E arrivò il Messico, arrivò il caldo, arrivò la Francia di Le Roi Michel Platini. Non c’erano più cartoni né processioni, solo una partita giocata male e persa peggio. Senza appello.
CIVIDALE ON TIME
Memorie, vicende e vedute dall'antica capitale del Friuli e un po' oltre..
lunedì 27 aprile 2026
PABLITO E IL NEGUS
lunedì 13 aprile 2026
DIE V MENSIS IULII MCMLXXXII
Erano le tre del pomeriggio di quel lunedì di inizio luglio destinato a segnare la vita di milioni di persone in Italia e in Brasile.
Loro ancora non lo sapevano, non osavano neppure sperarlo. Era sinceramente troppo.
Per due ragazzini cresciuti a pane, marachelle e pallone non poteva esistere evento più atteso del mondiale di calcio; dalla fine delle lezioni i primi di giugno tutta l'attenzione era rivolta verso la Spagna, dove l'Italia di Bearzot, dopo aver annaspato nel girone eliminatorio di Vigo con tre miseri pareggi, nel secondo turno a Barcellona aveva battuto nientemeno che l'Argentina campione del mondo in carica dell'astro mondiale nascente Diego Armando Maradona.
Quel successo in tutta Italia era stato percepito come un vero e proprio miracolo, visto il deludente comportamento degli azzurri e le terrificanti bordate che tutta la stampa sparava a ripetizione verso la nazionale ed in particolare verso il commissario tecnico, tacciato di autolesionistica cocciutaggine per voler insistere sul centravanti Paolo Rossi.
Il "Nino de Oro", che Giffoni e Remfutti ricordavano per averli fatti sognare quattro anni prima, era diventato un impresentabile "Nino de Piombo", incapace di tenere un pallone e rendersi pericoloso; non sembrava neanche un lontano parente di quello apparso in Argentina, a Mar del Plata, quando avevano per la prima volta scoperto con consapevolezza l'importanza del mondiale di calcio, l'aria elettrizzante che si respirava durante quel mese e la capacità di quell'evento di mettere tutte le famiglie davanti alla tv e poi nelle piazze, quando giocava e vinceva la nazionale.
Un clima di passione e festa collettiva che non aveva pari.
L'avversario che attendeva i miracolati azzurri alle ore 17,15 al Sarrià di Barcellona era il Brasile di Zico, Falcao, Socretes, Cerezo, Junior ecc... ecc..., la squadra che fino a quel pomeriggio aveva vinto tutte le partite, strapazzato tutti gli avversari, 13 gol fatti e 3 subiti in 4 incontri e destinata per tutta la stampa mondiale a diventare inevitabilmente campione del mondo.
Non poteva esserci spazio per un secondo miracolo. Era assurdo solo sperarlo, prima che pensarlo.
Giffoni e Remfutti, sedicenni, cercavano di accelerare lo scorrere del tempo che quel pomeriggio pareva immobile, vagando senza meta nelle campagne circostanti alla cittadina con le loro due biciclette scassate quanto bastava per non cadere ancora a pezzi.
Ai loro genitori - rectius la mamma, perchè il papà era sempre al lavoro - come al solito non avevano detto nulla dei loro programmi pomeridiani uscendo dalle rispettive abitazioni, se non un generico "torno a casa dopo la partita".
L'appuntamento era a casa di Romano alle 17:00, giusto in tempo per ascoltare in piedi gli inni nazionali prima di assistere in trincea, assieme a suo padre e al loro compare Leonardo, a quello che si prospettava come una sorta di "Massacro di Fort Apache" per la difesa azzurra, guidata dall'estremo difensore ultraquarantenne Dino Zoff che la stampa nazionale avrebbe voluto mandare all'ospizio già quattro anni prima per i gol incassati a Buenos Aires contro l'Olanda e lo stesso Brasile.
Giffoni aveva deciso di unirsi al gruppo per scaramanzia: aveva visto in bianco e nero il primo tempo di Italia-Argentina, da solo, a casa sua e dopo l'intervallo, con le squadre sullo 0-0 si era autoinvitato e piombato a casa di Romano per condividere, a colori, insieme agli amici il pathos di quella partita, che pariva più una corrida che un incontro di calcio. Il 2-1 finale gli aveva procurato l'invito per il successivo e previsto ultimo match del mondiale contro i favoritissimi verdeoro.
