L’anno scolastico 1979/80 era cominciato sotto buoni auspici, almeno per quanto poteva riguardare una scuola media. Per tutto il resto, invece, c’erano parecchi dubbi: la scuola era frequentata da circa quattrocento ragazzi, un numero sufficiente per trasformare qualunque istituto scolastico in una piccola comunità autonoma, con proprie leggi, consuetudini, traffici, gerarchie e, soprattutto, una considerevole popolazione di adolescenti convinti che il concetto di autorità fosse un esperimento sociale destinato a essere verificato ogni giorno sulla propria pelle.
A sovrintendere a tutto questo c’era il preside Lo Bello. Si trattava di un siciliano, sulla cinquantina dalla mascella volitiva e dallo sguardo penetrante, e apparteneva a una categoria di dirigenti scolastici che già allora cominciava a essere considerata in via d’estinzione: quella dei presidi che ritenevano che la scuola fosse innanzitutto una scuola e non un centro di aggregazione o un luogo dove esprimere liberamente la propria personalità.
E neppure, tantomeno, un posto dove trascorrere le mattinate aspettando che arrivasse l’ora di uscire.
Lo Bello aveva dei modus operandi codificati quasi fossero i dieci comandamenti ed il primo riguardava l’ingresso degli alunni: ogni mattina, poco prima dell’inizio delle lezioni, le classi dovevano radunarsi nell’ampio piazzale antistante la scuola; le "prime" erano schierate sulla destra, poi le "seconde" ed infine le "terze", procedendo rigidamente verso sinistra per ordine alfabetico di sezione ed ogni classe costituiva una specie di plotone, in fila per due.
Altrettanto rigidamente, le femmine davanti ed i maschi dietro e meglio se in ordine di statura. Non era previsto che nessuno decidesse autonomamente dove stare e non era previsto neppure che si parlasse, ma soprattutto non era previsto che si ridesse.
Il piazzale, qualche minuto prima della campanella, era comunque un luogo nel quale quattrocento adolescenti cercavano naturalmente di fare tutto ciò che non era previsto: si parlava, si urlava, ci si spingeva e si raccontavano episodi avvenuti il giorno prima. Non mancavano commenti sulle compagne e si lanciavano oggetti, e naturalmente si rideva senza motivo: in altre parole, si faceva quello che normalmente fanno quattrocento adolescenti quando vengono messi tutti insieme.
Poi, improvvisamente, appariva Lo Bello. Bastava che comparisse sulla porta d’ingresso. Non doveva dire niente. Il rumore cessava, era come se qualcuno avesse tolto la corrente e quattrocento ragazzi rimanevano immobili nel piazzale, in un silenzio quasi innaturale, mentre il preside osservava la formazione come il Generale comandante di un reggimento di granatieri pronto per sfilare in parata il gionro del genetliaco dell'Imperatore.
Al suono della campanella le fila cominciavano a muoversi ed una classe dopo l’altra entrava nel portone, percorreva il corridoio andando a disporsi davanti alla propria aula, in attesa dell’insegnante mentre Lo Bello rimaneva sulla porta.
E guardava uno ad uno mentre gli sfilavano davanti.
Scrutava le scarpe, i capelli, le camicie, i maglioni, le giacche e la postura; un ragazzo che entrava con le mani in tasca poteva essere fermato, uno con i capelli troppo lunghi poteva essere fermato oppure un altro con un abbigliamento che il preside giudicava poco rispettoso poteva essere fermato e se veniva fermato, non arrivava semplicemente un rimprovero ma arrivava la convocazione immediata in presidenza.
E dalla presidenza potevano uscire una romanzina, una convocazione dei genitori o, nei casi più gravi, una sospensione. Era un sistema semplice e funzionava. Lo Bello aveva poi un particolare modo di pronunciare alcune parole: la sua cadenza siciliana, anche quando pronunciava una frase perfettamente normale, riusciva a darle un peso supplementare.
All’inizio dell’anno scolastico aveva fatto personalmente il giro delle classi: c’era una nuova insegnante di educazione musicale ed era non vedente, così che Lo Bello aveva voluto mettere le cose in chiaro. Aveva spiegato ai ragazzi che non avrebbe tollerato comportamenti vigliacchi, irrispettosi o offensivi nei confronti della docente, garantendo che avrebbe vigilato personalmente e che, nel caso fosse stato necessario, avrebbe preso gli opportuni provvedimenti.
Nessuno aveva avuto dubbi sul significato di quelle parole.
Per qualche settimana, infatti, le lezioni di musica si svolsero in un clima quasi monastico; poi, lentamente, la memoria dei quattrocento alunni cominciò a fare il suo lavoro e nella classe di Giffoni, durante una lezione di solfeggio, la situazione tornò a essere quella che, con ogni probabilità, sarebbe stata fin dall'inizio se non ci fosse stato Lo Bello.
