giovedì 30 aprile 2026

MI RITORNI IN MENTE: UDINESE-TORINO

L'aria di tanti derby infuocati disputati all'ombra della mole e che spesso valevano lo scudetto, probabilmente diede un ulteriore motivazione a Franco Causio, quando l'undici ottobre 1981 il Torino scese sul terreno del Friuli per la quinta giornata del massimo campionato, stagione 1981/82. 

Il clima era già quello dell'ultima spiaggia, con i padroni di casa solitari ultimi in classifica con un solo punto e reduci da tre sconfitte consecutive contro dirette avversarie nella lotta per la salvezza: Ascoli (0-3), Avellino (1-2) e Cesena (1-2), mentre i granata erano partiti di slancio grazie a due vittorie consecutive, una sconfitta ed un pareggio. 

Lo sconcerto serpeggiava nella tifoseria friulana che si aspettava ben altro avvio di torneo, dopo il brillante precampionato e gli importanti rinforzi giunti a Udine durante il mercato estivo, tra cui il big Franco Causio dalla Juventus e il bomber interista Carletto Muraro e in molti già chiedevano la testa dell'allenatore Enzo Ferrari, protagonista della miracolosa salvezza nella stagione precedente. 

Inoltre, gran parte della stampa sportiva nazionale, riteneva il Barone ben avviato sul viale del tramonto, dopo aver perso il posto in nazionale a favore di Bruno Conti ed essere stato scavalcato da Marocchino nelle preferenze del Trap nell'undici titolare di Madama. Fu un abbaglio clamoroso da parti di chi non aveva tenuto in debito conto dell'orgoglio, dell'integrità fisica e della classe purissima di Causio, che disputò una stagione straordinaria guidando l'Udinese alla salvezza con tre giornate d'anticipo dalla chiusura del campionato, vinse il Guerin d'Oro come miglior giocatore del campionato e si riguadagnò la fiducia di Enzo Bearzot che lo convocò nei 22 che poi vinsero il mondiale di Spagna, quello più bello della storia sportiva nazionale. 

Ma torniamo a quel grigio pomeriggio d'autunno sul terreno del Friuli: la squadra bianconera, consapevole della necessità di raccogliere i due punti ed invertire la rotta, giocò una partita "garibaldina", schiacciando i granata nella loro metà campo per due terzi di gara e dove il Barone fece il bello e il cattivo tempo: calciò la punizione per la testa di Cesarone "Armaron" Cattaneo che valse il vantaggio sul finire del primo tempo, fece ammattire ininterrottamente il suo marcatore Salvadori con tutto il suo repertorio di dribbling, finte assassine e cambi di ritmo, raccolse un retropassaggio di Dossena e s'involò verso la porta torinista, freddando Terraneo in uscita con un sopraffino tocco di esterno destro a incrociare il pallone a filo d'erba nell'angolino opposto per il 2-0 ad inizio ripresa e siglando così il suo primo centro in maglia udinese. 

I bianconeri rallentarono il ritmo e vennero subito colpiti da un gol del neo-entrato Bonesso che per un attimo parve rimettere in discussione l'andamento del match: fu solo un lampo, perché l'Udinese riprese a macinare gioco e a 10 minuti dalla fine chiuse la pratica con un'inzuccata in tuffo di Carletto Muraro, anch'egli alla prima marcatura con i colori friulani. 

Un'altra rete di Bonesso allo scadere servì solo per le statistiche e ad accorciare le distanze, fissando il risultato sul 3-2 finale per l’Udinese e rendere meno amaro il secondo ritorno a Udine da avversario di Massimo Giacomini, l'indimenticato tecnico artefice del salto triplo dalla C alla A delle zebrette friulane dopo 17 anni di purgatorio. Anche questa volta sonoramente fischiato, dopo il precedente di due anni prima quando l'allenatore udinese purosangue sedeva sulla panchina del Milan: il popolo bianconero, brillando per ingratitudine, non gli aveva perdonato aver abbandonato dopo aver raggiunto la promozione in serie A la panchina friulana per quella milanista. 

Udine, stadio Friuli, domenica 11 ottobre 1981, ore 15,00 

UDINESE - TORINO 3-2 

Marcatori: Cattaneo 35', Causio 52', Bonesso 65', Muraro 77', Bonesso 87' 

UDINESE: Della Corna, Gerolin, Tesser, Papais (85' Pancheri), Cattaneo, Orlando, Causio (cap.) (80' De Giorgis), Pin, Miano, Orazi, Muraro. Allenatore: Enzo Ferrari 

TORINO: Terraneo, Danova, Salvadori (71' Ermini), Van de Korput, Giacomo Ferri, Beruatto, Bertoneri, Zaccarelli, Sclosa (55' Bonesso), Dossena, Pulici (cap.). Allenatore: Massimo Giacomini 

Arbitro: Maurizio Mattei della Sezione di Macerata 

Spettatori: 25 mila circa.

