mercoledì 28 ottobre 2026

ROUTE 66

Quando Giffoni propose di festeggiare i sessantasei anni percorrendo la Route 66, nessuno dei presenti sollevò obiezioni e questo avrebbe dovuto metterlo in allarme: ai Birilli Bevuti l'unanimità era sempre stata il sintomo di una proposta che nessuno aveva ancora capito fino in fondo.

Se a sessantasei anni la gente normale inizia a valutare i vantaggi dei viaggi organizzati con il pulmino e la guida che parla italiano, per la compagnia di giro dei Birilli Bevuti la soglia della pensione rappresentava unicamente l'autorizzazione a compiere le stesse cretinodromie del Liceo Catone, ma con un budget leggermente superiore e molte più patologie cardiovascolari da tenere a freno.

Giffoni, su indicazione di Gambero, aveva prenotato con cura certosina un minivan a sette posti, cambio automatico, aria condizionata e assicurazione totale, ma mentre Brunelli leggeva il contratto con l'attenzione di un notaio rogitante, Remfutti era riapparso  accompagnato dal noleggiatore dopo dieci minuti con le chiavi in mano e un sorriso texano che nonvfaceva presagire nulla di buono.

«I Minivan erano esauriti, così mi sono preso la libertà di noleggiare una Mustang. Decappottabile. Rossa. Del 1966.»

E così, Giffoni, Gambero, Remfutti e Brunelli erano riusciti nell’impresa titanica di farsi piantare nel bel mezzo del deserto dell'Arizona da un incrociatore stradale Ford Mustang del '66, preso a nolo da Remfutti all'areoporto di Chicago da un noleggiatore che sembrava uscito direttamente da un film di Quentin Tarantino.

Sollecitato dalla strada già percorsa dall'Illinois, ad una ventina di miglia da Flagstaff, in Arizona, il motore aveva emesso un sospiro strozzato, un rantolo degno di don Mesaglio durante l’omelia di Pasqua, e si era spento a margine della Route 66. Attorno a loro, solo chilometri di terra rossa, cactus scheletrici e un sole che batteva come il martello di un giudice istruttore.

Gambero scese per primo, sollevò l'immenso cofano metallico e, con l'aria di un chirurgo che guarda un paziente già spacciato, infilò le mani nella morchia bollente imprecando in un friulano maccheronico e incomprensibile, non solo per le lucertole locali, ma anche per i soloni della Società Filologica Friulana.

Brunelli, rosso in volto come un peperone bollito, iniziò a camminare avanti e indietro, porconando agitando le braccia: «Siamo cagati! Finiremo sui giornali locali come i classici turisti idioti che muoiono disidratati a due passi da una pompa di benzina! E la caparra della macchina buttata nelle immondizia?!»

Gambero, sempre intento nel disperato tentativo di rianimare la vettura, rincarò la dose: «Era chiaro che finiva così con questo cazzo di macchina, dovevamo prendere un Minivan di ultima generazione.Ve l'avevo detto. Sapete qual è la probabilità di finire in carcere in Arizona per vagabondaggio se non paghi la cauzione di 1000 dollari? Almeno dell'ottantanove per cento. Mio padre da lassù mi toglie l'eredità retroattivamente!»

Remfutti, invece, se ne stava comodamente appoggiato allo sportello con gli occhiali da sole a specchio, intento a farsi una sigaretta con la calma di un aristocratico inglese in villeggiatura.

«Gambero, piantala di fare la Cassandra», esordì Giffoni con tono cattedratico. «Sii fiero della nostra fine. Nessuno dei nostri coetanei del Liceo Catone può vantare un epilogo così westerneggiante. Pensa all'estetica: quattro stoici sessantaseienni friulani, tutti classe '66, che sfidano l'asfalto americano della route 66 a bordo di una Ford Mustang rossa, decapottabile , del '66».

Mentre Giffoni filosofeggiava sulla grandezza della dissoluzione, una pattuglia della State Police spuntò all'orizzonte. L'auto della polizia rallentò, accostò dietro la Ford Mustang  e accese i lampeggianti blu e rossi, proiettando una luce psichedelica sul deserto brullo.

Dall'abitacolo scese uno sceriffo alto due metri, con i baffi a manubrio, il cappellone da Stetson e una fondina che sembrava uscita direttamente da un film di Peckinpah. Si avvicinò con passo lento, pesante, appoggiando teatralmente la mano sulla pistola.

Il silenzio che calò sul gruppo fu tombale. Neppure durante le interrogazioni di greco si era mai respirata una tensione simile.

Lo sceriffo si fermò a un metro da Gambero, che teneva ancora le mani lorde di grasso nero, scrutò i quattro "vecchietti" con uno sguardo di profondo compatimento e domandò con voce tonante:

«What in the hell are you guys doing out here? This is a no-parking zone, gentlemen.»

Brunelli, terrorizzato dall'idea di beccarsi una multa in dollari che avrebbe prosciugato il suo fondo pensione, cercò di fare un passo avanti balbettando in un inglese da sesta elementare: «Officer... car... kaputt! No gasoline... well, oil... problem... you understand? We are from Italy! The Pope, Rome, Milan, beautiful Venice... Good guys!»

Poi, girando la testa verso gli altri sentenziò: «Oh, questo Kit Karson non capisce un cazzo!!»

Lo sceriffo lo fulminò con lo sguardo, poi si voltò verso Giffoni, che stava febbrilmente annotando qualcosa sul taccuino come se stesse verbalizzando la fine del mondo.

Fu allora che Remfutti decise di intervenire. Uscì dall'ombra dello sportello, fece un passo avanti con l'eleganza di un ambasciatore veneziano del Cinquecento, si tolse gli occhiali da sole e abbozzò un sorriso sfrontato, lo stesso identico ghigno con cui vent'anni prima aveva affrontato la commissione d'esame parlando di William Morris.

«Officer», esordì Remfutti con tono solenne e misurato, puntando il dito verso il cielo dell'Arizona. «The engine's failure in the context of this highway was important... but not too much.»

Lo sceriffo sgranò gli occhi, pietrificato. Non si aspettava che un turista europeo in calzoncini corti e camicia a quadri si mettesse a fare filosofia comparata in mezzo al nulla.

«What did you say, man?» chiese l'agente stringendo gli occhi.

«I mean», continuò imperterrito Remfutti, incurante delle gomitate disperate che Giffoni gli stava tirando sulle costole, «that human ambition always crashes against the asphalt of reality. Just like in 1983, when we lost the championship. The campetto is the only place where you cannot lie. And this highway... well, this highway is unmasking us without appeal.»

Lo sceriffo rimase immobile per cinque lunghissimi secondi. Guardò il volto serio e convinto di Remfutti, poi guardò Gambero che si asciugava il sudore con una straccio unto, poi Brunelli che sudava freddo e Giffoni che teneva le mani giunte come in preghiera.

Si tolse il cappello, si grattò la testa, fece un profondo respiro e scosse il capo mormorando tra i denti:

«Jesus Christ... another bunch of crazy Italians lost in the desert.»

Poi, con un cenno del mento verso l'auto della polizia, estrasse la radio ricetrasmittente: «Dispatcher, send a tow truck to sector 66. And bring some extra coffee, these four grandpas are out of their minds.»

Due ore dopo, seduti sul cassone di un carro attrezzi diretto verso il motel più vicino, con la Ford Mustang legata dietro e il sole che iniziava a calare tingendo il cielo di un arancione accecante, Brunelli tirò un sospiro di sollievo: «Ci è andata bene. Ma la prossima volta, anziché la Route 66, ci chiudiamo in cantina a giocare a briscola».

Remfutti accese un'altra sigaretta, guardando la strada che scorreva all'indietro. «Sì, ma vuoi mettere lo stile, Brunelli? Anche nel bel mezzo di un fallimento totale, noi riusciamo sempre a farci rimorchiare da qualcuno».

E Giffoni, sorridendo, chiuse finalmente il taccuino.

martedì 27 ottobre 2026

CONSIGLIO DI GUERRA

L’antivigilia di Natale possiede una sua particolare forma di esaurimento nervoso, diversa da quella che accompagna il resto dell’anno e, per certi versi, più insidiosa. Non è ancora la stanchezza delle feste, che almeno concede il beneficio della sospensione degli obblighi lavorativi, ma quella di chi ha appena terminato la corsa ai regali, ha finalmente abbandonato gli uffici e si concede un’ultima mezz’ora di libertà prima di essere riconsegnato alle rispettive famiglie e a quella complessa organizzazione domestica che, sotto Natale, assume le dimensioni di un comando operativo.

È in questo intervallo, breve e prezioso, che Giffoni, Gambero, Remfutti e Bugatti si erano dati appuntamento per il tradizionale aperitivo degli auguri. Un bicchiere, qualche stuzzichino e le solite conversazioni, che dopo quarant’anni conservavano la straordinaria capacità di ripartire esattamente dal punto in cui erano state interrotte anni prima, come se il tempo, anziché trascorrere, avesse semplicemente provveduto a ingrigire i capelli, allargare le cinture e rendere meno sostenibili certe prestazioni atletiche.

L’amicizia, del resto, si fonda anche su questo: sulla possibilità di incontrare persone che conoscono da così tanto tempo i nostri difetti da non avere più alcun bisogno di verificarne l’esistenza. Gli amici dei Birilli Bevuti non si limitavano a ricordare le rispettive debolezze ma le custodivano con la devozione che altri riservano alle reliquie, intervenendo ogni volta che uno di loro mostrava qualche segno di miglioramento, quasi che la guarigione da un vizio costituisse un tradimento della storia comune.

Gambero, per esempio, continuava a bere Coca-Cola con una fetta di limone. Una scelta che, in un contesto di aperitivi natalizi, veniva considerata non tanto un’abitudine personale quanto una provocazione nei confronti della civiltà occidentale.

«Gambero, ma dopo tutti questi anni non ti sei ancora convertito?»

Remfutti indicava il bicchiere con la stessa espressione con cui un missionario avrebbe potuto osservare un indigeno intento a venerare un totem.

«A cosa?»

«A una bevanda da uomini. Una Weizen, almeno. Oppure un Franciacorta, se vuoi proprio darti un tono.»

«Io bevo quello che mi pare.»

«Certo. Ma tu non bevi, Gambero. Tu ti disseti. Sono due cose diverse.»

Gambero sollevò il bicchiere e bevve un sorso, con la tranquillità di chi aveva avuto quarant’anni per metabolizzare l’inutilità delle discussioni con Remfutti.

«E tu, invece, continui a parlare a vanvera invece di parlare e basta. Sono due cose diverse anche queste, ma nel tuo caso non vedo miglioramenti.»

Bugatti rise. Giffoni si limitò a sorridere, perché conosceva bene il meccanismo: Remfutti non aveva bisogno di sostenere una tesi, gli bastava individuare qualcuno disposto a difenderne una. Il resto veniva da sé, come nei processi in cui l’imputato, dopo aver chiesto di essere ascoltato, finisce per aggravare la propria posizione nel tentativo di spiegarsi.

Trappola in cui Giffoni, peraltro, finiva sempre per cascarci lo stesso, nonostante la perfetta conoscenza del meccanismo. 

Per qualche minuto si parlò di regali, di prezzi, di parcheggi impossibili e di commesse che, dopo aver trascorso un’intera giornata a incartare oggetti, sembravano ormai disposte a confezionare direttamente anche i clienti. Poi, come accadeva sempre quando il gruppo si ritrovava senza argomenti meritevoli, la conversazione imboccò la strada delle nuove generazioni.

Era un percorso conosciuto, sul quale ciascuno si sentiva autorizzato a esprimere giudizi severi, pur avendo accuratamente rimosso dalla propria memoria gli anni nei quali il massimo sacrificio personale era consistito nel raggiungere il bar prima degli altri e il massimo impegno collettivo nel convincere qualcuno a pagare il giro.

