venerdì 26 giugno 2026

L'ULTIMA NOTTE DEL COPISTA BENEDETTINO

La tanto temuta vigilia del secondo scritto dell'esame di maturità, quello di latino, era alla fine arrivata per Giffoni, Remfutti e compagnia con l'ineluttabilità di un temporale estivo dopo una giornata di calore estremo.

La prova d'italiano, svoltasi in mattinata, non aveva sciolto la tensione, perché si sa, in fondo era quella che preoccupava di meno: fantasia, intuizione e senso dell'improvvisazione non mancavano di certo ai "nostri eroi" ed il tema di attualità era stato un porto sicuro, lontano dai perigli delle tracce storiche o letterarie che invece richiedevano, oltre alla proprietà di linguaggio, una solida preparazione da apprendere con studio costante sui manuali e le antologie, oltre che con attenzione in classe durante tutto l'anno scolastico. Qualità che invece, queste sì, facevano difetto alla ciurma.

Giffoni e Brunelli junior avevano cercato di scacciare la tensione della vigilia andando di sera ad assistere alle partite notturne del famigerato torneo dei bar, dove giovani e soprattutto meno giovani se le davano di santa ragione per raggiungere la finale che metteva in palio addirittura una settimana di vacanze in Sardegna, tutto compreso, bevande incluse.

L'ora si era fatta tarda e Giffoni disse a Brunelli che se ne sarebbe andato a casa mentre l'altro, non raccogliendo l'invito, rimaneva estatico appoggiando il mento sulle transenne e con sguardo vitreo fissava l'orizzonte, senza dare il benché minimo riscontro al compare.

«Allora!? Che fai!? Ti muovi? Che succede?» Giffoni provò a scuoterlo da quello strano ed improbabile torpore.

«Non so un cazzo!! Non so un cazzo!! Domani non so un cazzo!!» fu la risposta scandita meccanicamente da Brunelli, senza distogliere lo sguardo spento dall'orizzonte, mentre in campo i giocatori correvano come trottole impazzite ed il pubblico intorno, rumoreggiando, seguiva con partecipazione l'andamento del match.

Giffoni rimase esterrefatto e poi replicò tra l'incredulo e il divertito: «È un po' tardi per farsene un problema, non ti pare? Forse era il caso di pensarci prima». Poi però, mosso a compassione vedendo che l'amico non reagiva, cercò di accendere una speranza: «Vabbè dai, hai visto che la commissione è bonaria, ci lascia portare le cartelle e passano raramente tra le fila dei banchi a controllare: metti il libro delle versioni di latino in cartella e quando sarà il momento, con la perizia che non ti manca, dai la sbirciatina».

Senza mutare atteggiamento, Brunelli jr diede una risposta che spegneva sul nascere ogni possibilità di far attecchire la fiammella della speme: «Non ho il libro delle versioni di latino!» per poi ritirarsi nel silenzio dell'imputato reo confesso davanti al giudice.

Giffoni, sempre più incredulo, lo incalzò: «Ma come cazzo non hai più il libro delle versioni di latino?! Ma sei fuori?? Ma come cazzo ti hanno ammesso all'esame??».

Brunelli, sentendosi attaccato, sebbene blandamente, si scosse dal torpore e avanzò una difesa che avrebbe fatto inorridire persino gli avvocati dei nazisti al processo di Norimberga: «Lo sai bene che durante l'anno con quell'anima bella di Garofano, il prof di latino, copiavo tutte le versioni da quella secchia di Malone come un amanuense benedettino. In quanto al libro, io e Tazio — Brunelli senior, a sua volta loro compagno di classe — all'inizio dell'anno, per risparmiare, abbiamo comprato un libro solo per ogni materia e alla fine, per gli esami, ce li siamo divisi. Tazio si è tenuto quello di latino e io ho preso quello di italiano. That's all, quindi domani... game over».

Poi rivolse di nuovo lo sguardo assente verso il campo di gioco.

«Complimenti per la scelta oculata, davvero!» Esplose in una risata Giffoni, ormai noncurante per l'impreparazione conclamata di Brunelli jr., ma divertito per la tardiva, drammatica presa di coscienza che il compagno stava evidenziando in tutta la sua apparente ineluttabilità.

Tutto sembrava segnato, un destino impossibile da dribblare come invece stava facendo con grande successo pochi metri più in là il vigile urbano chiamato Garrincha, che difendeva i colori del bar "Alle Valanghe" contro gli avversari del pubblico esercizio all'insegna "Tre Regine".

«Ma perché non l'hai chiesto a Collar? Tanto a lui non serviva più almeno per qualche mese!!» proclamò Giffoni, come fulminato sulla via di Damasco.

Brunelli mutò drasticamente espressione, assumendo questa volta le fattezze dell'estasi scolpita dal Bernini sul volto di Santa Teresa d'Avila nella celebre scultura conservata nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria in Roma: Collar, soprannominato Colla, il loro taciturno compagno dalle lontane origini ungheresi, era stato l'unico della classe a non essere stato ammesso alla maturità e di certo non avrebbe avuto ragioni per negare il prestito di quel libro che ora, per Brunelli, valeva più di tutte le sculture del Bernini.

«Andiamo subito da Colla!» esclamo Brunelli con il piglio del Generale Custer mentre incitava il settimo cavalleggeri alla carica verso un indifeso accampamento indiano.

«Cazzo! Ma è mezzanotte passata! Non puoi andare adesso a casa sua e rompere i coglioni... telefonagli domani mattina e poi, prima di andare all'esame, passi a prendere il libro...» fece notare prontamente Giffoni, cercando di arginare il compagno che già si era mosso in direzione dell'uscita con il fare di un carcerato che abbandona la cella dopo l'ultimo giorno di prigione.