I discorsi tra Giffoni e Remfutti, pedalando nervosamente tra i tratturi di campagna, nella calura di luglio, spostando lo sguardo ripetutamente sulle lancette dell'orologio che parevano immobili, non potevano che essere rivolti alla partita, a come gli azzurri avrebbero potuto battere il Brasile.
E naturalmente nessun ragionamento logico riusciva a rinfocolare un po' di speranza, anche perchè non sarebbe stato sufficiente non prendere gol - cosa già di per sè al limite del fantastico - ma bisognava solo vincere per passare il turno, il pari sarebbe stato inutile.
"Ma perchè siamo nati in Italia invece che in Brasile??!!" Domandò retoricamente a bruciapelo Remfutti a Giffoni quando i due erano arrivati al capolinea delle loro elucubrazioni. "Saremmo così forti che vedremmo vincere i mondiali di calcio e potremmo far festa come al Carnevale di Rio chissà quante altre volte!" "Hai ragione - replicò sconsalato Giffoni - invece da italiani non riusciremo mai a vincere un mondiale. Che destino infelice."
Tutto questo può sembrare un'esagerazione letteraria, oggi che tutti sanno come andò a finire quell'Italia-Brasile con la tripletta di Rossi, la parata di Zoff sulla linea al 90' e poi il trionfo di Madrid e il rientro in Italia della squadra sull'aereo presidenziale con la coppa del mondo in bella mostra mentre Zoff, Causio, Bearzot e il presidente Pertini giocano a scopone.
Dopo si è pure scritto che quel Brasile in realtà non fosse così forte, avendo una pippa in difesa, un centravanti che non segnava neanche se la porta fosse stata larga e alta il doppio e che giocavano in maniera scriteriata senza nessuna applicazione difensiva adeguata.
Ma alle 17,15 di quel lunedì 5 luglio un ipotetico sondaggio tra la vittoria dell'Italia e l'apparizione della Madonna a Regina Coeli, si sarebbe tradotto in un plebiscito per la manifestazione mariana, accompagnata da cherubini che cantavano in coro assieme ai galeotti.
Il gol di Paolo Rossi dopo 5 minuti nel salotto di casa Romano, venne accolto più da sorpresa per l'impronosticabilità dell'autore che da speranze circa l'esito finale, anche perchè neanche 10 minuti dopo, al 12' Zico aveva prima scherzato Gentile, poi servito un assist al bacio al Dottor Socrates che entrò in area sulla destra e quasi dalla linea di fondo mandò letteralmente con "il culo per terra" Zoff, facendo passare il pallone in rete tra il palo e l'estremo difensore azzurro.
Ma invece dell'atteso crollo con conseguente goleada dei danzanti verdeoro, a metà del primo tempo fu ancora Rossi ad approfittare di un eccesso di sicurezza della difesa carioca e a siglare il 2-1 con un tiro da fuori area sull'uscita di Waldir Peres.
Si guardarono ancora più increduli che festanti e alla fine del primo tempo, in giardino fumando di nascosto delle sigarette come padri in attesa fuori dalla sala parto, furono assaliti dal desiderio di diventare testimoni e protagonisti, a loro modo, di un irripetibile e sensazionale miracolo sportivo.
Non ne erano consapevoli, ma stavano scoprendo quanto il calcio fosse in grado di far vivere in prima persona emozioni e sensazioni fortissime, facendo immedesimare gli spettatori nei giocatori a tal punto da portarli in un'altra dimensione, trascinandoli a sentire gli stessi moti interiori dei veri protagonisti sul campo e di altri milioni di persone assieme a loro.
Se l'attesa della partita era lentissima, i minuti del secondo tempo parevano dilatarsi quasi a diventare ore mentre i brasiliani attaccavano furiosamente la porta di Zoff e loro incominciavano piano piano a credere nell'impossibile.
Una tortura, una sofferenza indicibile... rotta solo dal 2-2 del divino Falcao a 22 minuti dalla fine.
