venerdì 25 settembre 2026

ULTIMO MINUTO

Giffoni era tornato dal servizio militare da poco e, come succedeva a quelli che tornavano dalla naja, aveva la sensazione di essere stato via una vita eppure non fosse cambiato niente.

A casa c’erano ancora le stesse cose, le stesse strade, gli stessi bar, gli stessi amici e, soprattutto, gli stessi campetti dove negli anni precedenti si erano consumate partite che, a raccontarle adesso, sembravano avere avuto la stessa importanza della finale dei Mondiali, anche se nella maggior parte dei casi non si ricordava nemmeno chi avesse vinto.

Era estate e gli amigos, intanto, non avevano perso tempo e avevano organizzato un torneo di calcio a sette a Gagliano; quando Giffoni lo seppe, non ebbe bisogno di pensarci, voleva esserci anche lui.

«Ci sono.»

Era il suo modo di dire che era tornato ma il problema era che era tornato anche il suo corpo: in condizioni leggermente diverse da un anno prima.

Durante il servizio militare aveva messo su qualche chilo, aveva perso l’abitudine alla corsa e, soprattutto, aveva smarrito quella forma atletica che prima gli permetteva di giocare per ore senza che nessuno si ponesse il problema di dove fosse finito il suo fiato.

Adesso il fiato lo trovava ancora, ma sempre con qualche minuto di ritardo.

Tauro, però, non ebbe dubbi.

Erano stati insieme una vita sugli spalti del Friuli e di tanti altri stadi d'Italia, nei campetti, nelle partite improvvisate e in tutte quelle situazioni calcistiche nelle quali l’amicizia valeva più della formazione ufficiale e spesso anche più del risultato.

Per Tauro, Giffoni non era uno da lasciare fuori, nè allora e nè adesso e così lo mise in squadra, pure con la maglia di punta centrale.

La scelta non fu accolta da tutti con l’entusiasmo che Tauro probabilmente si aspettava, qualcuno pensò che fosse una decisione sentimentale, qualcun altro la definì una scommessa molto rischiosa e quasi tutti, più semplicemente, avrebbero preferito un altro centravanti.

Giffoni fece finta di non accorgersene; d’altra parte era tornato per ricominciare da dove aveva lasciato e non aveva nessuna intenzione di farsi spiegare da un torneo di calcio a sette che il passato, qualche volta, presenta il conto anche sotto forma di pancetta.

La squadra, comunque, era forte.

Molto forte.

Tauro, Monaci, Tomaselli, Cassetti, "Il Ciclista", Wertherino: un bel mix di corsa e qualità.

E partita dopo partita cominciò ad andare avanti nel torneo.

Giffoni, all’inizio, giocava soprattutto con la memoria: la testa chiedeva una cosa ed il corpo ne faceva un’altra; partiva per andare incontro al pallone e arrivava quando il pallone aveva già cambiato proprietario.

Provava a scattare e dopo cinque metri cominciava a considerare l’ipotesi ingloriosa di chiedere un cambio.

Si buttava negli spazi con l’entusiasmo di una volta e con una disponibilità respiratoria decisamente inferiore.

Ma non mollava.

E, lentamente, qualcosa cominciò a tornare: prima una corsa più fluida poi un contrasto più deciso e tempestivo oppure una sponda riuscita e un tiro più potente e che spegneva la corsa meno lontano dai pali.

Non era ancora il Giffoni di prima, ma almeno cominciava a sembrargli di poter tornare quello.

E intanto la squadra vinceva.

Arrivarono ai quarti, poi alla semifinale e infine alla finale.

L’avversario era il più temibile: il Dream Team.

Il Dream Team era il Dream Team, non erano mai riusciti a batterli e a rendere la cosa ancora più irritante c’era Remfutti, che del Dream Team era capitano e che non perdeva occasione per chiedere con il suo celebre ghigno a Tauro e Giffoni: "Ma perchè perdete sempre?"

Remfutti giocava con quella sua aria da persona che aveva già previsto quello che sarebbe successo e che, nel caso non fosse successo, avrebbe comunque trovato una spiegazione convincente.

Uscito dagli spogliatoi, andando verso il centro del campo, si avvicinò a Giffoni e non mancò di dire la sua.

«Sei sicuro di farcela?»

Giffoni lo guardò.

«A fare cosa?»

«A stare in campo.»

Giffoni non rispose, mentre altri risero neanche tanto di nascosto.

La partita cominciò, e fu una partita vera.

Tesa.

Di quelle nelle quali nessuno vuole concedere niente e il pallone sembra avere improvvisamente acquistato un peso che non aveva nelle partite precedenti.

Si giocava soprattutto a metà campo, poche occasioni, pochissimi spazi e tanti calci.

Il Dream Team controllava bene ma la squadra di Giffoni e Tauro rispondeva colpo su colpo.

Giffoni correva.

Non correva bene.

Ma correva e soprattutto non usciva.

Ogni tanto riusciva ancora a fare una cosa che gli era rimasta dai tempi migliori: trovarsi nel posto giusto.

Abbastanza, ma non troppo.

Intanto il tempo passava ma il risultato rimaneva inchiodato sullo 0-0.

Gli ultimi minuti sembravano avere assunto quella particolare consistenza delle partite nelle quali tutti cominciano a pensare ai supplementari prima ancora che l'arbitro li abbia dichiarati.

Ormai mancava pochissimo.

Il Dream Team respinse un pallone fuori area, Tauro lo rilanciò in area dalla sinistra e la difesa del Dream Team respinse ancora con la palla che uscì dalla mischia e rotolò rasoterra verso il limite dell’area.

Giffoni era lì.

Non avrebbe avuto il tempo di controllarla, non avrebbe avuto il tempo di pensarci e forse fu meglio così.

Calciò di prima.

Il pallone partì rasoterra, passò tra le gambe di un difensore e andò a infilarsi nell’angolino basso alla destra del portiere.

Per un attimo sul campetto calò un silenzio innaturale, rotto solo da una sonora bestemmia del portiere Candotti, mentre Giffoni rimase immobile.

Poi alzò le braccia e guardò il cielo urlando come un coyote.

Uno a zero e l'arbitro fischiò la fine.

Gioco, partita, incontro.

E torneo.

Gli saltarono addosso tutti insieme.

Tauro per primo.

Gli altri subito dopo.

Giffoni scomparve sotto una montagna di maglie, braccia, urla e sudore.

Da qualche parte, sotto quella confusione, qualcuno continuava a gridare che aveva segnato Giffoni, come se fosse necessario specificarlo.

Remfutti, invece, rimase a guardare e quando finalmente riuscì a recuperare un minimo di dignità, disse che lui, in realtà, aveva cominciato a insospettirsi già prima della partita.

«Quando?»

«All’inizio.»

«E perché?»

Remfutti indicò Giffoni.

«A testa o croce.»

«Cosa?»

«Aveva perso la scelta.»

Nessuno capì.

«E allora?»

Remfutti si strinse nelle spalle.

«Uno che perde la scelta del campo o della palla proprio con Giffoni, quella sera, doveva aspettarsi qualcosa.»

Naturalmente non era vero, o almeno nessuno ebbe mai la possibilità di dimostrarlo, ma da quella sera, per tutti gli altri del Dream Team, Giffoni ebbe un nome nuovo.

Il Boia di Gagliano.

E per una volta, stranamente, nessuno trovò niente da ridire.


giovedì 24 settembre 2026

OFFRIAMO NOI

Il viaggio per Roma aveva prodotto, nelle prime ore, quella consueta euforia da gita scolastica che tende a esaurirsi molto prima del viaggio di ritorno e che, già alla partenza, aveva trovato il suo naturale contraltare nella quantità di viveri trasportati dai ragazzi: panini, salami, biscotti, lattine, bottiglie e generi alimentari di varia natura, accumulati negli zaini con una previdenza che sembrava più adatta all’assedio di Stalingrado che a tre giorni nella capitale.

L’Innominato, colui che era pietoso tacere anche il nome, invece, aveva con sé tre uova sode e seimila lire e non sembrava preoccupato.

Probabilmente non lo era perché, a differenza degli altri, aveva già intuito una cosa fondamentale: nella vita di gruppo le risorse degli altri sono una forma di previdenza sociale alla quale si può ricorrere con una certa facilità, soprattutto quando si possiede un carattere che rende complicato per gli altri  distinguere la cortesia dalla coercizione.

La prima volta che se ne ebbe una dimostrazione fu quella notte in albergo.

Era molto tardi quandoqualcuo bussò alla porta della camera occupata da Giffoni, Remfutti, Brunelli e Conte.

«AAmiiiici.»

Non si udì altro al classico "Chi è?".

La porta si aprì, si materializzò l'Innominato e con quella sua voce gutturale, aspirata, che sembrava sempre provenire da una gola nella quale fosse rimasto incastrato un avvertimento, chiarì subito, senza troppi giri di parole, le sue intenzioni intimando al gruppo:

«Andiamo a inculare le bottiglie al bar dell’albergo.»

La proposta venne accolta da un silenzio nel quale, per qualche secondo, nessuno sembrò trovare una risposta che non fosse inutilmente compromettente.

L’Innominato li guardò e con disprezzo sentenziò:

«Cooniiiigli.»

E se ne andò da solo.

