marchi, e finalmente andarono a dormire.

O almeno quella era l'intenzione perché verso mezzanotte Giffoni cominciò a capire qualcosa.

Il muro, le vetrine, i taxi, gli uomini, le sirene e soprattutto quella stanza libera trovata dopo due ore di ricerca quando tutto il resto di Amburgo era pieno oppure era ostile con improvvisati turisti italiani.

Guardò Vialetti e Vialetti guardò lui.

Da una stanza vicina arrivò un rumore.

Poi un altro, poi una voce, poi un'altra e infine un letto che sembrava partecipare attivamente alla vita del quartiere.

Giffoni rimase immobile.

«Vialetti...»

«Eh.»

«Secondo te...»

Vialetti non rispose.

Non ce n'era bisogno.

Avevano finalmente capito perché il Sylt in Hamburg, la sera di Ferragosto, avesse ancora una camera disponibile: era un albergo a ore.

Loro, però, avevano prenotato per tutta la notte e intendevano anche dormirci: e fu così che Giffoni e Vialetti la prima notte ad Amburgo la trascorsero in una specie di concerto polifonico internazionale, con pareti talmente sottili da trasformare ogni stanza in una sezione dell'orchestra.

Da una parte provenivano voci, dall'altra rumori, più lontano, grida.

Ogni tanto tutto taceva e Giffoni, proprio quando pensava di aver finalmente conquistato il sonno, sentiva ripartire il concerto.

Non aveva tappi nelle orecchie, non aveva una stanza alternativa.

Non aveva Google, non aveva Booking, aveva soltanto ventun anni, un compagno di viaggio di ventotto almeno sprovveduto quanto lui, una cartina stradale e davanti un viaggio di nove giorni ancora tutto da costruire.


lunedì 28 settembre 2026

GRIGIOVERDE TENEBRA

Fino agli anni Ottanta, via Premariacco aveva una geografia che oggi sarebbe difficile da spiegare a chi non l’ha conosciuta e non perché fosse complicata: al contrario; era una strada e, come molte strade di allora, aveva ancora la fortuna di essere attraversata da persone prima che da automobili e di avere, ai suoi margini, spazi che non erano stati ancora trasformati in parcheggi, recinzioni, villette e palazzine.

A un certo punto, sotto il livello della strada, prima della Caserma Miani, compariva un intero quartiere fatto di palazzine tutte uguali, che allora, gli habitués dei "Birilli Bevuti" chiamavano "I Milits".

Erano state costruite nel secondo dopoguerra per ospitare le famiglie degli ufficiali e dei sottufficiali in servizio permanente presso le caserme cittadine e Cividale, in quegli anni, era una città nella quale la presenza militare faceva parte del paesaggio quotidiano come il ponte del Diavolo o il Natisone: la Lanfranco-Zucchi, la Francescatto, la Miani e la Vescovo costituivano una presenza talmente familiare da non aver bisogno di essere spiegata.

Alla Miani aveva sede il distaccamento delle cosiddette cravatte rosse del 52º Fanteria d'Arresto “Cacciatori delle Alpi”, alla Francescatto albergava il 76º Fanteria mec. "Napoli", alla Lanfanco-Zucchi il 59º Fanteria mec. "Calabria" e a Purgessimo, alla Vescovo, un reparto del 120º Fanteria d'arresto "Fornovo".

Detta così sembrava una cosa seria e, infatti, lo era assai.

Per i ragazzini della zona, però, la cosa veramente importante era che tra palazzine e la caserma Miani, sempre sotto il livello di via Premariacco, separato dalle Palazzine solo da un basso muretto e dalla strada da un terrapieno erboso, c’era un prato.

Un grande prato e dentro quel prato qualcuno, in un momento imprecisato della storia, aveva avuto la felice idea di mettere due porte da calcio.