«Questi ragazzi non sanno cosa vuol dire sacrificarsi», sentenziò Bugatti. «Hanno tutto pronto. Se devono aspettare cinque minuti, si lamentano. Se gli chiedi di fare qualcosa, hanno subito un problema.»

«È vero», confermò Giffoni. «Noi siamo cresciuti con un altro senso del dovere.»

«Noi chi?» domandò Remfutti. «Tu, che per anni hai cercato il modo di fare meno degli altri?»

«Io cercavo di ottimizzare le risorse.»

«Tu cercavi di non fare un cazzo.»

«È una definizione rozza di una competenza organizzativa.»

Gambero, che aveva assistito a molte di quelle ricostruzioni biografiche, intervenne per ricordare che anche Remfutti, all’epoca, non era esattamente un modello di laboriosità.

«Parli proprio tu, che se c’era da lavorare sparivi e se c’era da prendersi un merito comparivi davanti a tutti.»

«Io avevo il senso delle priorità.»

«Sì, ma le tue priorità erano sempre altrove», disse Bugatti.

Il confronto rischiava di trasformarsi in un’indagine retrospettiva sulle rispettive carriere di fancazzisti, ma fu Giffoni a offrire al gruppo l’occasione di elevare il dibattito a una dimensione storica.

«Comunque, il problema è che abbiamo abolito la leva militare. Dal 2005 non è più obbligatoria e da lì è cominciato tutto.»

Remfutti si voltò verso di lui.

«Ecco. Ci mancava la naja.»

«La naja era una scuola di vita.»

«Sì. Soprattutto per quelli che la facevano fare agli altri.»

La parola, però, aveva già prodotto il suo effetto. Le nuove generazioni scomparvero dal tavolo con la stessa rapidità con cui erano comparse, sostituite da un argomento molto più interessante: le sofferenze personali dei quattro commensali. Perché se era difficile dimostrare che i giovani di oggi fossero meno disciplinati di quelli di ieri, non vi era alcuna difficoltà a sostenere che il proprio servizio militare fosse stato più duro di quello di chiunque altro.

Gambero, naturalmente, partì in vantaggio.

«Voi non avete idea di cosa voglia dire fare la naja in Marina.»

Lo disse senza enfasi, ma con la soddisfazione di chi aveva atteso a lungo l’occasione di esibire una credenziale finalmente spendibile.

La sua vicenda, in effetti, aveva una particolarità che la rendeva adatta alle circostanze. Per mesi aveva creduto di averla scampata. Non era stato chiamato alla visita di leva insieme agli altri, non aveva ricevuto convocazioni e, nella sua interpretazione dei fatti, il silenzio degli uffici militari equivaleva a una sentenza di assoluzione. Aveva quindi cominciato a considerare la faccenda chiusa, archiviata fra le piccole fortune che capitano nella vita a chi non ha fatto nulla per meritarle.

Non aveva fatto i conti con suo padre, proprietario di una barca e, a quanto pareva, più interessato alla vela di quanto lo fosse il figlio stesso. L'iscrizione alla FIV, effettuata senza che Gambero ne fosse al corrente, aveva finito per produrre un effetto collaterale che nessuno dei due aveva previsto: la convocazione alla visita di leva a La Spezia e il successivo arruolamento in Marina.

«Quando ho capito che mi avevano chiamato, era troppo tardi», raccontò. «Quindici mesi. Quindici. Non dodici come gli altri.»

«Però avevi una barca in famiglia», osservò Remfutti. «Qualcuno che ti poteva venire a prendere.»

«Una barca a vela, non una portaerei.»

«Eri in Marina. Mi sembra il minimo.»

«In Marina, a Taranto! Per tornare a casa ci mettevo più tempo di quanto ce ne avrei messo per arrivare in Danimarca.»

«In Danimarca non ci arrivavi in nave», insistette Remfutti.

Gambero ignorò l'obiezione. Aveva cominciato e non aveva intenzione di lasciare che l'ars oratoria di Remfutti compromettesse la ricostruzione di quindici mesi di sofferenza.

«E poi la Marina era un'altra cosa. Non era come stare in una caserma qualsiasi.»

«Certo», disse Giffoni. «Avevate il mare.»

«Il mare lo vedevo solo quando ero a fare i turni di guardia lungo il canale di Taranto, munito solo di un manganello, dopo che ci avevano tolto il MAB,  perché da poco  qualche imbecille si era messo a sparare ai gabbiani. Se fosse arrivato un sommergibile sovietico, ci saremmo potuti difendere solo a parolacce.»

«Allora era una Marina di terra.» s'intromise Remfutti.

«Vai a cagare!»

La risposta all'ennesima gamba tesa di Remfutti, fece risalire dai fondali della memoria più profonda di Gambero un aneddoto che raccontò con aria solenne quando si sentì sufficientemente ascoltato. Il protagonista era un suo commilitone veneto, esasperato dalle condizioni igieniche dei bagni del castello Aragonese, dove si trovava la caserma. Il ragazzo aveva deciso di protestare con un gesto che, nella sua concezione della dialettica militare, avrebbe dovuto sortire un effetto più risolutivo del cannoneggiamento di un cacciatorpediniere.

Una mattina aveva depositato una propria evacuazione intestinale a forma di ciambella nel bel mezzo del torrione.

«Proprio al centro», precisò Gambero, per evitare che qualcuno immaginasse un gesto occasionale o poco convinto.

Il risultato superò ogni aspettativa. L'ammiraglio, che aveva scelto proprio quella domenica per accompagnare alcuni ospiti in visita allo storico edificio, si imbatté nell'installazione durante il percorso. La questione igienica divenne così una questione gerarchica, e la gerarchia, come noto, non tollera che le si ricordi l'esistenza della materia.

Ma la storia non finiva lì.

«Il bello», continuò Gambero, «è che quello stesso ammiraglio, qualche giorno dopo la visita, trovò nel torrione anche sua figlia.»

«A fare cosa?» chiese Bugatti.

Gambero si prese un istante, forse per assaporare l'effetto della rivelazione.

«A farsi inchiappettare da un marò.»

Remfutti scoppiò a ridere, seguito dagli altri. La ricostruzione, nelle sue linee essenziali, prevedeva che la ragazza fosse consenziente e che il luogo dell'incontro fosse proprio il famigerato torrione, il medesimo spazio nel quale qualche giorno prima era stata collocata la protesta organica del marinaio. A quel punto il prestigio dell'ammiraglio poteva considerarsi compromesso sotto ogni profilo, dall'igiene all'onore familiare.

«E cosa successe?»

«Che l'Ammiraglio volle recuperare subito il prestigio compromesso e il marò venne trasferito al Mariscoglio di Lampedusa a scontare lì il resto della naja.»

«Ma la figlia?» domandò Giffoni.

«La figlia niente.»

Ci fu un momento di silenzio, subito seguito da un coro di proteste.

«Questa è un'ingiustizia!»

«La ragazza era consenziente!»

«Lui cosa doveva fare, chiedere un'autorizzazione scritta a Supermarina?»

«In fondo aveva solo applicato la legge del maschio», disse Remfutti, con quell'aria provocatoria che gli consentiva di sostenere una tesi senza impegnarsi a difenderla per più di trenta secondi.

Gambero scosse la testa.

«Il punto è che il padre ha punito soltanto lui.»

«E la figlia?» insistette Bugatti.

«La figlia era sua figlia.»

«Appunto. È proprio questo il problema.»

Per qualche istante, i quattro riuscirono a trovare una convergenza morale su una vicenda che, a distanza di decenni, ricordavano soprattutto per l'incredibile sovrapposizione fra il luogo della protesta e quello dell'incontro amoroso. Nessuno si domandò se il trasferimento del marò fosse stato effettivamente così semplice, né se la leggenda avesse subito qualche aggiustamento nel corso degli anni. La memoria degli uomini, quando viene servita insieme a un aperitivo, non è tenuta a produrre documenti.

«Comunque», concluse Gambero, «io il militare l'ho fatto sul serio.»

Giffoni, che fino a quel momento aveva lasciato parlare gli altri, si appoggiò allo schienale e si prese la scena.

«Io ero nei Carabinieri.»

La frase ebbe l'effetto di una sfida.

«E quindi?» domandò Remfutti.

«Quindi, a differenza vostra, io ero uno di quelli che rischiavano davvero la pelle. I Carabinieri e la Polizia sono gli unici che fanno la guerra anche in tempo di pace. Ordine pubblico, curve dei tifosi, manifestazioni, gente che ti tira addosso di tutto mentre voi eravate in caserma a contare le ore che mancavano alla libera uscita.»

Remfutti si raddrizzò sulla sedia.

«Tu sei il solito paraculo. Fare il servizio nei Carabinieri non è fare il militare. Prendevi più di un milione al mese e dormivi a casa. Quello era un lavoro o volevi come al tuo solito non fare un cazzo a pagamento?»

«Non sai di cosa stai parlando.»

«So benissimo di cosa parlo. Tu prendevi lo stipendio e noi facevamo la naja.»

«Durante i tre mesi di corso in Piemonte ho fatto una vita di caserma che tu non hai mai nemmeno immaginato. Disciplina, addestramento, orari, ispezioni. Per intensità, l'addestramento degli ausiliari era secondo soltanto a quello degli ufficiali di complemento. E poi c'era la libera uscita obbligatoria in divisa.»

Remfutti lo guardò con sospetto.

«Obbligatoria?»

«Dovevi uscire in divisa.»

«E perché?»

«Perché eri un carabiniere.»

«E disarmato?»

«Disarmato.»

Remfutti rimase un istante in silenzio, poi allargò le braccia.

«Quindi ti mandavano fuori in divisa, senza pistola, sperando che qualcuno ti riconoscesse e ti offrisse da bere.»

«Sei un cojone.»

«Però il concetto è quello.»

Giffoni decise che era arrivato il momento di calare l'asso e raccontare il primo giorno in caserma, quello della visita medica preliminare all'immatricolazione. Era un episodio che, nella sua memoria, aveva conservato intatta la capacità di suscitare imbarazzo, anche perché l'imbarazzo, quando si è condiviso con centinaia di altri uomini, finisce per diventare una specie di patrimonio collettivo.

«Ci portavano dentro a gruppi di dieci», cominciò. «Un graduato ci faceva entrare in uno stanzone con due porte. Ci dicevano di spogliarci in fretta e poi, dopo aver sentito nome e cognome, si entrava uno alla volta.»

«Già qui», intervenne ironicamente Remfutti, «mi sembra un'organizzazione di cui andare fieri.»

Giffoni proseguì senza raccogliere la provocazione. La sala era stata predisposta con quattro postazioni disposte a semicerchio, ognuna dedicata a una parte dell'accertamento. Nella prima sedeva un medico in camice bianco, che chiedeva quali farmaci assumesse il candidato, gli faceva aprire la bocca, controllava il cavo orale e osservava cornea e pupille. Poi un cenno, e si passava oltre.

Alla seconda e alla terza postazione, due militari in divisa registravano peso e altezza e sgrigativamente invitavano a proseguire veloci verso l'ultima postazione. 

Qui un graduato in uniforme, seduto vicino all'uscita, indossava un guanto chirurgico. Il candidato  doveva allargare le gambe e tossire, mentre il graduato procedeva alla palpazione dei testicoli per verificare l'eventuale presenza di anomalie. 

Terminato l'accertamento, un altro graduato aspettava all'esterno e, con la cortesia di un dobermann, intimava la recluta a rivestirsi, uscire e lasciare libero il passaggio.

«Non avevi neanche il tempo di capire cosa ti fosse successo», disse Giffoni. «Entravi civile e uscivi con la netta sensazione che da lì in avanti niente sarebbe stato più come prima.»

Bugatti annuì, mentre Remfutti non aveva ancora trovato il modo di ridimensionare il racconto.

