lunedì 21 settembre 2026

LA NOTTE DELLA BALESTRA

L’anno scolastico 1979/80 era cominciato sotto buoni auspici, almeno per quanto poteva riguardare una scuola media. Per tutto il resto, invece, c’erano parecchi dubbi: la scuola era frequentata da circa quattrocento ragazzi, un numero sufficiente per trasformare qualunque istituto scolastico in una piccola comunità autonoma, con proprie leggi, consuetudini, traffici, gerarchie e, soprattutto, una considerevole popolazione di adolescenti convinti che il concetto di autorità fosse un esperimento sociale destinato a essere verificato ogni giorno sulla propria pelle.

 A sovrintendere a tutto questo c’era il preside Lo Bello. Si trattava di un siciliano, sulla cinquantina dalla mascella volitiva e dallo sguardo penetrante, e apparteneva a una categoria di dirigenti scolastici che già allora cominciava a essere considerata in via d’estinzione: quella dei presidi che ritenevano che la scuola fosse innanzitutto una scuola e non un centro di aggregazione o un luogo dove esprimere liberamente la propria personalità.

E neppure, tantomeno, un posto dove trascorrere le mattinate aspettando che arrivasse l’ora di uscire. 

Lo Bello aveva dei modus operandi codificati quasi fossero i dieci comandamenti ed il primo riguardava l’ingresso degli alunni:  ogni mattina, poco prima dell’inizio delle lezioni, le classi dovevano radunarsi nell’ampio piazzale antistante la scuola; le "prime" erano schierate sulla destra, poi le "seconde" ed infine le "terze", procedendo rigidamente verso sinistra per ordine alfabetico di sezione ed ogni classe costituiva una specie di plotone, in fila per due. 

Altrettanto rigidamente, le femmine davanti ed i maschi dietro e meglio se in ordine di statura. Non era previsto che nessuno decidesse autonomamente dove stare e non era previsto neppure che si parlasse, ma soprattutto non era previsto che si ridesse.

Il piazzale, qualche minuto prima della campanella, era comunque un luogo nel quale quattrocento adolescenti cercavano naturalmente di fare tutto ciò che non era previsto: si parlava, si urlava, ci si spingeva e si raccontavano episodi avvenuti il giorno prima. Non mancavano commenti sulle compagne e si lanciavano oggetti, e naturalmente si rideva senza motivo: in altre parole, si faceva quello che normalmente fanno quattrocento adolescenti quando vengono messi tutti insieme. 

Poi, improvvisamente, appariva Lo Bello. Bastava che comparisse sulla porta d’ingresso. Non doveva dire niente. Il rumore cessava, era come se qualcuno avesse tolto la corrente e quattrocento ragazzi rimanevano immobili nel piazzale, in un silenzio quasi innaturale, mentre il preside osservava la formazione come il Generale comandante di un reggimento di granatieri pronto per sfilare in parata il gionro del genetliaco dell'Imperatore. 

Al suono della campanella le fila cominciavano a muoversi ed una classe dopo l’altra entrava nel portone, percorreva il corridoio andando a disporsi davanti alla propria aula, in attesa dell’insegnante mentre Lo Bello rimaneva sulla porta.

E guardava uno ad uno mentre gli sfilavano davanti. 

Scrutava le scarpe, i capelli, le camicie,  i maglioni, le giacche e la postura; un ragazzo che entrava con le mani in tasca poteva essere fermato, uno con i capelli troppo lunghi poteva essere fermato oppure un altro con un abbigliamento che il preside giudicava poco rispettoso poteva essere fermato e se veniva fermato, non arrivava semplicemente un rimprovero ma arrivava la convocazione immediata in presidenza.

 E dalla presidenza potevano uscire una romanzina, una convocazione dei genitori o, nei casi più gravi, una sospensione. Era un sistema semplice e funzionava. Lo Bello aveva poi un particolare modo di pronunciare alcune parole:  la sua cadenza siciliana, anche quando pronunciava una frase perfettamente normale, riusciva a darle un peso supplementare. 

All’inizio dell’anno scolastico aveva fatto personalmente il giro delle classi: c’era una nuova insegnante di educazione musicale ed era non vedente, così che Lo Bello aveva voluto mettere le cose in chiaro. Aveva spiegato ai ragazzi che non avrebbe tollerato comportamenti vigliacchi, irrispettosi o offensivi nei confronti della docente, garantendo che avrebbe vigilato personalmente e che, nel caso fosse stato necessario, avrebbe preso gli opportuni provvedimenti. 

Nessuno aveva avuto dubbi sul significato di quelle parole. 

Per qualche settimana, infatti, le lezioni di musica si svolsero in un clima quasi monastico; poi, lentamente, la memoria dei quattrocento alunni cominciò a fare il suo lavoro e nella classe di Giffoni, durante una lezione di solfeggio, la situazione tornò a essere quella che, con ogni probabilità, sarebbe stata fin dall'inizio se non ci fosse stato Lo Bello. 

La professoressa cercava pazientemente di insegnare le note: Do. Re. Mi. Fa. Sol. La. Si. La classe ripeteva. O almeno ci provava, perché Leonardo, quel giorno, aveva evidentemente deciso che la musica occidentale aveva bisogno di un contributo internazionale e quando arrivò il momento di ripetere le note, invece di unirsi ai compagni, assunse un tono solenne e profondo e cominciò a cantare: — Allah... Allah... Allah... Non lo disse una volta. Lo ripeté. Con convinzione e con una cadenza che ricordava quella di un muezzin che avesse smarrito il minareto ma non la vocazione. — Allah... Allah... Allah... La professoressa, pazientemente data la cacofonia che si era sviluppata, continuava stoicamente a cercare di far ripetere il solfeggio.

Rien a faire.  

I compagni cominciavano a ridere e Leonardo, incoraggiato proprio da quel successo, continuava. — Allah... Allah... Allah... e fu allora che la porta si aprì. 

Lo Bello comparve sulla soglia, nessuno lo aveva sentito arrivare.

Guardò la classe con lo stesso sguardo truce di un ispettore di polizia al cospetto di un gruppo di brigatisti indiziati dell'assassinio di un  collega ed infine, con quella sua cadenza che rendeva ogni frase simile all’inizio di un procedimento penale, domandò: — Mo’... chi ha detto Allah? 

Silenzio.

Non un silenzio normale. Un silenzio assoluto. 

Il genere di silenzio che nasce quando tutti sanno perfettamente chi è stato e contemporaneamente decidono, per ragioni di sopravvivenza, di non saperlo. 

Lo Bello fece qualche passo dentro l’aula. — Ho domandato chi ha detto Allah.

Nessuno parlò. — Se nessuno parla, sospendo tutta la classe.

A quel punto il concetto di solidarietà cominciò a perdere rapidamente consistenza e Leonardo, un attimo prima che qualcuno dei compagni più timorati potesse fare l'infame, alzò lentamente la mano. — Sono stato io. 

Lo Bello lo guardò. Non disse nulla per qualche secondo e poi pronunciò due sole, ma ripetute, parole con quella S sibilante che trasmetteva quasi la sensazione di ricevere una frustata.

. — A casa. A casa. 

Leonardo, testa bassa, senza proferire una sillaba, raccolse la cartella e uscì seguito dal Preside.

Verdetto: Tre giorni di sospensione. 

La questione della musica, da quel momento in poi, fu sistemata, ma non perché i ragazzi avessero improvvisamente sviluppato una passione per il solfeggio: semplicemente avevano capito che Lo Bello possedeva un udito sorprendentemente efficiente e soprattutto che poteva materializzarsi sulla porta di un’aula senza produrre il minimo rumore. Per tutto il resto dell’anno scolastico le lezioni di educazione musicale procedettero dunque con una certa tranquillità. 

Arrivò finalmente alla primavera e con essa la tanto attesa e desiderata la gita in Umbria: tre giorni in compagnia, lontano da quaderni, solfeggi, equazioni, libri e soprattutto dai genitori. Le classi terze alloggiavano in un convento di Gubbio. Era un posto antico, severo e perfettamente coerente con l’idea che una gita scolastica dovesse servire, oltre che a visitare l’Italia, anche a verificare la capacità degli studenti di non essere espulsi da una struttura religiosa. Il convento era gestito dalle monache. C’era un chiostro. C’erano corridoi lunghi. C’erano camere. E c’era una scala e accanto alla scala correva un antico corrimano costituito da una corda sostenuta da una serie di pomelli d’ottone. I pomelli erano lucidissimi e agl'occhi di quella falange di pubescenti sembravano messi lì apposta per essere toccati. 

Lo Bello aveva osservato pomelli e alunni e aveva intuito immediatamente il problema: al momento dell’arrivo radunò tutta la comitiva nel chiostro e poi incominciò a parlare in quel clima di religioso silenzio. Spiegò che quello era un luogo sacro, che bisognava rispettarlo e che gli studenti avrebbero dovuto mantenere un comportamento adeguato. 