Non erano porte vere, erano porte nel senso in cui, a quell’età, poteva essere considerata vera qualunque cosa avesse due pali e una traversa e consentisse di stabilire se il pallone fosse entrato oppure no, ma erano sufficienti, anzi, erano perfette.

Il problema era che quel campo non era di tutti.

Non lo diceva nessun cartello, non c’era scritto “vietato l’ingresso”, non c’era un custode, non c’era un regolamento affisso al muro e non risultava esistere alcuna disposizione comunale che impedisse ai ragazzini di Cividale di calpestare quell’erba.

C’era però una legge ancora più vincolante: una legge non scritta e le leggi non scritte, quando riguardano i ragazzini, sono spesso molto più efficaci di quelle scritte.

Il prato era dei "militari".

Più precisamente, dei figli degli ufficiali e dei sottufficiali che abitavano nelle palazzine e questo bastava per stabilire una regola ben più stringente di un cartello che indicasse il pericolo dell'alta tensione.

Il calcio, del resto, negli anni Settanta e Ottanta si giocava praticamente dappertutto: nei cortili, nelle strade, nei prati, nei piazzali, contro i muri e, quando non c’era altro, anche in quegli spazi nei quali il pallone rischiava di finire contro qualcosa di costoso.

A Cividale c’erano due società sportive che alimentavano il calcio giovanile, ma il loro lavoro non esauriva certo la produzione spontanea di ragazzini che correvano dietro a un pallone.

Ogni borgo aveva la propria squadra rigorosamente non iscritta a qualche campionato, non necessariamente dotata di maglie uguali e non necessariamente composta da undici giocatori. Anzi.

Ma una squadra vera come le porte: con un nome, un capitano, qualche fenomeno autoproclamato e, soprattutto, una squadra avversaria contro cui dimostrare di esserlo.

Rapid, Celtic UTD, Camaleonti, Sanguarzo A e Sanguarzo B, Atletico Merlot, Ricreatorio, Drulla FC, Bayern, Ugo's... la fantasia certo non mancava a tanti "dirigenti" in erba.

Anche Giffoni, Leonardo, Tauro, Romano, i fratelli Brunelli avevano la loro e di cui costituivano l'ossatura e alla quale via via inserivano qualche nuovo innesto per rinforzare il gruppo.

Qualche talento vero in grado di elevare la qualità complessiva, ma spesso tanti "bidoni" che del fenomeno avevano solo la sicumera.

Giocavano dove capitava e contro chi capitava, mettendo insieme formazioni che potevano cambiare anche tre volte nel corso della stessa partita perché qualcuno doveva andare a casa, qualcuno era stato chiamato dalla madre e qualcuno aveva improvvisamente scoperto di avere un impegno più importante.

E ai lati del campo costante e  folta era la presenza di altri ragazzini più piccoli a guardare, cercando di carpire i segreti dei più grandi e sperando di ricevere prima o poi la chiamata per partecipare al gioco, chiamata che però avrebbe avuto lo stesso impatto emotivo (e la proabilità) di una convocazione in azzurro per Pruzzo o Beccalossi da parte del Vecjo Bearzot.

Il campo dei Milits, invece, era un’altra cosa: era il loro Wembley.

Solo che non potevano entrarci e quando qualche volta riuscivano a farlo, scoprivano rapidamente perché: i figli dei militari giocavano con una garra che non avevano mai visto e che a loro era proprio sconosciuta.

Vespucci, i fratelli Sicilotto, Scatton, Castagnola e tanti altri avevano trasformato quel prato nel proprio territorio naturale mentre Giffoni e soci arrivavano con la presunzione di chi aveva magari vinto tre partite consecutive contro una squadra di ragazzini della periferia.

Loro li aspettavano.

E li bastonavano: nel punteggio, nel morale e quando la partita si faceva abbastanza seria, anche nelle caviglie.