Giffoni raccontò allora che, una volta uscito nel piazzale della palazzina medica, ancora un po' stordito dalla procedura, si era trovato accanto a un commilitone lombardo, uno di quelli che non avevano ancora imparato a considerare la disciplina militare un motivo sufficiente per rinunciare al senso dell'umorismo.

Il lombardo aveva pronunciato una frase che Giffoni ricordava ancora con una precisione quasi notarile.

«Io sarò pure una spina di merda e quello là dentro un graduato. Ma stasera, quando va a casa e la moglie gli chiede com'è andata al lavoro, cosa le risponde? Che ha tastato cinquecento scroti in due ore? E domani altrettanti?»

Al tavolo calò un silenzio di quelli che precedono una risata collettiva. Poi Gambero si piegò in avanti, Bugatti batté una mano sul tavolo e persino Remfutti, che aveva passato la serata a contestare ogni cosa, dovette riconoscere che il lombardo aveva centrato il bersaglio.

«Ecco», disse Giffoni, riprendendo fiato, «questa è la differenza tra fare il militare e fare il Carabiniere. Tu, Remfutti, invece, hai fatto la naja praticamente sul pianerottolo di casa.»

Remfutti si irrigidì.

«Ma che cazzo ne sai tu, che il tuo servizio militare poteva giusto finire dentro una barzelletta? »

«Che eri in una caserma a meno di un chilometro da casa.»

«E allora? Proprio perché ero di casa, per i primi due mesi non mi fecero praticamente mai uscire. Salivo e scendevo dall'altana a fare guardie notte e giorno.»

«Poverino», disse Gambero. «Le scale.»

«Non erano le scale. Era il servizio.»

«Certo. Un servizio che ti consentiva, una volta finito, di andare a bere al bar con gli amici di sempre e a farti lavare i vestiti dalla mamma.»

«Perché a te invece chi lavava i vestiti? La tintoria?»

Remfutti si era ormai convinto che fosse necessario difendere il proprio passato da un tentativo di ridimensionamento che, a suo giudizio, aveva assunto proporzioni intollerabili.

«E poi, quando il furiere andò in congedo, presi il suo posto.»

«Per meriti speciali?» chiese Giffoni.

«Perché ero uno dei pochi diplomati del battaglione.»

«Ah, ecco. La maturità.»

«La maturità serviva. Sono diventato caporalmaggiore e, praticamente, comandavo la compagnia al posto del tenente.»

Bugatti lo fissò con aria interrogativa.

«Tu comandavi una compagnia?»

«Praticamente.»

«E il tenente cosa faceva?»

«Il tenente era il tenente.»

«Quindi comandavi tu, ma comandava lui.»

«Non hai capito un cazzo.»

«È possibile», disse Bugatti. «Ma è anche possibile che tu abbia passato la naja a fare il furiere e adesso la racconti come la campagna di Russia.»

Remfutti stava per replicare quando Bugatti, che fino a quel momento aveva lasciato agli altri il compito di esibire le proprie disgrazie, si schiarì la voce.

«Comunque, voi tre non avete proprio idea di cosa significhi fare il militare; questo può saperlo solo chi ha fatto l'Alpino come me.»

La frase fu pronunciata con una calma che lasciava intendere come la questione fosse stata sottovalutata abbastanza a lungo e che fosse arrivato il momento di ristabilire la corretta gerarchia dei sacrifici.

«Gambero era in Marina e faceva traduzioni per l'ammiragliato. Giffoni era nei Carabinieri, prendeva lo stipendio e tornava a casa. Remfutti faceva il furiere nella Buffa, praticamente sulla porta di casa. Io, invece, ero alpino. In Carnia. Nei gelidi inverni friulani.»

Giffoni guardò fuori dalla vetrina. Il cielo si era fatto scuro e la gente passava con borse, pacchi e sciarpe, intenta a raggiungere le proprie case prima che la vigilia imponesse il definitivo scioglimento delle attività sociali.

«E quindi?» chiese.

Bugatti si sporse sul tavolo.

«E quindi voi non avete mai visto cosa succedeva quando arrivavano le reclute con il pullman: appena scendevano e salivano nelle camerate, i nonni veneti cominciavano a lanciare croste di formaggio dalle finestre.»

«Perché?» domandò Gambero.

«Perché noi eravamo i topini.»

Bugatti si mise a imitare il miagolio con cui, secondo il suo racconto, i vecchi alpini accoglievano le reclute appena arrivate.

«Miaaoooo… miaaaaooo… bei topini!»

Remfutti rise.

«E tu, che eri alpino, cosa facevi?»

«Niente. Dovevi stare al gioco.»

«Quindi ti lanciavano il formaggio e tu miagolavi.»

Bugatti tentò di spiegare che la vita in Carnia era una cosa seria, che il freddo entrava nelle ossa, che i servizi erano lunghi e le condizioni difficili, ma ogni argomento veniva immediatamente assorbito dalla macchina demolitrice del gruppo. A quel punto, infatti, nessuno era più interessato a stabilire come fosse stato davvero il servizio militare degli altri. Ciascuno aveva già deciso che il proprio era stato il peggiore, e qualsiasi testimonianza contraria veniva trattata come un tentativo di frode ai danni della memoria collettiva.

La discussione proseguì ancora per qualche minuto, fra nuove rivendicazioni, precisazioni inutili e accuse di aver trasformato una modesta esperienza di caserma in un'epopea degna di un film di guerra. I bicchieri si erano svuotati, i camerieri cominciavano a sistemare il locale e i quattro, anziché avviarsi verso le rispettive famiglie, continuavano a discutere come se dal verdetto dipendesse l'assegnazione di una medaglia al valore.

Fu allora che, oltre la vetrina, passò lo Smilzo.

Camminava con una traiettoria che non coincideva esattamente con la direzione della strada, segno che aveva già festeggiato il Natale con qualche giorno d'anticipo. Aveva il passo incerto, la testa leggermente inclinata e quell'aria di sovrana indifferenza che appartiene a chi non deve più dimostrare niente a nessuno, soprattutto dopo aver bevuto abbastanza da non ricordare più a chi avrebbe dovuto dimostrarlo.

Gambero lo seguì con lo sguardo.

«Chissà dove ha fatto il militare lo Smilzo.»

Giffoni rispose senza nemmeno voltarsi del tutto.

«Da nessuna parte.»

«Come fai a saperlo?»

«Lui e quelli nati nel suo anno rientrarono fra i fortunati esentati dal servizio dopo il terremoto del 1976.»

«Lo Smilzo è lo Smilzo, è sempre stato oltre!» disse Bugatti.

«Lo Smilzo è sempre stato il Re!» aggiunse Remfutti.

«Per forza, lo Smilzo è come Mozart: inarrivabile!» confermò Gambero.

"Lo Smilzo è l'unico che ci ha sempre messi tutti d'accordo." annuì Giffoni.

L’armistizio era ormai inevitabile: dalle vibrazioni sempre più insistenti dei cellulari sul tavolo era chiaro che lo Stato Maggiore composto da parenti, fidanzate e mogli aveva ordinato il rientro alle rispettive basi. I quattro si alzarono senza che fosse stato proclamato un vincitore. Del resto, in una guerra combattuta soltanto nei ricordi, la resa non è prevista e la pace, anche quando arriva, dura al massimo fino al prossimo aperitivo.

venerdì 23 ottobre 2026

LA TORRE DEL FUMO

Nei primi anni Settanta, il quartiere era diviso in due fazioni che, a giudicare dalla determinazione con cui si affrontavano, avrebbero potuto aspirare a una menzione nei manuali di storia militare, se non fosse stato per il calibro delle armi impiegate e per il fatto che nessuno dei contendenti aveva ancora raggiunto l'età in cui si può essere arrestati senza che venga avvertita la mamma.

Da una parte c'erano i figli della borghesia cittadina, quelli che abitavano in centro e che, per una curiosa trasmissione ereditaria, sembravano convinti di possedere diritti di precedenza anche sui marciapiedi. Dall'altra, i figli degli artigiani e degli operai, meno inclini alle sottigliezze diplomatiche e più disponibili a risolvere le controversie con le mani, soprattutto quando le cerbottane avevano esaurito le munizioni.

Il teatro delle operazioni era costituito dai cortili di un quartiere costruito negli anni Cinquanta per ospitare le famiglie dei militari e dei dipendenti pubblici arrivati da fuori città. Palazzi tutti uguali, passaggi tra le case, garage, cancelli e angoli morti offrivano un sistema di fortificazioni che avrebbe fatto invidia a un ingegnere militare, se l'ingegnere in questione avesse avuto sei anni, una cerbottana di plastica e un vasetto di bacche rosse.

Le battaglie si svolgevano secondo un rituale abbastanza preciso: prima venivano le ricognizioni, poi le provocazioni, infine lo scambio di proiettili, che consistevano in bacche rosse raccolte chissà dove e lanciate attraverso tubi di plastica ad uso degli elettricisti. Nei giorni migliori si finiva con qualche scazzottata fra i più grandi; nei peggiori, con una madre che compariva alla finestra e richiamava a casa il proprio figlio, provocando la sospensione delle ostilità per cause indipendenti dalla volontà dei comandanti.

Giffoni, che all'epoca aveva sei anni, apparteneva alla fazione borghese per una ragione che non aveva niente a che vedere con il censo, la cultura o le inclinazioni politiche: abitava abbastanza vicino al garage in cui si riuniva la banda dei borghesi. Insieme a Pizzinina, sette anni, era stato aggregato al gruppo con una formula che, nel linguaggio degli adulti, si sarebbe potuta definire una collaborazione occasionale; in quello dei ragazzi, significava che i due dovevano stare di guardia al cancello mentre gli altri andavano a combattere.

Il garage era il quartier generale. Vi abitava, metaforicamente parlando, il potere: il capobanda aveva quattordici anni, era figlio di un medico molto conosciuto e possedeva quella sicurezza che deriva dall'essere il più grande in un gruppo nel quale nessuno ha ancora imparato a distinguere l'autorevolezza dalla semplice superiorità anagrafica.

Quando la banda usciva per le battaglie, Giffoni e Pizzinina rimanevano al cancello, dovevano avvertire dell'arrivo di estranei, controllare che nessuno si avvicinasse al garage e, soprattutto, evitare di allontanarsi. Il fatto che gli estranei fossero quasi sempre altri bambini e che il garage non custodisse nulla di particolarmente prezioso non sembrava rilevante: in guerra, anche la custodia di un cancello inutile può diventare una responsabilità strategica.

Giffoni avrebbe dato qualsiasi cosa per unirsi agli altri. Non gli interessava tanto colpire gli avversari quanto essere riconosciuto come uno di loro, entrare finalmente nel gruppo di quelli che partivano per la battaglia e tornavano con le ginocchia sbucciate, le tasche piene di bacche e il diritto di raccontare come erano andate le cose, invece che annoiarsi per ore davanti ad un cancello dove non accdeva nulla. Pizzinina, dal canto suo, sembrava daver accettato la situazione con una rassegnazione che a Giffoni pareva incomprensibile perchè lui, invece, continuava a sperare che un giorno qualcuno si accorgesse dell'ingiustizia.

L'occasione arrivò una mattina, quando il capobanda lo convocò nel garage.

La convocazione, per Giffoni, ebbe l'effetto di una nomina ufficiale. Entrò con il cuore già in subbuglio, cercando di non mostrare quanto fosse emozionato. Il ragazzo di quattordici anni era seduto su una cassetta di legno e aveva l'espressione seria di chi sta per affidare a un subordinato una faccenda dalla quale dipendono le sorti di un intero esercito.

«Abbiamo una missione per te.»

Giffoni non disse niente. Si limitò a guardarlo.

«È una cosa rischiosa. Se la fai, da domani vieni con noi. Basta guardia al cancello.»

Il premio era talmente grande che per un momento Giffoni non riuscì nemmeno a domandarsi perché, fra tutti i ragazzi disponibili, avessero scelto proprio lui.

