sabato 1 agosto 2026

SFIGA GATTO

 Il 31 luglio 1983 il Friuli smise, per ventiquattr'ore, di essere una regione: diventò uno stato d'animo.

Chi oggi parla dell'arrivo di Zico a Udine usando le categorie del calcio non ha capito niente; non arrivò un calciatore ma la prova scientifica che ogni tanto il buon Dio, distratto da altre faccende, si dimentica di rispettare le gerarchie.

Perché fino al giorno prima esistevano solo il Milan, la Juventus, l'Inter e la Roma. Poi il Real Madrid, il Barcellona, il Flamengo. E molto, molto sotto, da qualche parte tra una cartina Michelin e il manuale delle regioni italiane, c'era il Friuli.

Poi qualcuno firmò un contratto.

E il mondo dovette ristampare gli atlanti.

Per settimane i giornali continuarono a chiedersi la stessa cosa.

"Ma perché proprio Udine?"

Come se fosse una bestemmia geografica.

Perché fino a poche settimane prima nessuno avrebbe scommesso una lira che Arthur Antunes Coimbra, detto Zico, il giocatore più famoso del pianeta dopo Maradona, avrebbe scelto Udine.

Udine.

Non Milano.

Non Torino.

Non Roma.

Udine.

Era come se Einstein avesse chiesto una supplenza all'I.P.S.I.A. di San Giovanni al Natisone o Frank Sinatra avesse deciso di debuttare alla "Sagre dai Pirus" di Pavia di Udine.

Semplicemente, certe cose non succedevano. Non potevano succedere.

E invece succedono.

Ogni tanto la storia decide di fare una deviazione.

I friulani, invece, non cercavano spiegazioni.

Quando succede un miracolo non si convoca una conferenza di teologia. Si va a vederlo e quel pomeriggio Piazza XX Settembre era diventata Gerusalemme.

Mancavano soltanto le palme.

Zico arrivò a bordo di un'auto scoperta avanzando tra due ali di folla che lo guardavano come gli ebrei avevano guardato il Messia entrando nella città santa. C'erano applausi, lacrime, gente sulle finestre, bambini sulle spalle dei padri e anziani che sorridevano come se avessero aspettato quel momento da una vita intera.

E, quando lo cinsero con una corona di fiori sembrò quasi un'incoronazione o il climax di un antichissimo rito pagano per ingraziarsi la divinità scesa tra gli umani a "miracol mostrare".

Poi Arthur Antunes Coimbra prese il microfono e disse che era venuto a Udine per vincere lo scudetto.

Per qualche secondo nessuno parlò, perché certe frasi non si applaudono subito: prima bisogna convincersi di averle sentite davvero.

...

Lo Smilzo, naturalmente, era milanista.

Marcio.

Di quelli che se i marziani avessero giocato in maglia rossonera avrebbe tifato contro l'umanità.

Ma davanti a Zico persino lui aveva abbassato le armi.

Quel pomeriggio era appostato davanti ai Birilli Bevuti quando vide passare Giffoni.

— Gifffffoni! Dove vai?? Vieni qui!

Tuonò subito con quella voce impastata in cui ogni consonante sembrava l'accensione del motore di una Lotus o di una McLaren sulla linea dello start al Gran Prix di Silverstone

Giffoni stava andando da Gambero.

— Sali in Vespa, si va a Udine a vedere il Pelè Bianco!!!

— Adesso?

— Adesso.

— Perché?

Lo Smilzo lo guardò con quella faccia che riservava agli idioti e agli impiegati comunali.

— Oh ma sei un Coglioone!!! Perché oggi passa la storia.

Non c'era altro da aggiungere.

Cinque minuti dopo il PX 150 E color caffelatte, con i soliti adesivi verdi raffiguranti un improbabile profilo di minareti che nessuno aveva mai avuto il coraggio di spiegare, stava già scaldando il motore.

Giffoni riuscì appena a telefonare a casa.

— Mamma... vado a Udine.

Dall'altra parte del filo ci fu un silenzio.

— Devo chiedere a tuo padre...

Poi arrivò la sentenza.

— Va bene. Ma alle undici e mezza devi essere davanti al portone. Se fai tardi, per una settimana non esci.

Il messaggio era chiarissimo: il codice del padre di Giffoni non ammetteva circostanze esimenti o attenuanti. Solo la certezza della pena: la puntualità non era un consiglio, ma l'unico modo per impedire lo scattare di una misura cautelare.

Lo Smilzo ascoltò tutto.

— Giffoni... non preoccuparti. Ci saremo!!

Lo disse con lo stesso tono con cui Napoleone avrebbe annunciato di attraversare le Alpi.

Non era un'ipotesi.

Era un ordine impartito al destino.

...

Arrivarono giusto in tempo.

Dietro il palco sentirono il presidente degli Udinese Club, Antonucci, chiedere al microfono se Piazza XX Settembre dovesse cambiare nome in Piazza Zico.

Il boato fu così forte che per un attimo sembrò piegarsi perfino il campanile del Duomo.

Pochi minuti dopo il brasiliano passò a meno di tre metri da loro.

La corona di fiori ancora intorno al collo.

I carabinieri faticavano a tener lontana la gente.

Una signora cercò perfino di toccargli una spalla.

Come si fa con le statue dei santi.

...

La sera il Friuli intero traslocò allo stadio, le biglietterie dello stadio erano lunghe code di gente impaziente quasi si trattasse di salire sulle scialuppe del Titanic ormai prossimo all'inabissamento.

Non era tempo di prenotazioni on-line, e lo Smilzo e Giffoni, sgomitando nella ressa riuscirono a conquistare i tagliandi che aprivano i cancelli della Storia.

L'Hajduk Spalato non era una squadretta da dopolavoro ferroviario ma una di quelle che ogni anno giocavano una coppa europea.

Ma nessuno era venuto per vedere gli jugoslavi.

Alle 21.56 successe quello che tutti speravano e nessuno poteva raccontare in anticipo.

Una palla scende a campanile sulla coscia del brasiliano, circondato spalle alla porta al limite dell'area spalatina almeno da tre marcatori.

Silenzio.

Zico la addomestica e con un movimento repentino si gira e la calcia verso la porta un attimo prima che tocchi terra e il pallone disegnò una traiettoria che sembrava conoscere già la strada, mentre gli avversari ancora cercavano di capire se il tiro era stato scoccato o meno.

Quando entrò in rete, il Friuli perse definitivamente il contatto con la realtà.

Lo stadio esplose.

Gli sconosciuti si abbracciavano.

Qualcuno piangeva.

Qualcuno rideva.

Qualcuno faceva entrambe le cose.

Il "Pelé bianco" aveva appena scritto il suo primo capitolo in bianconero.

Più tardi arrivò anche il gol del Barone Causio a fissare il 3-0, dopo il gol di apertura di Edinho.

Il resto della partita contava ormai poco e il gol della bandiera di Bursac allo scadere, servì per definire solo il 3-1 per l'archivio.

...

Mentre Giffoni sentiva il terreno scottare sotto i piedi ripensando al monito del padre, lo Smilzo, finito l'incontro, sembrava uscito da una degustazione di vini pregiati.

Camminava lentamente. Assaporava il momento.

— Zico è forte...

Fece una pausa.

— ...ma hai visto Marchetti? Era da tutte le parti!

Solo lui poteva uscire dalla serata del secolo parlando del numero 8 appena arrivato dal retrocesso Cagliari a dare manforte ad un centrocampo tutto proiettato in avanti, ma poco incline a chiudere gli spazi.