«No! Ma sei coglione? E se Colla domani mattina va al mare? O chissà dove, visto che non ha un cazzo da fare?? Via via, corriamo subito!» Brunelli non volle sentire ragioni e così, nel giro di un quarto d'ora, i due si trovarono sotto casa di Collar a suonare il campanello.

Dopo un paio di minuti, per Brunelli lunghi come l'attesa dell'ultima campanella dell'ultimo anno nell'ultimo giorno di scuola, sull'uscio comparve in vestaglia da notte, assonnata, la madre di Collar. Prima che la donna potesse dire qualsiasi cosa, mentre Giffoni avrebbe voluto scomparire, Brunelli non esitò ad incalzarla: «Buonasera Signora, è questione di vita o di morte, c'è Samuele?».

«Oddio!? È successo qualcosa di grave?? Samuele è a dormire!» fu la risposta atterrita della madre di Collar.

Giffoni prese in mano, si fa per dire, la situazione e, anticipando la veemenza di Brunelli, informò la signora: «No signora, ci scusi tanto per i modi e l'ora, non è successo assolutamente nulla di grave a Samuele. Il fatto è che dobbiamo svegliarlo adesso perché Tito ha bisogno di chiedergli una cosa per l'esame di maturità di domani mattina».

La donna, di cui non si capiva se fosse più rasserenata dalle parole o scocciata per la situazione, disse solo: «Aspettate un attimo». Voltò le spalle ai due senza farli entrare in casa e si ritirò per svegliare il figlio che si stava godendo un immeritato riposo.

Dopo almeno cinque minuti di attesa, Collar fece la sua comparsa sulla soglia indossando un improbabile pigiama, con l'aria di chi stava dormendo per l'eternità: un occhio chiuso e l'altro semiaperto.

«Ciao Colla, ho assolutamente bisogno del tuo libro delle versioni di latino» la buttò lì Brunelli con l'atteggiamento di un sergente istruttore davanti ad un plotone di reclute appena arrivate in caserma.

«Ciao Tito, non avevo comprato il libro adottato dalla classe. Durante l'anno ho usato quello che mi aveva regalato mio cugino di Napoli, che aveva fatto la maturità qualche anno fa» fu la lapidaria risposta di Collar, tra uno sbadiglio e l'altro.

Brunelli rimase impietrito; l'incendio della speranza creato da quella visita nottetempo si era improvvisamente spento. La risposta aveva avuto l'effetto del getto d'acqua delle Niagara Falls su un fuoco da campeggio.

«Ah, scusa per la visita. Buonanotte» disse infine Brunelli, ricadendo di nuovo in uno stato di premorte.

«Ma no — insistette Giffoni — sarà pure un'altra e datata edizione, ma il latino resta sempre il latino, sarà pieno zeppo di versioni: tra questa e il nulla, prendi questo. Glielo presti, vero Colla?».

Collar, sempre più assonnato, scrollò le spalle, si ritirò all'interno e dopo pochi minuti tornò con il libro di latino che diede senza dire nulla a Brunelli.

«Grazie Colla, te lo riporto domani sera!» disse non molto convinto Brunelli.

«Sì, sì... basta che adesso mi lasciate dormire e andate tutti e due fuori dai coglioni». Collar troncò definitivamente quella visita, chiudendo senza troppi convenevoli la porta di casa.

Naturalmente il giorno dopo, a seguire l'apertura della busta ministeriale e la lettura della versione che annunciava un passo tra i più complicati degli Annales di Tacito, Brunelli jr. dovette sconsolatamente verificare che nulla di utile era contenuto nel libro "prestatogli" da Collar la sera prima e così, con aria di estrema rassegnazione, si mise a fissare il foglio bianco davanti a sé.

Fu la mano amica di un compagno ad incarnare il volere della Provvidenza. Quest'ultimo, accortosi della situazione, chiese di andare in bagno e, nel tragitto, fece scivolare furtivamente sul banco di Brunelli il testo svolto della versione. Errori ed omissioni inclusi, s'intende, ma fu sufficiente a Brunelli jr. per ottenere nell'insieme la votazione necessaria per conseguire la maturità classica; una promozione "meritata" se non altro per la bella calligrafia con cui copiò il testo, una scrittura che avrebbe fatto invidia anche al copista benedettino Venanzio da Otranto.

Con buona pace della lacunosa edizione napoletana di Lingua e Letteratura Latina, di Collar e del suo cugino partenopeo, Brunelli jr., appena uscito dall'aula d'esame, stremato dalle emozioni e dalla "fatica", diede alle fiamme quell'inutile tomo come un improvvisato druido celtico nel cortile della scuola, tra le risate e i lazzi di Giffoni, Remfutti e compagnia.



mercoledì 3 giugno 2026

GRAZIE

Con la fine della stagione, è arrivato anche per me il momento di fare un bilancio e, soprattutto, una scelta importante, difficile e sofferta
. Dalla prossima stagione non sarò più il Responsabile della Comunicazione della UEB Cividale.

Per me la UEB non è mai stata solo un incarico, ma un pezzo di cuore. Ho avuto il privilegio straordinario di vivere e raccontare questa realtà in ogni sua singola metamorfosi: prima da free-lance, poi come inviato di una rivista online, in seguito come collaboratore dell'ufficio stampa e, infine, con l'onore di rappresentarlo come Responsabile.

Ricordo ancora i primi tempi: le partite nel silenzio surreale delle restrizioni Covid, dove eravamo in pochissimi dentro al palazzetto e ancor meno a crederci fuori. Da lì è iniziato un viaggio incredibile, che mi ha portato a raccontare in diretta, passo dopo passo, i grandi successi colti contro tutti e in tutta Italia, mentre attorno nasceva e cresceva non solo una squadra, ma una vera e propria comunità unita da una passione travolgente. Essere una voce e una penna di questo percorso è stato un orgoglio indescrivibile, legato alla possibilità di contribuire nel far conoscere al meglio la Città che amo, Cividale.