C'era stata una soffiata. Qualcuno aveva scoperto dove la banda rivale custodiva le cerbottane e dove si riuniva per preparare le spedizioni. Il luogo era la Torre del Fumo, un vecchio laboratorio fatiscente costruito a ridosso di una torre delle mura venete. Era abbandonato da tempo, almeno ufficialmente, ma per i ragazzini della banda rivale continuava a svolgere una funzione essenziale: vi  nascondevano le armi, organizzavano le battaglie e, quando gli adulti non guardavano, mettevano in scena il rituale più trasgressivo concepibile in quegl'anni, ovvero fumare marlboro di nascosto.

La missione era semplice da spiegare e molto meno semplice da eseguire: durante l'ora di pranzo, quando il covo sarebbe stato probabilmente deserto, Giffoni avrebbe dovuto entrarvi, raccogliere tutte le cerbottane che riusciva a trovare e riportarle al garage.

«Tutte?» chiese.

«Tutte.»

«E se trovo quelli dell'altra banda?»

Il capobanda lo guardò come si guarda un soldato che abbia appena domandato se il nemico spara.

«Non li troverai. A quell'ora mangiano.»

Giffoni accettò. Non perché avesse valutato i rischi, ma perché aveva sei anni e gli era stato promesso che, in caso di successo, avrebbe finalmente potuto partecipare alle battaglie. A quell'età, la prospettiva di smettere di fare la guardia al cancello valeva più di qualunque prudenza.

Poco prima di pranzo si avviò verso la Torre del Fumo. Il tragitto, che in condizioni normali avrebbe richiesto pochi minuti, gli parve interminabile. Ogni rumore lo costringeva a fermarsi, ogni persona incontrata gli sembrava potenzialmente un informatore, ogni finestra aperta un punto d'osservazione dal quale qualcuno avrebbe potuto seguirne i movimenti.

Quando arrivò, si accorse che non c'era nessuno.

La porta era socchiusa. Entrò di soppiatto, cercando di non fare rumore. Dentro, l'odore di polvere, legno vecchio e fumo stagnante sembrava appartenere a un mondo separato dal resto della città. La luce filtrava dalle aperture malmesse, illuminando a tratti il pavimento sporco e le pareti scrostate.

E poi le vide.

Le cerbottane erano appoggiate al muro, tutte insieme, come se qualcuno le avesse disposte in attesa della prossima battaglia. Giffoni si avvicinò, le raccolse in un fascio e per qualche secondo si sentì già vincitore. Avrebbe portato al quartier generale un bottino eccezionale e il capobanda non avrebbe potuto ignorarlo; gli altri avrebbero dovuto riconoscere che il più piccolo della compagnia aveva fatto ciò che nessuno di loro aveva avuto il coraggio di tentare.

Stava per andarsene quando notò, poco più in là, alcuni vasetti pieni di bacche rosse.

Fu in quel momento che la prudenza, già malconcia, venne definitivamente sopraffatta dall'ambizione e Giffoni, letteralmente, la fece fuori dal vaso.

Portare via le cerbottane sarebbe bastato a compiere la missione, ma distruggere anche le munizioni avrebbe significato infliggere alla banda rivale una sconfitta completa, forse addirittura irreparabile. Giffoni immaginò il ritorno al garage, le facce stupite, il capobanda che gli stringeva la mano, Pizzinina invidioso e costretto ad ammettere che aveva fatto bene a non rassegnarsi. La vittoria, già sicura nella sua fantasia, gli parve improvvisamente troppo piccola.

Posò le cerbottane, prese un vasetto e lo svuotò sul pavimento. Poi cominciò a pestare le bacche, concentrandosi sull'operazione con la serietà di un artificiere impegnato a disinnescare un ordigno.

Fu un errore di valutazione.

La porta si aprì alle sue spalle.

Giffoni si voltò. Sulla soglia c'erano lo Smilzo e Bruto Torace di Pietra, accompagnati da altri ragazzi della banda rivale. All'epoca avevano nove e dieci anni, ma in quel momento, agli occhi di Giffoni, apparvero come una pattuglia di veterani che avesse appena sorpreso un sabotatore nel cuore della propria fortezza.

Per un istante nessuno parlò. Lo Smilzo guardò le cerbottane ammassate, poi le bacche sparse sul pavimento, quindi il bambino che le stava schiacciando.

«Gioffoni, che caffo fai?» tuonò lo Smilzo.

Giffoni capì che la missione era fallita. Non gli restava che tentare la carta della responsabilità condivisa, una strategia diplomatica che gli sembrò tanto più necessaria quanto più evidente era la sua colpa.

«Mi hanno mandato quelli della mia banda.»

«A fare cosa?»

«A prendere le cerbottane.»

«E le bacche?»

Giffoni esitò. Non poteva ammettere di aver voluto strafare, perché avrebbe significato confessare che il disastro era stato provocato proprio dal desiderio di fare bella figura.

«Mi hanno detto di farlo.»

Era una menzogna debole, ma a sei anni non si dispone sempre di argomenti migliori. Lo Smilzo non sembrò impressionato, Bruto Torace di Pietra, invece, aveva già preso una cerbottana.

La discussione finì prima di cominciare. Giffoni venne spintonato, messo al muro senza processo e sottoposto a una fucilazione in piena regola, con una salva di bacche rosse che gli arrivarono addosso da distanze ravvicinate, senza alcuna concessione alle convenzioni internazionali. Cercò di proteggersi la faccia, si rannicchiò, tentò di spostarsi, ma ogni movimento gli procurava una nuova scarica. Le bacche gli macchiarono la maglietta, i pantaloni e le braccia; alcune finirono nei capelli, altre gli lasciarono sulla pelle piccole tracce rosse che avrebbero costituito, una volta tornato a casa, prove difficili da contestare.

Quando la salva cessò, le cerbottane erano di nuovo nelle mani dei legittimi proprietari e Giffoni era stato definitivamente espulso dal territorio nemico con un calcio nel sedere sferrato dallo Smilzo, accompagnato da un "Ariaaaaa" che non aveva bisogno di ulteriori ammonimenti.

Tornò al garage con le mani vuote e l'aspetto di un reduce dalle trincee del Carso.

Il capobanda lo ascoltò mentre raccontava l'accaduto. Non mostrò particolare sorpresa e, soprattutto, non manifestò alcuna intenzione di riconoscergli le attenuanti. La missione era fallita; le cerbottane non erano state recuperate; le munizioni erano ancora in mano al nemico. Quanto al fatto che Giffoni fosse stato mandato in un covo potenzialmente occupato da ragazzi più grandi, la questione non sembrò meritevole di approfondimento.

«Dovevi prendere le cerbottane e tornare.»

Giffoni avrebbe voluto ricordargli che, a sei anni, non era facile distinguere una missione suicida da un'occasione di promozione. Ma il capobanda aveva quattordici anni e, in quella gerarchia, quattordici anni equivalevano a un grado militare che non ammetteva repliche.

Fu congedato con disonore.

La giornata, tuttavia, non era ancora terminata. Restava il pranzo, che in famiglia costituiva un appuntamento più rigoroso di qualsiasi ordine impartito al quartier generale. Giffoni arrivò a casa in ritardo, sporco di terra e con i vestiti macchiati dalle bacche. Sua madre lo aspettava con quella calma apparente che, nei bambini cresciuti negli anni Settanta, precedeva spesso una discussione dalla quale non era previsto uscire vincitori.

«Dove sei stato fino adesso?»

Giffoni provò a spiegare che era successo un fatto importante, una vicenda che riguardava la sicurezza del quartiere e che avrebbe richiesto, per essere compresa, una certa conoscenza dei rapporti fra le due fazioni. La madre non sembrò interessata alla geopolitica locale.

Gli chiese perché fosse in ritardo. Gli chiese perché fosse sporco. Gli chiese perché avesse i vestiti ridotti in quello stato. E quando Giffoni tentò di giustificarsi, scoprì che la sua versione dei fatti non godeva di alcuna credibilità presso un tribunale che disponeva già di tutte le prove materiali.

Le prese come Bertoldo, e il pranzo, oltre a essere freddo, fu accompagnato da una requisitoria nella quale non vennero riconosciuti né il valore dell'iniziativa né la nobiltà delle intenzioni.

Quel giorno Giffoni imparò che i superiori tendono a considerare eroiche le missioni che affidano agli altri e fallimentari, per colpa dei sottoposti, quelle che non producono risultati. 

Nonostante tutto, la lezione ebbe in futuro necessità di ulteriori ripassi, prima di essere appresa del tutto.

Forse.



mercoledì 21 ottobre 2026

MENNEA CONTRO BORZOV (E UN PASTORE TEDESCO)

Fuori dall'Olympiaschwimmhalle, mentre il custode rientrava nell'impianto con la soddisfazione professionale di chi aveva appena ristabilito l'ordine senza dover ricorrere alle autorità consolari, Brunelli, Giffoni, Vaccari, Conte e Collar si ritrovarono per qualche istante a contemplare la propria condizione. Erano bagnati, infreddoliti, vestiti alla meglio e, soprattutto, sconsolati come normalmente può esserlo chi ha appena speso 5 marchi per entrare in una piscina e ne esce cacciato in malo modo. A parte Brunelli, il quale invece si compiaceva della storica impresa che era stata la causa dell'espulsione.

Si stavano dirigendo verso la fermata della metropolitana di Olympiazentrum, con l'intenzione dichiarata di rientrare in albergo, fare una doccia e recuperare almeno una parvenza di rispettabilità prima della partenza notturna, quando Giffoni si fermò di colpo.

Gli altri fecero ancora qualche passo, poi si voltarono.

«Che c'è adesso?» domandò Conte.

Giffoni non rispose. Guardava oltre gli alberi, verso una grande struttura che emergeva dal paesaggio con la discrezione di un transatlantico parcheggiato in un giardino.

Era l'Olympiastadion.

La copertura trasparente, le strutture metalliche sospese e l'ampia sagoma dello stadio componevano un insieme che, anche a distanza, conservava qualcosa di futuristico. Non aveva l'aspetto severo dei grandi impianti costruiti per celebrare la potenza degli Stati o la gloria dei regimi, sembrava piuttosto una tenda gigantesca, un'architettura leggera e ardita, concepita per dare l'impressione che la tecnologia fosse finalmente riuscita a liberarsi dalla propria pesantezza.

Per Giffoni, che fino a quel momento aveva condiviso con gli altri l'umiliazione della piscina, quella visione ebbe l'effetto di una rivelazione.

«Ma vi rendete conto?»

Conte sospirò. Conosceva quel tono: era il tono che precedeva le iniziative destinate a complicare la vita a tutti.

«Di cosa?»

«Dell'Olympiastadion!»

«Lo vediamo.»

«No, voi vedete uno stadio. Io vedo la storia.»

«Io vedo, e soprattutto sento, che siamo con le mutande bagnate sotto i pantaloni.»  osservò Vaccari. «E che avrei una certa urgenza di tornare in albergo.»

Giffoni non lo ascoltava più. Si era avvicinato di qualche passo, come se temesse che la struttura potesse svanire da un momento all'altro, lasciandolo con il sospetto di aver avuto un'allucinazione provocata dall'acqua clorata.

«Qui, nel giugno del 1974, Dino Zoff vide interrompersi il suo record d'imbattibilità dopo 1.142 minuti. Gol di Sanon, Haiti. Vi rendete conto?»

Collar lo guardò con la cautela che si riserva alle persone che hanno appena pronunciato un nome apparentemente insignificante con la solennità di chi annuncia la scoperta della tomba di Tutankhamon.

«Sanon chi?»

Giffoni si voltò lentamente.

«Emmanuel Sanon. Haiti. Mondiali del 1974. La nazionale italiana era arrivata in Germania con Zoff che non prendeva gol da una vita. Poi arriva questo Carneade haitiano e gli segna. Fine del record.»

