mercoledì 4 febbraio 2026

GENNAIO CALIBRO NOVE

 

Gorizia, gennaio 1985

Il freddo di Gorizia non è mai solo meteorologico; è un brivido che arriva dalla storia, da quel confine che senti addosso anche se non lo vedi. Ho 18 anni e sono sugli spalti di un palazzetto per una partita di pallamano di Serie B. Seguo la squadra dei cugini bolognesi di un amico, che quella domenica mi ha invitato a qualcosa di diverso per vincere la noia. Durante la partita all'interno del palazzo si sprigiona un'aria densa di un livore che non capisco. "La prossima bomba in piazza Maggiore!". Il grido taglia il rumore delle scarpe sul parquet. Mi gela il sangue: non sono passati neanche cinque anni dalla strage di Bologna e quella frase non è tifo: è un’evocazione del male che scatena il putiferio in campo e sugli spalti.  Vedo la reazione rabbiosa dei bolognesi: "Slavi di merda, la prossima volta non vi liberiamo più". Resto lì, in mezzo a questo ping-pong di veleni, a chiedermi perché tutto questo odio e tutta questa diffidenza siano necessari. Sono deluso dai goriziani, ma in generale da tutti. La sera, per dimenticare, andiamo al cinema a vedere I due carabinieri. Ridiamo con Verdone e Montesano. La divisa, sullo schermo, è una maschera comica, così come i Carabinieri sono i protagonisti obbligati delle barzellette. Non so ancora che il destino sta prendendo appunti.

La notte della "Uno", gennaio 1993

Sette anni dopo, quella divisa è sopra la mia pelle: sono un Carabiniere di leva, ho 26 anni e a novembre devo discutere la tesi in Economia. È un'altra domenica, è  notte, un turno di perlustrazione sulla statale Udine-Trieste su una Fiat Uno che fatica a scaldarsi. Ore 00:30: allarme per un furto in un ingrosso di alimentari. Arriviamo e la scena è un caos di ombre: la macchina di una guardia giurata nel fosso, poi il suono secco di un colpo di pistola. L’appuntato mi ordina di coprire un lato del capannone facendomi scudo con la vettura, mentre lui coprirà un altro lato dell'edificio. All'interno ci sono degli zingari che stanno facendo una rapina. Scarrello la Beretta. Il metallo è ghiaccio. Punto l’arma verso l’uscita e tremo. Non è freddo, è paura. Dentro la testa una domanda che scava in profondità: "Se escono, cosa faccio?". Prego che non succeda. Prego che la realtà non mi costringa a rompere l’ordine dei miei libri di economia e i sogni per il futuro con un foro di proiettile. Le regole d'ingaggio prevedono che io dia l'alt e possa solo rispondere al fuoco in maniera proporzionale alla minaccia. "E se questi escono e sparano per prima fregandosene del mio alt?" Rieccheggiano le voci degli anziani udite più volte in Caserma: "Meglio un brutto processo che un bel funerale". Continuo a tremare e pregare. Gli zingari svaniscono nei campi. Passiamo ore a cercarli con le torce nel buio pesto, ma non troviamo nulla. Solo il vuoto. E la paura, che non mi lascia neanche per un momento.

Il peso dell'eredità

Rientriamo in caserma alle quattro del mattino. Mentre mi sfilo gli anfibi, mi sento addosso un'adrenalina sporca. Penso di aver vissuto qualcosa di estremo, ma poi il pensiero corre ai racconti di casa e la mia paura rimpicciolisce. Ripenso a mio padre, ragazzo nel maggio del '45, che vede un ufficiale tedesco spararsi in testa perché la via di fuga era sbarrata dai partigiani. Ripenso a lui che cammina con suo nonno e vede i corpi dei partigiani fucilati proprio in quel campo sportivo dove io andavo a giocare. Ripenso a mia madre che a Lignano s'inquietava sentendo parlare tedesco, perché le ricordava i soldati che nel '45 le entrarono in casa urlando, staccando un salame dal soffitto con la baionetta. Ripenso a mio nonno, bambino durante l'invasione dopo Caporetto e poi ai suoi trent'anni passati col terrore di finire in Russia o di morire per uno sguardo sbagliato tra soldati tedeschi, fascisti, partigiani italiani o slavi tra il 1943-45. La mia paura di stanotte è solo l'ultima, pallida, eco di un coro di paure che questa terra si tramanda da generazioni. Guardo il graduato di professione e capisco di essere solo un ospite temporaneo nel mondo del pericolo. Mi interrogo su quell'appuntato anziano che ha passato la notte accanto a me. Lo osservo mentre compila il registro o mentre si slaccia la giubba con gesti lenti, metodici, quasi annoiati. Come si impara a gestire questo vuoto nello stomaco? Mi chiedo se esista una predisposizione naturale, un gene del coraggio che a me manca, o se sia semplicemente una questione di erosione. Forse, a forza di puntare una pistola nel buio, il cuore smette di sobbalzare e diventa calloso. Forse la paura non sparisce, ma si trasforma in una specie di stanchezza cronica, un’abitudine che ti permette di agire come un automa mentre dentro resti spento. Mi guardo allo specchio: tra pochi mesi discuterò una tesi in Economia, parlerò di mercati, bilanci, numeri astratti. Come potrò spiegare, in quel mondo ordinato, cosa significa pregare che un ladro non esca da una porta per non essere un bersaglio o per essere costretto a sparare?

L'ultimo atto: Stadio Friuli, maggio 1993

Maggio 1993, manca un mese al congedo e viaggio verso lo stadio per Udinese-Brescia, sempre con una uno blu con la scritta carabinieri sulle fiancate, comandato di un servizio di ordine pubblico. In una domenica precedente la tifoseria bresciana ha messo a ferro e fuoco la curva ospite. Per tutta la settimana in caserma non si è parlato d'altro, di come affrontare la situazione.  Una sfida salvezza, l’ultima spiaggia per restare in Serie A. Per molti è solo sport, ma io so che la disperazione sportiva è una miccia corta.

Io sono un tifoso dell'Udinese da anni. Conosco ogni gradone di quello stadio, ogni coro, ogni volto della curva. Ma oggi non posso essere me stesso. Oggi sono schierato dall’altra parte della rete, e la paura torna a trovarmi sotto una forma nuova: non è più il terrore del buio, ma l'angoscia della folla. È la paura dell'imprevedibile, di quel momento esatto in cui la massa smette di essere composta da individui e diventa un animale cieco che preme contro i cancelli.

Sento il peso della giubba e il cinturone che mi stringe i fianchi. Mentre scendiamo dal mezzo, vedo le sciarpe bianconere e, per la prima volta, ne ho timore. Guardo i ragazzi della mia età che urlando ci insultan e mi chiedo se tra loro ci sia qualcuno con lo stesso veleno che sentii a Gorizia otto anni prima. Mi chiedo se sarò capace di stare fermo, di essere l'argine, se dovessero iniziare i lanci di pietre o se le due tifoserie dovessero venire a contatto.