Un silenzio funebre, un gelo artico s'imparonì del salotto. Nessuno fiatava. Nessuno osava dire nulla. Avevano familiarizzato troppo con l'idea che sarebbero tutti entrati nella storia per dirsi adesso: "Ma si, sapevamo che non poteva andare diversamente."
Qualche piccola recriminazione sul buco difensivo causato dalla finta di Falcao aveva iniziato a fare timidamente capolino, quando San Pablito Rossi, in una mischia nell'area carioca causata dal primo e unico calcio d'angolo battuto dagli azzurri in tutta la gara, trafisse per la terza volta Waldir Peres.
Tutti saltarono in aria, indiavolati, urlando come se avessero segnato loro il gol del nuovo vantaggio, per poi guardare il cronometro e scoprire che mancava solo un quarto d'ora prima di entrare nella Storia.
Per Giffoni sarebbe stato troppo anche un minuto e non volendo sottoporsi alla ripresa dell'indicibile sofferenza che li avrebbe attesi sicuramente in quel quarto d'ora dal peso di un secolo, da trascorrere interamente sotto il fuoco di un assalto verdeoro che adesso sarebbe stato, oltre che totale, anche disperato.
Tra lo stupore degli amici, uscì in fretta dal salotto dicendo che sarebbe ritornato, sincronizzando l'orologio, solamente a partita finita.
Vani furono i tentativi di farlo desistere da quell'inutile gesto scaramantico.
Così fu.
E Giffoni iniziò il suo giro in bicicletta in una cittadina deserta, avvolta dalla calura, con la voce di Martellini che ogni tanto faceva capolino dalle finestre aperte e i rumori delle urla che parevano un'unica voce collettiva uscire dalle abitazioni.
Ad ogni urlo, un potente tuffo al cuore e così Giffoni optò per allontanarsi dal centro, pedalando in quegli stessi campi in cui qualche ora prima aveva rimpianto di non essere nato a Manaus o a Rio de Janeiro.
Finalmente l'orologio segnò l'ora del presunto fischio finale del Sig. Klein e così Giffoni girò il manubrio e, pedalando come un ossesso, si diresse di nuovo verso il centro città, in un tremendo frullato mentale di paura, ansia e speranza nel cercare di vedere intorno a lui qualche segno che gli desse conto che il finale era stato lieto.
Non ci fu bisogno di attendere molto: quando in lontananza comparve la sagoma inconfondibile de "Ai birilli bevuti" un gran numero di persone festanti usciva dalla porta principale come il getto d'acqua di un tubo esploso per troppa pressione.
E poi nell'aria il suono sempre più alto, incessante di clacson delle auto che pareva suonassero all'unisono come una grande orchestra diretta da Maestro invisibile.
Avevamo battuto il Brasile!!!!
Abbracci e baci tra amici, tra sconosciuti, tutti assieme nelle strade fino a tarda notte a far festa con bandiere tricolori che comparivano in ogni dove e qualcuna addirittura con lo stemma sabaudo.
Giffoni, Remfutti, Leonardo, Romano e compagnia cantante in sella alle loro vespe e motorini girarono a più riprese ogni angola della città e delle frazioni, avvolti in tricolori come mantelli, suonando e urlando tutta la loro gioia, a tratti anche scomposta ma sempre autentica.
Un sabba indimenticabile.
Gli Azzurri di Bearzot erano entrati nella Storia e loro con loro.
Adesso non c'era che da aspettare sei giorni per diventare campioni del mondo.
Giffoni e Remfutti poterono gioire per il destino che li aveva voluti italiani e non brasiliani.
… e Giffoni potè scoprire dal telegiornale che, in quei 15 minuti di blackout autoimposto, l’arbitro, su segnalazione del guardalinee coreano, aveva annullato il quarto gol, regolarissimo, di Antognoni e San Dino aveva suggellato il miracolo con la storica parata salva tutto al novantesimo.
venerdì 10 aprile 2026
C'ERAVAMO TANTO ODIATI
martedì 31 marzo 2026
NATITANIC
Se il fiume Isonzo/Soča nel tratto sloveno è diventato nel corso degli anni dopo l'indipendenza della vicina repubblica il paradiso per gli amanti del rafting o del canyoning, ancora non lo era nel luglio del 1991, quando le armi avevano smesso di sparare da poche settimane tra l'esercito federale jugoslavo e la milizia indipendentista slovena.