Giffoni guardò l'orologio.

Sentì un brivido.

— Dobbiamo andare.

Lo Smilzo continuava a passeggiare.

— Oh...

— Dobbiamo andare!

— Calma.

— Mia padre mi ammazza!

Lo Smilzo si voltò finalmente.

— Giffoni...

— Eh?

— Ti ho detto che ci saremo!

Poi aggiunse, ormai spazientito.

— Hai rotto i cogliooooni!

...

Quello che accadde sulla strada del ritorno non dovrebbe essere raccontato davanti a una pattuglia  della Polizia Stradale.

Lo Smilzo guidava il PX come il Barone Causio saltava gli avversari.

Sorpassava colonne infinite, entrava in spazi che sembravano larghi quanto una cartolina.

Usciva da curve che avrebbero stretto le chiappe persino Steve McQueen ne "La Grande Fuga".

Giffoni smise di contare le volte in cui vide la propria vita passargli davanti: si limitava a sperare che almeno una di quelle vite arrivasse fino a casa.

Il tutto rigorosamente senza indossare i caschi, che nel 1983 erano obbligatori per i piloti di formula Uno e che nessun adolescente si sarebbe mai sognato di indossare, pena essere catalogato come lo scemo del villaggio.

Quando finalmente comparve la via del quartiere mancavano poche centinaia di metri e l'orologio sembrava dare ragione allo Smilzo.

Poi il destino, che evidentemente quella sera voleva partecipare alla festa, fece uscire un gatto da una laterale.

Lo Smilzo inchiodò.

Suonò.

Sterzò.

Fece un numero che ancora oggi meriterebbe di essere proiettato nelle autoscuole.

La Vespa rimase in piedi.

Il gatto no.

Ci fu un silenzio improvviso.

Lo Smilzo spense il motore.

Scese.

Si avvicinò all'animale immobile.

Lo guardò per qualche secondo.

Scosse lentamente la testa.

E con un misto tra la compassione ed il rimprovero, quasi non sapesse se volesse consolare o rimproverare il povero animale che al contrario di Giffoni aveva perso tutte le sue sette vite, pronunciò quella frase destinata a entrare nel lessico dei Birilli Bevuti per i decenni successivi.

— Che sfiga, gatto...

Pausa.

— Avevo pur suonato.

Da quel giorno, ogni disgrazia inevitabile, ogni incidente senza colpevoli, ogni rovescio contro cui era stato fatto tutto il possibile per evitarlo, trovò una definizione perfetta.

Non servivano spiegazioni.

Bastavano e bastano due parole.

"SFIGA GATTO!"

Perché certe frasi sono più resistenti della memoria e, a pensarci bene, forse è proprio questo il destino delle vere imprese.

Zico arrivato a Udinecome un novello Messia, neanche 2 anni dopo ritornò al Flamengo, costretto a fuggire come un Barabba qualsiasi con l’accusa poi infondata di evasione fiscale.

Quella frase, invece, appartiene ancora a noi.




venerdì 24 luglio 2026

MOCKBA 80 SENZA BOICOTTAGGIO

Nell’estate del 1979 nessuno di noi aveva la minima idea che, l’anno successivo, le Olimpiadi di Mosca sarebbero state boicottate a causa della Guerra Fredda.

L’Afghanistan, per quanto ci riguardava, era solo un nome difficile da ricordare durante le interrogazioni di geografia, Jimmy Carter sembrava il pivot di una squadra dell'NBA e Brežnev avrebbe potuto tranquillamente fare il portiere della Dinamo Kiev.

Noi avevamo problemi infinitamente più urgenti.

Per esempio decidere come riempire un martedì di luglio.

Dopo settimane trascorse tra partite di calcio infinite - o meglio finite con la rottura di qualche vetro oppure per il pallone che si sgonfiava dentro un rosaio, battaglie con le cerbottane costruite con i tubi degli elettricisti, bagni nel Natisone, interminabili partite a nascondino serale e pomeriggi passati a bighellonare a piedi o in bicicletta senza uno scopo preciso, si era insinuata una sensazione sconosciuta: la noia.

Fu allora che Giffoni ebbe quella che lui stesso avrebbe poi definito “un’intuizione olimpica”.

— Facciamo le Olimpiadi.

Non i cento metri.

Non una partita.

Tutte le Olimpiadi.

La sede fu individuata immediatamente: il giardino di casa sua.

Chiamarlo giardino era riduttivo. Era una specie di piccolo parco privato, con alberi enormi, vialetti di ghiaia, prati sconfinati per i nostri standard adolescenziali, un canneto lungo un lato del muro di cinta e un porticato che, opportunamente reinterpretato, poteva diventare stadio, palazzetto dello sport e arena olimpica.

Per la preparazione degli attrezzi e dei materiali ci avrebbe pensato Gambero.

Era l'Eta-Beta del gruppo: dove gli altri vedevano un problema, lui vedeva materiale da recuperare, un pezzo di legno diventava un attrezzo, una canna diventava un'arma e un sasso diventava qualcosa che poteva essere lanciato contro qualcuno oppure, con un po' di fantasia, una disciplina olimpica.

Il problema successivo, casomai, era rappresentare le nazioni.

Remfutti si alzò in piedi.

Aveva già gli occhi che brillavano.

— Io faccio l'Italia.

— Non abbiamo ancora deciso le nazioni — lo stoppò subito Gambero.

— Le ho appena decise.

— Da solo?

— Certo. Per l'Italia ci devo essere io.

— L'Italia la sorteggiamo — provò a suggerire Leonardo per cercare di uscire dall'empasse.

— O prendo l'Italia oppure non partecipo.

Remfutti non voleva fare un passo indietro e così, difronte all'ultimatum, nessuno ebbe il coraggio di spiegargli che rappresentare l’Italia alle Olimpiadi non era un suo diritto costituzionale ma soprattutto tutti vollero evitare, vista la determinazione di Remfutti, il primo clamoroso boicottaggio della storia olimpica del giardino di Giffoni ancor prima di iniziare.

Cominciò così la distribuzione delle altre delegazioni.

Romano scelse gli Stati Uniti.

Sosteneva che fossero i più forti nello sport: nn realtà era lui il più forte in quasi tutte le discipline e aveva semplicemente pensato di esercitare un suo diritto inviolabile.

Gambero prese l'Unione Sovietica per antagonismo a Romano.

Giffoni optò per la Germania Est.

Sapeva che la DDR collezionava medaglie olimpiche con la stessa facilità con cui noi collezionavamo figurine Panini e aveva un inno nazionale che gli piaceva assai e poi, non aveva dimenticato il successo di 5 anni prima dei tedeschi orientali contro quelli dell'Ovest ai mondiali di Monaco 74.

Fruzzo scelse la Gran Bretagna.

Leonardo finì in Canada.

Non per particolare entusiasmo.

Semplicemente perché arrivò ultimo e tutte le nazioni più prestigiose erano già state occupate.

Su di un punto si erano accordati all'unisono senza bisogno di troppe discussioni: nessuno avrebbe portato i colori della Jugoslavia.

Rimaneva il ruolo più importante: l’arbitro.

La scelta cadde su Ricciolini e su quella proprio non ci furono discussioni.

Non perché fosse imparziale.

Perché godeva della fama di super partes professionista. Quando giocavamo a Monopoli faceva la Banca, teneva i conti, distribuiva il denaro e, soprattutto, era l’unico capace di resistere alle accuse di corruzione di Remfutti.