È una paura ad ampio spettro: la paura di fallire davanti ai colleghi anziani che sembrano monoliti di granito, e la paura di dover colpire o essere colpito da chi porta i miei stessi colori. Mi ritrovo a dare le spalle al campo, a fissare gli spalti anziché il pallone, a cercare di leggere nei volti i segni della tempesta che sta per esplodere. Anche qui, come quella notte di gennaio davanti al capannone, mi scopro a pregare. Prego che la partita scivoli via senza incidenti, che il fischio finale arrivi in fretta, che nessuno mi costringa a mettere alla prova il mio coraggio. Sono un tifoso che ama la sua squadra, ma in quel momento desidero solo che tutto finisca, per potermi sfilare la divisa e tornare a essere un uomo invisibile tra la folla, lontano dalla responsabilità di quella linea di contatto.

Fortunatamente al fischio finale tutti lasciarono lo stadio senza strascichi e il sollievo più grande tornò ad essere il rigore del possibile 2-3 calciato al novantesimo in curva da Raducioiu, dopo che il Brescia aveva già rimontato il 2-0 iniziale di Balbo e compagni. La paura per la serie B immediata si era dissolta.

Oggi

Tra qualche mese compirò sessant'anni e dopo il congedo dall'Arma non ho più corso seri pericoli per la mia incolumità personale, se escludo il breve periodo in cui ho lavorato nel mondo dell'accoglienza ai minori stranieri. Oggi, ripensando a quel tempo in divisa, guardo mio figlio e i suoi coetanei. Mi fermo a osservare le loro paure e ammetto a me stesso quanto sia difficile comprenderle. Le loro inquietudini mi sembrano così diverse dalle mie, così distanti dal metallo freddo di una Beretta, dalla responsabilità di portare un'arma o dalle bottte negli stadi; così è sempre dietro l'angolo la tentazione di minimizzarle, di considerarle meno "vere" o meno pesanti delle mie. Ma poi mi fermo e capisco: probabilmente era lo stesso identico pensiero che mio padre rivolgeva a me, e mio nonno a lui, risalendo a ritroso in una catena senza fine. Ogni generazione ha il suo fango da attraversare e il suo argine da presidiare. E forse il vero rito di passaggio non è smettere di aver paura, ma accettare che la paura di chi viene dopo di noi abbia la stessa forza e lo stesso diritto di essere ascoltata, anche se parla una lingua che non riconosciamo più.

lunedì 26 gennaio 2026

(NON) SONO UNA SIGNORA

Questo breve racconto è dedicato ai frequentatori del BluEnergy Stadium che per ragioni anagrafiche si sono persi le avventure di chi era fedelissimo del vecchio Stadio Friuli e che a sua volta, sempre le medesime ragioni, non ha potuto conoscere i tempi pioneristici del glorioso Moretti.

Frequentare lo stadio Friuli nel 1982 era un rito molto diverso rispetto al moderno impianto sorto per 3/4 sulle ceneri delle vecchie curve e distinti.

L’unico settore con posti numerati e relativi seggiolini era la tribuna posta sotto l’arco, il solo superstite salvato dalla demolizione ed integrato nel design del nuovo impianto, eretto tra l’estate del 2013 e terminato nel gennaio del 2016.

Le curve ed i distinti centrali erano scoperti e a gradoni in cemento, circostanza che al tempo di biglietti cartacei rigorosamente emessi e circolanti liberamente al portatore, consentiva di far entrare un numero di persone ben oltre la capienza dei 42.000 posti autorizzati e obbligava i possessori dei tagliandi a tenere a mente il primo ammonimento dei pellegrini sul cammino di Santiago: chi tardi arriva, male alloggia.   

Infatti, arrivare a ridosso del fischio d’inizio, poteva voler dire finire molto in basso, nei pressi delle barriere e della pista di atletica, cosa che avrebbe fatto solo intuire quello che succedeva in campo; se il posto era in curva, poi, quello che accadeva sul lato lontano lo si poteva dedurre solo in base al rumore della folla quando l’azione di gioco si sviluppava da quelle parti.

Ciò obbligava ad arrivare ai cancelli d’ingresso almeno due ore prima e poi inventarsi chissà che cosa per far passare il tempo, perché al di là degli altoparlanti che gracchiavano pubblicità commerciali, all'interno non c’era nessun altro tipo di attrazione.

Un’attesa interminabile, specialmente nei frequenti pomeriggi freddi e uggiosi dell’inverno friulano o con il sole  picco in tarda primavera.

Nelle partite “di cartello” poi, la densità tra uno spettare e l’altro in curva era talmente fitta che al momento del gol dell’Udinese era impossibile non farsi travolgere dall’onda umana che si creava, trovandosi in seguito in tutt’altro punto della gradinata.

A parte gli incontri con le tre grandi classiche  - Juve, Milan, Inter per cui se non avevi comperato il biglietto nelle prevendite autorizzate non avevi chance di accedere senza pagare pesantissimo dazio ai bagarini – i biglietti si potevano acquistare anche alle biglietterie dello stadio all’ultimo momento, scontando però code chilometriche con il rischio di entrare a gara iniziata.

Niente biglietti on-line, chiaramente. E niente tornelli, pre-filtraggi, esibizione di documenti, deleghe ecc. ecc.

Ma veniamo all’episodio che merita di rimanere scolpito nella memoria utilizzando il blog e il web come si sarebbe fatto secoli orsono, affidando il messaggio scritto ad una bottiglia da spingere in mezzo al mare in attesa che, un giorno, qualcuno la raccolga e leggendo il testo, si faccia, se non altro, quattro risate.

Due maggio 1982.

Terzultima giornata del campionato che anticiperà la spedizione azzurra al mondiale di Spagna, il cui raduno è fissato per il 20 maggio all’Hotel Puerta del Sol di Alassio.

La lotta scudetto è serratissima, a tre partite della conclusione Juventus e Fiorentina sono in testa alla classifica con gli stessi punti ed il calendario vede i bianconeri friulani allenati da Enzo Ferrari, ottenuta la salvezza matematica la domenica prima con un 2-0 sul campo di un pericolante Bologna, essere insigniti dalla stampa nazionale quali arbitri dello scudetto.

Infatti, Madama Juventus è attesa alle 16,00 del 2 maggio sul prato del Friuli, prima di ospitare al comunale di Torino il Napoli e poi chiudere sul terreno di un tranquillo Catanzaro; i viola di Picchio De Sisti invece faranno visita a San Siro ad un Inter in lizza per un posto UEFA, poi ospiteranno in riva all’Arno l’Udinese e per l’ultima saranno di scena al Sant’Elia di Cagliari, contro i sardi che hanno disperato bisogno di punti salvezza.  

Tutto fa presagire ad uno spareggio, cosa che disturberebbe non poco i piani del Vecjo Bearzot, che attende al più presto i suoi azzurri per il mondiale spagnolo.

L’incontro del Friuli, delicatissimo per gli juventini, ha gli occhi puntati da parte di tutti gli sportivi non solo italiani ma pure di mezzo mondo, perché alle ore 16,00 del due maggio Paolo Rossi tornerà in campo dopo due anni di squalifica.