E poi snocciolò le regole, soffermandosi soprattutto su due. La prima: nessuno doveva utilizzare quel corrimano. La seconda: dopo cena nessuno doveva vagare per camere e corridoi. Lo Bello guardò i ragazzi. — E vi esorto caldamente a non mettermi alla prova.

Nessuno disse niente, tutti annuirono. Le monache, qualche metro più in là, osservavano la scena con un’espressione nella quale sembravano convivere la speranza e una certa esperienza del genere umano, soprattutto quando si trova nella primissima fase della sua esistenza.

La notte trascorse in una calma apparente.

La mattina seguente, quando gli studenti scesero per la colazione, emerse il problema: l’ultimo pomello della scala, quello al piano terra, era stato scardinato dal muro e la corda pendeva, in modo sinistro, nel vuoto. 

Lo Bello accompagnato dalla Madre Badessa:  in rapida successone guardò il muro,  guardò il pomello e guardò la corda. Infine guardò gli studenti. Il secondo raduno generale della spedizione umbra avvenne nel chiostro con una rapidità che non lasciava presagire nulla di buono.

 — Chi è stato? 

Silenzio. 

Lo Bello attese. — Voglio sapere chi è stato. 

Ancora silenzio e questa volta non c’era neppure Leonardo da poter sacrificare.

Lo Bello comunicò allora la misura adottata, che date le circostanze non poteva essere che draconiana; con la postura ed i modi di un ufficiale tedesco chiamato ad organizzare una rappresaglia in un villaggio nei pressi di un ponte fatto esplodere dai partigiani, minacciò che se entro il giorno successivo non fosse comparso il responsabile, avrebbe sospeso il capoclasse di ciascuna delle classi in gita.

Quella sorta di decimazione produsse immediatamente una conseguenza. I capiclasse si riunirono e Giffoni era, naturalmente, il capoclasse della sua. Si formò così, in un angolo del convento lontano da troppi occhi e orecchie indiscreti, una specie di comitato di crisi: non si trattava più di stabilire chi avesse rotto un pomello ma si trattava di salvare sé stessi. Cominciarono le consultazioni: si passarono in rassegna i nomi dei papabili responsabili del danno, cercandolo tra i più vivaci, tra i più incoscienti e quelli che avevano già avuto problemi con gli insegnanti ma soprattutto quelli che avevano mostrato, in passato, una certa propensione per le imprese inutili e che avevano l’aria di poter fare una cosa del genere. Un'impresa da far tremare i polsi, stante la lunghezza di una lista da costruire utilizzando quei criteri. 

Non emerse nulla, nessun sospetto concreto, nessuna confessione e nessun indizio: l’omertà era assoluta. 

Peraltro, nessuno dei capiclasse era particolarmente desideroso di approfondire, perché c’era una possibilità che tutti tenevano presente: che il colpevole fosse effettivamente uno della propria classe e  che, una volta scoperto, potesse rivelarsi molto meno simpatico di quanto non fosse sembrato fino al giorno prima. 

Il problema rimase dunque insoluto ed i capiclasse iniziavano a pensare a cosa dover raccontare poi ai loro genitori, se la "decimazione" di Lo Bello avesse davvero avuto seguito.

Arrivò la notte e Lo Bello si aggirava con passi felpati per i corridoi del convento. Era tardi. Molto tardi, esattamente l’orario nel quale, secondo le disposizioni impartite il giorno precedente, tutti gli studenti avrebbero dovuto essere nelle proprie camere.

Con il fiuto di un segugio aprì la porta di una camera e si trovò davanti a una scena che avrebbe probabilmente superato le sue peggiori previsioni: nessuno era tra le coperte ed in mezzo alla stanza c’erano Bugatti e il Frangibracci mentre Borsello nascosto dentro un armadio con l’anta dell’armadio era semiaperta e presentava un foro. Un foro perfettamente attraversato da una freccia. Davanti all’armadio, il ripentente di lungo corso Di Domenico teneva in mano una balestra. 

Lo Bello rimase immobile. 

Anche i ragazzi rimasero immobili e per qualche secondo nessuno disse nulla. 

Lo Bello guardò la balestra. Guardò la freccia. Guardò l’armadio.

Poi iniziò una lunga confessione, dalla quale si apprese che la balestra, tra l’altro, era nuova ed era stata acquistata da Borsello quella stessa mattina durante la visita ad Assisi. Il perché Borsello avesse ritenuto opportuno comprare una balestra ad Assisi durante una gita scolastica, ma soprattutto perché Di Domenico decise di usarla mettendo a rischio l'incolumità del compagno è una domanda alla quale non venne mai data una risposta soddisfacente. 

Ma la questione appariva ormai secondaria:  per Lo Bello da quel momento,  anche che il pomello della scala poteva essere finito nella lista delle imprese compiute dalla stessa compagnia e poteva tranquillamente finire nei "reati" ascrivibili al balestriere, il cui cursus honorum scolastico era peggio della fedina penale di Al Capone. 

Al sorgere del sole, ci fu il definitivo regolamento di conti:  Borsello, Frangibracci e De Domenico furono sospesi  e, considerato il comportamento emerso durante la notte della balestra, De Domenico fu ritenuto responsabile anche della misteriosa distruzione del pomello per la sussistenza di indizi gravi stante la personalità incline alla trasgressione. Unico a salvarsi per "insufficienza di prove" fu Bugatti, che in fin dei conti era nella sua camera e aveva solo assistito alla scena obtorto collo a suo dire, a differenza di Frangibracci che non avrebbe dovuto trovarsi lì bensì nella sua stanza e di Borsello, reo dell'incauto acquisto non autorizzato. 

La comitiva lasciò Gubbio per tornare verso casa, mentre le monache tornarono alle loro occupazioni e la corda del corrimano, qualche giorno dopo, fu rimessa al suo posto.

Dei pomelli, invece, ne mancava uno.

martedì 15 settembre 2026

IL SEGRETO DELLE PAGINE PERDUTE

A Teatro avevano imparato, tra le altre cose, che prima di uno spettacolo esisteva un momento nel quale qualsiasi cosa, anche la più insignificante, poteva trasformarsi in un problema di dimensioni imprevedibili.

Mancavano venti minuti all’apertura del sipario e nel teatro della parrocchia la compagnia era già immersa in quella particolare agitazione che precede l’ingresso in scena: qualcuno ripassava le battute sottovoce come un monaco benedettino orante, qualcuno cercava un oggetto che aveva avuto in mano fino a trenta secondi prima e ora pareva essere stato inghiottito tra Scilla e Cariddi, qualcuno si guardava allo specchio chiedendosi che cazzo ci faceva lì e qualcun altro, come spesso accadeva, aveva deciso che proprio quello era il momento migliore per fare qualcosa che non avrebbe dovuto fare.

La lista dei potenziali "guastatori" era varia e quella sera fu il turno di Tito Brunelli.

Tito Brunelli era il protagonista de Il Malato immaginario di Molière e aveva davanti a sé una quantità di battute che, a detta degli altri, superava abbondantemente il migliaio, cifra che non aveva mai verificato personalmente ma che gli veniva ricordata con una certa frequenza quelle poche volte che qualcuno lo vedeva ripassare il copione.

Tito infatti era solito riempire vuoti e amnesie con battute inventate di sana pianta, spesso fuori contesto, ma dell'efficacia scenica superiore al testo originale.

Il problema era che, in una delle scene, Brunelli doveva sostenere tra le mani un grande libro antico e recitare una battuta facendo finta di leggerla proprio da quelle pagine e quel volume non apparteneva alla compagnia.

Era stato prestato dal padre di Gambero, dopo ripetute e insistenti richieste del figlio, che per convincerlo gli aveva garantito che sarebbe stato utilizzato esclusivamente per gli spettacoli e che, una volta terminata la rappresentazione, sarebbe tornato immediatamente a casa sotto la sua personale e attenta vigilanza.

Era un libro di antiche mappe nautiche, uno di quei volumi che sembrano avere più storia che pagine, con una copertina pesante e consumata e una particolare struttura a finestrella: a prima vista, aprendolo, si incontravano soltanto pagine bianche, mentre le mappe erano custodite all'interno, a due a due, come se il libro avesse deciso di non mostrare a chiunque i propri segreti.

Gambero lo aveva portato in teatro con la solennità di chi consegna un oggetto di famiglia nelle mani del Direttore del Louvre mentre avrebbe dovuto ricordarsi a chi stava per consegnarlo, compari dei quali, peraltro, conosceva abbastanza bene la reputazione.

E infatti, venti minuti prima dello spettacolo, Tito Brunelli prese il libro che giaceva, quasi nascosto, dietro le quinte.

Lo aprì.

Vide una pagina bianca. La guardò ancora e poi ebbe un pensiero ed era uno di quei pensieri che, ai Birilli Bevuti, non arrivavano mai accompagnati da un dubbio.

«Per sicurezza scrivo l'inizio della battuta.»

Prese una penna e, con la tranquillità di un amanuense medievale che stesse preparando un codice destinato a sopravvivere ai secoli, cominciò a scrivere a caratteri cubitali sulla pagina.

Non una parola piccola, discreta, facilmente cancellabile. A caratteri cubitali.