Si presentò con un quaderno a quadretti, una matita copiativa e un metro da sarta sottratto alla madre.

— Da questo momento sono il Comitato Olimpico Internazionale.

Nessuno osò contestarlo ed il gionro seguente dichiarò aperti i Giochi di Mosca 1980 con un anno di anticipo e un tono talmente solenne che il cane del vicino iniziò ad abbaiare.

I cento metri

La pista era il vialetto di ghiaia che conduceva al muro di cinta.

La regola era semplice: chi toccava per primo il muro vinceva.

Alla prima partenza Remfutti scattò con mezzo secondo d’anticipo.

— Falsa partenza! — urlò Romano.

— Avevo intuito il colpo di pistola.

— Non c’è stata nessuna pistola.

— Appunto: riflessi eccezionali.

La seconda partenza fu regolare.

Romano vinse con un vantaggio imbarazzante.

Toccò il muro, si voltò e vide gli altri ancora a metà pista.

Ricciolini assegnò l’oro agli USA, l’argento alla GB e il bronzo al Canada.

La premiazione avvenne su un podio costruito con mattoni traballanti recuperati dietro al garage.

Le medaglie erano dischi di cartone colorato appesi con spago da cucina.

I duecento metri

Consistevano nel toccare il muro dei cento metri e tornare al punto di partenza.

Qui emerse il primo problema tecnico: la frenata sulla ghiaia.

Gambero centrò il muro con tale violenza da lasciare l’impronta della mano sull’intonaco.

Romano vinse ancora.

Gli USA guidavano già il medagliere.

Remfutti iniziò a parlare di “sospetti sull’antidoping americano”.

I quattrocento metri

Un giro completo del giardino.

La pista attraversava prato, ghiaia, terra battuta e una zona sotto il ciliegio che sembrava una trappola per caviglie.

A metà gara Fruzzo inciampò in un tubo dell’irrigazione e accusò pubblicamente l’URSS di sabotaggio.

Gambero rispose che i capitalisti inglesi erano abituati troppo bene.

Ricciolini minacciò squalifiche internazionali.

Le corse di fondo

Il cinquemila metri erano cinque giri del giardino.

Il diecimila dieci.

A noi sembravano distanze da marziani.

Partimmo comunque.

Dopo due giri nessuno parlava più.

Dopo tre, Leonardo chiedeva se fosse previsto il rifornimento.

Dopo quattro, Remfutti sosteneva che i percorsi fossero stati misurati male.

Fu in quel momento che il cielo cambiò colore.

Il classico temporale estivo arrivò con la discrezione di un attentato terroristico.

Prima il vento.

Poi il buio.

Poi una cannonata di tuono che fece sobbalzare perfino Ricciolini.

In pratica, più che una sospensione olimpica, sembrò un'operazione militare contro il Comitato Organizzatore e in pochi secondi trasformò una manifestazione sportiva internazionale in un campo profughi

La gara fu sospesa.

I corridori cercarono rifugio sotto il porticato mentre la pioggia trasformava il prato in una palude.

Ricciolini, serio come un telecronista della RAI, annunciò:

— I Giochi sono temporaneamente interrotti per cause di forza maggiore.

Restammo mezz’ora a guardare l’acqua cadere.

Per la prima volta nella storia olimpica, credo, gli atleti mangiarono pane e marmellata durante la sospensione.

Quando il sole tornò, il terreno era impraticabile ma nessuno aveva intenzione di rinviare le gare.

Il giavellotto

La canna di bambù proveniva dal canneto in fondo al giardino.

Gambero l’aveva “modellata” con un coltello da cucina, ottenendo un oggetto che assomigliava più a una lancia medievale che a un attrezzo olimpico.

Al primo lancio il giavellotto si piantò verticalmente nel prato.

Al secondo sfiorò il bucato steso dalla madre di Giffoni.

Al terzo Ricciolini istituì ufficialmente una zona di sicurezza.

Il peso

Il peso era un sasso enorme recuperato in un cantiere vicino.

Gambero sembrava favorito.

Invece Giffoni trovò una tecnica efficace: mezzo giro su se stesso e spinta disperata e l'URSS dovette accontentarsi dell'argento.

Il sasso atterrò molto più lontano di tutti gli altri.

La DDR conquistò il suo primo oro.

Giffoni fece il giro del prato salutando il pubblico inesistente.

Gli sport di squadra

Il calcio si giocava con rigori: le colonne del porticato facevano da pali.

Il volley utilizzava come rete un tirante di ferro tra le colonne.

Dopo la prima schiacciata tentata malamente da Giffoni, tutti capimmo perché la pallavolo ufficiale usa una rete morbida.

Il basket era il capolavoro dell’ingegneria olimpica: una sbarra orizzontale davanti a un muro, con due fazzoletti a delimitare il “canestro”.

Il pallone doveva infilarsi nello spazio e rimbalzare dietro.

Le discussioni su cosa fosse canestro durarono più delle partite.

Il salto in alto

Restava la gara regina.

Due pali conficcati nel terreno.

Chiodi ogni dieci centimetri.

Una canna di bambù come asta.

Nessun materasso.

Dietro c’era solo prato duro.

Ricciolini partì da un metro.

Tutti superarono le prime misure.

A 1,20 caddero i primi.

A 1,25 rimase il duello tra DDR e Gran Bretagna.

Fruzzo saltava a piedi uniti come una rana spaventata.

Giffoni usava una forbice improbabile ma efficace.

1,30: entrambi validi.

1,35: Fruzzo colpì l’asta con il ginocchio e finì disteso sull’erba.

Giffoni prese una rincorsa lunghissima, sembrò pentirsene a metà strada, chiuse gli occhi e passò sopra l’asta per pochi centimetri.

Silenzio.

Poi urla.

La DDR aveva vinto l’oro più prestigioso.

Giffoni rimase a terra qualche secondo.

Non per l’emozione.

Per verificare di avere ancora entrambe le caviglie.

Cerimonia di chiusura

Al tramonto Ricciolini compilò il medagliere definitivo nel quale gli USA avevano stravinto, conquistando l'oro in quasi tutte "le specialità".

Remfutti contestò immediatamente.

— L’Italia ha vinto il medagliere morale.

— Non esiste il medagliere morale — sentenziò Ricciolini.

— Esiste quando non vinci quello vero.

Le medaglie di cartone furono ritirate, impilate e messe da parte per usi futuri.

Il podio di mattoni venne smontato.

Il giardino tornò a essere semplicemente il giardino di casa Giffoni.

Molti mesi dopo, davanti al telegiornale, scoprimmo che gli Stati Uniti avrebbero boicottato le Olimpiadi di Mosca e gli organizzatori del CIO si dimostrarono molto meno tolleranti come lo erano stato Giffoni e soci dinnanzi all'ultimatum di Remfutti l'estate prima.

A quattordici anni, l’unico vero scandalo internazionale ci sembrava che qualcuno potesse cancellare un’Olimpiade.

Noi, per fortuna, la nostra l’avevamo già disputata.

Senza sponsor.

Senza doping.

Senza televisione.

Senza medaglie vere.

Ma con un giardino che, per un’intera giornata d’estate del 1979, era stato molto più grande dello stadio Lenin di Mosca, perché quelle Olimpiadi avevano qualcosa che quelle autentiche non avrebbero mai potuto avere: sette ragazzi e la convinzione assoluta che, per un giorno, il centro del mondo fosse lì.