L’esclusione dai campi di gioco gli era stata inflitta al processo sportivo del primo grande scandolo del Toto Nero; il 23 marzo 1980 infatti, le auto della Polizia e della Guardia di Finanza erano entrate sulle piste degli stadi per arrestare diversi giocatori e tesserati. L'accusa: quella di aver promesso e poi non mantenuto di truccare le partite, truffando così Trinca e Cruciani, i due scommettitori clandestini romani gabbati e che parevano usciti da qualche film con Tomas Milian.

In tribuna d’onore al Friuli, vicino al cividalese Diego Meroi, Presidente della FIGC regionale, ci sarebbe stato il CT Enzo Bearzot, con gli occhi puntati su Pablito, che 4 anni prima al mondiale argentino era esploso in mondovisione e divenuto la punta di diamante di una delle più belle nazionali di tutti i tempi.

E magari anche con la speranza, risultata poi vana per il CT di Aiello, di vedere alzarsi dalla panchina juventina ed entrare in campo un altro dei suoi pupilli, ovvero Roberto Bettega che stava cercando di rientrare in gioco anche lui, dopo essere stato assente dal novembre 1981, quando il portiere belga Munaron gli aveva fracassato un ginocchio durante un tetro mercoledì di Coppa dei Campioni, conclusosi con l’ennesima prematura eliminazione per Madama.

Le richieste di accredito per fotografi i giornalisti erano state centinaia, i biglietti di tutti i settori dello stadio erano già stati polverizzati un mese prima,  tutto il mondo sportivo quel pomeriggio voleva essere presente allo storico evento.

Naturalmente lo volevano essere anche Giffoni, Remfutti, i fratelli Brunelli, Fruzzo, Romano e Leonardo, i “nostri” liceali alle prese con il rush finale per recuperare tutte le insufficienze maturate nei lunghi mesi invernali in cui briscola, biliardo, tre sette e letture della rosea avevano spodestato lo studio dell’Eneide e dell’Odissea.

Quel mese di maggio anche per loro assumeva la stessa drammaticità che permeava i cuori dei tifosi juventini e viola in caccia dello scudetto e dei milanisti per evitare l’onta di una retrocessione sul campo.

Al Pullman Bar  i “nostri” eroi erano riusciti a procurarsi, il primo giorno in cui erano stati messi in vendita; le ore di coda erano state coronate dal successo, ma ora si trovavano alle prese con un problema non indifferente: erano tutti tagliandi di curva nord e i loro cuori erano divisi. Per Giffoni, Romano, Leonardo e Fruzzo il centro del tifo udinese era il loro normale e ovvio approdo mentre per Remfutti ed i fratelli Brunelli, juventini marci, quello era un luogo indesiderato come la peste.

Bene, alle ore 13,00 del due maggio, quando i cancelli dello stadio si aprirono e migliaia di tifosi letteralmente invasero i settori non numerati per occupare i posti migliori, Remfutti e i fratelli Brunelli, occultate a dovere le sciarpe juventine, si lanciarono all’interno della curva nord mescolandosi ai tifosi udinesi.

Entrati in curva, fecero i gradoni verso il basso a tutta velocità, fino a calarsi nel fossato che divideva le gradinate dalla rete metallica che a sua volta delimitava la pista d’atletica che cingeva il vecchio Friuli; percorsero tutto il fossato di corsa fino a raggiungere la curva sud, dove, esponendo ora fieramente le loro sciarpe cariche di scudetti e gloria juventina, furono aiutati dai tifosi di Madama  a risalire nel settore da loro occupato, mescolandosi stavolta ai Fighters piemontesi a ridosso della rete metallica.

Trascorsero festanti quella lunga attesa, allietata da Loredana Bertè, che in tuta aderente di pelle nera cantò in mezzo al campo la sua nuova hit-song, destinata a diventare un dei tormentoni dell’estate 1982, ovvero “Non sono una Signora”.

Al momento dell’ingresso in campo delle due squadre, con decine e decine di fotografi che si accalcavano intorno a Pablito, trascurando tutti gli altri giocatori, Remfutti rese ancora più memorabile quel pomeriggio lanciando un fumogeno verso il campo.

Quell’arma impropria concluse la sua corsa poco distante dal punto di lancio, su di un cartellone pubblicitario che prese fuoco, costringendo i vigili del fuoco di servizio allo stadio ad intervenire per spegnere il falò e disperdere il fumo nero che occultava la vista agli ultrà juventini.

I quali probabilmente si accorsero del gol di Paolo Miano, che al minuto 2 portava in vantaggio l’Udinese, solamente dal boato proveniente dalla curva nord, con il resto dello stadio fermo immobile, occupato come da tradizione consolidata nel tempo, solo da tifosi juventini locali.

Giffoni, Fruzzo, Leonardo e Romano, ebbri di gioia alla vista della palla calciata dal brasiliano di San Pietro al Natisone trafiggere imparabilmente il Super Dino nazionale, accarezzarono il sogno di far perdere lo scudetto a Madama e accorrere in serata sotto l’abitazione di Remfutti a festeggiare e rifarsi sonoramente da tutti i cojonamenti cui erano stati oggetto da parte del compare e dei fratelli Brunelli.

Il sogno durò fino al 34’ del primo tempo, quando Marocchino penetrò come una lama nel burro nella difesa udinese fissando l’1-1 e poi, qualche minuto dopo, fu il Bell’Antonio Cabrini a mettere in fondo al sacco una corta e sciagurata respinta del portiere Borin su cross di Paolo Rossi.

Ogni velleità di improbabile rimonta svanì all’inizio della ripresa, perché Pablito in persona s’incaricò di mettere la pietra tombale sul match, spintnonado via il compagno Tardelli e raccogliendo in tuffo di testa un calcio d’angolo di Brady, infilò Borin sotto la traversa per la terza volta.

Enzo Bearzot in tribuna aspirò soddisfatto il tabacco dalla sua celebre pipa e riempì con dense volute di fumo la tribuna: il suo Pablito era tornato, la maglia da centravanti titolare per il mundial sarebbe stata sua, alla faccia del bomber Pruzzo e della stampa romana.

Ancora Cabrini e poi Virdis impreziosirono quel lungo “garbage time” che seguì la rete di Paolo Rossi e l’arbitro fischiò la fine con il punteggio di 1-5, mentre a San Siro i viola non erano andati oltre l’1-1 contro l’Inter e lo scudetto prendeva inesorabilmente la via di Torino per la ventesima volta.

E per Giffoni, Fruzzo, Leonardo e Romano non restò che aspettare i nuovi, energici sfottò da parte di Remfutti e dei fratelli Brunelli, che il lunedì mattina si presentarono a scuola festanti come un gruppo di partigiani garibaldini il giorno della liberazione al cospetto di un manipolo di prigionieri della decima Mas.

Remfutti apostrofò subito i compagni sconfitti e travolti con una domanda che conteneva in sè tutte le risposte: "Ma perchè perdete sempre?"

Per la cronaca: l’Udinese fu arbitro imparziale e sette giorni dopo ne buscò altri 3 a zero dalla Forentina, consentendo ai viola di riagganciare in testa la Juve, bloccata in casa dalle parate di Giaguaro Castellini per un Juve-Napoli 0-0.