«Ah.»

«Ah?»

«Sì, ho capito. Gli ha fatto gol.»

Giffoni lo fissò. Per un istante parve sul punto di spiegargli che non si trattava semplicemente di un gol, ma di una frattura nella storia del calcio italiano, di un evento che aveva messo fine a una striscia d'imbattibilità destinata a rimanere negli annali e che, per quanto potesse sembrare incredibile, era accaduto proprio lì, a pochi metri da dove si trovavano loro.

Poi rinunciò. Certe cose, pensò, non si possono spiegare a chi non è disposto a sentirle.

«Entriamo.»

«Dove?» chiese Conte, benché avesse già capito.

«Nello stadio. Lo stadio dove, in quella stessa partita, Chinaglia mandò a cagare il Ct Valcareggi in mondovisione al momento della sostituzione con Petruzzu Anastasi. Voi continuate a non capire!»

«Giffoni, quello che ha preso Valcareggi non è niente rispetto al vaffanculo che prenderai tu. Dobbiamo tornare in albergo! Ricordi?» incalzò Conte, il quale incominciava a spazientirsi delle inutili citazioni del mistico Giffoni, sempre più in trance agonistica.

«Ci mettiamo dieci minuti.»

Giffoni indicò lo stadio con un gesto ampio, quasi liturgico.

«Per un archeologo trovarsi davanti a Petra è un'esperienza che non si può rimandare. Per uno che ama la storia antica, vedere le piramidi Maya emergere dalla giungla dello Yucatán non è una cosa che si programma per il prossimo fine settimana e per uno che ama il calcio, trovarsi davanti all'Olympiastadion di Monaco è esattamente la stessa cosa.»

Brunelli, che fino a quel momento aveva ascoltato con un'espressione indecifrabile, si voltò verso Conte.

«A me Petra non interessa, ma lo stadio sì.»

«A te interessa qualsiasi cosa che possa finire male.»

«Non è vero.»

«Hai appena fatto una bomba in mutande nella piscina olimpica.»

«Quella era una questione patriottica.»

Giffoni, nel frattempo, aveva già cominciato a dirigersi verso l'ingresso. Gli altri lo seguirono, non perché fossero stati convinti dalle sue argomentazioni, ma perché avevano imparato che opporsi a certe iniziative richiedeva più energie di quante ne occorressero per assecondarle.

Pagarono due marchi a testa e varcarono l'ingresso.

Giffoni si fermò.

Davanti a lui si apriva il catino dello stadio, quasi irreale nella luce del pomeriggio. Le gradinate, in parte vuote, avevano qualcosa di monumentale senza essere opprimenti e la copertura sembrava galleggiare sopra lo stadio, come se qualcuno avesse voluto costruire un'enorme vela per raccogliere il vento della storia sportiva.

Giffoni avanzò lentamente, guardandosi intorno con la devozione del pellegrino giacobeo giunto al termine del cammino.  Non era più il ragazzo che, pochi minuti prima, aveva seguito Brunelli in una piscina senza costume ma un uomo che si trovava al cospetto di uno dei luoghi in cui il calcio, l'atletica e la memoria collettiva si erano dati appuntamento.

Conte, Vaccari e Collar, al contrario, avevano l'aria di tre turisti che si fossero accidentalmente iscritti a un seminario sulla storia dell'architettura.

«Bello» disse Collar.

«Bellissimo» corresse Giffoni.

«Sì, bellissimo. Possiamo andare?»

«Ma come si fa a pensare di andarsene?»

«Con le gambe» rispose Conte. «È il metodo che sto cercando di adottare da quando siamo usciti dalla piscina.»

Giffoni lo ignorò. Si muoveva lungo la gradinata, soffermandosi ogni tanto per osservare il campo da angolazioni diverse, come se volesse imprimersi nella memoria non soltanto lo stadio, ma anche il modo in cui la luce si posava sulle strutture e il rapporto fra le tribune e il terreno di gioco.

«Ma vi rendete conto? Qui undici anni fa Kaiser Franz alzò la Coppa del Mondo, mandando in fumo il calcio totale degli olandesi del Profeta Johan Cruijff.»

Per lui, in quel momento, ogni seggiolino poteva contenere il ricordo di una partita, ogni metro quadrato del prato custodiva una traccia di un'impresa sportiva, ogni gradino era un frammento di una storia che aveva contribuito a costruire la sua idea del calcio.

Gli altri, invece, cominciavano a considerare i due marchi spesi come un investimento dal rendimento sempre più improbabile.

«Io non capisco» disse Vaccari. «Abbiamo visto lo stadio. È uno stadio. C'è il campo, ci sono le tribune. Cosa dovrebbe succedere ancora?»

Giffoni si voltò verso di lui con un'espressione quasi offesa.

«Non è uno stadio qualsiasi.»

«Lo so. È quello dove ha preso gol Zoff.» precisò Vaccari.

«E dove si sono svolte le Olimpiadi del 1972!» continuò Collar.

«E dove il Profeta è asceso al cielo! E allora?!» interrogò spazientito Conte.

Giffoni, senza curarsi dei compagni e con l'aria del mistico che compatisce dei miscredenti,  proseguì la discesa verso il fondo della gradinata. Gli altri lo seguirono, obtorto collo, con la rassegnazione di chi ha capito che il programma della giornata non gli appartiene più.

Arrivato nei pressi della rete di protezione che separava gli spalti dalla pista d'atletica, Giffoni si fermò nuovamente.

Guardò il tartan rosso.

Poi il rettilineo.

Poi la curva.

E, infine, il cielo sopra la copertura.

Per qualche secondo rimase immobile, con la bocca leggermente aperta.

«No.»

Conte si portò una mano alla fronte.

«Ti prego, dimmi che non hai visto qualcos'altro.»

Giffoni indicò la pista.

«Ma vi rendete conto?»

«No» risposero in coro Vaccari e Collar.

«Durante le Olimpiadi del 1972, proprio qui, su questo tartan, Pietro Mennea conquistò la sua prima medaglia olimpica: il bronzo nei duecento metri, nella finale vinta dal mitico Valerij Borzov!»

Seguì un silenzio breve, ma sufficientemente denso da poter essere interpretato come il momento di raccoglimento che precede una cerimonia ufficiale.

Poi Conte si schiarì la voce.

«E chi se ne frega.»

Vaccari scoppiò a ridere.

«Ma sì, Giffoni! Ma che ce ne frega di Mennea, Borzov e di tutti gli altri? Noi vogliamo tornare in albergo!»

Conte rincarò la dose.

«Secondo me, se Mennea sapesse che siamo qui con le mutande bagnate sotto i pantaloni che ormai sono bagnati anche loro, sarebbe il primo a chiederci di andarcene.»

Giffoni si voltò verso di loro. Aveva l'espressione di chi si trova a dover difendere un patrimonio culturale dall'incuria dei contemporanei.

«Voi non avete idea di cosa significhi essere qui.»

«No» disse Collar. «E, sinceramente, non sento il bisogno di scoprirlo.»

Giffoni si aggrappò alla rete. Guardò ancora la pista, poi gli amici. Nella sua testa, in quel momento, la distanza fra il presente e il 1972 si era improvvisamente annullata. Riusciva quasi a vedere Mennea ai blocchi di partenza, i muscoli tesi, lo sguardo concentrato, pronto a misurarsi con i migliori velocisti del mondo.

E fu proprio allora che uscì di senno, definitivamente.

«Sapete cosa vi dico?»

«No» rispose Conte. «E vorrei mantenere questo privilegio.»

Giffoni si arrampicò sulla rete.

«Vediamo chi ha il coraggio di rifare con me la finale dei duecento metri. E magari battermi.»

Per qualche istante i tre amici lo guardarono senza parlare. Non era facile stabilire se avesse appena pronunciato una provocazione, una proposta sportiva o la prima frase di una crisi mistica.

Brunelli, fino allora silente e probabilmente ancora appagato dalla bomba sganciata nella piscina olimpionica, non aveva invece bisogno di chiarimenti.

Lui non sapeva resistere a una sfida. La sua personalità era costruita su un principio elementare, che nel corso degli anni aveva prodotto risultati assai più disastrosi di quelli ottenuti da molti avversari sui campi di calcio: se qualcuno sosteneva di poter fare qualcosa, Brunelli doveva dimostrare di poterla fare meglio. Se qualcuno lo sfidava, la prudenza diventava una forma di codardia. Se poi la sfida era palesemente stupida, la necessità di accettarla assumeva il carattere di un dovere morale.

Scavalcò la rete con un'agilità sorprendente, considerando che pochi minuti prima era stato espulso da una piscina per essersi tuffato in mutande.

Atterrò sulla pista e si sistemò la maglietta.

«Ecco qui Borzov.»

Giffoni lo guardò.

«Tu saresti Borzov?»

«Certo.»

«Ma Borzov era sovietico.»

«E allora?» 

«Scusa ma non sei tu quello che voterà DC perché è la Juventus dei partiti?»

«Ma chi se ne fotte della politica. Non è Borzov quello che ha vinto? Allora sono io. Basta parlare. Dove si parte?»

«Sulla linea dei duecento metri.»

«Perfetto.»

Conte, Vaccari e Collar si erano accomodati sugli spalti, da dove avrebbero assistito alla gara con l'entusiasmo di chi, per una volta, aveva deciso di non partecipare attivamente alla propria rovina.

«Noi facciamo i tifosi!» gridò Vaccari.

«Sì, fate i tifosi» rispose Giffoni. «Che è già un'attività superiore alle vostre possibilità atletiche.»

«E tu fai Mennea?» domandò Vaccari.

«Io faccio me stesso.»

«Allora siamo tranquilli. Non rischi di battere nessuno.»

I tre scoppiarono a ridere.

Giffoni e Brunelli raggiunsero la linea di partenza. Si guardarono intorno, come due atleti che stessero per disputare una finale olimpica davanti a migliaia di spettatori, benché i soli testimoni della loro impresa fossero tre amici annoiati e un uomo della sicurezza che, dalla tribuna centrale, aveva cominciato a interessarsi alla scena.

Non l'avevano visto arrivare. Era rimasto a distanza, probabilmente convinto che i visitatori si sarebbero limitati a passeggiare sugli spalti e a contemplare l'impianto e quando aveva notato i due ragazzi scavalcare la recinzione, aveva capito che il pomeriggio stava prendendo una piega che avrebbe richiesto un intervento.

I due concorrenti, intanto, si erano sistemati sulla linea dello start.

Giffoni si accovacciò, assumendo una posizione che aveva visto ripetere decine di volte in televisione. Brunelli lo imitò, con qualche difficoltà, perché la sua interpretazione della postura atletica era condizionata da un eccesso di entusiasmo e da una comprensione approssimativa della biomeccanica.

«Pronto?» chiese Giffoni.

«Prontissimo.»

«Quando dico via, si parte.»

«Ho capito.»

«E niente scorrettezze.»

Brunelli lo guardò con aria scandalizzata.

«Ma per chi mi hai preso?»

Giffoni preferì non rispondere.

Dall'altra parte del campo arrivò un latrato.

Un secondo latrato, più vicino, gli fece capire che il loro starter non sarebbe stato un colpo di pistola, ma un pastore tedesco che, scorti due intrusi sulla pista, intendeva partecipare alla gara, con un entusiasmo che nessuno gli aveva richiesto e il merito di renderla più internazionale.

I due si voltarono.

La bestia stava arrivando di corsa sguinzagliata dal custode, il quale aveva cominciato a gridare qualcosa in tedesco. La distanza era ancora considerevole, ma il movimento dell'animale e il tono della voce dell'uomo rendevano perfettamente comprensibile il significato generale della situazione.

Non ci fu più il bisogno di dare il via.

I due scattarono contemporaneamente, ma invece di percorrere la pista nella direzione prevista, si lanciarono dalla parte opposta, come se la finale dei duecento metri fosse stata improvvisamente trasformata in una gara di fuga.