Naturalmente Giffoni, Remfutti, Brunelli e Conte non ebbero il coraggio di seguirlo apertamente, ma nemmeno quello di lasciarlo andare senza sapere come sarebbe finita, così lo seguirono a distanza, con quella prudenza tipica di chi non vuole partecipare a un reato ma non vuole nemmeno perdersi lo spettacolo.

L’albergo era immerso nel buio. L’Innominato raggiunse il bar bestemmiando più volte per aver cozzato a più riprese contro i mobili sparsi qua e là nell'oscurità ed infine entrò nella sala bar posta in fronte alla portineria, si avvicinò al bancone e afferrò una bottiglia di whisky.

Il rumore del vetro bastò a risvegliare il portiere di notte.

«Ehi tu là! Che fai?»

L’Innominato non si scompose, e come se si trovasse al bar della stazione Termini nell'ora di punta replicò con fare scocciato.

«Vorrei una coca.»

Il portiere lo fissò con sguardo assonato e preso in contropiede come il Brasile di Telè Santana al cospetto della tripletta di Paolo Rossi al Sarrià. 

«Il bar è chiuso» biascicò in romanesco cercando di scuotersi dal torpore del turno di notte e fece per alzarsi e andare verso il bancone.

«Scuuuusi» disse invece l’Innominato prima di scomparire nel corridoio più lesto di Diabolik dopo aver intravisto Ginko sulla porta della Banca Nazionale di Genf.

Gli altri quattro tornarono in camera quasi facendo una fatica immonda nel trattenrsi dal piegarsi dalle risate, mentre Giffoni, invece di ridere fino in fondo, si ritrovò a pensare che almeno quello aveva avuto il coraggio di provarci.

Era una considerazione che gli sarebbe tornata in mente più spesso di quanto avrebbe voluto, perché mentre l’Innominato, nel giro di pochi minuti, aveva tentato di prendere una bottiglia, Giffoni la notte prima aveva appena trascorso ore a non prendere nulla.

Il giorno dopo, in pieno centro, Giffoni, Remfutti e Brunelli entrarono in un bar per mangiare qualcosa, ridendo e commentando insieme quanto era accaduto la sera prima.

L’Innominato fece la sua comparsa poco dopo, bardato nella sua ordinaria divisa sociale, che non cambiava mai: pantaloni e giubbino in jeans stravissuti e la solita aria di chi è in procinto di afferrare qualcuno per il bavero.

Non si capì bene da dove fosse arrivato, perché aveva quella particolare capacità di materializzarsi nei luoghi in cui poteva essere utile alla sua sopravvivenza senza che nessuno ricordasse di averlo invitato.

Si sedette con loro e non ordinò.

Brunelli, dopo qualche minuto, lo guardò.

«Ma tu non mangi?»

«Non ho soldi.»

Brunelli, con quella generosità che precede sempre di pochi secondi il pentimento, gli disse:

«Ma dai, non preoccuparti. Ordina pure, offriamo noi.»

L’Innominato prese la frase alla lettera con una precisione che avrebbe fatto onore a un notaio mentre Remfutti e Giffoni guardarono Brunelli come qualcuno che aveva puntato utti i loro risparmi al casinò senza interpellarli.

Poco dopo tornò con un vassoio colmo di ogni ben di Dio, che sembrava provenire dal pranzo di un'Ambasciata che in una bar senza pretese: abbastanza roba da mettere in difficoltà anche un esercito di mercenari.

Brunelli guardò Giffoni.

Giffoni guardò Remfutti.

Remfutti guardò il vassoio.

Fu in quel momento che i tre compresero che la frase «offriamo noi» aveva assunto una consistenza economica che andava oltre le più tragiche previsioni: l’Innominato, terminato il pranzo, si alzò e se ne andò senza ringraziare mentre loro tre dovettero affrrontare una sanguinosa colletta che tagliava drasticamente il loro budget per il resto della gita. 

Giffoni seguì l'Innominato con gli occhi mentre questo usciva satollo dal locale; la sera precedente aveva tentato di prendere una bottiglia e, scoperto, aveva chiesto una Coca-Cola e quel giorno aveva ricevuto un’offerta di cortesia e l’aveva trasformata in un pranzo completo.

Sembrava esistere, nel suo universo, una grammatica molto semplice: entrare, prendere ciò che serviva e uscire prima che qualcuno avesse il tempo di spiegargli che forse non funzionava esattamente così.

Giffoni, invece, aveva passato la giornata a evitare persino di pensare a ciò che era successo la notte precedente, al  peso del tremendo segreto che non poteva raccontare a nessuno, se non voleva essere messo alla berlina per il resto dei suoi giorni. 

Non poteva raccontare della ragazza del treno, del cinema, dell’Arlecchino, della camera d’albergo, delle carte e soprattutto di quel momento nel quale avrebbe dovuto fare qualcosa e aveva invece fatto quello che gli riusciva meglio: niente.

Durante il viaggio di ritorno Giffoni divideva il compartimento con Vaccari e Brunelli.

Roma era ormai alle spalle, ma per lui il viaggio non era affatto finito; camminava ancora dentro quella notte, avanti e indietro, come un giocatore che continua a rivedere al rallentatore un’azione nella quale avrebbe potuto tirare in porta e invece aveva preferito passare indietro, come un allenatore che obbligava ad iniziare continuamente l'azione dal basso passando al portiere invece di verticalizzare contro una squadra che non aveva più nenache il portiere per difendersi.

Lo 0-0 con la ragazza dell’Ajax era ormai diventato, nella sua testa, una partita che nessuno aveva visto ma della quale lui conosceva ogni errore.

Tra il rischio di un No immaginario e di un SI praticamente certo, lui aveva preferito chiudersi in difesa senza mai tirare in porta.

Brunelli invece aveva sete. Una sete della Madonna.

Vaccari aveva una Fanta e nessuno, tranne lui, lo sapeva.

Era l’unica Fanta rimasta in tutto il compartimento e Vaccari lo sapeva perfettamente, tanto che aveva nascosto la lattina nello zaino con la stessa attenzione con cui una spia sovietica avrebbe nascosto una microspia all'interno di un comando Nato.

Aveva intenzione di aspettare che gli altri dormissero.

Giffoni, dopo qualche tempo, sopraffatto dai rimpianti e dalla rabbia verso se se stesso cadde in un sonno simile alla morte, mentre Brunelli nell'angolo del sedile respirava già pesantemente come lo stantuffo di una locomotiva impegnata nello scalare le montagne rocciose.

Poi, di colpo, l’Innominato si materializzò sulla porta dello scompartimento.

Non disse nulla, si sedette e rimase lì in attesa, come un cane da caccia quando fiuta in lontanza un fagiano.

Rimase lì, con gli occhi che scrutavano gli zaini e Vaccari.

Vaccari, maledicendo la sorte, finse di addormentarsi ed infine l’Innominato, chiuse gli occhi.

Vaccari invece, li aprì.

Guardò Giffoni, guardò Brunelli e guardò l’Innominato.

Attese ancora qualche minuto per sicurezza e poi decise che era il momento: tirò fuori lentamente la lattina dallo zaino e la aprì con estrema cautela, come se avesse tra le mani la sicura di un'arma termonucleare.

FZZZZZZZ.

Gli occhi dell’Innominato si aprirono nel buio con la rapidità con cui i fari di una Jaguar di Diabolik si accendono davanti al portone di una gioielleria.

«Mi dai un po’?»

Vaccari rimase immobile.

Avrebbe potuto dire di no.

Avrebbe potuto difendere la propria Fanta.

Avrebbe potuto, per una volta, stabilire un principio.

Sapeva invece che provare era impossibile e gli porse la lattina.

L’Innominato bevve: non bevve come beve una persona assetata, bevve come un legionario disperso da settimane nel deserto appena entrato in un'oasi.

Quando ebbe finito, restituì la lattina.

Dentro rimaneva una quantità di Fanta sufficiente, nella migliore delle ipotesi, ad umettare le labbra di Vaccari.

L’Innominato si rimise a dormire mentre Vaccari rimase sveglio.

Giffoni continuò a dormire giocando il suo 0-0 mentre il sonno di Brunelli combatteva con una sete che gli sarebbe passata soltanto al mattino.  

Nel buio del compartimento, l’Innominato dormiva invece satollo e soddisfatto il sonno dell'Ingiusto.

Vaccari anche lui aveva sete e aveva visto svanire la sua scorta conservata giudiziosamente per tre giorni invista del ritorno.

Giffoni, senza saperlo, si era perso, inoltre, per la terza volta alla stessa lezione: l’Innominato non aveva mai avuto il problema di capire se una cosa gli spettasse.

Semplicemente se l'era presa.

mercoledì 23 settembre 2026

UDINESE-AJAX 0-0, QUI ROMA A TE GAMBERO

Il viaggio per Roma, era cominciato da poche ore come cominciavano tutti i viaggi scolastici: con un entusiasmo sproporzionato alle reali possibilità e una quantità di cibo al seguito sufficiente per resistere ad un assedio e nel frattempo Giffoni aveva già raggiunto quella particolare condizione di stanchezza nella quale il sonno non arriva più perché, dopo aver parlato per troppo tempo con persone che conosci, hai improvvisamente bisogno di parlare con qualcuno che non conosci affatto.