lunedì 27 aprile 2026

PABLITO E IL NEGUS

La vittoria degli azzurri nella semifinale del Mundial '82 contro la Polonia sul terreno del Camp Nou di Barcellona è sicuramente la sfida meno celebrata di tutta la cavalcata vincente dei ragazzi di Bearzot.
I motivi sono tanti, a partire dal blasone dell'avversario non è certo quello dell'Argentina campione in carica di Maradona, del Brasile stellare di Zico e compagnia e neppure della Germania Ovest, campione d'Europa in carica. Si consideri poi la dinamica con cui si è sviluppato il match: vantaggio sollecito conseguito allo scoccare della metà del primo tempo, raddoppio ad un quarto d'ora dalla fine e controllo sicuro della gara, mica la resistenza ai furiosi attacchi dei brasiliani con il punteggio continuamente in bilico e neppure la battaglia senza esclusione di colpi con i gauchos o il pathos di una finale mondiale con un rigore sbagliato sullo 0-0. Poi la cornice: un Camp Nou che presentava ampi spazi vuoti, ben lontano dalla "bombonera" del Sarrià stracolmo delle partite contro i sudamericani e chiaramente senza il contorno del Santiago Bernabeu esaurito nell'atto conclusivo. E ancora: non c'era più nessun effetto sorpresa, come l'aria che si respirava alla vigilia delle sfide con Argentina e Brasile, dove partivamo come perdenti sicuri e neppure l'elettrica imprevedibilità e gli scongiuri prima di qualsiasi finale, figuriamoci una da disputare contro la Germania.

Eppure, Enzo Bearzot ogni volta che si parlava di Mundial, non smetteva mai di ricordare che per lui la partita più di difficile da preparare e la più temuta fu proprio quella contro i polacchi, anche se privi della loro stella Boniek, squalificato come il nostro Gentile.

"Tutti ci davano per favoriti, c'era un clima di festa generalizzato, mentre in realtà avevamo speso tantissime energie psico-fisiche con il Brasile. Avevamo appena battuto gli Dei, come potevo convincere i miei ragazzi a rimanere mortali per affrontare un avversario tosto che, proprio in virtù dello scarso blasone, non accendeva le motivazioni per andare oltre i nostri limiti? Come potevo dissuaderli dal sentirsi già in finale, dimenticandosi di giocare la semifinale?" 

Anche Giffoni, Remfutti e soci si accodavano al mainstream che vedeva l'Italia di Pablito, se non addirittura già campione del mondo, almeno sicura finalista e prepararono nella mattinata che precedeva la partita addirittura una bara biancorossa in cartone, con la scritta "POLOSKA" sotto un eloquente croce.

Vani furono i tentativi di Giffoni per far modificare la scritta, che conteneva un errore linguistico che però sembrava evidente solo a lui. "Che cazzo vuoi? Che Cazzo sai tu? Adesso parli anche il polacco?" fu la risposta tranchant dell'autore del manufatto, di cui è pietoso tacere il nome.

Così, verso le 19,30 della sera, al termine della gara più "facile" della corsa azzurra verso la gloria, decisa da altri due gol di Pablito "Manolete", la bara della POLOSKA faceva bella mostra nella centralissima piazza Paolo Diacono, issata da Costumelli e Caldarrosta tra il tripudio di tutta la compagnia, accanto alla statua di Pallade Athena che domina la fontana de "i quattro leoni". 

Terminata la baldoria, rientrando a casa ben oltre l'orario della cena, Giffoni fu pesantemente rimproverato dal nonno: ma non per il ritardo, a cui invece era preparato.

"Nel 1936 i giovinastri come te avevano costruito e buttato dal ponte del diavolo un Fantoccio che rappresentava il Negus! Qualche anno dopo il Negus e gli inglesi ci hanno mandati a casa a calci in culo!"

Lì per lì Giffoni non riusciva a capire il perchè di tanto livore da parte del nonno, benchè sapesse che Sior Toni era assurdamente - ai suoi occhi - contrario ad ogni forma di esaltazione del calcio e dello sport professionistico in genere.

Fu suo padre a spiegarglielo: aveva visto il sabba di Giffoni e compari attorno alla bara della "Poloska" e questo lo aveva riportato indietro nel tempo, quando all'apice della popolarità del regime fascista, nel 1936, alla proclamazione dell'Impero da parte del Duce a seguito della vittoriosa campagna di Etiopia, un gruppo di studenti invasati dalla retorica di regime avevano prima fabbricato e poi gettato nel Natisone dal Ponte del Diavolo, un fantoccio che raffigurava l'imperatore etiope Hailè Sellasiè.

Il Negus, appunto.

Il racconto del padre fu praticamente ininfluente: domenica 11 luglio Giffoni e soci in processione  portarono a spalle nelle vie del centro cittadino una bara in legno avvolta da una bandiera tedesca.

Evitando questa volta solo di aggiungere altri strafalcioni linguistici.

Passarono gli anni, come passano sempre, senza chiedere permesso e arrivò un altro mondiale.

