Giffoni frequentava la quinta elementare e aveva raggiunto quell'età incerta nella quale un bambino, negli anni '70, cominciava a sentirsi grande senza che gli adulti fossero ancora disposti a riconoscergli il titolo: poteva (doveva) andare a scuola da solo, sapeva attraversare la strada senza essere tenuto per mano e, soprattutto, aveva cominciato a frequentare ragazzi più grandi di lui. Però, quando tornava a casa, sua madre continuava a chiedergli se avesse fatto i compiti e se si fosse ricordato di mettere in ordine la cartella.
Era, insomma, abbastanza grande per andare incontro ai pericoli, ma ancora troppo piccolo per poter decidere autonomamente quali fossero.
Quel pomeriggio, dopo la scuola e il pranzo, Giffoni prese la borsa della scherma e si avviò a piedi verso la palestra.
La lezione di scherma si teneva una volta alla settimana e per lui rappresentava una delle occasioni nelle quali poteva stare insieme a ragazzi di età diversa dalla sua: c'erano bambini delle elementari, ma anche quelli che frequentavano già le medie e che, agli occhi di Giffoni, appartenevano a una categoria superiore dell'umanità. Erano più alti, parlavano con maggiore sicurezza, conoscevano parole che lui non conosceva e soprattutto avevano quell'aria di indipendenza che sembrava consentire loro di fare cose che ai bambini di quinta elementare erano ancora proibite.
Giffoni li osservava con una certa ammirazione e con quella cautela che si riserva alle persone dalle quali si vorrebbe essere accettati.
Quel pomeriggio, finita la lezione, il maestro se ne andò e i ragazzi, dopo essere rimasti ancora un po' nei pressi della palestra, scesero verso il fiume e fu allora che i più grandi iniziarono a parlare di una prova. Anzi "della prova".
Non era stata annunciata ufficialmente e non aveva regole precise. Le prove di coraggio, del resto, non ne hanno mai: nascono quasi sempre da una conversazione che solo all'apparenza è casuale e poi finiscono con qualcuno che, per non fare la figura del vigliacco, si trova a fare qualcosa che pochi minuti prima non aveva neppure immaginato.
Giffoni capì abbastanza presto che la prova riguardava lui.
Doveva arrampicarsi su un grosso masso che sporgeva sul Natisone, poco distante dalla palestra.
A sentir loro era una cosa semplicissima.
«Dai, Giffoni. È facile. Non avrai mica paura?»
Giffoni guardò il masso e non gli sembrò affatto facile.
Il problema non era tanto il masso, quanto quello che c'era sotto.
Il Natisone.
A casa sua era stato detto e ripetuto in tutte le forme possibili che nel fiume non si scendeva, non si andava vicino all'acqua, non ci si fermava sulle pietre, non si facevano stupidaggini. Il fiume era una di quelle cose che gli adulti trasformavano in una minaccia generica, senza bisogno di spiegare troppo. Bastava pronunciarne il nome e Giffoni aveva già davanti agli occhi tutte le possibili disgrazie.
Eppure, in quel momento, c'era qualcosa di ancora più forte della paura: c'era il timore di fare una figura da bambino.
Giffoni sentiva che tutti lo stavano guardando e che da quello che avrebbe deciso nei prossimi secondi sarebbe dipeso il posto che avrebbe occupato, da quel giorno in avanti, nella piccola gerarchia del gruppo. Se avesse detto di no, avrebbe potuto tornare tranquillamente a casa, asciutto, sano e con la coscienza pulita ma avrebbe anche dovuto convivere con l'idea che gli altri lo avrebbero considerato un fifone e non avrebbero perso occasione di farglielo presente in ogni momento.
E a dieci anni, essere considerato un fifone dagli altri bambini era una disgrazia che poteva sembrare persino peggiore di quella di essere sgridato dai genitori.
Così Giffoni si arrampicò.
All'inizio scoprì, con un certo sollievo, che gli altri avevano ragione, la "scalata" non era poi così difficile.
Saliva piano, cercando con attenzione i punti nei quali appoggiare i piedi e le mani e ogni volta che trovava un appiglio sicuro si sentiva un po' più tranquillo. Cominciò persino a pensare che forse aveva avuto paura per niente e di avercela fatta, di essere entrato di fatto e di diritto nell'elite dei più grandi!
Fu probabilmente proprio quel momento di sicurezza a fregarlo.
Un piede scivolò.
Giffoni ebbe appena il tempo di rendersi conto che non riusciva più a tenersi al masso.
Poi cadde.
Per un istante non sentì più nulla: non le voci degli altri ragazzi, non il fiume, non la paura. Ebbe soltanto la sensazione terribile e brevissima di essere diventato improvvisamente leggero e di non avere più alcun controllo sul proprio corpo.
Poi arrivò l'acqua ed il tonfo gli sembrò enorme.
Riemerse quasi immediatamente, con gli occhi spalancati e il cuore che gli batteva così forte da fargli male e per qualche secondo rimase fermo, aspettandosi quasi che da un momento all'altro accadesse qualcosa di terribile.
