lunedì 12 ottobre 2026

LORO GIOCAVANO IN CASA

Il Prater apparve a Giffoni e compagni come uno di quei luoghi nei quali la libertà sembra essere stata inventata apposta per consentire agli adolescenti di abusarne: dopo giornate trascorse fra palazzi imperiali, musei e spiegazioni storiche che si erano depositate nella memoria con la stessa efficacia delle comunicazioni ferroviarie, l'immensità del parco viennese offriva finalmente uno spazio nel quale non era necessario fingere interesse per le vicende degli Asburgo.

Il cielo era leggrmente velato, il prato si stendeva in una distesa verde e, in lontananza, lo stadio che sarebbe diventato celebre con il nome di Ernst Happel ricordava che Vienna non era soltanto la città di Mozart, delle carrozze e delle pasticcerie, ma anche un luogo nel quale il calcio aveva scritto alcune delle sue pagine più importanti.

Brunelli, Giffoni, Remfutti, Conte e Tauro non avevano bisogno di ulteriori sollecitazioni, bastò che comparisse un pallone perché il programma culturale della giornata perdesse ogni residua capacità di attrazione.

La partita nacque senza una decisione formale, come accadeva quando un gruppo di ragazzi disponeva di un pallone, di un prato e di una quantità di tempo che non sapeva come impiegare. Qualcuno cominciò a palleggiare, qualcun altro si unì e in pochi minuti si formò una squadra improvvisata, con le giacche buttate a terra a delimitare le porte e le linee del campo stabilite attraverso un accordo verbale che nessuno avrebbe saputo ricostruire al termine dell'incontro.

Gli avversari erano alcuni ragazzi austriaci che giocavano con una tranquillità sospetta e si scambiavano il pallone senza urlare, muovendosi negli spazi con una naturalezza che sembrava quasi una provocazione, senza manifestare alcuna particolare soggezione nei confronti dei nuovi, boriosi, arrivati che avevano chiesto di poter giocare assieme a loro.

Fu Brunelli a interpretare quella serenità come un segno di debolezza.

«Dai, facciamogli vedere come giocano i campioni del mondo.»

L'Italia aveva conquistato il titolo mondiale in Spagna meno di due anni prima. La vittoria di Bearzot, Rossi, Tardelli e degli altri azzurri aveva lasciato un'impronta profonda nell'immaginario collettivo, trasformando una squadra inizialmente guardata con diffidenza in un simbolo di riscatto nazionale e per Giffoni e compagni, quel trionfo era diventato una sorta di patente di superiorità, un titolo che poteva essere esibito in qualsiasi circostanza senza necessità di ulteriori verifiche.

Brunelli, in particolare, riteneva che la vittoria mondiale significasse che in ogni italiano erano incarnate le virtù di Scirea, Gentile e Cabrini e ciò li autorizzasse a considerarsi superiori in ogni confronto calcistico, tanto più  quelli disputati da adolescenti su un prato viennese con due giacche come pali.

Gli austriaci accettarono la sfida con un cenno del capo.

Non ci furono inni nazionali, strette di mano solenni o dichiarazioni alla stampa: il pallone venne semplicmente messo al centro e la partita cominciò.

Nei primi minuti l'entusiasmo italiano compensò almeno in parte le carenze tecniche. I ragazzi correvano molto, parlavano ancora di più e interpretavano ogni contrasto come un episodio decisivo nella storia dello sport europeo. Brunelli entrava duro, Tauro cercava di dare un minimo di ordine a una squadra che sembrava aver concepito la tattica come un ostacolo alla spontaneità, Conte si muoveva con prudenza e Remfutti cambiava posizione ogni volta che qualcuno gli chiedeva di occupare una zona precisa del campo.

Giffoni si era sistemato in avanti, convinto che le proprie qualità offensive potessero esprimersi meglio lontano dalle fatiche meno gratificanti della manovra. Aveva sviluppato una concezione del calcio nella quale la comprensione del gioco rappresentava un requisito almeno altrettanto importante della corsa e, di conseguenza, riteneva ragionevole riservarsi il diritto di intervenire nei momenti decisivi senza essere costretto a partecipare a tutte le fasi intermedie.

Gli austriaci, purtroppo, non sembravano condividere questa interpretazione.

Il primo gol arrivò al termine di un'azione semplice: un passaggio in profondità, un movimento rapido, un tiro preciso e il pallone finì tra le due giacche che delimitavano la porta italiana.

Per qualche secondo i friulani rimasero immobili, come se il risultato fosse stato comunicato in una lingua sconosciuta e poi iniziarono ad incolparsi a vicenda, rimpallandosi le responsabilità mentre gli austriaci non sembrarono interessati ad approfondire la questione: si limitarono a recuperare il pallone e a rimetterlo a centro campo.

La reazione italiana, tuttavia, fu migliore del previsto. Tauro recuperò una palla a centrocampo, si liberò di un avversario con una spallata e avanzò fino a trovare un varco. Il suo passaggio attraversò la difesa austriaca e raggiunse Giffoni, che si ritrovò davanti alla porta praticamente vuota.

Il gol fu semplice, quasi elementare: uno di quei gol che nella memoria di chi li segna assumono proporzioni epiche e nella realtà non richiedono altro che il piede giusto nel posto giusto.

Giffoni appoggiò il pallone in rete.

Uno a uno.

Per qualche istante il mondo tornò al proprio posto, Brunelli si batté una mano sul petto, Tauro ricevette congratulazioni come se avesse appena inventato il passaggio filtrante e Giffoni si concesse un'espressione di composta soddisfazione, quella di chi considera il gol una conseguenza logica di un'intuizione tattica maturata da tempo.

Remfutti si avvicinò al gruppo per sostenere che il merito fosse soprattutto suo, anche se nessuno riusciva a capire quale fosse stato il suo contributo.

«Ecco», disse Brunelli. «Adesso vediamo se hanno capito con chi hanno a che fare », mentre agitava il braccio in segno di sfida verso gli avversari.

Gli austriaci non risposero. Si limitarono ancora una volta a rimettere il pallone al centro.

Da quel momento la partita smise di essere una competizione e diventò una lezione, sebbene nessuno degli italiani fosse disposto a riconoscere di trovarsi in un'aula.

Gli avversari accelerarono appena, quanto bastava per rendere evidente la differenza: il pallone circolava da un piede all'altro con una precisione che non lasciava spazio alle iniziative individuali, mentre i friulani correvano dietro agli avversari come i personaggi di un inseguimento cinematografico girato con un budget insufficiente e una sceneggiatura ancora incompleta.

Ogni volta che un italiano tentava di recuperare il pallone, questo era già passato a un compagno e ogni volta che Brunelli provava a fermare un avversario con un intervento deciso, l'austriaco aveva già cambiato direzione, lasciandolo a riflettere sulla propria posizione nel sistema solare.

Il secondo gol arrivò al termine di un'azione rapida. Il terzo fu il risultato di una distrazione collettiva. Il quarto, quando Brunelli aveva ormai cominciato a discutere con chiunque gli capitasse a tiro, sembrò quasi una forma di cortesia: gli austriaci avrebbero potuto segnare con maggiore facilità, ma non avevano alcuna necessità di umiliare gli avversari oltre quanto il punteggio già consentisse.

Il quinto mise fine alle residue speranze italiane, se mai fossero ancora esistite.

Cinque a uno.

Giffoni guardò il campo, poi lo stadio in lontananza, quindi le proprie scarpe. Cercò di individuare il momento esatto in cui la partita aveva smesso di essere alla portata, ma la ricerca si rivelò complicata: a giudicare da quanto era accaduto, la partita non era mai stata alla loro portata.

Brunelli, invece, non aveva alcuna intenzione di arrendersi all'evidenza: per lui perdere era un fatto accettabile soltanto quando accompagnato da circostanze eccezionali, arbitraggi scandalosi o avversari che avessero commesso qualche irregolarità. Perdere perché gli altri giocavano meglio era un'eventualità che non aveva mai preso seriamente in considerazione.

Decise pertanto di correggere il risultato con i mezzi che ancora gli rimanevano.

Cominciò a entrare sulle caviglie degli austriaci con una determinazione che sarebbe stata ammirevole se applicata a un'attività meno autolesionistica. Non potendo recuperare il pallone, cercava di recuperare almeno la reputazione, colpendo gli avversari nei punti in cui la superiorità tecnica risultava meno utile a evitare un calcio.

"Facciamogliela vedere a questi crucchi di merda!"

Gli austriaci, fino a quel momento sportivi e indifferenti alle provocazioni, cominciarono a perdere la pazienza: uno si fermò davanti a Brunelli e gli disse qualcosa che nessuno dei friulani comprese, ma il tono non lasciava dubbi sul significato generale. Un altro si avvicinò con le mani sui fianchi proferendo uno "Scheiß Italiener" limpido anche per le loro approssimative conoscenze della lingua di Hans Krankl ed Herbert Prohaska. Tauro e Giffoni tentarono di intervenire per allontanare Brunelli, mentre Remfutti, che aveva passato buona parte della partita a evitare il pallone, si dichiarò improvvisamente disposto a difendere l'onore della squadra.