E forse, a pensarci bene, lo era davvero.


giovedì 23 luglio 2026

CREDIT O1

Ai Birilli Bevuti l'autunno arrivava sempre troppo presto.

Le scuole avevano riaperto da appena un paio di settimane, le cartelle e i primi zaini avevano ancora quell'odore di libri nuovi e copertine appena rivestite, ma Remfutti, Giffoni e Romano erano già proiettati molto più avanti. Non al Natale. Nemmeno alle vacanze di Pasqua.

Direttamente all'estate successiva.

Era una forma di autodifesa psicologica. Frequentare il liceo significava soprattutto contare quanti giorni mancassero alla libertà.

Fuori pioveva.

Non una pioggia seria, di quelle che costringono ad aprire l'ombrello.

Era quella pioggerellina autunnale insistente, grigia e deprimente, che sembrava cadere per semplice spirito di contraddizione e trasformava il pomeriggio in una specie di lunga domenica senza il conforto della partita.

Dentro ai Birilli Bevuti, invece, il tempo sembrava fermarsi: l'odore del vino sfuso si mescolava a quello delle sigarette mentre dal tavolo del tressette arrivavano le consuete contumelie irripetibili all'indirizzo di chi aveva appena sbagliato una carta.

Dal biliardo proveniva il rumore sordo delle biglie.

E, in mezzo alla sala giochi, lungo la parete, lampeggiava lui.

Lo Space Attack.

Oggi, abituati a console che ricreano interi universi, visori tridimensionali e videogiochi che sembrano film di Hollywood, descrivere Space Attack a un ragazzo del nuovo millennio sarebbe quasi offensivo.

Una navicella.

Cinque righe di improbabili alieni, più simili a geroglifici impressi da qualche scriba ubriaco che a esseri viventi, avanzavano a scatti sempre più veloci scaricando sulla navicella una pioggia di proiettili luminosi che, per precisione e traiettoria, ricordavano più le cagate dei piccioni che missili intergalattici.

Due suoni ripetuti all'infinito.

Lo sfondo completamente nero.

La trama poteva essere riassunta con una frase: non farti ammazzare dagli alieni e abbattili prima che lo facciano loro.

Fine.

Eppure, davanti a quello schermo, avremmo passato pomeriggi interi se solo avessimo avuto le tasche piene di monetine da 200 lire.

Forse perché, a quindici anni, la fantasia suppliva magnificamente alla tecnologia.

O forse perché bastavano duecento lire per sentirsi padroni dell'universo.

Almeno per un po'.

Remfutti infilò la moneta.

CLACK.

Comparve la scritta.

CREDIT 01.

La partita iniziò.

Passarono appena un paio di minuti.

Poi...

TAC.

Lo schermo si spense e la sala piombò nel silenzio; anche il frigorifero del banco smise di ronzare.

— Mancava solo questa... — borbottò Romano.

— Ci siamo mangiati duecento lire... — sospirò Giffoni.

Remfutti rimase a fissare il monitor nero come un astronomo davanti a un'eclissi.

Dopo qualche secondo la corrente tornò e le luci dell'osteria si riaccesero, il frigorifero riprese a brontolare.

Lo Space Attack emise un lungo ronzio metallico e lo schermo ritornò a lampeggiare.

Comparve una scritta verde.

CREDIT 01.

I tre rimasero immobili.

— Avete visto? — sussurrò Remfutti.

Nessuno rispose.

Lui si avvicinò allo schermo, lo osservò come Archimede davanti alla vasca da bagno e poi pronunciò quella frase destinata a cambiare il pomeriggio.

— E se fossimo noi a far saltare la corrente?

Romano lo guardò con la compassione che normalmente si riserva ai casi clinici.

— Sei scemo.

— No... ragiona.

— Sto già sbagliando a farlo.

— Se ogni calo di tensione regala un credito...

...si fermò qualche secondo...

— ...noi giochiamo gratis.

L'idea era talmente assurda da sembrare quasi logica.

Remfutti s'intrufolò dietro al cassone, davanti alla presa elettrica ed infilò la punta della scarpa sotto la spina.

La mosse impercettibilmente.

Una scintilla.

Lo schermo si oscurò e la macchina emise un rumore mai sentito.

B-B-B-B-B-B-B...

Seguì un silenzio inquietante.

Poi un breve lampo verde.

TRRRR...

Lo schermo tornò alla vita.

CREDIT 01.

I tre si guardarono.

Poi esplosero.

— Funziona!

Da quel momento nacque un rituale.

Partita.

Fine del credito.

Remfutti si abbassava.

Piccolo colpetto alla spina.

B-B-B-B-B-B-B-B...

Attesa.

TRRRR...

CREDIT 01.

Di nuovo.

E ancora.

E ancora.

Per oltre due ore.

A forza di abbattere astronavi, gli alieni dovevano ormai considerare quei tre una calamità naturale.

L'oste, però, aveva iniziato a insospettirsi; conosceva perfettamente il patrimonio economico dei suoi giovani clienti: normalmente, dopo venti minuti, erano costretti a dichiarare bancarotta per poi bighellonare sfaccendati per l'osteria ad osservare i vecchi marpioni intenti nel gioco di briscola e tre sette, tentando di carpirne i segreti.

Quel pomeriggio, invece, sembravano disporre del bilancio della Banca del Friuli.

Li osservava da lontano.

Faceva finta di asciugare bicchieri.

Di sistemare bottiglie.

Di parlare con gli avventori.

Ma ogni tanto lanciava un'occhiata verso la sala giochi.

C'era qualcosa che non tornava.

Remfutti, nel frattempo, aveva raggiunto quello stato di euforia che, nella sua mente, coincideva sempre con l'invincibilità.

Posò le mani sui fianchi.

Guardò gli amici.

— Adesso posso giocarci bendato.

Romano scoppiò a ridere.

— Ma va'...

— Scommettiamo?

Prima che qualcuno potesse fermarlo, trascinò una sedia davanti al cabinato.

Si sedette.

Tolse la sciarpa a Giffoni.

— Bendami.

— Sei sicuro?

— Vai.

Giffoni lo bendò con cura.

Remfutti posò le dita sui pulsanti dei comandi.

Assunse l'espressione concentrata di un pianista alla Scala.

Fu proprio in quel momento che l'oste smise definitivamente di avere dubbi.

Uno che gioca bendato, pensò, o è un genio... oppure c'è qualcosa che non quadra.

Soprattutto se minorenne e squattrinato

Senza farsi notare si avvicinò alla porta della sala giochi.

Rimase nascosto.

Aspettò.

Vide Giffoni.

Vide Romano.

Vide Remfutti perdere dopo pochi secondi.

E vide soprattutto quel piccolo calcio alla spina.

La scintilla.

B-B-B-B-B-BB-B...

Il lampo verde.

TRRRR...

CREDIT 01.

L'oste spalancò la porta.

— Ahhh... eccovi qua!

I tre si voltarono come soldati sorpresi durante un ammutinamento.

Remfutti aveva ancora la sciarpa sugli occhi.

— Togliti quella roba! E voi tre... fuori!

Nessuno ebbe il coraggio di discutere.

Uscirono in fila indiana.

Remfutti per ultimo, ancora convinto che il vero problema fosse la benda e non il piccolo sabotaggio alla rete elettrica dell'osteria.

Per qualche settimana ai Birilli Bevuti furono considerati persone non gradite.

Poi, lentamente, arrivò l'amnistia.

Poterono tornare.