Era notte e l'espresso delle Ferrovie dello Stato partito già in ritardo alla stazione di Udine, viaggiava rumoroso sferragliando stancamente sui binari nel tratto appeninico Bologna-Firenze.

Nei compartimenti del treno, dopo l’euforia iniziale, il vociare si era progressivamente spento; qualcuno dormiva con la bocca aperta, qualcuno cercava una posizione impossibile sui sedili, qualcun altro continuava a fumare di nascosto con quella ostinazione che, negli adolescenti, non ha ancora niente della dipendenza e molto della rappresentazione teatrale.

Giffoni uscì nel corridoio diretto al bagno e fu allora che la vide.

Era una ragazza che non aveva mai incontrato prima, seduta vicino al finestrino del corridoio, con l’aria di chi aveva rinunciato al sonno ma non ancora alla speranza che potesse succedere qualcosa.

Era bella, questo Giffoni lo capì immediatamente, ma fu soprattutto la sua disinvoltura a colpirlo. Aveva quel modo naturale di stare al mondo che a Cividale, nella sua quotidiana heimat friulana assedita da 3000 giovanotti in grigioverde, sembrava appartenere a una specie proveniente dal pianeta Venere: guardava negli occhi, sorrideva senza chiedersi prima che cosa potesse significare quel sorriso e, soprattutto, sembrava perfettamente a suo agio nel trovarsi a parlare con uno sconosciuto in piena notte, su un treno diretto a Roma.

Se in Friuli le ragazze giocavano con un copertissimo e catenacciaro 5-4-1, tutte dietro la linea della palla, questa giocava all'olandese, con tre punte di ruolo, senza libero e con i terzini di fascia che erano attacanti aggiunti. 

Giffoni, al contrario, spaesatissimo come l'Inter di Invernizzi al cospetto dell'Ajax di Cruyff e Neeskens nella finale di coppacampioni a Rotterdam, aveva già cominciato a chiedersi se fosse il caso di salutarla.

Si guardarono.

Lei sorrise.

Giffoni, che davanti a una ragazza sconosciuta aveva sempre avuto il buon senso di non sapere cosa dire, tirò fuori una sigaretta.

«Fumi?»

Lei guardò la sigaretta.

«Ogni tanto.»

Era una risposta che, a quell’età, poteva significare praticamente qualsiasi cosa.

Giffoni gliene offrì una.

Lei l’accese e rimasero qualche secondo a fumare guardando fuori dal finestrino, con il paesaggio notturno che scivolava via e il treno che procedeva verso Roma con quella sicurezza che, a differenza degli adolescenti maschi, hanno almeno i mezzi di trasporto.

Cominciarono a parlare.

Lei veniva da Milano ed era in gita con il suo liceo.

Giffoni le disse da dove veniva lui, raccontò qualcosa della propria scuola, della gita, dei compagni, degli insegnanti e poi, quasi incidentalmente, scoprirono che i due licei alloggiavano nello stesso albergo.

La coincidenza ebbe su Giffoni l’effetto che può avere una vincita alla lotteria su qualcuno che non ha mai comprato un biglietto.

Fino a quel momento quella ragazza apparteneva alla categoria delle persone che si incontrano una volta sola: un volto visto su un treno, una voce destinata a perdersi al primo cambio di binario, una di quelle piccole apparizioni che la vita produce senza sentire il bisogno di dare loro un seguito.

Adesso, invece, c’era un albergo.

Un luogo concreto.

Una possibilità.

Parlarono per quasi tutta la notte e quando arrivarono a Roma, si salutarono con la naturalezza di chi ha già capito che si rivedrà.

E infatti si rividero.

Durante la giornata le due scuole si incrociarono più volte: il gruppo di Milano da una parte, quello di Giffoni dall’altra; insegnanti che cercavano di mantenere un controllo che nessuno aveva intenzione di concedere loro, ragazzi che si spostavano in branchi e Roma intorno, enorme e indifferente, brulicante di sollecitazioni.

Durante la passeggiata nel centro in mezzo a tutte quelle chiese e quei palazzi rinascimentali, tutti invariabilmente marchiati da un PONT MAX seguito dal nome di un pontefice, avevano visto anche l’Arlecchino, un edificio che proprio non poteva fregiarsi del marchio. 

Era un cinema a luci rosse.

La cosa aveva suscitato nei ragazzi quella particolare miscela di curiosità, imbarazzo e conoscenza assolutamente insufficiente che rendeva certi luoghi molto più interessanti proprio perché, ufficialmente, non erano destinati a loro.

Giffoni aveva registrato il nome, senza sapere ancora perché ma la sera, in albergo, lo scoprì.

Fu lei ad avvicinarsi.

«Stasera cosa fai?»

Giffoni, come Dino Zoff sul missile da 40 metri di Haan a Baires '78, fu colto completamente impreparato dalla domanda che lui avrebbe dovuto fare e che aveva avuto tutto il giorno per prepararsi s e rispose calciando la palla in tribuna:

«Niente.»

Lei lo guardò per qualche secondo, poi disse:

«Andiamo all’Arlecchino?»

Giffoni rimase fermo. Non abbozzò neanche un tentativo di parata, questa volta rimase come Ricky Albertosi sul pareggio di Schnellinger nel recupero della semifinale di Mexico '70. 

Non era sicuro di aver capito.

«All’Arlecchino?»

«Sì.»

Era proprio quello.

L’Arlecchino.

Il cinema a luci rosse che avevano visto durante la passeggiata del mattino: non un altro cinema, non un posto dove prendere qualcosa da bere e neppure una romanticauna passeggiata generica per Roma. Proprio l’Arlecchino.

L'Ajax aveva inserito una quarta punta al posto del centrale difensivo: lei spiegò che sarebbero dovuti andare tutti in discoteca, ma che lei non ne aveva voglia.

«Possiamo dire ai professori che non stiamo bene.»

Giffoni ascoltava.

«Restiamo nelle nostre camere finché gli altri non escono. Poi aspettiamo una mezz’ora e ci troviamo nella hall.»

Era un piano, un piano vero, con un inizio, uno svolgimento e persino una destinazione: l'Arlecchino.

Calcio all'olandese all'apice del suo splendore.

Giffoni non sapeva se fosse il caso di essere felice, preoccupato o semplicemente ricoverato.

La cosa più sorprendente, tuttavia, era che non aveva dovuto fare niente.

Per anni aveva considerato una ragazza come lei, una creatura sostanzialmente irraggiungibile. Adesso una ragazza di quella postura e appena conosciuta gli aveva proposto spontaneamente di andare con lei in un cinema a luci rosse nel centro di Roma.

Il destino, per una volta si era presentato con il sorriso, aveva deciso di risparmiargli la fatica della conquista e di spalancargli le porte davanti all'autostrada del Sole.

Giffoni avrebbe dovuto soltanto non rovinare tutto.

Il piano funzionò: gli altri uscirono assieme ai professori e l’albergo si svuotò progressivamente della parte più rumorosa della gita.

Giffoni aspettò e poi scese.

Lei era nella hall.

Uscirono.

Roma, di notte, faceva il resto.

Camminarono per il centro parlando e ridendo, senza una meta diversa da quella che lei aveva indicato e che Giffoni, fino a pochi minuti prima, non avrebbe mai immaginato di poter raggiungere.

Arrivarono davanti all’Arlecchino e fu lì che Giffoni si fermò.

Non fisicamente, quello sarebbe stato troppo evidente.

Si fermò dentro: fino a quel momento aveva pensato che la cosa più difficile fosse arrivare lì mentre adesso si accorse che il problema era esserci arrivato.

L’Arlecchino non era semplicemente un cinema, era un cinema a luci rosse, e loro erano minorenni, in gita scolastica, a Roma, senza insegnanti, in piena notte, mentre nel loro albergo qualcuno avrebbe potuto accorgersi della loro assenza.

La mente di Giffoni, davanti a una situazione per lui inusuale e già sufficientemente complicata, fece quello che sapeva fare meglio: cominciò ad aggiungere complicazioni.

E se fossero tornati gli insegnanti?

E se qualcuno li avesse visti?

E se avessero chiesto i documenti?

E se avessero chiamato la polizia?

E se la polizia avesse scoperto che erano minorenni?

E se poi avessero dovuto spiegare perché si trovavano davanti a un cinema a luci rosse?

E se avessero telefonato a casa?

E se avessero scoperto tutto a Cividale?

E se magari la ragazza avesse avuto un fidanzato che facea il militare di leva in Friuli, fosse venuto a saperlo e, soprattutto, fosse geloso?

Quella domanda, che non aveva alcuna attinenza con la polizia, con i professori o con Roma e che aveva le stesse possibilità che in quel momento un asteroide cadesse sul Vaticano, riuscì comunque a entrare nel ragionamento.

Giffoni aveva raggiunto in pochi minuti una condizione mentale nella quale un’uscita serale con una ragazza si era trasformata in un procedimento penale internazionale.

Lei lo guardò e probabilmente aveva capito che il problema non era più l’Arlecchino.

«Hai ragione. Torniamo in camera.»

E tornarono.

In albergo lei lo invitò nella sua stanza.

«Giochiamo a carte?»

L'Ajax ora aveva inserito persino una quinta punta al posto del portiere Stuy per lasciare la porta vuota.