«Lasciatelo, lasciatelo che gli faccia vedere che non abbiamo paura», disse. «E se avessimo giocato sul serio…»

La situazione stava per precipitare , in lontananza, comparvero i professori. Camminavano lungo il viale con l'aria serena di chi ritiene che gli studenti stiano vivendo un'esperienza educativa e non abbia ancora ricevuto notizia del contrario.

Fu sufficiente.

I friulani abbandonarono il campo con una rapidità che, se avessero dimostrato la stessa efficacia durante la partita, avrebbe probabilmente modificato il risultato. Brunelli fu l'ultimo a lasciare il prato, continuando a protestare contro un avversario che non sembrava più interessato a inseguirlo. Giffoni recuperò la giacca, Tauro cercò di rimettere ordine nelle proprie cose e Conte si guardò alle spalle per assicurarsi che nessuno li stesse seguendo.

Remfutti, naturalmente, riuscì a trasformare anche la fuga in un'occasione per sostenere che, a ben vedere, non erano stati sconfitti.

«Una partita del genere non conta, loro giocavano in casa.»

Raggiunsero il gruppo dei compagni senza che nessuno chiedesse spiegazioni. I professori continuarono la visita, ignari di quanto fosse accaduto oppure, più probabilmente, convinti che fosse preferibile non approfondire. Il prato e quel cinque a uno avrebbero potuto insegnare qualcosa, se soltanto i protagonisti fossero stati disposti a imparare.

Brunelli, naturalmente, non ammise mai la sconfitta, Giffoni la considerò un caso interessante di sproporzione fra aspettative e risultati mentre Remfutti sostenne che, in fondo, gli austriaci non avevano dimostrato niente.

E così, al termine di quella giornata viennese, i "campioni del mondo" tornarono alla loro vita con la certezza di aver subito un torto che nessuno era ancora riuscito a individuare, un po' come gli azzurri di Bearzot nel calvario verso Mexico City dopo il trionfo di Madrid.


ZICO, FALCÃO O PLATINI?

La classe era partita per Vienna con un programma culturale sufficientemente ambizioso da soddisfare il collegio dei docenti e sufficientemente vago da consentire agli studenti di ignorarne buona parte senza sentirsi in colpa. Musei, palazzi imperiali, testimonianze della grandezza asburgica e qualche inevitabile incursione nella musica classica costituivano la cornice ufficiale di un viaggio che, per i ragazzi, aveva tutt'altra finalità: emanciparsi temporaneamente dalla famiglia, dormire fuori casa, fumare senza doversi rifugiare dietro la palestra o nascondersi nei bagni maleodoranti della scuola. 

Brunelli, Giffoni, Remfutti, Conte e Tauro avevano affrontato la partenza con l'eterogeneità d'intenti che caratterizza ogni comitiva scolastica, nella quale convivono, senza apparenti contraddizioni, il desiderio di avventura, la paura di annoiarsi, l'aspirazione alla trasgressione e la segreta speranza che qualcuno si assuma la responsabilità di organizzare tutto.

Brunelli, juventino militante e convinto che il mondo fosse sostanzialmente diviso fra chi riconosceva la superiorità della Juventus e chi non aveva ancora raggiunto un sufficiente livello di consapevolezza, si era portato dietro una quantità di certezze superiore a quella consentita dal bagaglio. Giffoni, già incline a trasformare qualsiasi circostanza in un'occasione di riflessione, aveva preparato il viaggio con una guida turistica e un taccuino, strumenti che gli avrebbero permesso di distinguersi dagli altri anche nell'eventualità, tutt'altro che remota, che nessuno gli chiedesse un'opinione. Remfutti non aveva preparato nulla, ma non ne sentiva la necessità: possedeva il talento naturale di chi riesce a intervenire in qualsiasi discussione senza sapere esattamente di cosa si stia parlando e, soprattutto, senza lasciarsi condizionare dall'eventuale scoperta di avere torto.

Il Park Hotel Schönbrunn li accolse con la compostezza di un albergo che non aveva evidentemente previsto di dover ospitare una delegazione di adolescenti friulani. Gli ambienti eleganti, i pavimenti lucidi, le poltrone profonde e il personale dall'espressione imperturbabile suggerivano un mondo nel quale ogni cosa aveva un posto preciso e ogni ospite era tenuto a comportarsi come se sapesse perché si trovasse lì.

I ragazzi entrarono trascinando le valigie, urtandosi, chiamandosi da una parte all'altra dell'atrio e commentando a voce alta qualsiasi particolare attirasse la loro attenzione. L'effetto complessivo era quello di una scolaresca che, dopo aver attraversato il confine geografico, non aveva ancora superato quello fra la civiltà e il cortile di casa.

Fu davanti alla reception che incontrarono i romani.

Erano una comitiva della stessa età, arrivata da qualche giorno, e occupavano una porzione dell'atrio con la disinvoltura di chi considera l'ambiente circostante una naturale estensione della propria personalità. Parlottavano in gruppo, si interrompevano, ridevano fragorosamente e gesticolavano con una tale abbondanza da far sembrare ogni frase una discussione parlamentare destinata a degenerare prima del voto.

Uno di loro, un ragazzo robusto con una giacca di jeans, si avvicinò ai friulani.

«Aò, regà, ma voi da do' venite?»

«Da Udine», rispose Giffoni, senza immaginare che una semplice indicazione geografica potesse diventare il casus belli di un conflitto internazionale.

Il romano si voltò verso un compagno e chiese urlando.

«UDDine? Ma do' cazzo sta' Uddine?»

L'altro si grattò la testa, consultando una geografia mentale nella quale Roma occupava una posizione centrale e il resto del mondo si disponeva secondo una gerarchia di prossimità, utilità e notorietà calcistica.

«A' sta sur confine, vicino alla Jugoslavia. Questi so' slavi.»

La risposta sarebbe potuta passare senza conseguenze, se non fosse intervenuto Brunelli, che aveva un rapporto con le provocazioni paragonabile a quello di un cane da guardia con il campanello: non riusciva a ignorarle, anche quando sarebbe stato più conveniente farlo.

«Che cazzo volete voi? Terroni bastardi!»

Giffoni si voltò di scatto. Per un istante gli sembrò di aver assistito a un fenomeno fisico inspiegabile: un ragazzo che fino a quel momento non aveva mostrato alcun interesse per la geografia aveva appena dichiarato guerra a una regione intera, senza che nessuno gli avesse chiesto di farlo.

I romani, però, non erano il genere di persone disposte a lasciar cadere una provocazione per salvaguardare il decoro di un albergo austriaco. Nel giro di pochi minuti si raccolsero attorno ai friulani, trasformando l'atrio nella curva sud dell'Olimpico e un ragazzo con una sciarpa giallorossa annodata sulla testa si fece largo tra i compagni, impugnando per il collo una bottiglia di birra vuota.

«A chi, aò, terroni bastardi? A chi l'hai detto?»

Brunelli fece un passo avanti. Tauro si irrigidì, Conte cominciò a valutare le distanze con l'attenzione di un uomo che vorrebbe trovarsi altrove ma non intende ammetterlo, mentre Giffoni cercava una soluzione diplomatica che non comportasse il coinvolgimento della polizia austriaca e, possibilmente, neppure quello dei professori.

Remfutti, dal canto suo, aveva finalmente trovato un argomento sul quale poteva esprimersi senza il rischio di essere interrogato. Sostenne dapprima che Brunelli avesse fatto bene a rispondere, poi insinuò che i romani avessero provocato per primi e, quando si accorse che i friulani erano in minoranza, cominciò a spiegare che forse era stato un errore insultarli.

«Comunque, se devo essere sincero, il problema è che voi reagite subito», disse a un romano che gli si era avvicinato minacciosamente.

«Ma come, prima ce insulti e poi ce dici che reagimo noi?»

«Io non ho insultato nessuno.»

«Aò, ma ce fai o ce sei?»

La discussione era ormai sul punto di trasformarsi in una rissa vera, quando una ragazza romana si staccò dal gruppo e si mise davanti al ragazzo con la bottiglia.

«Aò, ma che state a fa'? Ma siete scemi?»

Il tono non era quello di chi desiderasse partecipare alla contesa, ma di chi si fosse stancato di assistere a una rappresentazione talmente mediocre da non riuscire più a tollerarne la recita.

«Ma guardateve! Semo venuti a Vienna, mica a fa' la guera! Questi so' italiani come noi. So' venuti a vedesse i musei, i palazzi, quello che ve pare… e voi state qua a fa' i coatti perché uno viene da Udine e l'altro da Roma? Ma ve rendete conto de quanto siete ridicoli?»

Il ragazzo con la bottiglia tentò di intervenire, ma lei non gli lasciò il tempo.

«E poi che figura ce facciamo? Quelli ce guardeno e penseno che appena usciamo dall'Italia ce menamo pure tra de noi. Ma nun ve vergognate manco un po'?»