Arrivò Messico '86, arrivò il caldo, arrivò la Francia di Le Roi Michel Platini. Non c’erano più bare né processioni, ma solo tanti "Galletti" per spedirci a casa a pedate. Senza appello.

Per la gioia del Nonno, le cui notti non furono turbate dagli schiamazzi del restante 99% della popolazione italica.

E per qualcosa d’altro, rimasto in fondo al Natisone, in attesa, da 50 anni. 

 

lunedì 13 aprile 2026

DIE V MENSIS IULII MCMLXXXII

Erano le tre del pomeriggio di quel lunedì di inizio luglio destinato a segnare la vita di milioni di persone in Italia e in Brasile.

Loro ancora non lo sapevano, non osavano neppure sperarlo. Era sinceramente troppo. 

Per due ragazzini cresciuti a pane, marachelle e pallone non poteva esistere evento più atteso del mondiale di calcio; dalla fine delle lezioni i primi di giugno tutta l'attenzione era rivolta verso la Spagna, dove l'Italia di Bearzot, dopo aver annaspato nel girone eliminatorio di Vigo con tre miseri pareggi, nel secondo turno a Barcellona aveva battuto nientemeno che l'Argentina campione del mondo in carica dell'astro mondiale nascente Diego Armando Maradona.

Quel successo in tutta Italia era stato percepito come un vero e proprio miracolo, visto il deludente comportamento degli azzurri e le terrificanti bordate che tutta la stampa sparava a ripetizione verso la nazionale ed in particolare verso il commissario tecnico, tacciato di autolesionistica cocciutaggine per voler insistere sul centravanti Paolo Rossi.

Il "Nino de Oro", che Giffoni e Remfutti ricordavano per averli fatti sognare quattro anni prima, era diventato un impresentabile "Nino de Piombo", incapace di tenere un pallone e rendersi pericoloso; non sembrava neanche un lontano parente di quello apparso in Argentina, a Mar del Plata, quando avevano per la prima volta scoperto con consapevolezza l'importanza del mondiale di calcio, l'aria elettrizzante che si respirava durante quel mese e la capacità di quell'evento di mettere tutte le famiglie davanti alla tv e poi nelle piazze, quando giocava e vinceva la nazionale.

Un clima di passione e festa collettiva che non aveva pari.

L'avversario che attendeva i miracolati azzurri alle ore 17,15 al Sarrià di Barcellona era il Brasile di Zico, Falcao, Socretes, Cerezo, Junior ecc... ecc..., la squadra che fino a quel pomeriggio aveva vinto tutte le partite, strapazzato tutti gli avversari, 13 gol fatti e 3 subiti in 4 incontri e destinata per tutta la stampa mondiale a diventare inevitabilmente campione del mondo.

Non poteva esserci spazio per un secondo miracolo. Era assurdo solo sperarlo, prima che pensarlo.   

     Giffoni e Remfutti, sedicenni, cercavano di accelerare lo scorrere del tempo che quel pomeriggio pareva immobile, vagando senza meta nelle campagne circostanti alla cittadina con le loro due biciclette scassate quanto bastava per non cadere ancora a pezzi.

Ai loro genitori - rectius la mamma, perchè il papà era sempre al lavoro -  come al solito non avevano detto nulla dei loro programmi pomeridiani uscendo dalle rispettive abitazioni, se non un generico "torno a casa dopo la partita".

L'appuntamento era a casa di Romano alle 17:00, giusto in tempo per ascoltare in piedi gli inni nazionali prima di assistere in trincea, assieme a suo padre e al loro compare Leonardo, a quello che si prospettava come una sorta di "Massacro di Fort Apache" per la difesa azzurra, guidata dall'estremo difensore ultraquarantenne Dino Zoff che la stampa nazionale avrebbe voluto mandare all'ospizio già quattro anni prima per i gol incassati a Buenos Aires contro l'Olanda e lo stesso Brasile.

Giffoni aveva deciso di unirsi al gruppo per scaramanzia: aveva visto in bianco e nero  il primo tempo di Italia-Argentina, da solo, a casa sua e dopo l'intervallo, con le squadre sullo 0-0 si era autoinvitato e piombato a casa di Romano per condividere, a colori, insieme agli amici il pathos di quella partita, che pariva più una corrida che un incontro di calcio. Il 2-1 finale gli aveva procurato l'invito per il successivo e previsto ultimo match del mondiale contro i favoritissimi verdeoro.

I discorsi tra Giffoni e Remfutti, pedalando nervosamente tra i tratturi di campagna, nella calura di luglio, spostando lo sguardo ripetutamente sulle lancette dell'orologio che parevano immobili, non potevano che essere rivolti alla partita, a come gli azzurri avrebbero potuto battere il Brasile.

E naturalmente nessun ragionamento logico riusciva a rinfocolare un po' di speranza, anche perchè non sarebbe stato sufficiente non prendere gol - cosa già di per sè al limite del fantastico - ma bisognava solo vincere per passare il turno, il pari sarebbe stato inutile. 

