mercoledì 21 ottobre 2026

MENNEA CONTRO BORZOV (E UN PASTORE TEDESCO)

Fuori dall'Olympiaschwimmhalle, mentre il custode rientrava nell'impianto con la soddisfazione professionale di chi aveva appena ristabilito l'ordine senza dover ricorrere alle autorità consolari, Brunelli, Giffoni, Vaccari, Conte e Collar si ritrovarono per qualche istante a contemplare la propria condizione. Erano bagnati, infreddoliti, vestiti alla meglio e, soprattutto, privi di quella sicurezza interiore che normalmente accompagna chi ha appena speso 5 marchi per entrare in una piscina e ne esce senza aver avuto il tempo di fare un bagno decente.

Si stavano dirigendo verso la fermata della metropolitana di Olympiazentrum, con l'intenzione dichiarata di rientrare in albergo, fare una doccia e recuperare almeno una parvenza di rispettabilità prima della partenza notturna, quando Giffoni si fermò di colpo.

Gli altri fecero ancora qualche passo, poi si voltarono.

«Che c'è adesso?» domandò Conte.

Giffoni non rispose. Guardava oltre gli alberi, verso una grande struttura che emergeva dal paesaggio con la discrezione di un transatlantico parcheggiato in un giardino.

Era l'Olympiastadion.

La copertura trasparente, le strutture metalliche sospese e l'ampia sagoma dello stadio componevano un insieme che, anche a distanza, conservava qualcosa di futuristico. Non aveva l'aspetto severo dei grandi impianti costruiti per celebrare la potenza degli Stati o la gloria dei regimi, sembrava piuttosto una tenda gigantesca, un'architettura leggera e ardita, concepita per dare l'impressione che la tecnologia fosse finalmente riuscita a liberarsi dalla propria pesantezza.

Per Giffoni, che fino a quel momento aveva condiviso con gli altri l'umiliazione della piscina, quella visione ebbe l'effetto di una rivelazione.

«Ma vi rendete conto?»

Conte sospirò. Conosceva quel tono: era il tono che precedeva le iniziative destinate a complicare la vita a tutti.

«Di cosa?»

«Dell'Olympiastadion!»

«Lo vediamo.»

«No, voi vedete uno stadio. Io vedo la storia.»

«Io vedo, e soprattutto sento, che siamo con le mutande bagnate sotto i pantaloni.»  osservò Vaccari. «E che avrei una certa urgenza di tornare in albergo.»

Giffoni non lo ascoltava più. Si era avvicinato di qualche passo, come se temesse che la struttura potesse svanire da un momento all'altro, lasciandolo con il sospetto di aver avuto un'allucinazione provocata dall'acqua clorata.

«Qui, nel giugno del 1974, Dino Zoff vide interrompersi il suo record d'imbattibilità dopo 1.142 minuti. Gol di Sanon, Haiti. Vi rendete conto?»

Collar lo guardò con la cautela che si riserva alle persone che hanno appena pronunciato un nome apparentemente insignificante con la solennità di chi annuncia la scoperta della tomba di Tutankhamon.

«Sanon chi?»

Giffoni si voltò lentamente.

«Emmanuel Sanon. Haiti. Mondiali del 1974. La nazionale italiana era arrivata in Germania con Zoff che non prendeva gol da una vita. Poi arriva questo Carneade haitiano e gli segna. Fine del record.»

«Ah.»

«Ah?»

«Sì, ho capito. Gli ha fatto gol.»

Giffoni lo fissò. Per un istante parve sul punto di spiegargli che non si trattava semplicemente di un gol, ma di una frattura nella storia del calcio italiano, di un evento che aveva messo fine a una striscia d'imbattibilità destinata a rimanere negli annali e che, per quanto potesse sembrare incredibile, era accaduto proprio lì, a pochi metri da dove si trovavano loro.

Poi rinunciò. Certe cose, pensò, non si possono spiegare a chi non è disposto a sentirle.

«Entriamo.»

«Dove?» chiese Conte, benché avesse già capito.

«Nello stadio.»

«Giffoni, noi dobbiamo tornare in albergo.»

«Ci mettiamo dieci minuti.»

Giffoni indicò lo stadio con un gesto ampio, quasi liturgico.

«Per un archeologo trovarsi davanti a Petra è un'esperienza che non si può rimandare. Per uno che ama la storia antica, vedere le piramidi Maya emergere dalla giungla dello Yucatán non è una cosa che si programma per il prossimo fine settimana e per uno che ama il calcio, trovarsi davanti all'Olympiastadion di Monaco è esattamente la stessa cosa.»

Brunelli, che fino a quel momento aveva ascoltato con un'espressione indecifrabile, si voltò verso Conte.

«A me Petra non interessa, ma lo stadio sì.»

«A te interessa qualsiasi cosa che possa finire male.»

«Non è vero.»

«Hai appena fatto una bomba in mutande nella piscina olimpica.»

«Quella era una questione patriottica.»

Giffoni, nel frattempo, aveva già cominciato a dirigersi verso l'ingresso. Gli altri lo seguirono, non perché fossero stati convinti dalle sue argomentazioni, ma perché avevano imparato che opporsi a certe iniziative richiedeva più energie di quante ne occorressero per assecondarle.

Pagarono due marchi a testa e varcarono l'ingresso.

Giffoni si fermò.

Davanti a lui si apriva il catino dello stadio, con gli spalti che scendevano verso il campo in una grande curva continua, la pista d'atletica e il rettangolo verde al centro, incorniciato dall'ardita copertura sospesa. L'impianto appariva quasi irreale nella luce del pomeriggio. Le gradinate, in parte vuote, avevano qualcosa di monumentale senza essere opprimenti; la copertura sembrava galleggiare sopra lo stadio, come se qualcuno avesse voluto costruire un'enorme vela per raccogliere il vento della storia sportiva.

Giffoni avanzò lentamente, guardandosi intorno con la devozione del pellegrino che abbia finalmente raggiunto Santiago di Compostela dopo 700 km di cammino.  Non era più il ragazzo che, pochi minuti prima, aveva seguito Brunelli in una piscina senza costume ma un uomo che si trovava al cospetto di uno dei luoghi in cui il calcio, l'atletica e la memoria collettiva si erano dati appuntamento.

Conte, Vaccari e Collar, al contrario, avevano l'aria di tre turisti che si fossero accidentalmente iscritti a un seminario sulla storia dell'architettura.

«Bello» disse Collar.

«Bellissimo» corresse Giffoni.

«Sì, bellissimo. Possiamo andare?»

«Ma come si fa a pensare di andarsene?»

«Con le gambe» rispose Conte. «È il metodo che sto cercando di adottare da quando siamo usciti dalla piscina.»

Giffoni lo ignorò. Si muoveva lungo la gradinata, soffermandosi ogni tanto per osservare il campo da angolazioni diverse, come se volesse imprimersi nella memoria non soltanto lo stadio, ma anche il modo in cui la luce si posava sulle strutture e il rapporto fra le tribune e il terreno di gioco.

«Ma vi rendete conto? Qui undici anni fa Kaiser Franz alzò la Coppa del Mondo, mandando in fumo il calcio totale degli olandesi del Profeta Johan Cruijff.»

Per lui, in quel momento, ogni seggiolino poteva contenere il ricordo di una partita, ogni metro quadrato del prato custodiva una traccia di un'impresa sportiva, ogni gradino era un frammento di una storia che aveva contribuito a costruire la sua idea del calcio.

Gli altri, invece, cominciavano a considerare i due marchi spesi come un investimento dal rendimento sempre più improbabile.

«Io non capisco» disse Vaccari. «Abbiamo visto lo stadio. È uno stadio. C'è il campo, ci sono le tribune. Cosa dovrebbe succedere ancora?»

Giffoni si voltò verso di lui con un'espressione quasi offesa.

«Non è uno stadio qualsiasi.»

«Lo so. È quello dove ha preso gol Zoff.» precisò Vaccari.

«E dove si sono svolte le Olimpiadi del 1972!» continuò Collar.

«E dove il Profeta è asceso al cielo! E allora?!» interrogò spazientito Conte.

Giffoni, senza curarsi dei compagni e con l'aria del mistico che compatisce dei miscredenti,  proseguì la discesa verso il fondo della gradinata. Gli altri lo seguirono, obtorto collo, con la rassegnazione di chi ha capito che il programma della giornata non gli appartiene più.

Arrivato nei pressi della rete di protezione che separava gli spalti dalla pista d'atletica, Giffoni si fermò nuovamente.

Guardò il tartan rosso.

Poi il rettilineo.

Poi la curva.

E, infine, il cielo sopra la copertura.

Per qualche secondo rimase immobile, con la bocca leggermente aperta.

«No.»

Conte si portò una mano alla fronte.

«Ti prego, dimmi che non hai visto qualcos'altro.»

Giffoni indicò la pista.

«Ma vi rendete conto?»

«No» risposero in coro Vaccari e Collar.

«Durante le Olimpiadi del 1972, proprio qui, su questo tartan, Pietro Mennea conquistò la sua prima medaglia olimpica: il bronzo nei duecento metri, nella finale vinta dal mitico Valerij Borzov!»

Seguì un silenzio breve, ma sufficientemente denso da poter essere interpretato come il momento di raccoglimento che precede una cerimonia ufficiale.

Poi Conte si schiarì la voce.

«E chi se ne frega.»

Vaccari scoppiò a ridere.

«Ma sì, Giffoni! Ma che ce ne frega di Mennea, Borzov e di tutti gli altri? Noi vogliamo tornare in albergo!»

Conte rincarò la dose.

«Secondo me, se Mennea sapesse che siamo qui con le mutande bagnate sotto i pantaloni che ormai sono bagnati anche loro, sarebbe il primo a chiederci di andarcene.»

Giffoni si voltò verso di loro. Aveva l'espressione di chi si trova a dover difendere un patrimonio culturale dall'incuria dei contemporanei.

«Voi non avete idea di cosa significhi essere qui.»

«No» disse Collar. «E, sinceramente, non sento il bisogno di scoprirlo.»

Giffoni si aggrappò alla rete. Guardò ancora la pista, poi gli amici. Nella sua testa, in quel momento, la distanza fra il presente e il 1972 si era improvvisamente annullata. Riusciva quasi a vedere Mennea ai blocchi di partenza, i muscoli tesi, lo sguardo concentrato, pronto a misurarsi con i migliori velocisti del mondo.

E fu proprio allora che uscì di senno, definitivamente.

«Sapete cosa vi dico?»

«No» rispose Conte. «E vorrei mantenere questo privilegio.»

Giffoni si arrampicò sulla rete.

«Vediamo chi ha il coraggio di rifare con me la finale dei duecento metri. E magari battermi.»

Per qualche istante i tre amici lo guardarono senza parlare. Non era facile stabilire se avesse appena pronunciato una provocazione, una proposta sportiva o la prima frase di una crisi mistica.

Brunelli, fino allora silente e probabilmente ancora appagato dalla bomba sganciata nella piscina olimpionica, non aveva invece bisogno di chiarimenti.

Lui non sapeva resistere a una sfida. La sua personalità era costruita su un principio elementare, che nel corso degli anni aveva prodotto risultati assai più disastrosi di quelli ottenuti da molti avversari sui campi di calcio: se qualcuno sosteneva di poter fare qualcosa, Brunelli doveva dimostrare di poterla fare meglio. Se qualcuno lo sfidava, la prudenza diventava una forma di codardia. Se poi la sfida era palesemente stupida, la necessità di accettarla assumeva il carattere di un dovere morale.

Scavalcò la rete con un'agilità sorprendente, considerando che pochi minuti prima era stato espulso da una piscina per essersi tuffato in mutande.

Atterrò sulla pista e si sistemò la maglietta.

«Ecco qui Borzov.»