La forza del discorso non stava nella sua originalità, né nella particolare profondità delle argomentazioni: stava nel fatto che qualcuno, finalmente, aveva pronunciato ad alta voce l'ovvietà che tutti gli altri avevano accuratamente evitato: stavano rischiando di picchiarsi in un albergo viennese per una frase pronunciata da un ragazzo che non sapeva nemmeno perché l'avesse detta.

Giffoni, che aveva già cominciato a costruire mentalmente una riflessione sull'identità nazionale e sul modo di spiegare come le vicende dolorose del confine orientale rendevano particolarmente sgradevole la loro attribuzione etnica al mondo slavo, si accorse che la ragazza aveva risolto la questione con una semplicità che rendeva superflua qualsiasi citazione filosofica, sociologica o storica.

Remfutti, tuttavia, non era disposto a lasciare che la ragione avesse l'ultima parola senza tentare almeno un'ultima provocazione.

«Sì, però tecnicamente anche loro…»

La ragazza gli si voltò contro.

«Tu stai zitto, a bello. Che manco sai perché state a litiga'.»

Remfutti rimase interdetto. Non era abituato a essere escluso da una discussione, soprattutto quando non aveva ancora avuto il tempo di modificarne il corso e per qualche secondo cercò un'espressione che gli consentisse di conservare almeno l'apparenza della dignità, poi rinunciò e si limitò a guardare gli altri con un sorriso ambiguo, come se la propria espulsione dal dibattito fosse stata una scelta strategica.

Il ragazzo con la bottiglia abbassò il braccio mentre Brunelli si grattò la nuca, cercando una via d'uscita che non somigliasse troppo a una ritirata. Giffoni colse l'occasione.

«Vabbè, dai. Ha ragione. È una cazzata.»

Era una frase poco solenne, ma aveva il vantaggio di non richiedere ulteriori spiegazioni. Qualcuno rise, un altro propose di andare a bere qualcosa e la tensione cominciò a sciogliersi con la rapidità con cui si era formata. La bottiglia finì in un cestino, gli insulti lasciarono il posto alle battute e, prima che il personale dell'albergo potesse decidere se chiamare la direzione o direttamente le autorità, la rissa era stata sostituita da una conversazione.

La pace, come spesso accade fra gli adolescenti, trovò nel calcio un terreno più solido di qualsiasi appello alla fratellanza.

I romani erano euforici per la stagione della loro squadra e per la possibilità di conquistare la Coppa dei Campioni e ne parlavano con la convinzione di chi sente avvicinarsi un appuntamento con la storia e considera ogni scetticismo una forma di lesa maestà. Giffoni, che non aveva alcuna intenzione di lasciare ai nuovi amici il monopolio dell'entusiasmo, ricordò loro che l'Udinese di Zico aveva già battuto la Roma nella prima parte della stagione.

La conversazione si trasformò immediatamente in un confronto sulle rispettive squadre, sulle possibilità europee, sugli allenatori e sulle presunte ingiustizie arbitrali. Brunelli attese il momento opportuno per intervenire e ristabilire quella che considerava la gerarchia naturale del calcio italiano.

«Comunque, al di là di Udinese e Roma, la Juventus vi mangia tutti.»

I romani protestarono, Giffoni riprese a difendere l'Udinese, Brunelli rincarò la dose affermando che Zico e Falcao non erano degni neppure di portare la borsa a Le Roi Michel Platini con l'effetto di riaccendere gli animi, portandoli dritti dritti verso un altro principio di rissa.

Remfutti, anche lui juventino marcio, ma considerato che Brunelli non solo era rimasto isolato contro i romani ma si era alienato anche il supporto dei compagni non juventini, a modo suo cercò di far scendere la tensione.

«In effetti, la Juve è sopravvalutata. La Roma, invece, quest'anno può vincere tutto.»

«Ma fino a cinque minuti fa dicevi che la Roma non avrebbe combinato niente», gli fece notare Brunelli.

«Appunto. Cinque minuti fa. Il calcio cambia.»

La ragazza scosse la testa.

«Mamma mia, ma voi nun state bene. Ve siete appena riconciliati e già ricominciate?»

Nessuno le rispose. Non perché avesse torto, ma perché ormai la discussione era diventata un piacere in sé, un modo di misurare le distanze senza doverle necessariamente colmare. Si scambiarono indirizzi, promesse di rivedersi e qualche ultima battuta sulle rispettive squadre. Quando si salutarono, avevano ormai superato la diffidenza iniziale e scoperto che un'amicizia poteva nascere anche fra persone che continuavano a considerare stupide le opinioni calcistiche degli altri.

Il giorno della partenza, però, quella solidarietà appena conquistata fu sottoposta a una prova meno teorica.

I romani avevano ricevuto dalla direzione del Park Hotel Schönbrunn una fattura per danni di entità considerevole. La somma, a loro dire, era sproporzionata rispetto alle disponibilità economiche di una comitiva scolastica e rischiava di trasformare il rientro in patria in una lunga sequenza di telefonate, spiegazioni, rimproveri familiari e magari pure l'intervento del consolato italiano per sbloccare la situazione.

I dettagli emersero con una certa riluttanza, come accade quando chi racconta una storia sa benissimo che la propria versione dei fatti non è destinata a migliorare con l'aggiunta di particolari: alcune sedie e poltrone erano state private delle gambe, gli estintori dei corridoi erano stati utilizzati nelle camere come una sorta di spray antizanzare, con risultati che avevano trasformato gli ambienti in scenari compatibili più con un incidente industriale che con una vacanza scolastica. Altri episodi, riferiti in maniera confusa, lasciavano intendere che il personale dell'albergo avesse avuto ragioni più che sufficienti per perdere la propria proverbiale compostezza.

La direzione, evidentemente poco sensibile alla creatività adolescenziale, aveva presentato il conto.

I romani avevano pensato a una colletta e, considerando i rapporti ormai consolidati con i friulani, ritenevano che una richiesta di aiuto fosse non soltanto legittima, ma persino naturale.

«Aò, regà, nun è che ce date una mano? La cifra è grossa. Se mettemo tutti qualcosa, magari riusciamo a sistemà la faccenda.»

Giffoni ascoltò con attenzione. La richiesta possedeva una sua logica sentimentale, ma presentava alcune criticità sotto il profilo della responsabilità personale. I friulani non avevano danneggiato l'albergo, non avevano partecipato alle imprese notturne e non avevano alcuna ragione di assumersi una quota di un debito che non li riguardava.

Brunelli fu più rapido.

«No.»

Lo disse con la stessa fermezza con cui avrebbe respinto l'idea sulla validità del gol di Turone.

«Ma come, a Brunè? Dopo tutto quello che è successo?», protestò uno dei romani.

«Proprio perché è successo. Noi non c'entriamo niente: le sedie non le abbiamo rotte noi, gli estintori non li abbiamo usati noi e non abbiamo tolto le gambe alle poltrone.»

Giffoni cercò di rendere la risposta meno brutale, riconoscendo la difficoltà della situazione ma spiegando che la solidarietà non poteva trasformarsi nell'assunzione collettiva di responsabilità per fatti commessi da altri. Tauro annuì, Conte si dichiarò d'accordo e Brunelli mantenne la propria posizione con la serenità di chi non teme di perdere un'amicizia per una questione di principio, soprattutto quando il principio coincide con il risparmio.

Remfutti, che fino a quel momento aveva osservato la scena senza prendere posizione, decise di intervenire proprio quando la discussione sembrava conclusa.

«Comunque, secondo me, l'albergo esagera. Se uno rompe una sedia, perché deve pagare tutta la sedia? E poi, se le gambe le hanno tolte, magari le sedie erano già difettose.»

I romani lo fissarono.

«Aò, ma tu ce stai a prende per culo?»

«No, sto dicendo che bisogna valutare tutte le ipotesi.»

«E allora metti qualcosa.»

«Eh, no. Questo è un altro discorso.»

La trattativa si concluse senza ulteriori incidenti. I romani avrebbero dovuto affrontare il conto da soli, mentre i friulani avrebbero conservato il ricordo di un'amicizia nata in circostanze improbabili e conclusa, almeno per quella mattina, davanti a una richiesta di denaro.


venerdì 9 ottobre 2026

L'ALGORITMO STELLATO

L’aria nella privè de Il Fante di Picche – tre stelle Michelin e un’acustica da bunker blindato – odorava di riduzioni di struzzo, germogli fermentati e conti da capogiro.

Tutto procedeva liscio per la cena di bentornato di Gambero, rientrato dopo tre anni all'estero, finché il sommelier non osò versare il vino spiegando che l'etichetta era stata selezionata da un algoritmo di intelligenza artificiale incrociato con i dati dei loro gusti personali.

Lì a Giffoni si chiuse la vena: spinse via la portata di aria di mare con una smorfia di disgusto e si versò da solo il calice a filo del bordo, mandando a farsi benedire l'etichetta dell'alta cucina.