Il massimo che la squadra di Giffoni riuscì a ottenere fu una sconfitta per 4-3 che, detta così, potrebbe anche sembrare un risultato dignitoso, ma non lo era affatto perchè, come se dall’altra parte ci fosse il Brasile di Pelé, per arrivare a quel 4-3 era stato necessario mettere insieme il meglio delle varie squadre cittadine compreso Pizzinina, un loro amico pordenonese che si faceva passare per una sorta di Briegel ante litteram.

Alla fine avevano perso.

Di misura, certo, ma sempre perso: il prato dei militari restava inviolato ma Giffoni e gli altri mantenevano lo stesso la loro quantità di entusiasmo largamente superiore alle proprie possibilità tecniche.

La partita più memorabile, però, fu quella nella quale Remfutti finì in porta.

Non perché fosse portiere: Remfutti non era portiere, ma nelle squadre di allora il ruolo del portiere veniva assegnato secondo criteri che avevano poco a che fare con la tecnica e molto con la disponibilità.

Se nessuno voleva stare in porta, ci finiva quello che non aveva abbastanza argomenti per evitarlo oppure chi in quel ruolo vedeva l'unica possibilità per giocare tra i titolari, visto che, come accade sulla spiaggia di Copacabana, nessuno vuole mai andare tra i pali.

Quel giorno toccò a Remfutti.

A un certo punto ricevette da Brunelli, per alleggerire la pressione, un retropassaggio dentro l’area.

Lo controllò, guardò avanti e decise di fare la cosa che, in quel momento, gli sembrava più logica: rinviare lontano.

Calciò il pallone con una certa convinzione e poi, ritenuto evidentemente concluso il proprio contributo all’azione, girò le spalle al campo e cominciò lentamente ad avviarsi verso la linea di porta.

Non c’era fretta, era un gesto quasi amministrativo, come chi, dopo aver completato una pratica, si alza dalla scrivania e torna al proprio posto.

Il problema fu che il rinvio non era finito dove Remfutti pensava: un avversario raccolse il pallone dopo pochi passi, si accorse che il portiere gli aveva voltato le spalle e calciò verso la porta.

Remfutti continuò a camminare.

Quando raggiunse la linea di porta si voltò: vide il pallone, vide la porta e soprattutto vide il pallone che stava entrando nella porta senza ormai nessuna possibilità di impedirlo.

Il pallone gli passò accanto e superò l'immaginaria linea di porta.

Il campo dei militari rimase, ancora una volta, imbattuto e loro tornarono a casa con l’ennesima sconfitta e Remfutti con una nuova esperienza nel curriculum: ovvero quella di addossare subito con efficacia la responsabilità ai difensori rei, a suo dire, di essersi mal posizionati, di non aver seguito l'azione, di non aver fatto nulla per impedire il tiro e incapaci persino di avvisarlo del pericolo in tempo utile.

Il giorno dopo ricominciarono a giocare e a sognare, come cantava Baglioni su di un treno che non è partito mai  mentre il prato rimase lì, invitto per anni. 

Poi, lentamente, cambiò tutto: le caserme chiusero, i militari se ne andarono, le palazzine persero gli abitanti, una famiglia dopo l’altra, e i cortili che un tempo sembravano piccoli stadi cominciarono a svuotarsi; anche il grande prato sparì: l'area venne completamente lottizzata e oggi al suo posto ci sono palazzine plurifamiliari ad uso residenziale.

Le due porte non ci sono più e non ci sono più le squadre improvvisate: quelle si sono solo trasferite online per partite multipalyer da remoto alla Playstation.

Dove un tempo c’erano voci, palloni, biciclette, urla, madri che chiamavano i figli dalla finestra e ragazzini che uscivano di casa e si mettevano a giocare insieme senza appuntamento, senza WhatsApp, senza un genitore che li accompagnasse, senza sapere quanto sarebbe durata la partita, oggi c’è soprattutto silenzio.

Non ci sono più Vespucci, i Sicilotto, Scatton, Castagnola e gli altri che aspettano qualcuno con un pallone sotto il braccio.