Remfutti, che passava di lì, si fermò e guardò Brunelli e poi guardò il libro.

Guardò di nuovo Brunelli.

Ci fu quel breve silenzio che precede generalmente le domande alle quali, in cuor suo, chi le formula conosce già la risposta.

«Ma sei pazzo a scrivere sul libro di Gambero?»

Brunelli, assolutamente incurante della richiesta, continuò a scrivere.

Remfutti si avvicinò insistendo.

«Hai visto cosa c'è dietro?»

Tito alzò appena gli occhi, infastidito.

«Cosa vuoi che ci sia?»

Remfutti indicò il libro.

«Le mappe.»

Brunelli guardò la pagina, poi guardò Remfutti.

«Quali mappe, qui non c'è niente... E allora?»

«E allora se Gambero si accorge che hai scritto sul libro di suo padre s'incazza come una biscia.»

Tito Brunelli finì di scrivere l'ultima parola, richiuse il volume e posando con calma la penna, rispose:

«Ecco appunto. E tu non dirglielo, così non succede niente.»

Fu allora che arrivò Giffoni che in lontananza aveva sentito soltanto le ultime parole.

«Che cosa non deve sapere Gambero?»

Remfutti si voltò mentre Brunelli continuò tranquillamente a scrivere.

«Niente.»

Giffoni lo guardò.

Poi guardò Remfutti.

Infine guardò il libro.

Non serviva essere particolarmente perspicaci per capire che, quando Tito diceva niente, generalmente c'era qualcosa.

Si avvicinò, diede un'occhiata alla pagina e rimase per un attimo senza parlare.

«Hai scritto sul libro?»

«Solo una battuta.»

«Sul libro di Gambero?»

«Era bianco.»

Giffoni chiuse gli occhi per un istante: aveva imparato che con Brunelli esistevano situazioni nelle quali la ragione non poteva più intervenire e bisognava semplicemente amministrare i danni.

Si rivolse a Remfutti.

«Tu non dire niente a Gambero,  almeno fino alla fine dello spettacolo.»

Remfutti lo guardò preoccupato.

«E se lo scopre?»

«Lo scoprirà dopo.»

«E se lo scopre prima?»

«Non deve scoprirlo prima. Se glielo dici adesso va fuori di testa e poi recita incazzato nero per tutta la sera.»

Remfutti annuì, atteggiandosi a colui che sembrava essere stato convinto da una motivazione sufficientemente seria.

«Va bene. Non dico niente.»

Giffoni si allontanò.

E per qualche minuto Remfutti mantenne effettivamente la parola, ma il problema era che nessuno aveva mai stabilito con precisione quanto dovesse durare, ai Birilli Bevuti, un segreto.

Remfutti rimase qualche istante fermo a guardare Brunelli.

Poi guardò il libro.

Poi pensò a Gambero.

E, soprattutto, pensò al padre di Gambero.

Fu probabilmente a quel punto che la promessa fatta a Giffoni cominciò a sembrargli meno importante del diritto di Gambero a sapere che cosa stava succedendo al libro e così sparì nel sottopalco dove c'erano i camerini.

Non passarono due minuti che dal sottopalco arrivarono delle urla e poi, con falcate degne degli stivali delle sette leghe di faustiana memoria, Gambero irruppe nel retropalco dove Brunelli aspettava placidamente il levarsi del sipario, avendo concluso la sua opera scritta. 

Gli occhi di Gambero erano iniettati dello stesso furore del tifoso romanista che alla sera aveva visto alla moviola di Carlo Sassi il gol di Turone annullato per fuorigioco e senza troppi preamboli intimò a Brunelli la restituzione del prezioso volume.

«Dammi qua.»

Brunelli glielo porse senza scomporsi.

Gambero lo prese.

Lo aprì.

Guardò la pagina e vide la battuta scritta a caratteri cubitali su una delle pagine bianche che costituivano il retro di una delle mappe nautiche.

Guardò Brunelli.

Poi di nuovo il libro e l'obbrobrio grafico.

Poi ancora Brunelli.

«Ma sei un coglione!»

Il teatro sembrò improvvisamente più piccolo.

«Che cazzo hai fatto?! Adesso mio padre mi ammazza!»

Tito Brunelli, invece di chiedere scusa, fece quella cosa che solo lui avrebbe potuto fare in quel momento: passò al contrattacco senza cercare una giustificazione, con la grazia di un concerto degli AC/DC in una cristalleria.

«E che cazzo ne sapevo io? Il libro era tutto in bianco, che cazzo volete da me?»

Gambero lo fissava come si può fissare un serial killer.

«Era tutto in bianco perché le mappe sono dentro, deficiente!»

Brunelli fece una faccia quasi offesa e sbrigativamente si congedò, con il fare di chi è stato inutilmente ed ingiustamente importunato e con una battuta che era un capolavoro di diplomazia al contrario.

«E allora potevi portarne un altro.»

Giffoni, che nel frattempo aveva capito perfettamente da chi Gambero avesse ricevuto la notizia, guardò Remfutti e Remfutti, sentendosi osservato, abbassò gli occhi.

Poi, improvvisamente, arrivò la voce dalla sala.

«Due minuti all'inizio.»

Fu quella voce a salvare Tito Brunelli e non il perdono di Gambero.

Non una soluzione.

Due minuti.

La compagnia dovette andare in scena, il sipario si levò e Brunelli entrò con il Libro delle Mappe sul proscenio ed il pubblico, ignaro dell'incidente accaduto nel retropalco appena qualche minuto prima, lo accolse nel silenzio dell'attesa.

Cominciò lo spettacolo e per tutta la rappresentazione il Malato Immaginario poté anche essere immaginario, ma il risentimento di Gambero no e ogni volta che Tito Brunelli incrociava il suo sguardo c'era qualcosa di strano.

Non era uno sguardo teatrale, non apparteneva a Molière e non apparteneva alla commedia.

Era uno sguardo perfettamente reale, preciso e inequivocabile, uno di quegli sguardi che non hanno bisogno di essere accompagnati da parole perché hanno già pronunciato una sentenza.

Brunelli recitò tutto fino alla fine, le mille e passa battute furono dette.

Il libro fu tenuto correttamente tra le mani e la battuta recitata a memoria, senza utilizzare l'espediente grafico ideato all'ultimo momento per sicurezza.

Il pubblico alla fine applaudì e, almeno per quella sera, nessuno morì.

Il libro tornò a casa e almeno le mappe erano salve.

Quanto a Tito Brunelli, continuò a sostenere per molti anni che la reazione di Gambero era esagerata, che se Gambero avesse avuto la bontà di spiegargli prima che dietro quelle pagine apparentemente bianche c'erano le mappe, lui non avrebbe mai scritto nulla.

Era, naturalmente, la sua versione dei fatti.

Quanto a Remfutti, nessuno riuscì mai a stabilire se avesse tradito deliberatamente il segreto o se, semplicemente, dopo aver promesso solennemente di non dire niente, avesse improvvisamente ritenuto che quel niente non comprendesse proprio il diretto interessato.

Quanto al padre di Gambero, nessuno seppe mai come accolse il rientro tra le mura domestiche del prezioso volume e che non uscì mai più dalla sua disponibilità.

Anyway, the show must go on.

lunedì 14 settembre 2026

SEI POMODORI IN CERCA D'AUTORE

 Ai Birilli Bevuti stavano imparando molte cose, forse non proprio quelle che servivano per vivere bene, questo è vero, ma decisamente quelle che servivano per sopravvivere.

Avevano appreso che la noia, se affrontata in compagnia, poteva trasformarsi in un'impresa; che una passeggiata poteva diventare una spedizione; che una partita a carte poteva assumere i contorni di una crisi diplomatica e che, soprattutto, una notizia priva di qualsiasi fondamento, se pronunciata con sufficiente convinzione, poteva nel giro di pochi minuti trasformarsi in una certezza sulla quale dover costruire un'intera strategia difensiva.

I Birilli Bevuti erano, in fondo, la loro scuola di vita, anche se non rilasciavano diplomi e non esistevano programmi ministeriali, ma in compenso insegnavano una cosa fondamentale: prendere molto sul serio le cose che non meritavano di essere prese sul serio e, possibilmente, non prendere troppo sul serio quelle che invece lo meritavano.

Il teatro della parrocchia era una delle sue aule predilette.

Anche se a prima vista non sembrava avere proprio nulla di prestigioso, a partire dall'aspetto fatiscente, era un vero teatro in sedicesimo, con il palcoscenico, le quinte, i camerini e quella caratteristica atmosfera dei luoghi nei quali generazioni di ragazzi avevano recitato commedie, organizzato feste, preparato recite e consumato quantità imprecisate di ansie completamente inutili.

Quella sera andava in scena Il Bugiardo di Carlo Goldoni e i risultati dell'agire del protagonista - al quale non si deve credere neanche la verità come aveva scritto nel testo il celeberrimo autore veneziano - avevano già cominciato a manifestarsi dietro le quinte.

