L’antivigilia di Natale possiede una sua particolare forma di esaurimento nervoso, diversa da quella che accompagna il resto dell’anno e, per certi versi, più insidiosa. Non è ancora la stanchezza delle feste, che almeno concede il beneficio della sospensione degli obblighi lavorativi, ma quella di chi ha appena terminato la corsa ai regali, ha finalmente abbandonato gli uffici e si concede un’ultima mezz’ora di libertà prima di essere riconsegnato alle rispettive famiglie e a quella complessa organizzazione domestica che, sotto Natale, assume le dimensioni di un comando operativo.
È in questo intervallo, breve e prezioso, che Giffoni, Gambero, Remfutti e Bugatti si erano dati appuntamento per il tradizionale aperitivo degli auguri. Un bicchiere, qualche stuzzichino e le solite conversazioni, che dopo quarant’anni conservavano la straordinaria capacità di ripartire esattamente dal punto in cui erano state interrotte anni prima, come se il tempo, anziché trascorrere, avesse semplicemente provveduto a ingrigire i capelli, allargare le cinture e rendere meno sostenibili certe prestazioni atletiche.
L’amicizia, del resto, si fonda anche su questo: sulla possibilità di incontrare persone che conoscono da così tanto tempo i nostri difetti da non avere più alcun bisogno di verificarne l’esistenza. Gli amici dei Birilli Bevuti non si limitavano a ricordare le rispettive debolezze ma le custodivano con la devozione che altri riservano alle reliquie, intervenendo ogni volta che uno di loro mostrava qualche segno di miglioramento, quasi che la guarigione da un vizio costituisse un tradimento della storia comune.
Gambero, per esempio, continuava a bere Coca-Cola con una fetta di limone. Una scelta che, in un contesto di aperitivi natalizi, veniva considerata non tanto un’abitudine personale quanto una provocazione nei confronti della civiltà occidentale.
«Gambero, ma dopo tutti questi anni non ti sei ancora convertito?»
Remfutti indicava il bicchiere con la stessa espressione con cui un missionario avrebbe potuto osservare un indigeno intento a venerare un totem.
«A cosa?»
«A una bevanda da uomini. Una Weizen, almeno. Oppure un Franciacorta, se vuoi proprio darti un tono.»
«Io bevo quello che mi pare.»
«Certo. Ma tu non bevi, Gambero. Tu ti disseti. Sono due cose diverse.»
Gambero sollevò il bicchiere e bevve un sorso, con la tranquillità di chi aveva avuto quarant’anni per metabolizzare l’inutilità delle discussioni con Remfutti.
«E tu, invece, continui a parlare a vanvera invece di parlare e basta. Sono due cose diverse anche queste, ma nel tuo caso non vedo miglioramenti.»
Bugatti rise. Giffoni si limitò a sorridere, perché conosceva bene il meccanismo: Remfutti non aveva bisogno di sostenere una tesi, gli bastava individuare qualcuno disposto a difenderne una. Il resto veniva da sé, come nei processi in cui l’imputato, dopo aver chiesto di essere ascoltato, finisce per aggravare la propria posizione nel tentativo di spiegarsi.
Trappola in cui Giffoni, peraltro, finiva sempre per cascarci lo stesso, nonostante la perfetta conoscenza del meccanismo.
Per qualche minuto si parlò di regali, di prezzi, di parcheggi impossibili e di commesse che, dopo aver trascorso un’intera giornata a incartare oggetti, sembravano ormai disposte a confezionare direttamente anche i clienti. Poi, come accadeva sempre quando il gruppo si ritrovava senza argomenti meritevoli, la conversazione imboccò la strada delle nuove generazioni.
Era un percorso conosciuto, sul quale ciascuno si sentiva autorizzato a esprimere giudizi severi, pur avendo accuratamente rimosso dalla propria memoria gli anni nei quali il massimo sacrificio personale era consistito nel raggiungere il bar prima degli altri e il massimo impegno collettivo nel convincere qualcuno a pagare il giro.