Meno ancora lo era (e né mai lo è diventato) il Natisone/Nadiža, tanto nel tratto sloveno che in quello italiano.
Giffoni in particolare, sembrava non aver imparato nulla qualche anno prima sulle Alpi Giulie quando si era fatto trascinare da Tauro in una scalata al Mangart che contravveniva ad ogni regola alpinistica, se non all'ordinario buonsenso che si potrebbe attendere da due giovanotti ormai in età da lavoro.
Ebbene, i due compari avevano deciso, con l'ardore di due novelli Savorgnan di Brazzà durante la navigazione sull'inesplorato fiume Congo, di voler scendere il Natisone con un canotto a remi dal valico di Stupizza sino a Cividale, in località Leicht.
L'idea era stata accarezzata da anni, ma si era sempre scontrata con la mancanza di mezzi fino a che, Tauro, trionfante, aveva reso partecipe Giffoni della clamorosa vincita della madre ad una pesca di beneficenza che si era tenuta durante una locale sagra paesana. Un canotto a remi.
Inutile dire che Giffoni acconsentì subito con entusiasmo a realizzare finalmente l'impresa della quale "vantarsi" nei secoli dei secoli con futuri figli e nipoti. (sic!): bisognava attendere solo un fine settimana in cui la portata del fiume fosse regolare, senza la possibilità di temporali o piogge improvvise.
Fu così che un sabato di metà luglio Tauro partì da casa in auto con a bordo il canotto e i remi, accompagnando il motorizzato Giffoni fino al Leicht, dove il compare lasciò il mezzo, che sarebbe stato raccolto più tardi, al massimo in serata secondo i piani dei due "esploratori" per riaccompagnarli infine a Stupizza, punto di partenza della più che probabile Odissea e dove invece Tauro avrebbe lasciato l'auto.
Avevano proprio pensato a tutto.
Ed erano sicuri di tutto, tanto che si erano anche premurati di fare una sosta al bancomat per procurarsi la generosa provvista necessaria ad affrontare dal giorno seguente, una "meritata" vacanza di una settimana sulla riviera romagnola.
Somma che venne accuratamente riposta all'interno di un inevitabile zainetto Invicta, posizionato sul canotto in mezzo ai due vogatori.
La missione ebbe inizio più o meno secondo l'orario previsto (giusto una mezz'ora di ritardo causata dalla cronica incapacità di Tauro di rispettare qualsiasi time-table) ed il canotto (dalle dimensioni "piuttosto" ridotte, dove i due "esploratori" continuamente cozzavano tra di loro) fu varato nelle "fresche " acque del Natisone/Nadiža più o meno alle 15,30.
Tenuta dell'equipaggio: calzoncini corti, maglietta e K-way. Dispositivi di sicurezza tipo salvagenti (sappiamo nuotare) o caschetti (non sappiamo dove trovarli e poi non ci servono) rigorosamente mancanti.
I due intrepidi Natisonauti avrebbero dovuto capire subito che l'impresa di navigare quel tratto di circa 20 km prima del buio avrebbe richiesto una velocità ben maggiore di quella che la portata del fiume garantiva nel primo tratto.
Naturalmente questo non indusse alla rinuncia, ma anzi, spinse i due a moltiplicare gli sforzi per aumentare la velocità.
Dopo due ore di calvario, ben lontani dalla destinazione finale, furono accontentati dal Natisone, che in località Loch iniziò a farsi assai meno piatto e domabile dalle loro pagaie.
Per non dire minaccioso.
Nei pressi del campo sportivo di Pulfero, in un'ansa del fiume tutta rapide, la stanchezza e l'imperizia ebbero infine la meglio sui due "prodi" Natisonauti i quali fecero appena in tempo a scambiarsi reciprocamente un'eloquente occhiata mista d'impotenza e timore per quello che stava per accadere, che il debuttante canotto si rovesciò facendo inabissare Tauro e Giffoni in mezzo alle rapide.