Mancava circa mezz’ora all’inizio dello spettacolo e nel teatro della parrocchia si era ormai depositata quella particolare agitazione che precede gli spettacoli, quando tutti hanno ancora qualcosa da sistemare e, proprio per questo, nessuno riesce più a fare con naturalezza nemmeno ciò che ha fatto cento volte. Sul palcoscenico Giffoni camminava avanti e indietro, ripassando mentalmente le ultime indicazioni, controllando questo e quello.

Le luci erano accese, le quinte tirate, in sala cominciava ad arrivare gente e dai camerini provenivano voci, passi, richiami e qualche bestemmia pronunciata senza quella cautela che avrebbe dovuto distinguere il teatro parrocchiale dagli altri teatri.

Fu allora che Remfutti gli si avvicinò e gli si fermò davanti con un’espressione insolitamente seria e, dopo essersi guardato intorno con la circospezione di chi sta per comunicare una notizia che non dovrebbe uscire da quella stanza, gli disse:

«Giffoni, cosa facciamo se ci tirano i pomodori?»

Giffoni lo guardò per qualche secondo, convinto che fosse una delle solite ipotesi di Remfutti, quelle che nascevano da un dubbio apparentemente insignificante e finivano per prendere, nel giro di pochi minuti, proporzioni difficili da ricondurre alla ragione.

«Li mangiamo.»

Remfutti non sorrise e continuò a guardarlo con quell’aria preoccupata che, nel suo caso, era già un primo segnale d’allarme.

«No, guarda che non sto scherzando. Medusa l’ha saputo da suoi amici. Sono venuti apposta per tirarci i pomodori.»

Giffoni smise di camminare.

Non credeva minimamente alla storia, ma si accorse immediatamente che Remfutti, invece, aveva già cominciato a crederci sul serio e quando Remfutti cominciava a prendere sul serio una possibilità, quella possibilità acquistava rapidamente una propria vita, una propria logica e, se necessario, anche un piano operativo.

«Ma sei impazzito? Non vorrai mica credere a queste cazzate?»

«Io non lo so», rispose Remfutti, «ma questa notizia mi preoccupa. Mi fa star male.»

Giffoni lo osservò ancora per qualche istante, poi capì che il problema, in quel momento, non erano i pomodori ma la notizia dei pomodori.

«Senti, facciamo una cosa. Questa storia la tieni per te. Non dire niente agli altri, perché se cominciamo a mettere in agitazione tutta la compagnia mezz’ora prima dello spettacolo, siamo finiti.»

Remfutti annuì con un cenno lento, convinto, quasi solenne e Giffoni tornò alle sue occupazioni, rassicurato dal fatto di aver almeno circoscritto il pericolo.

Passarono cinque minuti. Forse nemmeno cinque.

Quando Giffoni si voltò, vide Brunelli Tito parlare sottovoce con Bugatti, poco più in là Rozza stava discutendo con Gambero, mentre Medusa, con una tranquillità che lasciava supporre che la faccenda non la riguardasse minimamente, sembrava già perfettamente informata di tutto.

Giffoni si avvicinò.

«Che succede?»

Bugatti lo guardò.

«Hai sentito dei pomodori?»

Giffoni rimase zitto.

La notizia aveva già fatto il giro del teatro.

Non si trattava più soltanto di sapere se qualcuno avesse intenzione di tirare dei pomodori. Si cominciava a discutere di quanti potessero essere, da quale parte della sala sarebbero arrivati e, soprattutto, di chi potesse avere un motivo per compiere un gesto tanto ostile nei confronti di una compagnia teatrale di liceali.

«Ma quanti sarebbero?» chiese Rozza.

«Non si sa.»

«E chi li porta?»

«Neanche questo si sa.»

«Ma sono sicuri?»

A quella domanda seguì un breve silenzio.

Poi Medusa, con assoluta serenità, disse:

«Me l’hanno dato per certo.»

Era una frase che non lasciava molto spazio alla discussione.

Leonardo, nel frattempo, era entrato nel gruppo e aveva ascoltato abbastanza da capire che, a cinque minuti dall’inizio dello spettacolo, una compagnia teatrale si stava occupando con crescente apprensione di un’aggressione ortofrutticola ancora tutta da dimostrare.

«Ma siete tutti rincoglioniti?»

Nessuno gli diede particolare ascolto.

Remfutti se ne stava poco distante, pensioroso ma apparentemente estraneo alla discussione.

Giffoni lo guardò.

Remfutti abbassò gli occhi.

Aveva promesso di non dire niente e infatti non aveva detto niente. Il problema era che, nel frattempo, lo sapevano anche i muri.

Mancavano pochi minuti all’apertura del sipario e in sala si sentiva forte il vocio del pubblico mentre sul palcoscenico, invece, si era formato qualcosa che assomigliava sempre più a uno stato maggiore, nel quale ognuno aveva una propria teoria e nessuno aveva la minima intenzione di verificarla.

Brunelli Tito voleva sapere chi fossero gli autori del gesto, promettendo di reagire a colpi di maglio.

Bugatti cercava di capire se i pomodori sarebbero stati lanciati dalle prime file oppure da più lontano e Rozza sosteneva che dalla platea fosse più facile.

Gambero ascoltava tutti con l'espressione di chi si trovava per caso in mezzo a una riunione di condominio convocata per discutere dell'invasione delle cavallette.

La questione, ormai, aveva raggiunto una tale complessità che sarebbe stato più facile organizzare lo spettacolo.

Giffoni capì che era arrivato il momento di intervenire. Radunò tutto il cast e, con una prudenza istituzionale che avrebbe strappato scroscianti applausi ad un congresso democristiano, disse:

«Il problema non esiste. Non c’è alcun pericolo.»

Qualcuno annuì, qualcuno continuò a guardare verso la sala.

Giffoni proseguì:

«Tuttavia, se l’ipotesi dovesse verificarsi, faremo chiudere immediatamente il sipario e uscirò solo io in proscenio per i ringraziamenti di rito.»

Era una soluzione che non risolveva assolutamente nulla, ma aveva il vantaggio di essere chiara e di convincere tutti ad aprire il sipario e ad andare incontro a quello che, come cantava Lucio Battisti, avrebbero scoperto solo vivendo. 

Il Sipario si aprì.

Nella platea non c'erano terroristi, non c'erano facinorosi e non c'erano neppure persone particolarmente ostili: c'erano signore della parrocchia, qualche genitore, ragazzi, conoscenti e gente che aveva semplicemente deciso di passare la serata a teatro.

Lo spettacolo cominciò.

La prima battuta.

La seconda.

La terza.

Niente.

Nessun pomodoro.

Remfutti, dalle quinte, continuava ogni tanto a dare un'occhiata alla platea.

Niente.

Arrivò il finale.

Applausi.

Applausi veri.

Gli attori uscirono a salutare.

Giffoni guardò Remfutti.

Remfutti guardò Giffoni.

Leonardo sorrideva.

Medusa aveva già dimenticato tutto.

Gambero, invece, non sembrava affatto sorpreso.

Gli ortaggi, quella sera, non si erano mossi, erano rimasti tranquillamente sul banco del fruttivendolo e forse, a ripensarci, erano stati gli unici ad aver capito fin dall'inizio come sarebbe andata a finire.


giovedì 10 settembre 2026

UN GELATO POCO DOLCE E MOLTO SALATO


Era una di quelle serate di primavera nelle quali il sabato sera, invece di promettere qualcosa, sembrava soprattutto voler ricordare ai presenti che il giorno dopo sarebbe stata domenica.

Ai Birilli Bevuti regnava una calma che, più che alla pace, somigliava alla resa.

La primavera aveva ormai fatto il suo ingresso ufficiale, le giornate si erano allungate, le ragazze si sapeva che da qualche parte cominciavano a circolare con quella leggerezza degli abiti che, a quell'età, veniva interpretata dai maschi come un preciso segnale della Provvidenza, e gli ormoni, dopo mesi di inverno, reclamavano spazio con la veemenza di una tifoseria rimasta chiusa fuori dallo stadio.

Il problema era che il contesto sociale in cui si muovevano i nostri eroi non sembrava essersene accorto: Ai Birilli Bevuti non accadeva nulla.

Niente ragazze, niente feste o la possibilità di indirizzare qualche invito galante; insomma, niente di quelle circostanze casuali che, nella fantasia adolescenziale, precedono invariabilmente l'inizio di una grande storia d'amore e che nella realtà si limitano quasi sempre a precedere una figuraccia.

Era, insomma, una perfetta serata da Fortezza Bastiani: si stava lì, ad aspettare qualcosa che non sarebbe arrivato mai.

Giffoni fu il primo a formulare l'ipotesi di una sortita che potesse, almeno potenzialmente, rompere quel grigiore fuori stagione e se non altro accendere una scintilla di speranza o, più realisticamente, d'illusione. 

— Andiamo a Udine.

Gli altri lo guardarono poco convinti, mentre Giffoni a parole dipingeva Udine, quella sera, con le dimensioni di una metropoli occidentale: il centro cittadino, con le sue gelaterie, i portici e le ragazze che passeggiavano il sabato sera, venivano descritte come una specie di Las Vegas friulana.