Ma con una differenza sostanziale.

Ogni volta che uno dei tre si avvicinava allo Space Attack, l'oste alzava automaticamente gli occhi dal bancone.

Proprio come fanno oggi gli addetti alla sicurezza quando vedono entrare qualcuno che conoscono fin troppo bene.

Ripensandoci adesso, viene quasi da sorridere.

Molti anni dopo sarebbero arrivati gli hacker.

Quelli veri.

Gente capace di entrare nei server delle banche, violare sistemi informatici e mettere in crisi colossi mondiali.

Remfutti, invece, aveva escogitato un metodo infinitamente più artigianale.

Non violava software.

Non decifrava codici.

Non bucava firewall.

Prendeva semplicemente a scarpate una presa elettrica.

Eppure, per un intero pomeriggio, ebbe la meravigliosa sensazione di aver ingannato il sistema.

Forse tutti gli hacker, in fondo, nascono così.

Con la differenza che i più fortunati finiscono sulle copertine delle riviste di informatica o su quella del TIME come Man of the Year.

Remfutti dovette accontentarsi di finire, per un po', sul libro nero dell'oste dei Birilli Bevuti.

E, conoscendolo, credo che considerasse quel primato molto più prestigioso.

venerdì 17 luglio 2026

SIRENE AL FORNO ALLA COLBERT

 


Parigi, una sera d'autunno, aveva quella luce indecifrabile che appartiene soltanto alle città antiche, quando la pioggia appena cessata lascia sulle pietre delle strade il riflesso tremolante dei lampioni e sembra restituire alla città tutta la memoria accumulata nei secoli. In rue de l'Ancienne-Comédie il traffico scorreva lento, i passanti si affrettavano sotto i cornicioni dei palazzi con i cappotti chiusi fino al collo e, al numero 13, il Procope continuava la sua silenziosa conversazione con il tempo. 

Da più di trecento anni quelle sale avevano ospitato idee, passioni, rivoluzioni e vanità umane. Voltaire vi aveva difeso la ragione, Diderot vi aveva immaginato nuove forme del sapere, uomini convinti di cambiare il mondo vi avevano pronunciato parole che il mondo aveva poi dimenticato. Il Procope non era soltanto un ristorante: era un luogo dove il passato non era mai completamente passato, dove ogni tavolo sembrava conservare l'eco di una discussione interrotta. 

Tra gli specchi antichi, le boiserie scure e il discreto movimento dei camerieri, quella sera cenava da solo un uomo anziano. Aveva ottant'anni, un'eleganza sobria e il volto segnato non dalla tristezza, ma dalla lunga abitudine alla riflessione. Davanti a lui un bicchiere di Bordeaux, un piatto vuoto e un libro chiuso. 

Si chiamava Jean Descartes-Duroc. 

Per quasi mezzo secolo aveva insegnato Filosofia del diritto all'Università di Parigi, dedicando la propria vita a una domanda che aveva attraversato tutta la storia del pensiero: quanto è veramente libero l'uomo quando decide? Aveva studiato le leggi scritte dagli uomini, ma soprattutto quelle invisibili che governano le loro scelte: il desiderio, la paura, il rimpianto, l'illusione di poter ricominciare. 

A pochi tavoli di distanza due uomini sulla cinquantina avevano appena terminato il dessert. Erano avvocati, soci di uno studio importante, uomini arrivati a quel punto della vita in cui molti traguardi sono stati raggiunti e proprio per questo cominciano a diventare inquietanti. 

Andrea Morel, il più inquieto dei due, stava raccontando all'amico una sensazione che da tempo non riusciva a spiegare. 

«La cosa più strana è che non posso dire di aver fallito. Ho fatto esattamente quello che volevo fare. Ho studiato, ho costruito una carriera, ho una famiglia, una posizione che molti invidierebbero. A venticinque anni avrei considerato questa vita un successo. Eppure oggi mi domando se il ragazzo che ero allora avrebbe riconosciuto l'uomo che sono diventato.» 

L'amico sorrise. 

«Forse è soltanto la crisi dei cinquant'anni.» 

Andrea scosse la testa. 

«A parte che la crisi casomai è quella dei quarant'anni, No. La crisi, quale sia l'età, è avere paura di non aver vissuto abbastanza. Io ho paura di aver vissuto la vita giusta senza sapere più se era davvero la mia.» 

Fu in quel momento che il suo sguardo incontrò quello dell'uomo seduto vicino alla finestra. 

Lo riconobbe dopo qualche secondo. 

«Professore?» 

Jean Descartes-Duroc sollevò gli occhi dal bicchiere e sorrise. 

«Andrea Morel. Vedo che le domande difficili non le ha ancora abbandonate.» 

L'avvocato si avvicinò emozionato. 

«Pensavo non si ricordasse più dei suoi studenti.» 

«Alla mia età si dimenticano molte cose. Ma non le persone che ci hanno costretto a pensare.» 

Dopo qualche esitazione Andrea lo invitò al tavolo. Il professore accettò, nonostante la sua iniziale riluttanza, e presto la conversazione riprese il filo naturale che soltanto alcuni incontri inattesi riescono a creare. 

Andrea gli raccontò tutto: la pressione del lavoro, la responsabilità verso la famiglia, la sensazione di essere diventato prigioniero delle proprie scelte, il dubbio che la vita costruita con tanta fatica potesse essere anche una gabbia. 

Il professore ascoltò senza interrompere, come fanno soltanto coloro che hanno passato una vita ad ascoltare gli uomini prima ancora delle loro parole. 

Poi prese lentamente il bicchiere e disse: 

«Avete mai pensato al canto delle Sirene?» 

I due avvocati si guardarono divertiti. 

«Professore, non sapevo che l'Odissea fosse una terapia per la crisi professionale.» 

Jean sorrise. 

«Non lo è. Ma forse dovrebbe esserlo.» 

Poi continuò: 

«Tutti credono che il canto delle Sirene rappresenti la tentazione. Pensiamo a uomini incapaci di resistere al piacere, attratti dalla bellezza e condotti alla morte. Io credo invece che il canto delle Sirene sia qualcosa di molto più terribile: è la conoscenza.» 

Fece una pausa. 

«Immaginate di poter vedere, nello stesso istante, tutta la vostra vita. Non soltanto quella vissuta, ma anche tutte quelle possibili che non avete vissuto. Tutte le decisioni che avreste potuto prendere diversamente, tutte le parole che avreste potuto dire e avete taciuto, tutte le persone che avreste potuto amare meglio, tutti gli errori che avreste potuto evitare. Ma anche il futuro: tutte le strade che ormai non potrete più percorrere, tutte le persone che perderete, tutte le versioni di voi stessi che non nasceranno mai.» 

Il professore abbassò lo sguardo sul tavolo. 

«Il canto delle Sirene non dice all'uomo: vieni e sarai felice. Dice: guarda tutto ciò che sei stato, tutto ciò che avresti potuto essere e tutto ciò che non sarai mai.» 

Per qualche secondo nessuno parlò. 

«E questo spinge i marinai a gettarsi in mare?» chiese Andrea. 

Il vecchio professore annuì lentamente. 

«Forse sì. Ma non perché desiderino le Sirene. Credo che si gettino perché, dopo aver ascoltato quel canto, non riescono più a sopportare la distanza tra la vita reale e tutte le vite possibili che hanno visto.» 

Il collega di Andrea intervenne: 

«E Ulisse invece resiste.» 

