Per due stagioni consecutive, i nostri si erano persino abbonati insieme in curva Sud, beneficiando della disponibilità e della passione calcistica del padre di Romano, che si incaricava di trasportare l'intera comitiva in automobile fino allo stadio e di riportarla a casa al termine della partita.
C'era tuttavia un piccolo particolare che rendeva quella consuetudine piuttosto singolare.
Il padre di Romano, Romano, Giffoni e Leonardo erano tutti tifosi dell'Udinese. Remfutti, invece, era juventino. Non un semplice simpatizzante ma juventino marcio, di quelli che avrebbero preferito assistere alla demolizione del proprio condominio piuttosto che a una sconfitta della Juventus contro il Torino (o l'Udinese!).
Non si capiva, pertanto, per quale ragione avesse deciso di sottoscrivere un abbonamento all'Udinese e trascorrere le domeniche pomeriggio in mezzo a quattro persone che, per evidenti ragioni di appartenenza, avrebbero desiderato veder vincere la squadra friulana.
La cosa, peraltro, non era soltanto una questione di colori. Remfutti non dimostrava alcuna particolare simpatia per i bianconeri di casa e non perdeva anzi occasione per irriderli, sottolinearne le carenze, contestarne le ambizioni e, soprattutto, istituire paragoni con la Juventus, che in quegli anni poteva contare su Platini, Rossi, Tardelli e una quantità di altri argomenti sufficienti a rendere qualsiasi discussione calcistica piuttosto squilibrata in partenza.
Interpellato sulla questione, Remfutti aveva fornito una spiegazione che, almeno dal suo punto di vista, appariva inattaccabile.
La Juventus, infatti, quando veniva a giocare in Friuli, richiamava una quantità di spettatori tale da rendere praticamente impossibile procurarsi un biglietto senza trasformare la riuscita dell'operazione in una lotteria. All'epoca di Zico, peraltro, lo stadio Friuli era già ampiamente frequentato dagli abbonati, che occupavano più della metà dei posti disponibili. I biglietti popolari andavano esauriti in un amen, mentre rimanevano acquistabili, quando andava bene, quelli di tribuna centrale, il cui prezzo superava abbondantemente quello di un abbonamento ridotto per studenti in curva.
La scelta di abbonarsi all'Udinese, dunque, rispondeva a una precisa logica economica: Remfutti si garantiva il diritto di assistere alla partita con la Juventus senza dover affrontare i rischi enormi della caccia al biglietto, risparmiando contemporaneamente una somma che avrebbe potuto essere impiegata in attività più redditizie, come l'acquisto di figurine, dischi o altre necessità della sua esistenza.
A questo si aggiungeva la collocazione dell'abbonamento. La curva Sud era infatti quella destinata agli ospiti; la scelta della Sud era stata suggerita dal padre di Romano, che preferiva un settore meno gremito e sufficientemente lontano dalla curva occupata dagli ultras dell'Udinese, dove fumogeni, bandiere e manifestazioni di entusiasmo potevano rendere la visione della partita un'esperienza non sempre compatibile con la serenità di un padre di famiglia accompagnato da quattro adolescenti.
Naturalmente, la precauzione si rivelava meno efficace quando arrivavano i Fedayn della Roma o le Brigate Gialloblù veronesi, ma questo apparteneva a una diversa categoria di inconvenienti, rispetto ai quali la prudenza del genitore poteva fare ben poco.
Rimaneva comunque un elemento che Remfutti si era ben guardato dal dirlo apertis verbis, ma che probabilmente costituiva la ragione più autentica della sua scelta: assistere alle partite dell'Udinese in compagnia di quattro tifosi friulani, potendo commentare con distacco ed ironia ogni risultato negativo, ogni errore difensivo e ogni occasione mancata, rappresentava per lui un divertimento supplementare che nessun abbonamento alla Juventus avrebbe potuto garantirgli.
In sostanza, pagava per assistere alle partite e, contemporaneamente, per infastidire chi gli stava accanto. Una forma di intrattenimento a doppio ingresso, della quale aveva evidentemente sottovalutato le possibili conseguenze.
La situazione, già piuttosto precaria, si complicò ulteriormente quando l'Udinese, in vista della stagione 1983-84, decise di fare sul serio, acquistando nientemeno che Zico, campione brasiliano, fuoriclasse planetario e uomo che, almeno nelle intenzioni della società, avrebbe dovuto trasformare la squadra friulana in una protagonista del campionato.
L'arrivo di Zico aveva cambiato l'atmosfera dello stadio e, soprattutto, le aspettative dei tifosi. L'Udinese non era più soltanto la squadra da sostenere per appartenenza territoriale, ma una formazione che poteva permettersi finalmente di guardare negli occhi le grandi del campionato senza timore reverenziale.