«Questi ragazzi non sanno cosa vuol dire sacrificarsi», sentenziò Bugatti. «Hanno tutto pronto. Se devono aspettare cinque minuti, si lamentano. Se gli chiedi di fare qualcosa, hanno subito un problema.»
«È vero», confermò Giffoni. «Noi siamo cresciuti con un altro senso del dovere.»
«Noi chi?» domandò Remfutti. «Tu, che per anni hai cercato il modo di fare meno degli altri?»
«Io cercavo di ottimizzare le risorse.»
«Tu cercavi di non fare un cazzo.»
«È una definizione rozza di una competenza organizzativa.»
Gambero, che aveva assistito a molte di quelle ricostruzioni biografiche, intervenne per ricordare che anche Remfutti, all’epoca, non era esattamente un modello di laboriosità.
«Parli proprio tu, che se c’era da lavorare sparivi e se c’era da prendersi un merito comparivi davanti a tutti.»
«Io avevo il senso delle priorità.»
«Sì, ma le tue priorità erano sempre altrove», disse Bugatti.
Il confronto rischiava di trasformarsi in un’indagine retrospettiva sulle rispettive carriere di fancazzisti, ma fu Giffoni a offrire al gruppo l’occasione di elevare il dibattito a una dimensione storica.
«Comunque, il problema è che abbiamo abolito la leva militare. Dal 2005 non è più obbligatoria e da lì è cominciato tutto.»
Remfutti si voltò verso di lui.
«Ecco. Ci mancava la naja.»
«La naja era una scuola di vita.»
«Sì. Soprattutto per quelli che la facevano fare agli altri.»
La parola, però, aveva già prodotto il suo effetto. Le nuove generazioni scomparvero dal tavolo con la stessa rapidità con cui erano comparse, sostituite da un argomento molto più interessante: le sofferenze personali dei quattro commensali. Perché se era difficile dimostrare che i giovani di oggi fossero meno disciplinati di quelli di ieri, non vi era alcuna difficoltà a sostenere che il proprio servizio militare fosse stato più duro di quello di chiunque altro.
Gambero, naturalmente, partì in vantaggio.
«Voi non avete idea di cosa voglia dire fare la naja in Marina.»
Lo disse senza enfasi, ma con la soddisfazione di chi aveva atteso a lungo l’occasione di esibire una credenziale finalmente spendibile.
La sua vicenda, in effetti, aveva una particolarità che la rendeva adatta alle circostanze. Per mesi aveva creduto di averla scampata. Non era stato chiamato alla visita di leva insieme agli altri, non aveva ricevuto convocazioni e, nella sua interpretazione dei fatti, il silenzio degli uffici militari equivaleva a una sentenza di assoluzione. Aveva quindi cominciato a considerare la faccenda chiusa, archiviata fra le piccole fortune che capitano nella vita a chi non ha fatto nulla per meritarle.
Non aveva fatto i conti con suo padre, proprietario di una barca e, a quanto pareva, più interessato alla vela di quanto lo fosse il figlio stesso. L'iscrizione alla FIV, effettuata senza che Gambero ne fosse al corrente, aveva finito per produrre un effetto collaterale che nessuno dei due aveva previsto: la convocazione alla visita di leva a La Spezia e il successivo arruolamento in Marina.
«Quando ho capito che mi avevano chiamato, era troppo tardi», raccontò. «Quindici mesi. Quindici. Non dodici come gli altri.»
«Però avevi una barca in famiglia», osservò Remfutti. «Qualcuno che ti poteva venire a prendere.»
«Una barca a vela, non una portaerei.»
«Eri in Marina. Mi sembra il minimo.»
«In Marina, a Taranto! Per tornare a casa ci mettevo più tempo di quanto ce ne avrei messo per arrivare in Danimarca.»
«In Danimarca non ci arrivavi in nave», insistette Remfutti.