Non ci sono più Giffoni, Leonardo, Romano, Tauro e Brunelli che cercano un campo dove giocare.

Mancano quelli che litigavano, si insultavano, facevano pace cinque minuti dopo e quelli che, come Remfutti, potevano anche prendere gol dopo aver appena rinviato il pallone e aver voltato le spalle alla porta e comunque sapendone uscire indenni convincendo che responsabili erano altri.

Il quartiere dei militari è quasi completamente disabitato, la Caserma Miani, da diversi lustri passata al Comune, è rimasta ferma in una specie di vecchiaia senza pensione, consegnata all’abbandono e a un disfacimento ormai consolidato.

Lo stesso destino ha accompagnato la Vescovo di Purgessimo e la Lanfranco-Zucchi di via IV Novembre.

Allora bastava un pallone e, possibilmente, qualcuno dall’altra parte.

Quella generazione aveva meno campi regolamentari, meno organizzazione, meno sicurezza e probabilmente molte meno cose; aveva però una cosa che oggi è diventata quasi un lusso: aveva tempo e luoghi dove perderlo.

Il prato dei militari era uno di quelli.

Nel frattempo, assieme a quei ragazzini spariti dai campetti, la Nazionale azzurra è sparita dagli stadi con le porte e le righe vere dove si gioca per la Coppa del Mondo.

Quella vera.

venerdì 25 settembre 2026

ULTIMO MINUTO

Giffoni era tornato dal servizio militare da poco e, come succedeva a quelli che tornavano dalla naja, aveva la sensazione di essere stato via una vita eppure non fosse cambiato niente.

A casa c’erano ancora le stesse cose, le stesse strade, gli stessi bar, gli stessi amici e, soprattutto, gli stessi campetti dove negli anni precedenti si erano consumate partite che, a raccontarle adesso, sembravano avere avuto la stessa importanza della finale dei Mondiali, anche se nella maggior parte dei casi non si ricordava nemmeno chi avesse vinto.

Era estate e gli amigos, intanto, non avevano perso tempo e avevano organizzato un torneo di calcio a sette a Gagliano; quando Giffoni lo seppe, non ebbe bisogno di pensarci, voleva esserci anche lui.

«Ci sono.»

Era il suo modo di dire che era tornato ma il problema era che era tornato anche il suo corpo: in condizioni leggermente diverse da un anno prima.

Durante il servizio militare aveva messo su qualche chilo, aveva perso l’abitudine alla corsa e, soprattutto, aveva smarrito quella forma atletica che prima gli permetteva di giocare per ore senza che nessuno si ponesse il problema di dove fosse finito il suo fiato.

Adesso il fiato lo trovava ancora, ma sempre con qualche minuto di ritardo.

Tauro, però, non ebbe dubbi.

Erano stati insieme una vita sugli spalti del Friuli e di tanti altri stadi d'Italia, nei campetti, nelle partite improvvisate e in tutte quelle situazioni calcistiche nelle quali l’amicizia valeva più della formazione ufficiale e spesso anche più del risultato.

Per Tauro, Giffoni non era uno da lasciare fuori, nè allora e nè adesso e così lo mise in squadra, pure con la maglia di punta centrale.

La scelta non fu accolta da tutti con l’entusiasmo che Tauro probabilmente si aspettava, qualcuno pensò che fosse una decisione sentimentale, qualcun altro la definì una scommessa molto rischiosa e quasi tutti, più semplicemente, avrebbero preferito un altro centravanti.

Giffoni fece finta di non accorgersene; d’altra parte era tornato per ricominciare da dove aveva lasciato e non aveva nessuna intenzione di farsi spiegare da un torneo di calcio a sette che il passato, qualche volta, presenta il conto anche sotto forma di pancetta.

La squadra, comunque, era forte.

Molto forte.

Tauro, Monaci, Tomaselli, Cassetti, "Il Ciclista", Wertherino: un bel mix di corsa e qualità.