«Ma vi rendete conto di che cazzata ci stanno vendendo?!» partì Giffoni, puntando la forchetta in titanio verso il sommelier che sgattaiolava via terrorizzato. «Adesso pure il vino ci sceglie il computer! E ogni volta che dico che stiamo regalando il cervello all'AI, arrivano i soliti nerd a darmi del fossile analfabeta. "Tranquillo Giffoni, stiamo creando algoritmi etici! C'è sempre l'uomo al comando!" Ma etici de che?! L'uomo?! Quella stessa razza di fenomeno che ha inventato i lager e che tre giorni sì e un altro sì, si massacra in tv? Abbiamo passato millenni a fare schifate che manco Gesù, Maometto e Buddha messi insieme sono riusciti a metterci una pezza, e adesso dovremmo stare sereni perché "l'uomo" guida il robot?! Ma auguri!»

Remfutti, piantando la schiena nello schienale in pelle di vitello si mise a ridere sottobanco, divertito come chi assiste a un incidente stradale al rallentatore. «Eccolo. Il profeta del sesto millennio. Gambero torna a casa dopo tre anni di Asia e noi dobbiamo sorbirci la crisi esistenziale di Giffoni davanti ad un bicchiere di vino. Senti, fenomeno: tu fino a ieri non sapevi usare la domotica di casa e accendevi le luci staccando il contatore generale. Che ne sai di AI? Ti sei fatto spaventare da un chatbot perché ti ha risposto male sul meteo? E tra parentesi non capivi un cazzo neanche sui Mondiali dell'86.»

«Ma che c'entra il meteo, Remfutti, svegliati!» sbottò Giffoni, paonazzo, rischiando di abbattere la composizione floreale al centro del tavolo. «Qui si parla di υβρις, di presunzione pura! La tecnica non la fermi, va bene, mica sono così ingenuo da credere di stoppare il futuro. L'unica consolazione vera è che son vecchio e mi leverò dalle palle prima che queste macchine prendano le chiavi di tutto!»

Gambero alzò le mani prima che la discussione facesse volare i bicchieri da novanta euro l'uno. Si  infilò un germoglio in bocca, masticando con la pazienza di un martire. «Raga, vi prego, sono atterrato neanche otto ore fa. Giffoni, capisco l'ansia e figurati se mi fido della specie umana per gestire la tecnologia, visto quello che combiniamo da sempre:  però non farla cadere così dall'alto, sembra che stia per arrivare Terminator a portarci via il dolce. Diciamocelo: quando 'sto cazzo di AI si sarà presa tutto, cosa potrà mai inventarsi di peggio di quello che ci siamo già fatti da soli per secoli? Al massimo ci riduce le porzioni.»

«Ma infatti, vi state avvitando su due cazzate teoriche da cena aziendale con produzione assortita di seghe mentali.» intervenne Brunelli, aggredendo la sua tartina al tartufo come se non mangiasse da una settimana.  «Da che mondo è mondo c'è sempre stato uno sopra che voleva comandare e tutti gli altri sotto. Una volta c’era il re, poi è arrivato il prete, dopo il padrone, quindi il partito, la televisione, le banche e adesso ci sono i server. Cambiano i mobili, ma la stanza è sempre quella, cambia solo il nome del padrone. E noi? Noi abbiamo sempre trovato la scappatoia, la fattura in nero, il trucco per fregare il sistema: magari non saremo più capaci di accendere il computer senza chiedergli il permesso, ma ci sarà sempre qualcuno che riuscirà a farsi dare due accessi invece di uno, a farsi passare la password dal cugino o a convincere il sistema che è un altro. Volete che la gente non trovi il modo di mettergliela nel culo pure all'algoritmo? Take it easy, cazzo. Pensiamo invece a farci offrire il digestivo, co'ste botte!»

Romano, che per tutta la sera aveva ignorato il cibo stellato per controllare sul telefono le quotazioni della Serie B e scommettere sulle partite on-line, fece scivolare lo schermo nella tasca della giacca. «Io so solo una cosa: se l'AI impara a fare un piatto di pasta che non sembra una porzione per criceti, per me può pure prendersi i codici nucleari domani mattina.»

Nel frattempo, sui commensali, aleggiava come le fiammelle dello Spirito Santo, lo spirito dello Smilzo, pronto a lanciare letteralmente nell'aria il suo arcinoto: "Mi avete rotto i coglioooni!". 

mercoledì 7 ottobre 2026

MESSICO E NUVOLE (DI MARLBORO)

L’aria dentro il Birilli Bevuti era una miscela letale di vapore d'espresso, profumo di disinfettante all'eucalipto dell'ultima ristrutturazione e la solita, densa miscela di cinismo friulano.

Giffoni, calice di Pinot Grigio nella destra e lo sguardo solenne di chi sta per pronunciare un'orazione funebre per la Patria, piazzò una manata sul tavolino di alluminio spazzolato che fece sobbalzare le patatine.

«Sentite a me! È ora di fare piazza pulita di una vulgata storiografica ignobile che da quarant’anni inquina il giudizio critico su uno dei momenti più drammatici del nostro Novecento!» esordì Giffoni con la gravità di un docente di Storia Contemporanea a un convegno sulla caduta di Bisanzio. «Io oggi mi prendo la responsabilità, apertis verbis, di fare il Don Chisciotte. Riscriviamo la verità su Messico ’86! Basta con la menzogna di un Enzo Bearzot rimasto incatenato ai suoi senatori bolliti!»

Remfutti, appoggiato al bancone con un sorriso di pura malvagità, fece girare con calma il ghiaccio nel suo spritz. «Sentitelo. Il cattedratico delle cause perse. In un mare di cazzate hai detto solo una mezza verità: tu non fai oggi il Don Chisciotte, tu sei Don Chisciotte. Giffoni, son passati quarant'anni e tu stai ancora a elaborare il lutto come se ti avessero arrestato il padre? L'Italia nell'86 faceva cagare. Punto. Io quell'anno tifavo Francia. Tifavo per Le Roi Michel Platini, la Juve in maglia blu: arte, eleganza, aristocrazia;  altro che il tuo catenaccio in affanno col fiato corto, vecchio come il suo allenatore. E come te!»

«Ma quale cagare! Usciamo dai bar dell'ignoranza e usiamo i numeri!» sbotta Giffoni alzando l'indice tremante d'sdegno. «Non fu certo la vergogna sistemica del Sudafrica 2010, dove siamo usciti al primo turno ultimi dietro alla Nuova Zelanda! In Messico disputammo un esordio dignitosissimo con la Bulgaria, a Puebla costringemmo l'Argentina a rincorrerci lasciandole l'unico punto del suo Mondiale, e abbiamo liquidato la Corea 3-2. Siamo caduti agli ottavi contro la Francia, terza alla fine, mica contro quattro scappati di casa!»

«Eh sì, grande impresa storica, due gol presi dalla Corea del Sud, una potenza bellica» s'intromosse Romano senza neanche alzare gli occhi dalla Gazzetta, per poi girare la pagina con un fruscio indolente. «Giffoni, risparmiati la lezione universitaria: eravamo scarsi, una manica di scarponi bolliti e senza gamba. Io manco mi ricordavo che avevamo giocato con la Corea.»

«Ma scarsi un cazzo, Romano! Questa è pigrizia intellettuale!» ripartì Giffoni, sempre più infiammato nel suo dramma istituzionale. «La storia dell'immobilismo di Bearzot è una falsificazione! Sapete quanti titolari di Madrid ’82 giocarono davvero in Messico? Tre! Solo Scirea, Cabrini e Bruno Conti! Bergomi e Altobelli nell'82 erano riserve. Galli e Vierchowod in Spagna erano turisti! Rossi e Tardelli hanno fatto solo gli sparring partner in allenamento. Su ventidue convocati c'erano quattordici debuttanti e sei titolari nuovi di zecca! Altro che senatori stanchi!»

Brunelli, che fino a quel momento aveva masticato la sua tartina con la devozione di un lama, mandò giù l'ultimo boccone e sghignazzò con compiacimento bianconero: «Giffoni, puoi citare anche i verbali del Parlamento e della Commissione su Ustica, ma la verità è che Platini vi ha dato una lezione di foot-ball che vi ricordate ancora adesso. Michel gli ha staccato la spina da signore a Bearzot e noi juventini godavamo mentre voi stavate lì a piangere la patria tradita.»

«Ma quale patria tradita! Era finito solo un ciclo, capite la differenza strutturale?!» oramai quasi urlava Giffoni, battendo il pugno sul tavolo mentre gli altri lo guardavano come si guarda un matto al parco. «Bearzot smantellò la squadra già nell’83! Ha provato di tutto: Sabato, Fanna, Mancini, Righetti, Tricella! Chiunque facesse dieci partite buone in Serie A veniva chiamato! Solo che gli mancava il blocco Juventino su cui fondare il gruppo! La squadra era multicolore: uno dell'Avellino, uno del Napoli, due del Verona... Il Vecjo ha fatto il massimo con la materia prima che aveva!»