Ma la ragazza non poteva immaginare che dall'altra parte c'era qualcuno capace di anticipare di 40 anni l'attacco dell'Udinese di Runiajc senza Davis.

Fu così che Giffoni, dopo aver attraversato Roma di notte con una ragazza che gli aveva proposto lei stessa di andare all’Arlecchino, dopo essere arrivato davanti a un cinema a luci rosse e dopo aver immaginato, nell’ordine, professori, polizia, documenti, genitori e fidanzati gelosi, finì seduto in una stanza d’albergo a giocare a carte.

Parlarono.

Risero.

Giffoni, nel frattempo, continuava a non fare niente, a tirare palloni lontanissimi dalla porta vuota e a concentrarsi sul ramino.

A un certo punto lei lo guardò dritta negl'occhi.

«Hai per caso già una fidanzata?»

Giffoni avrebbe potuto dire la verità, avrebbe potuto dire di no, avrebbe potuto persino ridere.

Invece scelse la soluzione più complicata tra quelle disponibili.

«Sì, certo.» Fece una pausa. «È di Udine.»

La ragazza di Udine non esisteva, ma in quel momento Giffoni ne aveva bisogno: era la sua ancora di salvataggio, lanciata dal frutto del desiderio proprio mentre il desiderio stava diventando troppo reale per uno che aveva passato mesi, forse anni, a considerarlo teoricamente preferibile alla realtà.

Gli altri tornarono, e l'arbitro fischiò la fine.

La porta dell'Ajax era rimasta inviolata.

Nei giorni successivi lei non gli parlò quasi più e la storia finì lì, non ci fu nessuna partita di ritorno.

Non finì con un litigio, né con una tragedia e neppure con una dichiarazione mancata: finì con una fidanzata inesistente di Udine.

Quando Giffoni rientrò a Cividale raccontò tutto a Gambero dietro la promessa di tenere per sè il segreto come un pesce operato alle corde vocali, perchè Gambero era l'unico di cui si fidava e si sarebbe sempre fidato come custode delle sue imprese alla rovescia.

Gambero lo ascoltò fino in fondo e non disse niente per alcuni secondi.

Poi lo guardò dritto negli occhi come aveva fatto la ragazza nella camera di Roma e sentenziò quello che anche lei certamente aveva pensato, ma per carità di patria o forse per tenerezza di fronte a cotanto sfoggio d'impreparazione, non disse. 

«Ma sei proprio un coglione.»

E, per una volta, Giffoni non trovò nessuna obiezione.

Forse un'attenuante solo generica: la ragazza giocava in Coppa dei Campioni, lui era ancora fermo alle amichevoli estive con i dilettanti del Carnico.


lunedì 21 settembre 2026

LA NOTTE DELLA BALESTRA

L’anno scolastico 1979/80 era cominciato sotto buoni auspici, almeno per quanto poteva riguardare una scuola media. Per tutto il resto, invece, c’erano parecchi dubbi: la scuola era frequentata da circa quattrocento ragazzi, un numero sufficiente per trasformare qualunque istituto scolastico in una piccola comunità autonoma, con proprie leggi, consuetudini, traffici, gerarchie e, soprattutto, una considerevole popolazione di adolescenti convinti che il concetto di autorità fosse un esperimento sociale destinato a essere verificato ogni giorno sulla propria pelle.

 A sovrintendere a tutto questo c’era il preside Lo Bello. Si trattava di un siciliano, sulla cinquantina dalla mascella volitiva e dallo sguardo penetrante, e apparteneva a una categoria di dirigenti scolastici che già allora cominciava a essere considerata in via d’estinzione: quella dei presidi che ritenevano che la scuola fosse innanzitutto una scuola e non un centro di aggregazione o un luogo dove esprimere liberamente la propria personalità.

E neppure, tantomeno, un posto dove trascorrere le mattinate aspettando che arrivasse l’ora di uscire. 

Lo Bello aveva dei modus operandi codificati quasi fossero i dieci comandamenti ed il primo riguardava l’ingresso degli alunni:  ogni mattina, poco prima dell’inizio delle lezioni, le classi dovevano radunarsi nell’ampio piazzale antistante la scuola; le "prime" erano schierate sulla destra, poi le "seconde" ed infine le "terze", procedendo rigidamente verso sinistra per ordine alfabetico di sezione ed ogni classe costituiva una specie di plotone, in fila per due. 

Altrettanto rigidamente, le femmine davanti ed i maschi dietro e meglio se in ordine di statura. Non era previsto che nessuno decidesse autonomamente dove stare e non era previsto neppure che si parlasse, ma soprattutto non era previsto che si ridesse.

Il piazzale, qualche minuto prima della campanella, era comunque un luogo nel quale quattrocento adolescenti cercavano naturalmente di fare tutto ciò che non era previsto: si parlava, si urlava, ci si spingeva e si raccontavano episodi avvenuti il giorno prima. Non mancavano commenti sulle compagne e si lanciavano oggetti, e naturalmente si rideva senza motivo: in altre parole, si faceva quello che normalmente fanno quattrocento adolescenti quando vengono messi tutti insieme. 

Poi, improvvisamente, appariva Lo Bello. Bastava che comparisse sulla porta d’ingresso. Non doveva dire niente. Il rumore cessava, era come se qualcuno avesse tolto la corrente e quattrocento ragazzi rimanevano immobili nel piazzale, in un silenzio quasi innaturale, mentre il preside osservava la formazione come il Generale comandante di un reggimento di granatieri pronto per sfilare in parata il gionro del genetliaco dell'Imperatore. 

Al suono della campanella le fila cominciavano a muoversi ed una classe dopo l’altra entrava nel portone, percorreva il corridoio andando a disporsi davanti alla propria aula, in attesa dell’insegnante mentre Lo Bello rimaneva sulla porta.

E guardava uno ad uno mentre gli sfilavano davanti. 

Scrutava le scarpe, i capelli, le camicie,  i maglioni, le giacche e la postura; un ragazzo che entrava con le mani in tasca poteva essere fermato, uno con i capelli troppo lunghi poteva essere fermato oppure un altro con un abbigliamento che il preside giudicava poco rispettoso poteva essere fermato e se veniva fermato, non arrivava semplicemente un rimprovero ma arrivava la convocazione immediata in presidenza.

 E dalla presidenza potevano uscire una romanzina, una convocazione dei genitori o, nei casi più gravi, una sospensione. Era un sistema semplice e funzionava. Lo Bello aveva poi un particolare modo di pronunciare alcune parole:  la sua cadenza siciliana, anche quando pronunciava una frase perfettamente normale, riusciva a darle un peso supplementare. 

All’inizio dell’anno scolastico aveva fatto personalmente il giro delle classi: c’era una nuova insegnante di educazione musicale ed era non vedente, così che Lo Bello aveva voluto mettere le cose in chiaro. Aveva spiegato ai ragazzi che non avrebbe tollerato comportamenti vigliacchi, irrispettosi o offensivi nei confronti della docente, garantendo che avrebbe vigilato personalmente e che, nel caso fosse stato necessario, avrebbe preso gli opportuni provvedimenti. 

Nessuno aveva avuto dubbi sul significato di quelle parole. 

Per qualche settimana, infatti, le lezioni di musica si svolsero in un clima quasi monastico; poi, lentamente, la memoria dei quattrocento alunni cominciò a fare il suo lavoro e nella classe di Giffoni, durante una lezione di solfeggio, la situazione tornò a essere quella che, con ogni probabilità, sarebbe stata fin dall'inizio se non ci fosse stato Lo Bello. 

La professoressa cercava pazientemente di insegnare le note: Do. Re. Mi. Fa. Sol. La. Si. La classe ripeteva. O almeno ci provava, perché Leonardo, quel giorno, aveva evidentemente deciso che la musica occidentale aveva bisogno di un contributo internazionale e quando arrivò il momento di ripetere le note, invece di unirsi ai compagni, assunse un tono solenne e profondo e cominciò a cantare: — Allah... Allah... Allah... Non lo disse una volta. Lo ripeté. Con convinzione e con una cadenza che ricordava quella di un muezzin che avesse smarrito il minareto ma non la vocazione. — Allah... Allah... Allah... La professoressa, pazientemente data la cacofonia che si era sviluppata, continuava stoicamente a cercare di far ripetere il solfeggio.

Rien a faire.  

I compagni cominciavano a ridere e Leonardo, incoraggiato proprio da quel successo, continuava. — Allah... Allah... Allah... e fu allora che la porta si aprì. 

Lo Bello comparve sulla soglia, nessuno lo aveva sentito arrivare.

Guardò la classe con lo stesso sguardo truce di un ispettore di polizia al cospetto di un gruppo di brigatisti indiziati dell'assassinio di un  collega ed infine, con quella sua cadenza che rendeva ogni frase simile all’inizio di un procedimento penale, domandò: — Mo’... chi ha detto Allah? 

Silenzio.

Non un silenzio normale. Un silenzio assoluto. 

Il genere di silenzio che nasce quando tutti sanno perfettamente chi è stato e contemporaneamente decidono, per ragioni di sopravvivenza, di non saperlo. 

Lo Bello fece qualche passo dentro l’aula. — Ho domandato chi ha detto Allah.

Nessuno parlò. — Se nessuno parla, sospendo tutta la classe.