Non serviva nemmeno fare qualcosa di particolare: bastava esserci, camminare, guardarsi attorno, mangiare un gelato e, naturalmente, approcciare.

Il problema era arrivarci perché nessuno aveva la macchina.

E fu allora che entrò in scena la Mini Cooper rossa dei genitori di Gambero; una macchina fiammante, ancora sufficientemente nuova da sembrare un'automobile e non semplicemente un mezzo di trasporto, parcheggiata lì, nel giardino di casa, con le chiavi a disposizione.

I genitori di Gambero erano usciti e la macchina era sola.

Le chiavi erano lì.

C'era però un dettaglio, un dettaglio non proprio secondario: era assolutamente vietato usarla e Gambero lo fece presente a chiare lettere non appena capì che il sottotesto di quell'idea dava per certo l'uso del mezzo del padre per evadere dalla noia della Fortezza Bastiani in riva al Natisone.

Lo fece con quella prudenza che, col senno di poi, avrebbe meritato una maggiore considerazione.

— Mio padre mi ammazza.

Giffoni, invece, vedeva la faccenda da un punto di vista completamente diverso.

— Ma figurati. Andiamo a Udine, prendiamo un gelato e torniamo prima che arrivino. Non sapranno mai niente.

Era un ragionamento semplice e, proprio per questo, pericoloso.

— Ma se succede qualcosa?

Gambero, neopatentato da qualche mese, non era ancora convinto e cercava di resistere ad un'idea che però esercitava un fascino irresistibile anche per lui. 

Polacco, a quel punto, entrò nella discussione con l'autorità di chi non avrebbe guidato.

— Cosa potrà mai andare storto?

Tomaselli annuì rincarando la dose.

— Si tratta di andare a Udine mica a Caracas!!

Gambero, accerchiato dalle insistenze e dalle rassicurazioni dei tre, alla fine cedette e la spedizione venne approvata con il relativo programma: partenza, Udine, parcheggio, gelato, giro in centro cercando di captare eventuali focolai d'interesse, nel caso qualche tentativo di approccio e ritorno a casa prima di mezzanotte.

Un piano perfetto, addirittura più morigerato di quello programmabile da una novella Cenerentola; talmente perfetto da avere un unico difetto: si basava sulla convinzione che quattro adolescenti, di sabato sera, con una Mini Cooper presa di nascosto e guidata da un neopatentato, potessero controllare gli eventi.

La Mini partì: alla guida Gambero ed al suo fianco, naturalmente, Giffoni. Dietro Polacco e Tomaselli.

All'inizio tutto andò magnificamente, la macchina filava tranquilla verso Udine, Gambero teneva il volante con quella concentrazione tipica del neopatentato che, pur avendo ancora pochi mesi di esperienza, comincia già a considerarsi un pilota.

Gli altri scherzavano, si rideva e si parlava delle ragazze mentre Udine sembrava sempre più vicina e con Udine, naturalmente, crescevano in parallelo le speranze e le illusioni per un sabato finalmente all'altezza dei loro desideri. Un sabato da ricordare insomma.

Il mondo, in quel momento, sembrava assecondarli e loro erano assolutamente ignari di come gli Dei stavano per accontentare la loro brama di un sabato indimenticabile.

Arrivò una svolta a sinistra, una svolta come tante, una di quelle svolte che, in condizioni normali, non meritano nemmeno di essere ricordate.

Tomaselli, invece, convinto che esistesse un altro tragitto per la loro desinazione apostrofò il conducente: "Gambero, dove cazzo giri?" 

Gambero, si voltò per un istante e disse piccato: "Eh?!"

Fu un gesto quasi impercettibile.

Un attimo.

Il tempo sufficiente per perdere il contatto visivo con la strada e quando riportò gli occhi davanti a sé, la realtà aveva già preso una decisione: in mezzo alla carreggiata, sullo spartitraffico, c'era l'asta del segnale di stop.

La Mini Cooper la centrò in pieno con il classico botto che accompagna lamiera e carrozzeria che si contraggono.

Poi scese il Silenzio, per qualche secondo nessuno disse nulla.

Erano illesi, la bassa velocità aveva causato nello scontro solo un secco spostamento in avanti dei passeggeri, senza però nessun contatto con le parti della vettura e fortunatamente si era ancora negli anni '80 e l'elegante autovettura era sprovvista di air bag.

Era andata molto invece peggio all'asta dello stop, che ora era inclinata come un giavellotto piantato in terra nell'agone olimpico, e al frontale della Mini che aveva assunto una configurazione estetica e funzionale che la casa madre non aveva certamente previsto.

Ci fu un momento nel quale i tre passeggeri guardarono il danno senza sapere bene cosa fare, mentre Gambero imprecava contro se stesso ed il mondo ed istintivamente, senza guardare nello specchietto retrovisore, innescò la retromarcia per liberare la vettura e rischiò invece un bel botto al posteriore contro un auto che transitava alle spalle.

Fortunatamente i riflessi dell'autista erano pronti e così si evitò il peggio, cavandosela solo con qualche vivace imprecazione del conducente all'indirizzo dell'equipaggio della Mini Cooper abbattuta.  

La cosa straordinaria fu che la macchina, nonostante tutto, era ancora in grado di camminare e così, dopo una breve consultazione, venne presa la decisione più logica possibile.

Tornare a casa.

Naturalmente dopo aver mangiato il gelato. 

La spedizione su Udine era terminata: non c'erano stati approcci con le ragazze ma, in compenso, avevano vissuto un incontro ravvicinato del terzo tipo con un'infrastruttura stradale e ora più realisticamente, si trattava di pianificare una spiegazione ad un padre ancora all'oscuro della violazione delle regole e delle conseguenze.

La Mini rientrò e Gambero parcheggiò la macchina esattamente dove l'aveva trovata.

Stesso posto, stessa posizione, stessa angolazione.

Unica differenza: il frontale.

I quattro scesero e si dispersero rapidamente, come un'unità militare dopo un'operazione conclusasi con perdite; solo Giffoni rimase con Gambero per sostenerlo in quel tempo gravido di preoccupazione su come avrebbe reagito il padre, ma soprattutto per formulare una difesa che si preannunciava più complicata di quella dei legali dei nazisti al processo di Norimberga. 

Poi Gambero rimase solo con la sua responsabilità.

Quando il padre tornò, guardò la macchina, poi riguardò la macchina.

Poi guardò il figlio.

Ci fu quel silenzio particolare che appartiene ai padri quando hanno già capito tutto ma vogliono lasciare al figlio l'onore di raccontarlo.

Gambero parlò e si  prese la responsabilità.

Spiegò.

Disse che stavano andando a parcheggiare nel centro di Udine, che era successo un incidente ma che nessuno si era fatto male, anzi, che erano tutti assolutamente illesi.

Il padre ascoltò.

Gambero, probabilmente per attenuare la gravità dell'accaduto, aggiunse il movente:

— Stavamo solo andando a prendere un gelato.

Il padre lo guardò e poi pronunciò una delle frasi che, nella storia dei Birilli Bevuti, avrebbero meritato di essere incise sulla pietra.

— Sì. Un gelato da almeno settecentomila lire.

A quel punto non c'era più molto da aggiungere.

La serata era cominciata con quattro ragazzi che cercavano un'occasione per incontrare qualche ragazza ed era finita con una Mini Cooper rossa dal valore sentimentale ormai compromesso e un'asta dello stop abbattuta.

Il conto, invece, era già sul tavolo e aveva la forma di una cifra che, a quell'età, sembrava appartenere più al bilancio di una multinazionale che a una serata adolescenziale.

Settecentomila lire.

Per un gelato poco dolce e molto salato.



PERCHE' SEI IN VERDE?

Erano trascorsi alcuni mesi dalla definitiva cessazione delle ostilità tra la compagnia di giro e i militari della caserma; la parola definitiva, naturalmente, va presa con una certa cautela, perché nelle vicende belliche dei nostri eroi, così come in quelle degli Stati, la pace dura generalmente fino a quando qualcuno non si annoia.

La finestruola magica di Giffoni aveva ormai cessato le trasmissioni: dopo la comparsa dei due energumeni campani nella corte del palazzo di casa Giffoni e la conseguente promessa di apertura del deretano «come un gopertone», la diplomazia ed il buon senso avevano stranamente prevalso sull'istinto bellicoso e la compagnia aveva ritenuto opportuno sospendere le operazioni.

Nell'animo però non si era trattato di una resa: era stata, come si dice oggi con elegante linguaggio geopolitico, solo una sospensione imposta unilateralmente alle attività offensive, ovvero un modo nobile con cui quattro ragazzini possono definire il fatto di avere avuto paura. Tanta.

Per qualche mese, dunque, la guerra rimase congelata ma poi arrivò un sabato sera d'inverno, una di quelle serate fredde, buie, congelate per davvero e inutilmente lunghe nelle quali la cittadina sembrava aver esaurito non soltanto le proprie attrattive, ma anche la speranza di poterne inventare qualcuna.