«No. Ulisse fa qualcosa di più interessante.» 

Il professore sorrise. 

«Ulisse sa che nel momento in cui ascolterà il canto non sarà più lo stesso uomo che ha deciso di ascoltarlo. Sa che la sua volontà futura potrebbe essere distrutta dalla consapevolezza. Per questo ordina ai compagni di legarlo all'albero della nave. Forse è proprio questo il motivo per cui il canto delle Sirene è così terribile» continuò il professore. «Non perché prometta qualcosa che l'uomo desidera, ma perché gli mostra qualcosa che l'uomo normalmente evita di guardare.»

Prese il bicchiere e osservò per qualche secondo il colore del vino.

«Nietzsche scrisse: "Chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare a sua volta un mostro. E se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te."»

Fece una pausa.

«Molti interpretano questa frase come un avvertimento contro il male. Io credo che sia qualcosa di più profondo. L'abisso non è soltanto ciò che ci minaccia dall'esterno. L'abisso siamo anche noi stessi quando smettiamo di raccontarci delle storie rassicuranti.»

Guardò Andrea.

«Il canto delle Sirene è un abisso perché costringe l'uomo a guardare tutto ciò che normalmente tiene nascosto: le scelte non fatte, le persone perdute, le versioni alternative di sé stesso che continuano ad esistere soltanto come possibilità.»

«E Ulisse?» chiese allora Andrea, sporgendosi verso di lui. «Perché sopravvive?» 

«Perché ha capito una cosa che Nietzsche avrebbe intuito molti secoli dopo: nessun uomo può fissare l'abisso troppo a lungo senza pagarne il prezzo. Per questo Ulisse non dimostra la sua forza guardandolo senza paura. Dimostra la sua saggezza riconoscendo che anche lui può esserne inghiottito.» 

Andrea lo guardò incuriosito. 

«Lei dice sempre che il diritto riguarda il rapporto tra libertà e responsabilità. Cosa c'entra questo con Ulisse?» 

Il vecchio professore sorrise. 

«C'entra moltissimo. Ulisse compie il gesto più giuridico che si possa immaginare: un uomo libero decide di limitare volontariamente la propria libertà futura per proteggersi da una possibile perdita della ragione presente.» 

Si sporse leggermente verso di loro. 

«È il principio secondo cui, a volte, l'uomo più libero non è colui che può fare tutto ciò che vuole, ma colui che conosce abbastanza sé stesso da sapere quando deve mettere un limite alla propria stessa volontà.» 

La frase rimase sospesa tra loro. 

Fuori dal Procope la pioggia aveva ripreso a cadere. 

Il professore guardò l'orologio e si alzò. 

Andrea lo fermò. 

«Professore, quindi qual è la soluzione? Come si vive senza essere divorati dai rimpianti?» 

Jean Descartes-Duroc infilò lentamente il cappotto. 

Per un attimo sembrò cercare una risposta definitiva. 

Poi sorrise. 

«Alla mia età ho imparato che le risposte definitive sono spesso soltanto domande che hanno smesso di crescere.» 

Indossò il cappello. 

«Ricordate soltanto questo: tutti nella vita incontriamo le Sirene. Il problema non è evitare il loro canto, perché nessun uomo può vivere senza interrogarsi su ciò che avrebbe potuto essere.» 

Fece una pausa sulla porta. 

«Il problema è capire a quale albero conviene farsi legare prima di ascoltarlo.» 

Poi uscì.

Andrea rimase a lungo a guardare la porta dalla quale il professore era uscito.

Il suo collega aveva ripreso a parlare, forse di lavoro, forse di qualcosa che aveva poca importanza; ma le parole gli arrivavano lontane, come se appartenessero a un'altra stanza, a un'altra vita.

Pensava a Ulisse.

Per anni aveva creduto che la grandezza dell'eroe fosse stata quella di resistere al canto delle Sirene, di essere abbastanza forte da non cedere alla tentazione di quella voce.

Ora, invece, gli sembrava di aver capito qualcosa di diverso.

Forse Ulisse non era stato grande perché aveva dimostrato di essere più forte degli altri uomini.

Forse era stato grande perché aveva avuto il coraggio di scoprire la propria fragilità e l’abisso che si celava dentro di sè.

Aveva saputo che sarebbe arrivato un momento in cui non si sarebbe più fidato di sé stesso e, proprio per questo, aveva chiesto agli altri di salvarlo da colui che sarebbe diventato.

Non aveva sconfitto le Sirene.

Aveva accettato di averne paura.

Il mattino seguente, prima di uscire di casa, Andrea rimase qualche secondo davanti allo specchio.

Non cercava soluzioni. La sera precedente non gliene aveva consegnata nessuna. Il professor Descartes-Duroc non gli aveva indicato una strada, né gli aveva suggerito una scelta; aveva fatto qualcosa di molto più difficile: aveva trasformato una certezza in una domanda.

Rimase ancora qualche istante davanti al proprio riflesso, come se cercasse di riconoscere, dietro il volto dell'uomo che era diventato, tutte le persone che avrebbe potuto essere.

Poi prese la giacca, chiuse la porta e andò al lavoro.


martedì 14 luglio 2026

UNA VESPA A TEMPO DETERMINATO

Ai Birilli Bevuti il calcio balilla non era semplicemente un gioco.

Era una disciplina con regole tutte sue, tramandate oralmente, continuamente violate e puntualmente reinterpretate a seconda di chi avesse appena preso gol.

"No ganci! Basta girella! Non muovere il calcetto!!"

Quel pomeriggio erano in campo Remfutti e Leonardo.

Giffoni e Romano, appoggiati al bancone con due bicchieri di birra e gazzosa davanti, assistevano alla sfida come due cronisti sportivi che ormai conoscevano a memoria pregi e difetti dei contendenti.

Leonardo giocava di fino. Cercava il passaggio, costruiva l'azione, accarezzava la pallina.

Remfutti, invece, era l'esatto contrario.

Era l'inventore di quella che lui chiamava con malcelato orgoglio "la mossa", quasi fosse un brevetto depositato.

Consisteva nel tirare violentemente verso di sé la stecca dei due difensori, anticipando di una frazione di secondo l'arrivo della pallina. Se il tempo era quello giusto, il colpo produceva due possibili risultati.

Il primo era un missile terra-aria che attraversava il campo con una traiettoria imprevedibile, trasformando il portiere avversario in un semplice spettatore.

Il secondo era decisamente più spettacolare.

La pallina decollava direttamente fuori dal cassone di gioco, attraversava la sala da gioco dell'osteria come un proiettile e metteva seriamente a rischio bottiglie, bicchieri, lampadine e qualunque oggetto avesse avuto la sfortuna di trovarsi sulla sua rotta.

Ogni tentativo era accompagnato da un CLANG! metallico che faceva voltare perfino quelli seduti in fondo alla sala.

L'oste, ogni volta, alzava gli occhi al cielo.

— IIIh, prima o poi rompete qualcosa...

Remfutti sorrideva soddisfatto.

L'unico elemento a soffrire più dei nervi dell'oste erano le molle delle stecche.

Le massacrava.

Una volta, nel pieno di uno di quei tiri assassini, la stecca dei difensori gli rimase letteralmente in mano. Il resto continuò la sua corsa dentro la guida, mentre Remfutti, con la stecca staccata, rimase immobile qualche secondo senza capire cosa fosse successo.

Gli amigos risero per una settimana.

Lui sostenne, con la sua ben nota arte sofistica, che fosse un difetto di fabbrica.

