Parigi, una sera d'autunno, aveva quella luce indecifrabile che appartiene soltanto alle città antiche, quando la pioggia appena cessata lascia sulle pietre delle strade il riflesso tremolante dei lampioni e sembra restituire alla città tutta la memoria accumulata nei secoli. In rue de l'Ancienne-Comédie il traffico scorreva lento, i passanti si affrettavano sotto i cornicioni dei palazzi con i cappotti chiusi fino al collo e, al numero 13, il Procope continuava la sua silenziosa conversazione con il tempo.
Da più di trecento anni quelle sale avevano ospitato idee, passioni, rivoluzioni e vanità umane. Voltaire vi aveva difeso la ragione, Diderot vi aveva immaginato nuove forme del sapere, uomini convinti di cambiare il mondo vi avevano pronunciato parole che il mondo aveva poi dimenticato. Il Procope non era soltanto un ristorante: era un luogo dove il passato non era mai completamente passato, dove ogni tavolo sembrava conservare l'eco di una discussione interrotta.
Tra gli specchi antichi, le boiserie scure e il discreto movimento dei camerieri, quella sera cenava da solo un uomo anziano. Aveva ottant'anni, un'eleganza sobria e il volto segnato non dalla tristezza, ma dalla lunga abitudine alla riflessione. Davanti a lui un bicchiere di Bordeaux, un piatto vuoto e un libro chiuso.
Si chiamava Jean Descartes-Duroc.
Per quasi mezzo secolo aveva insegnato Filosofia del diritto all'Università di Parigi, dedicando la propria vita a una domanda che aveva attraversato tutta la storia del pensiero: quanto è veramente libero l'uomo quando decide? Aveva studiato le leggi scritte dagli uomini, ma soprattutto quelle invisibili che governano le loro scelte: il desiderio, la paura, il rimpianto, l'illusione di poter ricominciare.
A pochi tavoli di distanza due uomini sulla cinquantina avevano appena terminato il dessert. Erano avvocati, soci di uno studio importante, uomini arrivati a quel punto della vita in cui molti traguardi sono stati raggiunti e proprio per questo cominciano a diventare inquietanti.
Andrea Morel, il più inquieto dei due, stava raccontando all'amico una sensazione che da tempo non riusciva a spiegare.
«La cosa più strana è che non posso dire di aver fallito. Ho fatto esattamente quello che volevo fare. Ho studiato, ho costruito una carriera, ho una famiglia, una posizione che molti invidierebbero. A venticinque anni avrei considerato questa vita un successo. Eppure oggi mi domando se il ragazzo che ero allora avrebbe riconosciuto l'uomo che sono diventato.»
L'amico sorrise.
«Forse è soltanto la crisi dei cinquant'anni.»
Andrea scosse la testa.
«A parte che la crisi casomai è quella dei quarant'anni, No. La crisi, quale sia l'età, è avere paura di non aver vissuto abbastanza. Io ho paura di aver vissuto la vita giusta senza sapere più se era davvero la mia.»
Fu in quel momento che il suo sguardo incontrò quello dell'uomo seduto vicino alla finestra.
Lo riconobbe dopo qualche secondo.
«Professore?»
Jean Descartes-Duroc sollevò gli occhi dal bicchiere e sorrise.
«Andrea Morel. Vedo che le domande difficili non le ha ancora abbandonate.»
L'avvocato si avvicinò emozionato.
«Pensavo non si ricordasse più dei suoi studenti.»
«Alla mia età si dimenticano molte cose. Ma non le persone che ci hanno costretto a pensare.»
Dopo qualche esitazione Andrea lo invitò al tavolo. Il professore accettò, nonostante la sua iniziale riluttanza, e presto la conversazione riprese il filo naturale che soltanto alcuni incontri inattesi riescono a creare.
Andrea gli raccontò tutto: la pressione del lavoro, la responsabilità verso la famiglia, la sensazione di essere diventato prigioniero delle proprie scelte, il dubbio che la vita costruita con tanta fatica potesse essere anche una gabbia.
Il professore ascoltò senza interrompere, come fanno soltanto coloro che hanno passato una vita ad ascoltare gli uomini prima ancora delle loro parole.
Poi prese lentamente il bicchiere e disse:
«Avete mai pensato al canto delle Sirene?»
I due avvocati si guardarono divertiti.
«Professore, non sapevo che l'Odissea fosse una terapia per la crisi professionale.»
Jean sorrise.
«Non lo è. Ma forse dovrebbe esserlo.»
Poi continuò:
«Tutti credono che il canto delle Sirene rappresenti la tentazione. Pensiamo a uomini incapaci di resistere al piacere, attratti dalla bellezza e condotti alla morte. Io credo invece che il canto delle Sirene sia qualcosa di molto più terribile: è la conoscenza.»
Fece una pausa.
«Immaginate di poter vedere, nello stesso istante, tutta la vostra vita. Non soltanto quella vissuta, ma anche tutte quelle possibili che non avete vissuto. Tutte le decisioni che avreste potuto prendere diversamente, tutte le parole che avreste potuto dire e avete taciuto, tutte le persone che avreste potuto amare meglio, tutti gli errori che avreste potuto evitare. Ma anche il futuro: tutte le strade che ormai non potrete più percorrere, tutte le persone che perderete, tutte le versioni di voi stessi che non nasceranno mai.»
Il professore abbassò lo sguardo sul tavolo.
«Il canto delle Sirene non dice all'uomo: vieni e sarai felice. Dice: guarda tutto ciò che sei stato, tutto ciò che avresti potuto essere e tutto ciò che non sarai mai.»