Giffoni lo guardò.

«Tu saresti Borzov?»

«Certo.»

«Ma Borzov era sovietico.»

«E allora?» 

«Scusa ma non sei tu quello che voterà DC perché è la Juventus dei partiti?»

«Ma chi se ne fotte della politica. Non è Borzov quello che ha vinto? Allora sono io. Basta parlare. Dove si parte?»

«Sulla linea dei duecento metri.»

«Perfetto.»

Conte, Vaccari e Collar si erano accomodati sugli spalti, da dove avrebbero assistito alla gara con l'entusiasmo di chi, per una volta, aveva deciso di non partecipare attivamente alla propria rovina.

«Noi facciamo i tifosi!» gridò Vaccari.

«Sì, fate i tifosi» rispose Giffoni. «Che è già un'attività superiore alle vostre possibilità atletiche.»

«E tu fai Mennea?» domandò Vaccari.

«Io faccio me stesso.»

«Allora siamo tranquilli. Non rischi di battere nessuno.»

I tre scoppiarono a ridere.

Giffoni e Brunelli raggiunsero la linea di partenza. Si guardarono intorno, come due atleti che stessero per disputare una finale olimpica davanti a migliaia di spettatori, benché i soli testimoni della loro impresa fossero tre amici annoiati e un uomo della sicurezza che, dalla tribuna centrale, aveva cominciato a interessarsi alla scena.

Non l'avevano visto arrivare. Era rimasto a distanza, probabilmente convinto che i visitatori si sarebbero limitati a passeggiare sugli spalti e a contemplare l'impianto e quando aveva notato i due ragazzi scavalcare la recinzione, aveva capito che il pomeriggio stava prendendo una piega che avrebbe richiesto un intervento.

I due concorrenti, intanto, si erano sistemati sulla linea dello start.

Giffoni si accovacciò, assumendo una posizione che aveva visto ripetere decine di volte in televisione. Brunelli lo imitò, con qualche difficoltà, perché la sua interpretazione della postura atletica era condizionata da un eccesso di entusiasmo e da una comprensione approssimativa della biomeccanica.

«Pronto?» chiese Giffoni.

«Prontissimo.»

«Quando dico via, si parte.»

«Ho capito.»

«E niente scorrettezze.»

Brunelli lo guardò con aria scandalizzata.

«Ma per chi mi hai preso?»

Giffoni preferì non rispondere.

Dall'altra parte del campo arrivò un latrato.

Un secondo latrato, più vicino, gli fece capire che il loro starter non sarebbe stato un colpo di pistola, ma un pastore tedesco che, scorti due intrusi sulla pista, intendeva partecipare alla gara, con un entusiasmo che nessuno gli aveva richiesto e il merito di renderla più internazionale.

I due si voltarono.

La bestia stava arrivando di corsa sguinzagliata dal custode, il quale aveva cominciato a gridare qualcosa in tedesco. La distanza era ancora considerevole, ma il movimento dell'animale e il tono della voce dell'uomo rendevano perfettamente comprensibile il significato generale della situazione.

Non ci fu più il bisogno di dare il via.

I due scattarono contemporaneamente, ma invece di percorrere la pista nella direzione prevista, si lanciarono dalla parte opposta, come se la finale dei duecento metri fosse stata improvvisamente trasformata in una gara di fuga.

Il cane li inseguiva abbaiando.

Il custode correva dietro al cane.

Brunelli, con le sue lunghe leve, correva davanti a Giffoni.

Giffoni correva davanti al cane, ma soltanto perché aveva avuto il vantaggio di partire molto distante.

Sugli spalti, Conte, Vaccari e Collar si piegarono in avanti, incapaci di credere ai propri occhi. Poi cominciarono a ridere, dapprima sommessamente, quindi con una tale violenza da costringersi a reggersi ai seggiolini.

«Ma guardali!» urlò Conte. «Che razza di coglioni!»

«No, no!» gridò Vaccari, asciugandosi le lacrime. «Sono Mennea e Borzov!»

«Mennea è quello che scappa?» domandò Collar.

«Non lo so! Ma quello davanti è sicuramente il più veloce!»

Brunelli e Giffoni raggiunsero la rete di protezione. La scavalcarono con una rapidità che, se applicata durante una vera competizione olimpica, avrebbe potuto procurare loro qualche soddisfazione. Atterrarono sugli spalti proprio mentre il cane arrivava al punto in cui li aveva visti scomparire.

Il custode si fermò dall'altra parte della recinzione, continuando a gridare.

Il pastore tedesco abbaiava.

I tre amici ridevano.

La finale dei 200 piani di quel pomeriggio si era conclusa: oro all'URSS-Brunelli, argento all'Italia-Giffoni, bronzo alla Germania. Rimaneva da stabilire se il cane fosse dell'Est o dell'Ovest.

Giffoni, piegato in avanti con le mani sulle ginocchia, cercava di recuperare il respiro. Aveva il cuore che gli batteva in gola e la sensazione che, se avesse tentato di pronunciare una frase, ne sarebbe uscita soltanto una successione di suoni incomprensibili.

Brunelli, invece, si raddrizzò quasi subito. Si passò una mano sulla fronte, guardò il campo, poi la rete che avevano appena scavalcato e infine Giffoni.

«Comunque ho vinto io.»

Giffoni sollevò lentamente la testa.

«Cosa?»

«Ho vinto io. Ho scavalcato prima di te.»

Giffoni sapeva bene che non era il caso d'intestardirsi in una infinita discussione dall'esito scontato con Brunelli e preferì destinare le energie residue per raddrizzarsi. Guardò ancora una volta il campo, la pista, la copertura dello stadio: poco prima aveva immaginato Mennea e Borzov impegnati nella loro finale olimpica, e per qualche minuto aveva creduto di essere riuscito a riannodare il filo della storia sportiva con la propria memoria. 

Invece, la sua esperienza dell'Olympiastadion si era conclusa con un cane inferocito e una fuga disordinata. 

Brunelli, lasciando lo stadio di corsa con gli altri, mentre in lontananza si sentivano ancora le urla del custode e i latrati del cane, non resistette a mettere la firma sul pomeriggio.

«Oggi ho fatto la storia. Ho vinto due ori olimpici in meno di un'ora.»


martedì 20 ottobre 2026

BOMBA O NON BOMBA

L'ultimo giorno di una gita scolastica è una specie di zona franca nella quale anche i ragazzi normalmente dotati di un minimo di buon senso cominciano a comportarsi come se il rientro a casa fosse un'eventualità remota, da prendere in considerazione soltanto quando qualcuno comincia a fischiare il treno in partenza.

Brunelli, in particolare, considerava il pomeriggio libero dell'ultimo giorno una sorta di risarcimento per le privazioni subite durante l'anno scolastico. Non aveva ancora stabilito come avrebbe impiegato le tre ore a disposizione prima della partenza delle ventitré dall'Hauptbahnhof di Monaco, ma era certo che non le avrebbe sprecate facendo quello che proponeva Giffoni, cioè gironzolare per il centro, mangiare qualcosa e tornare in albergo con sufficiente anticipo da non rischiare di perdere il treno.

«Siamo a Monaco di Baviera, mica a fare vasche intorno al pennone» disse Brunelli, con l'aria di chi sta per annunciare una scoperta archeologica. «E voi vorreste passare il pomeriggio a mangiare würstel e crauti?»

«Anche due, se servisse a rendere la giornata meno complicata» rispose Giffoni.

«Andiamo all'Olympiapark.»

«A fare cosa?»

«All'Olympiaschwimmhalle. La piscina olimpionica.»

Collar si illuminò. Vaccari domandò se fosse quella dove aveva nuotato Mark Spitz. Conte, che aveva imparato a diffidare delle proposte di Brunelli per ragioni che sarebbe troppo lungo elencare, chiese se per caso fosse necessario prenotare.

«Nel 1972 Mark Spitz ha vinto sette medaglie d'oro in quella piscina» spiegò Brunelli. «Sette! E noi siamo qui a due passi. Vi pare possibile tornare a casa senza averci fatto il bagno?»

«A me pare possibile anche tornare a casa senza aver fatto il bagno in una piscina olimpionica» osservò Giffoni. «Ma ormai ho capito che la mia è una battaglia persa.»

Partirono dalla Marienplatz con la U3 in direzione Olympiazentrum. 

Scesi alla fermata s'incamminarono e nei pressi dell'impianto trovarono alcuni ragazzi tedeschi che giocavano a calcio. Brunelli si fermò a osservarli, e Giffoni, che ormai riconosceva i segnali premonitori delle catastrofi, cercò immediatamente di dissuaderlo.

«Non ci pensare nemmeno.»

«A cosa?»

«A quello che stai pensando.»

«Ma io non penso niente.»

«Appunto. È quando cominci a non pensare che diventi pericoloso.»

Brunelli era già partito. Con il suo tedesco, una lingua che sembrava concepita appositamente per provocare incidenti diplomatici, sfidò i ragazzi bavaresi a una partita all'ultimo sangue.

Afferrò il pallone e proclamò tronfio: «Italiener Weltmeister.»

Non pago, volle subito mettere in guardia gli avversari sull’esito: lui, Giffoni e soci erano le reincarnazioni dichiarate di Rossi, Tardelli e Altobelli, quelli che avevano rifilato tre pappine alla Germania Ovest nella finale mondiale dell’82.

I tedeschi, non proprio convinti, accettarono.

La partita durò poco, fu combattuta e, soprattutto, vide Brunelli applicare un'interpretazione personale del gioco duro, mentre Collar e gli altri supplivano alle carenze tecniche con una certa dose di entusiasmo. Conte si occupò di protestare, Vaccari di correre a vuoto, Giffoni di evitare danni permanenti.

Finì tre a due per gli italiani.

Brunelli celebrò il risultato come se avesse appena conquistato la Coppa del Mondo. I tedeschi si allontanarono senza contestare il verdetto, forse perché ritenevano che la vittoria degli avversari fosse un prezzo ragionevole da pagare pur di liberarsi di quei cinque.

Il problema emerse quando i nostri si guardarono addosso.

Erano lerci, madidi di sudore e coperti di erba. Le magliette sembravano recuperate dopo una settimana di lavori forzati in una miniera di carbone.

Giffoni si passò una mano sulla fronte.

«Bene. Adesso siamo pronti per entrare in una piscina pubblica.»

«Ci laviamo lì» disse Brunelli.

«E con cosa nuotiamo? Con le mutande?»

«Se necessario.»

«Brunelli, le mutande non sono un costume da bagno.»

«Dipende dalle mutande.»

Conte propose di tornare in albergo, farsi una doccia e comprare dei costumi. Collar e Vaccari approvarono senza riserve.

Brunelli, invece, guardò l'ingresso dell'Olympiaschwimmhalle con la determinazione di un condottiero davanti alle mura di una città nemica.

«Io entro.»

«Così?» chiese Giffoni.

«Così.»

«Senza costume?»

«Ho le mutande.»

«Lo hai già detto. Non è che ripetendolo diventano un costume.»

Brunelli si avviò.

«Chi viene viene. Gli altri che s'inculino.»

Gli altri andarono.

Perché in fondo, quando uno decide di fare una stupidaggine, la cosa più difficile non è convincerlo a desistere ma accettare che, se lo lasci andare da solo, quando tornerà avrà una storia da raccontare e tu no.

L'Olympiaschwimmhalle era magnifica.

La grande copertura, la luce che filtrava nell'ambiente, le vasche azzurre e le strutture metalliche restituivano ancora l'immagine di quella modernità ottimista che aveva accompagnato le Olimpiadi del 1972. Era un impianto costruito per celebrare il corpo umano quando questo, dopo anni di allenamento, sacrifici e disciplina, riusciva a compiere qualcosa di eccezionale.