Il cane li inseguiva abbaiando.

Il custode correva dietro al cane.

Brunelli, con le sue lunghe leve, correva davanti a Giffoni.

Giffoni correva davanti al cane, ma soltanto perché aveva avuto il vantaggio di partire molto distante.

Sugli spalti, Conte, Vaccari e Collar si piegarono in avanti, incapaci di credere ai propri occhi. Poi cominciarono a ridere, dapprima sommessamente, quindi con una tale violenza da costringersi a reggersi ai seggiolini.

«Ma guardali!» urlò Conte. «Che razza di coglioni!»

«No, no!» gridò Vaccari, asciugandosi le lacrime. «Sono Mennea e Borzov!»

«Mennea è quello che scappa?» domandò Collar.

«Non lo so! Ma quello davanti è sicuramente il più veloce!»

Brunelli e Giffoni raggiunsero la rete di protezione. La scavalcarono con una rapidità che, se applicata durante una vera competizione olimpica, avrebbe potuto procurare loro qualche soddisfazione. Atterrarono sugli spalti proprio mentre il cane arrivava al punto in cui li aveva visti scomparire.

Il custode si fermò dall'altra parte della recinzione, continuando a gridare.

Il pastore tedesco abbaiava.

I tre amici ridevano.

La finale dei 200 piani di quel pomeriggio si era conclusa: oro all'URSS-Brunelli, argento all'Italia-Giffoni, bronzo alla Germania. Rimaneva da stabilire se il cane fosse dell'Est o dell'Ovest.

Giffoni, piegato in avanti con le mani sulle ginocchia, cercava di recuperare il respiro. Aveva il cuore che gli batteva in gola e la sensazione che, se avesse tentato di pronunciare una frase, ne sarebbe uscita soltanto una successione di suoni incomprensibili.

Brunelli, invece, si raddrizzò quasi subito. Si passò una mano sulla fronte, guardò il campo, poi la rete che avevano appena scavalcato e infine Giffoni.

«Comunque ho vinto io.»

Giffoni sollevò lentamente la testa.

«Cosa?»

«Ho vinto io. Ho scavalcato prima di te.»

Giffoni sapeva bene che non era il caso d'intestardirsi in una infinita discussione dall'esito scontato con Brunelli e preferì destinare le energie residue per raddrizzarsi. Guardò ancora una volta il campo, la pista, la copertura dello stadio: poco prima aveva immaginato Mennea e Borzov impegnati nella loro finale olimpica, e per qualche minuto aveva creduto di essere riuscito a riannodare il filo della storia sportiva con la propria memoria. 

Invece, la sua esperienza dell'Olympiastadion si era conclusa con un cane inferocito e una fuga disordinata. 

Brunelli, lasciando lo stadio di corsa con gli altri, mentre in lontananza si sentivano ancora le urla del custode e i latrati del cane, non resistette a mettere la firma sul pomeriggio.

«Oggi ho fatto la storia. Ho vinto due ori olimpici in meno di un'ora.»


martedì 20 ottobre 2026

BOMBA O NON BOMBA

L'ultimo giorno di una gita scolastica è una specie di zona franca nella quale anche i ragazzi normalmente dotati di un minimo di buon senso cominciano a comportarsi come se il rientro a casa fosse un'eventualità remota, da prendere in considerazione soltanto quando qualcuno comincia a fischiare il treno in partenza.

Brunelli, in particolare, considerava il pomeriggio libero dell'ultimo giorno una sorta di risarcimento per le privazioni subite durante l'anno scolastico. Non aveva ancora stabilito come avrebbe impiegato le tre ore a disposizione prima della partenza delle ventitré dall'Hauptbahnhof di Monaco, ma era certo che non le avrebbe sprecate facendo quello che proponeva Giffoni, cioè gironzolare per il centro, mangiare qualcosa e tornare in albergo con sufficiente anticipo da non rischiare di perdere il treno.

«Siamo a Monaco di Baviera, mica a fare vasche intorno al pennone» disse Brunelli, con l'aria di chi sta per annunciare una scoperta archeologica. «E voi vorreste passare il pomeriggio a mangiare würstel e crauti?»

«Anche due, se servisse a rendere la giornata meno complicata» rispose Giffoni.

«Andiamo all'Olympiapark.»

«A fare cosa?»

«All'Olympiaschwimmhalle. La piscina olimpionica.»

Collar si illuminò. Vaccari domandò se fosse quella dove aveva nuotato Mark Spitz. Conte, che aveva imparato a diffidare delle proposte di Brunelli per ragioni che sarebbe troppo lungo elencare, chiese se per caso fosse necessario prenotare.

«Nel 1972 Mark Spitz ha vinto sette medaglie d'oro in quella piscina» spiegò Brunelli. «Sette! E noi siamo qui a due passi. Vi pare possibile tornare a casa senza averci fatto il bagno?»

«A me pare possibile anche tornare a casa senza aver fatto il bagno in una piscina olimpionica» osservò Giffoni. «Ma ormai ho capito che la mia è una battaglia persa.»

Partirono dalla Marienplatz con la U3 in direzione Olympiazentrum. 

Scesi alla fermata s'incamminarono e nei pressi dell'impianto trovarono alcuni ragazzi tedeschi che giocavano a calcio. Brunelli si fermò a osservarli, e Giffoni, che ormai riconosceva i segnali premonitori delle catastrofi, cercò immediatamente di dissuaderlo.

«Non ci pensare nemmeno.»

«A cosa?»

«A quello che stai pensando.»

«Ma io non penso niente.»

«Appunto. È quando cominci a non pensare che diventi pericoloso.»

Brunelli era già partito. Con il suo tedesco, una lingua che sembrava concepita appositamente per provocare incidenti diplomatici, sfidò i ragazzi bavaresi a una partita all'ultimo sangue.

Afferrò il pallone e proclamò tronfio: «Italiener Weltmeister.»

Non pago, volle subito mettere in guardia gli avversari sull’esito: lui, Giffoni e soci erano le reincarnazioni dichiarate di Rossi, Tardelli e Altobelli, quelli che avevano rifilato tre pappine alla Germania Ovest nella finale mondiale dell’82.

I tedeschi, non proprio convinti, accettarono.

La partita durò poco, fu combattuta e, soprattutto, vide Brunelli applicare un'interpretazione personale del gioco duro, mentre Collar e gli altri supplivano alle carenze tecniche con una certa dose di entusiasmo. Conte si occupò di protestare, Vaccari di correre a vuoto, Giffoni di evitare danni permanenti.

Finì tre a due per gli italiani.

Brunelli celebrò il risultato come se avesse appena conquistato la Coppa del Mondo. I tedeschi si allontanarono senza contestare il verdetto, forse perché ritenevano che la vittoria degli avversari fosse un prezzo ragionevole da pagare pur di liberarsi di quei cinque.

Il problema emerse quando i nostri si guardarono addosso.

Erano lerci, madidi di sudore e coperti di erba. Le magliette sembravano recuperate dopo una settimana di lavori forzati in una miniera di carbone.

Giffoni si passò una mano sulla fronte.

«Bene. Adesso siamo pronti per entrare in una piscina pubblica.»

«Ci laviamo lì» disse Brunelli.

«E con cosa nuotiamo? Con le mutande?»

«Se necessario.»

«Brunelli, le mutande non sono un costume da bagno.»

«Dipende dalle mutande.»

Conte propose di tornare in albergo, farsi una doccia e comprare dei costumi. Collar e Vaccari approvarono senza riserve.

Brunelli, invece, guardò l'ingresso dell'Olympiaschwimmhalle con la determinazione di un condottiero davanti alle mura di una città nemica.

«Io entro.»

«Così?» chiese Giffoni.

«Così.»

«Senza costume?»

«Ho le mutande.»

«Lo hai già detto. Non è che ripetendolo diventano un costume.»

Brunelli si avviò.

«Chi viene viene. Gli altri che s'inculino.»

Gli altri andarono.

Perché in fondo, quando uno decide di fare una stupidaggine, la cosa più difficile non è convincerlo a desistere ma accettare che, se lo lasci andare da solo, quando tornerà avrà una storia da raccontare e tu no.

L'Olympiaschwimmhalle era magnifica.

La grande copertura, la luce che filtrava nell'ambiente, le vasche azzurre e le strutture metalliche restituivano ancora l'immagine di quella modernità ottimista che aveva accompagnato le Olimpiadi del 1972. Era un impianto costruito per celebrare il corpo umano quando questo, dopo anni di allenamento, sacrifici e disciplina, riusciva a compiere qualcosa di eccezionale.

I cinque, per quanto riguardava la disciplina, avevano appena terminato una partita improvvisata su un prato. Quanto ai sacrifici, erano soprattutto quelli che si apprestavano a imporre al personale della struttura.

Alla biglietteria Brunelli si presentò con un sorriso disarmante.

«Fünf Personen. Schwimmen. Olympia.»

L'addetto li guardò. Guardò i vestiti sudici, i capelli appiccicati alla fronte, le scarpe infangate.

«Badehose?»

Brunelli annuì con convinzione.

«Ja, ja. Haben, haben»

L'uomo indicò la direzione degli spogliatoi.

Non è dato sapere se avesse capito male, se avesse deciso di non perdere tempo o se avesse semplicemente pensato che nessuno potesse essere tanto scemo da entrare in una piscina olimpionica senza costume. Fatto sta che i cinque superarono il primo ostacolo.

Negli spogliatoi si tolsero i vestiti. Le magliette e i pantaloni finirono ammucchiati sulle panche, emanando un odore che avrebbe fatto impallidire un laboratorio di microbiologia.

Rimasero in mutande.

Giffoni guardò il mucchio di vestiti e poi i compagni.

«Se ci arrestano, spero almeno che ci consentano di vestirci prima di fotografarci.»

Collar si guardò allo specchio.

«Secondo voi ci cacciano?»

«No» rispose Brunelli. «Perché dovrebbero?»

«Perché siamo in mutande.»

«Siamo in uno spogliatoio. Ci sono anche gli altri in mutande.»

«Gli altri hanno il costume.»

«Ma finiscila di rompere le palle, se non vuoi venire, esci!»

Giffoni, naturalmente, lo seguì.

Uscirono dagli spogliatoi e si avviarono verso le docce.

Fu lì che li notò l'uomo della sicurezza.

Era un tedesco robusto, con una divisa scura, le spalle larghe e un'espressione che sembrava derivare da una lunga esperienza nel distinguere gli utenti normali da quelli che, se lasciati liberi di agire, avrebbero finito per costringere qualcuno a compilare un rapporto.

Li osservò uno dopo l'altro.

Cinque ragazzi italiani, in mutande e l'aria furtiva di chi si sta introducendo in un luogo nel quale non dovrebbe trovarsi.

L'uomo non disse niente.

Li seguì con gli occhi.

Brunelli lo vide e accelerò.

«Muovetevi.»

«Ci sta guardando» sussurrò Vaccari.

«È il suo lavoro.»

«Secondo me ha capito che non abbiamo il costume.»

Brunelli si voltò.

«Vaccari, tu hai una capacità straordinaria di individuare i problemi quando ormai sono diventati impossibili da risolvere.»

Passarono sotto le docce.

L'acqua cominciò a scorrere sui loro corpi, portando via sudore, polvere ed erba. Per qualche secondo, almeno, tutto sembrò andare per il meglio.

Giffoni si passò le mani sul viso.

«Devo ammettere che adesso mi sento meglio.»

«Visto?» disse Brunelli. «Avevo ragione.»

«Sì, certo. Anche un incendio, quando smette di bruciare, lascia una sensazione di sollievo.»

L'uomo della sicurezza continuava a osservarli.

Non era ancora intervenuto. Probabilmente sperava che il buon senso, una delle poche risorse umane che non richiedono manutenzione, facesse spontaneamente la propria comparsa.