Il campionato si decise all’ultima giornata, un rigore per la Juve a Catanzaro e un gol annullato ai viola a Cagliari decretarono la conquista della seconda stella per la squadra dell’Avvocato Agnelli.

Meno di due mesi dopo l’Italia conquistò il titolo mondiale, guidata dai gol di Pablito sul tetto del mondo.

Ma questa è un’altra favola, che per una volta vide tutti insieme Giffoni, Remfutti, Leonardo, Fruzzo, Romano, i fratelli Brunelli prima soffire come cani e poi giore come matti sotto un'unica bandiera tricolore.

Quell'alleanza fragile durò fino alla precisazione che, all'unisono, Remfutti e i Fratelli Brunelli si sentirono in obbligo di fare subito dopo l'11 luglio 1982: il mondiale per loro  l'aveva vinto la Juventus più Bruno Conti, con buona pace del Vecjo. 

Giffoni e soci poterono solo opporre i due minuti di capitan Causio nel garbage time della finale.

Peraltro ex juventino pure lui.

lunedì 19 gennaio 2026

ARRIGO ED ENZO

La sala prove era gelida, immersa in un odore di polvere e legno vecchio. Arrigo stava provando un monologo da dieci minuti: la schiena era dritta come un fuso, la dizione priva di qualsiasi inflessione regionale, un prodotto perfetto della migliore accademia nazionale. Ogni sillaba era un proiettile calibrato, la voce risuonava profonda, una lama d'acciaio che tagliava l'aria

«Stop,» disse Enzo dall'oscurità della platea.

Arrigo si interruppe, il respiro nemmeno alterato. «Cosa c’è? Il tempo era giusto, l’appoggio diaframmatico anche, non ho sporcato nemmeno una finale.» 

Enzo salì sul palco con un passo pesante, trascinando una gamba stanca e l'odore di tabacco di una vita passata tra quinte e furgoni. Le sue mani, nodose e segnate dal tempo, sembravano un insulto alla pulizia quasi asettica del giovane attore.

«Esecuzione magistrale, ragazzo. Davvero. Ma non ho sentito nulla. Eri un bellissimo orologio di lusso che ticchettava nel vuoto di una stanza chiusa. Splendente, costoso, e completamente inutile.»

Arrigo serrò la mascella, le nocche bianche attorno al copione intonso. «Io ho studiato tre anni, dieci ore al giorno, per questo "orologio". La tecnica è l’unica cosa che ci separa dalla feccia, da quei dilettanti che vengono qui a sputare i loro piccoli traumi personali spacciandoli per arte. Quelli che sbraitano senza controllo perché non hanno il rigore di imparare una metrica. Il teatro non è una seduta spiritica per dilettanti allo sbaraglio; è una cattedrale di precisione.»

«Hai ragione,» rispose Enzo, fermandosi a un soffio dal viso giovane di Arrigo. «E guai a chi la sottovaluta. Senza dizione, senza portamento, senza il controllo dei tuoi strumenti, la tua anima resterebbe prigioniera nella sua libertà. Il talento senza regole è solo rumore, un’esplosione che non illumina niente. Ma vedi, io questa "cattedrale" l'ho costruita mattone su mattone, dormendo sui palchi e recitando per gente che aveva fame.  La tecnica è il binario, e tu veneri il binario perché hai paura di far partire il treno, Arrigo.»

«E allora qual è il problema?» sibilò Arrigo. «Il treno è il testo!» continuò l'attore con il disprezzo di chi crede che la verità stia solo nei libri. «L'improvvisazione è la scusa dei mediocri per non studiare. Se ognuno facesse quello che sente, distruggeremmo l'opera.»

«Il problema è che sei rimasto sul binario e non hai mai fatto partire il treno. Ti chiudi nella tua bravura perché hai paura di quello che il teatro è davvero: un ambiente protetto dove far emergere i lati più nascosti del tuo "io". Usi la tecnica come uno scudo per non farti vedere davvero.»

Arrigo scosse la testa. «Io sono un interprete. Devo eseguire ciò che è scritto.» 

«Vuoi sapere perché i teatri sono diventati cimiteri di poltrone rosse dove la gente viene a dormire?» lo incalzò Enzo, la voce che graffiava come carta vetrata. «Perché la gente è stanca di guardare manichini impeccabili come te, che non sudano, non soffrono e non sbagliano mai. La sola tecnica non scalderà mai il cuore di nessuno. È nell'infrazione, nell'imprevisto che squarcia la regola, che l'Arte smette di essere un compito eseguito e diventa vita. Se non rischi di inciampare, se non lasci che il dolore ti sporchi la dizione, rimani un impiegato della parola. Bravo, sì, ma morto.»

Enzo gli strappò il copione di mano, le dita rugose contro la carta bianca.

«Ho visto attori dimenticare metà delle battute e far piangere intere platee solo con un sospiro fuori tempo. Preferisco un uomo che rompe un verso perché il cuore gli scoppia, piuttosto che un primo della classe che non sa chi è mentre parla. La pulizia lasciamola alle imprese di pulizie. Noi facciamo Teatro. E il Teatro deve bruciare, non essere spolverato.»

Arrigo rimase immobile, il volto contratto in una smorfia di resistenza. Sentiva il peso dei suoi diplomi svanire davanti a quegli occhi stanchi e saggi. Guardò il copione, poi fissò il vecchio regista con uno sguardo gelido di sfida burocratica.

«E va bene,» sibilò Arrigo, raddrizzando la giacca impeccabile. «Proverò a sbagliare, a essere... disordinato. Ma lo farò solo perché me lo hai detto tu che sei il regista. E tu te ne assumerai la responsabilità davanti al pubblico. Se questa sera l'arte verrà profanata dal caos, il nome sul patibolo sarà il tuo.»

Enzo sostenne lo sguardo, un mezzo sorriso che gli scavava una nuova ruga sul volto. «Ottimo. Pagina dodici. Distruggi tutto, Arrigo. Io sono pronto a pagarne il prezzo, noi facciamo Teatro.»



sabato 17 gennaio 2026

IL BAMBINO

Nel retro e nel sottopalco del polveroso teatrino parrocchiale regnava un caos primordiale. Era un luogo di esilio per oggetti che avevano perso la loro utilità ma non ancora il diritto di esistere. Sembrava che qualcuno avesse sganciato una bomba direttamente nella fossa del suggeritore e poi avesse lasciato il disordine a sedimentare per decenni, come una colpa mai confessata. Travi di legno tarlato, attrezzi senza più mestiere, frammenti di scenografie che un tempo avevano finto di essere giardini o castelli, mobili zoppi e oggetti di funzione ormai indecifrabile convivevano in un equilibrio instabile, protetti da una coltre di polvere grigia e spessa.

Quella sera, però, quel limbo aveva ripreso vita sotto i passi incerti di quattro liceali. Giffoni, Gambero, Remfutti e Ritter avevano fondato una compagnia teatrale con la solenne convinzione di poter rifondare l’arte drammatica partendo proprio da quelle macerie. Il fatto che il teatro fosse parrocchiale non li turbava affatto: in fondo, pensavano con l'arroganza dei diciott'anni, anche il sacro aveva bisogno di una buona messa in scena per risultare credibile.