Un grazie immenso va a tutti i lettori, a chi ha seguito i miei racconti, le cronache e le parole di questi anni: siete stati voi a dare un senso profondo a questo lavoro, facendomi sentire parte di qualcosa di grande.

La Serie A2, però, è un mondo tanto bello quanto esigente. Oggi questo ruolo richiede una presenza costante, h24, accanto alla squadra, ai media e alla dirigenza. Un livello di tempo ed energie che, a causa dei miei attuali impegni professionali, non riesco più a garantire come vorrei e come la UEB merita. Fare un passo indietro è un atto di rispetto verso il club, affinché questa crescita possa contare su forze fresche.

Ci tengo a ringraziare di cuore il presidente Davide Micalich, tutta la dirigenza e lo staff per la fiducia e la stima che non mi hanno mai fatto mancare. Un grazie enorme va anche ai ragazzi del team comunicazione: è stato un viaggio intenso e bellissimo.

Non è un addio. Se sarà utile, continuerò con "la penna" a dare una mano a bordo campo o dietro le quinte. In ogni caso, 

grazie di tutto, Eagles! 💙💛

venerdì 22 maggio 2026

FIORE DI CACTUS

Il tavolino d’angolo sul terrazzo del bar era investito dal vento freddo della sera, lassù al quarantesimo piano di un grattacielo della City. Attraverso le grandi vetrate perimetrali, i fari delle auto giù a Bishopgate sembravano una scia di formiche luminose. Sul tavolo di metallo poggiavano due bicchieri di whisky quasi intatti. Erano passati cinque anni dall'ultima volta che si erano visti.

Avevano passato più di un'ora a ridere e a raccontarsi le vecchie storie di quando erano stati compagni di stanza all'Università, poi le loro strade si erano divise.

Improvvisamente Jason, si fece cupo e cambiò registro tenendosi la testa tra le mani, con lo sguardo fisso sul ghiaccio che si scioglieva lentamente nel bicchiere.

«Non ce la faccio più, Eddy», si sfogò Jason, e la voce gli tremava di una frustrazione accumulata per mesi. «Questo distretto, questo ambiente... è un deserto emotivo. Nei piani alti non c'è un briciolo di empatia, solo cinismo, calcolo e indifferenza per sopravvivere ai target. Io ci provo, giuro. Ci metto tutto l'impegno possibile per coabitare con loro, per trovare un punto d'incontro nel team, ma mi sento un estraneo. Un pesce fuor d'acqua. Più cerco di aprirmi e di essere me stesso, più a fine giornata mi sento prosciugato, ferito».

Eddy lo ascoltò in silenzio, poi appoggiò la schiena alla sedia di design e lo fissò con una serietà spietata, mentre lo skyline di Londra brillava alle sue spalle.

«La tua strategia non ti porterà da nessuna parte, Jason. Te lo dico da amico: una rosa nel deserto muore. Punto. Non ha le strutture adatte per farcela. Se vuoi vivere nel deserto, non puoi continuare a combatterlo sperando che piova. Devi fare come i cactus».

Jason sollevò la testa, confuso. «Come i cactus?»

«Tre anni fa sono stato in Messico, nel deserto di Sonora», continuò Eddy, stringendo gli occhi al ricordo. «Ho viaggiato con un biologo e mi sono fermato a osservare quei giganti verdi, alti metri e metri, che dominano il nulla. Gli ho chiesto come facessero a restare vivi, verdi e fieri per più di centocinquant'anni in quell'inferno di fuoco e lui mi ha spiegato che la loro non è fortuna, è un'ingegneria spietata. Mi ha spiegato come funzionano, e ora ho pensato a te».

Eddy si sporse sul tavolo, indicando la piccola pianta grassa decorativa inserita nel centrotavola minimalista del locale. 

«Il biologo mi disse che quei giganti rivestono il fusto con uno strato di cera spessa. Serve a sigillarli, a impedire all'aria secca di risucchiare l'umidità interna. L'uomo cactus fa lo stesso, Jason: smette di essere trasparente: alza una barriera di assoluto distacco, è cortese, fa il suo dovere nei meeting, ma non mostra mai le sue crepe. Diventa impermeabile».

Jason porto il bicchiere a sè e degluttì un lungo sorso, mentre Eddy continuò l'esposizione in modo quasi accademico.

«Poi i cactus sono cosparsi di spine, che però non servono per attaccare. In origine erano foglie, parti morbide pensate per scambiare linfa. Nel corso dei millenni la pianta le ha sacrificate: le ha rimpicciolite e indurite fino a farle diventare aghi. Perché? Perché migliaia di spine creano una micro-zona di ombra riflessa che rinfresca la pelle della pianta. Chi vive come un cactus trasforma i suoi vecchi slanci affettivi in un'ironia glaciale o in silenzi taglienti nei corridoi della banca. Non lo fa per cattiveria, ma per tenere gli altri alla distanza necessaria a non farsi bruciare».

Jason emise un mezzo sorriso: "Mi stai aprendo un mondo: ogni mattina pensavo di andare a lavorare tra quattro mura mentre scopro di vivere nel Sonora Desert." 

Eddy sorrise a sua volta e bevve pure lui un altro sorso di whisky prima di riprendere la spiegazione che aveva acceso l'attenzione di Jason.
«Infine c'è la cosa più incredibile, la fotosintesi CAM: per non evaporare, i cactus tengono i loro pori – gli stomi – sbarrati per tutto il giorno, sotto il sole verticale. Non transpirano, non si lamentano. Respirano solo di notte, nel silenzio, quando il deserto si raffredda e nessuno può rubare il loro fiato. L'uomo cactus nella City indossa una maschera di assoluta immobilità relazionale dalle nove alle cinque. Torna a essere umano, a lottare con ciò che prova, solo nel privato del suo appartamento, quando il mondo sonnecchia».

