"Ai Birilli Bevuti", a Cividale, era molto più di un'osteria; era una specie di università popolare dove si imparavano le cose davvero importanti della vita: perdere con dignità, diffidare dei giochi inventati dagli amici e capire che la sfortuna, quando decide di prenderti di mira, non sbaglia mai tavolo.
Quella sera estiva, seduti attorno a uno dei tavolini di legno consumati dal tempo e dai bicchieri, c'erano Giffoni, Romano, Remfutti, Leonardo e, naturalmente, lui: Lo Smilzo.
Era lui, che assieme al compare Torace di Pietra, era solito movimentare i pomeriggi di ozio dallo studio della compagnia di liceali. Alto come un palo della luce, magro ma tutto nervi e con quella sua voce roca e gutturale che riusciva nell'impresa di rendere moscia qualsiasi consonante, parlava come se ogni parola dovesse attraversare una palude prima di uscire dalla bocca.
Fu lui a tirare fuori improvvisamente un vecchio mazzo di carte da briscola.
«Si gioca ai Quattro Assi.»
Nessuno ne aveva mai sentito parlare, ma non era una possibilità, bensì un destino ineludibile.
«Le legole sono semplici. Si pesca una carta. Chi prende il primo asso ordina da bere. Chi pesca il secondo assaggia. Chi prende il terzo beve tutto. Chi trova il quarto... paga.»
Detta così sembrava quasi un gioco democratico.
Naturalmente non lo era.
La dea bendata aveva deciso, "naturalmente", di trascorrere la serata seduta accanto allo Smilzo.
Ogni mano era lui a pescare il primo asso.
«Pietro! Portaci un bianco!»
Mano successiva.
«Adesso un nero!»
Poi:
«Un Cynar.»
E ancora:
"Un Rosso Antico."
E avanti:
"Un Amaro Cora!"
E non pago:
«Facciamo una Sangria, vai col tango!»
Ogni volta ordinava con l'aria soddisfatta di chi stava scegliendo il menù di un matrimonio, cercando d'inserirvi le "pietanze" sempre più improbabili.
Leonardo, invece, sembrava vittima di una maledizione.
Terzo asso.
«Bevi, Piccolo.»
Un altro giro.
Terzo asso.
«Ancora tu, Piccolo... bevi.»
Un altro ancora.
«Bravo, Piccolo. Tutto d'un fiato.»
All'inizio Leonardo protestava.
Poi sorrideva.
Poi rideva.
Infine rideva anche quando nessuno aveva detto nulla.
Giffoni, dal canto suo, sembrava possedere un talento naturale per pescare il quarto asso.
Pagava.
Sempre.
Ogni volta infilava la mano in tasca con l'illusione che il destino, prima o poi, decidesse di cambiare idea.
Il destino, evidentemente, aveva altri programmi.
Romano e Remfutti, con l'abilità tipica di chi passa sotto la pioggia senza bagnarsi, oscillavano tra qualche assaggio e qualche rara ordinazione, riuscendo a sopravvivere economicamente a quella carneficina alcolica.
Quando ormai il tavolo sembrava una collezione di bicchieri vuoti, Lo Smilzo estrasse l'ultima sentenza.
Guardò Leonardo.
Sorrise.
«Piccolo... adesso tocca a te. Un Alpestre.»
Ai Birilli Bevuti l'Alpestre non era semplicemente un liquore.
Era la pietra tombale.
Leonardo lo osservò qualche secondo, quasi sperando che evaporasse da solo.
Poi lo afferrò.
Lo bevve tutto in un unico sorso.
Rimase immobile.
Sbatté le palpebre due volte.
Sorrise con l'aria di chi aveva appena scoperto il segreto dell'universo.
Si alzò lentamente.
Uscì dal locale.
Percorse una decina di metri.
E con assoluta naturalezza si distese in mezzo alla strada.
Braccia aperte.
Occhi rivolti al cielo.
Rideva.
Rideva come un bambino.
Rideva come un matto.
Rideva senza riuscire a smettere.
«Ah Puffana!!! Piccolo...» disse Lo Smilzo affacciandosi alla porta e passandosi una mano tra i capelli. «Che caffo fai?? Lì passano anche le macchine.»
Leonardo lo guardò con aria serissima.
«Se arrivano... mi sposto...»
E ricominciò a ridere.
Gli amici riuscirono a rimetterlo in piedi soltanto dopo parecchi tentativi, sorreggendolo uno per braccio mentre continuava a piegarsi in due dalle risate.
Prima di salutarsi, qualcuno ricordò l'appuntamento della sera seguente.
«Domani ci aspettano quelli di Rualis... vogliono chiarire certe questioni.»
Tutti rivolsero lo sguardo verso lo Smilzo cercando conforto e magari aiuto per "chiarire" le questioni "sospese".
Lo Smilzo rimase in silenzio.
Chiese con calma chi fossero.
Ascoltò i nomi.
Abbassò lo sguardo.
Poi lo rialzò lentamente.
Con estrema solennità alzò il dito indice verso il cielo.
Per qualche istante nessuno parlò.
Infine, con quella sua voce cavernosa che sembrava impastare ogni consonante, pronunciò il suo monito.
«Attenzione!... potrei essere con voi... ma aaaanche con loro!!»
Sul gruppo calò un silenzio quasi religioso.
Per qualche secondo nessuno ebbe il coraggio di dire una parola.
Lo Smilzo li fissò uno ad uno.
Poi sbuffò.
Fece un gesto largo con il braccio, come un capostazione che dà il via al treno, e concluse con quella che era ormai la sua frase di commiato, immancabile quanto il caffè dopo pranzo:
«Adesso mi avete rrotto i coglioni!... Arrrriaaaa!!»
Era il segnale che la riunione era ufficialmente sciolta.
Giffoni, Romano e Remfutti si voltarono senza aggiungere altro e si incamminarono verso casa, trascinandosi dietro Leonardo che continuava a ridere senza alcun motivo apparente, inciampando ogni tre passi e costringendoli a sorreggerlo.
A un certo punto Leonardo si fermò, si mise incredibilmente sull'attenti, portò la mano alla fronte in un impeccabile saluto militare rivolto allo Smilzo e, con la solennità di un soldato che riceve gli ordini dal proprio comandante, esclamò:
«Ok, capo!»
Lo Smilzo non rispose nemmeno.
Accennò appena un cenno con la testa, si girò e rientrò ai Birilli Bevuti.
Gli altri ripresero la strada verso accompagnati dalle risate incontenibili di Leonardo che non finivano di riecheggiare nella notte di Cividale, mentre sopra le loro teste gli aerei continuavano a volare alti tra New York e Mosca e con il mondo, a loro completa insaputa, già proiettato verso il futuro. Loro, invece, del tutto ignari, avevano appena vissuto uno di quei frammenti di giovinezza destinati a sopravvivere a tutto: agli anni, alle rughe, alle sconfitte e perfino alla memoria. Perché certi ricordi non si ricordano, semplicemente, continuano a vivere.
Sempre a loro completa insaputa.






.jpg)