E partita dopo partita cominciò ad andare avanti nel torneo.

Giffoni, all’inizio, giocava soprattutto con la memoria: la testa chiedeva una cosa ed il corpo ne faceva un’altra; partiva per andare incontro al pallone e arrivava quando il pallone aveva già cambiato proprietario.

Provava a scattare e dopo cinque metri cominciava a considerare l’ipotesi ingloriosa di chiedere un cambio.

Si buttava negli spazi con l’entusiasmo di una volta e con una disponibilità respiratoria decisamente inferiore.

Ma non mollava.

E, lentamente, qualcosa cominciò a tornare: prima una corsa più fluida poi un contrasto più deciso e tempestivo oppure una sponda riuscita e un tiro più potente e che spegneva la corsa meno lontano dai pali.

Non era ancora il Giffoni di prima, ma almeno cominciava a sembrargli di poter tornare quello.

E intanto la squadra vinceva.

Arrivarono ai quarti, poi alla semifinale e infine alla finale.

L’avversario era il più temibile: il Dream Team.

Il Dream Team era il Dream Team, non erano mai riusciti a batterli e a rendere la cosa ancora più irritante c’era Remfutti, che del Dream Team era capitano e che non perdeva occasione per chiedere con il suo celebre ghigno a Tauro e Giffoni: "Ma perchè perdete sempre?"

Remfutti giocava con quella sua aria da persona che aveva già previsto quello che sarebbe successo e che, nel caso non fosse successo, avrebbe comunque trovato una spiegazione convincente.

Uscito dagli spogliatoi, andando verso il centro del campo, si avvicinò a Giffoni e non mancò di dire la sua.

«Sei sicuro di farcela?»

Giffoni lo guardò.

«A fare cosa?»

«A stare in campo.»

Giffoni non rispose, mentre altri risero neanche tanto di nascosto.

La partita cominciò, e fu una partita vera.

Tesa.

Di quelle nelle quali nessuno vuole concedere niente e il pallone sembra avere improvvisamente acquistato un peso che non aveva nelle partite precedenti.

Si giocava soprattutto a metà campo, poche occasioni, pochissimi spazi e tanti calci.

Il Dream Team controllava bene ma la squadra di Giffoni e Tauro rispondeva colpo su colpo.

Giffoni correva.

Non correva bene.

Ma correva e soprattutto non usciva.

Ogni tanto riusciva ancora a fare una cosa che gli era rimasta dai tempi migliori: trovarsi nel posto giusto.

Abbastanza, ma non troppo.

Intanto il tempo passava ma il risultato rimaneva inchiodato sullo 0-0.

Gli ultimi minuti sembravano avere assunto quella particolare consistenza delle partite nelle quali tutti cominciano a pensare ai supplementari prima ancora che l'arbitro li abbia dichiarati.

Ormai mancava pochissimo.

Il Dream Team respinse un pallone fuori area, Tauro lo rilanciò in area dalla sinistra e la difesa del Dream Team respinse ancora con la palla che uscì dalla mischia e rotolò rasoterra verso il limite dell’area.

Giffoni era lì.

Non avrebbe avuto il tempo di controllarla, non avrebbe avuto il tempo di pensarci e forse fu meglio così.

Calciò di prima.

Il pallone partì rasoterra, passò tra le gambe di un difensore e andò a infilarsi nell’angolino basso alla destra del portiere.

Per un attimo sul campetto calò un silenzio innaturale, rotto solo da una sonora bestemmia del portiere Candotti, mentre Giffoni rimase immobile.

Poi alzò le braccia e guardò il cielo urlando come un coyote.

Uno a zero e l'arbitro fischiò la fine.

Gioco, partita, incontro.

E torneo.

Gli saltarono addosso tutti insieme.

Tauro per primo.

Gli altri subito dopo.

Giffoni scomparve sotto una montagna di maglie, braccia, urla e sudore.