La professoressa cercava pazientemente di insegnare le note: Do. Re. Mi. Fa. Sol. La. Si. La classe ripeteva. O almeno ci provava, perché Leonardo, quel giorno, aveva evidentemente deciso che la musica occidentale aveva bisogno di un contributo internazionale e quando arrivò il momento di ripetere le note, invece di unirsi ai compagni, assunse un tono solenne e profondo e cominciò a cantare: — Allah... Allah... Allah... Non lo disse una volta. Lo ripeté. Con convinzione e con una cadenza che ricordava quella di un muezzin che avesse smarrito il minareto ma non la vocazione. — Allah... Allah... Allah... La professoressa, pazientemente data la cacofonia che si era sviluppata, continuava stoicamente a cercare di far ripetere il solfeggio.
Rien a faire.
I compagni cominciavano a ridere e Leonardo, incoraggiato proprio da quel successo, continuava. — Allah... Allah... Allah... e fu allora che la porta si aprì.
Lo Bello comparve sulla soglia, nessuno lo aveva sentito arrivare.
Guardò la classe con lo stesso sguardo truce di un ispettore di polizia al cospetto di un gruppo di brigatisti indiziati dell'assassinio di un collega ed infine, con quella sua cadenza che rendeva ogni frase simile all’inizio di un procedimento penale, domandò: — Mo’... chi ha detto Allah?
Silenzio.
Non un silenzio normale. Un silenzio assoluto.
Il genere di silenzio che nasce quando tutti sanno perfettamente chi è stato e contemporaneamente decidono, per ragioni di sopravvivenza, di non saperlo.
Lo Bello fece qualche passo dentro l’aula. — Ho domandato chi ha detto Allah.
Nessuno parlò. — Se nessuno parla, sospendo tutta la classe.
A quel punto il concetto di solidarietà cominciò a perdere rapidamente consistenza e Leonardo, un attimo prima che qualcuno dei compagni più timorati potesse fare l'infame, alzò lentamente la mano. — Sono stato io.
Lo Bello lo guardò. Non disse nulla per qualche secondo e poi pronunciò due sole, ma ripetute, parole con quella S sibilante che trasmetteva quasi la sensazione di ricevere una frustata.
. — A casa. A casa.
Leonardo, testa bassa, senza proferire una sillaba, raccolse la cartella e uscì seguito dal Preside.
Verdetto: Tre giorni di sospensione.
La questione della musica, da quel momento in poi, fu sistemata, ma non perché i ragazzi avessero improvvisamente sviluppato una passione per il solfeggio: semplicemente avevano capito che Lo Bello possedeva un udito sorprendentemente efficiente e soprattutto che poteva materializzarsi sulla porta di un’aula senza produrre il minimo rumore. Per tutto il resto dell’anno scolastico le lezioni di educazione musicale procedettero dunque con una certa tranquillità.
Arrivò finalmente alla primavera e con essa la tanto attesa e desiderata la gita in Umbria: tre giorni in compagnia, lontano da quaderni, solfeggi, equazioni, libri e soprattutto dai genitori. Le classi terze alloggiavano in un convento di Gubbio. Era un posto antico, severo e perfettamente coerente con l’idea che una gita scolastica dovesse servire, oltre che a visitare l’Italia, anche a verificare la capacità degli studenti di non essere espulsi da una struttura religiosa. Il convento era gestito dalle monache. C’era un chiostro. C’erano corridoi lunghi. C’erano camere. E c’era una scala e accanto alla scala correva un antico corrimano costituito da una corda sostenuta da una serie di pomelli d’ottone. I pomelli erano lucidissimi e agl'occhi di quella falange di pubescenti sembravano messi lì apposta per essere toccati.
Lo Bello aveva osservato pomelli e alunni e aveva intuito immediatamente il problema: al momento dell’arrivo radunò tutta la comitiva nel chiostro e poi incominciò a parlare in quel clima di religioso silenzio. Spiegò che quello era un luogo sacro, che bisognava rispettarlo e che gli studenti avrebbero dovuto mantenere un comportamento adeguato.
E poi snocciolò le regole, soffermandosi soprattutto su due. La prima: nessuno doveva utilizzare quel corrimano. La seconda: dopo cena nessuno doveva vagare per camere e corridoi. Lo Bello guardò i ragazzi. — E vi esorto caldamente a non mettermi alla prova.
Nessuno disse niente, tutti annuirono. Le monache, qualche metro più in là, osservavano la scena con un’espressione nella quale sembravano convivere la speranza e una certa esperienza del genere umano, soprattutto quando si trova nella primissima fase della sua esistenza.
La notte trascorse in una calma apparente.
La mattina seguente, quando gli studenti scesero per la colazione, emerse il problema: l’ultimo pomello della scala, quello al piano terra, era stato scardinato dal muro e la corda pendeva, in modo sinistro, nel vuoto.