"Ma perchè siamo nati in Italia invece che in Brasile??!!" Domandò retoricamente a bruciapelo Remfutti a Giffoni quando i due erano arrivati al capolinea delle loro elucubrazioni. "Saremmo così forti che vedremmo vincere i mondiali di calcio e potremmo far festa come al Carnevale di Rio chissà quante altre volte!" "Hai ragione - replicò sconsalato Giffoni - invece da italiani non riusciremo mai a vincere un mondiale. Che destino infelice."

Tutto questo può sembrare un'esagerazione letteraria, oggi che tutti sanno come andò a finire quell'Italia-Brasile con la tripletta di Rossi, la parata di Zoff sulla linea al 90' e poi il trionfo di Madrid e il rientro in Italia della squadra sull'aereo presidenziale con la coppa del mondo in bella mostra mentre Zoff, Causio, Bearzot e il presidente Pertini giocano a scopone.

Dopo si è pure scritto che quel Brasile in realtà non fosse così forte, avendo una pippa in difesa, un centravanti che non segnava neanche se la porta fosse stata larga e alta il doppio e che giocavano in maniera scriteriata senza nessuna applicazione difensiva adeguata.

Ma alle 17,15 di quel lunedì 5 luglio un ipotetico sondaggio tra la vittoria dell'Italia e l'apparizione della Madonna a Regina Coeli, si sarebbe tradotto in un plebiscito per la manifestazione mariana, accompagnata da cherubini che cantavano in coro assieme ai galeotti.

Il gol di Paolo Rossi dopo 5 minuti nel salotto di casa Romano, venne accolto più da sorpresa per l'impronosticabilità dell'autore che da speranze circa l'esito finale, anche perchè neanche 10 minuti dopo, al 12' Zico aveva prima scherzato Gentile, poi servito un assist al bacio al Dottor Socrates che entrò in area sulla destra e quasi dalla linea di fondo mandò letteralmente con "il culo per terra" Zoff, facendo passare il pallone in rete tra il palo e l'estremo difensore azzurro. 

Ma invece dell'atteso crollo con conseguente goleada dei danzanti verdeoro, a metà del primo tempo fu ancora Rossi ad approfittare di un eccesso di sicurezza della difesa carioca e a siglare il 2-1 con un tiro da fuori area sull'uscita di Waldir Peres.

Si guardarono ancora più increduli che festanti e alla fine del primo tempo, in giardino fumando di nascosto delle sigarette come padri in attesa fuori dalla sala parto, furono assaliti dal desiderio di diventare testimoni e protagonisti, a loro modo, di un irripetibile e sensazionale miracolo sportivo.

Non ne erano consapevoli, ma stavano scoprendo quanto il calcio fosse in grado di far vivere in prima persona emozioni e sensazioni fortissime, facendo immedesimare gli spettatori nei giocatori a tal punto da portarli in un'altra dimensione, trascinandoli a sentire gli stessi moti interiori dei veri protagonisti sul campo e di altri milioni di persone assieme a loro.

Se l'attesa della partita era lentissima, i minuti del secondo tempo parevano dilatarsi quasi a diventare ore mentre i brasiliani attaccavano furiosamente la porta di Zoff e loro incominciavano piano piano a credere nell'impossibile.

Una tortura, una sofferenza indicibile... rotta solo dal 2-2 del divino Falcao a 22 minuti dalla fine.

Un silenzio funebre, un gelo artico s'imparonì del salotto. Nessuno fiatava. Nessuno osava dire nulla. Avevano familiarizzato troppo con l'idea che sarebbero tutti entrati nella storia per dirsi adesso: "Ma si, sapevamo che non poteva andare diversamente."

Qualche piccola recriminazione sul buco difensivo causato dalla finta di Falcao aveva iniziato a fare  timidamente capolino, quando San Pablito Rossi, in una mischia nell'area carioca causata dal primo e unico calcio d'angolo battuto dagli azzurri in tutta la gara, trafisse per la terza volta Waldir Peres.

Tutti saltarono in aria, indiavolati, urlando come se avessero segnato loro il gol del nuovo vantaggio, per poi guardare il cronometro e scoprire che mancava solo un quarto d'ora prima di entrare nella Storia.

Per Giffoni sarebbe stato troppo anche un minuto e non volendo sottoporsi alla ripresa dell'indicibile sofferenza che li avrebbe attesi sicuramente in quel quarto d'ora dal peso di un secolo, da trascorrere interamente sotto il fuoco di un assalto verdeoro che adesso sarebbe stato, oltre che totale, anche disperato.

Tra lo stupore degli amici, uscì in fretta dal salotto dicendo che sarebbe ritornato, sincronizzando l'orologio, solamente a partita finita.

Vani furono i tentativi di farlo desistere da quell'inutile gesto scaramantico.

Così fu.