Nella sala giochi de Ai Birilli Bevuti c'erano i soliti quattro: Giffoni, Leonardo, Romano e Remfutti.

Mancavano, cosa non secondaria, lo Smilzo e Torace di Pietra, la cui assenza privava la serata di quella componente di violenza gratuita e di sadismo selettivo che normalmente permetteva agli altri di non dover pensare a come trascorrere il tempo.

Restavano quindi le attività ordinarie: calcio balilla, biliardo, Space Attack, Breakout e poi ancora calcio balilla, Space Attack, biliardo, Breakout. 

A un certo punto anche il monitor del videogioco sembrò suggerire, con discrezione, che forse era il caso di andare a fare qualcos'altro, ma il problema era stabilire cosa.

Fu allora che Giffoni evocò i bei tempi di quando la Finestruola era attiva e a quel punto non fu necessario convocare il Consiglio di Sicurezza o lo Stato Maggiore e nessuno preparò mappe, coordinate o piani d'attacco.

Bastò uno sguardo.

Era il momento di passare al contrattacco e questa volta con una sostanziale innovazione strategica: se nella prima campagna il nemico era stato provocato comodamente dalla finestra della camera di Giffoni, cioè da una posizione che permetteva di offendere l'avversario mantenendo contemporaneamente un ragionevole livello di incolumità personale, ora si sarebbe portata la guerra direttamente sul terreno del nemico.

Una decisione che, a distanza di tanti anni, appare già allora priva di qualsiasi fondamento razionale, inutile e con un tasso di rischio pari a quello del giocatore che punta tutti i suoi averi sullo zero della roulette al Casinò, ma a sedici o diciassette anni il rapporto tra coraggio e stupidità non è ancora stato adeguatamente chiarito dalla scienza quando penda sul secondo braccio della bilancia.

Così i quattro si avviarono verso la caserma.

La notte era fredda, il paese quasi deserto: le finestre delle case illuminate lasciavano intuire che la popolazione civile aveva scelto prudentemente di dedicarsi ad attività meno rischiose.

Loro no: avevano una missione.

Si portarono nei pressi di un'altana della caserma e si nascosero dietro alcuni cespugli e l'operazione, per quanto riguarda l'occultamento, poteva considerarsi un successo: erano quattro liceali infreddoliti nascosti dietro dei cespugli ma da lontano avrebbero potuto essere scambiati per quattro cespugli infreddoliti.

La sentinella era lassù, immobile, avvolta nel cappotto e probabilmente intrisa di tristi pensieri, maledicendo quella fredda cittadina friulana ai margini dell'Italia, una specie di sorella minore della Fortezza dei Tartari raccontanta da Dino Buzzati.

Guardava il buio forse con occhi lucidi pensando alla telefonata struggente di qualche ora prima con la sua fidanzata, che orami non vedeva da qualche mese.

I quattro guardavano invece in direzione della sentinella aspettando il momento propizio per dare il via all'operazione mentre il buio guardava tutti quanti con preoccupazione.

A quel punto Giffoni diede probabilmente il segnale.

Tac. Tac. Tac. 

La stecca a otto mani: la vecchia arma tornava dunque in servizio.

Remfutti, che evidentemente non riteneva sufficiente il semplice disturbo acustico, decise di aggiungere alla guerra psicologica anche un contributo di carattere filosofico.

«Perché sei in verde?»

La sentinella non rispose.

«Perché stai lassù?»

Silenzio.

«Perché stai lassù e non puoi scendere?»

La domanda, dal punto di vista logico, non era del tutto priva di fondamento.

Il militare, in effetti, era lassù.

E in quel momento non poteva scendere.

Rimaneva soltanto da capire perché un ragazzo nascosto dietro un cespuglio sentisse l'urgenza morale di informarlo della circostanza.

La stecca continuò.

Poi accadde qualcosa che fece immediatamente comprendere ai quattro che la NATO forse poteva aspettare, la sentinella no: il faro si accese e un cono di luce bianca cominciò a scandagliare nel buio.

Prima a destra, poi a sinistra e poi di nuovo verso i cespugli.

I quattro si pietrificarono, quello che fino a pochi secondi prima era stato un gioco mostrò mprovvisamente che non era privo di rischi e che potevano esserci delle conseguenze assai sgradevoli.

Remfutti tacque e quando Remfutti taceva, significava che la situazione aveva raggiunto un livello di gravità istituzionale: nessuno si mosse.

Il fascio di luce passò vicino a loro, poi andò oltre mentre la sentinella rimase ancora qualche secondo a scrutare ed infine il faro si spense.

I quattro aspettarono immobili un minuto, forse due: la missione poteva considerarsi conclusa.

Avevano riaperto le ostilità, provocato la sentinella, rischiato di essere scoperti e, soprattutto, avevano verificato che l'esercito disponeva ancora di un faro funzionante: poteva considerarsi già un risultato strategico di qualche rilievo e così si avviarono dunque verso casa.

O meglio, verso i Birilli Bevuti.

La guerra era finita, o meglio, pareva finita.

Transitando davanti alla porta principale della caserma accadde l'imprevedibile: Leonardo si fermò.

Non disse nulla. Non guardò gli altri. Non chiese il loro parere. Non convocò il Consiglio di guerra.

Semplicemente infilò un braccio attraverso la grata e cominciò a battere la stecca.

Tac tac tac tac.

Fu un'azione fulminea, talmente fulminea che gli altri tre ebbero appena il tempo di chiedersi se lo stesse facendo per davvero.

Leonardo ritirò il braccio e partì come un centometrista nella finale olimpica.

Fu in quel preciso istante che la guerra, da operazione di disturbo, assunse i caratteri di un conflitto armato a tuttocampo: dalla porta laterale della caserma comparvero l'ufficiale di picchetto e tre soldati.

Quattro uomini di vent'anni, probabilmente frustrati dal passare un altro sabato sera obtorto collo lontani dagli affetti e quattro ragazzini minorenni, frustrati dalla noia di un ennesimo sabato sera passato in una cittadina dalla vita sociale incapace di soddisfare i loro ormoni e la loro voglia di vivere. 

Due eserciti chiamati a fronteggiarsi in una guerra di frustrazioni, ma soltanto una delle due formazioni aveva il vantaggio di conoscere perfettamente il territorio.

E non era quella in divisa.

I quattro partirono e la ritirata fu immediata: non elegante, neppure coordinata e neache conforme ai manuali militari, ma efficace.

Scavalcarono muretti, attraversarono cortili e si infilarono in passaggi che conoscevano da sempre: la differenza tra loro e gli inseguitori era che i militari conoscevano la caserma mentre loro conoscevano il paese e in quel momento il paese diventò un enorme campo di battaglia nel quale ogni muretto poteva essere una fortificazione, ogni cortile una via di fuga e ogni cancello una frontiera internazionale.

Dietro arrivavano le voci dei soldati, i quattro correvano; Giffoni inciampò, Leonardo rischiò di finire contro un cancello, Remfutti probabilmente avrebbe giurato, molti anni dopo, di avere compiuto durante quella fuga un salto di almeno due metri, quando è assai più probabile che abbia semplicemente superato un muretto di settanta centimetri.

Ma la memoria, si sa, è un ufficio stampa assai generoso con le imprese della propria giovinezza ed alla fine riuscirono a seminare gli inseguitori: si fermarono soltanto quando furono certi che nessuno li stesse più seguendo.

Avevano il fiatone ma erano al sicuro. Si guardarono e scoppiarono a ridere: era stata una serata perfettamente inutile ed era proprio per questo che era riuscita così bene.

Quando tornarono ai Birilli Bevuti, si sedettero e Leonardo ordinò un birrino; non fu necessario convocare il Consiglio della Corona per capire che la guerra con i militari non poteva continuare.

La prima campagna aveva prodotto la finestruola magica, la seconda aveva prodotto una sentinella con il faro, un'azione di guerriglia nei pressi dell'altana, un attacco alla porta principale e una ritirata attraverso i cortili del paese. L'escalation era evidente così come era lecito persino per loro attendersi l'escalation anche dalla parte in grigioverde.

Senza bisogno di mobilitare carri armati o chiedere il supporto dell'aviazione, i militi sarebbero riusciti a mettere le mani su qualcuno di loro e allora, benchè minorenni, le regole d'ingaggio a cui sarebbero stati sottoposti sarebbero stati peggio dell'uso di armi nucleari tattiche. 

Fu così che, quella sera, i quattro decisero che era arrivato il momento di porre uilateralmente fine alle ostilità: non fu firmato alcun trattato, non ci furono cerimonie e nessuno consegnò medaglie.

Semplicemente, decisero che per quella volta era sufficiente.

Il calcio balilla era ancora lì, il biliardo anche, lo Space Attack continuava a lampeggiare ed il Breakout aspettava pazientemente il prossimo giocatore.

Uno scenario, a ben vedere, molto meno pericoloso.