Eddy ora tacque. Le sue parole erano rimaste sospese nell'aria, pesanti come pietre, mentre il rumore sordo della metropoli saliva da sotto. Jason lo fissava, paralizzato dalla precisione millimetrica di quell'analogia. Sentiva il proprio slancio vitale – quella parte di sé che ancora resisteva e si rifiutava di arrendersi alla sterilità del mondo aziendale – fare a pugni con la spaventosa logica della sopravvivenza.

Eddy si accostò ancora di più, inchiodandolo con lo sguardo.

«Quindi ti chiedo, Jason: vuoi diventare così? Pensi davvero di potercela fare, tu che hai sempre vissuto di passioni? Ma soprattutto... pensi che sia giusto che tu lo faccia?»

Jason non rispose subito. I suoi occhi rimasero fissi sulla piantina sul tavolo, persi nella vertigine di un bivio senza uscita.

Eddy lo guardò per qualche secondo, poi lasciò andare un mezzo sorriso ironico, scuotendo la testa. Buttò giù l'ultimo sorso del suo whisky e si strinse nelle spalle.

«Certo che la vita è magnifica, eh? È perfetta solo nelle sue imperfezioni: o muori disidratato come una rosa o ti salvi diventando un pezzo di legno pieno di spilli a quarant'anni. Un capolavoro di design, non c'è che dire».

A quel punto Jason sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi stanchi passò un barlume leggero, una sfumatura quasi impercettibile di dolcezza. Accennò un sorriso sbiadito e guardò l'amico.

«Ma ho sentito dire che anche i cactus fanno fiori bellissimi... sarà vero?»

Eddy non replicò subito, sorpreso da quella svolta; poi allargò le braccia e concluse, con espressione a metà tra lo sconforto e il divertito.

 «No way! Continuiamo così, facciamoci del male!»

Intanto, intorno a loro, le luci di Londra continuavano a brillare fredde nel buio, incuranti di ogni dubbio o sofferenza esistenziale, mentre il vento della sera ricominciava a soffiare forte tra i tavoli del rooftop, disperdendo le ultime parole nell'aria. 

lunedì 4 maggio 2026

QUESTIONE DI RISPETTO

Che Josip Broz Tito, morto a Lubiana il 4 maggio di ventisei anni fa, sia stato un protagonista di primo piano nella lotta di liberazione europea contro il nazifascismo, e che la bandiera dell’ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia rappresenti ancora oggi in Slovenia — e non solo — un simbolo di vittoria contro l’oppressore italo-tedesco, è un dato di fatto.

Oltre che una verità storica.

Fu inoltre sotto la guida di Tito che la nazione slovena venne riconosciuta per la prima volta in modo stabile come entità statale autonoma, seppur all’interno della federazione jugoslava, con un proprio parlamento e un proprio governo, dando forma concreta a un’aspirazione che affondava le sue radici nel tempo.

Non deve quindi stupire se, dopo la dissoluzione della Jugoslavia e la nascita della Slovenia indipendente, il richiamo a quella stagione non sia scomparso:  per molti, infatti, la memoria della lotta di liberazione 1941-45 continua a rappresentare uno dei pilastri della narrazione nazionale.

Chi percorre oggi la Slovenia — da Murska Sobota a Nova Gorica, da Novo Mesto a Maribor — incontra ovunque monumenti, lapidi, nomi di vie che raccontano quella stagione, spesso segnati dalla stella rossa e accompagnati da lunghi elenchi di caduti locali. Un paesaggio della memoria che ha una sua coerenza, e che difficilmente può essere compreso fino in fondo da chi non ne condivide la storia.

Del resto, sarebbe singolare se un visitatore austro-tedesco si stupisse, attraversando l’Italia, della presenza diffusa di richiami al Risorgimento o alla Grande Guerra, con vie e piazze dedicate a Giuseppe Mazzini, Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Armando Diaz o addirittura Luigi Cadorna.

E tuttavia fermarsi a questa constatazione significa, ancora una volta, raccontare solo una parte della storia.

Perché Josip Broz Tito non è stato soltanto il capo di una resistenza vittoriosa, ma anche il fondatore di uno Stato a partito unico, nel quale il dissenso non trovava spazio e nel quale la costruzione dell’unità nazionale passò anche attraverso repressioni, epurazioni e violenze efferrate mai chiarite del tutto.

E se per molti la bandiera jugoslava resta il simbolo di una liberazione, per altri — italiani, ma anche sloveni e croati — essa richiama invece una stagione di esodo, paura, violenze e silenzio. Una stagione in cui essere dalla parte sbagliata, o semplicemente non allineati, poteva significare (e per tanti ha significato) perdere tutto.

Un altro dato di fatto.

È in questa ambivalenza che si misura la distanza tra memoria e storia.

Liquidare tutto con un “Vae victis” — magari implicito — non aiuta. Non riconcilia. Al contrario, rischia di riaprire ferite che, a ottant’anni di distanza, non si sono mai del tutto rimarginate.

Per questo, quanto accaduto il primo maggio 2026 a Trieste non può essere archiviato come un episodio folkloristico o una semplice manifestazione identitaria. Per molti, quella bandiera esposta in Piazza Unità non è stata un simbolo neutro, ma un segno divisivo, capace di evocare una memoria dolorosa e ferite profonde.

Così come lo è mantenere ancora nel 2026 ben in vista sopra le alture che dominano Gorizia e Nova Gorica, la scritta TITO a caratteri cubitali.

E forse il punto non è stabilire chi abbia il diritto di esporre un simbolo, ma chiedersi se sia opportuno farlo proprio lì, proprio in quel contesto.

Italia, Slovenia e Croazia condividono oggi un orizzonte comune all’interno dell’Unione Europea, fondata su principi di rispetto reciproco che dovrebbero essere patrimonio di tutti. Un orizzonte che non cancella il passato, ma che chiede — proprio per questo — una responsabilità in più nel modo in cui lo si richiama.