A quel punto il concetto di solidarietà cominciò a perdere rapidamente consistenza e Leonardo, un attimo prima che qualcuno dei compagni più timorati potesse fare l'infame, alzò lentamente la mano. — Sono stato io. 

Lo Bello lo guardò. Non disse nulla per qualche secondo e poi pronunciò due sole, ma ripetute, parole con quella S sibilante che trasmetteva quasi la sensazione di ricevere una frustata.

. — A casa. A casa. 

Leonardo, testa bassa, senza proferire una sillaba, raccolse la cartella e uscì seguito dal Preside.

Verdetto: Tre giorni di sospensione. 

La questione della musica, da quel momento in poi, fu sistemata, ma non perché i ragazzi avessero improvvisamente sviluppato una passione per il solfeggio: semplicemente avevano capito che Lo Bello possedeva un udito sorprendentemente efficiente e soprattutto che poteva materializzarsi sulla porta di un’aula senza produrre il minimo rumore. Per tutto il resto dell’anno scolastico le lezioni di educazione musicale procedettero dunque con una certa tranquillità. 

Arrivò finalmente alla primavera e con essa la tanto attesa e desiderata la gita in Umbria: tre giorni in compagnia, lontano da quaderni, solfeggi, equazioni, libri e soprattutto dai genitori. Le classi terze alloggiavano in un convento di Gubbio. Era un posto antico, severo e perfettamente coerente con l’idea che una gita scolastica dovesse servire, oltre che a visitare l’Italia, anche a verificare la capacità degli studenti di non essere espulsi da una struttura religiosa. Il convento era gestito dalle monache. C’era un chiostro. C’erano corridoi lunghi. C’erano camere. E c’era una scala e accanto alla scala correva un antico corrimano costituito da una corda sostenuta da una serie di pomelli d’ottone. I pomelli erano lucidissimi e agl'occhi di quella falange di pubescenti sembravano messi lì apposta per essere toccati. 

Lo Bello aveva osservato pomelli e alunni e aveva intuito immediatamente il problema: al momento dell’arrivo radunò tutta la comitiva nel chiostro e poi incominciò a parlare in quel clima di religioso silenzio. Spiegò che quello era un luogo sacro, che bisognava rispettarlo e che gli studenti avrebbero dovuto mantenere un comportamento adeguato. 

E poi snocciolò le regole, soffermandosi soprattutto su due. La prima: nessuno doveva utilizzare quel corrimano. La seconda: dopo cena nessuno doveva vagare per camere e corridoi. Lo Bello guardò i ragazzi. — E vi esorto caldamente a non mettermi alla prova.

Nessuno disse niente, tutti annuirono. Le monache, qualche metro più in là, osservavano la scena con un’espressione nella quale sembravano convivere la speranza e una certa esperienza del genere umano, soprattutto quando si trova nella primissima fase della sua esistenza.

La notte trascorse in una calma apparente.

La mattina seguente, quando gli studenti scesero per la colazione, emerse il problema: l’ultimo pomello della scala, quello al piano terra, era stato scardinato dal muro e la corda pendeva, in modo sinistro, nel vuoto. 

Lo Bello arrivò accompagnato dalla Madre Badessa:  in rapida successone guardò il muro,  guardò il pomello e guardò la corda. Infine guardò gli studenti. Il secondo raduno generale della spedizione umbra avvenne nel chiostro con una rapidità che non lasciava presagire nulla di buono.

 — Chi è stato? 

Silenzio. 

Lo Bello attese. — Voglio sapere chi è stato. 

Ancora silenzio e questa volta non c’era neppure Leonardo da poter sacrificare.

Lo Bello comunicò allora la misura adottata, che date le circostanze non poteva essere che draconiana; con la postura ed i modi di un ufficiale tedesco chiamato ad organizzare una rappresaglia in un villaggio nei pressi di un ponte fatto esplodere dai partigiani, minacciò che se entro il giorno successivo non fosse comparso il responsabile, avrebbe sospeso il capoclasse di ciascuna delle classi in gita.

Quella sorta di decimazione produsse immediatamente una conseguenza. I capiclasse si riunirono e Giffoni era, naturalmente, il capoclasse della sua. Si formò così, in un angolo del convento lontano da troppi occhi e orecchie indiscreti, una specie di comitato di crisi: non si trattava più di stabilire chi avesse rotto un pomello ma si trattava di salvare sé stessi. Cominciarono le consultazioni: si passarono in rassegna i nomi dei papabili responsabili del danno, cercandolo tra i più vivaci, tra i più incoscienti e quelli che avevano già avuto problemi con gli insegnanti ma soprattutto quelli che avevano mostrato, in passato, una certa propensione per le imprese inutili e che avevano l’aria di poter fare una cosa del genere. Un'impresa da far tremare i polsi, stante la lunghezza di una lista da costruire utilizzando quei criteri. 

Non emerse nulla, nessun sospetto concreto, nessuna confessione e nessun indizio: l’omertà era assoluta. 

Peraltro, nessuno dei capiclasse era particolarmente desideroso di approfondire, perché c’era una possibilità che tutti tenevano presente: che il colpevole fosse effettivamente uno della propria classe e  che, una volta scoperto, potesse rivelarsi molto meno simpatico di quanto non fosse sembrato fino al giorno prima. 

Il problema rimase dunque insoluto ed i capiclasse iniziavano a pensare a cosa dover raccontare poi ai loro genitori, se la "decimazione" di Lo Bello avesse davvero avuto seguito.

Arrivò la notte e Lo Bello si aggirava con passi felpati per i corridoi del convento. Era tardi. Molto tardi, esattamente l’orario nel quale, secondo le disposizioni impartite il giorno precedente, tutti gli studenti avrebbero dovuto essere nelle proprie camere.

Con il fiuto di un segugio aprì la porta di una camera e si trovò davanti a una scena che avrebbe probabilmente superato le sue peggiori previsioni: nessuno era tra le coperte ed in mezzo alla stanza c’erano Bugatti e il Frangibracci mentre Borsello nascosto dentro un armadio con l’anta dell’armadio era semiaperta e presentava un foro. Un foro perfettamente attraversato da una freccia. Davanti all’armadio, il ripentente di lungo corso Di Domenico teneva in mano una balestra. 

Lo Bello rimase immobile. 

Anche i ragazzi rimasero immobili e per qualche secondo nessuno disse nulla. 

Lo Bello guardò la balestra. Guardò la freccia. Guardò l’armadio.

Poi iniziò una lunga confessione, dalla quale si apprese che la balestra, tra l’altro, era nuova ed era stata acquistata da Borsello quella stessa mattina durante la visita ad Assisi. Il perché Borsello avesse ritenuto opportuno comprare una balestra ad Assisi durante una gita scolastica, ma soprattutto perché Di Domenico decise di usarla mettendo a rischio l'incolumità del compagno è una domanda alla quale non venne mai data una risposta soddisfacente. 

Ma la questione appariva ormai secondaria:  per Lo Bello da quel momento,  anche che il pomello della scala poteva essere finito nella lista delle imprese compiute dalla stessa compagnia e poteva tranquillamente finire nei "reati" ascrivibili al balestriere, il cui cursus honorum scolastico era peggio della fedina penale di Al Capone. 

Al sorgere del sole, ci fu il definitivo regolamento di conti:  Borsello, Frangibracci e Di Domenico furono sospesi  e, considerato il comportamento emerso durante la notte della balestra, Di Domenico fu ritenuto responsabile anche della misteriosa distruzione del pomello per la sussistenza di indizi gravi stante la personalità incline alla trasgressione. Unico a salvarsi per "insufficienza di prove" fu Bugatti, che in fin dei conti era nella sua camera e aveva solo assistito alla scena obtorto collo a suo dire, a differenza di Frangibracci che non avrebbe dovuto trovarsi lì bensì nella sua stanza e di Borsello, reo dell'incauto acquisto non autorizzato. 

La comitiva lasciò Gubbio per tornare verso casa, mentre le monache tornarono alle loro occupazioni e la corda del corrimano, qualche giorno dopo, fu rimessa al suo posto.

Dei pomelli, invece, ne mancava uno.

martedì 15 settembre 2026

IL SEGRETO DELLE PAGINE PERDUTE

A Teatro avevano imparato, tra le altre cose, che prima di uno spettacolo esisteva un momento nel quale qualsiasi cosa, anche la più insignificante, poteva trasformarsi in un problema di dimensioni imprevedibili.

Mancavano venti minuti all’apertura del sipario e nel teatro della parrocchia la compagnia era già immersa in quella particolare agitazione che precede l’ingresso in scena: qualcuno ripassava le battute sottovoce come un monaco benedettino orante, qualcuno cercava un oggetto che aveva avuto in mano fino a trenta secondi prima e ora pareva essere stato inghiottito tra Scilla e Cariddi, qualcuno si guardava allo specchio chiedendosi che cazzo ci faceva lì e qualcun altro, come spesso accadeva, aveva deciso che proprio quello era il momento migliore per fare qualcosa che non avrebbe dovuto fare.

La lista dei potenziali "guastatori" era varia e quella sera fu il turno di Tito Brunelli.

Tito Brunelli era il protagonista de Il Malato immaginario di Molière e aveva davanti a sé una quantità di battute che, a detta degli altri, superava abbondantemente il migliaio, cifra che non aveva mai verificato personalmente ma che gli veniva ricordata con una certa frequenza quelle poche volte che qualcuno lo vedeva ripassare il copione.