Poi sentì i piedi toccare il fondo.
L'acqua non era profonda e non c'era una corrente capace di trascinarlo via.
Giffoni lo capì, ma il sollievo non fu immediato: prima venne la vergogna; uscito dall'acqua si guardò intorno e si accorse che era completamente fradicio. I pantaloni gli si erano appiccicati alle gambe, la maglietta pesava e dalle scarpe usciva acqua a ogni passo.
E gli altri?
Gli altri erano spariti.
Erano fuggiti.
Probabilmente per paura che arrivasse qualcuno oppure perché una prova di coraggio è divertente finché non capita davvero qualcosa o, più semplicemente, perché a nessuno piace rimanere nei paraggi quando potrebbe essere chiamato a spiegare un incidente.
Giffoni rimase quindi solo.
E fu in quel momento che la paura del Natisone venne sostituita da una paura molto più concreta ed immediata.
I suoi genitori.
Perché il problema, adesso, non era più morire annegato, il problema era tornare a casa.
Giffoni immaginò la scena con una precisione quasi cinematografica: la porta che si apriva, sua madre che lo vedeva entrare completamente bagnato, le domande, la confessione, il padre che veniva informato della faccenda e, infine, quella che nella mente di Giffoni appariva già come una punizione memorabile, destinata probabilmente a durare fino alla maggiore età.
In quel momento comprese che forse sarebbe stato molto più facile affrontare di nuovo il Natisone.
Poi la disperazione partorì una speranza: Gambero, il suo preferito compagno di giochi.
Gambero abitava lì vicino e nell'immaginario di Giffoni, i genitori dell'amico gli sembravano più inclini a rispettare la legge di Zeus sull'accoglienza rispetto ai propri.
Fu così che Giffoni, invece di prendere la strada di casa, prese quella di casa di Gambero, camminando con quella cautela un po' ridicola di chi sa di essere nei guai e spera che nessuno se ne accorga.
Quando arrivò, suonò con un misto di vergogna e timore al campanello ma fu Gambero ad aprire e Giffoni raccontò l'accaduto, omettendo, per opportunità, di esplicitare il dettaglio della prova di coraggio nonchè la vera origine del tonfo nel fiume, derubricndo il tutto ad un inciampo accidentale.
Gli venne dato un cambio di vestiti e poi, quasi come se fosse un ospite arrivato da un lungo viaggio e non un bambino appena precipitato nel Natisone, gli fu preparato anche un tè con i biscotti.
L'aspirante Odisseo si sedette al tavolo e, mentre beveva, sentì lentamente tornare dentro di sé una sensazione che aveva perso al momento della caduta: la speranza.
Forse ce l'avrebbe fatta, forse sarebbe riuscito a tornare a casa senza che nessuno scoprisse niente.
Restava "soltanto" il problema delle scarpe e degli indumenti: erano bagnati, molto bagnati e di certo non poteva presentarsi a casa con i vestiti di Gambero, che oltrettutto vestiva una taglia diversa.
E così, dopo il tè e i biscotti, lui e Gambero affrontarono il problema con gli strumenti disponibili.
Un phon per capelli.
Per un tempo che a Giffoni sembrò infinito, il phon passò dalle scarpe ai pantaloni, dai pantaloni alle scarpe, mentre i due cercavano di accelerare il processo naturale di asciugatura come due tecnici impegnati nel recupero di un aereo precipitato.
Ogni tanto Giffoni controllava l'orologio.
Era tardi. Dannatamente tardi e adesso quella era la parte che lo preoccupava di più.
Sua madre si sarebbe accorta del ritardo.
Ma ormai non poteva tornare indietro.
Quando finalmente le scarpe sembrarono abbastanza asciutte da non costituire una prova a carico, Giffoni salutò Gambero, ringraziò sua madre quasi come Odisseo aveva salutato i Feaci e ringraziato la loro regina Arete prima di salpare finalmente per Itaca, si avviò verso casa.
Camminava con una certa emozion ed era stanco, sentiva l'umidità ai piedi e aveva il cuore che ogni tanto riprendeva a battere forte, soprattutto quando pensava a ciò che sarebbe potuto succedere.
Ma c'era anche un'altra sensazione: quella, bellissima, di averla fatta franca.
Entrò in casa con nonchalanche e sua madre arrivò subito al punto.
«Sei inritardo, è quasi ora di cena. Dove sei stato?»
«Da Gambero.»
La risposta uscì immediata e naturale.
Quasi troppo naturale.
Sua madre lo fissò con sguardo indagatore e poi abbassò gli occhi sulle sue scarpe.
Giffoni sentì una specie di vuoto nello stomaco.
«Perché hai le scarpe bagnate?»
Era arrivato il momento.
Non poteva pensarci troppo, perché una bugia pensata troppo a lungo rischia di sembrare una bugia anche a chi la racconta.
«Io e Gambero abbiamo giocato con la pompa dell'acqua.»
Una piccola pausa.