Pochi istanti di pura adrenalina tra i sassi e la corrente per poi riemergere e vedere ormai ad almeno 50 metri più avanti il canotto, i remi e lo zaino navigare in acque più sicure ma piuttosto velocemente verso valle.
Altra occhiata d'intesa e poi Tauro si immerse di nuovo nel fiume e con bracciate degne di uno Zagor-Te-Nay delle Nediške Doline si mise alla caccia di quel vero e proprio tesoro, la cui perdita avrebbe causato l'annullamento anche della vacanza romagnola dalla tappa obbligata al Bandiera Gialla.
Fu invece Bandiera nera sulle sponde del Natisone, quando riuscito il miracoloso recupero i due, completamente inzuppati e con Giffoni sanguinante al ginocchio destro per una leggera escoriazione causata dalla caduta in mezzo alle rocce, presero atto del clamoroso fallimento dell'impresa che adesso richiedeva urgentemente soluzioni per recuperare i mezzi e rientrare a casa.
La Dea Fortuna ancora una volta manifestò tutta la sua cecità, non facendo distinzione nell'elargire premi più o meno meritati agli audaci, ai coraggiosi o agli incoscienti, agli sconclusionati o ai velleitari.
A circa mezzo chilometro dal luogo "dell'inabissamento" c'era una locanda gestita dalla sorella di un loro vecchio compagno di classe delle superiori.
Dopo neanche 10 minuti a piedi i due compari, ancora bagnati come due pulcini, si presentarono, remi alla mano, all'ingresso di quell'osteria nelle Valli del Natisone che, sempre gli amanti di Zagor non avrebbero avuto difficoltà a battezzare come "La Taverna del Gufo", suscitando prima la sorpresa e poi una malcelata ilarità negli attempati avventori del luogo.
Spiegato l'accaduto alla sorella del vecchio amico, questa si mosse a pietà fornendo prima a Giffoni cerotti e disinfettante per medicare la ferita e poi caricò i due sopravvissuti in macchina e li condusse fino a Stupizza, dove ebbero modo di recuperare l'auto e dirigersi in seguito a valle, al Leicht, e riprendere la Vespa di Giffoni.
In tempo perfetto per bere un paio di birre raccontando l'accaduto alle ignare morose e a Remfutti (ed essere cojonati dal medesimo) e per preparare, a tarda sera, la valigia per la partenza verso le ferie a Riccione, prevista per le 7.00 del mattino seguente.
In treno dalla stazione di Udine, non in canotto.
Su quello che poi accadde all'Acquafan e sulla pista per kart di Misano Adriatico è pietoso ancor oggi tacere.
lunedì 30 marzo 2026
ETHAN HUNT AL RISTORI
Erano ancora solo delle matricole in prima superiore e il teatro sembrava poco più di una scusa per fare casino con dignità, ma Giffoni e Bugatti avevano già intuito che il palcoscenico poteva diventare il loro habitat naturale quando parteciparono alla messa in scena di una versione riveduta e corretta de "La Giara" di Luigi Pirandello.
Due anni dopo, Giffoni assieme a Remfutti, Gambero, Tauro, Brunelli e altri avevano deciso di far uscire dalle mura scolastiche la loro passione per il Teatro e avevano fondato, neppure maggiorenni una compagnia teatrale.
Poteva rimanere un esperimento folle, voler mettere in scena da soli uno spettacolo, incoscienti ed inesperti, in segreto e senza la supervisione di un adulto che fosse uno, ma solo per il desiderio di sfida e sotto la guida dell'istinto e della passione.
L'esperimento non solo era riuscito, ma si erano create le premesse per dare seguito a lungo alla follia di voler creare e autogestire nel tempo una compagnia teatrale e così Bugatti venne immediatamente coinvolto a partire dalla seconda stagione, per diventare nel tempo una delle colonne portanti del sodalizio che dal 1983 al 2022, tra alterne fortune, incassi e spese, nuovi arrivi e dolorosi abbandoni, incomprensioni, arrabbiature, lacrime, risate e abbracci, mise in scena una ventina di diverse produzioni superando il centinaio di rappresentazioni, coinvolgendo a vario titolo negl'anni una cinquantina di persone.