Per qualche secondo nessuno parlò.
«E questo spinge i marinai a gettarsi in mare?» chiese Andrea.
Il vecchio professore annuì lentamente.
«Forse sì. Ma non perché desiderino le Sirene. Credo che si gettino perché, dopo aver ascoltato quel canto, non riescono più a sopportare la distanza tra la vita reale e tutte le vite possibili che hanno visto.»
Il collega di Andrea intervenne:
«E Ulisse invece resiste.»
«No. Ulisse fa qualcosa di più interessante.»
Il professore sorrise.
«Ulisse sa che nel momento in cui ascolterà il canto non sarà più lo stesso uomo che ha deciso di ascoltarlo. Sa che la sua volontà futura potrebbe essere distrutta dalla consapevolezza. Per questo ordina ai compagni di legarlo all'albero della nave. Forse è proprio questo il motivo per cui il canto delle Sirene è così terribile» continuò il professore. «Non perché prometta qualcosa che l'uomo desidera, ma perché gli mostra qualcosa che l'uomo normalmente evita di guardare.»
Prese il bicchiere e osservò per qualche secondo il colore del vino.
«Nietzsche scrisse: "Chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare a sua volta un mostro. E se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te."»
Fece una pausa.
«Molti interpretano questa frase come un avvertimento contro il male. Io credo che sia qualcosa di più profondo. L'abisso non è soltanto ciò che ci minaccia dall'esterno. L'abisso siamo anche noi stessi quando smettiamo di raccontarci delle storie rassicuranti.»
Guardò Andrea.
«Il canto delle Sirene è un abisso perché costringe l'uomo a guardare tutto ciò che normalmente tiene nascosto: le scelte non fatte, le persone perdute, le versioni alternative di sé stesso che continuano ad esistere soltanto come possibilità.»
«E Ulisse?» chiese allora Andrea, sporgendosi verso di lui. «Perché sopravvive?»
«Perché ha capito una cosa che Nietzsche avrebbe intuito molti secoli dopo: nessun uomo può fissare l'abisso troppo a lungo senza pagarne il prezzo. Per questo Ulisse non dimostra la sua forza guardandolo senza paura. Dimostra la sua saggezza riconoscendo che anche lui può esserne inghiottito.»
Andrea lo guardò incuriosito.
«Lei dice sempre che il diritto riguarda il rapporto tra libertà e responsabilità. Cosa c'entra questo con Ulisse?»
Il vecchio professore sorrise.
«C'entra moltissimo. Ulisse compie il gesto più giuridico che si possa immaginare: un uomo libero decide di limitare volontariamente la propria libertà futura per proteggersi da una possibile perdita della ragione presente.»
Si sporse leggermente verso di loro.
«È il principio secondo cui, a volte, l'uomo più libero non è colui che può fare tutto ciò che vuole, ma colui che conosce abbastanza sé stesso da sapere quando deve mettere un limite alla propria stessa volontà.»
La frase rimase sospesa tra loro.
Fuori dal Procope la pioggia aveva ripreso a cadere.
Il professore guardò l'orologio e si alzò.
Andrea lo fermò.
«Professore, quindi qual è la soluzione? Come si vive senza essere divorati dai rimpianti?»
Jean Descartes-Duroc infilò lentamente il cappotto.
Per un attimo sembrò cercare una risposta definitiva.
Poi sorrise.
«Alla mia età ho imparato che le risposte definitive sono spesso soltanto domande che hanno smesso di crescere.»
Indossò il cappello.
«Ricordate soltanto questo: tutti nella vita incontriamo le Sirene. Il problema non è evitare il loro canto, perché nessun uomo può vivere senza interrogarsi su ciò che avrebbe potuto essere.»
Fece una pausa sulla porta.
«Il problema è capire a quale albero conviene farsi legare prima di ascoltarlo.»
Poi uscì.
Andrea rimase a lungo a guardare la porta dalla quale il professore era uscito.
Il suo collega aveva ripreso a parlare, forse di lavoro, forse di qualcosa che aveva poca importanza; ma le parole gli arrivavano lontane, come se appartenessero a un'altra stanza, a un'altra vita.
Pensava a Ulisse.
Per anni aveva creduto che la grandezza dell'eroe fosse stata quella di resistere al canto delle Sirene, di essere abbastanza forte da non cedere alla tentazione di quella voce.
Ora, invece, gli sembrava di aver capito qualcosa di diverso.
Forse Ulisse non era stato grande perché aveva dimostrato di essere più forte degli altri uomini.
Forse era stato grande perché aveva avuto il coraggio di riconoscere la propria fragilità.
Aveva saputo che sarebbe arrivato un momento in cui non si sarebbe più fidato di sé stesso e, proprio per questo, aveva chiesto agli altri di salvarlo da colui che sarebbe diventato.
Non aveva sconfitto le Sirene.
Aveva accettato di averne paura.
Il mattino seguente, prima di uscire di casa, Andrea rimase qualche secondo davanti allo specchio.
Non cercava soluzioni. La sera precedente non gliene aveva consegnata nessuna. Il professor Descartes-Duroc non gli aveva indicato una strada, né gli aveva suggerito una scelta; aveva fatto qualcosa di molto più difficile: aveva trasformato una certezza in una domanda.
Rimase ancora qualche istante davanti al proprio riflesso, come se cercasse di riconoscere, dietro il volto dell'uomo che era diventato, tutte le persone che avrebbe potuto essere.
Poi prese la giacca, chiuse la porta e andò al lavoro.