Erano lì per “fare ordine”. O almeno, questa era la versione ufficiale fornita al parroco.

Gambero fu il primo ad accorgersi della cassa. Tra i quattro, lui era l’elemento frenante, quello che leggeva le istruzioni e si preoccupava della ruggine. Si muoveva con una cautela quasi chirurgica, aprendo gli scatoloni con la cura di chi teme di risvegliare fantasmi. Quando sollevò il coperchio di legno marcio, rimase immobile.

Dentro, avvolti in una carta velina ingiallita che sembrava pelle secca, c’erano dei bulbi a incandescenza enormi, sproporzionati, quasi indecenti. Non erano lampadine da appartamento; erano bulbi simili a pianeti di vetro, concepiti per fari teatrali d’altri tempi. Alcuni avevano un diametro di quindici centimetri e una potenza di 500 watt.

Poi Ritter, che del gruppo era il braccio operativo, quello che non temeva di sporcarsi le unghie, vide l’altro.

Era più in fondo. Più grande. Più pesante. Più silenzioso. Una sfera perfetta di venti centimetri di diametro, con un vetro così spesso da distorcere la luce delle loro torce. Sul fianco, inciso con una chiarezza che avrebbe dovuto suggerire prudenza medica, c’era scritto: 1000 W – 125 V.

«Ragazzi…» disse Ritter, senza staccare gli occhi da quell’oggetto. Il suo tono era un misto di devozione e sfida.

Remfutti gli fu accanto in un istante. Remfutti era il fuoriclasse del gruppo, quello ingovernabile che vedeva opportunità ovunque e non temeva le conseguenze fisiche delle sue intuizioni. Aveva lo sguardo di chi ha già deciso che il destino è una variabile trascurabile. «Funziona?» chiese, con la voce che già pregustava l'esperimento. «Non lo so.» «Allora bisogna provarlo.»

Giffoni arrivò per ultimo. Era l'animo sensibile, quello che avrebbe voluto fare teatro per amore della poesia ma finiva sempre per seguire gli altri nelle loro spedizioni incendiarie. Tutti insieme guardarono il bulbo, poi Remfutti, poi di nuovo il bulbo. Ci fu quel breve silenzio tipico delle pessime idee, quello spazio vuoto in cui il buon senso prova a bussare ma trova la porta sbarrata dall'entusiasmo.

«Forse…» provò Giffoni, cercando di richiamare una logica che stava svanendo, «magari prima controlliamo…» «Sì, ecco…» aggiunse Gambero, con una prudenza più grammaticale che reale, «ricordiamoci che siamo in parrocchia.»

Ma Remfutti non ascoltava più. Era già accovacciato, le dita agili che cercavano un portalampada tra i relitti della scenografia. «È teatro,» sentenziò senza alzare il capo. «Se non rischi, non è teatro.»

Il dettaglio dei 125 volt, stampato sul vetro come un avvertimento evangelico, non venne ignorato. Venne semplicemente declassato a suggerimento facoltativo. In quell'istante, le leggi della fisica contavano meno delle leggi dell'estetica. Collegarono i fili con mani che tremavano appena. Giffoni osservava in silenzio, combattuto tra il senso di colpa e una curiosità ancestrale. Ritter e Gambero fecero mezzo passo indietro, quel tanto che bastava per potersi dire, un giorno, che avevano tentato di mantenere le distanze.

Remfutti afferrò l’interruttore.

Quando lo azionò, il bulbo — concepito per vivere serenamente a 125 volt — venne investito dai 240 volt dell’impianto parrocchiale come una divinità evocata con il rituale sbagliato. Per un istante, brevissimo e definitivo, il teatro fu illuminato da una luce impossibile, una radiazione bianca e purissima che sembrava solida come un secondo sole che sorse sul palco, proiettando ombre lunghe e innaturali, cancellando i contorni del disordine e trasformando i quattro liceali in sagome nere, bidimensionali, contro l’abbagliante assoluto.

Quasi duemila watt di luce sprigionati in un rantolo d'agonia elettrica.

Poi venne il suono. Un tuono secco, il lamento del filamento che si vaporizzava e il vetro che implose per lo shock termico. Il corto circuito fu un colpo di frusta che corse lungo i muri.

E subito dopo, il buio.

Non un buio normale, ma un vuoto pneumatico di luce. La corrente era saltata ovunque: nella vicina chiesa,  nell’abitazione del prete, nel ricreatorio. Un blackout totale, netto, come una punizione biblica calata su quegli aspiranti stregoni.

Per qualche secondo nessuno parlò. Respiravano solo l'odore di ozono e polvere bruciata. Nelle loro retine, però, quella luce continuava a esistere come un fantasma, una macchia albina che non voleva andarsene.

Fu Gambero, il metodico, il primo a recuperare l'uso della parola. «Ragazzi…» disse piano, con la voce di chi aspetta il giudizio universale, «forse è meglio riattaccare.»

Con gli accendini — quattro piccole fiamme tremolanti che parevano ridicole dopo l'apocalisse appena vissuta — riuscirono a orientarsi nel sottopalco. Inciamparono tra vecchi fondali e travi invisibili, fino a raggiungere il quadro generale. Ritter riarmò la leva con un gesto rapido, quasi religioso.

La luce tornò, fioca e giallastra, restituendo al teatrino la sua solita mediocrità.

Esattamente in quel momento, dalla scala comparve il parroco. Era una figura quasi spettrale: aveva una pila in mano, il soprabito infilato in fretta sopra la veste e lo sguardo di chi era stato strappato a una quieta lettura serale dal rumore di un mondo che finiva.

«Cos’è successo?» chiese, scrutando le loro facce ancora stupefatte dall'esito di "quell'esperimento".

I quattro si voltarono all’unisono, maschere di innocenza costruite in un secondo. Remfutti parlò per primo, con una naturalezza che rasentava la mistica: «Non lo sappiamo, don. Improvvisamente è saltata la luce.»

Il prete li guardò per un lunghissimo istante, cercando una crepa nei loro sguardi. Poi guardò il caos del sottopalco, poi di nuovo loro. Infine, sospirò. «Mah…» disse. «Succede.»

E si ritirò nelle tenebre dei corridoi parrocchiali.

Il bulbo distrutto rimase lì, un guscio di vetro frantumato tra i detriti. Da quella sera ebbe un nome. Lo chiamarono “il Bambino”. Per le dimensioni, certo, ma anche per quell’apparizione cosmica, breve e definitiva, che aveva ricordato loro lo Space Child di 2001 – Odissea nello Spazio.