Purtroppo, nella zona degli spogliatoi dell'Olympiaschwimmhalle, quel pomeriggio, il buon senso era rimasto in albergo.

Entrarono nella vasca olimpionica.

L'acqua era perfetta, le corsie si allungavano sotto le luci e il silenzio relativo dell'impianto era interrotto soltanto dal rumore dei nuotatori e dalle voci dei bagnanti.

Brunelli si immerse fino alle spalle e sorrise.

«Ragazzi, siamo nella piscina di Mark Spitz.»

«Sì» disse Giffoni. «E per il momento siamo anche riusciti a non farci cacciare.»

Collar si mise a nuotare. Vaccari si aggrappò al bordo, contento di aver finalmente trovato un'attività nella quale non fosse necessario correre. Conte si lasciò scivolare nell'acqua con l'espressione di chi, dopo una lunga serie di decisioni sbagliate, intravede finalmente una possibilità di pace.

Brunelli fece qualche bracciata, poi si fermò.

Guardava dall'altra parte della vasca.

Il trampolino.

Lo osservò a lungo, con un'intensità che Giffoni trovò immediatamente sospetta.

«Brunelli.»

«Cosa?»

«Lascia perdere.»

«Ma non ho detto niente.»

«Lo so. È proprio questo il problema.»

Brunelli indicò la struttura.

«Vi rendete conto che da lì Klaus Dibiasi ha vinto l'oro olimpico per l'Italia?»

Vaccari alzò gli occhi.

«Davvero?»

«Certo! Monaco 1972! Klaus Dibiasi! Oro!»

«E quindi?» domandò Conte.

Brunelli lo guardò come si guarda qualcuno che abbia appena dichiarato di non conoscere l'esistenza del tricolore.

«Come sarebbe a dire e quindi? Siamo qui, nella piscina delle Olimpiadi, dove hanno vinto gli italiani. C'è il trampolino di Dibiasi. Non possiamo mica ignorarlo!»

Giffoni si aggrappò al bordo.

«Perché, secondo te, il trampolino si offende?»

«Tu non capisci.»

«È possibile. Ma ho la sensazione che, tra poco, capirò perfettamente il motivo per cui ci cacciano.»

Brunelli uscì dalla vasca.

«Dove vai?» chiese Collar.

«A vedere il trampolino.»

«Ma lo vedi da qui!»

«Non è la stessa cosa.»

Si avviò verso la scaletta.

Giffoni lo seguì con lo sguardo, poi si rivolse agli altri.

«Ve lo dico io come va a finire: lui sale, si tuffa, fa una bomba e ci cacciano.»

Vaccari scosse la testa.

«Ma dai, non può essere così cojone.»

Giffoni lo guardò.

«Vaccari, siamo entrati in una piscina olimpionica in mutande. La domanda non è più quanto siamo coglioni. È se esiste ancora un limite inferiore.»

Brunelli aveva già raggiunto la scaletta.

Salì.

Un gradino.

Poi un altro.

L'uomo della sicurezza, che aveva seguito l'intera scena, si mosse con maggiore decisione.

Brunelli continuò a salire.

A quel punto anche alcuni bagnanti avevano cominciato a osservare la scena. Un bambino indicò il trampolino alla madre. Un uomo si fermò a metà vasca. Una signora uscì dall'acqua e si mise a guardare.

Brunelli arrivò in cima.

Si fermò sulla piattaforma e guardò sotto di sé.

Per un istante sembrò quasi pensieroso.

Forse, da quell'altezza, la piscina gli apparve diversa. Forse gli venne in mente Klaus Dibiasi, il suo talento, gli allenamenti, la precisione del gesto atletico. Forse ebbe persino un momento di lucidità.

Durò poco.

«VIVA L'ITALIA!» gridò.

E si lanciò.

Non fu un tuffo. Fu una dichiarazione di guerra alla superficie dell'acqua.

Brunelli precipitò verso la vasca con la grazia di un pianoforte a coda lanciato dal quarto piano. All'ultimo istante raccolse le gambe e impattò sull'acqua con una violenza tale da sollevare una corona di schizzi che raggiunse i bordi, investì i nuotatori e bagnò alcuni spettatori.

Un bambino cominciò a piangere.

Una signora urlò qualcosa in tedesco.

Un uomo perse gli occhialini.

Conte venne spinto contro il bordo, Vaccari e Collar sparirono per qualche secondo sotto l'onda mentre Giffoni riemerse lentamente, con i capelli sugli occhi e un'espressione che non lasciava dubbi sul suo stato d'animo.

Brunelli tornò in superficie, trionfante.

«AVETE VISTO CHE BOMBA?»

«Sì. Adesso l'hanno vista anche quelli che erano venuti qui per nuotare.»

Brunelli si avvicinò al bordo.

«Era un omaggio a Dibiasi.»

«Certo. E immagino che Dibiasi, se fosse qui, ti offrirebbe anche una medaglia. Magari quella al valore civile, per aver provocato un'onda anomala in una piscina coperta.»

La guardia della sicurezza arrivò al bordo della vasca. Aveva il volto congestionato, le mani rigide lungo i fianchi e l'espressione di un uomo che aveva definitivamente rinunciato a trovare una spiegazione razionale per quanto stava accadendo.

Indicò Brunelli.

Poi indicò l'uscita.

«ITALIENER RAUS!»

Per un momento nessuno si mosse.

Brunelli si aggrappò al bordo.

«Ma perché?»

La guardia ripeté l'ordine, questa volta con un tono che rendeva superflua qualsiasi traduzione.

«RAUS! SOFORT!»

Giffoni guardò Brunelli.

«Ecco. Hai reso omaggio alla storia dello sport italiano.»

«Ma non ho fatto niente di male!»

«Hai fatto una bomba dal trampolino olimpico in mutande, Brunelli. Se non è abbastanza per essere cacciati, non so davvero cosa serva.»

La guardia indicò nuovamente l'uscita.

Collar uscì dalla vasca senza fiatare, Vaccari lo seguì facendo finta di niente per passare inosservato mentre Conte si trascinò verso il bordo con la rassegnazione di chi aveva ormai accettato che il pomeriggio libero fosse diventato una forma di pena alternativa.

Brunelli uscì per ultimo, ancora convinto di essere vittima di un'ingiustizia.

L'uomo della sicurezza li accompagnò fino all'uscita dell'impianto, sorvegliandoli come se temesse che uno di loro potesse improvvisamente voltarsi e tentare un ultimo tuffo.

Quando furono fuori, si fermò sulla soglia, li guardò uno per uno e indicò la strada.

«Raus!»

La porta si chiuse alle loro spalle.

Per qualche secondo i cinque rimasero immobili, in mutande, con i capelli bagnati e l'espressione di chi ha appena scoperto che il mondo non è sempre disposto a collaborare con le proprie ambizioni.

Poi Brunelli si passò una mano sui capelli e guardò i compagni.

«Comunque, ragazzi, una cosa è certa.»

Giffoni sospirò.

«Dimmi.»

«Una giornata così non la dimenticheremo mai.»

Interpellato molti anni da allora, Brunelli disse risolutamente di non ricordarsi nulla.


lunedì 19 ottobre 2026

RIMPIANTI O RIMORSI?

Tra Giffoni e Gambero le questioni filosofiche arrivavano sempre nei momenti meno opportuni, cioè quando nessuno aveva un motivo serio per occuparsi di qualcosa di più urgente. Non che mancassero argomenti di maggiore concretezza: c’erano bollette da pagare, mogli o compagne da accontentare, figli da interpretare, acciacchi da ignorare e un campionato di calcio che, anche quell’anno, sembrava organizzato apposta per dimostrare che l’umanità non aveva imparato niente dai propri errori, ma proprio quando la vita offriva un discreto assortimento di problemi autentici, qualcuno sentiva il bisogno di fabbricarsene uno astratto.

Quella volta era toccato a Gambero, il quale, durante una passeggiata notturna alla ricerca di un po' di refrigerio tra le vie deserte della cittadina, si era rivolto improvvisamente a Giffoni con l’aria di chi stava per sottoporre all’interlocutore una questione di rilevanza costituzionale.

«Secondo te, è meglio vivere senza rimpianti o senza rimorsi?»

Giffoni, che nella sua mente stava cercando di stabilire se l'allenatore della sua squadra del cuore avesse le capacità per condurre i giocatori verso la salvezza, lo guardò con un sorriso non adeguato alla questione che gli era stata sottoposta.

«Questa è una domanda da ore liete.»

«Cioè?»

«Le ore in cui non sai che cazzo fare e, non avendo a disposizione un problema vero, decidi di interrogare l’esistenza. Non lo ricordi più? Di solito succede la domenica pomeriggio, dopo pranzo, quando hai finito di digerire ma è ancora troppo presto per pensare alla cena; oppure in certe sere d’autunno, quando fuori piove, la televisione trasmette una replica di Don Matteo e tu cominci a domandarti se nella vita avresti dovuto sposare quella ragazza che ti sorrideva in terza fila al cinema, iscriverti a Lettere anziché a Economia, oppure accettare quel lavoro a Bolzano che nel 1989 ti sembrava una prospettiva professionale della minchia e oggi ti appare invece come l’occasione mancata di una luminosa carriera da pensionato bilingue.»

Gambero lo lasciò terminare, abituato com’era al fatto che Giffoni, quando gli veniva concessa una domanda, non si accontentasse mai della risposta.

«Non vedo cosa ci sia di male nel pensarci.»

«Niente, purché tu abbia chiaro che stai perdendo tempo e, soprattutto, purché tu non scambi la perdita di tempo per una forma superiore di consapevolezza.»

«Ecco, lo sapevo. Tu hai già la risposta.»

«Naturalmente.»

Giffoni ora assunse quella compostezza vagamente accademica che gli veniva spontanea quando riteneva di avere individuato un errore di impostazione nel discorso altrui: non era presunzione, almeno secondo la sua personale valutazione ma piuttosto il fastidio che provava davanti alle domande costruite in modo da dover ricevere una risposta sensata.

«Il problema, caro Gambero, è che tu parti dal presupposto che le persone possano scegliere liberamente fra una serie di possibilità tutte ugualmente accessibili e che, soltanto dopo, siano autorizzate a pentirsi della scelta fatta. Ma la vita non funziona così. O, almeno, non funziona così per le persone mentalmente sane.»

«Ah, ecco. Adesso ci vuole anche il certificato psichiatrico.»

«Non dire cagate, non sei credibile. Una persona ragionevole, quando deve prendere una decisione, cerca di fare quello che in quel momento le sembra il meglio possibile, tenendo conto delle informazioni che possiede, delle condizioni in cui si trova, delle risorse di cui dispone e dei vincoli che non può eliminare con uno schiocco di dita. Poi può sbagliare, naturalmente. Può valutare male una persona, sopravvalutare le proprie capacità, sottostimare un pericolo, farsi sedurre da una prospettiva che si rivelerà un'inculata memorabile. Ma questo riguarda l’esito della decisione, non necessariamente la sua razionalità al momento in cui è stata presa.»

Gambero lo guardò con l’espressione di chi sta seguendo un ragionamento, ma non ha ancora deciso se valga la pena arrivare fino in fondo.

«Quindi, se uno sposa una donna e dopo dieci anni divorzia, non deve avere rimpianti perché, quando l’ha sposata, pensava che fosse la donna giusta.»

«Esattamente.»

«Quindi, secondo te, uno può dire di aver fatto il meglio possibile anche quando ha fatto una cazzata terribile e che quindi non bisogna pentirsi di niente.»

«Non intendo questo: intendo dire che il pentimento non è una macchina del tempo.»

Giffoni pronunciò la frase con una certa soddisfazione, come se avesse appena trovato la formula conclusiva di un teorema. Gambero, invece, rimase a fissare il fiume che scorreva a fianco della strada e dal cui fondo non arrivava una risposta.