L’Italia, uscita sconfitta dalla guerra e responsabile di politiche aggressive, bene o male ha intrapreso un percorso di revisione profonda, scegliendo la forma repubblicana e dotandosi di una Costituzione che ha posto al centro la tutela dei diritti fondamentali, bandendo il fascismo dal proprio orizzonte politico. E con il Trattato di Osimo ha definitivamente regolato una questione territoriale complessa sigillando perdite dolorose, senza compensazioni.

Se gli sloveni ritengono Tito una figura meritoria della loro storia nazionale, è una valutazione che spetta a loro.

Ma proprio per questo, se davvero esiste la volontà di coltivare rapporti sinceri di buon vicinato, sarebbe auspicabile una maggiore attenzione e di rispetto per le ferite che che quel nome e quei simboli evocano al di qua del confine del 1947.

Altrimenti, più che ricordare, continuiamo semplicemente a dividerci.

E qui, più che altrove, non ce lo possiamo più permettere, perché la storia, da queste parti, non è mai solo storia, é ancora, inevitabilmente, memoria viva.


giovedì 30 aprile 2026

MI RITORNI IN MENTE: UDINESE-TORINO

L'aria di tanti derby infuocati disputati all'ombra della mole e che spesso valevano lo scudetto, probabilmente diede un ulteriore motivazione a Franco Causio, quando l'undici ottobre 1981 il Torino scese sul terreno del Friuli per la quinta giornata del massimo campionato, stagione 1981/82. 

Il clima era già quello dell'ultima spiaggia, con i padroni di casa solitari ultimi in classifica con un solo punto e reduci da tre sconfitte consecutive contro dirette avversarie nella lotta per la salvezza: Ascoli (0-3), Avellino (1-2) e Cesena (1-2), mentre i granata erano partiti di slancio grazie a due vittorie consecutive, una sconfitta ed un pareggio. 

Lo sconcerto serpeggiava nella tifoseria friulana che si aspettava ben altro avvio di torneo, dopo il brillante precampionato e gli importanti rinforzi giunti a Udine durante il mercato estivo, tra cui il big Franco Causio dalla Juventus e il bomber interista Carletto Muraro e in molti già chiedevano la testa dell'allenatore Enzo Ferrari, protagonista della miracolosa salvezza nella stagione precedente. 

Inoltre, gran parte della stampa sportiva nazionale, riteneva il Barone ben avviato sul viale del tramonto, dopo aver perso il posto in nazionale a favore di Bruno Conti ed essere stato scavalcato da Marocchino nelle preferenze del Trap nell'undici titolare di Madama. Fu un abbaglio clamoroso da parti di chi non aveva tenuto in debito conto dell'orgoglio, dell'integrità fisica e della classe purissima di Causio, che disputò una stagione straordinaria guidando l'Udinese alla salvezza con tre giornate d'anticipo dalla chiusura del campionato, vinse il Guerin d'Oro come miglior giocatore del campionato e si riguadagnò la fiducia di Enzo Bearzot che lo convocò nei 22 che poi vinsero il mondiale di Spagna, quello più bello della storia sportiva nazionale. 

Ma torniamo a quel grigio pomeriggio d'autunno sul terreno del Friuli: la squadra bianconera, consapevole della necessità di raccogliere i due punti ed invertire la rotta, giocò una partita "garibaldina", schiacciando i granata nella loro metà campo per due terzi di gara e dove il Barone fece il bello e il cattivo tempo: calciò la punizione per la testa di Cesarone "Armaron" Cattaneo che valse il vantaggio sul finire del primo tempo, fece ammattire ininterrottamente il suo marcatore Salvadori con tutto il suo repertorio di dribbling, finte assassine e cambi di ritmo, raccolse un retropassaggio di Dossena e s'involò verso la porta torinista, freddando Terraneo in uscita con un sopraffino tocco di esterno destro a incrociare il pallone a filo d'erba nell'angolino opposto per il 2-0 ad inizio ripresa e siglando così il suo primo centro in maglia udinese. 

I bianconeri rallentarono il ritmo e vennero subito colpiti da un gol del neo-entrato Bonesso che per un attimo parve rimettere in discussione l'andamento del match: fu solo un lampo, perché l'Udinese riprese a macinare gioco e a 10 minuti dalla fine chiuse la pratica con un'inzuccata in tuffo di Carletto Muraro, anch'egli alla prima marcatura con i colori friulani. 

Un'altra rete di Bonesso allo scadere servì solo per le statistiche e ad accorciare le distanze, fissando il risultato sul 3-2 finale per l’Udinese e rendere meno amaro il secondo ritorno a Udine da avversario di Massimo Giacomini, l'indimenticato tecnico artefice del salto triplo dalla C alla A delle zebrette friulane dopo 17 anni di purgatorio. Anche questa volta sonoramente fischiato, dopo il precedente di due anni prima quando l'allenatore udinese purosangue sedeva sulla panchina del Milan: il popolo bianconero, brillando per ingratitudine, non gli aveva perdonato aver abbandonato dopo aver raggiunto la promozione in serie A la panchina friulana per quella milanista. 