E Giffoni iniziò il suo giro in bicicletta in una cittadina deserta, avvolta dalla calura, con la voce di Martellini che ogni tanto faceva capolino dalle finestre aperte e i rumori delle urla che parevano un'unica voce collettiva uscire dalle abitazioni.

Ad ogni urlo, un potente tuffo al cuore e così Giffoni optò per allontanarsi dal centro, pedalando in quegli stessi campi in cui qualche ora prima aveva rimpianto di non essere nato a Manaus o a Rio de Janeiro.

Finalmente l'orologio segnò l'ora del presunto fischio finale del Sig. Klein e così Giffoni girò il manubrio e, pedalando come un ossesso, si diresse di nuovo verso il centro città, in un tremendo frullato mentale di paura, ansia e speranza nel cercare di vedere intorno a lui qualche segno che gli desse conto che il finale era stato lieto.

Non ci fu bisogno di attendere molto: quando in lontananza comparve la sagoma inconfondibile de "Ai birilli bevuti" un gran numero di persone festanti usciva dalla porta principale come il getto d'acqua di un tubo esploso per troppa pressione.

E poi nell'aria il suono sempre più alto, incessante di clacson delle auto che pareva suonassero all'unisono come una grande orchestra diretta da Maestro invisibile.

Avevamo battuto il Brasile!!!!

Abbracci e baci tra amici, tra sconosciuti, tutti assieme nelle strade fino a tarda notte a far festa con bandiere tricolori che comparivano in ogni dove e qualcuna addirittura con lo stemma sabaudo.

Giffoni, Remfutti, Leonardo, Romano e compagnia cantante in sella alle loro vespe e motorini girarono a più riprese ogni angola della città e delle frazioni, avvolti in tricolori come mantelli, suonando e urlando tutta la loro gioia, a tratti anche scomposta ma sempre autentica.

Un sabba indimenticabile.

Gli Azzurri di Bearzot erano entrati nella Storia e loro con loro.

Adesso non c'era che da aspettare sei giorni per diventare campioni del mondo.

Giffoni e Remfutti poterono gioire per il destino che li aveva voluti italiani e non brasiliani.     

… e Giffoni potè scoprire dal telegiornale che, in quei 15 minuti di blackout autoimposto, l’arbitro, su segnalazione del guardalinee coreano, aveva annullato il quarto gol, regolarissimo, di Antognoni e San Dino aveva suggellato il miracolo con la storica parata salva tutto al novantesimo. 