Per Remfutti, invece, la presenza di Zico costituiva un fastidio aggiuntivo. Non perché ne disconoscesse le qualità tecniche, cosa che sarebbe stata difficile persino per lui, ma perché l'entusiasmo che circondava il brasiliano aveva finito per rendere ancora più frequenti le manifestazioni di orgoglio dei suoi compagni di curva.
Fu in quel periodo che, nella fila immediatamente sottostante a quella occupata dai nostri, comparve un personaggio destinato a entrare nella storia privata di quelle domeniche.
Era un uomo di mezza età, robusto, con una folta capigliatura rossa e un'espressione permanentemente accesa, come se fosse stato convocato allo stadio per risolvere una questione personale rimasta in sospeso con il mondo intero. Tifosissimo dell'Udinese, rumoroso e di carattere particolarmente adamantino, aveva una concezione piuttosto semplice della geografia calcistica: da una parte l'Udinese, dall'altra tutto ciò che non era Udinese, con una particolare avversione per la Juventus.
Gli Dei del calcio si erano divertiti ad assegnargli il suo posto esattamente sotto a quello di Remfutti.
Il Rosso, come sarebbe stato presto ribattezzato nella memoria della banda, aveva un modo di seguire la partita che non ammetteva distrazioni. Viveva ogni azione come un fatto personale, commentava gli arbitraggi con una competenza giuridica che avrebbe potuto mettere in difficoltà un collegio di Cassazione e accompagnava le occasioni da gol con una gamma di espressioni vocali che oscillavano tra il richiamo del pastore e il lamento di una sirena antiaerea.
Remfutti, naturalmente, lo aveva individuato quasi subito.
Mentre gli altri seguivano la partita, lui trascorreva buona parte del pomeriggio con la radiolina incollata all'orecchio, sintonizzato su Tutto il calcio minuto per minuto, in attesa di notizie provenienti dagli altri campi. Il suo interesse per le vicende dell'Udinese era subordinato a quello per la Juventus, e quando da Torino arrivava una notizia favorevole non riusciva a trattenersi.
«Pablito! Grande Rossi!»
Oppure:
«Tardelli! Ve lo sognate uno così!»
E, quando la radiolina annunciava una prodezza di Platini, la sua esultanza tendeva a spingersi verso un confine pericoloso.
Il Rosso, a quel punto, si voltava lentamente. Non diceva nulla. Lo fissava con uno sguardo che avrebbe potuto suggerire a un animale domestico di cambiare immediatamente quartiere.
Remfutti, che possedeva un istinto infallibile e un piacere innato per individuare il limite oltre il quale una provocazione avrebbe potuto diventare interessante, faceva finta di non accorgersi di nulla. Anzi, rincarava la dose, soprattutto quando l'Udinese subiva un gol.
«Comunque dietro siete messi malissimo. Alla Juve queste cose non succedono di sicuro».
Il Rosso stringeva le mascelle.
«Ma guarda che difesa da festa del vino!»
Il Rosso si voltava di nuovo.
«Se non ci fosse Zico, sareste da retrocessione».
A quel punto gli occhi del Rosso assumevano una luminosità che, in altri contesti, avrebbe potuto essere interpretata come un sintomo di grave alterazione della pressione sanguigna.
Per mesi la convivenza si era mantenuta entro i limiti di una conflittualità latente. Il padre di Romano, che occupava il ruolo di adulto responsabile della spedizione, aveva più volte invitato Remfutti a moderare il proprio comportamento, ricevendo in cambio rassicurazioni che non avevano mai prodotto alcun effetto concreto.
Poi arrivò quella domenica di fine gennaio del 1984.
Era la terza giornata del girone di ritorno e il calendario aveva riservato all'Udinese la partita casalinga contro l'Avellino. Il tempo era umido, freddo e nuvoloso, di quella nuvolosità friulana che non sembra annunciare la pioggia quanto piuttosto una forma di malinconia permanente. Sugli spalti si respirava un'atmosfera di attesa, anche perché la squadra di Zico aveva ormai abituato il pubblico a coltivare ambizioni che, fino a pochi mesi prima, sarebbero sembrate impensabili.
L'inizio, tuttavia, fu di quelli che non favoriscono la serenità.
Al terzo minuto, su un calcio d'angolo battuto a rientrare da Limido, il portiere Borin, ostacolato da Miano appostato sul palo, combinò una papera clamorosa, respingendo il pallone con i pugni oltre la linea di porta e a insaccarsi nella sua rete.
L'Udinese si trovò immediatamente sotto.
Il pubblico reagì con un misto di incredulità e indignazione. Qualcuno si mise le mani nei capelli, altri cominciarono a protestare, mentre dalla fila sottostante giunse un commento del Rosso che non lasciava molto spazio all'interpretazione.