Era nato per illuminare, era morto per curiosità. E come tutte le vere epifanie, non li rese più saggi. Solo un po’ più rispettosi di ciò che, nei sotterranei del mondo, chiede di restare spento per non ferire gli occhi dei mortali.


venerdì 16 gennaio 2026

COMANDA CHI POL, UBBIDISCE CHI DEVI

Il vecchio sedeva sempre allo stesso tavolo, quello vicino alla finestra appannata della taverna sul porto di Pola. Da lì si vedevano i fari delle navi mercantili e, più in là, l’ombra scura dell’Arena che sembrava galleggiare sull’acqua. Diceva che quel tavolo era il suo punto di riferimento, come un vecchio fanale che nessuno accendeva più ma che continuava a indicare una direzione.

Era il 1985 e il porto non era più quello delle cartoline ingiallite, ma non era nemmeno ancora diventato altro. Le gru cigolavano lente, i pescherecci rientravano all’alba, e l’odore del mare si mescolava a quello del gasolio e della birra versata.

Il Maestro parlava uno strano italiano dialettale con una cadenza che non apparteneva più a nessun luogo preciso. Era rimasto nel 1947, quando quasi tutti se ne erano andati. Trentamila polesani italofoni avevano lasciato la città, caricando la vita su navi che promettevano una casa altrove. Lui no. Aveva guardato quelle partenze dal molo, in silenzio, e aveva deciso che non avrebbe seguito nessuno.

Erano passati quasi quarant'anni da quella mattina del febbraio 1947 e il mare non faceva più paura, ma nemmeno promesse.

L’apprendista era invece un ragazzo croato, poco più che ventenne. Lavorava sulle barche, imparava in fretta e faceva domande che spesso arrivavano dritte, senza chiedere permesso. Capiva quello strano "italiano", lo parlava con cautela, come si maneggia qualcosa di fragile e pericoloso e per le domande preferiva usare la sua lingua.

«Što čini čovjeka dobrim putnikom?» chiese il ragazzo.
(Che cosa fa di un uomo un buon viaggiatore?)

Il vecchio non rispose subito. Bevve un sorso, osservò le mani segnate, poi il porto.

«Xe el desiderio de tornar sempre a Casa.»

L’apprendista rimase perplesso. A lui avevano insegnato che viaggiare voleva dire andare avanti, lasciare, superare. Tornare gli sembrava un passo indietro.

«A tko je brodolomac?» insistette.

(E chi è invece un naufrago?)

Il Maestro sorrise appena, un sorriso stanco.
«Quel che no ga mai voia de tornar a Casa.»

Il ragazzo pensò ai tanti suoi amici partivano in cerca di migliori fortune  per Trieste, per l’Italia, per la Germania. Pensò anche a chi restava senza sapere bene perché.

"A što ako ne znam što je dom?“ domandò.
(E se uno non sa cos'è Casa?)

Il vecchio appoggiò il bicchiere.
«Alora el xe in pericolo. Perché el mar el se fa passar per libertà, ma libertà no l’è.»

Ci fu un silenzio lungo, pieno di cose non dette. Il ragazzo guardò fuori, verso l’Arena, verso le navi. Poi fece l’ultima domanda:

«Gdje je i što je Dom?»
(Dove e cosa è Casa?)

Il Maestro si alzò lentamente. Posò qualche dinaro sul tavolo, infilò il cappotto consumato.
«A ‘sta domanda, fioło, te pol risponder solo ti,» disse, «ma no prima de aver bevùo do birre.» Poi aggiunse:"E ricordati sempre fiol: Zapovijeda tko može, sluša tko mora - Comanda solo chi pol, ubbidisce solo chi devi."

E se ne andò.

Il ragazzo restò solo. Ordinò una birra e strinse il bicchiere tra le mani, sentendo il freddo del vetro risalire lungo le dita umide di salsedine. Poi ne ordinò un’altra. Fissò la finestra appannata: il vapore aveva cancellato i contorni del porto, lasciando solo una macchia dorata laddove le luci dell’Arena bucavano il buio.

Pensò a Pola, che per lui era sempre stata casa senza essere mai stata una scelta. Guardò il posto vuoto del vecchio, che aveva scelto di restare quando restare voleva dire perdere quasi tutto: la lingua intorno, i nomi delle strade, le voci familiari.

Bevve ancora un sorso lungo, lasciando che l’amaro della birra gli schiarisse il respiro. In quel silenzio, capì che Casa non era il luogo dove si nasce o quello verso cui si fugge, ma l’unico punto dell'orizzonte che dà un senso al timone. Qualcosa che, se non esiste, ti rende perduto anche se il mare è calmo e piatto come una tavola d'olio.

E quel punto poteva anche essere ciò che si decide di non abbandonare, proprio quando tutto ti spinge a farlo. O, al contrario, dove con coraggio si decide di tornare, pur sapendo che non è più lo stesso. 

Quando uscì dalla taverna, l’aria della notte gli schiaffeggiò il viso. Il mare era fermo e scuro, un'immensa distesa che non prometteva più nulla. Non gli sembrò una minaccia, ma una prova. E per la prima volta intuì che viaggiare non significava solo saper scegliere una rotta, bensì avere il coraggio di riconoscere, un giorno, il molo a cui ancorarti senza desiderio o l'obbligo di partire.



giovedì 8 gennaio 2026

GORGIA 'JE FA 'NA PIPPA!

E alla fine, dopo i colpi di scena ministeriali che avevano escluso il greco e i tentativi falliti di incolpare Garofano per l'impreparazione in latino, non restava più tempo. Non c’era spazio per maledire le ore di 'marina', i pomeriggi passati a perfezionare i tiri a biliardo o le strategie a briscola e tre sette, invece di colmare le falle nella lingua di Orazio o nei versi di Dante. 

I "simpatici" e svogliati buontemponi della terza Liceo del Marco Porcio Catone, sede staccata, si erano trovati ad affrontare, assieme ad una classe di fighetti della sede centrale, gli scritti di italiano e latino con l'animo di tanti vietcong nascosti nelle buche scavate nel sottossuolo della giungla sotto le bombe al napalm sganciate dagli elicotteri dello Zio Sam durante l'offensiva del Tet.

Nonostante il grande "lavoro d'equipe" svolto nelle loro "buche", cercando di evitare gli sguardi investigativi dei commissari d'esame, la preoccupazione per l'esito della prova era giunta puntuale per turbare il sonno di tutti, visto che, dato il livello di preparazione, i più non erano neanche in grado di capire come potesse essere andata.

Il che era già un presagio più oscuro di quello che turbò Odisseo quando si accorse che i compagni avevano "messo allo spiedo" le inviolabili Vacche del Sole.

Era giunta infine l'ultima prova, l'interrogazione orale che, sebbene paragonabile all'incontro di Ercole con l'Idra di Lerna, era quella in cui tutti dovevano sparare le loro ultime cartucce per ribaltare il probabile esito infausto degli scritti.

Per i più con le medesime probabilità di successo che avevano i panzer tedeschi di sovvertire l'esito finale della guerra nell'ultima, disperata, offensiva nelle Ardenne del dicembre 1944 contro gli angloamericani.

Remfutti, galvanizzato come tutti dal poter inserire la più morbida storia dell'arte invece del temutissimo greco, si stava (non) preparando a modo suo allo scontro finale "Ai birilli bevuti", pure rinfrancato dal fatto che la commissione aveva confermato come seconda materia dell'orale quella di cortesia da lui "suggerita", ovvero filosofia.   