Tito infatti era solito riempire vuoti e amnesie con battute inventate di sana pianta, spesso fuori contesto, ma dell'efficacia scenica superiore al testo originale.

Il problema era che, in una delle scene, Brunelli doveva sostenere tra le mani un grande libro antico e recitare una battuta facendo finta di leggerla proprio da quelle pagine e quel volume non apparteneva alla compagnia.

Era stato prestato dal padre di Gambero, dopo ripetute e insistenti richieste del figlio, che per convincerlo gli aveva garantito che sarebbe stato utilizzato esclusivamente per gli spettacoli e che, una volta terminata la rappresentazione, sarebbe tornato immediatamente a casa sotto la sua personale e attenta vigilanza.

Era un libro di antiche mappe nautiche, uno di quei volumi che sembrano avere più storia che pagine, con una copertina pesante e consumata e una particolare struttura a finestrella: a prima vista, aprendolo, si incontravano soltanto pagine bianche, mentre le mappe erano custodite all'interno, a due a due, come se il libro avesse deciso di non mostrare a chiunque i propri segreti.

Gambero lo aveva portato in teatro con la solennità di chi consegna un oggetto di famiglia nelle mani del Direttore del Louvre mentre avrebbe dovuto ricordarsi a chi stava per consegnarlo, compari dei quali, peraltro, conosceva abbastanza bene la reputazione.

E infatti, venti minuti prima dello spettacolo, Tito Brunelli prese il libro che giaceva, quasi nascosto, dietro le quinte.

Lo aprì.

Vide una pagina bianca. La guardò ancora e poi ebbe un pensiero ed era uno di quei pensieri che, ai Birilli Bevuti, non arrivavano mai accompagnati da un dubbio.

«Per sicurezza scrivo l'inizio della battuta.»

Prese una penna e, con la tranquillità di un amanuense medievale che stesse preparando un codice destinato a sopravvivere ai secoli, cominciò a scrivere a caratteri cubitali sulla pagina.

Non una parola piccola, discreta, facilmente cancellabile. A caratteri cubitali.

Remfutti, che passava di lì, si fermò e guardò Brunelli e poi guardò il libro.

Guardò di nuovo Brunelli.

Ci fu quel breve silenzio che precede generalmente le domande alle quali, in cuor suo, chi le formula conosce già la risposta.

«Ma sei pazzo a scrivere sul libro di Gambero?»

Brunelli, assolutamente incurante della richiesta, continuò a scrivere.

Remfutti si avvicinò insistendo.

«Hai visto cosa c'è dietro?»

Tito alzò appena gli occhi, infastidito.

«Cosa vuoi che ci sia?»

Remfutti indicò il libro.

«Le mappe.»

Brunelli guardò la pagina, poi guardò Remfutti.

«Quali mappe, qui non c'è niente... E allora?»

«E allora se Gambero si accorge che hai scritto sul libro di suo padre s'incazza come una biscia.»

Tito Brunelli finì di scrivere l'ultima parola, richiuse il volume e posando con calma la penna, rispose:

«Ecco appunto. E tu non dirglielo, così non succede niente.»

Fu allora che arrivò Giffoni che in lontananza aveva sentito soltanto le ultime parole.

«Che cosa non deve sapere Gambero?»

Remfutti si voltò mentre Brunelli continuò tranquillamente a scrivere.

«Niente.»

Giffoni lo guardò.

Poi guardò Remfutti.

Infine guardò il libro.

Non serviva essere particolarmente perspicaci per capire che, quando Tito diceva niente, generalmente c'era qualcosa.

Si avvicinò, diede un'occhiata alla pagina e rimase per un attimo senza parlare.

«Hai scritto sul libro?»

«Solo una battuta.»

«Sul libro di Gambero?»

«Era bianco.»

Giffoni chiuse gli occhi per un istante: aveva imparato che con Brunelli esistevano situazioni nelle quali la ragione non poteva più intervenire e bisognava semplicemente amministrare i danni.

Si rivolse a Remfutti.

«Tu non dire niente a Gambero,  almeno fino alla fine dello spettacolo.»

Remfutti lo guardò preoccupato.

«E se lo scopre?»

«Lo scoprirà dopo.»

«E se lo scopre prima?»

«Non deve scoprirlo prima. Se glielo dici adesso va fuori di testa e poi recita incazzato nero per tutta la sera.»

Remfutti annuì, atteggiandosi a colui che sembrava essere stato convinto da una motivazione sufficientemente seria.

«Va bene. Non dico niente.»

Giffoni si allontanò.

E per qualche minuto Remfutti mantenne effettivamente la parola, ma il problema era che nessuno aveva mai stabilito con precisione quanto dovesse durare, ai Birilli Bevuti, un segreto.

Remfutti rimase qualche istante fermo a guardare Brunelli.

Poi guardò il libro.

Poi pensò a Gambero.

E, soprattutto, pensò al padre di Gambero.

Fu probabilmente a quel punto che la promessa fatta a Giffoni cominciò a sembrargli meno importante del diritto di Gambero a sapere che cosa stava succedendo al libro e così sparì nel sottopalco dove c'erano i camerini.

Non passarono due minuti che dal sottopalco arrivarono delle urla e poi, con falcate degne degli stivali delle sette leghe di faustiana memoria, Gambero irruppe nel retropalco dove Brunelli aspettava placidamente il levarsi del sipario, avendo concluso la sua opera scritta. 

Gli occhi di Gambero erano iniettati dello stesso furore del tifoso romanista che alla sera aveva visto alla moviola di Carlo Sassi il gol di Turone annullato per fuorigioco e senza troppi preamboli intimò a Brunelli la restituzione del prezioso volume.

«Dammi qua.»

Brunelli glielo porse senza scomporsi.

Gambero lo prese.

Lo aprì.

Guardò la pagina e vide la battuta scritta a caratteri cubitali su una delle pagine bianche che costituivano il retro di una delle mappe nautiche.

Guardò Brunelli.

Poi di nuovo il libro e l'obbrobrio grafico.

Poi ancora Brunelli.

«Ma sei un coglione!»

Il teatro sembrò improvvisamente più piccolo.

«Che cazzo hai fatto?! Adesso mio padre mi ammazza!»

Tito Brunelli, invece di chiedere scusa, fece quella cosa che solo lui avrebbe potuto fare in quel momento: passò al contrattacco senza cercare una giustificazione, con la grazia di un concerto degli AC/DC in una cristalleria.

«E che cazzo ne sapevo io? Il libro era tutto in bianco, che cazzo volete da me?»

Gambero lo fissava come si può fissare un serial killer.

«Era tutto in bianco perché le mappe sono dentro, deficiente!»

Brunelli fece una faccia quasi offesa e sbrigativamente si congedò, con il fare di chi è stato inutilmente ed ingiustamente importunato e con una battuta che era un capolavoro di diplomazia al contrario.

«E allora potevi portarne un altro.»

Giffoni, che nel frattempo aveva capito perfettamente da chi Gambero avesse ricevuto la notizia, guardò Remfutti e Remfutti, sentendosi osservato, abbassò gli occhi.

Poi, improvvisamente, arrivò la voce dalla sala.

«Due minuti all'inizio.»

Fu quella voce a salvare Tito Brunelli e non il perdono di Gambero.

Non una soluzione.

Due minuti.

La compagnia dovette andare in scena, il sipario si levò e Brunelli entrò con il Libro delle Mappe sul proscenio ed il pubblico, ignaro dell'incidente accaduto nel retropalco appena qualche minuto prima, lo accolse nel silenzio dell'attesa.

Cominciò lo spettacolo e per tutta la rappresentazione il Malato Immaginario poté anche essere immaginario, ma il risentimento di Gambero no e ogni volta che Tito Brunelli incrociava il suo sguardo c'era qualcosa di strano.

Non era uno sguardo teatrale, non apparteneva a Molière e non apparteneva alla commedia.

Era uno sguardo perfettamente reale, preciso e inequivocabile, uno di quegli sguardi che non hanno bisogno di essere accompagnati da parole perché hanno già pronunciato una sentenza.

Brunelli recitò tutto fino alla fine, le mille e passa battute furono dette.

Il libro fu tenuto correttamente tra le mani e la battuta recitata a memoria, senza utilizzare l'espediente grafico ideato all'ultimo momento per sicurezza.

Il pubblico alla fine applaudì e, almeno per quella sera, nessuno morì.

Il libro tornò a casa e almeno le mappe erano salve.

Quanto a Tito Brunelli, continuò a sostenere per molti anni che la reazione di Gambero era esagerata, che se Gambero avesse avuto la bontà di spiegargli prima che dietro quelle pagine apparentemente bianche c'erano le mappe, lui non avrebbe mai scritto nulla.

Era, naturalmente, la sua versione dei fatti.

Quanto a Remfutti, nessuno riuscì mai a stabilire se avesse tradito deliberatamente il segreto o se, semplicemente, dopo aver promesso solennemente di non dire niente, avesse improvvisamente ritenuto che quel niente non comprendesse proprio il diretto interessato.

Quanto al padre di Gambero, nessuno seppe mai come accolse il rientro tra le mura domestiche del prezioso volume e che non uscì mai più dalla sua disponibilità.

