Fino agli anni Ottanta, via Premariacco aveva una geografia che oggi sarebbe difficile da spiegare a chi non l’ha conosciuta e non perché fosse complicata: al contrario; era una strada e, come molte strade di allora, aveva ancora la fortuna di essere attraversata da persone prima che da automobili e di avere, ai suoi margini, spazi che non erano stati ancora trasformati in parcheggi, recinzioni, villette e palazzine.
A un certo punto, sotto il livello della strada, prima della Caserma Miani, compariva un intero quartiere fatto di palazzine tutte uguali, che allora, gli habitués dei "Birilli Bevuti" chiamavano "I Milits".
Erano state costruite nel secondo dopoguerra per ospitare le famiglie degli ufficiali e dei sottufficiali in servizio permanente presso le caserme cittadine e Cividale, in quegli anni, era una città nella quale la presenza militare faceva parte del paesaggio quotidiano come il ponte del Diavolo o il Natisone: la Lanfranco-Zucchi, la Francescatto, la Miani e la Vescovo costituivano una presenza talmente familiare da non aver bisogno di essere spiegata.
Alla Miani aveva sede il distaccamento delle cosiddette cravatte rosse del 52º Fanteria d'Arresto “Cacciatori delle Alpi”, alla Francescatto albergava il 76º Fanteria mec. "Napoli", alla Lanfanco-Zucchi il 59º Fanteria mec. "Calabria" e a Purgessimo, alla Vescovo, un reparto del 120º Fanteria d'arresto "Fornovo".
Detta così sembrava una cosa seria e, infatti, lo era assai.
Per i ragazzini della zona, però, la cosa veramente importante era che tra palazzine e la caserma Miani, sempre sotto il livello di via Premariacco, separato dalle Palazzine solo da un basso muretto e dalla strada da un terrapieno erboso, c’era un prato.
Un grande prato e dentro quel prato qualcuno, in un momento imprecisato della storia, aveva avuto la felice idea di mettere due porte da calcio.
Non erano porte vere, erano porte nel senso in cui, a quell’età, poteva essere considerata vera qualunque cosa avesse due pali e una traversa e consentisse di stabilire se il pallone fosse entrato oppure no, ma erano sufficienti, anzi, erano perfette.
Il problema era che quel campo non era di tutti.
Non lo diceva nessun cartello, non c’era scritto “vietato l’ingresso”, non c’era un custode, non c’era un regolamento affisso al muro e non risultava esistere alcuna disposizione comunale che impedisse ai ragazzini di Cividale di calpestare quell’erba.
C’era però una legge ancora più vincolante: una legge non scritta e le leggi non scritte, quando riguardano i ragazzini, sono spesso molto più efficaci di quelle scritte.
Il prato era dei "militari".
Più precisamente, dei figli degli ufficiali e dei sottufficiali che abitavano nelle palazzine e questo bastava per stabilire una regola ben più stringente di un cartello che indicasse il pericolo dell'alta tensione.
Il calcio, del resto, negli anni Settanta e Ottanta si giocava praticamente dappertutto: nei cortili, nelle strade, nei prati, nei piazzali, contro i muri e, quando non c’era altro, anche in quegli spazi nei quali il pallone rischiava di finire contro qualcosa di costoso.
A Cividale c’erano due società sportive che alimentavano il calcio giovanile, ma il loro lavoro non esauriva certo la produzione spontanea di ragazzini che correvano dietro a un pallone.
Ogni borgo aveva la propria squadra rigorosamente non iscritta a qualche campionato, non necessariamente dotata di maglie uguali e non necessariamente composta da undici giocatori. Anzi.
Ma una squadra vera come le porte: con un nome, un capitano, qualche fenomeno autoproclamato e, soprattutto, una squadra avversaria contro cui dimostrare di esserlo.
Rapid, Celtic UTD, Camaleonti, Sanguarzo A e Sanguarzo B, Atletico Merlot, Ricreatorio, Drulla FC, Bayern, Ugo's... la fantasia certo non mancava a tanti "dirigenti" in erba.
Anche Giffoni, Leonardo, Tauro, Romano, i fratelli Brunelli avevano la loro e di cui costituivano l'ossatura e alla quale via via inserivano qualche nuovo innesto per rinforzare il gruppo.
Qualche talento vero in grado di elevare la qualità complessiva, ma spesso tanti "bidoni" che del fenomeno avevano solo la sicumera.
Giocavano dove capitava e contro chi capitava, mettendo insieme formazioni che potevano cambiare anche tre volte nel corso della stessa partita perché qualcuno doveva andare a casa, qualcuno era stato chiamato dalla madre e qualcuno aveva improvvisamente scoperto di avere un impegno più importante.
E ai lati del campo costante e folta era la presenza di altri ragazzini più piccoli a guardare, cercando di carpire i segreti dei più grandi e sperando di ricevere prima o poi la chiamata per partecipare al gioco, chiamata che però avrebbe avuto lo stesso impatto emotivo (e la proabilità) di una convocazione in azzurro per Pruzzo o Beccalossi da parte del Vecjo Bearzot.
Il campo dei Milits, invece, era un’altra cosa: era il loro Wembley.
Solo che non potevano entrarci e quando qualche volta riuscivano a farlo, scoprivano rapidamente perché: i figli dei militari giocavano con una garra che non avevano mai visto e che a loro era proprio sconosciuta.
Vespucci, i fratelli Sicilotto, Scatton, Castagnola e tanti altri avevano trasformato quel prato nel proprio territorio naturale mentre Giffoni e soci arrivavano con la presunzione di chi aveva magari vinto tre partite consecutive contro una squadra di ragazzini della periferia.