Gran parte nel territorio di riferimento, ma anche con repliche a Roma, Torino, Milano, Bologna e Firenze e qualche sparuta puntata all'estero in località quali Wolfberg (A), Vgrsko e Izola (SLO) e Olomouc (CZ).
Negli anni '90 la compagnia si era completamente rinnovata ed erano rimasti solo Giffoni e Bugatti a rappresentare, con ruoli comprimari, la "vecchia guardia" e neppure contemporaneamente: prima era rimasto solo Giffoni, poi per due produzioni solo Bugatti.
La "Nouvelle vague", come giusto che sia e come sempre accade, aveva voluto marcare una differenza netta con le scelte e i modelli di chi le aveva preceduti, virando decisamente su di una conduzione molto più rispettosa dei canoni del teatro professionale e dei testi originali, bandendo l'improvvisazione o la "trovata" che arrivava dalla vita di ogni giorno.
Cosa che invece era stato il fondamento del modus operandi di "quelli della prima ora".
Per la stagione artistica dell'anno 2000 il numero dei componenti la compagnia era cresciuto decisamente e le scelte registiche non potevano garantire una produzione che tenesse impegnati tutti in maniera adeguata.
Fu così che Giffoni, rientrato nel gruppo dopo 4 anni di assenza, e Bugatti, rientrato invece già da due anni, proposero di allestire loro una seconda produzione che potesse così "far lavorare tutti".
La proposta venne accolta e così, sotto traccia, i due radunarono gli esclusi del progetto principale e iniziarono a lavorare intorno ad una vecchia idea di Giffoni: l'atto unico "Non tutti i ladri vengono per nuocere" di Dario Fo.
La miscela fu straordinaria, perchè i due, oltre a tornare sul palco insieme dopo 10 anni, si sentirono investiti anche dal desiderio di rilanciare "alla grande" quel loro modo di andare in scena molto più simile alla commedia dell'arte che al teatro "impegnato" e che tanto li aveva affascinati e fatto divertire negli anni '80.
Per vincere la sfida non era dunque sufficiente mettere in scena il celebre atto unico di Fo, che già di per sè possedeva tutti i meccanismi per esaltare le caratteristiche dei due, ma bisognava in qualche modo "stravolgerlo" per amplificarne ancora di più l'effetto irresistibile.
E così fu.
In particolare due furono "le trovate" che resero quella produzione alla fine davvero memorabile che portarono la messa in scena a chiudere il suo ciclo, esattamente un anno dopo il debutto e 20 repliche in regione, a Milano e a Torino nel novembre 2001.
La prima è da intestarsi a Bugatti, che propose di recitare in friulano la sua parte di protagonista e quella della moglie, traducendo poi il testo che lo mise nelle condizioni di dare il meglio di sè, che in "lingua madre" è, senza timore di smentite, un numero uno assoluto.
La seconda invece va ascritta alla follia di Giffoni, che in veste di regista, volle inserire una parodia di Mission Impossible all'interno dello spettacolo. O meglio: farlo iniziare con una parodia di Mission Impossible.
Il testo originale prevedeva all'aprirsi del sipario sulla scena il fascio di luce di una torcia proveniente dalle quinte che scandagliava gli angoli di un salotto avvolto dalla penombra, anticipando l'ingresso furtivo del ladro che, una volta all'interno, spegneva la torcia ed accendeva la luce sul palco dando il via all'azione.
Bene, Giffoni invece pensò che, una volta aperto il sipario, con la scena al buio "partisse" il celeberrimo tema di Mission Impossible con il suono dell'accensione del fiammifero e le note a seguire, mentre il fascio sarebbe giunto dai cieli del Teatro e poi, sempre dall'alto, sarebbe sceso, in maniera scomposta, il ladro Ethan Hunt-Bugatti agganciato ad una fune.
L'effetto fu devastante, accompagnato prima dall'incredulità della sala e poi, una volta intuito l'arcano, da fragorose risate e applausi già al minuto zero. (Nooo... l'hanno fatto davvero.)
