martedì 31 marzo 2026

NATITANIC

Se il fiume Isonzo/Soča nel tratto sloveno è diventato nel corso degli anni dopo l'indipendenza della vicina repubblica il paradiso per gli amanti del rafting o del canyoning, ancora non lo era nel luglio del 1991, quando le armi avevano smesso di sparare da poche settimane tra l'esercito federale jugoslavo e la milizia indipendentista slovena.

Meno ancora lo era (e né mai lo è diventato) il Natisone/Nadiža, tanto nel tratto sloveno che in quello italiano.

Eppure per Tauro e Giffoni questa circostanza anziché suggerire quanto meno prudenza, aveva finito per diventare potente combustibile per accendere la miccia per un'altra impresa sconclusionata, velleitaria ed inutilmente dannosa, se non addirittura pericolosa.

Giffoni in particolare, sembrava non aver imparato nulla qualche anno prima sulle Alpi Giulie quando si era fatto trascinare da Tauro in una scalata al Mangart che contravveniva ad ogni regola alpinistica, se non all'ordinario buonsenso che si potrebbe attendere da due giovanotti ormai in età da lavoro.

Ebbene, i due compari avevano deciso, con l'ardore di due novelli Savorgnan di Brazzà durante la navigazione sull'inesplorato fiume Congo, di voler scendere il Natisone con un canotto a remi dal valico di Stupizza sino a Cividale, in località Leicht.

L'idea era stata accarezzata da anni, ma si era sempre scontrata con la mancanza di mezzi fino a che, Tauro, trionfante, aveva reso partecipe Giffoni della clamorosa vincita della madre ad una pesca di beneficenza che si era tenuta durante una locale sagra paesana. Un canotto a remi.

Inutile dire che Giffoni acconsentì subito con entusiasmo a realizzare finalmente l'impresa della quale "vantarsi" nei secoli dei secoli con futuri figli e nipoti. (sic!): bisognava attendere solo un fine settimana in cui la portata del fiume fosse regolare, senza la possibilità di temporali o piogge improvvise.

Fu così che un sabato di metà luglio Tauro partì da casa in auto con a bordo il canotto e i remi, accompagnando il motorizzato Giffoni fino al Leicht, dove il compare lasciò il mezzo, che sarebbe stato raccolto più tardi, al massimo in serata secondo i piani dei due "esploratori" per riaccompagnarli infine a Stupizza, punto di partenza della più che probabile Odissea e dove invece Tauro avrebbe lasciato l'auto.  

Avevano proprio pensato a tutto.

Ed erano sicuri di tutto, tanto che si erano anche premurati di fare una sosta al bancomat per procurarsi la generosa provvista necessaria ad affrontare dal giorno seguente, una "meritata" vacanza di una settimana sulla riviera romagnola.

Somma che venne accuratamente riposta all'interno di un inevitabile zainetto Invicta, posizionato sul canotto in mezzo ai due vogatori.

La missione ebbe inizio più o meno secondo l'orario previsto (giusto una mezz'ora di ritardo causata dalla cronica incapacità di Tauro di rispettare qualsiasi time-table) ed il canotto (dalle dimensioni "piuttosto" ridotte, dove i due "esploratori" continuamente cozzavano tra di loro) fu varato nelle "fresche " acque del Natisone/Nadiža più o meno alle 15,30.

Tenuta dell'equipaggio: calzoncini corti, maglietta e K-way. Dispositivi di sicurezza tipo salvagenti (sappiamo nuotare) o caschetti (non sappiamo dove trovarli e poi non ci servono) rigorosamente mancanti.

I due intrepidi Natisonauti avrebbero dovuto capire subito che l'impresa di navigare quel tratto di circa 20 km prima del buio avrebbe richiesto una velocità ben maggiore di quella che la portata del fiume garantiva nel primo tratto.

Naturalmente questo non indusse alla rinuncia, ma anzi, spinse i due a moltiplicare gli sforzi per aumentare la velocità.

Dopo due ore di calvario, ben lontani dalla destinazione finale, furono accontentati dal Natisone, che in località Loch iniziò a farsi assai meno piatto e domabile dalle loro pagaie.

Per non dire minaccioso.

Nei pressi del campo sportivo di Pulfero, in un'ansa del fiume tutta rapide, la stanchezza e l'imperizia ebbero infine la meglio sui due "prodi" Natisonauti i quali fecero appena in tempo a scambiarsi reciprocamente un'eloquente occhiata mista d'impotenza e timore per quello che stava per accadere, che il debuttante canotto si rovesciò facendo inabissare Tauro e Giffoni in mezzo alle rapide. 

Pochi istanti di pura adrenalina tra i sassi e la corrente per poi riemergere e vedere ormai ad almeno 50 metri più avanti il canotto, i remi e lo zaino navigare in acque più sicure ma piuttosto velocemente verso valle.

Altra occhiata d'intesa e poi Tauro si immerse di nuovo nel fiume e con bracciate degne di uno Zagor-Te-Nay delle Nediške Doline si mise alla caccia di quel vero e proprio tesoro, la cui perdita avrebbe causato l'annullamento anche della vacanza romagnola dalla tappa obbligata al Bandiera Gialla. 

Fu invece Bandiera nera sulle sponde del Natisone, quando riuscito il miracoloso recupero i due, completamente inzuppati e con Giffoni sanguinante al ginocchio destro per una leggera escoriazione causata dalla caduta in mezzo alle rocce, presero atto del clamoroso fallimento dell'impresa che adesso richiedeva urgentemente soluzioni per recuperare i mezzi e rientrare a casa. 

La Dea Fortuna ancora una volta manifestò tutta la sua cecità, non facendo distinzione nell'elargire premi più o meno meritati agli audaci, ai coraggiosi o agli incoscienti, agli sconclusionati o ai velleitari.

A circa mezzo chilometro dal luogo "dell'inabissamento" c'era una locanda gestita dalla sorella di un loro vecchio compagno di classe delle superiori.

Dopo neanche 10 minuti a piedi i due compari, ancora bagnati come due pulcini, si presentarono, remi alla mano, all'ingresso di quell'osteria nelle Valli del Natisone che, sempre gli amanti di Zagor non avrebbero avuto difficoltà a battezzare come "La Taverna del Gufo", suscitando prima la sorpresa e poi una malcelata ilarità negli attempati avventori del luogo.

Spiegato l'accaduto alla sorella del vecchio amico, questa si mosse a pietà fornendo prima a Giffoni cerotti e disinfettante per medicare la ferita e poi caricò i due sopravvissuti in macchina e li condusse fino a Stupizza, dove ebbero modo di recuperare l'auto e dirigersi in seguito a valle, al Leicht, e riprendere la Vespa di Giffoni.

In tempo perfetto per bere un paio di birre raccontando l'accaduto alle ignare morose e a Remfutti (ed essere cojonati dal medesimo) e per preparare, a tarda sera, la valigia per la partenza verso le ferie a Riccione, prevista per le 7.00 del mattino seguente. 

In treno dalla stazione di Udine, non in canotto.

Su quello che poi accadde all'Acquafan e sulla pista per kart di Misano Adriatico è pietoso ancor oggi tacere.  

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