Gambero ignorò l'obiezione. Aveva cominciato e non aveva intenzione di lasciare che l'ars oratoria di Remfutti compromettesse la ricostruzione di quindici mesi di sofferenza.
«E poi la Marina era un'altra cosa. Non era come stare in una caserma qualsiasi.»
«Certo», disse Giffoni. «Avevate il mare.»
«Il mare lo vedevo solo quando ero a fare i turni di guardia lungo il canale di Taranto, munito solo di un manganello, dopo che ci avevano tolto il MAB, perché da poco qualche imbecille si era messo a sparare ai gabbiani. Se fosse arrivato un sommergibile sovietico, ci saremmo potuti difendere solo a parolacce.»
«Allora era una Marina di terra.» s'intromise Remfutti.
«Vai a cagare!»
La risposta all'ennesima gamba tesa di Remfutti, fece risalire dai fondali della memoria più profonda di Gambero un aneddoto che raccontò con aria solenne quando si sentì sufficientemente ascoltato. Il protagonista era un suo commilitone veneto, esasperato dalle condizioni igieniche dei bagni del castello Aragonese, dove si trovava la caserma. Il ragazzo aveva deciso di protestare con un gesto che, nella sua concezione della dialettica militare, avrebbe dovuto sortire un effetto più risolutivo del cannoneggiamento di un cacciatorpediniere.
Una mattina aveva depositato una propria evacuazione intestinale a forma di ciambella nel bel mezzo del torrione.
«Proprio al centro», precisò Gambero, per evitare che qualcuno immaginasse un gesto occasionale o poco convinto.
Il risultato superò ogni aspettativa. L'ammiraglio, che aveva scelto proprio quella domenica per accompagnare alcuni ospiti in visita allo storico edificio, si imbatté nell'installazione durante il percorso. La questione igienica divenne così una questione gerarchica, e la gerarchia, come noto, non tollera che le si ricordi l'esistenza della materia.
Ma la storia non finiva lì.
«Il bello», continuò Gambero, «è che quello stesso ammiraglio, qualche giorno dopo la visita, trovò nel torrione anche sua figlia.»
«A fare cosa?» chiese Bugatti.
Gambero si prese un istante, forse per assaporare l'effetto della rivelazione.
«A farsi inchiappettare da un marò.»
Remfutti scoppiò a ridere, seguito dagli altri. La ricostruzione, nelle sue linee essenziali, prevedeva che la ragazza fosse consenziente e che il luogo dell'incontro fosse proprio il famigerato torrione, il medesimo spazio nel quale qualche giorno prima era stata collocata la protesta organica del marinaio. A quel punto il prestigio dell'ammiraglio poteva considerarsi compromesso sotto ogni profilo, dall'igiene all'onore familiare.
«E cosa successe?»
«Che l'Ammiraglio volle recuperare subito il prestigio compromesso e il marò venne trasferito al Mariscoglio di Lampedusa a scontare lì il resto della naja.»
«Ma la figlia?» domandò Giffoni.
«La figlia niente.»
Ci fu un momento di silenzio, subito seguito da un coro di proteste.
«Questa è un'ingiustizia!»
«La ragazza era consenziente!»
«Lui cosa doveva fare, chiedere un'autorizzazione scritta a Supermarina?»
«In fondo aveva solo applicato la legge del maschio», disse Remfutti, con quell'aria provocatoria che gli consentiva di sostenere una tesi senza impegnarsi a difenderla per più di trenta secondi.
Gambero scosse la testa.
«Il punto è che il padre ha punito soltanto lui.»
«E la figlia?» insistette Bugatti.
«La figlia era sua figlia.»
«Appunto. È proprio questo il problema.»