Almeno fino a quando non fosse arrivato lo Smilzo o Torace di Pietra.

mercoledì 9 settembre 2026

HAMBURGER HILL '83

Era il settembre del 1983 e, come tutte le cose belle che prima o poi devono finire, anche le vacanze estive stavano arrivando alla loro inevitabile conclusione.

Mancavano ormai pochi giorni alla riapertura delle scuole e al ritorno di quella forma di detenzione quotidiana che, con una certa benevolenza istituzionale, veniva definita «quarto anno delle superiori». La lunga siesta estiva con i suoi annessi e connessi non era ancora un nostalgico ricordo, i libri non erano ancora ricomparsi sui tavoli, le cartelle giacevano abbandonate in qualche angolo della casa e nessuno, naturalmente, era ancora interessato a quali professori sarebbero toccati in sorte per il nuovo anno.

Era l'ultimo venerdì di vacanza e fu proprio allora che qualcuno ebbe l'idea di andare a Castelmonte a piedi.

L'intento, a voler essere generosi, aveva una doppia anima. Una parte era indubbiamente sacra: salire a piedi fino al Santuario Mariano, otto chilometri circa sulle colline sopra Cividale, affidarsi alla Madonna e magari ottenere in cambio qualche benevolenza per l'anno scolastico che stava per cominciare, di cui più di qualcuno di loro evidentemente ne sentiva il bisogno come il pane.

L'altra parte era invece decisamente più terrena: una giornata insieme, lontano da casa, senza genitori, libri o orari, un'ultima scampagnata prima di tornare alla triste normalità e, soprattutto, la possibilità che l'insolita, per nulla banale, presenza di qualche ragazza rendesse la devozione mariana ancora più interessante.

Nessuno lo disse apertis verbis, naturalmente: in quelle occasioni si parlava di «stare in compagnia», di «fare una passeggiata», di «godersi l'ultima giornata di libertà», ma sotto quelle nobili intenzioni si agitava, come spesso accadeva a quell'età, una speranza molto meno spirituale e assai più ormonale.

Il gruppo partì di buon mattino e la salita procedeva tranquilla; il sole di settembre era ancora caldo, ma non aveva più la prepotenza di agosto, e la strada si arrampicava fra le colline con quella lenta regolarità che rendeva piacevole l'inizio di una gita ma insopportabile la fatica della stessa gita qualche ora dopo.

Fu durante i primi chilometri che Giffoni e Devetti cominciarono a guardarsi: era uno di quegli sguardi che, fra adolescenti, potevano contenere un intero programma operativo senza bisogno di una sola parola.

Nel gruppo c'erano due ragazze e c'era, poco più avanti, un sentiero che si staccava dalla strada principale e si infilava nel bosco.

L'idea venne naturalmente a Giffoni.

«Perché dobbiamo fare tutta la strada? Da lì si taglia.»

Come aveva immaginato strategicamente Giffoni, la proposta fu accolta dal resto della compagnia con un silenzio che aveva già il valore di un voto contrario. Romano e Leonardo cassarono subito l'idea mentre Remfutti fece subito notare che non si vedeva neppure dove portasse quel sentiero e che si trattava di andare a Castelmonte, non a cercare funghi.

Ma Giffoni non era tipo da lasciarsi scoraggiare da una maggioranza e il piano procedeva nella direzione voluta.

«Ma sì, che problema c'è?»

Devetti si schierò immediatamente al suo fianco.

«È una scorciatoia. Si arriva prima.»

«E poi vuoi mettere?» aggiunse Giffoni, indicando il bosco. «Tutto al fresco, all'ombra. Molto più bello che camminare per otto chilometri sull'asfalto.»

Il gruppo continuava a non essere convinto, le obiezioni erano numerose e, stranamente, ragionevoli.

Il problema era che Giffoni e Devetti avevano individuato una motivazione molto più potente della ragionevolezza: le due ragazze.

A quel punto cambiarono registro e il motivo incominciò a essere meno bucolico: il sentiero non fu più presentato come una semplice deviazione, ma come un'esperienza. Una piccola avventura. Una maniera più intelligente e meno banale di raggiungere il santuario.

«Venite con noi», disse Giffoni alle ragazze. «Ci mettiamo molto meno.» mentre Devetti aggiunse, con l'aria di chi conosceva quei boschi da sempre: «E poi è bellissimo. C'è un sacco di ombra. Vedrete che arriviamo prima degli altri.»

Le ragazze guardarono il sentiero e poi guardarono il gruppo mentre il gruppo guardò loro, come per dire: non fatevi convincere.

Ma Giffoni e Devetti insistevano e alla fine, contro il parere praticamente unanime della compagnia, riuscirono nell'impresa: le due ragazze accettarono e i due "avventurieri" rivolsero ai compari neanche troppo dissimulati sguardi tronfi, il cui sottotesto era assai poco esoterico e invece carico di vanità.  

Si sa, le ragazze a quell'età cascano spesso come mosche sul miele su chi si presenta originale, sicuro di sè e pigia sul tasto delle emozioni piuttosto che su chi predica buon senso e fa appello alla ragione. 

I quattro si staccarono dal gruppo e fu così che Giffoni e Devetti, dopo aver perso democraticamente la discussione con tutti gli altri, erano riusciti a vincere quella che per loro era l'unica votazione davvero importante.

Entrarono nel bosco, Giffoni davanti, Devetti poco dietro, le due ragazze al seguito.

Camminavano con la sicurezza di due navigati esploratori che avessero appena imboccato una scorciatoia perfettamente conosciuta ma c'era però un piccolo particolare: né Giffoni né Devetti avevano ovviamente mai percorso quel sentiero, non sapevano neppure dove portasse, quanto fosse lungo, se fosse davvero un sentiero o semplicemente una traccia lasciata nel tempo da qualche animale, e soprattutto non avevano la più pallida idea di come si potesse tornare sulla strada.

Ma avevano due ragazze con loro.

E questo, nella loro scala di priorità, rendeva irrilevanti dettagli secondari come la conoscenza del territorio.

Per i primi minuti tutto sembrò andare magnificamente, gli alberi facevano ombra, l'aria era fresca e il rumore della strada si allontanava e i due iniziavano a progettare il modo giusto per approcciare le due ragazze, ma presto il sentiero cominciò a diventare sempre meno evidente.

Poi ancora meno ed infine scomparve del tutto.

Giffoni rallentò. Devetti rallentò.

Le due ragazze si guardarono.

«Ma... sei sicuro che sia di qua?»

Giffoni osservò il bosco con l'attenzione di chi spera che una risposta possa materializzarsi spontaneamente tra due cespugli, oppure che, come accadde a Mosè nel Libro dell'Esodo, l'Altissimo si manifestasse parlando direttamente da un roveto per indicargli la via.

«Sì, sì. Certo. È più avanti.»

Camminarono ancora, passarono altri minuti ed il sentiero non comparve mentre s'infittiva invece la vegetazione e maturava la consapevolezza che l'idea di arrivare prima a Castelmonte stava assumendo una connotazione sempre più teorica e, a quel punto, il vero obiettivo di far colpo sulle ragazze distinguendosi dal gruppo, era miseramente svanito e qualsiasi tipo di avance nei loro confronti avrebbe avuto come risultato un due di picche grande come un cartellone pubblicitario autostradale.

Persa la faccia, ora si trattava almeno di salvare il "culo" conducendo le ragazze fuori da quella selva oscura prima dell'imbrunire e prima che i genitori allertassero magari i carabinieri.

Quando finalmente trovarono una traccia che sembrava condurre da qualche parte, la seguirono con sollievo e dopo un tempo che parve infinito sbucarono finalmente fuori dal bosco: peccato che non fossero arrivati a Castelmonte bensì a valle, praticamente al punto di partenza.

Fu in quel momento che le due ragazze smisero definitivamente di considerare l'avventura come una simpatica variante alla passeggiata e apostrofarono per le rime i due improvvidi Indiana Jones mentre Giffoni e Devetti, dopo aver tentato di  mantenere velleitariamente per qualche minuto una dignità che gli eventi avevano invece già provveduto a dichiarare decaduta, incassarono in silenzio le contumelie delle due ragazze.

Alla fine non rimase che l'autostop.

Un'anima pia, forse ignara della natura dei quattro passeggeri che stava per raccogliere, ebbe compassione di loro e li portò fino al piazzale del Santuario e quando finalmente comparvero davanti al resto della compagnia, gli altri erano già da un pezzo sulla collina della croce, di fronte al santuario, intenti a mangiare, bere e soprattutto a godersi la giornata senza essersi persi nei boschi.

L'accoglienza fu quella che meritavano: una vera manna per Remfutti, Leonardo e Romano, sostenitori fin dalla prima ora che quella "deviazione" fosse una "cazzata terribile". 

Risate.

Urla.

Insulti affettuosi.

Domande sulla «scorciatoia».

Giffoni cercò di sostenere che, tutto sommato, il percorso era stato «molto interessante».

Peggio il "tacon del buso": non fece altro che aumentare la frequenza e la profondità del cojonamento a cui fu sottoposto.

Ma la giornata era ancora lunga e le "sorprese" erano ben lungi dall'essersi esaurite.