Poteva crederci Don Mesaglio, certo non gli altri della banda.

Anche quel pomeriggio aveva già tentato la "mossa" almeno quattro volte.

Tre palline erano finite contro le sponde.

Una aveva quasi colpito il lampadario che pendeva sopra il bilardo a fianco.

Leonardo, ormai rassegnato, si limitava a spostare il bicchiere ogni volta che vedeva Remfutti arretrare la mano.

Fu in quel momento che la porta dell'osteria si spalancò.

Entrò lo Smilzo.

Aveva il sorriso di uno che aveva appena fatto l'affare del secolo.

Non salutò nessuno.

Non disse buongiorno.

Non ordinò da bere.

Restò qualche secondo sulla soglia, aspettando che tutti si accorgessero di lui.

Poi, con quella sua voce gutturale che impastava tutte le consonanti fino a farle sembrare di gomma, disse soltanto:

Venite fuuori...

I quattro si guardarono.

Quando lo Smilzo parlava così, era noto non si trattasse di un invito ma di un ordine imperituro.

Uscirono.

Davanti all'osteria, parcheggiata con una cura quasi religiosa, c'era una Vespa PX 150E nuova fiammante.

Era color caffelatte, lucida come uno specchio. Ma ciò che attirava davvero l'attenzione erano le fiancate: decorate da due giganteschi adesivi verdi raffiguranti un improbabile villaggio arabo, completo di palme, cupole e minareti. Un trionfo del cattivo gusto che, negli occhi dello Smilzo, rappresentava invece il massimo dell'eleganza.

Lui la osservava con l'orgoglio di un collezionista davanti a un'opera d'arte.

Passò lentamente la mano sul sellino.

— Bella, eh?...

Ci fu un coro di approvazione.

Nessuno, per carità di patria, fece il minimo accenno a quegli adesivi.

Rientrarono.

Lo Smilzo si avvicinò al calcio balilla e senza curarsi della partita che era in corso, azzerò con un sonoro gesto teatrale il segna punti e annunciò con enfasi solenne, quasi fosse l'Araldo di Lorenzo il Magnifico:  

"Mi gioco il PX!!!"

I quattro ragazzi rimasero immobili mentre lo Smilzo, dopo averli squadrati dalla testa ai piedi, cercò con gli occhi Giffoni che invece tentava disperatamente di posare lo sguardo altrove. 

Gli puntò contro l'indice.

— Giffoni, vieni qui!

Giffoni continuò a fare il finto tonto.

— Io?

— Si, porco XXX. Tu. Vieni qui!

Remfutti protestò immediatamente.

— E noi?

Lo Smilzo lo liquidò con una smorfia.

— Tu rompi le stecche oltre che i coglioni! 

Giffoni, consapevole che ormai non c'era modo di sottrarsi a quella sfida impari quanto inutile decisa dallo Smilzo, si posizionò sul lato dezstro del cassone afferrando le stecche.

Chi frequentava i Birilli Bevuti conosceva bene una verità.

Lo Smilzo era un fuoriclasse al calcio balilla: passaggi millimetrici, ganci impossibili, tiri che sembravano telecomandati.

Mettere in palio una Vespa contro uno come lui equivaleva, sulla carta, a rischiare esattamente zero.

Giffoni lo guardò per qualche secondo, si fece coraggio e poi sorrise, ma non era il sorriso di uno che aveva appena fiutato l'affare della vita.

Era quello di uno che aveva fiutato una storia. Perché Giffoni lo conosceva bene, lo Smilzo.

Troppo bene.

Era assolutamente convinto che quella Vespa non l'avrebbe mai persa. Non sapeva ancora come, ma era certo che, da qualche parte, nella mente dello Smilzo, ci fosse già un piano.

Accettò la sfida senza credere al premio ma con la curiosità di vedere fino a dove sarebbe stato capace di spingersi lo Smilzo.

Le migliori commedie, ai Birilli Bevuti, cominciavano sempre così.

"Con ganci o senza ganci?" - chiese Giffoni per prendere ancora tempo mentre lo Smilzo stava per lanciare la pallina nell'agone.

"Ma gioca pure come caffo vuoi e non rompere i cogliooooni!!" lo apostrofò infasidito lo Smilzo.

La partita iniziò.

Lo Smilzo confermò immediatamente la sua fama.

Dominava il gioco.

Faceva correre la pallina come un illusionista.

Sembrava sapere in anticipo dove sarebbe finita ogni azione.

Ma quel pomeriggio Giffoni era ispirato.

Rispondeva colpo su colpo.

Segnava.

Recuperava.

Pareggiava.

Remfutti, Leonardo e Romano seguivano ogni azione in religioso silenzio, anche loro curiosi solo di vedere cosa si sarebbe inventato lo Smilzo.

Arrivò l'ultima pallina.

Una carambola.

Un rimpallo.

Una deviazione fortunosa.

La pallina attraversò lentamente la linea di porta.

Gol.

Giffoni.

Silenzio.

Uno di quei silenzi che sembrano più rumorosi delle risate.

Lo Smilzo rimase immobile.

Abbassò lo sguardo sulle chiavi.

Inspirò profondamente.

Che sfiga... era nuova, l'avevo presa ieri..."

Poi guardò Giffoni.

Prendila! E' tua!

Giffoni recitò la sua parte.

— Ma no... dai...

Prèndila! Porco XXX!!!|

— Non è giusto...

Ho detto prèndila!

— Ma io non ho nemmeno la patente...

Lo Smilzo sbuffò.

— Sono caffi tuoi!!! Hai vinto! Prendi quel caffo de Vespa!

Giffoni fece un leggero cenno con la testa.

Dentro di sé sorrideva.

"Vediamo dove vuoi arrivare..." pensò.

Prese lentamente le chiavi.

Le osservò.

Erano vere.

Fece un passo.

Poi un altro.

Attraversò tutta la sala da gioco.

Sentiva gli occhi degli amici puntati addosso.

Remfutti era ormai paonazzo.

Romano aveva già intuito che il meglio doveva ancora arrivare.

Leonardo aspettava il colpo di scena.

Giffoni arrivò alla porta.

La aprì.

Mise un piede fuori.

Poi il secondo.

Aspettò.

Per un attimo pensò quasi che lo Smilzo fosse disposto davvero a mantenere la parola.

Ma durò poco.

Alle sue spalle esplose quella voce inconfondibile, roca, gutturale, con tutte le consonanti che sembravano sciogliersi una dentro l'altra.

— E non peeenso!!!! Saarrràààààà difficile!!!! Dove vai?? Torna qui!!!!

Tutti esplosero in una risata liberatoria.

Remfutti si piegò in due.

Romano, finalmente, rise a bocca aperta.

Leonardo quasi singhiozzava appoggiandosi al biliardo.

Giffoni si voltò lentamente.

Non sembrava deluso.

Anzi.

Sul volto aveva l'espressione soddisfatta di chi aveva appena visto il finale del film che si aspettava fin dall'inizio.

Rientrò e appoggiò le chiavi sul calcio balilla.

Lo Smilzo le recuperò con una naturalezza disarmante e se le infilò in tasca, accarezzando quasi distrattamente il portachiavi per poi uscire e saltare in sella, come avrebbe fatto un cow boy sul suo destriero, alla Vespa PX 150E color caffelatte, con i suoi improbabili minareti verdi, e partire in impennanta urlando verso i 4 liceali: "Ariaaaaa!!!"