venerdì 10 aprile 2026

C'ERAVAMO TANTO ODIATI

Ci sono prove nella vita a cui ciascuno di noi avrebbe voluto sottrarsi ed invece ha finito per doverle affrontare a viso aperto, senza possibilità di rinuncia o perché l'evitamento avrebbe comportato prezzi così alti da pagare da risultare insostenibili. Sia che questi cimenti fossero stati scelti consapevolmente con fermezza, coraggio e fiducia nelle proprie capacità di riuscita o con  inconscienza o fede nella provvidenza, oppure ancora ci fossero piovute addosso obtorto collo
Prove che una volta superate, oltre ad accrescere la nostra autostima ai livelli del Nilo durante le piene, ci hanno fatto sentire più leggeri di una piuma, felici come non mai di vivere in un pianeta che improvvisamente ci pareva il paradiso terrestre di biblica vulgata e non già il luogo dove ogni secondo da qualche parte viene commesso un crimine efferato contro un proprio simile. 
Per Giffoni quella prova, ancor'oggi che si appresta ad entrare di diritto nel segmento che gli statistici demografici definiscono "della terza età", resta l'esame di matematica generale alla facoltà di Scienze economiche. 
Pur di evitare quel cimento, Giffoni sarebbe stato disposto a raddoppiare pure la durata di un altro dei tormenti più temuti dai giovanotti in quel periodo storico: il servizio militare di leva. 
Pensando a tutte le prove in cui un individuo può imbattersi nella vita e che possono compromettere la sua stessa esistenza, si potrebbe già concludere senza fallo che Giffoni sia stato un uomo fortunato.
Ma dove nasceva tutta questa difficoltà così sofferta e percepita, a tal punto da turbare ancor oggi il sonno del giovane vegliardo che nel frattempo è diventato Giffoni?
Se i più ammettono che uno degli incubi più feroci è quello in cui si trovano a dover affrontare di nuovo l'esame di maturità, per Giffoni il terrore onirico si manifesta invece invariabilmente con la consapevolezza improvvisa ed inconscia di dover sostenere l'esame di matematica generale; il dissolversi del potere dell'inconscio alle prime luci dell'alba, gli restituisce sempre una frazione di quel sentimento di estrema gioia provata la sera in cui il professore gli firmò il libretto, certificando che anche la matematica era entrata a far parte del suo cursus honorum
Da dove nascevano, dunque, queste difficoltà viscerali?
Giffoni sin dalle superiori aveva odiato profondamente la matematica, e tuttora la detesta.
Quell'odio non era solo dipeso dal professore del Liceo che non si curava delle turbe emotive, dei vissuti personali, delle motivazioni, delle famiglie di origine: se si riusciva a risolvere le equazioni in pagella c'era la sufficienza, altrimenti no. E non c'erano santi in paradiso in grado di fargli cambiare idea. Interpretava, ai suoi occhi, la materia che insegnava alla perfezione: 1+1 faceva e fa ancora 2 in estate come in inverno, non c'è spazio per variazioni sul tema. E non importava se a quel risultato ci arrivavi dopo un'ora di ragionamento, di preghiere oppure in un secondo mangiando un panino, se lo scandivi con prosa perfetta e sorriso suadente (meglio sarebbe dire da paraculo) oppure con voce tremante e con lo sguardo rivolto al pavimento. Alla fine si doveva pervenire alla soluzione indicata a pag. x del libro degli esercizi, a quella e solo a quella. Niente spazio alla fantasia per giungere a qualcosa che nessuno ancora aveva scoperto. Per Giffoni, amante della storia e della letteratura, dove invece si poteva obiettare praticamente su tutto e l'ora di lezione era il regno delle sfumature del grigio, in cui ogni argomento non era mai solo bianco o solo nero, e dove non solo contavano i contenuti ma anche il "come" quei contenuti venivano esposti, la matematica non solo gli risultava odiosa, ma addirittura intollerabile. La matematica per Giffoni era gelida nella sua astrattezza, impietosa nelle sue certezze e spietata nel suo focalizzarsi sul risultato senza ammettere requie e la considerava quindi qualcosa di “non umano”, idea che trovava modo di rinforzarsi, sempre ai suoi occhi, osservando il comportamento di tutti i compagni che eccellevano nella materia: per lo più taciturni, poco inclini alla risata stupida, scarsamente empatici, sempre pronti a dare giudizi di merito sul comportamento altrui, poco inclini ai compromessi e mai indulgenti, sempre molto interessati a capire come funzionavano le cose invece delle persone. E "l'odio" cresceva nel vederli risolvere in fretta e con naturalezza problemi che invece impegnavano la sua mente fino allo sfinimento, per arrivare poi a soluzioni del tipo “f(x) tende a infinito quando x > (2-a) e invece tende a 0 quando x tende a 0 e perde di significato per tutti gli altri valori di x appartenente all’insieme dei numeri reali.” – “E ‘sti cazzi! Chi se ne frega! Vuoi mettere il piacere della scoperta del mondo che c’era dietro le rime di Dante, i versi Foscolo, i testi di Goldoni o di Molière? Per non dire dei contenuti, che a loro volta erano in grado di aprire universi sulla imprevedibilità del comportamento umano e sulla finitezza di ogni pensiero, altro che “f(x) che tende a infinito.”
In realtà chi era privo di fantasia era Giffoni e non “loro”. Sono loro che hanno cambiato il mondo, che dietro quegli X > (2-a) hanno saputo trovare il modo con cui “obbligarci” a doverci confrontare ogni giorno con la loro logica binaria maneggiando gli strumenti con cui, le loro invenzioni, hanno riempito il nostro quotidiano.