«O signore mio, ma tu pensa questo... nel 2026, con le bollette alle stelle, la provincia morta e il calzaturiero sepolto, lui sta ancora a fare l'orazione funebre per la marcatura di Beppe Baresi su Platini!» sbuffò Gambero, passandosi le mani sulla faccia disperato. «Giffoni, mi fai cadere le balle! Ma chi se ne frega di Bearzot! Parlami di economia, parlami di tasse, parlami di cose che esistono, per Dio!»

«Ma infatti, che poi il calcio nell'86 era già una roba da paleolitico!» s'inserì a palla di cannone Leonardo, gesticolando a braccia aperte. «Mentre voi vi accapigliate sul tatticismo di 'sto stivale, la NBA stava conquistando il pianeta con la pallacanestro vera! E comunque, se proprio vogliamo parlare di quel Mondiale, c'era un solo Dio in terra: Diego Armando Maradona. Punto! Quel Maradona lì nel 1986 era un'entità superiore: prendeva la Nazionale dei Birilli Bevuti, ci metteva dentro me, Remfutti e Brunelli in attacco, e il Mondiale lo vinceva lo stesso da solo!»

«Tutte cazzate!» interruppe Tauro con gli occhi sgranati dalla nostalgia d'epoca. «L'unico vero calcio umano e poetico è finito quando si è sciolta la gestione di Dal Cin a Udine. Nell'86 io tifavo solo il Brasile di Zico! L'Udinese nel cuore, altro che la nazionale di Galderisi o la Francia di Platini! Che poi chi si ricorda chi c'era in campo nell'86...»

«Ma come chi si ricorda?! È la Storia del nostro Paese!» gridò Giffoni, ormai paonazzo, ergendosi sulla sedia come se dovesse difendere la linea del Piave da solo contro l'indifferenza del tavolo. «Bearzot si è dimesso da signore il giorno dopo! Aveva il contratto fino a Italia '90 e ha rinunciato per dignità! Un atto politico di grandezza morale che voi non sapete nemmeno cosa sia!»

Remfutti accese con esasperante lentezza una Marlboro — infischiandosene del divieto del bar ristrutturato — e gli soffiò il fumo a mezzo metro dalla faccia, guardandolo con una pietà devastante. «Giffoni, ascoltati: stai difendendo un vecchio che quarant'anni fa ha perso 2-0 con la Francia ed è tornato a casa a fare il pensionato. Il mondo è andato avanti. C'è stato il crollo del Muro, l'euro, la Cina, la benzina alle stelle... e tu stai ancora lì col pennarello a fare gli schemi sul tovagliolo. Fatti curare.»

Giffoni spalancò la bocca, pronto a tirare fuori la media punti del triennio '83-'86 e a citare la disfatta di Göteborg della Svezia come variabile sistemica impazzita, ma prima che potesse articolare anche solo una vocale, una sagoma asciutta e curva si stagliò di fianco al tavolino.

Era lo Smilzo.

Nessuno lo aveva sentito arrivare. Alticcio, teneva la sua solita Marlboro Rossa accesa tra le dita nodose, gli occhi ridotti a due fessure tra le rughe, appena visibili sotto al frontino di un cappello a tinte rossonere ornato dalle treccine nere di Gullit con la stampa dello scudetto tricolore ed una data: 15/05/1988. Li squadrò uno per uno. 

Poi indicò la porta spalancata sulla piazza di Cividale e, con una voce che pareva il ruggito di un vecchio tre cilindri del '70, liquidò la tragedia nazionale di Messico '86 nell'unico modo possibile:

«MI AVETE ROTTO I COGLIONI. ARIAAAAAA!»

Impartito l'arcinoto ordine irrevocabile senza esito, barcollando fu invece lui ad uscire in strada, cantando allegramente l'inno berlusconiano del Milan.

martedì 6 ottobre 2026

DINARI O PUPE?

 L’insegna in plexiglas con la scritta a LED bianchi non c’entrava niente con il vecchio legno intagliato che ricordavano tutti e, al posto del cassone dello Space Attack c’erano due tavolini alti in metallo spazzolato e dietro ad un bancone d’alluminio una barista con un piercing al setto serviva aperitivi analcolici al maracuja. I Birilli Bevuti non erano più il bar di quarant'anni prima: era una reunion in un locale ammodernato, fighetto e quasi irriconoscibile, ma bastava che la vecchia compagnia si sedesse attorno a un tavolo perché si mettessero in moto le stesse dinamiche di un tempo.

«Comunque, se ci penso oggi» esordì Giffoni, guardando con sospetto il calice di prosecco bio che aveva davanti «io mi sono laureato con due anni di ritardo solo perché la Storia ha deciso di correre più veloce dei miei esami.»

«Ma va' la» lo interruppe subito Leonardo, appoggiando la schiena alla spalliera di design. «Giffoni, facevi Scienze Politiche ed è noto che quelli di Scienze Politiche sono sempre stati dei cazzari fancazzisti che ci mettevano almeno due anni in più:  la Geopolitica era solo la scusa ufficiale per saltare le lezioni e andare a guardare le triestine a Barcola.»

«Non era una scusa» replicò Giffoni con impeccabile compostezza. «Era il settembre del 1989. Il mio relatore mi propone una tesi da visione d'avanguardia: una joint venture tra un'azienda di scarpe di Gonars e una fabbrica jugoslava a Tržič, a nord di Lubiana:  noi mettevamo il design, loro la manodopera a basso costo per invadere il mercato nord-europeo. "Vedrà, Giffoni," mi diceva il professore "lei anticiperà i tempi!". Mi stava persino convincendo a iscrivermi a un corso di sloveno...»

«E ti sei iscritto?» chiese Romano, picchiettando le dita sul tavolo senza più la stecca da biliardo tra le mani.

«No, ma...»

«E allora non avevi manco cominciato» lo tranciò Remfutti, che ascoltava con le spalle appoggiate a una parete d'intonaco grigio resina, le mani rigorosamente in tasca.

«Il progetto era in fase avanzatissima» precisò Giffoni con aria d'intellettuale incompreso. «Ma nel giugno del '91, quando stavo faticosamente arrivando al traguardo, la Jugoslavia esplode. Scoppia la guerra. Risultato? Centinaia di pagine nel cestino. La caduta del muro di Berlino aveva messo in moto un’accelerazione della Storia tale che la mia tesi, pensata per il futuro, era nata già morta.»

Romano ci pensò sopra con la gravità che normalmente un tempo riservava alle formazioni della Domenica Sportiva.

«A Gonars le scarpe le facevano bene, ma con gli jugoslavi era un azzardo: nel '90 avevano già i campionati di calcio mezzo sfasciati per le risse tra Stella Rossa e Dinamo Zagabria, i segnali per stare alla larga c'erano tutti, altroché.»

«Comunque» s'intromise Remfutti con tono placido «a Gonars le scarpe non le fanno più da almeno vent'anni: con la globalizzazione hanno chiuso tutti i calzaturifici.»

Giffoni sorrise, cogliendo l'occasione per sfoderare una delle sue sottili repliche filosofiche.

«Vedi, Remfutti? È la dimostrazione scientifica del mio assioma: l'incompiutezza della mia tesi era profetica: il mercato del calzaturiero friulano era destinato al tramonto, io stavo semplicemente documentando la fine di un'epoca prima ancora che avvenisse.»

Remfutti scosse la testa lentamente.

«No, Giffoni. È proprio una legge della fisica che riguarda te: qualsiasi cosa entri nella sfera dei tuoi interessi, finisce per sparire dalla faccia della terra. Prima la Jugoslavia, poi i calzaturifici di Gonars... se domani ti appassioni alle balene, stai certo che nel giro di tre settimane si estinguono pure i capodogli. Speriamo non t'interessi mai il ghiaccio dell'Antardide.»

«Se è per questo» continuò Giffoni, alzando le sopracciglia con autoironia «nell'autunno del '91 tornai dal professore e, rifiutando la sua nuova proposta sulla Cecoslovacchia, chiesi una tesi sul marketing delle banche italiane. Mi dissi: le banche non verranno inghiottite dai riflussi della Storia, sono la cosa più solida e rassicurante del pianeta.»

«Infatti» chiosò Remfutti senza scomporsi «poi tra il 2010 e il 2016 le banche popolari italiane sono saltate per aria a dozzine come petardi, tra fallimenti, fusioni e salvataggi di Stato. Praticamente hai portato sfiga pure al sistema bancario nazionale con vent'anni di anticipo. Scommetto che avevi il portafoglio pieno di azioni delle popolari venete!»

Giffoni fece un piccolo inchino verso Remfutti, senza perdere il sorriso.

«Visto? Un potere divinatorio notevole. E pensa che il primo gennaio del 1993, a pochi mesi dalla mia laurea sulle banche, la Cecoslovacchia si è dissolta davvero. Se avessi accettato la proposta del professore, avrei dovuto buttare via tutto una seconda volta. Ho evitato un secondo disastro con un colpo di genio tattico. Per inciso, non ho mai comprato azioni delle venete: quelle le avevate voi per andare ogni anno a fare i fighi alle assemblee per mescolarvi con il gotha dell'imprenditoria locale.»