«E mi sono bagnato un po' le scarpe.»
La madre lo guardò ancora per qualche secondo.
Giffoni ebbe l'impressione che quei secondi durassero un'eternità.
«Ti ho detto mille volte di non giocare con l'acqua! Togliti le scarpe che altrimenti ti viene il raffreddore e vieni subito a tavola, tuo padre sarà qui a momenti!»
Poi la madre lasciò perdere.
La storia aveva funzionato, quella blanda sgridata aveva il sapore di una medaglia olimpica e non di un rimprovero, peraltro privo di ogni conseguenza.
Giffoni andò nella sua stanza, chiuse la porta e solo allora si concesse un sospiro.
Era salvo.
Aveva superato la vera prova di coraggio.
Era caduto nel Natisone, era sopravvissuto, aveva trovato rifugio a casa di Gambero, aveva asciugato i vestiti con un phon e aveva persino inventato una storia credibile per sua madre.
A dieci anni, non poteva sapere che quella non era ancora la fine della storia, ma che invece era solo la fine del primo tempo.
Il giorno dopo era sabato e l'ultima ora di lezione aveva per Giffoni qualcosa di quasi festoso: la maestra aveva deciso di far fare agli alunni un disegno libero.
Giffoni adorava il disegno libero perché gli permetteva di dimenticare, almeno per un'ora, che esistessero quaderni, esercizi, righe da rispettare e consegne da eseguire; poteva disegnare quello che voleva e soprattutto sapeva che, dopo quell'ora, sarebbe suonata la campanella.
La settimana era finita.
Giffoni era di ottimo umore.
Il pericolo del giorno precedente gli sembrava ormai lontanissimo, la paura della madre apparteneva a ieri e la caduta nel Natisone apparteneva a un'altra vita: adesso c'era soltanto il disegno, la campanella e il sabato pomeriggio.
Giffoni era immerso nel suo foglio quando sentì bussare alla porta della classe.
La maestra si voltò.
La porta si aprì.
E comparve sua madre.
Giffoni rimase con la matita sospesa sopra il foglio.
Non sapeva ancora cosa fosse successo, ma ebbe immediatamente la sensazione che non fosse venuta per portargli una buona notizia.
La maestra le andò incontro, le due donne parlarono sottovoce e poi uscirono dalla classe per rientrarvi subito dopo.
Questa volta Giffoni non ebbe neppure il tempo di dire "AH", figuriamoci di inventarsi qualcosa.
La donna gli si avvicinò e gli mollò un ceffone davanti a tutti.
Giffoni rimase immobile, più stupito che dolorante.
Non tanto per il ceffone in sé, quanto per il fatto che la sua bugia, che fino a pochi minuti prima gli era sembrata una costruzione perfetta, fosse evidentemente crollata senza che lui avesse neppure avuto la possibilità di difenderla.
Poi il senso di vergogna e umiliazione cancellò ogni possibile pensiero o emozione alternativa.
La maestra intervenne soltanto per consentire alla madre di accompagnarlo a casa.
Giffoni uscì dalla scuola con la madre e durante il tragitto non disse una parola.
Neppure sua madre.
Ma Giffoni sapeva che ormai la storia era finita, la verità era venuta fuori.
Molti anni dopo scoprì come la Dea Veritas aveva trovato la strada per annegare le bugie e le astuzie dell'aspirante Odisseo in erba: mentre quel sabato mattina faceva la spesa, sua madre era stata avvicinata da una donna che abitava nei pressi del fiume.
La donna aveva visto tutto: l'arrampicata maldestra, la caduta ed il bambino finire in acqua ma soprattutto, aveva visto quello che a Giffoni era sfuggito completamente: qualcuno poteva aver assistito alla scena.
«Oh Signora, ieri ho visto suo figlio al Natisone. È caduto in acqua. Sembrava in difficoltà. Ho avuto paura che annegasse.»
Sua madre, naturalmente, non aveva avuto bisogno di altre spiegazioni e poi soprattutto quella storia della pompa dell'acqua: fu proprio la pompa a fare infuriare sua madre più della caduta.
Perché una caduta può essere un incidente mentre una bugia è una scelta.
E Giffoni, che il giorno prima aveva creduto di aver risolto brillantemente il problema delle scarpe bagnate, scoprì nel modo più doloroso possibile che in una piccola città non esiste un luogo abbastanza sicuro da essere davvero segreto ma soprattutto imparò invece che le bugie, per quanto ben costruite, hanno sempre un punto debole.
Al rientro a casa suo, padre, ribadì il concetto.
Alla sua maniera.
Giffoni oggi sorride, al pensiero che se quella vicenda anzichè svolgersi negli anni '70 del secolo scorso si fosse svolta negli anni '20 di questo, la sua infanzia sarebbe continuata sotto la tutela dei servizi sociali del comune di residenza mentre la sua maestra sarebbe stata sospesa sine die dal servizio, magari con passaggio nell'edizione serale del TG5.
Tutto sommato gli è andata comunque bene.