I cinque, per quanto riguardava la disciplina, avevano appena terminato una partita improvvisata su un prato. Quanto ai sacrifici, erano soprattutto quelli che si apprestavano a imporre al personale della struttura.

Alla biglietteria Brunelli si presentò con un sorriso disarmante.

«Fünf Personen. Schwimmen. Olympia.»

L'addetto li guardò. Guardò i vestiti sudici, i capelli appiccicati alla fronte, le scarpe infangate.

«Badehose?»

Brunelli annuì con convinzione.

«Ja, ja. Haben, haben»

L'uomo indicò la direzione degli spogliatoi.

Non è dato sapere se avesse capito male, se avesse deciso di non perdere tempo o se avesse semplicemente pensato che nessuno potesse essere tanto scemo da entrare in una piscina olimpionica senza costume. Fatto sta che i cinque superarono il primo ostacolo.

Negli spogliatoi si tolsero i vestiti. Le magliette e i pantaloni finirono ammucchiati sulle panche, emanando un odore che avrebbe fatto impallidire un laboratorio di microbiologia.

Rimasero in mutande.

Giffoni guardò il mucchio di vestiti e poi i compagni.

«Se ci arrestano, spero almeno che ci consentano di vestirci prima di fotografarci.»

Collar si guardò allo specchio.

«Secondo voi ci cacciano?»

«No» rispose Brunelli. «Perché dovrebbero?»

«Perché siamo in mutande.»

«Siamo in uno spogliatoio. Ci sono anche gli altri in mutande.»

«Gli altri hanno il costume.»

«Ma finiscila di rompere le palle, se non vuoi venire, esci!»

Giffoni, naturalmente, lo seguì.

Uscirono dagli spogliatoi e si avviarono verso le docce.

Fu lì che li notò l'uomo della sicurezza.

Era un tedesco robusto, con una divisa scura, le spalle larghe e un'espressione che sembrava derivare da una lunga esperienza nel distinguere gli utenti normali da quelli che, se lasciati liberi di agire, avrebbero finito per costringere qualcuno a compilare un rapporto.

Li osservò uno dopo l'altro.

Cinque ragazzi italiani, in mutande e l'aria furtiva di chi si sta introducendo in un luogo nel quale non dovrebbe trovarsi.

L'uomo non disse niente.

Li seguì con gli occhi.

Brunelli lo vide e accelerò.

«Muovetevi.»

«Ci sta guardando» sussurrò Vaccari.

«È il suo lavoro.»

«Secondo me ha capito che non abbiamo il costume.»

Brunelli si voltò.

«Vaccari, tu hai una capacità straordinaria di individuare i problemi quando ormai sono diventati impossibili da risolvere.»

Passarono sotto le docce.

L'acqua cominciò a scorrere sui loro corpi, portando via sudore, polvere ed erba. Per qualche secondo, almeno, tutto sembrò andare per il meglio.

Giffoni si passò le mani sul viso.

«Devo ammettere che adesso mi sento meglio.»

«Visto?» disse Brunelli. «Avevo ragione.»

«Sì, certo. Anche un incendio, quando smette di bruciare, lascia una sensazione di sollievo.»

L'uomo della sicurezza continuava a osservarli.

Non era ancora intervenuto. Probabilmente sperava che il buon senso, una delle poche risorse umane che non richiedono manutenzione, facesse spontaneamente la propria comparsa.

Purtroppo, nella zona degli spogliatoi dell'Olympiaschwimmhalle, quel pomeriggio, il buon senso era rimasto in albergo.

Entrarono nella vasca olimpionica.

L'acqua era perfetta, le corsie si allungavano sotto le luci e il silenzio relativo dell'impianto era interrotto soltanto dal rumore dei nuotatori e dalle voci dei bagnanti.

Brunelli si immerse fino alle spalle e sorrise.

«Ragazzi, siamo nella piscina di Mark Spitz.»

«Sì» disse Giffoni. «E per il momento siamo anche riusciti a non farci cacciare.»

Collar si mise a nuotare. Vaccari si aggrappò al bordo, contento di aver finalmente trovato un'attività nella quale non fosse necessario correre. Conte si lasciò scivolare nell'acqua con l'espressione di chi, dopo una lunga serie di decisioni sbagliate, intravede finalmente una possibilità di pace.

Brunelli fece qualche bracciata, poi si fermò.

Guardava dall'altra parte della vasca.

Il trampolino.

Lo osservò a lungo, con un'intensità che Giffoni trovò immediatamente sospetta.

«Brunelli.»

«Cosa?»

«Lascia perdere.»

«Ma non ho detto niente.»

«Lo so. È proprio questo il problema.»

Brunelli indicò la struttura.

«Vi rendete conto che da lì Klaus Dibiasi ha vinto l'oro olimpico per l'Italia?»

Vaccari alzò gli occhi.

«Davvero?»

«Certo! Monaco 1972! Klaus Dibiasi! Oro!»

«E quindi?» domandò Conte.

Brunelli lo guardò come si guarda qualcuno che abbia appena dichiarato di non conoscere l'esistenza del tricolore.

«Come sarebbe a dire e quindi? Siamo qui, nella piscina delle Olimpiadi, dove hanno vinto gli italiani. C'è il trampolino di Dibiasi. Non possiamo mica ignorarlo!»

Giffoni si aggrappò al bordo.

«Perché, secondo te, il trampolino si offende?»

«Tu non capisci.»

«È possibile. Ma ho la sensazione che, tra poco, capirò perfettamente il motivo per cui ci cacciano.»

Brunelli uscì dalla vasca.

«Dove vai?» chiese Collar.

«A vedere il trampolino.»

«Ma lo vedi da qui!»

«Non è la stessa cosa.»

Si avviò verso la scaletta.

Giffoni lo seguì con lo sguardo, poi si rivolse agli altri.

«Ve lo dico io come va a finire: lui sale, si tuffa, fa una bomba e ci cacciano.»

Vaccari scosse la testa.

«Ma dai, non può essere così cojone.»

Giffoni lo guardò.

«Vaccari, siamo entrati in una piscina olimpionica in mutande. La domanda non è più quanto siamo coglioni. È se esiste ancora un limite inferiore.»

Brunelli aveva già raggiunto la scaletta.

Salì.

Un gradino.

Poi un altro.

L'uomo della sicurezza, che aveva seguito l'intera scena, si mosse con maggiore decisione.

Brunelli continuò a salire.

A quel punto anche alcuni bagnanti avevano cominciato a osservare la scena. Un bambino indicò il trampolino alla madre. Un uomo si fermò a metà vasca. Una signora uscì dall'acqua e si mise a guardare.

Brunelli arrivò in cima.

Si fermò sulla piattaforma e guardò sotto di sé.

Per un istante sembrò quasi pensieroso.

Forse, da quell'altezza, la piscina gli apparve diversa. Forse gli venne in mente Klaus Dibiasi, il suo talento, gli allenamenti, la precisione del gesto atletico. Forse ebbe persino un momento di lucidità.

Durò poco.

«VIVA L'ITALIA!» gridò.

E si lanciò.

Non fu un tuffo. Fu una dichiarazione di guerra alla superficie dell'acqua.

Brunelli precipitò verso la vasca con la grazia di un pianoforte a coda lanciato dal quarto piano. All'ultimo istante raccolse le gambe e impattò sull'acqua con una violenza tale da sollevare una corona di schizzi che raggiunse i bordi, investì i nuotatori e bagnò alcuni spettatori.

Un bambino cominciò a piangere.

Una signora urlò qualcosa in tedesco.

Un uomo perse gli occhialini.

Conte venne spinto contro il bordo, Vaccari e Collar sparirono per qualche secondo sotto l'onda mentre Giffoni riemerse lentamente, con i capelli sugli occhi e un'espressione che non lasciava dubbi sul suo stato d'animo.

Brunelli tornò in superficie, trionfante.

«AVETE VISTO CHE BOMBA?»

«Sì. Adesso l'hanno vista anche quelli che erano venuti qui per nuotare.»

Brunelli si avvicinò al bordo.

«Era un omaggio a Dibiasi.»

«Certo. E immagino che Dibiasi, se fosse qui, ti offrirebbe anche una medaglia. Magari quella al valore civile, per aver provocato un'onda anomala in una piscina coperta.»

La guardia della sicurezza arrivò al bordo della vasca. Aveva il volto congestionato, le mani rigide lungo i fianchi e l'espressione di un uomo che aveva definitivamente rinunciato a trovare una spiegazione razionale per quanto stava accadendo.

Indicò Brunelli.

Poi indicò l'uscita.

«ITALIENER RAUS!»

Per un momento nessuno si mosse.

Brunelli si aggrappò al bordo.

«Ma perché?»

La guardia ripeté l'ordine, questa volta con un tono che rendeva superflua qualsiasi traduzione.

«RAUS! SOFORT!»

Giffoni guardò Brunelli.

«Ecco. Hai reso omaggio alla storia dello sport italiano.»

«Ma non ho fatto niente di male!»

«Hai fatto una bomba dal trampolino olimpico in mutande, Brunelli. Se non è abbastanza per essere cacciati, non so davvero cosa serva.»

La guardia indicò nuovamente l'uscita.

Collar uscì dalla vasca senza fiatare, Vaccari lo seguì facendo finta di niente per passare inosservato mentre Conte si trascinò verso il bordo con la rassegnazione di chi aveva ormai accettato che il pomeriggio libero fosse diventato una forma di pena alternativa.

Brunelli uscì per ultimo, ancora convinto di essere vittima di un'ingiustizia.

L'uomo della sicurezza li accompagnò fino all'uscita dell'impianto, sorvegliandoli come se temesse che uno di loro potesse improvvisamente voltarsi e tentare un ultimo tuffo.

Quando furono fuori, si fermò sulla soglia, li guardò uno per uno e indicò la strada.

«Raus!»

La porta si chiuse alle loro spalle.

Per qualche secondo i cinque rimasero immobili, in mutande, con i capelli bagnati e l'espressione di chi ha appena scoperto che il mondo non è sempre disposto a collaborare con le proprie ambizioni.

Poi Brunelli si passò una mano sui capelli e guardò i compagni.

«Comunque, ragazzi, una cosa è certa.»

Giffoni sospirò.

«Dimmi.»

«Una giornata così non la dimenticheremo mai.»

Interpellato molti anni da allora, Brunelli disse risolutamente di non ricordarsi nulla.


lunedì 19 ottobre 2026

RIMPIANTI O RIMORSI?

Tra Giffoni e Gambero le questioni filosofiche arrivavano sempre nei momenti meno opportuni, cioè quando nessuno aveva un motivo serio per occuparsi di qualcosa di più urgente. Non che mancassero argomenti di maggiore concretezza: c’erano bollette da pagare, mogli o compagne da accontentare, figli da interpretare, acciacchi da ignorare e un campionato di calcio che, anche quell’anno, sembrava organizzato apposta per dimostrare che l’umanità non aveva imparato niente dai propri errori, ma proprio quando la vita offriva un discreto assortimento di problemi autentici, qualcuno sentiva il bisogno di fabbricarsene uno astratto.

Quella volta era toccato a Gambero, il quale, durante una passeggiata notturna alla ricerca di un po' di refrigerio tra le vie deserte della cittadina, si era rivolto improvvisamente a Giffoni con l’aria di chi stava per sottoporre all’interlocutore una questione di rilevanza costituzionale.

«Secondo te, è meglio vivere senza rimpianti o senza rimorsi?»

Giffoni, che nella sua mente stava cercando di stabilire se l'allenatore della sua squadra del cuore avesse le capacità per condurre i giocatori verso la salvezza, lo guardò con un sorriso non adeguato alla questione che gli era stata sottoposta.

«Questa è una domanda da ore liete.»

«Cioè?»