«Ma che colpo di genio» lo eluse Remfutti, cambiando angolo di attacco con una piroetta logica. «All'epoca avevi torto a rifiutare la Cecoslovacchia perché le banche sarebbero crollate comunque, ma adesso hai ragione a dire che avevi fatto bene perché la Cecoslovacchia è crollata prima. In pratica sei riuscito a costruirti una teoria in cui hai ragione anche quando dimostri di aver avuto torto due volte.»

Gambero e Leonardo scoppiarono a ridere, facendo girare un paio di clienti hipster al bancone.

Giffoni non si scompose, scosse la testa divertito e riprese la parola con la solennità di chi sta per presentare un'opera omnia.

«Rideteci pure, ma la verità è che per anni mi è rimasto un chiodo fisso: capire perché. Perché la nostra generazione è rimasta schiacciata in quel modo? Alla fine ci ho scritto un libro,  Il giardino di Sarajevo, una storia romanzo sulle genti dell'Europa orientale e i balcani, dalla fine degli Asburgo al crollo del Muro.»

Brunelli, che fino a quel momento aveva guardato con sospetto una tartina con avocado e salmone nell'angolo del tavolo, alzava gli occhi.

«Un libro?»

«Sì, Brunelli! Un libro per quelli come noi! Per i ragazzi nati negli anni Sessanta in Friuli: quelli con i maestri elementari formati sotto il fascismo e i professori universitari figli del '68. Siamo cresciuti convinti che il mondo fosse immobile. Non te lo ricordi? Nei nostri paesi c'erano cinquecento abitanti e altrettanti soldati chiusi nelle caserme ed il confine a due passi era vissuto come una cosa eterna, dove i buoni stavano di qua e i cattivi di là. Andare a fare il pieno di benzina oltreconfine sembrava una missione da film di spionaggio. Non penso ve lo siate dimenticati. E poi... crack! Il Muro ci è caduto addosso. Oggi andiamo da Lisbona a Riga senza passaporto, ma siamo diventati uomini senza che nessuno ci abbia mai spiegato davvero da dove venivamo e per questo oggi abbiamo paura di capire dove stiamo andando.»

Ci fu qualche secondo di silenzio. Per un istante, la teoria di Giffoni parve quasi aver fatto breccia nel cinismo della compagnia ma poi Gambero si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul metallo lucido del tavolo.

«Guarda, Giffoni, l'operazione di capire perché quel nostro mondo immobile di botto si è stravolto all'improvviso quarant'anni fa con la caduta del Muro è anche lodevole, per carità, ma nasce già vecchia, esattamente come la tua tesi del '91. Non hai imparato niente: sapere come siamo arrivati fin qui ci aiuta ben poco. Sarebbe molto più utile capire dove cazzo stiamo andando adesso, con USA, Cina, Russia e un gigante emergente come l'India che hanno già stravolto e sotterrato tutto il panorama post-Muro. La fiducia nell'Unione Europea e quel vecchio rapporto con l'America nato dopo la Guerra Fredda ormai sono saltati completamente. Quello che tu continui a considerare un mondo nuovo è già superato da un pezzo, e noi siamo di nuovo qui a non capire un cazzo.»

Leonardo fece un lungo sospiro teatrale e alzò le braccia al cielo.

«Siete rimasti troppo seri, ragazzi,  ma davvero troppo. Siete diventati voi un mattone: non vi accorgete che tra geopolitica, Muro di Berlino, banche fallite e l'India, qui non si parla mai di figa? Vent'anni fa si almeno ogni tanto si parlava delle ragazze di Rualis e adesso mi tocca sentire la Cina e la crisi dell'Unione Europea. Siete invecchiati malissimo.»

Brunelli mandò giù l'ultimo boccone della tartina, ci pensò sopra con immensa calma e poi parlò.

«Comunque quando si andava a fare la benzina in Jugo si compravano anche le stecche di sigarette e costavano la metà.»

Giffoni accennò un sorriso d'intesa. «Vedi? Anche i piccoli dettagli confermano il quadro economico.»

«Nessun quadro economico» chiuse Remfutti, staccandosi dalla parete moderna con una smorfia sorniona. «La verità è che hai scritto un romanzo di trecento pagine solo per nobilitare il fatto che nel '91 avevi poca voglia di studiare lo sloveno e troppa paura di finire fuoricorso. Il tuo solito vizio di dare lustro e importanza a cose che non ce l'hanno e che non interessano a nessuno.»

Giffoni stava per replicare con un'altra delle sue colte contro-deduzioni, quando nessuno si accorse che lo Smilzo era entrato nel locale già da qualche minuto e stava ascoltando quella sorta di puntata di Quarta Repubblica.

Vecchio frequentatore di allora, rimasto fedele al posto nonostante i neon e i tavolini in alluminio, rimase qualche minuto in piedi, poco distante dal tavolo, e poi si avvicinò lentamente.

«Di cosa state parlando?»

Nessuno rispose, rimasero tutti a guardarlo come di trattasse dell'apparizione del fantasma di Hernan Cortes uscire dalle acque del mar dei Caraibi sulla tolda di un Galeone. 

Lo Smilzo, più smilzo che mai, invece li guardò uno per uno come fossero appena sfumate le note di Forever Young degli Alphaville dal Juke-box. 

Poi emise una nuvola di fumo di Marlboro rosse e statuì la sua sentenza.

«Mi avete rotto i coglioni.»

Si voltò verso la porta e indicò alla compagnia l'uscita con un gesto imperioso della mano e impartì l'ordine che non ammetteva repliche.

«ARIAAAAAA!»

A dispetto del secondo principio della termodinamica e della volatilità indotta da tutte le crisi economiche e del debito sovrano, di quelle geopolitiche, energetiche e climatiche, certe cose nel mondo dei Birilli Bevuti non mutano.

venerdì 2 ottobre 2026

IL GOL DI TURONE ALLA LAVAGNA

Maggio è da sempre il mese delle rose, della fine del campionato, del giro d'Italia e degli internazionali al Foro Italico. Lo era anche nel 1981 e anche allora tutti quegli eventi erano una seria minaccia per tutti gli studenti, impegnati nel chiudere meglio possibile l'anno scolastico. O al meno peggio possibile.  

Per Tito Brunelli e Remfutti, per esempio, il lunedì successivo era in programma lo spareggio di matematica: avevano entrambi un'insufficienza e il professore aveva concesso loro l'ultima possibilità di un'interrogazione alla lavagna, una specie di spareggio scolastico nel quale non sarebbe bastato difendersi bene perché, a differenza del calcio, in matematica lo zero a zero non esisteva e comunque non avrebbe portato nessuno da nessuna parte.

La domenica precedente, però, c'era uno spareggio assai più importante: alle quattro del pomeriggio, al Comunale di Torino, si giocava Juventus-Roma.

Tre giornate alla fine del campionato con la Roma ad un passo dallo scudetto e la Juventus che doveva almeno non perdere:  per due juventini marci come Brunelli e Remfutti, quella partita aveva assunto una dimensione tale da rendere l'interrogazione del lunedì una scomoda pratica burocratica, qualcosa che sarebbe stato eventualmente affrontato dopo avere sistemato questioni assai più urgenti.

C'era però un problema, nel 1981 le partite non si vedevano in diretta: alle 18,00 sulla seconda rete trasmettevano la differita di un tempo di una gara di serie B mentre alle 19,00 un tempo di una di A con la telecronaca del vate dei telecronisti Nando Martellini.

Non c'erano le pay-tv, non c'erano gli streaming, non c'erano programmi che iniziavano alle tre del pomeriggio e finivano a mezzanotte raccontando la partita, il prepartita, il postpartita, le interviste, le moviole, le dichiarazioni degli allenatori e perfino le condizioni del prato.

C'era solo la radio e per Brunelli, quella domenica, la radio era diventata improvvisamente un oggetto pericoloso: da qualche giorno aveva elaborato un piano che, nella sua mente, aveva la precisione di un'operazione militare.

Non avrebbe ascoltato la partita, non avrebbe telefonato a nessuno, non avrebbe risposto al telefono e neppure sarebbe uscito: non avrebbe insomma incontrato anima viva; alle diciannove avrebbe acceso la televisione e avrebbe visto la differita del secondo tempo, senza sapere nulla del risultato.

Brunelli avrebbe aspettato, avrebbe resistito e avrebbe visto Juventus-Roma come se fosse ancora in corso: era un piano perfetto.

Aveva soltanto un difetto.

Remfutti.

Brunelli trascorse quindi il pomeriggio chiuso in casa come un pericoloso latitante e quando arrivò l'ora della partita non accese la radio, quando il telefono squillò, non rispose e quando sentì qualcuno parlare in strada, si allontanò dalla finestra.

Era arrivato perfino a considerare sospetto il rumore di un motorino, ma alle sette meno un quarto era pronto: era riuscito a resistere a quella terribile tentazione di sapere com'era finita. Un eroe.

La televisione accesa e posizionato nel punto giusto. Il volume regolato.

Il resto del mondo fuori.