Ripensandoci oggi, viene quasi da credere che lo Smilzo fosse nato con decenni d'anticipo.

Senza aver mai sentito parlare di TAN, TAEG o credito al consumo, aveva già intuito il principio sul quale si sarebbe costruita un'intera industria finanziaria: convincerti, anche solo per pochi istanti, che qualcosa possa diventare tuo anche se non puoi permettertelo.


venerdì 10 luglio 2026

I QUATTRO ASSI

"Ai Birilli Bevuti", a Cividale, era molto più di un'osteria; era una specie di università popolare dove si imparavano le cose davvero importanti della vita: perdere con dignità, diffidare dei giochi inventati dagli amici e capire che la sfortuna, quando decide di prenderti di mira, non sbaglia mai tavolo.

Quella sera estiva, seduti attorno a uno dei tavolini di legno consumati dal tempo e dai bicchieri, c'erano Giffoni, Romano, Remfutti, Leonardo e, naturalmente, lui: Lo Smilzo.

Era lui, che assieme al compare Torace di Pietra, era solito movimentare i pomeriggi di ozio dallo studio della compagnia di liceali. Alto come un palo della luce, magro ma tutto nervi e con quella sua voce roca e gutturale che riusciva nell'impresa di rendere moscia qualsiasi consonante, parlava come se ogni parola dovesse attraversare una palude prima di uscire dalla bocca.

Fu lui a tirare fuori improvvisamente un vecchio mazzo di carte da briscola.

«Si gioca ai Quattro Assi.»

Nessuno ne aveva mai sentito parlare, ma non era una possibilità, bensì un destino ineludibile. 

«Le legole sono semplici. Si pesca una carta. Chi prende il primo asso ordina da bere. Chi pesca il secondo assaggia. Chi prende il terzo beve tutto. Chi trova il quarto... paga.»

Detta così sembrava quasi un gioco democratico.

Naturalmente non lo era.


La dea bendata aveva deciso, "naturalmente", di trascorrere la serata seduta accanto allo Smilzo.

Ogni mano era lui a pescare il primo asso.

«Pietro! Portaci un bianco!»

Mano successiva.

«Adesso un nero!»

Poi:

«Un Cynar.»

E ancora:

"Un Rosso Antico."

E avanti: 

"Un Amaro Cora!"

E non pago:

«Facciamo una Sangria, vai col tango!»

Ogni volta ordinava con l'aria soddisfatta di chi stava scegliendo il menù di un matrimonio, cercando d'inserirvi le "pietanze" sempre più improbabili.

Leonardo, invece, sembrava vittima di una maledizione.

Terzo asso.

«Bevi, Piccolo.»

Un altro giro.

Terzo asso.

«Ancora tu, Piccolo... bevi.»

Un altro ancora.

«Bravo, Piccolo. Tutto d'un fiato.»

All'inizio Leonardo protestava.

Poi sorrideva.

Poi rideva.

Infine rideva anche quando nessuno aveva detto nulla.

Giffoni, dal canto suo, sembrava possedere un talento naturale per pescare il quarto asso.

Pagava.

Sempre.

Ogni volta infilava la mano in tasca con l'illusione che il destino, prima o poi, decidesse di cambiare idea.

Il destino, evidentemente, aveva altri programmi.

Romano e Remfutti, con l'abilità tipica di chi passa sotto la pioggia senza bagnarsi, oscillavano tra qualche assaggio e qualche rara ordinazione, riuscendo a sopravvivere economicamente a quella carneficina alcolica.

Quando ormai il tavolo sembrava una collezione di bicchieri vuoti, Lo Smilzo estrasse l'ultima sentenza.

Guardò Leonardo.

Sorrise.

«Piccolo... adesso tocca a te. Un Alpestre.»

Ai Birilli Bevuti l'Alpestre non era semplicemente un liquore.

Era la pietra tombale.

Leonardo lo osservò qualche secondo, quasi sperando che evaporasse da solo.

Poi lo afferrò.

Lo bevve tutto in un unico sorso.

Rimase immobile.

Sbatté le palpebre due volte.

Sorrise con l'aria di chi aveva appena scoperto il segreto dell'universo.

Si alzò lentamente.

Uscì dal locale.

Percorse una decina di metri.

E con assoluta naturalezza si distese in mezzo alla strada.

Braccia aperte.

Occhi rivolti al cielo.

Rideva.

Rideva come un bambino.

Rideva come un matto.

Rideva senza riuscire a smettere.

«Ah Puffana!!! Piccolo...» disse Lo Smilzo affacciandosi alla porta e passandosi una mano tra i capelli. «Che caffo fai?? Lì passano anche le macchine.»

Leonardo lo guardò con aria serissima.

«Se arrivano... mi sposto...»

E ricominciò a ridere.

Gli amici riuscirono a rimetterlo in piedi soltanto dopo parecchi tentativi, sorreggendolo uno per braccio mentre continuava a piegarsi in due dalle risate.

Prima di salutarsi, qualcuno ricordò l'appuntamento della sera seguente.

«Domani ci aspettano quelli di Rualis... vogliono chiarire certe questioni.»

Tutti rivolsero lo sguardo verso lo Smilzo cercando conforto e magari aiuto per "chiarire" le questioni "sospese".

Lo Smilzo rimase in silenzio.

Chiese con calma chi fossero.

Ascoltò i nomi.

Abbassò lo sguardo.

Poi lo rialzò lentamente.

Con estrema solennità alzò il dito indice verso il cielo.

Per qualche istante nessuno parlò.

Infine, con quella sua voce cavernosa che sembrava impastare ogni consonante, pronunciò il suo monito.

«Attenzione!... potrei essere con voi... ma aaaanche con loro!!»

Sul gruppo calò un silenzio quasi religioso.

Per qualche secondo nessuno ebbe il coraggio di dire una parola.

Lo Smilzo li fissò uno ad uno.

Poi sbuffò.

Fece un gesto largo con il braccio, come un capostazione che dà il via al treno, e concluse con quella che era ormai la sua frase di commiato, immancabile quanto il caffè dopo pranzo:

«Adesso mi avete rrotto i coglioni!... Arrrriaaaa!!»

Era il segnale che la riunione era ufficialmente sciolta.

Giffoni, Romano e Remfutti si voltarono senza aggiungere altro e si incamminarono verso casa, trascinandosi dietro Leonardo che continuava a ridere senza alcun motivo apparente, inciampando ogni tre passi e costringendoli a sorreggerlo.

A un certo punto Leonardo si fermò, si mise incredibilmente sull'attenti, portò la mano alla fronte in un impeccabile saluto militare rivolto allo Smilzo e, con la solennità di un soldato che riceve gli ordini dal proprio comandante, esclamò:

«Ok, capo!»

Lo Smilzo non rispose nemmeno.

Accennò appena un cenno con la testa, si girò e rientrò ai Birilli Bevuti.

Gli altri ripresero la strada verso casa accompagnati dalle risate incontenibili di Leonardo che non finivano di riecheggiare nella notte di Cividale, mentre sopra le loro teste gli aerei continuavano a volare alti tra New York e Mosca e con il mondo, a loro completa insaputa, già proiettato verso il futuro. Loro, invece, del tutto ignari, avevano appena vissuto uno di quei frammenti di giovinezza destinati a sopravvivere a tutto: agli anni, alle rughe, alle sconfitte e perfino alla memoria. Perché certi ricordi non si ricordano, semplicemente, continuano a vivere. 

Sempre a loro completa insaputa.

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