«Le ore in cui non sai che cazzo fare e, non avendo a disposizione un problema vero, decidi di interrogare l’esistenza. Non lo ricordi più? Di solito succede la domenica pomeriggio, dopo pranzo, quando hai finito di digerire ma è ancora troppo presto per pensare alla cena; oppure in certe sere d’autunno, quando fuori piove, la televisione trasmette una replica di Don Matteo e tu cominci a domandarti se nella vita avresti dovuto sposare quella ragazza che ti sorrideva in terza fila al cinema, iscriverti a Lettere anziché a Economia, oppure accettare quel lavoro a Bolzano che nel 1989 ti sembrava una prospettiva professionale della minchia e oggi ti appare invece come l’occasione mancata di una luminosa carriera da pensionato bilingue.»

Gambero lo lasciò terminare, abituato com’era al fatto che Giffoni, quando gli veniva concessa una domanda, non si accontentasse mai della risposta.

«Non vedo cosa ci sia di male nel pensarci.»

«Niente, purché tu abbia chiaro che stai perdendo tempo e, soprattutto, purché tu non scambi la perdita di tempo per una forma superiore di consapevolezza.»

«Ecco, lo sapevo. Tu hai già la risposta.»

«Naturalmente.»

Giffoni ora assunse quella compostezza vagamente accademica che gli veniva spontanea quando riteneva di avere individuato un errore di impostazione nel discorso altrui: non era presunzione, almeno secondo la sua personale valutazione ma piuttosto il fastidio che provava davanti alle domande costruite in modo da dover ricevere una risposta sensata.

«Il problema, caro Gambero, è che tu parti dal presupposto che le persone possano scegliere liberamente fra una serie di possibilità tutte ugualmente accessibili e che, soltanto dopo, siano autorizzate a pentirsi della scelta fatta. Ma la vita non funziona così. O, almeno, non funziona così per le persone mentalmente sane.»

«Ah, ecco. Adesso ci vuole anche il certificato psichiatrico.»

«Non dire cagate, non sei credibile. Una persona ragionevole, quando deve prendere una decisione, cerca di fare quello che in quel momento le sembra il meglio possibile, tenendo conto delle informazioni che possiede, delle condizioni in cui si trova, delle risorse di cui dispone e dei vincoli che non può eliminare con uno schiocco di dita. Poi può sbagliare, naturalmente. Può valutare male una persona, sopravvalutare le proprie capacità, sottostimare un pericolo, farsi sedurre da una prospettiva che si rivelerà un'inculata memorabile. Ma questo riguarda l’esito della decisione, non necessariamente la sua razionalità al momento in cui è stata presa.»

Gambero lo guardò con l’espressione di chi sta seguendo un ragionamento, ma non ha ancora deciso se valga la pena arrivare fino in fondo.

«Quindi, se uno sposa una donna e dopo dieci anni divorzia, non deve avere rimpianti perché, quando l’ha sposata, pensava che fosse la donna giusta.»

«Esattamente.»

«Quindi, secondo te, uno può dire di aver fatto il meglio possibile anche quando ha fatto una cazzata terribile e che quindi non bisogna pentirsi di niente.»

«Non intendo questo: intendo dire che il pentimento non è una macchina del tempo.»

Giffoni pronunciò la frase con una certa soddisfazione, come se avesse appena trovato la formula conclusiva di un teorema. Gambero, invece, rimase a fissare il fiume che scorreva a fianco della strada e dal cui fondo non arrivava una risposta.

«A me sembra un modo elegante per assolversi sempre» disse infine. «Se ogni scelta era l’unica possibile nelle condizioni del momento, allora nessuno è mai davvero responsabile di quello che fa. Basta raccontarsi che non c’erano alternative.»

«Attenzione. Ho detto che era l’unica scelta concretamente possibile per quella persona, in quel momento, non che fosse l’unica scelta concepibile in assoluto. Le alternative, in teoria, esistono quasi sempre. Puoi restare, andartene, parlare, tacere, aspettare, rischiare, rinunciare. Il fatto che tu riesca a elencarle tutte a posteriori non significa che, quando dovevi decidere, fossi davvero in grado di percorrerle. È una delle truffe più diffuse della memoria: il passato ci restituisce un ventaglio di possibilità che il presente, quando era ancora presente, ci aveva consegnato molto più stretto.»

«E allora il libero arbitrio dove lo mettiamo?»

«Dove vuoi. Purché non lo usiamo per fare i conti con il passato come se fossimo revisori contabili dell’anima.»

Gambero fece una smorfia.

«Questa è una delle tue frasi che sembrano intelligenti perché non si capisce bene cosa vogliano dire.»

«È una frase chiarissima. Sei tu che non hai voglia di capire.»

«Può darsi. Ma continuo a pensare che le persone provino rimpianti e rimorsi per qualcosa. Non puoi liquidare tutto dicendo che, in quel momento, hanno fatto quello che potevano. Ci sono occasioni che lasciamo scappare per paura, persone che feriamo per egoismo, parole che non diciamo per orgoglio. E poi, quando è troppo tardi, ci rendiamo conto che avremmo potuto comportarci diversamente.»

«Certo che avremmo potuto. Col senno di poi, possiamo sempre comportarci diversamente. Il problema è che il senno di poi è un consulente formidabile: costa poco, arriva quando il lavoro è finito e non rischia mai di essere chiamato a rispondere dei risultati.»

Gambero sorrise suo malgrado, ma non cedette.

«Però il rimorso può servire a non ripetere lo stesso errore.»

«Questo è un altro discorso. Quello che tu chiami rimorso, se ti aiuta a riconoscere che hai fatto del male a qualcuno e ti spinge a chiedere scusa, a riparare, a cambiare comportamento, io la chiamo assunzione di responsabilità e ha una funzione. Se invece ti limiti a rigirarti nella testa quello che avresti dovuto fare, senza che da quella sofferenza nasca niente, stai soltanto pagando una multa a te stesso per un’infrazione che non puoi più cancellare e io lo chiamo rimorso.»

«E il rimpianto?»

«Il rimpianto è ancora più curioso. Perché spesso non rimpiangiamo quello che abbiamo perso: rimpiangiamo la versione della nostra vita che immaginiamo sarebbe nata se avessimo scelto diversamente. Una vita alternativa, naturalmente, nella quale tutto funziona benissimo, le persone ci capiscono, il lavoro ci gratifica, i soldi non finiscono e le donne che abbiamo lasciato non diventano mai insopportabili. È una vita immaginaria costruita con un criterio di selezione piuttosto generoso: conserva tutti i vantaggi e cancella gli inconvenienti.»

«Insomma, secondo te rimpianti e rimorsi sono una perdita di tempo.»

«No. Sono un inevitabile prodotto collaterale della coscienza ma il fatto che una cosa sia inevitabile non la rende necessariamente utile: anche le emorroidi sono un’esperienza umana piuttosto diffusa, ma non mi pare che questo costituisca una ragione sufficiente per coltivarle.»

Gambero rise, questa volta senza trattenersi.

Nel frattempo si erano avvicinati ai tavolini di un bar dove avventori discutevano animatamente di un rigore assegnato la domenica precedente. Uno sosteneva che l’arbitro fosse un incompetente, l’altro che il VAR avesse definitivamente rovinato il calcio e nessuno dei due sembrava disposto a considerare l’ipotesi che la propria squadra avesse semplicemente giocato male. Giffoni li osservò per qualche secondo, poi tornò all’amico.

«Vedi? Anche nel calcio è così. Dopo una sconfitta, tutti sanno cosa avrebbe dovuto fare l’allenatore, quale sostituzione anticipare, chi lasciare in panchina e quale modulo adottare. Ma durante la partita, quando il risultato è ancora in bilico e hai davanti una squadra che ti pressa, devi decidere con quello che sai e con quello che hai. Il giorno dopo, invece, hai le immagini rallentate, le statistiche, i commenti degli esperti e soprattutto il risultato finale. È facile diventare un genio quando conosci già la soluzione.»

«Però un allenatore che sbaglia formazione può essere esonerato.»

«Appunto. La responsabilità riguarda le conseguenze e il giudizio sul lavoro svolto, non richiede che uno si tormenti per il resto della vita: se ogni errore dovesse diventare una condanna permanente, a quest’ora non ci sarebbe più un allenatore in attività e, probabilmente, nemmeno un essere umano in circolazione.»

«Quindi tu non hai mai avuto rimpianti?»

Giffoni si prese qualche secondo prima di rispondere. Non perché dovesse cercare la risposta, ma perché voleva evitare che l’amico interpretasse la pausa come un’ammissione di debolezza.

«Ho avuto occasioni nelle quali mi sono chiesto come sarebbe andata se avessi fatto una cosa anziché un’altra. Ho avuto dispiaceri, delusioni, decisioni che non rifarei e persone che avrei preferito trattare meglio. Ma non vedo perché dovrei trasformare tutto questo in una contabilità morale da tenere aggiornata fino alla morte: la vita non è una dichiarazione dei redditi nella quale, se ti accorgi di aver sbagliato un rigo, puoi presentare una dichiarazione integrativa e recuperare il credito.»

«Tu riesci a portare il fisco anche dentro la filosofia.»

«È una deformazione professionale, altri portano la filosofia dentro il calcio e nessuno li arresta.»

Gambero scosse la testa. Era convinto che l’amico avesse una certa tendenza a costruire sistemi teorici per difendersi dalle domande scomode e non necessariamente perché avesse qualcosa da nascondere; forse, più semplicemente, perché gli riusciva difficile accettare che una parte della vita fosse governata da circostanze, debolezze e casualità sulle quali non aveva alcun controllo.

«Resta il fatto» disse «che se hai ferito una persona, non puoi cavartela sostenendo che in quel momento ti sembrava la cosa migliore. Magari per te lo era, ma per l’altra persona è stata una disgrazia. E tu devi fare i conti anche con questo.»

«Naturalmente. Ma fare i conti non significa condannarsi all’ergastolo: se ho fatto del male a qualcuno, devo riconoscerlo, assumermene la responsabilità e, se possibile, riparare. Non devo necessariamente trascorrere i successivi quarant’anni a domandarmi se, quella sera, avrei dovuto dire una parola diversa. Il rimorso può essere il campanello d’allarme della coscienza ma non deve diventare l’inquilino abusivo che pretende di avere le chiavi di casa.»

«E se non puoi riparare?»

«Allora devi accettare che ci sono cose che non si possono riparare. Il che è spiacevole, ma non è una ragione per continuare a romperle.»

Gambero rimase in silenzio. Non era convinto del tutto, ma cominciava a sospettare che la questione, come spesso accadeva quando si discuteva con Giffoni, non avesse una soluzione capace di soddisfare entrambe le esigenze: quella di attribuire un senso alle proprie scelte e quella, assai più pratica, di continuare a vivere dopo averle compiute.

«Sai chi aveva sicuramente ragione?» chiese all’improvviso Giffoni.

Gambero sospettò che la risposta non avrebbe contribuito al progresso del pensiero occidentale.

«Aristotele?»

«No.»

«Seneca?»

«No.»

«Kant?»

«Ma chi cazzo vuoi che sia, Kant?»

«Allora illuminami.»

Giffoni si sporse verso di lui, con il tono di chi sta per rivelare un segreto custodito per decenni in una cassaforte di famiglia.

«Wanna Marchi.»

Gambero lo guardò come si sarebbe poturo guardare Le Pape des Fous descritto da Victor Hugo in Notre-Dame de Paris.

«Wanna Marchi?»

«Proprio lei. Estate del 1987. Lupo Solitario, la trasmissione di Patrizio Roversi e Susy Blady. Ma come fai a non ricordare? Roversi le fa la stessa domanda che ci stiamo facendo noi e lei risponde, senza la minima esitazione, tuonando con il suo vocione insopportabile: “Io non ho mai avuto né rimpianti né rimorsi, caro Lupo!”»