Da qualche parte, sotto quella confusione, qualcuno continuava a gridare che aveva segnato Giffoni, come se fosse necessario specificarlo.

Remfutti, invece, rimase a guardare e quando finalmente riuscì a recuperare un minimo di dignità, disse che lui, in realtà, aveva cominciato a insospettirsi già prima della partita.

«Quando?»

«All’inizio.»

«E perché?»

Remfutti indicò Giffoni.

«A testa o croce.»

«Cosa?»

«Aveva perso la scelta.»

Nessuno capì.

«E allora?»

Remfutti si strinse nelle spalle.

«Uno che perde la scelta del campo o della palla proprio con Giffoni, quella sera, doveva aspettarsi qualcosa.»

Naturalmente non era vero, o almeno nessuno ebbe mai la possibilità di dimostrarlo, ma da quella sera, per tutti gli altri del Dream Team, Giffoni ebbe un nome nuovo.

Il Boia di Gagliano.

E per una volta, stranamente, nessuno trovò niente da ridire.


giovedì 24 settembre 2026

OFFRIAMO NOI

Il viaggio per Roma aveva prodotto, nelle prime ore, quella consueta euforia da gita scolastica che tende a esaurirsi molto prima del viaggio di ritorno e che, già alla partenza, aveva trovato il suo naturale contraltare nella quantità di viveri trasportati dai ragazzi: panini, salami, biscotti, lattine, bottiglie e generi alimentari di varia natura, accumulati negli zaini con una previdenza che sembrava più adatta all’assedio di Stalingrado che a tre giorni nella capitale.

L’Innominato, colui che era pietoso tacere anche il nome, invece, aveva con sé tre uova sode e seimila lire e non sembrava preoccupato.

Probabilmente non lo era perché, a differenza degli altri, aveva già intuito una cosa fondamentale: nella vita di gruppo le risorse degli altri sono una forma di previdenza sociale alla quale si può ricorrere con una certa facilità, soprattutto quando si possiede un carattere che rende complicato per gli altri  distinguere la cortesia dalla coercizione.

La prima volta che se ne ebbe una dimostrazione fu quella notte in albergo.

Era molto tardi quandoqualcuo bussò alla porta della camera occupata da Giffoni, Remfutti, Brunelli e Conte.

«AAmiiiici.»

Non si udì altro al classico "Chi è?".

La porta si aprì, si materializzò l'Innominato e con quella sua voce gutturale, aspirata, che sembrava sempre provenire da una gola nella quale fosse rimasto incastrato un avvertimento, chiarì subito, senza troppi giri di parole, le sue intenzioni intimando al gruppo:

«Andiamo a inculare le bottiglie al bar dell’albergo.»

La proposta venne accolta da un silenzio nel quale, per qualche secondo, nessuno sembrò trovare una risposta che non fosse inutilmente compromettente.

L’Innominato li guardò e con disprezzo sentenziò:

«Cooniiiigli.»

E se ne andò da solo.

Naturalmente Giffoni, Remfutti, Brunelli e Conte non ebbero il coraggio di seguirlo apertamente, ma nemmeno quello di lasciarlo andare senza sapere come sarebbe finita, così lo seguirono a distanza, con quella prudenza tipica di chi non vuole partecipare a un reato ma non vuole nemmeno perdersi lo spettacolo.

L’albergo era immerso nel buio. L’Innominato raggiunse il bar bestemmiando più volte per aver cozzato a più riprese contro i mobili sparsi qua e là nell'oscurità ed infine entrò nella sala bar posta in fronte alla portineria, si avvicinò al bancone e afferrò una bottiglia di whisky.

Il rumore del vetro bastò a risvegliare il portiere di notte.

«Ehi tu là! Che fai?»

L’Innominato non si scompose, e come se si trovasse al bar della stazione Termini nell'ora di punta replicò con fare scocciato.

«Vorrei una coca.»