«A me sembra un modo elegante per assolversi sempre» disse infine. «Se ogni scelta era l’unica possibile nelle condizioni del momento, allora nessuno è mai davvero responsabile di quello che fa. Basta raccontarsi che non c’erano alternative.»

«Attenzione. Ho detto che era l’unica scelta concretamente possibile per quella persona, in quel momento, non che fosse l’unica scelta concepibile in assoluto. Le alternative, in teoria, esistono quasi sempre. Puoi restare, andartene, parlare, tacere, aspettare, rischiare, rinunciare. Il fatto che tu riesca a elencarle tutte a posteriori non significa che, quando dovevi decidere, fossi davvero in grado di percorrerle. È una delle truffe più diffuse della memoria: il passato ci restituisce un ventaglio di possibilità che il presente, quando era ancora presente, ci aveva consegnato molto più stretto.»

«E allora il libero arbitrio dove lo mettiamo?»

«Dove vuoi. Purché non lo usiamo per fare i conti con il passato come se fossimo revisori contabili dell’anima.»

Gambero fece una smorfia.

«Questa è una delle tue frasi che sembrano intelligenti perché non si capisce bene cosa vogliano dire.»

«È una frase chiarissima. Sei tu che non hai voglia di capire.»

«Può darsi. Ma continuo a pensare che le persone provino rimpianti e rimorsi per qualcosa. Non puoi liquidare tutto dicendo che, in quel momento, hanno fatto quello che potevano. Ci sono occasioni che lasciamo scappare per paura, persone che feriamo per egoismo, parole che non diciamo per orgoglio. E poi, quando è troppo tardi, ci rendiamo conto che avremmo potuto comportarci diversamente.»

«Certo che avremmo potuto. Col senno di poi, possiamo sempre comportarci diversamente. Il problema è che il senno di poi è un consulente formidabile: costa poco, arriva quando il lavoro è finito e non rischia mai di essere chiamato a rispondere dei risultati.»

Gambero sorrise suo malgrado, ma non cedette.

«Però il rimorso può servire a non ripetere lo stesso errore.»

«Questo è un altro discorso. Quello che tu chiami rimorso, se ti aiuta a riconoscere che hai fatto del male a qualcuno e ti spinge a chiedere scusa, a riparare, a cambiare comportamento, io la chiamo assunzione di responsabilità e ha una funzione. Se invece ti limiti a rigirarti nella testa quello che avresti dovuto fare, senza che da quella sofferenza nasca niente, stai soltanto pagando una multa a te stesso per un’infrazione che non puoi più cancellare e io lo chiamo rimorso.»

«E il rimpianto?»

«Il rimpianto è ancora più curioso. Perché spesso non rimpiangiamo quello che abbiamo perso: rimpiangiamo la versione della nostra vita che immaginiamo sarebbe nata se avessimo scelto diversamente. Una vita alternativa, naturalmente, nella quale tutto funziona benissimo, le persone ci capiscono, il lavoro ci gratifica, i soldi non finiscono e le donne che abbiamo lasciato non diventano mai insopportabili. È una vita immaginaria costruita con un criterio di selezione piuttosto generoso: conserva tutti i vantaggi e cancella gli inconvenienti.»

«Insomma, secondo te rimpianti e rimorsi sono una perdita di tempo.»

«No. Sono un inevitabile prodotto collaterale della coscienza ma il fatto che una cosa sia inevitabile non la rende necessariamente utile: anche le emorroidi sono un’esperienza umana piuttosto diffusa, ma non mi pare che questo costituisca una ragione sufficiente per coltivarle.»

Gambero rise, questa volta senza trattenersi.

Nel frattempo si erano avvicinati ai tavolini di un bar dove avventori discutevano animatamente di un rigore assegnato la domenica precedente. Uno sosteneva che l’arbitro fosse un incompetente, l’altro che il VAR avesse definitivamente rovinato il calcio e nessuno dei due sembrava disposto a considerare l’ipotesi che la propria squadra avesse semplicemente giocato male. Giffoni li osservò per qualche secondo, poi tornò all’amico.

«Vedi? Anche nel calcio è così. Dopo una sconfitta, tutti sanno cosa avrebbe dovuto fare l’allenatore, quale sostituzione anticipare, chi lasciare in panchina e quale modulo adottare. Ma durante la partita, quando il risultato è ancora in bilico e hai davanti una squadra che ti pressa, devi decidere con quello che sai e con quello che hai. Il giorno dopo, invece, hai le immagini rallentate, le statistiche, i commenti degli esperti e soprattutto il risultato finale. È facile diventare un genio quando conosci già la soluzione.»

«Però un allenatore che sbaglia formazione può essere esonerato.»

«Appunto. La responsabilità riguarda le conseguenze e il giudizio sul lavoro svolto, non richiede che uno si tormenti per il resto della vita: se ogni errore dovesse diventare una condanna permanente, a quest’ora non ci sarebbe più un allenatore in attività e, probabilmente, nemmeno un essere umano in circolazione.»

«Quindi tu non hai mai avuto rimpianti?»

Giffoni si prese qualche secondo prima di rispondere. Non perché dovesse cercare la risposta, ma perché voleva evitare che l’amico interpretasse la pausa come un’ammissione di debolezza.

«Ho avuto occasioni nelle quali mi sono chiesto come sarebbe andata se avessi fatto una cosa anziché un’altra. Ho avuto dispiaceri, delusioni, decisioni che non rifarei e persone che avrei preferito trattare meglio. Ma non vedo perché dovrei trasformare tutto questo in una contabilità morale da tenere aggiornata fino alla morte: la vita non è una dichiarazione dei redditi nella quale, se ti accorgi di aver sbagliato un rigo, puoi presentare una dichiarazione integrativa e recuperare il credito.»

«Tu riesci a portare il fisco anche dentro la filosofia.»

«È una deformazione professionale, altri portano la filosofia dentro il calcio e nessuno li arresta.»

Gambero scosse la testa. Era convinto che l’amico avesse una certa tendenza a costruire sistemi teorici per difendersi dalle domande scomode e non necessariamente perché avesse qualcosa da nascondere; forse, più semplicemente, perché gli riusciva difficile accettare che una parte della vita fosse governata da circostanze, debolezze e casualità sulle quali non aveva alcun controllo.

«Resta il fatto» disse «che se hai ferito una persona, non puoi cavartela sostenendo che in quel momento ti sembrava la cosa migliore. Magari per te lo era, ma per l’altra persona è stata una disgrazia. E tu devi fare i conti anche con questo.»

«Naturalmente. Ma fare i conti non significa condannarsi all’ergastolo: se ho fatto del male a qualcuno, devo riconoscerlo, assumermene la responsabilità e, se possibile, riparare. Non devo necessariamente trascorrere i successivi quarant’anni a domandarmi se, quella sera, avrei dovuto dire una parola diversa. Il rimorso può essere il campanello d’allarme della coscienza ma non deve diventare l’inquilino abusivo che pretende di avere le chiavi di casa.»

«E se non puoi riparare?»

«Allora devi accettare che ci sono cose che non si possono riparare. Il che è spiacevole, ma non è una ragione per continuare a romperle.»

Gambero rimase in silenzio. Non era convinto del tutto, ma cominciava a sospettare che la questione, come spesso accadeva quando si discuteva con Giffoni, non avesse una soluzione capace di soddisfare entrambe le esigenze: quella di attribuire un senso alle proprie scelte e quella, assai più pratica, di continuare a vivere dopo averle compiute.

«Sai chi aveva sicuramente ragione?» chiese all’improvviso Giffoni.

Gambero sospettò che la risposta non avrebbe contribuito al progresso del pensiero occidentale.

«Aristotele?»

«No.»

«Seneca?»

«No.»

«Kant?»

«Ma chi cazzo vuoi che sia, Kant?»

«Allora illuminami.»

Giffoni si sporse verso di lui, con il tono di chi sta per rivelare un segreto custodito per decenni in una cassaforte di famiglia.

«Wanna Marchi.»

Gambero lo guardò come si sarebbe poturo guardare Le Pape des Fous descritto da Victor Hugo in Notre-Dame de Paris.

«Wanna Marchi?»

«Proprio lei. Estate del 1987. Lupo Solitario, la trasmissione di Patrizio Roversi e Susy Blady. Ma come fai a non ricordare? Roversi le fa la stessa domanda che ci stiamo facendo noi e lei risponde, senza la minima esitazione, tuonando con il suo vocione insopportabile: “Io non ho mai avuto né rimpianti né rimorsi, caro Lupo!”»

Per qualche istante Gambero non disse nulla. La frase sembrava aver prodotto nella sua testa un cortocircuito fra la filosofia morale, la televisione degli anni Ottanta e una categoria di personaggi che la cultura ufficiale avrebbe preferito confinare in un’appendice dedicata alle anomalie del costume nazionale.

Poi scoppiò a ridere.

«È meraviglioso.»

«Cosa?»

«Che noi siamo qui da mezz’ora a discutere di libero arbitrio, responsabilità individuale, limiti della memoria e condizioni concrete della scelta, e alla fine tu fai arrivare Wanna Marchi, che con l'autorevolezza di una sentenza della Cassazione liquida la questione in undici parole.»

«Dodici, se conti il caro Lupo.»

«Non vorrei essere pedante, ma “né rimpianti né rimorsi” sono già quattro parole che si risparmiano una quantità considerevole di tormenti. Il resto è scenografia.»

Giffoni sorrise, soddisfatto di aver portato un argomento che aveva definitivamente spostato la conversazione dal piano filosofico a quello della storia delle comunicazioni di massa, dove, peraltro, riteneva che la civiltà italiana avesse espresso alcuni dei suoi contributi più originali.

«Vedi? Alla fine pensarci era una questione da ore liete.»

Gambero lo guardò come si guarda un amico che, dopo aver ammesso l’inutilità di una riunione, insiste per convocarne un’altra.

«E intanto che pensi - continuò Giffoni -  pensa a cosa perdi.»

Gambero sollevò un dito.

«Questa è di Maurizia Paradiso.»

Giffoni rimase immobile, facendo finta di non capire.

«Come, scusa?»

«Sei tu adesso che fai finta di non ricordare. Maurizia Paradiso, quella che nelle televendite notturne sulle reti private, imboniva i nottambuli come noi proponendo le cassette VHS di Magic America. “E intanto che pensi, pensa a cosa perdi.” O qualcosa del genere.» 

«Non ricordavo che fosse una citazione.»

«Tu non ricordi le citazioni quando ti fanno comodo, le trasformi in massime personali, le pronunci con aria solenne e aspetti che qualcuno ti faccia i complimenti.»

«È un’accusa grave.»

«È un dato di fatto.»

«D’accordo. Ma ammetterai che, per una volta, mi hai fornito un assist irrinunciabile.»

«Per citare Maurizia Paradiso?»

«Per concludere una discussione sui rimpianti e sui rimorsi con una frase che invita a non perdere tempo, pronunciata da uno che sta cercando di dimostrare che pensare è una perdita di tempo. È una contraddizione perfetta. E, come sai, le contraddizioni perfette sono una delle poche cose che ancora mi commuovono.»

«Non ti commuovere troppo. Potresti pentirtene.»

Giffoni lo fissò per un momento, poi scoppiò di nuovo a ridere.

«Vedi? È proprio questo il punto. Se dovessimo evitare tutto ciò di cui potremmo pentirci, finiremmo per non fare più niente. E allora sì che avremmo una vita senza rimpianti e senza rimorsi: una vita nella quale non sarebbe successo assolutamente nulla.»

Inatanto, la sera continuava a scorrere senza chiedere a nessuno se avesse fatto le scelte giuste. Il mondo, del resto, non aveva mai mostrato particolare interesse per i bilanci morali degli esseri umani: andava avanti con la sua consueta indifferenza, lasciando a ciascuno il compito di trovare una spiegazione a quello che era successo e, se possibile, un motivo valido per alzarsi la mattina successiva.


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