Brunelli si sistemò davanti allo schermo con quella concentrazione che avrebbe fatto comodo anche davanti alla lavagna il giorno dopo.

Mentre sullo schermo bianconeri e giallorossi se le stavano dando di santa ragione in una partita tiratissima sotto la pioggia e ancora sullo 0-0 ad inizio ripresa , alle 19.15 suonò il campanello.

Brunelli rimase immobile.

Suonò ancora.

Non poteva essere il postino, non poteva essere un vicino, non poteva essere nessuno che meritasse di essere ricevuto ma poi sentì una voce inconfondibile.

«Brunelli!»

Era Remfutti.

Brunelli si affacciò alla finestra con la prudenza di chi teme che dall'altra parte ci sia la polizia ma poi si ricordò che aveva dato appuntamento a Remfutti per ripassare insieme un'ultima volta "dopo la partita".

Remfutti alzò la testa.

Aveva gli occhiali leggermente storti, i capelli biondi che gli ricadevano ai lati del viso e quell'aria soddisfatta del cretino che ha appena scoperto una cosa importante e non vede l'ora di comunicarla a qualcuno che non gliel'ha chiesta.

«Hai visto?»

Brunelli non rispose.

Lo guardava.

Non era ancora uno sguardo di odio ma era qualcosa di più elaborato: la faccia di un uomo che, dopo avere trascorso tre ore chiuso in casa per evitare una sola informazione, si vede comparire davanti alla finestra proprio l'informazione con le gambe, gli occhiali e una giacca troppo leggera per la stagione.

Remfutti sorrise e, come l'Arcangelo Gabriele alla Madonna, annunciò trionfante. 

«Abbiamo fatto zero a zero!»

Brunelli continuava a fissarlo, non muoveva un muscolo come qualcuno davanti al plotone d'esecuzione e Remfutti, che evidentemente non aveva alcuna familiarità con il linguaggio degli sguardi, interpretò quel silenzio come una forma di suspense e decise di risolverla.

«E a Turone hanno annullato un gol buono!»

Se Remfutti avesse posseduto un minimo di sensibilità, avrebbe capito che Brunelli lo stava guardando come il contadino che aveva appena visto grandinare sui suoi vigneti la sera prima della vendemmia, ma Remfutti quel minimo di sensibilità non sapeva neppure dove stava di casa. 

Aveva già iniziato a raccontargli il gol annullato.

«Guarda che era buono, eh. Secondo me era regolarissimo. Turone era partito benissimo. Poi niente, annullato. Abbiamo avuto un culo!!!»

Brunelli, sempre in silenzio, aprì la porta e lo fece entrare: non perché avesse cambiato idea ma perché ormai aveva capito che ucciderlo avrebbe richiesto più tempo della differita.

Studiare, quella sera, fu un verbo utilizzato in maniera piuttosto generosa, matematica venne affrontata con lo stesso spirito con cui si affrontano le cose inevitabili: senza entusiasmo, ma con la speranza che qualcun altro trovi una soluzione.

Remfutti parlava, Brunelli studiava.

Remfutti spiegava cose che nessuno gli aveva chiesto e Brunelli annuiva.

Ogni tanto Remfutti tornava sulla partita.

«Comunque quello di Turone era gol.»

Brunelli lo guardava e Remfutti continuava.

«Te lo dico io.»

Brunelli abbassava gli occhi sul libro di matematica ed era ormai evidente che il vero programma di recupero non riguardava la matematica.

Il lunedì mattina, tuttavia, arrivarono entrambi alla lavagna e Remfutti aveva deciso che alcune formule erano troppo importanti per essere lasciate al caso mentre Brunelli, che invece riteneva che il problema non fosse ricordare le formule ma riuscire a non doverle usare, tentò inutilmente di sottrarsi all'operazione.

Alla fine Remfutti gli prese una mano.

«Scrivila qua.»

«Dove?»

«Sul palmo.»

Brunelli lo guardò.

«Sei scemo?»

«No. È una tecnica infallibile.»

E sul palmo della mano finirono alcune formule che nessuno dei due era mai riuscito a ricordare per più di tre minuti consecutivi.

Poi entrarono e il professore, come promesso, li interrogò insieme.

Domande.

Problemi.

Lavagna.

Numeri.

Radici.

Passaggi che improvvisamente sembravano avere un senso.

I due, incredibilmente, risposero.

Non tutto, ma abbastanza: Q.B. avrebbe detto Gualtiero Marchesi e alla fine il professore li congedò con un voto positivo; Remfutti uscì dalla tensione dell'interrogazione come un attore alla fine dell'ultimo atto: era evidentemente convinto di avere superato non soltanto quello spareggio ma anche di aver vinto il campionato.

Si voltò verso il professore, sorrise e, con una teatralità assolutamente sproporzionata alla situazione, disse:

«Grande professore! Le stringerei la mano!»

E aprì il palmo: fu un attimo; Remfutti guardò la propria mano, guardò il professore e guardò di nuovo la propria mano: sul palmo erano ancora perfettamente visibili le formule.

Il professore lo fissò.

«Remfutti.»

«Sì, professore.»

«Fammi vedere il palmo.»

«No, ma io...»

«Fammi vedere il palmo.»

Remfutti provò ancora a sorridere, ma ormai il sorriso gli era rimasto appeso agli occhiali e fu costretto a mostrare entrambe le mani.

Il professore osservò le formule.

«Ah, bene.»

Poi si rivolse a Brunelli.

«E tu? Anche tu fammi vedere i palmi.»

Brunelli rimase fermo e per un istante sembrò quasi che potesse salvarsi ma poi dovette aprire lentamente le mani: le formule erano lì anche per lui.

Entrambe.

Quando alzò gli occhi verso Remfutti, non era più lo sguardo di un compagno di classe, era lo sguardo di un uomo che, dopo essere stato trascinato suo malgrado in una rapina, scopre che il complice ha lasciato sul tavolo il proprio documento d'identità, il codice fiscale, la tessera dell'autobus e una fotografia formato tessera con dedica sul retro.

Brunelli lo guardò con una calma così assoluta da risultare minacciosa, in quello sguardo c'era tutto: c'era la domenica pomeriggio rovinata, c'era Turone, c'era il pomeriggio passato lontano dalla radio ma soprattutto la certezza, maturata in quel preciso istante, che se mai nella vita gli fosse capitato di avere un problema serio, avrebbe fatto bene a non raccontarlo a Remfutti.

Il professore passava lo sguardo dall'uno all'altro.

«Voi volevate fregarmi.»

Remfutti aprì bocca mentre Brunelli non toglieva lo sguardo da Remfutti, questa volta con una tale intensità che, se lo sguardo avesse avuto un peso specifico, Remfutti sarebbe uscito dalla classe con due metri di profondità nel pavimento sotto i piedi.

«Professore, però...»

«Bene. Insufficienti tutti e due.»

Remfutti partì.

Non si sa se fosse una difesa, un'arringa o semplicemente l'ennesima occasione per parlare, ma nel giro di pochi secondi aveva già costruito una teoria secondo la quale le formule scritte sui palmi non avevano avuto alcuna utilità concreta, perché le domande alle quali avevano risposto e i problemi che avevano risolto non richiedevano l'impiego di quelle formule.

«Quindi, professore, tecnicamente noi abbiamo risposto.»

Il professore lo guardò.

«Avete cercato di fregarmi.»

«Sì, ma non abbiamo copiato.»

Brunelli abbassò gli occhi, non per vergogna ma perché stava evidentemente cercando, nella propria mente, un posto abbastanza appartato dove seppellire Remfutti.

Il professore rimase pensieroso, forse perché la distinzione, in quel momento, gli appariva filosoficamente interessante.

Alla fine disse:

«Deciderò agli scrutini.»

E li mandò via.

Per qualche settimana la questione rimase sospesa ma poi arrivò il giorno in cui sul portone della scuola vennero esposti i tabelloni e a stretto giro Remfutti arrivò a casa di Brunelli.

Brunelli aprì la porta.

«Com'è andata?»

Remfutti entrò senza salutare.

«Tu e Caio rimandati in due materie.»

Brunelli lo guardò.

«Tu?»

«Promosso.»

Brunelli non disse nulla, a parte invitare Remfutti a tornare Ai Birilli Bevuti e a stargli lontano per tutta l'estate.

Si consolò con lo scudetto juventino numero 19, sfilato ai giallorossi al fotofinish.


giovedì 1 ottobre 2026

SIMPOSIO FUORI ORDINANZA

La discussione era cominciata, come del resto cominciavano quasi tutte le discussioni ai Birilli Bevuti, da una frase buttata lì a casaccio e che nel giro di pochi minuti sarebbe diventata una faccenda di principio.

Leonardo aveva detto che, militari o non militari in circolazione, quelli di Rualis avevano tutti la ragazza: non alcuni, proprio tutti.

Tutti.

La precisione con cui aveva pronunciato quella parola lasciava intendere che avesse svolto un'indagine statistica piuttosto approfondita, anche se era abbastanza probabile che il campione fosse costituito da quattro o cinque ragazzi che aveva visto passeggiare per Cividale tenendosi per mano.