Udine, stadio Friuli, domenica 11 ottobre 1981, ore 15,00 

UDINESE - TORINO 3-2 

Marcatori: Cattaneo 35', Causio 52', Bonesso 65', Muraro 77', Bonesso 87' 

UDINESE: Della Corna, Gerolin, Tesser, Papais (85' Pancheri), Cattaneo, Orlando, Causio (cap.) (80' De Giorgis), Pin, Miano, Orazi, Muraro. Allenatore: Enzo Ferrari 

TORINO: Terraneo, Danova, Salvadori (71' Ermini), Van de Korput, Giacomo Ferri, Beruatto, Bertoneri, Zaccarelli, Sclosa (55' Bonesso), Dossena, Pulici (cap.). Allenatore: Massimo Giacomini 

Arbitro: Maurizio Mattei della Sezione di Macerata 

Spettatori: 25 mila circa.

lunedì 27 aprile 2026

PABLITO E IL NEGUS

La vittoria degli azzurri nella semifinale del Mundial '82 contro la Polonia sul terreno del Camp Nou di Barcellona è sicuramente la sfida meno celebrata di tutta la cavalcata vincente dei ragazzi di Bearzot.
I motivi sono tanti, a partire dal blasone dell'avversario non è certo quello dell'Argentina campione in carica di Maradona, del Brasile stellare di Zico e compagnia e neppure della Germania Ovest, campione d'Europa in carica. Si consideri poi la dinamica con cui si è sviluppato il match: vantaggio sollecito conseguito allo scoccare della metà del primo tempo, raddoppio ad un quarto d'ora dalla fine e controllo sicuro della gara, mica la resistenza ai furiosi attacchi dei brasiliani con il punteggio continuamente in bilico e neppure la battaglia senza esclusione di colpi con i gauchos o il pathos di una finale mondiale con un rigore sbagliato sullo 0-0. Poi la cornice: un Camp Nou che presentava ampi spazi vuoti, ben lontano dalla "bombonera" del Sarrià stracolmo delle partite contro i sudamericani e chiaramente senza il contorno del Santiago Bernabeu esaurito nell'atto conclusivo. E ancora: non c'era più nessun effetto sorpresa, come l'aria che si respirava alla vigilia delle sfide con Argentina e Brasile, dove partivamo come perdenti sicuri e neppure l'elettrica imprevedibilità e gli scongiuri prima di qualsiasi finale, figuriamoci una da disputare contro la Germania.

Eppure, Enzo Bearzot ogni volta che si parlava di Mundial, non smetteva mai di ricordare che per lui la partita più di difficile da preparare e la più temuta fu proprio quella contro i polacchi, anche se privi della loro stella Boniek, squalificato come il nostro Gentile.

"Tutti ci davano per favoriti, c'era un clima di festa generalizzato, mentre in realtà avevamo speso tantissime energie psico-fisiche con il Brasile. Avevamo appena battuto gli Dei, come potevo convincere i miei ragazzi a rimanere mortali per affrontare un avversario tosto che, proprio in virtù dello scarso blasone, non accendeva le motivazioni per andare oltre i nostri limiti? Come potevo dissuaderli dal sentirsi già in finale, dimenticandosi di giocare la semifinale?" 

Anche Giffoni, Remfutti e soci si accodavano al mainstream che vedeva l'Italia di Pablito, se non addirittura già campione del mondo, almeno sicura finalista e prepararono nella mattinata che precedeva la partita addirittura una bara biancorossa in cartone, con la scritta "POLOSKA" sotto un eloquente croce.

Vani furono i tentativi di Giffoni per far modificare la scritta, che conteneva un errore linguistico che però sembrava evidente solo a lui. "Che cazzo vuoi? Che Cazzo sai tu? Adesso parli anche il polacco?" fu la risposta tranchant dell'autore del manufatto, di cui è pietoso tacere il nome.

Così, verso le 19,30 della sera, al termine della gara più "facile" della corsa azzurra verso la gloria, decisa da altri due gol di Pablito "Manolete", la bara della POLOSKA faceva bella mostra nella centralissima piazza Paolo Diacono, issata da Costumelli e Caldarrosta tra il tripudio di tutta la compagnia, accanto alla statua di Pallade Athena che domina la fontana de "i quattro leoni". 

Terminata la baldoria, rientrando a casa ben oltre l'orario della cena, Giffoni fu pesantemente rimproverato dal nonno: ma non per il ritardo, a cui invece era preparato.

"Nel 1936 i giovinastri come te avevano costruito e buttato dal ponte del diavolo un Fantoccio che rappresentava il Negus! Qualche anno dopo il Negus e gli inglesi ci hanno mandati a casa a calci in culo!"

Lì per lì Giffoni non riusciva a capire il perchè di tanto livore da parte del nonno, benchè sapesse che Sior Toni era assurdamente - ai suoi occhi - contrario ad ogni forma di esaltazione del calcio e dello sport professionistico in genere.

Fu suo padre a spiegarglielo: aveva visto il sabba di Giffoni e compari attorno alla bara della "Poloska" e questo lo aveva riportato indietro nel tempo, quando all'apice della popolarità del regime fascista, nel 1936, alla proclamazione dell'Impero da parte del Duce a seguito della vittoriosa campagna di Etiopia, un gruppo di studenti invasati dalla retorica di regime avevano prima fabbricato e poi gettato nel Natisone dal Ponte del Diavolo, un fantoccio che raffigurava l'imperatore etiope Hailè Sellasiè.

Il Negus, appunto.

Il racconto del padre fu praticamente ininfluente: domenica 11 luglio Giffoni e soci in processione  portarono a spalle nelle vie del centro cittadino una bara in legno avvolta da una bandiera tedesca.

Evitando questa volta solo di aggiungere altri strafalcioni linguistici.

Passarono gli anni, come passano sempre, senza chiedere permesso e arrivò un altro mondiale.

Arrivò Messico '86, arrivò il caldo, arrivò la Francia di Le Roi Michel Platini. Non c’erano più bare né processioni, ma solo tanti "Galletti" per spedirci a casa a pedate. Senza appello.

Per la gioia del Nonno, le cui notti non furono turbate dagli schiamazzi del restante 99% della popolazione italica.

E per qualcosa d’altro, rimasto in fondo al Natisone, in attesa, da 50 anni. 

 

lunedì 13 aprile 2026

DIE V MENSIS IULII MCMLXXXII

Erano le tre del pomeriggio di quel lunedì di inizio luglio destinato a segnare la vita di milioni di persone in Italia e in Brasile.