E chi se frega poi se questo ha fatto alzare alle stelle lo stress da lavoro correlato e le malattie connesse, se le loro invenzioni stanno sostituendo gli uomini dai posti di lavoro, se la logica del risultato ad ogni costo è penetrata in maniera cancerogena in ogni ambito delle relazioni umane, se i gingilli figli delle loro f(x) hanno “aumentato” le nostre facoltà dematerializzando e destrutturando i rapporti tra le persone di ogni età, sesso e censo, distribuendo indiscriminatamente a tutti poteri extrasensoriali che non avevano neanche gli dei dell’Olimpo e che stanno trasformando gli adolescenti in analfabeti emotivi.
Ma questa è un'altra questione, troppo figlia della "filosofia" di Giffoni, e che volentieri lasciamo ad altri l'approfondimento.
Il sospetto, da terzi osservatori imparziali, è che dietro tutto quell'odio ci fosse anche qualcosa di meno romantico e filosofico: Giffoni aveva scoperto che per apprendere la matematica e superare le sue prove non bastava quel talento naturale che invece gli consentiva, con il minimo sforzo, di impadronirsi dei fondamenti delle altre materie di studio e andare oltre gli ostacoli senza troppa fatica e con risultati apprezzabili.
Ci voleva la capacità di spaccarsi la testa, di tenere costante la concentrazione e l'attitudine alla disciplina, per qualcosa di utile e importante, a prescindere dal proprio interesse o dall'inclinazione  personale.
Bisognava essere mediani dediti a correre 90 minuti per coprire tutte le zone del campo, recuperare palloni e, senza improvvisazioni e pause, servire con fiducia il compagno e non fantasisti alla ricerca del numero ad effetto per i tifosi o centravanti opportunisti pronti ad intuire prima degl'altri dove sarebbe andato il pallone per calciarlo in rete, da due passi, nella porta vuota.
Era fondamentale diventare soldati che devono solo eseguire ordini, senza chiedersi il perchè: eseguirli con impegno ricercando solo il risultato finale, senza chiedersi se sarebbe stato utile e giusto per il reparto o per il mondo intero.
Ma questo, Giffoni ebbe modo di capirlo, forse,  solo molto tempo dopo, guardando a ritroso come aveva agito negli snodi cruciali della vita e in ciò che aveva determinato i suoi successi e i suoi fallimenti.
Quell'esame e quella materia - per lui - erano tremendi perchè lo costringevano ad affrontare i suoi limiti, lo portavano a doversi cimentare sul terreno a lui meno congeniale.
In poche parole, ad andare oltre se stesso.
Esaurita questa lunga premessa, forse ora il lettore potrà trarre un po' di divertimento o qualche sorriso nel conoscere come si sviluppò per Giffoni quella prova - per lui - più sofferta e complessa dello sbarco in Normandia per la fanteria americana intrappolata sulla spiaggia di Omaha.
L'esame di matematica generale nelle facoltà di Scienze economiche era prevista al primo anno ed era propedeutico ad altri due esami: matematica finanziaria e microeconomia.
Giffoni, incerto dopo la maturità nella scelta di quella facoltà universitaria per la presenza di due esami di matematica, alla fine si era fatto convincere dalla possibilità di inserire nel piano di studi un numero di esami di diritto tale da essere quasi un percorso di studi in giurisprudenza. 
E così fu, visto che all'ultimo anno regolare di corso, doveva sostenere "solo 3 esami".
Indovinate quali.
Matematica generale, Matematica finanziaria e Microeconomia.
Praticamente come per un velocista arrivare in maglia rosa alle ultime tre tappe dovendo scalare nell'ordine, per vincere il Giro d'Italia, lo Stelvio, lo Zoncolan e il Pordoi. 
Aveva passato tutti gli esami con eccellenti votazioni, ma ogni anno, dopo essersi imposto che quello doveva essere "l'anno di matematica", rinviava a quello successivo "il match clou", dopo neanche un mese di studio.
Fino a che era arrivata l'ora di non poterlo rinviare più.
Nella primavera del 1990 era giunto il momento della "madre di tutte le battaglie".
Non si poteva paragonare l'evento alla sfida di san Giorgio al Drago, solo perchè Giffoni era tutto, fuorchè San Giorgio.
Erano ammessi solo due tentativi: il primo a luglio e, in caso d'insuccesso, solo un'altra possibilità ad ottobre: il fallimento avrebbe comportato l'impossibilità di essere ammesso al rinvio del servizio militare, con la chiamata alle armi nel 1991 senza aver finito gli studi e tre esami ancora da sostenere, oltre alla tesi.
Insomma, Giffoni più che San Giorgio davanti al Drago, era un parà della Folgore che doveva sfondare l'assedio britannico nella sacca di El Alamein.
Il primo tentativo, in una caldissima mattina di fine luglio, iniziò con la canonica prova scritta in un'aula magna assieme ad un altro centinaio di candidati, per lo più matricole del primo anno.
L'esito della prova venne pubblicato sui tabelloni della facoltà qualche giorno dopo: un Giffoni senza troppe speranze dopo il martirio delle quattro ore in cui aveva tentato di destreggiarsi tra limiti, derivate ed integrali, vide subito in corrispondenza del suo nome, la votazione: 13/30.
Un piede nella fossa, ma ancora in vita: era il risultato minimo per poter accedere alla prova orale per tentare di risalire la china oltre il fatidico 18 e faceva parte di quel 20% di "fortunati" che accanto al nome aveva evitato la funebre dicitura: non ammesso.
C'era ben poco da stare allegri: raggiungere la sufficienza partendo da 13/30 voleva dire fare un'orale all'altezza di Pitagora, o più "realisticamente" come per l'Udinese espugnare il Santiago Bernabeu con una goleada, dopo aver subito dalle merengues uno 0-3 casalingo nella gara di andata.