Per qualche istante Gambero non disse nulla. La frase sembrava aver prodotto nella sua testa un cortocircuito fra la filosofia morale, la televisione degli anni Ottanta e una categoria di personaggi che la cultura ufficiale avrebbe preferito confinare in un’appendice dedicata alle anomalie del costume nazionale.

Poi scoppiò a ridere.

«È meraviglioso.»

«Cosa?»

«Che noi siamo qui da mezz’ora a discutere di libero arbitrio, responsabilità individuale, limiti della memoria e condizioni concrete della scelta, e alla fine tu fai arrivare Wanna Marchi, che con l'autorevolezza di una sentenza della Cassazione liquida la questione in undici parole.»

«Dodici, se conti il caro Lupo.»

«Non vorrei essere pedante, ma “né rimpianti né rimorsi” sono già quattro parole che si risparmiano una quantità considerevole di tormenti. Il resto è scenografia.»

Giffoni sorrise, soddisfatto di aver portato un argomento che aveva definitivamente spostato la conversazione dal piano filosofico a quello della storia delle comunicazioni di massa, dove, peraltro, riteneva che la civiltà italiana avesse espresso alcuni dei suoi contributi più originali.

«Vedi? Alla fine pensarci era una questione da ore liete.»

Gambero lo guardò come si guarda un amico che, dopo aver ammesso l’inutilità di una riunione, insiste per convocarne un’altra.

«E intanto che pensi - continuò Giffoni -  pensa a cosa perdi.»

Gambero sollevò un dito.

«Questa è di Maurizia Paradiso.»

Giffoni rimase immobile, facendo finta di non capire.

«Come, scusa?»

«Sei tu adesso che fai finta di non ricordare. Maurizia Paradiso, quella che nelle televendite notturne sulle reti private, imboniva i nottambuli come noi proponendo le cassette VHS di Magic America. “E intanto che pensi, pensa a cosa perdi.” O qualcosa del genere.» 

«Non ricordavo che fosse una citazione.»

«Tu non ricordi le citazioni quando ti fanno comodo, le trasformi in massime personali, le pronunci con aria solenne e aspetti che qualcuno ti faccia i complimenti.»

«È un’accusa grave.»

«È un dato di fatto.»

«D’accordo. Ma ammetterai che, per una volta, mi hai fornito un assist irrinunciabile.»

«Per citare Maurizia Paradiso?»

«Per concludere una discussione sui rimpianti e sui rimorsi con una frase che invita a non perdere tempo, pronunciata da uno che sta cercando di dimostrare che pensare è una perdita di tempo. È una contraddizione perfetta. E, come sai, le contraddizioni perfette sono una delle poche cose che ancora mi commuovono.»

«Non ti commuovere troppo. Potresti pentirtene.»

Giffoni lo fissò per un momento, poi scoppiò di nuovo a ridere.

«Vedi? È proprio questo il punto. Se dovessimo evitare tutto ciò di cui potremmo pentirci, finiremmo per non fare più niente. E allora sì che avremmo una vita senza rimpianti e senza rimorsi: una vita nella quale non sarebbe successo assolutamente nulla.»

Inatanto, la sera continuava a scorrere senza chiedere a nessuno se avesse fatto le scelte giuste. Il mondo, del resto, non aveva mai mostrato particolare interesse per i bilanci morali degli esseri umani: andava avanti con la sua consueta indifferenza, lasciando a ciascuno il compito di trovare una spiegazione a quello che era successo e, se possibile, un motivo valido per alzarsi la mattina successiva.


venerdì 16 ottobre 2026

FUORI CATALOGO, NON OBSOLETI

Quarant’anni non sono pochi: sono abbastanza per cambiare una città, mandare in pensione più una generazione, trasformare una rivoluzione tecnologica in un’abitudine e convincere un’intera umanità che ciò che fino a ieri sembrava indispensabile oggi sia diventato obsoleto, quando non addirittura imbarazzante. Sono anche abbastanza per ritrovarsi, un pomeriggio qualsiasi, davanti a un bicchiere, con un vecchio amico, e scoprire che il tempo ha lavorato parecchio, ma non necessariamente in maniera uniforme.

Giffoni e Gambero si erano dati appuntamento ai Birilli Bevuti per una bevuta, espressione che, nel caso di Gambero, andava interpretata con una certa elasticità semantica, dal momento che non beveva alcolici e non aveva mai bevuto alcolici neppure ai tempi in cui l'astensione, tra i ragazzi della loro compagnia, poteva essere considerata una forma di diserzione, se non addirittura di snobismo. Giffoni, che conosceva l'amico da abbastanza tempo da averne esaurito le possibili spiegazioni razionali, aveva smesso da anni di interrogarsi su quella singolare rinuncia, pur continuando a considerarla una delle anomalie più ostinate di un'esistenza altrimenti rispettabile.

I Birilli, intanto, erano cambiati. E parecchio.

Il famelico Ringo, il cane lupo che un tempo percorreva il cortile come una fiera nell'arena, in attesa che qualche gladiatore in jeans e giubbotto di pelle, obtorto collo, si avventurasse nel suo territorio, non c'era più. Non c'erano più neppure i cassoni mastodontici dei videogiochi, quelle cattedrali elettroniche davanti alle quali gli adolescenti trascorrevano pomeriggi interi nel tentativo di salvare mondi immaginari, mentre quello reale, a pochi metri di distanza, offriva già sufficienti occasioni per farsi male. Il biliardo, relegato in un angolo, giaceva impolverato come un reperto archeologico di una civiltà scomparsa, e nessuno sembrava più interessato a interpellarlo, nemmeno per fingere di conoscere le regole.

Era sparita anche la nuvola di fumo che avvolgeva il locale con la densità e l'ineluttabilità della nebbia invernale sulla Val Padana. Allora si entrava ai Birilli e, per qualche minuto, si procedeva a tentoni, cercando di distinguere gli amici dalle loro sagome e le loro voci dai colpi di tosse. Il fumo non era un effetto collaterale del locale: ne costituiva l'arredamento atmosferico, una specie di soffitto mobile sotto il quale si consumavano discussioni, partite e trattative che, a giudicare dalla partecipazione emotiva dei presenti, avrebbero potuto decidere il destino di una nazione.

Ai tavoli, infatti, si giocava a briscola e tresette con una concentrazione che oggi si riserverebbe forse a un consiglio di guerra, a una riunione straordinaria della Banca centrale o a un vertice internazionale convocato per evitare l'estinzione della specie. Ogni carta giocata male diventava un affronto personale, ogni accusa di scorrettezza una questione di principio, ogni partita persa un'ingiustizia storica da tramandare ai posteri. I giocatori non si limitavano a passare il tempo: difendevano reputazioni, ricostruivano alleanze, consumavano vendette. E tutto questo per un tresette, circostanza che dovrebbe indurre a una certa prudenza prima di liquidare come irrazionali le grandi tragedie della storia.

Adesso, invece, i Birilli erano luminosi, moderni, quasi eleganti. I megaschermi dominavano le pareti e trasmettevano partite di calcio praticamente ogni sera, assicurando agli avventori un motivo permanente per discutere, lamentarsi e impartire lezioni tattiche a professionisti che guadagnavano in una settimana quanto loro non avrebbero guadagnato in una vita. La clientela era composta da giovani e meno giovani, un insieme abbastanza eterogeneo da suggerire che il locale avesse trovato una nuova forma di equilibrio, meno rumorosa in certi aspetti e non necessariamente più pacifica in altri.

Soprattutto, non c'erano più ragazzini adolescenti alle prese con i bulli pro tempore, quei personaggi che, per una stagione o poco più, si attribuivano il diritto di stabilire chi dovesse occupare un tavolo, chi potesse parlare con chi e quale fosse il grado di umiliazione socialmente accettabile da infliggere al compagno meno attrezzato per difendersi. Non erano scomparsi i bulli, naturalmente. Sarebbe stato come credere che, grazie alla diffusione delle automobili, fossero scomparsi gli imbecilli: si erano semplicemente adattati ai nuovi mezzi di locomozione.

Anche loro, come gran parte delle attività adolescenziali, si erano smaterializzati nella rete. Non avevano più bisogno di un cortile, di una corporatura imponente o di una banda di comprimari disposti a ridere alle loro battute; bastavano una tastiera, un profilo fasullo e la possibilità di colpire qualcuno senza doverlo guardare negli occhi. Il progresso, in questo caso, aveva ottenuto un risultato notevole: aveva consentito al bullo di conservare intatta la propria vigliaccheria, liberandolo persino dalla fatica di doverla esibire fisicamente.

I danni, quelli, non si erano adattati a niente: restavano identici, per niente virtuali e molto reali. L’unica innovazione era che adesso la vittima poteva essere umiliata anche in pigiama.

Giffoni osservò il locale a lungo, con quell'espressione assorta che gli veniva quando cercava di trasformare un'impressione in una riflessione, e una riflessione in qualcosa che potesse essere raccontato in seguito. Non gli dispiaceva il cambiamento ma gli dava fastidio la disinvoltura con cui il presente si installava sulle rovine del passato, senza neppure sentire il bisogno di chiedere scusa.

«È cambiato tutto», disse.

Gambero si guardò attorno, poi tornò al proprio bicchiere, nel quale non c'era nulla che potesse mettere a repentaglio la lucidità dei suoi giudizi.

«Meno male. Se fosse rimasto tutto come allora, saremmo ancora qui a respirare nicotina, con Ringo pronto a staccarci un polpaccio e Brunelli impegnato a spiegarci che il morso era una forma di selezione naturale.»

Giffoni sorrise. Brunelli, anche in sua assenza, continuava a offrire un materiale narrativo di qualità superiore.

«Non parlavo soltanto del locale. Parlavo anche di noi.»

«Ah, certo. Anche noi siamo cambiati: basta guardarci i capelli.»

Entrambi avevano conservato la chioma, fatto che Giffoni considerava una delle poche concessioni non del tutto sgradevoli ricevute dal destino. Il colore, però, era mutato progressivamente, passando dalle tonalità originarie a un grigio che non aveva più nulla di episodico e cominciava ad assumere il carattere di una scelta definitiva. Il tempo non li aveva privati dei capelli: si era limitato a rivederne la politica cromatica, senza consultare gli interessati e senza concedere loro il diritto di veto.

«Siamo ingrigiti», precisò Giffoni. «Che è diverso dal diventare vecchi.»

«È una distinzione che ti fa comodo.»

«È una distinzione fondata: l'ingrigimento è un fenomeno estetico, la vecchiaia è una condizione esistenziale.»

«E tu, naturalmente, sei nella prima categoria.»

«Io sono in una fase di transizione.»

«Da quarant'anni?»

«Le transizioni storiche possono essere lunghe.»

Gambero rise. Giffoni aveva questa capacità: anche quando cercava di difendere una posizione indifendibile, riusciva a farlo con un linguaggio sufficientemente articolato da rendere sconveniente interromperlo prima della conclusione. Era un talento che, da giovane, gli aveva procurato qualche vantaggio nelle discussioni e da meno giovane parecchi svantaggi nelle situazioni in cui sarebbe stato più prudente tacere.

Per qualche minuto parlarono di persone che non frequentavano più il locale, di quelle che non c'erano più e di altre che, pur essendo ancora in circolazione, sembravano essersi ritirate in una dimensione parallela, dove il tempo procedeva secondo regole diverse. Recuperarono episodi, ricostruirono circostanze, si corressero a vicenda su date e particolari, con Giffoni che ricordava una quantità spropositata di dettagli e Gambero che, pur apprezzandone la precisione, si divertiva ogni tanto a contestare l'importanza che l'amico attribuiva a fatti che, all'epoca, non avrebbero meritato neppure una nota a piè di pagina.