Remfutti, per tutta risposta, ridendo abbassò la testa sulla radiolina e senza rinunciare al suo velenoso commento.
«Borin!! Ma che razza di sega! Ferrari è rincoglionito a lasciare in panchina Brini?!»
La Juventus, nel frattempo, stava giocando al San Paolo contro il Napoli. Non era una partita qualsiasi e il risultato interessava particolarmente al nostro, che continuava a seguire le notizie con un'attenzione decisamente superiore a quella riservata alla partita che si stava svolgendo a pochi metri dai suoi piedi.
Verso la metà del primo tempo, quando la radiocronaca annunciò il vantaggio juventino, Remfutti ebbe un'improvvisa illuminazione.
Scattò in piedi, sollevò un braccio e urlò:
«Plaatiniiiii! Evvai! Il francese!!»
L'urlo attraversò il settore come una scarica elettrica. Il Rosso si girò di scatto. Per un istante sembrò sul punto di abbandonare il proprio posto e salire direttamente nella fila superiore, ma si trattenne, forse perché la partita era ancora lunga, forse perché la presenza dei quattro ragazzi e del padre di Romano imponeva un minimo di cautela, o forse semplicemente perché non aveva ancora deciso quale forma dovesse assumere la punizione.
Remfutti si sedette, soddisfatto.
L'Udinese, intanto, aveva cominciato a macinare gioco. Attaccava con continuità, cercava di allargare la difesa irpina, ma gli avversari si difendevano con ordine e non concedevano spazi. Il nervosismo cresceva sugli spalti, anche perché il tempo passava e la sensazione di dover recuperare una partita cominciata nel peggiore dei modi diventava sempre più concreta.
Poi, verso la fine del primo tempo, Zico si incaricò di una punizione.
Il brasiliano sistemò il pallone, prese la rincorsa e disegnò una traiettoria straordinaria, una di quelle parabole che sembrano sfidare non soltanto la barriera e il portiere, ma le stesse leggi della balistica. Il pallone superò la barriera e finì in rete, restituendo allo stadio un boato che parve liberare tutta la tensione accumulata fino a quel momento.
Tutti i settori esplosero.
Il Rosso si alzò, urlò, agitò le braccia e celebrò il gol con una partecipazione che avrebbe potuto essere scambiata per un evento di carattere religioso. Poi, quasi per istinto, si voltò verso Remfutti.
Questi, con la stessa empatia di uno squalo tigre davanti ad una sardina, era rimasto seduto.
Non applaudiva, non protestava, non manifestava alcuna emozione. Aveva semplicemente riposto la radiolina nella tasca del giubbotto e osservava il campo con l'espressione di chi si trova ad assistere a un avvenimento che non lo riguarda direttamente.
Il Rosso lo fissò ancora per qualche secondo, poi tornò a occuparsi della partita.
La situazione, tuttavia, era soltanto apparentemente rientrata.
Nel secondo tempo l'Udinese continuò ad attaccare, mentre l'Avellino cercava di difendere il pareggio e di contenere le iniziative dei padroni di casa con le unghie e con i denti. Il Rosso viveva ogni azione con crescente partecipazione, Remfutti alternava brevi occhiate al campo a frequenti consultazioni della radiolina e gli altri tre cercavano di godersi la partita senza essere coinvolti in quella che stava assumendo sempre più i contorni di una questione privata.
A un certo punto, sul tabellone luminoso dello stadio apparve la notizia del pareggio del Napoli, firmato da De Rosa.
La Juventus era stata raggiunta.
Per il Rosso fu come ricevere un'autorizzazione divina.
Si voltò verso Remfutti e, senza preoccuparsi minimamente della propria compostezza, gli rivolse in faccia una smodata e copiosa sequenza di gesti dell'ombrello, accompagnata da un'esultanza che sembrava contenere due anni di frustrazioni, provocazioni e insulti mai pronunciati.
Remfutti rimase immobile.
Non era abituato a perdere le staffe, soprattutto quando riteneva di avere ancora qualche argomento a disposizione. Ma in quel momento non trovò nulla da dire. Si limitò a guardare il Rosso con un'espressione di malcelato disappunto, come se il comportamento dell'uomo costituisse una violazione delle più elementari regole di convivenza civile.
Il pareggio del Napoli, tuttavia, non aveva ancora esaurito il proprio potenziale terapeutico.
L'Udinese, infatti, continuava ad assediare la porta di Paradisi. A pochi minuti dal termine, Mauro entrò in area con una serpentina irresistibile e venne atterrato. L'arbitro Mattei di Macerata indicò il dischetto.
Calcio di rigore.
Lo stadio si alzò quasi contemporaneamente, mentre i giocatori dell'Avellino protestavano e cercavano di convincere il direttore di gara a rivedere la propria decisione. Le proteste si esaurirono progressivamente, il pallone venne sistemato sul dischetto e Zico si preparò a calciare.