E con questo spirito Giffoni, ancora imbattuto nell'arena degli studi superiori e universitari, si presentò davanti al professore ordinario di Matematica generale, alle ore 9,30 di una caldissima mattinata di agosto. Non prima di essere salito con il proprio vespino, alle prime luci dell'alba dopo una notte insonne causata anche alle troppe pillole di Ginseng assunte durante ore di studio forsennato, al santuario di Castelmonte per cercare di "dopare" la prestazione "monstre" di cui aveva estremo bisogno.
E' realistico pensare che la Madonna Nera avesse pratiche ben più importanti da sbrigare, con Saddam Hussein che aveva appena invaso il Kuwait.
Giffoni si sedette davanti all'accademico, ostentando una falsissima sicurezza mentre attendeva la prima domanda che, come di prassi sarebbe stata la richiesta di calcolare il limite di una funzione più o meno complessa. 
Sul punto il professore non transigeva: se non sapevi calcolare i limiti delle funzioni implicava non aver capito nulla dell'analisi matematica e quindi essere "sbattuti fuori" era automatico come l'alzarsi della paletta dell'agente di una pattuglia della Polstrada, nascosta nella campagna romana dietro una curva, al passaggio di una decapottabile con a bordo solo due modelle svedesi. 
E così fu.
Il luminare scrisse il limite della funzione sul foglio e glielo porse a Giffoni per il calcolo.
Giffoni, tradito dalla smania di incardinare immediatamente la partita nel verso giusto stante il passivo da recuperare, cercò subito il contropiede vincente, esordendo: "Prima di calcolare il limite di una funzione, dobbiamo chiederci se il limite esiste o meno e dimostrarlo."
Il professore, effettivamente colto di sorpresa, alzò subito gli occhi dal registro che stava compilando e con aria incuriosita fissò Giffoni intento nel dimostrare, in modo sempre più confusionario e poco convincente, l'esistenza del limite proposto.
Il matematico, constatata in un amen l'imperizia, punì quel tentativo di contropiede al primo minuto, strappando senza troppa cortesia il "pallone" dai piedi del velleitario "centravanti" Giffoni che cercava maldestramente la via della rete. 
"Lasci perdere. Il limite esiste, glielo dico io. Proceda con il calcolo." 
Seguirono quaranta minuti di passione, un autentico calvario, con Giffoni che sembrava l'Italia di Valcareggi nella finale dell'Azteca di Mexico City, già sotto di un gol e costretta nella propria area a difendere il passivo contro il Brasile di Pelè. 
Ma come gli azzurri nella finale del mondiale messicano, che con un assurdo ed improbabile contropiede sul finire del primo tempo, riuscirono grazie a  Boninsegna a cogliere il pareggio, Giffoni, sudatissimo, riuscì a risolvere il problema scrivendo il risultato corretto su di un foglio che pareva più il quadro di un pittore futurista ubriaco che lo sviluppo di un calcolo matematico, tante erano le cancellazioni lasciate dallo studente con tratti di penna nervosi.
"Lei si è salvato in extremis, è riuscito a stare a galla con grande fatica. Vediamo se è capace di nuotare ancora."
Chiosò il professore fissando Giffoni, come un ispettore di Polizia che ancora non è riuscito a far ammettere le proprie colpe ad un inquisito avente a carico un elenco di indizi a sfavore lungo come il Missisipi.
Giffoni intuì subito che adesso il professore lo reggeva per le palle; era alla completa mercè: se avesse provato pietà avrebbe lasciato la presa con una domanda a prova di stupido, oppure avrebbe stretto la morsa e provocato, oltre all'urlo di dolore, una resa badogliana senza condizioni.
Giffoni in cuor suo sapeva già come sarebbe andata a finire, senza bisogno di trarre gli auspici dalle interiora di un animale sacrificato agli dei come facevano i sacerdoti dell'antica Roma.
Il professore era un matematico, non padre Pio.
"Mi scriva l'approssimante a questa funzione di più variabili." ... e scrisse una funzione che pareva uscita dai file ancora secretati sullo sviluppo della bomba atomica da parte dell'equipe di Oppenheimer nel deserto del New Mexico.
Giffoni, con il dolore per la morsa che si stingeva su di lui come due presse idruliche in uso ai cantieri navali Lenin di Danzica, non volle darsi per vinto e... finì impallinato in men che non si dica da Gerson, Jairzhino e Carlos Alberto per il 4-1 finale del Brasile.
"Il suo scritto era già gravemente insufficiente e qui oggi lei ha dimostrato di avere ancora le idee  piuttosto confuse. Studi di più, torni qui ad ottobre e vedrà che non ci saranno problemi."
Il luminare tolse il foglio dalle mani di Giffoni e gli restituì il libretto.
Come andò a finire?
Giffoni, dopo la bruciante e dolorosa sconfitta che non faceva altro che rinforzare il suo astio (odio) verso la regina dei numeri, si buttò a capofitto di nuovo sul libro degli esercizi e, vincendo un altro dei suoi limiti (voler fare tutto da solo senza farsi aiutare) si rivolse ad un professore del Liceo scientifico per irrobustire la sua preparazione, giusto con un paio di lezioni private, in vista della vera rivincita: quella da dentro o fuori di ottobre.
Il professore aveva visto giusto, Giffoni si presentò il 5 ottobre seguente all'orale, forte di un bel 22/30 allo scritto (seconda miglior prestazione della sessione) e nonostante tutti i tentativi di fallire nella successiva interrogazione orale spinto dalla voglia di strafare, si portò a casa un 23/30 che, se da un lato gli rovinava la media, dall’altro gli spalancava finalmente le porte della Laurea. 
Ma la felicità che provò quella sera del 5 ottobre 1990, uscito dallo studio del Professore di Matematica mentre in Germania festeggiavano nelle piazze la riunificazione, fu una gioia unica nel suo genere in tutta la sua vita.
Quella di chi era riuscito a sconfiggere il Mostro più temuto.
Che non era la matematica, ma i propri "limiti".



  
 
  
 
 

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