Il portiere lo fissò con sguardo assonato e preso in contropiede come il Brasile di Telè Santana al cospetto della tripletta di Paolo Rossi al Sarrià. 

«Il bar è chiuso» biascicò in romanesco cercando di scuotersi dal torpore del turno di notte e fece per alzarsi e andare verso il bancone.

«Scuuuusi» disse invece l’Innominato prima di scomparire nel corridoio più lesto di Diabolik dopo aver intravisto Ginko sulla porta della Banca Nazionale di Genf.

Gli altri quattro tornarono in camera quasi facendo una fatica immonda nel trattenrsi dal piegarsi dalle risate, mentre Giffoni, invece di ridere fino in fondo, si ritrovò a pensare che almeno quello aveva avuto il coraggio di provarci.

Era una considerazione che gli sarebbe tornata in mente più spesso di quanto avrebbe voluto, perché mentre l’Innominato, nel giro di pochi minuti, aveva tentato di prendere una bottiglia, Giffoni la notte prima aveva appena trascorso ore a non prendere nulla.

Il giorno dopo, in pieno centro, Giffoni, Remfutti e Brunelli entrarono in un bar per mangiare qualcosa, ridendo e commentando insieme quanto era accaduto la sera prima.

L’Innominato fece la sua comparsa poco dopo, bardato nella sua ordinaria divisa sociale, che non cambiava mai: pantaloni e giubbino in jeans stravissuti e la solita aria di chi è in procinto di afferrare qualcuno per il bavero.

Non si capì bene da dove fosse arrivato, perché aveva quella particolare capacità di materializzarsi nei luoghi in cui poteva essere utile alla sua sopravvivenza senza che nessuno ricordasse di averlo invitato.

Si sedette con loro e non ordinò.

Brunelli, dopo qualche minuto, lo guardò.

«Ma tu non mangi?»

«Non ho soldi.»

Brunelli, con quella generosità che precede sempre di pochi secondi il pentimento, gli disse:

«Ma dai, non preoccuparti. Ordina pure, offriamo noi.»

L’Innominato prese la frase alla lettera con una precisione che avrebbe fatto onore a un notaio mentre Remfutti e Giffoni guardarono Brunelli come qualcuno che aveva puntato utti i loro risparmi al casinò senza interpellarli.

Poco dopo tornò con un vassoio colmo di ogni ben di Dio, che sembrava provenire dal pranzo di un'Ambasciata che in una bar senza pretese: abbastanza roba da mettere in difficoltà anche un esercito di mercenari.

Brunelli guardò Giffoni.

Giffoni guardò Remfutti.

Remfutti guardò il vassoio.

Fu in quel momento che i tre compresero che la frase «offriamo noi» aveva assunto una consistenza economica che andava oltre le più tragiche previsioni: l’Innominato, terminato il pranzo, si alzò e se ne andò senza ringraziare mentre loro tre dovettero affrrontare una sanguinosa colletta che tagliava drasticamente il loro budget per il resto della gita. 

Giffoni seguì l'Innominato con gli occhi mentre questo usciva satollo dal locale; la sera precedente aveva tentato di prendere una bottiglia e, scoperto, aveva chiesto una Coca-Cola e quel giorno aveva ricevuto un’offerta di cortesia e l’aveva trasformata in un pranzo completo.

Sembrava esistere, nel suo universo, una grammatica molto semplice: entrare, prendere ciò che serviva e uscire prima che qualcuno avesse il tempo di spiegargli che forse non funzionava esattamente così.

Giffoni, invece, aveva passato la giornata a evitare persino di pensare a ciò che era successo la notte precedente, al  peso del tremendo segreto che non poteva raccontare a nessuno, se non voleva essere messo alla berlina per il resto dei suoi giorni. 

Non poteva raccontare della ragazza del treno, del cinema, dell’Arlecchino, della camera d’albergo, delle carte e soprattutto di quel momento nel quale avrebbe dovuto fare qualcosa e aveva invece fatto quello che gli riusciva meglio: niente.