Dopo il pranzo al sacco, la compagnia si era sistemata sul prato della collina; qualcuno giocava a carte, qualcuno prendeva il sole, altri semplicemente se ne stavano sdraiati sull'erba con quella soddisfazione particolare che si prova quando non si ha assolutamente nulla da fare e nessuno ti cerca per incombenze sgradite.

Remfutti, azionando ripetutamente il rewind, faceva sentire ossessivamente "Who can it be now?" dei Men at Work, resistendo alle proteste degli altri del gruppo che desideravano una scaletta musicale più varia e a tutti i rimbrotti di Rozza, proprietario del radioregistratore a cassette e assai preoccupato per il consumo di batteria richiesto dal rewind. 

Fu allora che comparve il drappello: nel piazzale sottostante sbucarono in transito alcuni militari in marcia, guidati da un giovane ufficiale.

Erano in tenuta da campagna, armati di Garand, con zaino sulle spalle e procedevano con quella cadenza ordinata e seria che, vista dalla prospettiva degli occupanti della collinetta, sembrava appartenere a un altro mondo.

Stavano andando a dare il cambio alla piccola guarnigione di servizio presso una vicina casermetta del sistema difensivo del confine italo-jugoslavo, una delle tante postazioni che in quegli anni ricordavano, anche nel modo più concreto e poco spettacolare possibile, che dall'altra parte della frontiera cominciava ancora il mondo comunista e c'era la necessità di difendere il patrio suolo dalla minaccia di un'invasione delle truppe del Patto di Varsavia.

Mentre i militari sfilavano al passo sotto la collinetta, Leonardo e Remfutti ebbero un'idea.

Era un'idea che apparteneva alla stessa scuola di pensiero di quella che, poche ore prima, aveva permesso a Giffoni e Devetti di guidare due ragazze dentro un bosco sconosciuto, ovvero la scuola del pensiero magico, quella secondo cui, se una cosa sembrava divertente, allora probabilmente si poteva fare e, soprattutto, era priva di qualsivoglia conseguenza sgradevole. 

Leonardo e Remfutti si alzarono e cominciarono a battere la stecca a quattro mani.

Poi partirono con il coro.

«Pochi! Pochi! Muti! Rospi! Non vi passa più! Morire in Friuli!»

Il resto della compagnia esplose in una sonora risata e per qualche secondo sembrò tutto perfetto; poi Devetti, che evidentemente conservava ancora qualche residuo di istinto di sopravvivenza dopo l'esperienza nel bosco, disse piano:

«Ma non state cagando un po' fuori dal vaso?»

Era una domanda, ancorchè ragionevole, assolutamente retorica e la risposta arrivò con la stessa velocità dello scatto di Carl Lewis.

Il reparto si fermò.

L'ufficiale parlò brevemente con quattro militari e i quattro, deposte le armi e lo zaino, si staccarono dal gruppo e cominciarono a correre verso la collina.

A quel punto il senso dell'umorismo abbandonò la compagnia con lo stesso sgradevole effetto di una sveglia che strilla di primo mattino dopo una lunga nottata di bisboccia.  

Leonardo e Remfutti furono i primi a capire: sparirono dentro un cespuglio con la rapidità di due parà della 101ma divisione aviotrasportata appena paracadutati dietro le linee tedesche durante la notte che precedeva lo sbarco in Normandia.

Gli altri rimasero immobili interrogandosi, con aria grave, sull'incerto destino e sulla linea difensiva da erigere mentre i quattro militari stavano rapidamente salendo la collinetta verso di loro.

Uno guardò il gruppo.

«Chi ha detto pochi?»

Silenzio.

«Chi di voi batteva la stecca?»

Ancora silenzio.

Devetti, dopo qualche secondo che sembrò durare un'eternità, trovò il coraggio di parlare per cercare di ammorbidire quell'atmosfera pesante come il piombo.

«Nessuno di noi.»

Tutti gli altri annuirono come il coro di una tragedia di Sofocle.

Il militare li fissò ad uno ad uno.

«E allora chi è stato?»

Al perdurare del silenzio un altro milite, noncurante della vicinanza del Santuario Mariano, rincarò la dose con una bestemmia verso la Madonna per far comprendere in maniera cristallina che si aspettava al più presto una risposta convincente, completando il concetto con tono ancora più esplicito e minaccioso.

«Ecché ve credete che solo perché siamo in grisgioverde nun ve possiamo menà?»

Giffoni comprese che era arrivato il momento della diplomazia e di fare qualche concessione, se si voleva evitare qualche sonoro ceffone.

«Abbiamo visto del movimento...»

«Dove?»

«Là.»

Indicò vagamente il bosco.

«Erano altri ragazzi, non li conosciamo. Sono scappati. Non sappiamo dove.»

La versione era fragile, ma aveva il pregio della disperazione e per i militari apriva un nuovo scenario credibile.

I fanti si dispersero e cominciarono a cercare mentre il gruppo rimase sulla collina, immobile, con la stessa espressione che probabilmente avevano avuto gli abitanti di un villaggio quando vedevano arrivare in lontananza una colonna di SS durante una rastrellamento a scopo di rappresaglia.

Passarono cinque minuti.

Poi otto.

Poi dieci.

Finalmente, dalla boscaglia, arrivò una voce in dialetto romanesco.

«Ahò! Ca' sta' dù frosci!»

Il gruppo trattenne il fiato.

Da un cespuglio poco distante spuntò una testa.

Era Remfutti.

Dietro di lui, lentamente, emerse quella di Leonardo.

I due vennero trascinati fuori dal cespuglio e condotti davanti al gruppo.

«Eravate voi le teste de cazzo che urlavano "Muti! Rospi!"?»

Remfutti non ebbe un attimo di esitazione.

«Assolutamente no.» - indicando immediatamente il gruppo - «Sono stati questi ragazzi qui.»

Seguì un momento di assoluto silenzio e poi tutti cominciarono a parlare contemporaneamente, in maniera animatissima: Leonardo accusava gli altri, gli altri accusavano Leonardo, Remfutti negava l'evidenza mentre Giffoni cercava di mantenere una versione dei fatti che ormai non aveva più alcuna possibilità di sopravvivere.

Devetti, probabilmente pentito di non essersi fatto gli affari propri fin dall'inizio della giornata, osservava la scena con l'espressione di chi aveva ormai capito che la salvezza era riposta nella disposizione benevola della Madonna, la quale, comunque, avrebbe dovuto lavorare parecchio per risolvere l'impiccio.

Il confronto all'americana avrebbe potuto proseguire ancora a lungo ma dalla piazza arrivò la voce dell'ufficiale: richiamava i quattro militari; il cambio di guardia li aspettava, probabilmente anche il suo collega e quel sottontenente aveva evidentemente capito che spiegare poi ad un comandante di compagnia un ritardo nella consegna perché quattro suoi militari fossero impegnati a interrogare un gruppo di ragazzini friulani che aveva insultato una pattuglia avrebbe prodotto una quantità di domande alle quali nessuno aveva particolare interesse a rispondere.

I quattro tornarono quindi verso il piazzale ma prima di andarsene, uno di loro si voltò.

«Questa volta vi è andata bene, friulani di merda.»

Fece una pausa.

«Ma se vi incontro per strada, non vi basterà la protezione della Madonna.»

Seguì un coro di bestemmie e poi se ne andarono.

La compagnia rimase in silenzio per qualche secondo, nessuno aveva più voglia di ridere, l'adrenalina liberata nell'organismo si agitava ancora come il ballo della taranta; poi qualcuno incominciò e alla fine esplosero tutti in una risata liberatoria perché era evidente che, ancora una volta, se l'erano cavata.

Giffoni guardò verso il santuario: la facciata bianca della chiesa emergeva poco più in alto, silenziosa e impassibile.

La Madonna di Castelmonte li aveva visti arrivare in ritardo, aveva assistito alla spedizione nel bosco, aveva probabilmente ascoltato gli insulti ai militari ma sicuramente alla fine erano state le bestemmie in grigioverde a farla sciogliere gli indugi per intercedere ancora a favore di Remfutti e soci.

A quel punto la questione apparve chiara.

La giornata era cominciata con l'idea di ingraziarsi la Madonna per il nuovo anno scolastico ma a giudicare da come si erano messe le cose, era già evidente che quel pomeriggio avevano già giocato il "Jolly" e usufruito del Bonus mariano.

Quello che nessuno disse, ma che tutti pensarono, era che forse un ex voto sarebbe stato doveroso, ma non più per chiedere una grazia, quanto per ringraziare.

Perché la Madonna Nera di Castelmonte, quella che da secoli protegge i friulani in patria e quelli dispersi per il mondo, quel giorno aveva evidentemente deciso di prendere sotto la propria ala anche un piccolo gruppo di adolescenti cividalesi e, vista la qualità dei soggetti, non era certamente un compito da poco.

Il quarto anno doveva ancora cominciare e per Giffoni, Remfutti e soci si preannunciava di sicuro complicato.

Probabilmente anche per la Madonna di Castelmonte.

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