venerdì 22 maggio 2026

FIORE DI CACTUS

Il tavolino d’angolo sul terrazzo del bar era investito dal vento freddo della sera, lassù al quarantesimo piano di un grattacielo della City. Attraverso le grandi vetrate perimetrali, i fari delle auto giù a Bishopgate sembravano una scia di formiche luminose. Sul tavolo di metallo poggiavano due bicchieri di whisky quasi intatti. Erano passati cinque anni dall'ultima volta che si erano visti.

Avevano passato più di un'ora a ridere e a raccontarsi le vecchie storie di quando erano stati compagni di stanza all'Università, poi le loro strade si erano divise.

Improvvisamente Jason, si fece cupo e cambiò registro tenendosi la testa tra le mani, con lo sguardo fisso sul ghiaccio che si scioglieva lentamente nel bicchiere.

«Non ce la faccio più, Eddy», si sfogò Jason, e la voce gli tremava di una frustrazione accumulata per mesi. «Questo distretto, questo ambiente... è un deserto emotivo. Nei piani alti non c'è un briciolo di empatia, solo cinismo, calcolo e indifferenza per sopravvivere ai target. Io ci provo, giuro. Ci metto tutto l'impegno possibile per coabitare con loro, per trovare un punto d'incontro nel team, ma mi sento un estraneo. Un pesce fuor d'acqua. Più cerco di aprirmi e di essere me stesso, più a fine giornata mi sento prosciugato, ferito».

Eddy lo ascoltò in silenzio, poi appoggiò la schiena alla sedia di design e lo fissò con una serietà spietata, mentre lo skyline di Londra brillava alle sue spalle.

«La tua strategia non ti porterà da nessuna parte, Jason. Te lo dico da amico: una rosa nel deserto muore. Punto. Non ha le strutture adatte per farcela. Se vuoi vivere nel deserto, non puoi continuare a combatterlo sperando che piova. Devi fare come i cactus».

Jason sollevò la testa, confuso. «Come i cactus?»

«Tre anni fa sono stato in Messico, nel deserto di Sonora», continuò Eddy, stringendo gli occhi al ricordo. «Ho viaggiato con un biologo e mi sono fermato a osservare quei giganti verdi, alti metri e metri, che dominano il nulla. Gli ho chiesto come facessero a restare vivi, verdi e fieri per più di centocinquant'anni in quell'inferno di fuoco e lui mi ha spiegato che la loro non è fortuna, è un'ingegneria spietata. Mi ha spiegato come funzionano, e ora ho pensato a te».

Eddy si sporse sul tavolo, indicando la piccola pianta grassa decorativa inserita nel centrotavola minimalista del locale. 

«Il biologo mi disse che quei giganti rivestono il fusto con uno strato di cera spessa. Serve a sigillarli, a impedire all'aria secca di risucchiare l'umidità interna. L'uomo cactus fa lo stesso, Jason: smette di essere trasparente: alza una barriera di assoluto distacco, è cortese, fa il suo dovere nei meeting, ma non mostra mai le sue crepe. Diventa impermeabile».

Jason porto il bicchiere a sè e degluttì un lungo sorso, mentre Eddy continuò l'esposizione in modo quasi accademico.

«Poi i cactus sono cosparsi di spine, che però non servono per attaccare. In origine erano foglie, parti morbide pensate per scambiare linfa. Nel corso dei millenni la pianta le ha sacrificate: le ha rimpicciolite e indurite fino a farle diventare aghi. Perché? Perché migliaia di spine creano una micro-zona di ombra riflessa che rinfresca la pelle della pianta. Chi vive come un cactus trasforma i suoi vecchi slanci affettivi in un'ironia glaciale o in silenzi taglienti nei corridoi della banca. Non lo fa per cattiveria, ma per tenere gli altri alla distanza necessaria a non farsi bruciare».

Jason emise un mezzo sorriso: "Mi stai aprendo un mondo: ogni mattina pensavo di andare a lavorare tra quattro mura mentre scopro di vivere nel Sonora Desert." 

Eddy sorrise a sua volta e bevve pure lui un altro sorso di whisky prima di riprendere la spiegazione che aveva acceso l'attenzione di Jason.
«Infine c'è la cosa più incredibile, la fotosintesi CAM: per non evaporare, i cactus tengono i loro pori – gli stomi – sbarrati per tutto il giorno, sotto il sole verticale. Non transpirano, non si lamentano. Respirano solo di notte, nel silenzio, quando il deserto si raffredda e nessuno può rubare il loro fiato. L'uomo cactus nella City indossa una maschera di assoluta immobilità relazionale dalle nove alle cinque. Torna a essere umano, a lottare con ciò che prova, solo nel privato del suo appartamento, quando il mondo sonnecchia».

Eddy ora tacque. Le sue parole erano rimaste sospese nell'aria, pesanti come pietre, mentre il rumore sordo della metropoli saliva da sotto. Jason lo fissava, paralizzato dalla precisione millimetrica di quell'analogia. Sentiva il proprio slancio vitale – quella parte di sé che ancora resisteva e si rifiutava di arrendersi alla sterilità del mondo aziendale – fare a pugni con la spaventosa logica della sopravvivenza.

Eddy si accostò ancora di più, inchiodandolo con lo sguardo.

«Quindi ti chiedo, Jason: vuoi diventare così? Pensi davvero di potercela fare, tu che hai sempre vissuto di passioni? Ma soprattutto... pensi che sia giusto che tu lo faccia?»

Jason non rispose subito. I suoi occhi rimasero fissi sulla piantina sul tavolo, persi nella vertigine di un bivio senza uscita.

Eddy lo guardò per qualche secondo, poi lasciò andare un mezzo sorriso ironico, scuotendo la testa. Buttò giù l'ultimo sorso del suo whisky e si strinse nelle spalle.

«Certo che la vita è magnifica, eh? È perfetta solo nelle sue imperfezioni: o muori disidratato come una rosa o ti salvi diventando un pezzo di legno pieno di spilli a quarant'anni. Un capolavoro di design, non c'è che dire».

A quel punto Jason sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi stanchi passò un barlume leggero, una sfumatura quasi impercettibile di dolcezza. Accennò un sorriso sbiadito e guardò l'amico.

«Ma ho sentito dire che anche i cactus fanno fiori bellissimi... sarà vero?»

Eddy non replicò subito, sorpreso da quella svolta; poi allargò le braccia e concluse, con espressione a metà tra lo sconforto e il divertito.

 «No way! Continuiamo così, facciamoci del male!»

Intanto, intorno a loro, le luci di Londra continuavano a brillare fredde nel buio, incuranti di ogni dubbio o sofferenza esistenziale, mentre il vento della sera ricominciava a soffiare forte tra i tavoli del rooftop, disperdendo le ultime parole nell'aria. 

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