Per qualche istante, i quattro riuscirono a trovare una convergenza morale su una vicenda che, a distanza di decenni, ricordavano soprattutto per l'incredibile sovrapposizione fra il luogo della protesta e quello dell'incontro amoroso. Nessuno si domandò se il trasferimento del marò fosse stato effettivamente così semplice, né se la leggenda avesse subito qualche aggiustamento nel corso degli anni. La memoria degli uomini, quando viene servita insieme a un aperitivo, non è tenuta a produrre documenti.
«Comunque», concluse Gambero, «io il militare l'ho fatto sul serio.»
Giffoni, che fino a quel momento aveva lasciato parlare gli altri, si appoggiò allo schienale e si prese la scena.
«Io ero nei Carabinieri.»
La frase ebbe l'effetto di una sfida.
«E quindi?» domandò Remfutti.
«Quindi, a differenza vostra, io ero uno di quelli che rischiavano davvero la pelle. I Carabinieri e la Polizia sono gli unici che fanno la guerra anche in tempo di pace. Ordine pubblico, curve dei tifosi, manifestazioni, gente che ti tira addosso di tutto mentre voi eravate in caserma a contare le ore che mancavano alla libera uscita.»
Remfutti si raddrizzò sulla sedia.
«Tu sei il solito paraculo. Fare il servizio nei Carabinieri non è fare il militare. Prendevi più di un milione al mese e dormivi a casa. Quello era un lavoro o volevi come al tuo solito non fare un cazzo a pagamento?»
«Non sai di cosa stai parlando.»
«So benissimo di cosa parlo. Tu prendevi lo stipendio e noi facevamo la naja.»
«Durante i tre mesi di corso in Piemonte ho fatto una vita di caserma che tu non hai mai nemmeno immaginato. Disciplina, addestramento, orari, ispezioni. Per intensità, l'addestramento degli ausiliari era secondo soltanto a quello degli ufficiali di complemento. E poi c'era la libera uscita obbligatoria in divisa.»
Remfutti lo guardò con sospetto.
«Obbligatoria?»
«Dovevi uscire in divisa.»
«E perché?»
«Perché eri un carabiniere.»
«E disarmato?»
«Disarmato.»
Remfutti rimase un istante in silenzio, poi allargò le braccia.
«Quindi ti mandavano fuori in divisa, senza pistola, sperando che qualcuno ti riconoscesse e ti offrisse da bere.»
«Sei un cojone.»
«Però il concetto è quello.»
Giffoni decise che era arrivato il momento di calare l'asso e raccontare il primo giorno in caserma, quello della visita medica preliminare all'immatricolazione. Era un episodio che, nella sua memoria, aveva conservato intatta la capacità di suscitare imbarazzo, anche perché l'imbarazzo, quando si è condiviso con centinaia di altri uomini, finisce per diventare una specie di patrimonio collettivo.
«Ci portavano dentro a gruppi di dieci», cominciò. «Un graduato ci faceva entrare in uno stanzone con due porte. Ci dicevano di spogliarci in fretta e poi, dopo aver sentito nome e cognome, si entrava uno alla volta.»
«Già qui», intervenne ironicamente Remfutti, «mi sembra un'organizzazione di cui andare fieri.»
Giffoni proseguì senza raccogliere la provocazione. La sala era stata predisposta con quattro postazioni disposte a semicerchio, ognuna dedicata a una parte dell'accertamento. Nella prima sedeva un medico in camice bianco, che chiedeva quali farmaci assumesse il candidato, gli faceva aprire la bocca, controllava il cavo orale e osservava cornea e pupille. Poi un cenno, e si passava oltre.
Alla seconda e alla terza postazione, due militari in divisa registravano peso e altezza e sgrigativamente invitavano a proseguire veloci verso l'ultima postazione.
Qui un graduato in uniforme, seduto vicino all'uscita, indossava un guanto chirurgico. Il candidato doveva allargare le gambe e tossire, mentre il graduato procedeva alla palpazione dei testicoli per verificare l'eventuale presenza di anomalie.