Loro li aspettavano.
E li bastonavano: nel punteggio, nel morale e quando la partita si faceva abbastanza seria, anche nelle caviglie.
Il massimo che la squadra di Giffoni riuscì a ottenere fu una sconfitta per 4-3 che, detta così, potrebbe anche sembrare un risultato dignitoso, ma non lo era affatto perchè, come se dall’altra parte ci fosse il Brasile di Pelé, per arrivare a quel 4-3 era stato necessario mettere insieme il meglio delle varie squadre cittadine compreso Pizzinina, un loro amico pordenonese che si faceva passare per una sorta di Briegel ante litteram.
Alla fine avevano perso.
Di misura, certo, ma sempre perso: il prato dei militari restava inviolato ma Giffoni e gli altri mantenevano lo stesso la loro quantità di entusiasmo largamente superiore alle proprie possibilità tecniche.
La partita più memorabile, però, fu quella nella quale Remfutti finì in porta.
Non perché fosse portiere: Remfutti non era portiere, ma nelle squadre di allora il ruolo del portiere veniva assegnato secondo criteri che avevano poco a che fare con la tecnica e molto con la disponibilità.
Se nessuno voleva stare in porta, ci finiva quello che non aveva abbastanza argomenti per evitarlo oppure chi in quel ruolo vedeva l'unica possibilità per giocare tra i titolari, visto che, come accade sulla spiaggia di Copacabana, nessuno vuole mai andare tra i pali.
Quel giorno toccò a Remfutti.
A un certo punto ricevette da Brunelli, per alleggerire la pressione, un retropassaggio dentro l’area.
Lo controllò, guardò avanti e decise di fare la cosa che, in quel momento, gli sembrava più logica: rinviare lontano.
Calciò il pallone con una certa convinzione e poi, ritenuto evidentemente concluso il proprio contributo all’azione, girò le spalle al campo e cominciò lentamente ad avviarsi verso la linea di porta.
Non c’era fretta, era un gesto quasi amministrativo, come chi, dopo aver completato una pratica, si alza dalla scrivania e torna al proprio posto.
Il problema fu che il rinvio non era finito dove Remfutti pensava: un avversario raccolse il pallone dopo pochi passi, si accorse che il portiere gli aveva voltato le spalle e calciò verso la porta.
Remfutti continuò a camminare.
Quando raggiunse la linea di porta si voltò: vide il pallone, vide la porta e soprattutto vide il pallone che stava entrando nella porta senza ormai nessuna possibilità di impedirlo.
Il pallone gli passò accanto e superò l'immaginaria linea di porta.
Il campo dei militari rimase, ancora una volta, imbattuto e loro tornarono a casa con l’ennesima sconfitta e Remfutti con una nuova esperienza nel curriculum: ovvero quella di addossare subito con efficacia la responsabilità ai difensori rei, a suo dire, di essersi mal posizionati, di non aver seguito l'azione, di non aver fatto nulla per impedire il tiro e incapaci persino di avvisarlo del pericolo in tempo utile.
Il giorno dopo ricominciarono a giocare e a sognare, come cantava Baglioni su di un treno che non è partito mai mentre il prato rimase lì, invitto per anni.
Poi, lentamente, cambiò tutto: le caserme chiusero, i militari se ne andarono, le palazzine persero gli abitanti, una famiglia dopo l’altra, e i cortili che un tempo sembravano piccoli stadi cominciarono a svuotarsi; anche il grande prato sparì: l'area venne completamente lottizzata e oggi al suo posto ci sono palazzine plurifamiliari ad uso residenziale.
Le due porte non ci sono più e non ci sono più le squadre improvvisate: quelle si sono solo trasferite online per partite multipalyer da remoto alla Playstation.
Dove un tempo c’erano voci, palloni, biciclette, urla, madri che chiamavano i figli dalla finestra e ragazzini che uscivano di casa e si mettevano a giocare insieme senza appuntamento, senza WhatsApp, senza un genitore che li accompagnasse, senza sapere quanto sarebbe durata la partita, oggi c’è soprattutto silenzio.
Non ci sono più Vespucci, i Sicilotto, Scatton, Castagnola e gli altri che aspettano qualcuno con un pallone sotto il braccio.
Non ci sono più Giffoni, Leonardo, Romano, Tauro e Brunelli che cercano un campo dove giocare.
Mancano quelli che litigavano, si insultavano, facevano pace cinque minuti dopo e quelli che, come Remfutti, potevano anche prendere gol dopo aver appena rinviato il pallone e aver voltato le spalle alla porta e comunque sapendone uscire indenni convincendo che responsabili erano altri.
Il quartiere dei militari è quasi completamente disabitato, la Caserma Miani, da diversi lustri passata al Comune, è rimasta ferma in una specie di vecchiaia senza pensione, consegnata all’abbandono e a un disfacimento ormai consolidato.
Lo stesso destino ha accompagnato la Vescovo di Purgessimo e la Lanfranco-Zucchi di via IV Novembre.
Allora bastava un pallone e, possibilmente, qualcuno dall’altra parte.
Quella generazione aveva meno campi regolamentari, meno organizzazione, meno sicurezza e probabilmente molte meno cose; aveva però una cosa che oggi è diventata quasi un lusso: aveva tempo e luoghi dove perderlo.
Il prato dei militari era uno di quelli.
Nel frattempo, assieme a quei ragazzini spariti dai campetti, la Nazionale azzurra è sparita dagli stadi con le porte e le righe vere dove si gioca per la Coppa del Mondo.
Quella vera.