«La cosa incredibile», disse Gambero, «è che tu ricordi ancora tutto. Una data, una frase, un'espressione, persino chi si trovava in un angolo della stanza mentre succedeva qualcosa che non interessava a nessuno. A volte mi domando se tu abbia vissuto quegli anni o se abbia passato il tempo a prendere appunti.»

«Ricordare non significa essere rimasti fermi.»

«No. Ma può diventare un modo elegante per non muoversi.»

Giffoni lo guardò. La conversazione stava prendendo quella piega che conosceva bene: Gambero, apparentemente disposto ad assecondarlo, stava preparando un'obiezione che avrebbe costretto entrambi a spostarsi dal terreno degli aneddoti a quello, assai più scivoloso, delle idee.

«I ricordi», disse Giffoni, «sono qualcosa che ci appartiene. Non sono fotografie che consultiamo per passare il tempo. Vivono dentro di noi, si modificano, si intrecciano con quello che siamo diventati e quando l'orizzonte comincia a restringersi, quando ti accorgi che le possibilità non sono più infinite e che alcune porte si sono chiuse definitivamente, avere un passato al quale attingere non è necessariamente un difetto. Può essere una risorsa.»

Gambero ascoltò senza interromperlo. Non disprezzava i ricordi e non aveva nessuna intenzione di rinnegare ciò che avevano vissuto. Sapeva benissimo che una parte consistente di quello che erano diventati affondava le radici in quei pomeriggi, nelle amicizie, nelle sciocchezze, nelle rivalità e persino nelle umiliazioni che allora sembravano insopportabili e che, rilette a distanza di quarant'anni, avevano assunto la dignità comica degli incidenti di percorso.

Il suo timore era un altro: che Giffoni finisse per trasformare la memoria in una specie di rifugio permanente, arredato con cura e dotato di tutti i comfort, nel quale ritirarsi ogni volta che il presente si mostrava meno interessante del previsto.

«Il passato ci appartiene», concesse. «Ma appartiene anche a un tempo che abbiamo perso. Non possiamo continuare a frequentarlo come se fosse ancora disponibile, con gli stessi personaggi, le stesse possibilità e gli stessi finali alternativi che ci inventiamo adesso. Quello che è stato è stato. Possiamo ricordarlo, certo, ma se passiamo il tempo a guardare quello che non c'è più rischiamo di non vedere quello che, pur con tutti i suoi limiti, potrebbe ancora arrivare.»

«Se l'orizzonte si restringesse davvero? Se le occasioni diminuissero, se certe esperienze non fossero più alla nostra portata, se il futuro cominciasse a somigliare a una strada che conosciamo già e sulla quale non ci aspettano grandi sorprese?»

«Allora sarebbe ancora più importante non confondere ciò che ci resta con ciò che abbiamo perduto.»

Giffoni abbassò gli occhi sul bicchiere. Non era una risposta che potesse liquidare con una battuta, e questo lo irritava moderatamente. Aveva sempre considerato il ricordo una forma di resistenza alla scomparsa: non la pretesa infantile di riportare indietro il tempo, ma il tentativo di impedire che tutto ciò che era accaduto finisse per dissolversi nell'indistinto. Le persone, i luoghi, persino le sciocchezze acquistavano con il passare degli anni un significato diverso, non necessariamente più nobile, ma più difficile da ignorare.

«Non voglio tornare indietro», disse. «Voglio soltanto che quello che abbiamo vissuto continui ad avere un posto. Se dimentico da dove vengo, rischio di non capire nemmeno dove sto andando.»

«Su questo sono d'accordo, ma stai attento a non leggerla come una  frase consolatoria da "Baci Perugina": sapere da dove vieni non significa doverci tornare ogni volta che non sai dove andare.»

Giffoni rimase in silenzio. Gli sarebbe piaciuto trovare un'obiezione efficace, magari una distinzione sottile tra memoria e rimpianto, oppure una citazione che mettesse Gambero nella condizione di dover ammettere che il ragionamento era meno semplice di quanto sembrasse, ma l'amico aveva centrato il punto, e insistere sarebbe stato un esercizio di vanità intellettuale, attività nella quale Giffoni aveva maturato una discreta esperienza e dalla quale, almeno in teoria, avrebbe voluto e dovuto cominciare a ritirarsi.

«D'accordo», disse infine. «Restiamo ancorati alla realtà.»

«Possibilmente senza trascinarci dietro tutta la mobilia del passato, però!»

«Non esagerare. La nostalgia, ogni tanto, è un lusso che ci si può concedere.»

«Purché sia ogni tanto.»

Giffoni sollevò il bicchiere.

«Come un buon rhum invecchiato. Non puoi berlo tutte le sere, ma guai se non ne avessi una bottiglia da qualche parte. Ci sono momenti in cui serve qualcosa che abbia saputo aspettare.»

Gambero lo fissò con un'espressione di cortese perplessità.

«Parla per te. Io non bevo alcolici.»

Giffoni si fermò, il bicchiere ancora sollevato.

«Lo so.»

«E allora?»

«Allora sei a posto. Ti sei ingrigito senza bisogno di bere.»

Si guardarono con il sorriso di chi aveva trovato un punto di equilibrio senza bisogno di raggiungere un accordo. In fondo, era sempre stato così: Giffoni cercava di ricondurre le cose a un significato, Gambero ricordava che le cose potevano anche essere lasciate al loro posto. Nessuno dei due aveva ragione su tutto, e forse era proprio questo a rendere possibile una discussione durata quarant'anni senza che l'amicizia ne uscisse definitivamente compromessa.

«Comunque», disse Gambero, tornando a guardare la partita sugli schermi, «c'è una cosa sulla quale possiamo essere d'accordo senza bisogno di discutere.»

«Sentiamo.»

«Se qui fossero arrivati Brunelli e Remfutti, questa conversazione non sarebbe mai cominciata.»

Giffoni rise. Non c'era bisogno di aggiungere molto. Brunelli avrebbe liquidato ogni riflessione sul tempo con una battuta sulla propria invincibile giovinezza, salvo poi dimostrare, nel giro di pochi minuti, che la sua idea di giovinezza consisteva soprattutto nel considerare ogni divieto un invito personale alla trasgressione. Remfutti, dal canto suo, avrebbe prima sostenuto la tesi di Giffoni, poi quella di Gambero e infine una terza, incompatibile con entrambe, non per convinzione ma per l'insopprimibile esigenza di impedire agli altri di godersi il raro privilegio di essere d'accordo.

«E se fosse arrivato lo Smilzo?» domandò Gambero.

A quel punto non ci fu bisogno di consultare la memoria. La voce sembrò materializzarsi da sola, con quella capacità di attraversare il tempo senza perdere un decibel, la vocale finale già proiettata verso un'uscita che nessuno aveva ancora visto.

Avete rotto i coglioooni! Ariaaaa!

I due scoppiarono a ridere. Risero più del necessario, o forse esattamente quanto era necessario dopo una conversazione che aveva rischiato di trasformare una bevuta in un convegno sulla fenomenologia del tempo. E in quella risata, improvvisa e familiare, accadde qualcosa che nessuna argomentazione avrebbe saputo produrre: per un istante i quarant'anni trascorsi non scomparvero, ma persero il diritto di essere considerati la cosa più importante.

Giffoni e Gambero erano ancora lì, con i capelli ingrigiti, le facce segnate e una maggiore esperienza nel riconoscere le complicazioni inutili. Erano cambiati, certo. Avevano accumulato rinunce, soddisfazioni, delusioni, convinzioni abbandonate e altre che resistevano inspiegabilmente a ogni tentativo di revisione, ma bastava una voce ricordata, una vecchia battuta, il nome di Brunelli o l'evocazione di Remfutti perché riaffiorasse qualcosa che non aveva bisogno di essere ricostruito.

Si alzarono, pagarono e si avviarono verso l'uscita. I Birilli rimasero alle loro spalle, luminosi e moderni, con i megaschermi accesi e una clientela che non poteva sapere quanta storia fosse passata fra quelle pareti. Sulla porta si abbracciarono con una certa goffaggine, quella degli uomini che hanno imparato a vivere l'affetto senza sentirsi obbligati a commentarlo.

Si separarono prendendo temporaneamente direzioni diverse, ciascuno verso la propria vita, che non era finita e non doveva essere considerata tale soltanto perché certe possibilità si erano chiuse e altre avevano cominciato a presentarsi con minore frequenza.

Il tempo aveva cambiato il locale, aveva cambiato loro e aveva cambiato persino il modo in cui il mondo si prendeva gioco degli esseri umani. Il metabolismo rallentato aveva depositato riserve inutili sui fianchi, le abitudini si erano trasformate, le vecchie certezze avevano ceduto il posto a dubbi più sofisticati, ma nel contempo persisteva, in modo discreto e resistente, anche il deposito di esperienze, affetti, errori e complicità che continuava ad agire dentro di loro anche quando non se ne accorgevano.

Bastava una voce, una battuta, un «Ariaaaa!» al momento giusto, e scoprivano che la maturità era rimasta soprattutto un’aspirazione.

lunedì 12 ottobre 2026

LORO GIOCAVANO IN CASA

Il Prater apparve a Giffoni e compagni come uno di quei luoghi nei quali la libertà sembra essere stata inventata apposta per consentire agli adolescenti di abusarne: dopo giornate trascorse fra palazzi imperiali, musei e spiegazioni storiche che si erano depositate nella memoria con la stessa efficacia delle comunicazioni ferroviarie, l'immensità del parco viennese offriva finalmente uno spazio nel quale non era necessario fingere interesse per le vicende degli Asburgo.

Il cielo era leggrmente velato, il prato si stendeva in una distesa verde e, in lontananza, lo stadio che sarebbe diventato celebre con il nome di Ernst Happel ricordava che Vienna non era soltanto la città di Mozart, delle carrozze e delle pasticcerie, ma anche un luogo nel quale il calcio aveva scritto alcune delle sue pagine più importanti.

Brunelli, Giffoni, Remfutti, Conte e Tauro non avevano bisogno di ulteriori sollecitazioni, bastò che comparisse un pallone perché il programma culturale della giornata perdesse ogni residua capacità di attrazione.

La partita nacque senza una decisione formale, come accadeva quando un gruppo di ragazzi disponeva di un pallone, di un prato e di una quantità di tempo che non sapeva come impiegare. Qualcuno cominciò a palleggiare, qualcun altro si unì e in pochi minuti si formò una squadra improvvisata, con le giacche buttate a terra a delimitare le porte e le linee del campo stabilite attraverso un accordo verbale che nessuno avrebbe saputo ricostruire al termine dell'incontro.

Gli avversari erano alcuni ragazzi austriaci che giocavano con una tranquillità sospetta e si scambiavano il pallone senza urlare, muovendosi negli spazi con una naturalezza che sembrava quasi una provocazione, senza manifestare alcuna particolare soggezione nei confronti dei nuovi, boriosi, arrivati che avevano chiesto di poter giocare assieme a loro.

Fu Brunelli a interpretare quella serenità come un segno di debolezza.

«Dai, facciamogli vedere come giocano i campioni del mondo.»

L'Italia aveva conquistato il titolo mondiale in Spagna meno di due anni prima. La vittoria di Bearzot, Rossi, Tardelli e degli altri azzurri aveva lasciato un'impronta profonda nell'immaginario collettivo, trasformando una squadra inizialmente guardata con diffidenza in un simbolo di riscatto nazionale e per Giffoni e compagni, quel trionfo era diventato una sorta di patente di superiorità, un titolo che poteva essere esibito in qualsiasi circostanza senza necessità di ulteriori verifiche.

Brunelli, in particolare, riteneva che la vittoria mondiale significasse che in ogni italiano erano incarnate le virtù di Scirea, Gentile e Cabrini e ciò li autorizzasse a considerarsi superiori in ogni confronto calcistico, tanto più  quelli disputati da adolescenti su un prato viennese con due giacche come pali.