Lo Bello accompagnato dalla Madre Badessa: in rapida successone guardò il muro, guardò il pomello e guardò la corda. Infine guardò gli studenti. Il secondo raduno generale della spedizione umbra avvenne nel chiostro con una rapidità che non lasciava presagire nulla di buono.
— Chi è stato?
Silenzio.
Lo Bello attese. — Voglio sapere chi è stato.
Ancora silenzio e questa volta non c’era neppure Leonardo da poter sacrificare.
Lo Bello comunicò allora la misura adottata, che date le circostanze non poteva essere che draconiana; con la postura ed i modi di un ufficiale tedesco chiamato ad organizzare una rappresaglia in un villaggio nei pressi di un ponte fatto esplodere dai partigiani, minacciò che se entro il giorno successivo non fosse comparso il responsabile, avrebbe sospeso il capoclasse di ciascuna delle classi in gita.
Quella sorta di decimazione produsse immediatamente una conseguenza. I capiclasse si riunirono e Giffoni era, naturalmente, il capoclasse della sua. Si formò così, in un angolo del convento lontano da troppi occhi e orecchie indiscreti, una specie di comitato di crisi: non si trattava più di stabilire chi avesse rotto un pomello ma si trattava di salvare sé stessi. Cominciarono le consultazioni: si passarono in rassegna i nomi dei papabili responsabili del danno, cercandolo tra i più vivaci, tra i più incoscienti e quelli che avevano già avuto problemi con gli insegnanti ma soprattutto quelli che avevano mostrato, in passato, una certa propensione per le imprese inutili e che avevano l’aria di poter fare una cosa del genere. Un'impresa da far tremare i polsi, stante la lunghezza di una lista da costruire utilizzando quei criteri.
Non emerse nulla, nessun sospetto concreto, nessuna confessione e nessun indizio: l’omertà era assoluta.
Peraltro, nessuno dei capiclasse era particolarmente desideroso di approfondire, perché c’era una possibilità che tutti tenevano presente: che il colpevole fosse effettivamente uno della propria classe e che, una volta scoperto, potesse rivelarsi molto meno simpatico di quanto non fosse sembrato fino al giorno prima.
Il problema rimase dunque insoluto ed i capiclasse iniziavano a pensare a cosa dover raccontare poi ai loro genitori, se la "decimazione" di Lo Bello avesse davvero avuto seguito.
Arrivò la notte e Lo Bello si aggirava con passi felpati per i corridoi del convento. Era tardi. Molto tardi, esattamente l’orario nel quale, secondo le disposizioni impartite il giorno precedente, tutti gli studenti avrebbero dovuto essere nelle proprie camere.
Con il fiuto di un segugio aprì la porta di una camera e si trovò davanti a una scena che avrebbe probabilmente superato le sue peggiori previsioni: nessuno era tra le coperte ed in mezzo alla stanza c’erano Bugatti e il Frangibracci mentre Borsello nascosto dentro un armadio con l’anta dell’armadio era semiaperta e presentava un foro. Un foro perfettamente attraversato da una freccia. Davanti all’armadio, il ripentente di lungo corso Di Domenico teneva in mano una balestra.
Lo Bello rimase immobile.
Anche i ragazzi rimasero immobili e per qualche secondo nessuno disse nulla.
Lo Bello guardò la balestra. Guardò la freccia. Guardò l’armadio.
Poi iniziò una lunga confessione, dalla quale si apprese che la balestra, tra l’altro, era nuova ed era stata acquistata da Borsello quella stessa mattina durante la visita ad Assisi. Il perché Borsello avesse ritenuto opportuno comprare una balestra ad Assisi durante una gita scolastica, ma soprattutto perché Di Domenico decise di usarla mettendo a rischio l'incolumità del compagno è una domanda alla quale non venne mai data una risposta soddisfacente.
Ma la questione appariva ormai secondaria: per Lo Bello da quel momento, anche che il pomello della scala poteva essere finito nella lista delle imprese compiute dalla stessa compagnia e poteva tranquillamente finire nei "reati" ascrivibili al balestriere, il cui cursus honorum scolastico era peggio della fedina penale di Al Capone.
Al sorgere del sole, ci fu il definitivo regolamento di conti: Borsello, Frangibracci e De Domenico furono sospesi e, considerato il comportamento emerso durante la notte della balestra, De Domenico fu ritenuto responsabile anche della misteriosa distruzione del pomello per la sussistenza di indizi gravi stante la personalità incline alla trasgressione. Unico a salvarsi per "insufficienza di prove" fu Bugatti, che in fin dei conti era nella sua camera e aveva solo assistito alla scena obtorto collo a suo dire, a differenza di Frangibracci che non avrebbe dovuto trovarsi lì bensì nella sua stanza e di Borsello, reo dell'incauto acquisto non autorizzato.
La comitiva lasciò Gubbio per tornare verso casa, mentre le monache tornarono alle loro occupazioni e la corda del corrimano, qualche giorno dopo, fu rimessa al suo posto.
Dei pomelli, invece, ne mancava uno.