Ovviamente la prima materia, cui gli spettava ex lege l'indicazione vincolante, sarebbe stata Storia dell'arte.

Remfutti si sedette davanti al Commissario di Storia dell'Arte ostentando straordinaria sicurezza: decantare la biografia di Canova o spiegare la rivoluzione tecnica degli Impressionisti piuttosto che districarsi tra le traduzioni e i commenti alle orazioni politiche di Demostene o quelle giudiziarie di Lisia era come per Rummenigge muoversi nell'area della Cavese piuttosto che dover superare in successione la marcatura di Claudio Gentile, Sergio Brio e Gaetano Scirea.

O come avrebbe detto un liceale del tempo presente, affrontare la Macedonia del Nord di Nestorovskj piuttosto che la Francia di Mbappe per lo spareggio mondiale.

Appunto.

La Presidentessa della commissione, una docente di letteratura italiana sulla cinquantina dalle fattezze di una stagionata matrona romana di età imperiale, ingioiellata con monili di chiara bigiotteria proveniente dal mercato di Porta Portese e con chiaro accento della capitale gl'intimò di sedersi davanti a quella sorta di Tribunale Speciale per iniziare la prova orale.

Prima però gli espose i risultati degli scritti.

"Il tema d'italiano l'ha svangato, senza brillare di originalità, come tutti i suoi compagni mi ha fatto 'na capa tanta 'co 'stà storia dell'Heysel per spiegarmi cos'è la violenza, ma tutto sommato sintassi, grammatica e forma arrivano, pur con il vento a favore alla sufficienza."

Di seguito intervenne il Commissario di Latino, un attempato monsignore del Polesine che insegnava a Rovigo la lingua di Cicerone, quando non era impegnato a somministrare i sacramenti e a dir messa per i suoi parrocchiani di Porto Tolle.

"Mio caro Remfutti, d'accordo che gli Annales di Tacito erano un testo difficile e che richiedeva esperienza, ma qui c'è un impiego di inchiostro rosso per le correzioni maggiore del sangue che le legioni di Cesare spargono in tutto il De Bello Gallico." 

Remfutti abbozzò una difesa originale: "Ha ragione professore, purtroppo era proprio il De Bello Gallico il testo che avevo studiato meglio e la fortuna non mi è stata amica scegliendo Tacito per l'estrazione della versione d'esame." 

I commissari si scambiarano silenti occhiate che erano un misto tra l'incredulo, il divertito e l'infastidito; ruppe gli indugi la Matrona: "Bene Remfutti, ora avrà tutto il tempo ed il modo per dimostrarci ampiamente che le era mancata solo la fortuna, ma non il valore. Si accomodi pure per la prova orale, lei ha scelto Storia dell'Arte come prima materia, poi sarà il turno dell'interrogazione in Filosofia.    

Il Commissario d'esame di Storia dell'Arte, un minuto signore sulla trentina con baffetti da sparviero stile Luciano Calboni, domandò con tono solenne, a bruciapelo: "Candidato Remfutti, quale fu l'importanza dell'opera di William Morris nel contesto del movimento artistico noto come Art Nouveau?"

Attimo aeterno di silenzio tombale.

Poi Remfutti, sfoggiando un sorriso degno di un attore protagonista di spaghetti western di fine anni  '60, formulò la sua risposta, con il malcelato gaudio di chi trova le chiavi della vettura che temeva di aver perso: "L'opera di William Morris nel contesto del movimento artistico noto come Art Nouveau fu abbastanza importante, ma non troppo."

Silenzio Eterno.

I commissari si scambiarono occhiate stupefatte, il commissario di Storia dell'Arte iniziò a lisciarsi nervosamente i baffetti da sparviero.

Fu il Commissario di Filosofia, un austero signore di mezz'età vestito con eleganza ricercata e proveniente dal Liceo Classico Giulio Cesare di Roma, ad interrompere quel pesantissimo silenzio.

"Ma lei, Remfutti, cosa intende dirci con abbastanza, ma non troppo?"

Il candidato Remfutti senza esitazioni rispose: "Che l'opera di William Morris fu importante nel contesto di quel movimento che i posteri definirono Art Nouveau, ma non tale da potersi dire che William Morris fosse la testa di serie numero uno di quel movimento artistico e, più in generale, di tutta la Storia dell'arte del periodo storico qui considerato." 

Nuovo silenzio.

Poi il commissario di Filosofia compiaciuto, con un mezzo sorriso, si rivolse prima ai presenti in aula e disse. "Al vostro compagno Gorgia 'je fa na pippa!" Di seguito fisso Remfutti e chiarì il concetto con fare assai più serio: "Io credo che potrebbe essere stato lei in persona a suggerire al re dei Sofisti il contenuto dei frammenti Περὶ τοῦ μὴ ὄντος Sulla non-esistenza o Sul nulla." 

Infine si rivose alla Commissione tutta: "Se il collega di Storia dell'Arte non ha altre domande, per me la prova di Filosofia è terminata."

I commissari d'esame si scambiarono uno sguardo d'intesa mentre Remfutti li guardava con aria ebete; fu la Presidentessa ad emettere il verdetto: "Il candidato Remfutti può ritirarsi, la commissione all'unanimità ritiene che non abbia più altro da dimostrare."

Remfutti strinse la mano ai Commissari e li salutò con un sorriso degno del Presidente USA Jimmy Carter mentre salutava la convention dei propri elettori dopo la vittoria alle primarie.

Dieci giorni dopo apprese dagli elenchi esposti al di fuori della Scuola che aveva conseguito la maturità classica.

Il voto: nè abbastanza e nè troppo, e neppure il massimo.

Fu il minimo. 

Q.b., avrebbe detto Gultiero Marchesi.


  

 

  




martedì 6 gennaio 2026

DE INIUSTITIA: TRA IL 5 E IL 6!

Agli sventurati fancazzisti della sezione A della terza Liceo della celeberrima sede staccata del Liceo-Ginnasio "Marco Porcio Catone", che già avevano dovuto incassare la sostituzione dell'attempata e magnanima professoressa Potter con la Maggioli, giovane, severa e pasionaria della lingua di Socrate, le Parche avevano intessuto un destino ancora più avverso nell'idioma di Cicerone.

Infatti,  il loro docente di latino, il prof. Bacello, l'unico che fosse riuscito negl'anni precedenti a trovare il metodo per stimolare in modo efficace le menti recalcitranti dei suoi studenti e a portarli al minimo sindacale che ci si potesse aspettare da dei liceali, dopo un mese di lezioni se n'era andato verso lidi meno disagiati.

Alla maturità li avrebbe condotti il prof. Garofano, un anziano insegnante di italiano della scuola media prossimo alla pensione e che il Provveditorato aveva precettato per coprire la cattedra di latino nella sede staccata, dopo una serie di rifiuti da parte di altri docenti più esperti e titolati del buon Garofano. 