In quel momento, per qualche secondo, il Friuli intero sembrò trattenere il respiro.
Il brasiliano arretrò di qualche passo. Paradisi si sistemò sulla linea di porta. Gli spettatori si disposero in una sorta di silenziosa attesa, nella quale ogni rumore sembrava improvvisamente fuori posto.
Tutti, tranne uno.
Remfutti, che evidentemente non aveva ancora esaurito il proprio repertorio di iniziative ostili, cominciò a sussurrare:
«Sbaglialo... sbaglialo...»
Lo disse dapprima piano, quasi tra sé e sé, poi con maggiore convinzione, come un monaco impegnato nella recita di un vespero mariano, soltanto che la sua devozione era rivolta a un risultato che avrebbe provocato la disperazione di qualche decina di migliaia di persone.
«Sbaglialo... sbaglialo...»
Il Rosso, che fino a quel momento aveva seguito la preparazione del rigore con la concentrazione di un condannato in attesa della sentenza, sentì la voce provenire dalla fila superiore.
Si voltò di scatto.
Questa volta non si limitò a guardarlo.
Allungò un braccio, afferrò Remfutti per il bavero del giubbotto e lo tirò verso di sé, urlandogli in faccia:
«Adesso basta! Sono due anni che tu rompi i coglioni! Prega il tuo Dio che lo segni, perché altrimenti ti cambio i connotati!»
Il padre di Romano intervenne immediatamente, cercando di separare i due e riportare la situazione entro limiti che non richiedessero l'intervento di un'ambulanza o di uomini della Digos.
Remfutti, stretto nel bavero, non aveva più la stessa sicurezza esibita nei mesi precedenti. Il suo volto, solitamente animato da quella compiaciuta insolenza che gli consentiva di affrontare qualsiasi discussione senza sentirsi obbligato a sostenere una posizione precisa, aveva assunto un'espressione decisamente più prudente.
Giffoni, Romano e Leonardo come un coro di chierichetti invocavano segretamente la Madonna di Castelmonte perchè il pallone finisse in rete. E non solo per questioni di classifica.
Fu allora che Zico calciò.
Il brasiliano spiazzò Paradisi e infilò il pallone in rete.
Due a uno.
Il boato dello stadio fu enorme. La curva esplose, gli spettatori si abbracciarono, qualcuno si gettò addosso a qualcun altro e il Rosso, liberato improvvisamente dalla necessità di occuparsi della sopravvivenza del proprio avversario personale, si voltò verso il campo per unirsi alla celebrazione collettiva.
Aveva perso l'esecuzione del rigore, impegnato com'era a impartire a Remfutti una lezione di educazione civica, ma la rete di Zico aveva cancellato ogni altra preoccupazione.
L'Udinese aveva ribaltato la partita.
Remfutti si sistemò il colletto, si ricompose e, per la prima volta da quando era cominciata la stagione, decise spontaneamente di non commentare l'accaduto. Seguì il resto della partita in un silenzio che, per quanto insolito, apparve a tutti come una forma di temporanea redenzione.
Giffoni, Leonardo e Romano, che avevano finto di prendere le difese dell'amico, in cuor loro erano invece totalmente a favore delle ragioni del Rosso, tanto che Leonardo precisò al silente Remfutti:
«Lo hai trovato finalmente quello del formaggio!»
Esaurita l'ira funesta del Pelide Rosso, ridimensionata la verve di Remfutti e in cassaforte la vittoria dell'Udinese, i tre avevano abbandonato qualsiasi interesse per la prestazione della squadra. La loro attenzione si era spostata sul risultato del Napoli-Juventus, dal quale dipendeva la possibilità di concludere quella domenica senza ulteriori complicazioni.
Nessuno desiderava che la Juventus tornasse in vantaggio o peggio ancora che il Napoli sbloccasse il punteggio. Nessuno voleva che il Rosso trovasse un'altra occasione per voltarsi verso Remfutti.
Le voce di Ameri da Napoli rimase quasi silente come Remfutti, collegandosi solo per dare minuto e punteggio.
Il pareggio resistette fino al termine e, quando l'arbitro fischiò la fine della partita, l'Udinese aveva conquistato una vittoria preziosa e la Juventus aveva lasciato un punto al San Paolo.
Fu una di quelle rare domeniche in cui le divinità del calcio, solitamente inclini a distribuire favori con una certa casualità e senza particolare riguardo per le aspettative dei fedeli, avevano deciso di intervenire con una precisione quasi chirurgica.
Nell'alto dei cieli, per una volta, qualcuno aveva deciso di intercedere nella maniera opportuna. E non era nemmeno servito scomodare la Madonna di Castelmonte: era bastato un brasiliano con il numero dieci sulla schiena.