Nota finale: per rendere possibile il tutto vennero convocati tre operatori della Protezione Civile locale per assicurare per bene alla fune Bugatti e poi, grazie ad una carrucola, issarlo a braccia fino ai cieli del teatro prima di guidarne, sempre a 6 braccia, la discesa in scena.
giovedì 26 marzo 2026
PIAZZA NAVONA GRAND PRIX
Estate 1989: la carta geografica dell'Europa era sempre quella uscita dai trattati di pace post seconda guerra mondiale ed il mondo era ancora saldamente diviso tra Buoni e Cattivi (o Cattivi e Buoni in base a che parte della barricata ti trovavi) secondo un ordine che ai loro occhi sembrava immutabile.
Eppure, quel mondo stabile era percorso, neanche troppo sottotraccia, da tutta una serie di movimenti tellurici nella parte ad Oriente della cortina di ferro e che di lì a poco, avrebbero assunto l'energia di un terremoto di massima magnitudo facendo crollare ad uno ad uno come castelli di carte tutti i regimi guidati dai satrapi del Patto di Varsavia, trasformando per sempre la vita e le prospettive di milioni di persone.
In una maniera assolutamente inimmaginabile in quell'agosto 1989 per i nostri allegri buontemponi, che erano alle prese con i cimenti della vita post esame di maturità e servizio militare, chi tra i banchi dell'università o alle prese con le prime esperienze nel mondo del lavoro.
In ogni caso completamente ignari dello tsunami in arrivo.
Pur cercando di darsi un "tono" più adulto, responsabile ed adeguato alle nuove e più impegnative sfide che la vita proponeva loro in questa nuova fase, scrollarsi di dosso l'imprinting ricevuto tra le sale de "Ai Birilli Bevuti" e le aule del "Marco Porcio Catone", non era operazione proprio banale.
Infatti, non paghi di aver riservato una "domenica bestiale" alle proprie fidanzate tra le vette delle Alpi Giulie, il sabato successivo le avrebbero sottoposte a ben tre giorni di "visita guidata" (improvvisata) a Roma.
Nella "tranquilla" gita montana Tauro, addobbato come un novello Messner in partenza per il K2, aveva indotto con l'inganno l'impavido ma principiante Giffoni a scalare in cordata (con jeans tagliati al ginocchio, scarpe da jogging e Kway Adidas) il Mangart (due ore di esposizione in parete, riconosciuta dagli scalatori esperti come una delle più difficili delle Giulie) mentre il più accorto Remfutti e le tre ragazze raggiungevano la cima per mezzo del più sicuro e ben tracciato sentiero.
Non sufficientemente soddisfatto per il rischio a cui aveva sottoposto l'ingenuo (e incoscente) compare, decise di sottopporre l'intera comitiva ad una nuova - e insensata, quanto pericolosa - prova di forza, imponendo una via del ritorno a suo dire più rapida (e perchè non mai è bello rifare la stessa strada) seguendo un diverso percorso che aveva trovato sfogliando una guida del CAI che custodiva gelosamente tra le mani.
La guida, che pareva composta da antichi ed incartapecoriti papiri egizi quanto era ingiallita e malmessa e chea posteriori si scoprì essere stata stampata prima del secondo conflitto mondiale, non poteva tener conto che quel vecchio percorso, che oggi iniziava come un'autostrada, in breve conduceva in uno scosceso canalone, per scomparire a tratti in pericolosi ghiaioni.
Tauro se la cavò solo con una serie di insulti rabbiosi da parte della propria fidanzata, perchè quando ormai il sole era tramontato e le tenebre si allungavano ai piedi del Mangart, il resto della comitiva era infine talmente felice di essere giunta, dopo la perigliosa ed inutile discesa attraverso il canalone, sana e salva al piazzale dove avevano lasciato le auto nei pressi dei paradisiaci laghetti di Fusine.
Cosa mai sarebbe potuto accadere di peggio nella capitale dopo quella "spedizione" alpina?
Probabilmente nulla, nonostante l'organizzazione fosse stata condotta all'insegna de "Treno e albergo sono prenotati, per il resto troveremo il modo di arrangiarci".
Però...
Che qualcosa di memorabile fosse in vista lo si capì subito quando Tauro, in ritardo come al suo solito alla stazione di Cividale dove Giffoni, Remfutti e le tre morose lo attendevano più impazienti che preoccupati, si presentò con un sorriso da petroliere texano imbracciando oltre allo zainetto d'ordinanza, una telecamera.