Sulle prime Giffoni, Brunelli, Remfutti, Barone e soci avevano accolto piuttosto bene le novità perché ai modi empatici ma severi che rendevano impegnative ma fruttuose le ore di latino con Bacello, le prime lezioni con Garofano furono uno sballo: il docente proprio mancava degli attributi necessari per tenere a bada quella falange di sfaticati buontemponi ed anzi sembrava fatto apposta per esaltarne ulteriormente "i talenti".

Si scambiavano e copiavano allegramente le versioni dai più volonterosi durante le prime verifiche, imbrattavano di gesso la cattedra che poi il docente, senza accorgersi di nulla, trasferiva sui suoi vestiti rientrando in aula insegnanti alle fine dell'ora completamente imbiancato e stravolto; oppure ancora chiudevano le imposte e le luci facendo cadere la classe nel buio del Tartaro dicendo all'arrivo del povero Garofano che era in corso un black-out elettrico, salvo poi accendere la luce dall'interruttore quando erano stanchi di rimanere tutti nell'oscurità, constatando l'ingenuità del docente che regolarmente cascava alle loro burle.

Ma se non loro, furono i genitori a preoccuparsi seriamente per la (im)preparazione che (non) stava maturando in vista dell'esame di maturità in quella materia che era attesa per la seconda prova scritta, senza possibilità di miracoli di sorta, com'era invece avvenuto con il greco a sorpresa escluso dalle materie d'esame dal Ministero. 

I più non persero tempo ed inviarono privatamente i pargoli a costose e continue ripetizioni pomeridiane con insegnanti esperti mentre altri, capitanati dal padre di Barone, rappresentante dei genitori per la sezione A, chiesero al Preside della sede centrale la rimozione "per inadeguatezza" del povero Garofano.

Il Preside inizialmente tergiversò, poi per non incorrere in qualche omissione e per placare in qualche modo gli animi, convocò un consiglio di classe straordinario alla presenza di genitori e studenti per verificare con il docente la situazione.

Fu una scena penosa, con Garofano che pareva un generale zarista, senza neppure difensore d'ufficio, al cospetto di un tribunale del popolo durante la rivoluzione d'ottobre, ma che alla fine non portò ad alcun risultato concreto: il Preside chiarì subito che la "rimozione" era manifestamente impossibile e la richiesta subordinata che alla commissione d'esame venisse sottoposta una relazione che discolpasse gli studenti della loro impreparazione, scaricandola su Garofano, venne bocciata dalla maggioranza degli stessi genitori. Quelli che avevano mandato i figli a costose ripetizioni non gradivano, infatti, quel tentativo di "colpo di spugna" che avrebbe messo sullo stesso piano tutti quanti.

Da lì in poi le versioni di latino che Garofano propose via via verso l'approssimarsi della maturità si fecero di una complessità crescente: sembrava avesse recuperato personalmente testi inediti direttamente da lapidi ed epigrafi portate per la prima volta alla luce dopo campagne di scavo tra le montagne delle antiche province romane dell'Asia Minore.

In una di queste prove, quando mancava una manciata di minuti alla consegna degli elaborati, Remfutti davanti al foglio bianco della propria verifica implorò Barone di passargli il testo della versione: "Ti prego, non so un cazzo, passami almeno qualche frase."

Barone, inizialmente recalcitrante a sostenere quel "grido di dolore" del compagno per timore di essere scoperto da un Garofano che si era fatto meno ingenuo rispetto ai primi mesi, alla fine decise di cedere alle ripetute suppliche di Remfutti, accorate come quelle di un alpino ferito durante la ritirata di Russia nei confronti dei compagni in fuga.

Remfutti,  con la velocità di un provetto stenografo della Camera dei Deputati ricopiò sic et simpliciter il testo della versione di Barone, consegnando insieme a lui gli elaborati allo scadere del tempo previsto, con l'espressione del cestista che con un tiro da metà campo infila il canestro della vittoria sul suono dell'ultima sirena.

Qualche giorno dopo Garofano procedette alla consegna delle versioni corrette con i relativi voti: Barone si era guadagnato un 5 mentre Remfutti gioì nel vedere un bel 6, iscritto a penna rossa alla fine della sua verifica, come Marco Tardelli dopo il gol nella finale di Madrid. 

Barone, invece incredulo come Ricky Albertosi trafitto da un'autorete di Comunardo Niccolai, volle confrontare la sua versione con quella di Remfutti; erano identiche, con gli stessi errori segnati in rosso, unica differenza il voto finale: insufficiente la sua, sufficiente quella di Remfutti.

Barone chiese immediatamente a Remfutti di andare con lui alla cattedra per contestare la palese iniquità a Garofano; la reazione del compagno fu risoluta, pari a quella di un partigiano catturato alla richiesta di delazione da parte del nemico: "Col Cazzo! Poi mette 5 anche a me!"

Barone divenne paonazzo, afferrò per il bavero Remfutti in una maniera che avrebbe fatto invidia all'Ispettore Tibbs nell'atto di iniziare l'interrogatorio ad un reticente bandito, e gl'intimò: "Tu senza di me avresti preso ZERO! Dico Zero! Adesso la smetti di fare lo stronzo e mi segui immediatamente da Garofano!"

Remfutti, letteralmente obtorto collo, acconsentì e seguì Barone alla cattedra dove questi, con il piglio di un maresciallo della Guardia di Finanza che ha appena scovato un giro di fatture false, sbatté i due fogli sotto il naso di Garofano: «I compiti sono identici, professore. Identici! Eppure a lui ha dato 6 e a me 5. Non è giusto!»

Garofano, che quel giorno portava un paio di occhiali con una lente tenuta vistosamente insieme da un giro di nastro adesivo ormai ingiallito, non si scompose. Sollevò lo sguardo, lo filtrò attraverso la plastica del nastro e, con una solennità da oracolo in pensione, rispose: "No, no, no Barone! Cos'è la Giustizia? Molti uomini illustri cercano oggi e hanno cercato in passato di darci una risposta, ma non sono mai riusciti a darcene una convincente; per cui, il tuo lavoro per me vale 5 mentre quello di Remfutti si merita il 6." 

Ancora più incredulo, facendo una fatica immonda per non passare alle vie di fatto, Barone chiamando in causa anche l'Altissimo, suo Figlio e la Madonna uscì dall'aula sbattendo la porta e nel corridoio trovò Cisterna, il professore di Italiano intento a fumare alla finestra.

«Barone! Che succede? Ti vedo agitato, sembra che tu abbia visto le Erinni.» «Professor Cisterna, Garofano ha commesso un’infamata! Mi ha messo 5 e a Remfutti 6 su due compiti uguali! È un'ingiustizia palese!»

Cisterna espirò una nuvola di fumo, guardandolo con la pietà che si riserva ai cuccioli troppo ingenui: «Barone, dai retta a me: non te la prendere, sei giovane, e nella vita i 5 vanno e vengono come le stagioni. Non cercare la Giustizia nei registri di classe, non la troverai. L'importante non è il voto, ma la salute.»

Fu la chiosa finale. Cisterna lo invitò a ricomporsi e a rientrare nell'arena, cosa che Barone fece, non prima di aver aggiornato l'elenco dei santi con qualche nuova e creativa aggiunta.







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