Terminato l'accertamento, un altro graduato aspettava all'esterno e, con la cortesia di un dobermann, intimava la recluta a rivestirsi, uscire e lasciare libero il passaggio.
«Non avevi neanche il tempo di capire cosa ti fosse successo», disse Giffoni. «Entravi civile e uscivi con la netta sensazione che da lì in avanti niente sarebbe stato più come prima.»
Bugatti annuì, mentre Remfutti non aveva ancora trovato il modo di ridimensionare il racconto.
Giffoni raccontò allora che, una volta uscito nel piazzale della palazzina medica, ancora un po' stordito dalla procedura, si era trovato accanto a un commilitone lombardo, uno di quelli che non avevano ancora imparato a considerare la disciplina militare un motivo sufficiente per rinunciare al senso dell'umorismo.
Il lombardo aveva pronunciato una frase che Giffoni ricordava ancora con una precisione quasi notarile.
«Io sarò pure una spina di merda e quello là dentro un graduato. Ma stasera, quando va a casa e la moglie gli chiede com'è andata al lavoro, cosa le risponde? Che ha tastato cinquecento scroti in due ore? E domani altrettanti?»
Al tavolo calò un silenzio di quelli che precedono una risata collettiva. Poi Gambero si piegò in avanti, Bugatti batté una mano sul tavolo e persino Remfutti, che aveva passato la serata a contestare ogni cosa, dovette riconoscere che il lombardo aveva centrato il bersaglio.
«Ecco», disse Giffoni, riprendendo fiato, «questa è la differenza tra fare il militare e fare il Carabiniere. Tu, Remfutti, invece, hai fatto la naja praticamente sul pianerottolo di casa.»
Remfutti si irrigidì.
«Ma che cazzo ne sai tu, che il tuo servizio militare poteva giusto finire dentro una barzelletta? »
«Che eri in una caserma a meno di un chilometro da casa.»
«E allora? Proprio perché ero di casa, per i primi due mesi non mi fecero praticamente mai uscire. Salivo e scendevo dall'altana a fare guardie notte e giorno.»
«Poverino», disse Gambero. «Le scale.»
«Non erano le scale. Era il servizio.»
«Certo. Un servizio che ti consentiva, una volta finito, di andare a bere al bar con gli amici di sempre e a farti lavare i vestiti dalla mamma.»
«Perché a te invece chi lavava i vestiti? La tintoria?»
Remfutti si era ormai convinto che fosse necessario difendere il proprio passato da un tentativo di ridimensionamento che, a suo giudizio, aveva assunto proporzioni intollerabili.
«E poi, quando il furiere andò in congedo, presi il suo posto.»
«Per meriti speciali?» chiese Giffoni.
«Perché ero uno dei pochi diplomati del battaglione.»
«Ah, ecco. La maturità.»
«La maturità serviva. Sono diventato caporalmaggiore e, praticamente, comandavo la compagnia al posto del tenente.»
Bugatti lo fissò con aria interrogativa.
«Tu comandavi una compagnia?»
«Praticamente.»
«E il tenente cosa faceva?»
«Il tenente era il tenente.»
«Quindi comandavi tu, ma comandava lui.»
«Non hai capito un cazzo.»
«È possibile», disse Bugatti. «Ma è anche possibile che tu abbia passato la naja a fare il furiere e adesso la racconti come la campagna di Russia.»
Remfutti stava per replicare quando Bugatti, che fino a quel momento aveva lasciato agli altri il compito di esibire le proprie disgrazie, si schiarì la voce.
«Comunque, voi tre non avete proprio idea di cosa significhi fare il militare; questo può saperlo solo chi ha fatto l'Alpino come me.»
La frase fu pronunciata con una calma che lasciava intendere come la questione fosse stata sottovalutata abbastanza a lungo e che fosse arrivato il momento di ristabilire la corretta gerarchia dei sacrifici.