Ora, nel 2026, con smartphone disponibili anche ai bambini dell'asilo e che nel palmo possiedono le facoltà di cineproduzione e registrazione audio video che avrebbero fatto la gioia di un qualsiasi 007 all'epoca di Goldfinger, la cosa potrebbe sembrare irrilevante.
Ma nel 1989 uno strumento delle dimensioni di uno zaino da portare in spalla per fare delle riprese registrabili su cassette VHS poi visibili in casa grazie agli altrettanto ingombranti e appositi lettori, era qualcosa di assolutamente "amazing" nell'era pre caduta muro di Berlino (e anche un po' dopo).
Qualcosa che usavano solamente i tecnici della Rai o delle TV private e soprattutto dal costo unitario che avrebbe indotto la classica famiglia media di operai-impiegati tanto cara all'ISTAT per acquistarla a sottoscrivere qualche kilo di cambiali di fantozziana memoria (da onerare poi con anni di sanguinosi risparmi).
Sorvoliamo sulla reazione (stupefatta) di Giffoni e Remfutti e (incazzata) della fidanzata alla notizia del numero delle rate e sulle giustificazioni di Tauro, perchè quell'acquisto permise di registrare e lasciare ai posteri nei secoli dei secoli la prima ed unica gara di velocità ciclistica che si tenne in Piazza Navona.
Fu sempre la fidanzata di Tauro che s'incaricò di riprendere, tra la curiosità dei tanti turisti che gremivano la piazza che sorge sull'antico stadio di Domiziano, la sfida che Giffoni lanciò ai suoi due compagni di merende: con le biciclette noleggiate dovevano lanciarsi insieme a tutta velocità percorrendo i bordi della piazza ed il vincitore sarebbe stato chi avrebbe tagliato per primo, dopo tre giri, il traguardo posto all'imbocco della laterale che conduce a palazzo Madama, dove si erano posizionate con la videocamera le fidanzate.
Per Giffoni la sfida finì all'inizio del terzo giro, quando oramai staccato irrimediabilmente dai due fuggitivi, venne raggiunto da due poliziotti a cavallo che, senza molta gentilezza, prima gli bloccarono la strada e poi gl'intimarono di interrompere quella buffonata. (Ahò! Che stai a fà!? E che è? 'Na pista de cicli?? Scenni e falla finita!).
Per la cronaca, beneficiando dell'intervento dei tutori della legge impegnati più indietro a fermare il concorrente più lento e meno pericoloso, la gara fu vinta in volata da Tauro, probabilmente baciato dall'indossare una Lacoste rosa, rispetto a quella color ciclamino portata da Remfutti.
L'orange invece non aveva trasformato Giffoni in un novello Jaan Raas, l'olandese specialista nelle classiche in linea, ma solo in un degno aspirante alla maglia nera.
mercoledì 25 marzo 2026
FUORI CORSO: VILLACH ANDATA E RITORNO
Scampato per miracolo un verbale dei carabinieri lungo come la muraglia cinese ed il probabile annullamento di una licenza di convalescenza, per Civetta e soci l'occasione per rimettere in pista la famigerata Fiat 1100 targata UD 14XXX, meglio nota come "La Macchina Nera", si presentò verso la fine di quella mirabolante estate 1987.
Precisamente il 6 settembre, la domenica in cui su di un circuito stradale di 12 km (da percorrere 23 volte per totali (276 km) e disegnato nei dintorni del Woerther See con arrivo a Villach, si sarebbe assegnato il titolo mondiale di ciclismo su strada.
Il sabato sera che precedeva l'evento si era tenuto al ritrovo de "Ai Birilli Bevuti" un interminabile e serrato briefing, intervallato solo da diversi giri di birra, in cui uno dei due fratelli Brunelli aveva alla fine convinto, spalleggiato da Giffoni e Vallerani il recalcitrante Civetta a mettere a disposizione, ora che era aveva tolto il gesso al polpaccio, la Macchina Nera e raggiungere nella mattinata di domani la ridente località oltre Tarvisio.
"Un mondiale dietro casa... e quando ci ricapita??"
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