Anyway, the show must go on.

lunedì 14 settembre 2026

SEI POMODORI IN CERCA D'AUTORE

 Ai Birilli Bevuti stavano imparando molte cose, forse non proprio quelle che servivano per vivere bene, questo è vero, ma decisamente quelle che servivano per sopravvivere.

Avevano appreso che la noia, se affrontata in compagnia, poteva trasformarsi in un'impresa; che una passeggiata poteva diventare una spedizione; che una partita a carte poteva assumere i contorni di una crisi diplomatica e che, soprattutto, una notizia priva di qualsiasi fondamento, se pronunciata con sufficiente convinzione, poteva nel giro di pochi minuti trasformarsi in una certezza sulla quale dover costruire un'intera strategia difensiva.

I Birilli Bevuti erano, in fondo, la loro scuola di vita, anche se non rilasciavano diplomi e non esistevano programmi ministeriali, ma in compenso insegnavano una cosa fondamentale: prendere molto sul serio le cose che non meritavano di essere prese sul serio e, possibilmente, non prendere troppo sul serio quelle che invece lo meritavano.

Il teatro della parrocchia era una delle sue aule predilette.

Anche se a prima vista non sembrava avere proprio nulla di prestigioso, a partire dall'aspetto fatiscente, era un vero teatro in sedicesimo, con il palcoscenico, le quinte, i camerini e quella caratteristica atmosfera dei luoghi nei quali generazioni di ragazzi avevano recitato commedie, organizzato feste, preparato recite e consumato quantità imprecisate di ansie completamente inutili.

Quella sera andava in scena Il Bugiardo di Carlo Goldoni e i risultati dell'agire del protagonista - al quale non si deve credere neanche la verità come aveva scritto nel testo il celeberrimo autore veneziano - avevano già cominciato a manifestarsi dietro le quinte.

Mancava circa mezz’ora all’inizio dello spettacolo e nel teatro della parrocchia si era ormai depositata quella particolare agitazione che precede gli spettacoli, quando tutti hanno ancora qualcosa da sistemare e, proprio per questo, nessuno riesce più a fare con naturalezza nemmeno ciò che ha fatto cento volte. Sul palcoscenico Giffoni camminava avanti e indietro, ripassando mentalmente le ultime indicazioni, controllando questo e quello.

Le luci erano accese, le quinte tirate, in sala cominciava ad arrivare gente e dai camerini provenivano voci, passi, richiami e qualche bestemmia pronunciata senza quella cautela che avrebbe dovuto distinguere il teatro parrocchiale dagli altri teatri.

Fu allora che Remfutti gli si avvicinò e gli si fermò davanti con un’espressione insolitamente seria e, dopo essersi guardato intorno con la circospezione di chi sta per comunicare una notizia che non dovrebbe uscire da quella stanza, gli disse:

«Giffoni, cosa facciamo se ci tirano i pomodori?»

Giffoni lo guardò per qualche secondo, convinto che fosse una delle solite ipotesi di Remfutti, quelle che nascevano da un dubbio apparentemente insignificante e finivano per prendere, nel giro di pochi minuti, proporzioni difficili da ricondurre alla ragione.

«Li mangiamo.»

Remfutti non sorrise e continuò a guardarlo con quell’aria preoccupata che, nel suo caso, era già un primo segnale d’allarme.

«No, guarda che non sto scherzando. Medusa l’ha saputo da suoi amici. Sono venuti apposta per tirarci i pomodori.»

Giffoni smise di camminare.

Non credeva minimamente alla storia, ma si accorse immediatamente che Remfutti, invece, aveva già cominciato a crederci sul serio e quando Remfutti cominciava a prendere sul serio una possibilità, quella possibilità acquistava rapidamente una propria vita, una propria logica e, se necessario, anche un piano operativo.

«Ma sei impazzito? Non vorrai mica credere a queste cazzate?»

«Io non lo so», rispose Remfutti, «ma questa notizia mi preoccupa. Mi fa star male.»

Giffoni lo osservò ancora per qualche istante, poi capì che il problema, in quel momento, non erano i pomodori ma la notizia dei pomodori.

«Senti, facciamo una cosa. Questa storia la tieni per te. Non dire niente agli altri, perché se cominciamo a mettere in agitazione tutta la compagnia mezz’ora prima dello spettacolo, siamo finiti.»

Remfutti annuì con un cenno lento, convinto, quasi solenne e Giffoni tornò alle sue occupazioni, rassicurato dal fatto di aver almeno circoscritto il pericolo.

Passarono cinque minuti. Forse nemmeno cinque.

Quando Giffoni si voltò, vide Brunelli Tito parlare sottovoce con Bugatti, poco più in là Rozza stava discutendo con Gambero, mentre Medusa, con una tranquillità che lasciava supporre che la faccenda non la riguardasse minimamente, sembrava già perfettamente informata di tutto.

Giffoni si avvicinò.

«Che succede?»

Bugatti lo guardò.

«Hai sentito dei pomodori?»

Giffoni rimase zitto.

La notizia aveva già fatto il giro del teatro.

Non si trattava più soltanto di sapere se qualcuno avesse intenzione di tirare dei pomodori. Si cominciava a discutere di quanti potessero essere, da quale parte della sala sarebbero arrivati e, soprattutto, di chi potesse avere un motivo per compiere un gesto tanto ostile nei confronti di una compagnia teatrale di liceali.

«Ma quanti sarebbero?» chiese Rozza.

«Non si sa.»

«E chi li porta?»

«Neanche questo si sa.»

«Ma sono sicuri?»

A quella domanda seguì un breve silenzio.

Poi Medusa, con assoluta serenità, disse:

«Me l’hanno dato per certo.»

Era una frase che non lasciava molto spazio alla discussione.

Leonardo, nel frattempo, era entrato nel gruppo e aveva ascoltato abbastanza da capire che, a cinque minuti dall’inizio dello spettacolo, una compagnia teatrale si stava occupando con crescente apprensione di un’aggressione ortofrutticola ancora tutta da dimostrare.

«Ma siete tutti rincoglioniti?»

Nessuno gli diede particolare ascolto.

Remfutti se ne stava poco distante, pensioroso ma apparentemente estraneo alla discussione.

Giffoni lo guardò.

Remfutti abbassò gli occhi.

Aveva promesso di non dire niente e infatti non aveva detto niente. Il problema era che, nel frattempo, lo sapevano anche i muri.

Mancavano pochi minuti all’apertura del sipario e in sala si sentiva forte il vocio del pubblico mentre sul palcoscenico, invece, si era formato qualcosa che assomigliava sempre più a uno stato maggiore, nel quale ognuno aveva una propria teoria e nessuno aveva la minima intenzione di verificarla.

Brunelli Tito voleva sapere chi fossero gli autori del gesto, promettendo di reagire a colpi di maglio.

Bugatti cercava di capire se i pomodori sarebbero stati lanciati dalle prime file oppure da più lontano e Rozza sosteneva che dalla platea fosse più facile.

Gambero ascoltava tutti con l'espressione di chi si trovava per caso in mezzo a una riunione di condominio convocata per discutere dell'invasione delle cavallette.

La questione, ormai, aveva raggiunto una tale complessità che sarebbe stato più facile organizzare lo spettacolo.

Giffoni capì che era arrivato il momento di intervenire. Radunò tutto il cast e, con una prudenza istituzionale che avrebbe strappato scroscianti applausi ad un congresso democristiano, disse:

«Il problema non esiste. Non c’è alcun pericolo.»

Qualcuno annuì, qualcuno continuò a guardare verso la sala.

Giffoni proseguì:

«Tuttavia, se l’ipotesi dovesse verificarsi, faremo chiudere immediatamente il sipario e uscirò solo io in proscenio per i ringraziamenti di rito.»

Era una soluzione che non risolveva assolutamente nulla, ma aveva il vantaggio di essere chiara e di convincere tutti ad aprire il sipario e ad andare incontro a quello che, come cantava Lucio Battisti, avrebbero scoperto solo vivendo. 

Il Sipario si aprì.

Nella platea non c'erano terroristi, non c'erano facinorosi e non c'erano neppure persone particolarmente ostili: c'erano signore della parrocchia, qualche genitore, ragazzi, conoscenti e gente che aveva semplicemente deciso di passare la serata a teatro.

Lo spettacolo cominciò.

La prima battuta.

La seconda.

La terza.

Niente.

Nessun pomodoro.

Remfutti, dalle quinte, continuava ogni tanto a dare un'occhiata alla platea.

Niente.

Arrivò il finale.

Applausi.

Applausi veri.

Gli attori uscirono a salutare.

Giffoni guardò Remfutti.

Remfutti guardò Giffoni.

Leonardo sorrideva.

Medusa aveva già dimenticato tutto.

Gambero, invece, non sembrava affatto sorpreso.

Gli ortaggi, quella sera, non si erano mossi, erano rimasti tranquillamente sul banco del fruttivendolo e forse, a ripensarci, erano stati gli unici ad aver capito fin dall'inizio come sarebbe andata a finire.


giovedì 10 settembre 2026

UN GELATO POCO DOLCE E MOLTO SALATO


Era una di quelle serate di primavera nelle quali il sabato sera, invece di promettere qualcosa, sembrava soprattutto voler ricordare ai presenti che il giorno dopo sarebbe stata domenica.