«Quelli di Rualis hanno tutti la ragazza» aveva ripetuto con convinzione, cercando di provocare una qualche reazione nel resto della compagnia, intenta invece nelle solite consegne: chi insultava lo Space Attack prendendo pure a calci il cassone del videogioco dopo la perdita dell'ultimo cannoncino a disposizione, chi giocava a tre sette fissando le carte in mano con l'attenzione di un ortopedico intento a valutare gli esiti di una risonanza magnetica, chi era impegnato con la stecca del biliardo mirando al pallino come un cecchino tra tra le macerie di Stalingrado e chi invece bighellonava da un tavolo all'altro con un ghiacciolo in mano elargendo a tutti consigli non richiesti.    

Giffoni fu il primo ad abbandonare la consegna quotidiana per raccogliere la provocazione di Leonardo, cercando di non far vedere quanto invece la cosa l'avesse colpito su di un punto vulnerabile e non tanto per quelli del Rualis, ma perché improvvisamente gli sembrò che esistesse una specie di classifica invisibile dell'adolescenza e che loro fossero finiti ingiustamente dalla parte sbagliata.

Gambero, invece, non sembrava particolarmente preoccupato.

«Anche Lucertola?»

«Anche Lucertola.»

Romano ci pensò sopra con l'attenzione che normalmente riservava alle formazioni delle squadre di calcio e poi sentenziò.

«Allora è grave.»

Remfutti, che invece fino a quel momento aveva ascoltato con la testa appoggiata al muro, disse che secondo lui le ragazze di "quelli di Rualis" non erano desiderabili; non gli era stato chiesto niente ed era esattamente per questo che lo aveva detto.

Leonardo gli chiese cosa c'entrasse e Remfutti rispose che non c'entrava niente, ma che era comunque importante dirlo; quella era una delle sue specialità: introdurre nella discussione un elemento completamente estraneo e poi comportarsi come se fosse compito degli altri dimostrare che non aveva ragione.

Giffoni, invece, aveva già trovato una spiegazione che ai suoi occhi appariva dignitosa.

«Secondo me è perché noi siamo diversi.»

Gambero lo guardò con una certa diffidenza.

«Diversi come?»

«Più seri.»

Leonardo rise.

«Noi?»

Giffoni non si scompose.

«Sì. Noi non ci mettiamo con una tanto per dire che abbiamo la ragazza.»

Era una frase che gli sembrava molto bella e aveva anche il vantaggio di trasformare una evidente mancanza di risultati in una scelta morale.

Remfutti annuì.

«Giusto.»

Giffoni lo guardò, sorpreso di avere finalmente trovato un alleato.

«Vedi?»

«Giffoni non si mette con una tanto per dire che abbiamo la ragazza» continuò Remfutti. «Lui aspetta quella brutta.»

Gambero gli tirò una patatina, mentre Leonardo, Brunelli e Romano risero approvando la risposta di Remfutti: era fatto così, se Giffoni sosteneva una cosa, Remfutti la sosteneva un secondo dopo soltanto per poterla rovinare.

Se gli davano ragione, cambiava idea e se gli davano torto, diventava improvvisamente favorevole: l'unica posizione che assumeva era contraria a quella dell'interlocutore.

«Comunque» disse Leonardo, tornando al problema «quelli di Rualis sono avanti anni luce rispetto a noi.»

«Avanti dove?» domandò Gambero.

«Nella vita.»

«Capirai, hanno sedici anni.» 

«Appunto.»

Quella risposta sembrò per qualche ragione definitiva.

Giffoni rimase invece in silenzio: aveva la sensazione che dietro quella storia delle ragazze ci fosse qualcosa che lui non riusciva ancora a comprendere; forse non era una questione di bellezza, né di coraggio, né di fortuna. Forse quelli di Rualis avevano semplicemente capito prima di loro una cosa fondamentale.

«Secondo me loro si innamorano.»

Remfutti disse subito di no.

«A sedici anni non ci si innamora.»

«E allora cosa si fa?»

«Ci si fidanza.»

«Ma è la stessa cosa.»

«No.»

«Perché?»

Remfutti ci pensò qualche secondo.

«Perché quando ti innamori non hai la ragazza. Quando hai la ragazza sei fidanzato.»

Gambero lo fissò.

«Ma che cazzo dici? Questa è degna del festival della cazzata.»

«Ma parlavo con te?»

Replicò piccato Remfutti e poi si voltò verso Giffoni come se avesse appena ricevuto una rivelazione dall'Arcangelo Gabriele.

«Aspetta... Forse hai ragione.»

Giffoni si mise a ridere.

«Allora hai cambiato idea.»

«No. Ho cambiato idea sul fatto che avevi torto.»

Leonardo scoppiò a ridere.

La discussione, a quel punto, avrebbe potuto finire lì ma Giffoni aveva sedici anni, e come loro nessuna ragazza e nutrendo una notevole fiducia nelle proprie capacità di analisi decise che il problema meritava un approfondimento.

«Il punto è che l'amore vero è diverso.»

«Diverso da cosa?» chiese Gambero.

«Da avere una ragazza.»

«E che differenza c'è?»

Giffoni cercò le parole.

Non aveva mai avuto una ragazza, ma questo non gli impediva di avere idee molto precise sull'amore. Aveva letto qualche libro, ascoltato qualche canzone, visto qualche film e soprattutto aveva passato abbastanza tempo a guardare ragazze da lontano per essersi costruito una teoria che gli sembrava inattaccabile.

«Uno si innamora di quello che pensa che una persona possa essere.»

Remfutti annuì.

«Esatto.»

Giffoni sorrise.

Finalmente.

«Questa volta sei d'accordo.»

«No.»

«E allora perché hai detto esatto?»

«Perché pensavo dicessi il contrario.»

Gambero si mise a ridere.

Giffoni lo ignorò.

«Io invece sono convinto che sia così: se uno vedesse una ragazza esattamente per quello che è, probabilmente non si innamorerebbe.»

«Io sì» disse Leonardo.

«Tu sei un caso particolare.»

«Perché?»

«Perché ti basta che sia bella.»

«E cosa c'è di male?»

«Niente. Ma quello non è amore.»

«E cos'è?»

«Attrazione.»

Gambero si intromise.

«E quanto dura?»

«Non lo so.»

«Allora magari è amore.»

Brunelli, che fino a quel momento aveva mangiato senza partecipare alla discussione, alzò finalmente gli occhi.

«Secondo me basta che una ti guardi due volte.»

Tutti si voltarono.

Brunelli continuò a mangiare.

«La prima può essere un caso. La seconda no.»

Giffoni rimase colpito.

Era una frase semplice, ma dentro gli sembrava esserci qualcosa.

«Questa non è male.»

Remfutti intervenne immediatamente.

«Può aver guardato dietro di te.»

Brunelli ci pensò.

«Anche.»

«E allora non significa niente.»

«Allora bisogna vedere se dietro c'è qualcuno.»

Gambero scoppiò a ridere mentre Leonardo disse che quella era probabilmente la cosa più intelligente sentita quella sera.

Giffoni, invece, era ormai definitivamente convinto che l'amore fosse una faccenda complicata e volle insistere per non far morire una discussione che sembrava ormai giunta al capolinea ma che per una volta non riguardava i favori arbitrali a vantaggio della Juve e i torti subiti dall'Udinese.

«Comunque le illusioni servono.»

Remfutti gli diede ragione.

«Certo.»

Giffoni si insospettì.

«Perché?»

«Perché senza illusioni non ti fidanzi.»

«E prima non avevi detto che non servivano?»

«Sì.»

«E allora?»

«Adesso servono.»

«Perché?»

«Perché hai detto che servono.»

Giffoni lo guardò incredulo.

«Ma tu non hai una tua idea.»

Remfutti sorrise.

«Certo che ce l'ho.»

«Quale?»

«Quella opposta alla tua.»

A quel punto Gambero e Leonardo si piegarono sul tavolo dal ridere, Romano cominciò a battere una mano sul legno mentre Brunelli continuò tranquillamente a mangiare, come se ormai avesse capito che la discussione non sarebbe mai arrivata da nessuna parte.

Giffoni, invece, sempre più in trance agonistica, concluse che forse il vero problema dell'amore non erano le illusioni ma era trovare qualcuno disposto ad ascoltare le proprie.

Fu proprio mentre stava per esporre questa nuova teoria che nessuno si accorse che lo Smilzo era entrato nel locale già da qualche minuto e stava ascoltando quel Simposio.

Rimase qualche minuto in piedi, poco distante dal tavolo, e poi si avvicinò lentamente.

«Di cosa state parlando?»

Nessuno rispose.

Lo Smilzo li guardò uno per uno.

Giffoni.

Remfutti.

Gambero.

Leonardo.

Brunelli.

Poi sospirò ed emise la sua sentenza.

«Mi avete rotto i coglioni.»

Si voltò verso la porta e indicò alla compagnia l'uscita con un gesto imperioso della mano e impartì l'ordine che non ammetteva repliche.

«ARIAAAAAA!»


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