Loro ancora non lo sapevano, non osavano neppure sperarlo. Era sinceramente troppo. 

Per due ragazzini cresciuti a pane, marachelle e pallone non poteva esistere evento più atteso del mondiale di calcio; dalla fine delle lezioni i primi di giugno tutta l'attenzione era rivolta verso la Spagna, dove l'Italia di Bearzot, dopo aver annaspato nel girone eliminatorio di Vigo con tre miseri pareggi, nel secondo turno a Barcellona aveva battuto nientemeno che l'Argentina campione del mondo in carica dell'astro mondiale nascente Diego Armando Maradona.

Quel successo in tutta Italia era stato percepito come un vero e proprio miracolo, visto il deludente comportamento degli azzurri e le terrificanti bordate che tutta la stampa sparava a ripetizione verso la nazionale ed in particolare verso il commissario tecnico, tacciato di autolesionistica cocciutaggine per voler insistere sul centravanti Paolo Rossi.

Il "Nino de Oro", che Giffoni e Remfutti ricordavano per averli fatti sognare quattro anni prima, era diventato un impresentabile "Nino de Piombo", incapace di tenere un pallone e rendersi pericoloso; non sembrava neanche un lontano parente di quello apparso in Argentina, a Mar del Plata, quando avevano per la prima volta scoperto con consapevolezza l'importanza del mondiale di calcio, l'aria elettrizzante che si respirava durante quel mese e la capacità di quell'evento di mettere tutte le famiglie davanti alla tv e poi nelle piazze, quando giocava e vinceva la nazionale.

Un clima di passione e festa collettiva che non aveva pari.

L'avversario che attendeva i miracolati azzurri alle ore 17,15 al Sarrià di Barcellona era il Brasile di Zico, Falcao, Socretes, Cerezo, Junior ecc... ecc..., la squadra che fino a quel pomeriggio aveva vinto tutte le partite, strapazzato tutti gli avversari, 13 gol fatti e 3 subiti in 4 incontri e destinata per tutta la stampa mondiale a diventare inevitabilmente campione del mondo.

Non poteva esserci spazio per un secondo miracolo. Era assurdo solo sperarlo, prima che pensarlo.   

     Giffoni e Remfutti, sedicenni, cercavano di accelerare lo scorrere del tempo che quel pomeriggio pareva immobile, vagando senza meta nelle campagne circostanti alla cittadina con le loro due biciclette scassate quanto bastava per non cadere ancora a pezzi.

Ai loro genitori - rectius la mamma, perchè il papà era sempre al lavoro -  come al solito non avevano detto nulla dei loro programmi pomeridiani uscendo dalle rispettive abitazioni, se non un generico "torno a casa dopo la partita".

L'appuntamento era a casa di Romano alle 17:00, giusto in tempo per ascoltare in piedi gli inni nazionali prima di assistere in trincea, assieme a suo padre e al loro compare Leonardo, a quello che si prospettava come una sorta di "Massacro di Fort Apache" per la difesa azzurra, guidata dall'estremo difensore ultraquarantenne Dino Zoff che la stampa nazionale avrebbe voluto mandare all'ospizio già quattro anni prima per i gol incassati a Buenos Aires contro l'Olanda e lo stesso Brasile.

Giffoni aveva deciso di unirsi al gruppo per scaramanzia: aveva visto in bianco e nero  il primo tempo di Italia-Argentina, da solo, a casa sua e dopo l'intervallo, con le squadre sullo 0-0 si era autoinvitato e piombato a casa di Romano per condividere, a colori, insieme agli amici il pathos di quella partita, che pariva più una corrida che un incontro di calcio. Il 2-1 finale gli aveva procurato l'invito per il successivo e previsto ultimo match del mondiale contro i favoritissimi verdeoro.

I discorsi tra Giffoni e Remfutti, pedalando nervosamente tra i tratturi di campagna, nella calura di luglio, spostando lo sguardo ripetutamente sulle lancette dell'orologio che parevano immobili, non potevano che essere rivolti alla partita, a come gli azzurri avrebbero potuto battere il Brasile.

E naturalmente nessun ragionamento logico riusciva a rinfocolare un po' di speranza, anche perchè non sarebbe stato sufficiente non prendere gol - cosa già di per sè al limite del fantastico - ma bisognava solo vincere per passare il turno, il pari sarebbe stato inutile. 

"Ma perchè siamo nati in Italia invece che in Brasile??!!" Domandò retoricamente a bruciapelo Remfutti a Giffoni quando i due erano arrivati al capolinea delle loro elucubrazioni. "Saremmo così forti che vedremmo vincere i mondiali di calcio e potremmo far festa come al Carnevale di Rio chissà quante altre volte!" "Hai ragione - replicò sconsalato Giffoni - invece da italiani non riusciremo mai a vincere un mondiale. Che destino infelice."

Tutto questo può sembrare un'esagerazione letteraria, oggi che tutti sanno come andò a finire quell'Italia-Brasile con la tripletta di Rossi, la parata di Zoff sulla linea al 90' e poi il trionfo di Madrid e il rientro in Italia della squadra sull'aereo presidenziale con la coppa del mondo in bella mostra mentre Zoff, Causio, Bearzot e il presidente Pertini giocano a scopone.

Dopo si è pure scritto che quel Brasile in realtà non fosse così forte, avendo una pippa in difesa, un centravanti che non segnava neanche se la porta fosse stata larga e alta il doppio e che giocavano in maniera scriteriata senza nessuna applicazione difensiva adeguata.

Ma alle 17,15 di quel lunedì 5 luglio un ipotetico sondaggio tra la vittoria dell'Italia e l'apparizione della Madonna a Regina Coeli, si sarebbe tradotto in un plebiscito per la manifestazione mariana, accompagnata da cherubini che cantavano in coro assieme ai galeotti.