«Gambero era in Marina e faceva traduzioni per l'ammiragliato. Giffoni era nei Carabinieri, prendeva lo stipendio e tornava a casa. Remfutti faceva il furiere nella Buffa, praticamente sulla porta di casa. Io, invece, ero alpino. In Carnia. Nei gelidi inverni friulani.»
Giffoni guardò fuori dalla vetrina. Il cielo si era fatto scuro e la gente passava con borse, pacchi e sciarpe, intenta a raggiungere le proprie case prima che la vigilia imponesse il definitivo scioglimento delle attività sociali.
«E quindi?» chiese.
Bugatti si sporse sul tavolo.
«E quindi voi non avete mai visto cosa succedeva quando arrivavano le reclute con il pullman: appena scendevano e salivano nelle camerate, i nonni veneti cominciavano a lanciare croste di formaggio dalle finestre.»
«Perché?» domandò Gambero.
«Perché noi eravamo i topini.»
Bugatti si mise a imitare il miagolio con cui, secondo il suo racconto, i vecchi alpini accoglievano le reclute appena arrivate.
«Miaaoooo… miaaaaooo… bei topini!»
Remfutti rise.
«E tu, che eri alpino, cosa facevi?»
«Niente. Dovevi stare al gioco.»
«Quindi ti lanciavano il formaggio e tu miagolavi.»
Bugatti tentò di spiegare che la vita in Carnia era una cosa seria, che il freddo entrava nelle ossa, che i servizi erano lunghi e le condizioni difficili, ma ogni argomento veniva immediatamente assorbito dalla macchina demolitrice del gruppo. A quel punto, infatti, nessuno era più interessato a stabilire come fosse stato davvero il servizio militare degli altri. Ciascuno aveva già deciso che il proprio era stato il peggiore, e qualsiasi testimonianza contraria veniva trattata come un tentativo di frode ai danni della memoria collettiva.
La discussione proseguì ancora per qualche minuto, fra nuove rivendicazioni, precisazioni inutili e accuse di aver trasformato una modesta esperienza di caserma in un'epopea degna di un film di guerra. I bicchieri si erano svuotati, i camerieri cominciavano a sistemare il locale e i quattro, anziché avviarsi verso le rispettive famiglie, continuavano a discutere come se dal verdetto dipendesse l'assegnazione di una medaglia al valore.
Fu allora che, oltre la vetrina, passò lo Smilzo.
Camminava con una traiettoria che non coincideva esattamente con la direzione della strada, segno che aveva già festeggiato il Natale con qualche giorno d'anticipo. Aveva il passo incerto, la testa leggermente inclinata e quell'aria di sovrana indifferenza che appartiene a chi non deve più dimostrare niente a nessuno, soprattutto dopo aver bevuto abbastanza da non ricordare più a chi avrebbe dovuto dimostrarlo.
Gambero lo seguì con lo sguardo.
«Chissà dove ha fatto il militare lo Smilzo.»
Giffoni rispose senza nemmeno voltarsi del tutto.
«Da nessuna parte.»
«Come fai a saperlo?»
«Lui e quelli nati nel suo anno rientrarono fra i fortunati esentati dal servizio dopo il terremoto del 1976.»
«Lo Smilzo è lo Smilzo, è sempre stato oltre!» disse Bugatti.
«Lo Smilzo è sempre stato il Re!» aggiunse Remfutti.
«Per forza, lo Smilzo è come Mozart: inarrivabile!» confermò Gambero.
"Lo Smilzo è l'unico che ci ha sempre messi tutti d'accordo." annuì Giffoni.
L’armistizio era ormai inevitabile: dalle vibrazioni sempre più insistenti dei cellulari sul tavolo era chiaro che lo Stato Maggiore composto da parenti, fidanzate e mogli aveva ordinato il rientro alle rispettive basi. I quattro si alzarono senza che fosse stato proclamato un vincitore. Del resto, in una guerra combattuta soltanto nei ricordi, la resa non è prevista e la pace, anche quando arriva, dura al massimo fino al prossimo aperitivo.