Gli austriaci accettarono la sfida con un cenno del capo.

Non ci furono inni nazionali, strette di mano solenni o dichiarazioni alla stampa: il pallone venne semplicmente messo al centro e la partita cominciò.

Nei primi minuti l'entusiasmo italiano compensò almeno in parte le carenze tecniche. I ragazzi correvano molto, parlavano ancora di più e interpretavano ogni contrasto come un episodio decisivo nella storia dello sport europeo. Brunelli entrava duro, Tauro cercava di dare un minimo di ordine a una squadra che sembrava aver concepito la tattica come un ostacolo alla spontaneità, Conte si muoveva con prudenza e Remfutti cambiava posizione ogni volta che qualcuno gli chiedeva di occupare una zona precisa del campo.

Giffoni si era sistemato in avanti, convinto che le proprie qualità offensive potessero esprimersi meglio lontano dalle fatiche meno gratificanti della manovra. Aveva sviluppato una concezione del calcio nella quale la comprensione del gioco rappresentava un requisito almeno altrettanto importante della corsa e, di conseguenza, riteneva ragionevole riservarsi il diritto di intervenire nei momenti decisivi senza essere costretto a partecipare a tutte le fasi intermedie.

Gli austriaci, purtroppo, non sembravano condividere questa interpretazione.

Il primo gol arrivò al termine di un'azione semplice: un passaggio in profondità, un movimento rapido, un tiro preciso e il pallone finì tra le due giacche che delimitavano la porta italiana.

Per qualche secondo i friulani rimasero immobili, come se il risultato fosse stato comunicato in una lingua sconosciuta e poi iniziarono ad incolparsi a vicenda, rimpallandosi le responsabilità mentre gli austriaci non sembrarono interessati ad approfondire la questione: si limitarono a recuperare il pallone e a rimetterlo a centro campo.

La reazione italiana, tuttavia, fu migliore del previsto. Tauro recuperò una palla a centrocampo, si liberò di un avversario con una spallata e avanzò fino a trovare un varco. Il suo passaggio attraversò la difesa austriaca e raggiunse Giffoni, che si ritrovò davanti alla porta praticamente vuota.

Il gol fu semplice, quasi elementare: uno di quei gol che nella memoria di chi li segna assumono proporzioni epiche e nella realtà non richiedono altro che il piede giusto nel posto giusto.

Giffoni appoggiò il pallone in rete.

Uno a uno.

Per qualche istante il mondo tornò al proprio posto, Brunelli si batté una mano sul petto, Tauro ricevette congratulazioni come se avesse appena inventato il passaggio filtrante e Giffoni si concesse un'espressione di composta soddisfazione, quella di chi considera il gol una conseguenza logica di un'intuizione tattica maturata da tempo.

Remfutti si avvicinò al gruppo per sostenere che il merito fosse soprattutto suo, anche se nessuno riusciva a capire quale fosse stato il suo contributo.

«Ecco», disse Brunelli. «Adesso vediamo se hanno capito con chi hanno a che fare », mentre agitava il braccio in segno di sfida verso gli avversari.

Gli austriaci non risposero. Si limitarono ancora una volta a rimettere il pallone al centro.

Da quel momento la partita smise di essere una competizione e diventò una lezione, sebbene nessuno degli italiani fosse disposto a riconoscere di trovarsi in un'aula.

Gli avversari accelerarono appena, quanto bastava per rendere evidente la differenza: il pallone circolava da un piede all'altro con una precisione che non lasciava spazio alle iniziative individuali, mentre i friulani correvano dietro agli avversari come i personaggi di un inseguimento cinematografico girato con un budget insufficiente e una sceneggiatura ancora incompleta.

Ogni volta che un italiano tentava di recuperare il pallone, questo era già passato a un compagno e ogni volta che Brunelli provava a fermare un avversario con un intervento deciso, l'austriaco aveva già cambiato direzione, lasciandolo a riflettere sulla propria posizione nel sistema solare.

Il secondo gol arrivò al termine di un'azione rapida. Il terzo fu il risultato di una distrazione collettiva. Il quarto, quando Brunelli aveva ormai cominciato a discutere con chiunque gli capitasse a tiro, sembrò quasi una forma di cortesia: gli austriaci avrebbero potuto segnare con maggiore facilità, ma non avevano alcuna necessità di umiliare gli avversari oltre quanto il punteggio già consentisse.

Il quinto mise fine alle residue speranze italiane, se mai fossero ancora esistite.

Cinque a uno.

Giffoni guardò il campo, poi lo stadio in lontananza, quindi le proprie scarpe. Cercò di individuare il momento esatto in cui la partita aveva smesso di essere alla portata, ma la ricerca si rivelò complicata: a giudicare da quanto era accaduto, la partita non era mai stata alla loro portata.

Brunelli, invece, non aveva alcuna intenzione di arrendersi all'evidenza: per lui perdere era un fatto accettabile soltanto quando accompagnato da circostanze eccezionali, arbitraggi scandalosi o avversari che avessero commesso qualche irregolarità. Perdere perché gli altri giocavano meglio era un'eventualità che non aveva mai preso seriamente in considerazione.

Decise pertanto di correggere il risultato con i mezzi che ancora gli rimanevano.

Cominciò a entrare sulle caviglie degli austriaci con una determinazione che sarebbe stata ammirevole se applicata a un'attività meno autolesionistica. Non potendo recuperare il pallone, cercava di recuperare almeno la reputazione, colpendo gli avversari nei punti in cui la superiorità tecnica risultava meno utile a evitare un calcio.

"Facciamogliela vedere a questi crucchi di merda!"

Gli austriaci, fino a quel momento sportivi e indifferenti alle provocazioni, cominciarono a perdere la pazienza: uno si fermò davanti a Brunelli e gli disse qualcosa che nessuno dei friulani comprese, ma il tono non lasciava dubbi sul significato generale. Un altro si avvicinò con le mani sui fianchi proferendo uno "Scheiß Italiener" limpido anche per le loro approssimative conoscenze della lingua di Hans Krankl ed Herbert Prohaska. Tauro e Giffoni tentarono di intervenire per allontanare Brunelli, mentre Remfutti, che aveva passato buona parte della partita a evitare il pallone, si dichiarò improvvisamente disposto a difendere l'onore della squadra.

«Lasciatelo, lasciatelo che gli faccia vedere che non abbiamo paura», disse. «E se avessimo giocato sul serio…»

La situazione stava per precipitare , in lontananza, comparvero i professori. Camminavano lungo il viale con l'aria serena di chi ritiene che gli studenti stiano vivendo un'esperienza educativa e non abbia ancora ricevuto notizia del contrario.

Fu sufficiente.

I friulani abbandonarono il campo con una rapidità che, se avessero dimostrato la stessa efficacia durante la partita, avrebbe probabilmente modificato il risultato. Brunelli fu l'ultimo a lasciare il prato, continuando a protestare contro un avversario che non sembrava più interessato a inseguirlo. Giffoni recuperò la giacca, Tauro cercò di rimettere ordine nelle proprie cose e Conte si guardò alle spalle per assicurarsi che nessuno li stesse seguendo.

Remfutti, naturalmente, riuscì a trasformare anche la fuga in un'occasione per sostenere che, a ben vedere, non erano stati sconfitti.

«Una partita del genere non conta, loro giocavano in casa.»

Raggiunsero il gruppo dei compagni senza che nessuno chiedesse spiegazioni. I professori continuarono la visita, ignari di quanto fosse accaduto oppure, più probabilmente, convinti che fosse preferibile non approfondire. Il prato e quel cinque a uno avrebbero potuto insegnare qualcosa, se soltanto i protagonisti fossero stati disposti a imparare.

Brunelli, naturalmente, non ammise mai la sconfitta, Giffoni la considerò un caso interessante di sproporzione fra aspettative e risultati mentre Remfutti sostenne che, in fondo, gli austriaci non avevano dimostrato niente.

E così, al termine di quella giornata viennese, i "campioni del mondo" tornarono alla loro vita con la certezza di aver subito un torto che nessuno era ancora riuscito a individuare, un po' come gli azzurri di Bearzot nel calvario verso Mexico City dopo il trionfo di Madrid.


PAX ROMANA SENZA COLLETTA

La classe era partita per Vienna con un programma culturale sufficientemente ambizioso da soddisfare il collegio dei docenti e sufficientemente vago da consentire agli studenti di ignorarne buona parte senza sentirsi in colpa. Musei, palazzi imperiali, testimonianze della grandezza asburgica e qualche inevitabile incursione nella musica classica costituivano la cornice ufficiale di un viaggio che, per i ragazzi, aveva tutt'altra finalità: emanciparsi temporaneamente dalla famiglia, dormire fuori casa, fumare senza doversi rifugiare dietro la palestra o nascondersi nei bagni maleodoranti della scuola. 

Brunelli, Giffoni, Remfutti, Conte e Tauro avevano affrontato la partenza con l'eterogeneità d'intenti che caratterizza ogni comitiva scolastica, nella quale convivono, senza apparenti contraddizioni, il desiderio di avventura, la paura di annoiarsi, l'aspirazione alla trasgressione e la segreta speranza che qualcuno si assuma la responsabilità di organizzare tutto.

Brunelli, juventino militante e convinto che il mondo fosse sostanzialmente diviso fra chi riconosceva la superiorità della Juventus e chi non aveva ancora raggiunto un sufficiente livello di consapevolezza, si era portato dietro una quantità di certezze superiore a quella consentita dal bagaglio. Giffoni, già incline a trasformare qualsiasi circostanza in un'occasione di riflessione, aveva preparato il viaggio con una guida turistica e un taccuino, strumenti che gli avrebbero permesso di distinguersi dagli altri anche nell'eventualità, tutt'altro che remota, che nessuno gli chiedesse un'opinione. Remfutti non aveva preparato nulla, ma non ne sentiva la necessità: possedeva il talento naturale di chi riesce a intervenire in qualsiasi discussione senza sapere esattamente di cosa si stia parlando e, soprattutto, senza lasciarsi condizionare dall'eventuale scoperta di avere torto.

Il Park Hotel Schönbrunn li accolse con la compostezza di un albergo che non aveva evidentemente previsto di dover ospitare una delegazione di adolescenti friulani. Gli ambienti eleganti, i pavimenti lucidi, le poltrone profonde e il personale dall'espressione imperturbabile suggerivano un mondo nel quale ogni cosa aveva un posto preciso e ogni ospite era tenuto a comportarsi come se sapesse perché si trovasse lì.

I ragazzi entrarono trascinando le valigie, urtandosi, chiamandosi da una parte all'altra dell'atrio e commentando a voce alta qualsiasi particolare attirasse la loro attenzione. L'effetto complessivo era quello di una scolaresca che, dopo aver attraversato il confine geografico, non aveva ancora superato quello fra la civiltà e il cortile di casa.

Fu davanti alla reception che incontrarono i romani.

Erano una comitiva della stessa età, arrivata da qualche giorno, e occupavano una porzione dell'atrio con la disinvoltura di chi considera l'ambiente circostante una naturale estensione della propria personalità. Parlottavano in gruppo, si interrompevano, ridevano fragorosamente e gesticolavano con una tale abbondanza da far sembrare ogni frase una discussione parlamentare destinata a degenerare prima del voto.

Uno di loro, un ragazzo robusto con una giacca di jeans, si avvicinò ai friulani.

«Aò, regà, ma voi da do' venite?»

«Da Udine», rispose Giffoni, senza immaginare che una semplice indicazione geografica potesse diventare il casus belli di un conflitto internazionale.

Il romano si voltò verso un compagno e chiese urlando.

«UDDine? Ma do' cazzo sta' Uddine?»