Il gol di Paolo Rossi dopo 5 minuti nel salotto di casa Romano, venne accolto più da sorpresa per l'impronosticabilità dell'autore che da speranze circa l'esito finale, anche perchè neanche 10 minuti dopo, al 12' Zico aveva prima scherzato Gentile, poi servito un assist al bacio al Dottor Socrates che entrò in area sulla destra e quasi dalla linea di fondo mandò letteralmente con "il culo per terra" Zoff, facendo passare il pallone in rete tra il palo e l'estremo difensore azzurro. 

Ma invece dell'atteso crollo con conseguente goleada dei danzanti verdeoro, a metà del primo tempo fu ancora Rossi ad approfittare di un eccesso di sicurezza della difesa carioca e a siglare il 2-1 con un tiro da fuori area sull'uscita di Waldir Peres.

Si guardarono ancora più increduli che festanti e alla fine del primo tempo, in giardino fumando di nascosto delle sigarette come padri in attesa fuori dalla sala parto, furono assaliti dal desiderio di diventare testimoni e protagonisti, a loro modo, di un irripetibile e sensazionale miracolo sportivo.

Non ne erano consapevoli, ma stavano scoprendo quanto il calcio fosse in grado di far vivere in prima persona emozioni e sensazioni fortissime, facendo immedesimare gli spettatori nei giocatori a tal punto da portarli in un'altra dimensione, trascinandoli a sentire gli stessi moti interiori dei veri protagonisti sul campo e di altri milioni di persone assieme a loro.

Se l'attesa della partita era lentissima, i minuti del secondo tempo parevano dilatarsi quasi a diventare ore mentre i brasiliani attaccavano furiosamente la porta di Zoff e loro incominciavano piano piano a credere nell'impossibile.

Una tortura, una sofferenza indicibile... rotta solo dal 2-2 del divino Falcao a 22 minuti dalla fine.

Un silenzio funebre, un gelo artico s'imparonì del salotto. Nessuno fiatava. Nessuno osava dire nulla. Avevano familiarizzato troppo con l'idea che sarebbero tutti entrati nella storia per dirsi adesso: "Ma si, sapevamo che non poteva andare diversamente."

Qualche piccola recriminazione sul buco difensivo causato dalla finta di Falcao aveva iniziato a fare  timidamente capolino, quando San Pablito Rossi, in una mischia nell'area carioca causata dal primo e unico calcio d'angolo battuto dagli azzurri in tutta la gara, trafisse per la terza volta Waldir Peres.

Tutti saltarono in aria, indiavolati, urlando come se avessero segnato loro il gol del nuovo vantaggio, per poi guardare il cronometro e scoprire che mancava solo un quarto d'ora prima di entrare nella Storia.

Per Giffoni sarebbe stato troppo anche un minuto e non volendo sottoporsi alla ripresa dell'indicibile sofferenza che li avrebbe attesi sicuramente in quel quarto d'ora dal peso di un secolo, da trascorrere interamente sotto il fuoco di un assalto verdeoro che adesso sarebbe stato, oltre che totale, anche disperato.

Tra lo stupore degli amici, uscì in fretta dal salotto dicendo che sarebbe ritornato, sincronizzando l'orologio, solamente a partita finita.

Vani furono i tentativi di farlo desistere da quell'inutile gesto scaramantico.

Così fu.

E Giffoni iniziò il suo giro in bicicletta in una cittadina deserta, avvolta dalla calura, con la voce di Martellini che ogni tanto faceva capolino dalle finestre aperte e i rumori delle urla che parevano un'unica voce collettiva uscire dalle abitazioni.

Ad ogni urlo, un potente tuffo al cuore e così Giffoni optò per allontanarsi dal centro, pedalando in quegli stessi campi in cui qualche ora prima aveva rimpianto di non essere nato a Manaus o a Rio de Janeiro.

Finalmente l'orologio segnò l'ora del presunto fischio finale del Sig. Klein e così Giffoni girò il manubrio e, pedalando come un ossesso, si diresse di nuovo verso il centro città, in un tremendo frullato mentale di paura, ansia e speranza nel cercare di vedere intorno a lui qualche segno che gli desse conto che il finale era stato lieto.

Non ci fu bisogno di attendere molto: quando in lontananza comparve la sagoma inconfondibile de "Ai birilli bevuti" un gran numero di persone festanti usciva dalla porta principale come il getto d'acqua di un tubo esploso per troppa pressione.

E poi nell'aria il suono sempre più alto, incessante di clacson delle auto che pareva suonassero all'unisono come una grande orchestra diretta da Maestro invisibile.

Avevamo battuto il Brasile!!!!

Abbracci e baci tra amici, tra sconosciuti, tutti assieme nelle strade fino a tarda notte a far festa con bandiere tricolori che comparivano in ogni dove e qualcuna addirittura con lo stemma sabaudo.

Giffoni, Remfutti, Leonardo, Romano e compagnia cantante in sella alle loro vespe e motorini girarono a più riprese ogni angola della città e delle frazioni, avvolti in tricolori come mantelli, suonando e urlando tutta la loro gioia, a tratti anche scomposta ma sempre autentica.

Un sabba indimenticabile.

Gli Azzurri di Bearzot erano entrati nella Storia e loro con loro.

Adesso non c'era che da aspettare sei giorni per diventare campioni del mondo.

Giffoni e Remfutti poterono gioire per il destino che li aveva voluti italiani e non brasiliani.     

… e Giffoni potè scoprire dal telegiornale che, in quei 15 minuti di blackout autoimposto, l’arbitro, su segnalazione del guardalinee coreano, aveva annullato il quarto gol, regolarissimo, di Antognoni e San Dino aveva suggellato il miracolo con la storica parata salva tutto al novantesimo. 




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