Durante il viaggio di ritorno Giffoni divideva il compartimento con Vaccari e Brunelli.

Roma era ormai alle spalle, ma per lui il viaggio non era affatto finito; camminava ancora dentro quella notte, avanti e indietro, come un giocatore che continua a rivedere al rallentatore un’azione nella quale avrebbe potuto tirare in porta e invece aveva preferito passare indietro, come un allenatore che obbligava ad iniziare continuamente l'azione dal basso passando al portiere invece di verticalizzare contro una squadra che non aveva più nenache il portiere per difendersi.

Lo 0-0 con la ragazza dell’Ajax era ormai diventato, nella sua testa, una partita che nessuno aveva visto ma della quale lui conosceva ogni errore.

Tra il rischio di un No immaginario e di un SI praticamente certo, lui aveva preferito chiudersi in difesa senza mai tirare in porta.

Brunelli invece aveva sete. Una sete della Madonna.

Vaccari aveva una Fanta e nessuno, tranne lui, lo sapeva.

Era l’unica Fanta rimasta in tutto il compartimento e Vaccari lo sapeva perfettamente, tanto che aveva nascosto la lattina nello zaino con la stessa attenzione con cui una spia sovietica avrebbe nascosto una microspia all'interno di un comando Nato.

Aveva intenzione di aspettare che gli altri dormissero.

Giffoni, dopo qualche tempo, sopraffatto dai rimpianti e dalla rabbia verso se se stesso cadde in un sonno simile alla morte, mentre Brunelli nell'angolo del sedile respirava già pesantemente come lo stantuffo di una locomotiva impegnata nello scalare le montagne rocciose.

Poi, di colpo, l’Innominato si materializzò sulla porta dello scompartimento.

Non disse nulla, si sedette e rimase lì in attesa, come un cane da caccia quando fiuta in lontanza un fagiano.

Rimase lì, con gli occhi che scrutavano gli zaini e Vaccari.

Vaccari, maledicendo la sorte, finse di addormentarsi ed infine l’Innominato, chiuse gli occhi.

Vaccari invece, li aprì.

Guardò Giffoni, guardò Brunelli e guardò l’Innominato.

Attese ancora qualche minuto per sicurezza e poi decise che era il momento: tirò fuori lentamente la lattina dallo zaino e la aprì con estrema cautela, come se avesse tra le mani la sicura di un'arma termonucleare.

FZZZZZZZ.

Gli occhi dell’Innominato si aprirono nel buio con la rapidità con cui i fari di una Jaguar di Diabolik si accendono davanti al portone di una gioielleria.

«Mi dai un po’?»

Vaccari rimase immobile.

Avrebbe potuto dire di no.

Avrebbe potuto difendere la propria Fanta.

Avrebbe potuto, per una volta, stabilire un principio.

Sapeva invece che provare era impossibile e gli porse la lattina.

L’Innominato bevve: non bevve come beve una persona assetata, bevve come un legionario disperso da settimane nel deserto appena entrato in un'oasi.

Quando ebbe finito, restituì la lattina.

Dentro rimaneva una quantità di Fanta sufficiente, nella migliore delle ipotesi, ad umettare le labbra di Vaccari.

L’Innominato si rimise a dormire mentre Vaccari rimase sveglio.

Giffoni continuò a dormire giocando il suo 0-0 mentre il sonno di Brunelli combatteva con una sete che gli sarebbe passata soltanto al mattino.  

Nel buio del compartimento, l’Innominato dormiva invece satollo e soddisfatto il sonno dell'Ingiusto.

Vaccari anche lui aveva sete e aveva visto svanire la sua scorta conservata giudiziosamente per tre giorni invista del ritorno.

Giffoni, senza saperlo, si era perso, inoltre, per la terza volta alla stessa lezione: l’Innominato non aveva mai avuto il problema di capire se una cosa gli spettasse.

Semplicemente se l'era presa.

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