L'altro si grattò la testa, consultando una geografia mentale nella quale Roma occupava una posizione centrale e il resto del mondo si disponeva secondo una gerarchia di prossimità, utilità e notorietà calcistica.

«A' sta sur confine, vicino alla Jugoslavia. Questi so' slavi.»

La risposta sarebbe potuta passare senza conseguenze, se non fosse intervenuto Brunelli, che aveva un rapporto con le provocazioni paragonabile a quello di un cane da guardia con il campanello: non riusciva a ignorarle, anche quando sarebbe stato più conveniente farlo.

«Che cazzo volete voi? Terroni bastardi!»

Giffoni si voltò di scatto. Per un istante gli sembrò di aver assistito a un fenomeno fisico inspiegabile: un ragazzo che fino a quel momento non aveva mostrato alcun interesse per la geografia aveva appena dichiarato guerra a una regione intera, senza che nessuno gli avesse chiesto di farlo.

I romani, però, non erano il genere di persone disposte a lasciar cadere una provocazione per salvaguardare il decoro di un albergo austriaco. Nel giro di pochi minuti si raccolsero attorno ai friulani, trasformando l'atrio nella curva sud dell'Olimpico e un ragazzo con una sciarpa giallorossa annodata sulla testa si fece largo tra i compagni, impugnando per il collo una bottiglia di birra vuota.

«A chi, aò, terroni bastardi? A chi l'hai detto?»

Brunelli fece un passo avanti. Tauro si irrigidì, Conte cominciò a valutare le distanze con l'attenzione di un uomo che vorrebbe trovarsi altrove ma non intende ammetterlo, mentre Giffoni cercava una soluzione diplomatica che non comportasse il coinvolgimento della polizia austriaca e, possibilmente, neppure quello dei professori.

Remfutti, dal canto suo, aveva finalmente trovato un argomento sul quale poteva esprimersi senza il rischio di essere interrogato. Sostenne dapprima che Brunelli avesse fatto bene a rispondere, poi insinuò che i romani avessero provocato per primi e, quando si accorse che i friulani erano in minoranza, cominciò a spiegare che forse era stato un errore insultarli.

«Comunque, se devo essere sincero, il problema è che voi reagite subito», disse a un romano che gli si era avvicinato minacciosamente.

«Ma come, prima ce insulti e poi ce dici che reagimo noi?»

«Io non ho insultato nessuno.»

«Aò, ma ce fai o ce sei?»

La discussione era ormai sul punto di trasformarsi in una rissa vera, quando una ragazza romana si staccò dal gruppo e si mise davanti al ragazzo con la bottiglia.

«Aò, ma che state a fa'? Ma siete scemi?»

Il tono non era quello di chi desiderasse partecipare alla contesa, ma di chi si fosse stancato di assistere a una rappresentazione talmente mediocre da non riuscire più a tollerarne la recita.

«Ma guardateve! Semo venuti a Vienna, mica a fa' la guera! Questi so' italiani come noi. So' venuti a vedesse i musei, i palazzi, quello che ve pare… e voi state qua a fa' i coatti perché uno viene da Udine e l'altro da Roma? Ma ve rendete conto de quanto siete ridicoli?»

Il ragazzo con la bottiglia tentò di intervenire, ma lei non gli lasciò il tempo.

«E poi che figura ce facciamo? Quelli ce guardeno e penseno che appena usciamo dall'Italia ce menamo pure tra de noi. Ma nun ve vergognate manco un po'?»

La forza del discorso non stava nella sua originalità, né nella particolare profondità delle argomentazioni: stava nel fatto che qualcuno, finalmente, aveva pronunciato ad alta voce l'ovvietà che tutti gli altri avevano accuratamente evitato: stavano rischiando di picchiarsi in un albergo viennese per una frase pronunciata da un ragazzo che non sapeva nemmeno perché l'avesse detta.

Giffoni, che aveva già cominciato a costruire mentalmente una riflessione sull'identità nazionale e sul modo di spiegare come le vicende dolorose del confine orientale rendevano particolarmente sgradevole la loro attribuzione etnica al mondo slavo, si accorse che la ragazza aveva risolto la questione con una semplicità che rendeva superflua qualsiasi citazione filosofica, sociologica o storica.

Remfutti, tuttavia, non era disposto a lasciare che la ragione avesse l'ultima parola senza tentare almeno un'ultima provocazione.

«Sì, però tecnicamente anche loro…»

La ragazza gli si voltò contro.

«Tu stai zitto, a bello. Che manco sai perché state a litiga'.»

Remfutti rimase interdetto. Non era abituato a essere escluso da una discussione, soprattutto quando non aveva ancora avuto il tempo di modificarne il corso e per qualche secondo cercò un'espressione che gli consentisse di conservare almeno l'apparenza della dignità, poi rinunciò e si limitò a guardare gli altri con un sorriso ambiguo, come se la propria espulsione dal dibattito fosse stata una scelta strategica.

Il ragazzo con la bottiglia abbassò il braccio mentre Brunelli si grattò la nuca, cercando una via d'uscita che non somigliasse troppo a una ritirata. Giffoni colse l'occasione.

«Vabbè, dai. Ha ragione. È una cazzata.»

Era una frase poco solenne, ma aveva il vantaggio di non richiedere ulteriori spiegazioni. Qualcuno rise, un altro propose di andare a bere qualcosa e la tensione cominciò a sciogliersi con la rapidità con cui si era formata. La bottiglia finì in un cestino, gli insulti lasciarono il posto alle battute e, prima che il personale dell'albergo potesse decidere se chiamare la direzione o direttamente le autorità, la rissa era stata sostituita da una conversazione.

La pace, come spesso accade fra gli adolescenti, trovò nel calcio un terreno più solido di qualsiasi appello alla fratellanza.

I romani erano euforici per la stagione della loro squadra e per la possibilità di conquistare la Coppa dei Campioni e ne parlavano con la convinzione di chi sente avvicinarsi un appuntamento con la storia e considera ogni scetticismo una forma di lesa maestà. Giffoni, che non aveva alcuna intenzione di lasciare ai nuovi amici il monopolio dell'entusiasmo, ricordò loro che l'Udinese di Zico aveva già battuto la Roma nella prima parte della stagione.

La conversazione si trasformò immediatamente in un confronto sulle rispettive squadre, sulle possibilità europee, sugli allenatori e sulle presunte ingiustizie arbitrali. Brunelli attese il momento opportuno per intervenire e ristabilire quella che considerava la gerarchia naturale del calcio italiano.

«Comunque, al di là di Udinese e Roma, la Juventus vi mangia tutti.»

I romani protestarono, Giffoni riprese a difendere l'Udinese, Brunelli rincarò la dose affermando che Zico e Falcao non erano degni neppure di portare la borsa a Le Roi Michel Platini con l'effetto di riaccendere gli animi, portandoli dritti dritti verso un altro principio di rissa.

Remfutti, anche lui juventino marcio, ma considerato che Brunelli non solo era rimasto isolato contro i romani ma si era alienato anche il supporto dei compagni non juventini, a modo suo cercò di far scendere la tensione.

«In effetti, la Juve è sopravvalutata. La Roma, invece, quest'anno può vincere tutto.»

«Ma fino a cinque minuti fa dicevi che la Roma non avrebbe combinato niente», gli fece notare Brunelli.

«Appunto. Cinque minuti fa. Il calcio cambia.»

La ragazza scosse la testa.

«Mamma mia, ma voi nun state bene. Ve siete appena riconciliati e già ricominciate?»

Nessuno le rispose. Non perché avesse torto, ma perché ormai la discussione era diventata un piacere in sé, un modo di misurare le distanze senza doverle necessariamente colmare. Si scambiarono indirizzi, promesse di rivedersi e qualche ultima battuta sulle rispettive squadre. Quando si salutarono, avevano ormai superato la diffidenza iniziale e scoperto che un'amicizia poteva nascere anche fra persone che continuavano a considerare stupide le opinioni calcistiche degli altri.

Il giorno della partenza, però, quella solidarietà appena conquistata fu sottoposta a una prova meno teorica.

I romani avevano ricevuto dalla direzione del Park Hotel Schönbrunn una fattura per danni di entità considerevole. La somma, a loro dire, era sproporzionata rispetto alle disponibilità economiche di una comitiva scolastica e rischiava di trasformare il rientro in patria in una lunga sequenza di telefonate, spiegazioni, rimproveri familiari e magari pure l'intervento del consolato italiano per sbloccare la situazione.

I dettagli emersero con una certa riluttanza, come accade quando chi racconta una storia sa benissimo che la propria versione dei fatti non è destinata a migliorare con l'aggiunta di particolari: alcune sedie e poltrone erano state private delle gambe, gli estintori dei corridoi erano stati utilizzati nelle camere come una sorta di spray antizanzare, con risultati che avevano trasformato gli ambienti in scenari compatibili più con un incidente industriale che con una vacanza scolastica. Altri episodi, riferiti in maniera confusa, lasciavano intendere che il personale dell'albergo avesse avuto ragioni più che sufficienti per perdere la propria proverbiale compostezza.

La direzione, evidentemente poco sensibile alla creatività adolescenziale, aveva presentato il conto.

I romani avevano pensato a una colletta e, considerando i rapporti ormai consolidati con i friulani, ritenevano che una richiesta di aiuto fosse non soltanto legittima, ma persino naturale.

«Aò, regà, nun è che ce date una mano? La cifra è grossa. Se mettemo tutti qualcosa, magari riusciamo a sistemà la faccenda.»

Giffoni ascoltò con attenzione. La richiesta possedeva una sua logica sentimentale, ma presentava alcune criticità sotto il profilo della responsabilità personale. I friulani non avevano danneggiato l'albergo, non avevano partecipato alle imprese notturne e non avevano alcuna ragione di assumersi una quota di un debito che non li riguardava.

Brunelli fu più rapido.

«No.»

Lo disse con la stessa fermezza con cui avrebbe respinto l'idea sulla validità del gol di Turone.

«Ma come, a Brunè? Dopo tutto quello che è successo?», protestò uno dei romani.

«Proprio perché è successo. Noi non c'entriamo niente: le sedie non le abbiamo rotte noi, gli estintori non li abbiamo usati noi e non abbiamo tolto le gambe alle poltrone.»

Giffoni cercò di rendere la risposta meno brutale, riconoscendo la difficoltà della situazione ma spiegando che la solidarietà non poteva trasformarsi nell'assunzione collettiva di responsabilità per fatti commessi da altri. Tauro annuì, Conte si dichiarò d'accordo e Brunelli mantenne la propria posizione con la serenità di chi non teme di perdere un'amicizia per una questione di principio, soprattutto quando il principio coincide con il risparmio.

Remfutti, che fino a quel momento aveva osservato la scena senza prendere posizione, decise di intervenire proprio quando la discussione sembrava conclusa.

«Comunque, secondo me, l'albergo esagera. Se uno rompe una sedia, perché deve pagare tutta la sedia? E poi, se le gambe le hanno tolte, magari le sedie erano già difettose.»

I romani lo fissarono.

«Aò, ma tu ce stai a prende per culo?»

«No, sto dicendo che bisogna valutare tutte le ipotesi.»

«E allora metti qualcosa.»

«Eh, no. Questo è un altro discorso.»

La trattativa si concluse senza ulteriori incidenti. I romani avrebbero dovuto affrontare il conto da soli, mentre i friulani avrebbero conservato il ricordo di un'amicizia nata in circostanze improbabili e conclusa, almeno per quella mattina, davanti a una richiesta di denaro.




Post in evidenza

NOTTI MAGICHE ANTE LITTERAM

25 giugno 1983 – Arrivo al campo mezz’ora prima del fischio d’inizio, di corsa dopo essere riuscito a fuggire da una riunione familiare ...