Ai Birilli Bevuti regnava una calma che, più che alla pace, somigliava alla resa.

La primavera aveva ormai fatto il suo ingresso ufficiale, le giornate si erano allungate, le ragazze si sapeva che da qualche parte cominciavano a circolare con quella leggerezza degli abiti che, a quell'età, veniva interpretata dai maschi come un preciso segnale della Provvidenza, e gli ormoni, dopo mesi di inverno, reclamavano spazio con la veemenza di una tifoseria rimasta chiusa fuori dallo stadio.

Il problema era che il contesto sociale in cui si muovevano i nostri eroi non sembrava essersene accorto: Ai Birilli Bevuti non accadeva nulla.

Niente ragazze, niente feste o la possibilità di indirizzare qualche invito galante; insomma, niente di quelle circostanze casuali che, nella fantasia adolescenziale, precedono invariabilmente l'inizio di una grande storia d'amore e che nella realtà si limitano quasi sempre a precedere una figuraccia.

Era, insomma, una perfetta serata da Fortezza Bastiani: si stava lì, ad aspettare qualcosa che non sarebbe arrivato mai.

Giffoni fu il primo a formulare l'ipotesi di una sortita che potesse, almeno potenzialmente, rompere quel grigiore fuori stagione e se non altro accendere una scintilla di speranza o, più realisticamente, d'illusione. 

— Andiamo a Udine.

Gli altri lo guardarono poco convinti, mentre Giffoni a parole dipingeva Udine, quella sera, con le dimensioni di una metropoli occidentale: il centro cittadino, con le sue gelaterie, i portici e le ragazze che passeggiavano il sabato sera, venivano descritte come una specie di Las Vegas friulana.

Non serviva nemmeno fare qualcosa di particolare: bastava esserci, camminare, guardarsi attorno, mangiare un gelato e, naturalmente, approcciare.

Il problema era arrivarci perché nessuno aveva la macchina.

E fu allora che entrò in scena la Mini Cooper rossa dei genitori di Gambero; una macchina fiammante, ancora sufficientemente nuova da sembrare un'automobile e non semplicemente un mezzo di trasporto, parcheggiata lì, nel giardino di casa, con le chiavi a disposizione.

I genitori di Gambero erano usciti e la macchina era sola.

Le chiavi erano lì.

C'era però un dettaglio, un dettaglio non proprio secondario: era assolutamente vietato usarla e Gambero lo fece presente a chiare lettere non appena capì che il sottotesto di quell'idea dava per certo l'uso del mezzo del padre per evadere dalla noia della Fortezza Bastiani in riva al Natisone.

Lo fece con quella prudenza che, col senno di poi, avrebbe meritato una maggiore considerazione.

— Mio padre mi ammazza.

Giffoni, invece, vedeva la faccenda da un punto di vista completamente diverso.

— Ma figurati. Andiamo a Udine, prendiamo un gelato e torniamo prima che arrivino. Non sapranno mai niente.

Era un ragionamento semplice e, proprio per questo, pericoloso.

— Ma se succede qualcosa?

Gambero, neopatentato da qualche mese, non era ancora convinto e cercava di resistere ad un'idea che però esercitava un fascino irresistibile anche per lui. 

Polacco, a quel punto, entrò nella discussione con l'autorità di chi non avrebbe guidato.

— Cosa potrà mai andare storto?

Tomaselli annuì rincarando la dose.

— Si tratta di andare a Udine mica a Caracas!!

Gambero, accerchiato dalle insistenze e dalle rassicurazioni dei tre, alla fine cedette e la spedizione venne approvata con il relativo programma: partenza, Udine, parcheggio, gelato, giro in centro cercando di captare eventuali focolai d'interesse, nel caso qualche tentativo di approccio e ritorno a casa prima di mezzanotte.

Un piano perfetto, addirittura più morigerato di quello programmabile da una novella Cenerentola; talmente perfetto da avere un unico difetto: si basava sulla convinzione che quattro adolescenti, di sabato sera, con una Mini Cooper presa di nascosto e guidata da un neopatentato, potessero controllare gli eventi.

La Mini partì: alla guida Gambero ed al suo fianco, naturalmente, Giffoni. Dietro Polacco e Tomaselli.

All'inizio tutto andò magnificamente, la macchina filava tranquilla verso Udine, Gambero teneva il volante con quella concentrazione tipica del neopatentato che, pur avendo ancora pochi mesi di esperienza, comincia già a considerarsi un pilota.

Gli altri scherzavano, si rideva e si parlava delle ragazze mentre Udine sembrava sempre più vicina e con Udine, naturalmente, crescevano in parallelo le speranze e le illusioni per un sabato finalmente all'altezza dei loro desideri. Un sabato da ricordare insomma.

Il mondo, in quel momento, sembrava assecondarli e loro erano assolutamente ignari di come gli Dei stavano per accontentare la loro brama di un sabato indimenticabile.

Arrivò una svolta a sinistra, una svolta come tante, una di quelle svolte che, in condizioni normali, non meritano nemmeno di essere ricordate.

Tomaselli, invece, convinto che esistesse un altro tragitto per la loro desinazione apostrofò il conducente: "Gambero, dove cazzo giri?" 

Gambero, si voltò per un istante e disse piccato: "Eh?!"

Fu un gesto quasi impercettibile.

Un attimo.

Il tempo sufficiente per perdere il contatto visivo con la strada e quando riportò gli occhi davanti a sé, la realtà aveva già preso una decisione: in mezzo alla carreggiata, sullo spartitraffico, c'era l'asta del segnale di stop.

La Mini Cooper la centrò in pieno con il classico botto che accompagna lamiera e carrozzeria che si contraggono.

Poi scese il Silenzio, per qualche secondo nessuno disse nulla.

Erano illesi, la bassa velocità aveva causato nello scontro solo un secco spostamento in avanti dei passeggeri, senza però nessun contatto con le parti della vettura e fortunatamente si era ancora negli anni '80 e l'elegante autovettura era sprovvista di air bag.

Era andata molto invece peggio all'asta dello stop, che ora era inclinata come un giavellotto piantato in terra nell'agone olimpico, e al frontale della Mini che aveva assunto una configurazione estetica e funzionale che la casa madre non aveva certamente previsto.

Ci fu un momento nel quale i tre passeggeri guardarono il danno senza sapere bene cosa fare, mentre Gambero imprecava contro se stesso ed il mondo ed istintivamente, senza guardare nello specchietto retrovisore, innescò la retromarcia per liberare la vettura e rischiò invece un bel botto al posteriore contro un auto che transitava alle spalle.

Fortunatamente i riflessi dell'autista erano pronti e così si evitò il peggio, cavandosela solo con qualche vivace imprecazione del conducente all'indirizzo dell'equipaggio della Mini Cooper abbattuta.  

La cosa straordinaria fu che la macchina, nonostante tutto, era ancora in grado di camminare e così, dopo una breve consultazione, venne presa la decisione più logica possibile.

Tornare a casa.

Naturalmente dopo aver mangiato il gelato. 

La spedizione su Udine era terminata: non c'erano stati approcci con le ragazze ma, in compenso, avevano vissuto un incontro ravvicinato del terzo tipo con un'infrastruttura stradale e ora più realisticamente, si trattava di pianificare una spiegazione ad un padre ancora all'oscuro della violazione delle regole e delle conseguenze.

La Mini rientrò e Gambero parcheggiò la macchina esattamente dove l'aveva trovata.

Stesso posto, stessa posizione, stessa angolazione.

Unica differenza: il frontale.

I quattro scesero e si dispersero rapidamente, come un'unità militare dopo un'operazione conclusasi con perdite; solo Giffoni rimase con Gambero per sostenerlo in quel tempo gravido di preoccupazione su come avrebbe reagito il padre, ma soprattutto per formulare una difesa che si preannunciava più complicata di quella dei legali dei nazisti al processo di Norimberga. 

Poi Gambero rimase solo con la sua responsabilità.

Quando il padre tornò, guardò la macchina, poi riguardò la macchina.

Poi guardò il figlio.

Ci fu quel silenzio particolare che appartiene ai padri quando hanno già capito tutto ma vogliono lasciare al figlio l'onore di raccontarlo.

Gambero parlò e si  prese la responsabilità.

Spiegò.

Disse che stavano andando a parcheggiare nel centro di Udine, che era successo un incidente ma che nessuno si era fatto male, anzi, che erano tutti assolutamente illesi.

Il padre ascoltò.

Gambero, probabilmente per attenuare la gravità dell'accaduto, aggiunse il movente:

— Stavamo solo andando a prendere un gelato.

Il padre lo guardò e poi pronunciò una delle frasi che, nella storia dei Birilli Bevuti, avrebbero meritato di essere incise sulla pietra.

— Sì. Un gelato da almeno settecentomila lire.

A quel punto non c'era più molto da aggiungere.

La serata era cominciata con quattro ragazzi che cercavano un'occasione per incontrare qualche ragazza ed era finita con una Mini Cooper rossa dal valore sentimentale ormai compromesso e un'asta dello stop abbattuta.

Il conto, invece, era già sul tavolo e aveva la forma di una cifra che, a quell'età, sembrava appartenere più al bilancio di una multinazionale che a una serata adolescenziale.

Settecentomila lire.

Per un gelato poco dolce e molto salato.



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