lunedì 4 maggio 2026

QUESTIONE DI RISPETTO

Che Josip Broz Tito, morto a Lubiana il 4 maggio di ventisei anni fa, sia stato un protagonista di primo piano nella lotta di liberazione europea contro il nazifascismo, e che la bandiera dell’ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia rappresenti ancora oggi in Slovenia — e non solo — un simbolo di vittoria contro l’oppressore italo-tedesco, è un dato di fatto.

Oltre che una verità storica.

Fu inoltre sotto la guida di Tito che la nazione slovena venne riconosciuta per la prima volta in modo stabile come entità statale autonoma, seppur all’interno della federazione jugoslava, con un proprio parlamento e un proprio governo, dando forma concreta a un’aspirazione che affondava le sue radici nel tempo.

Non deve quindi stupire se, dopo la dissoluzione della Jugoslavia e la nascita della Slovenia indipendente, il richiamo a quella stagione non sia scomparso:  per molti, infatti, la memoria della lotta di liberazione 1941-45 continua a rappresentare uno dei pilastri della narrazione nazionale.

Chi percorre oggi la Slovenia — da Murska Sobota a Nova Gorica, da Novo Mesto a Maribor — incontra ovunque monumenti, lapidi, nomi di vie che raccontano quella stagione, spesso segnati dalla stella rossa e accompagnati da lunghi elenchi di caduti locali. Un paesaggio della memoria che ha una sua coerenza, e che difficilmente può essere compreso fino in fondo da chi non ne condivide la storia.

Del resto, sarebbe singolare se un visitatore austro-tedesco si stupisse, attraversando l’Italia, della presenza diffusa di richiami al Risorgimento o alla Grande Guerra, con vie e piazze dedicate a Giuseppe Mazzini, Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Armando Diaz o addirittura Luigi Cadorna.

E tuttavia fermarsi a questa constatazione significa, ancora una volta, raccontare solo una parte della storia.

Perché Josip Broz Tito non è stato soltanto il capo di una resistenza vittoriosa, ma anche il fondatore di uno Stato a partito unico, nel quale il dissenso non trovava spazio e nel quale la costruzione dell’unità nazionale passò anche attraverso repressioni, epurazioni e violenze efferrate mai chiarite del tutto.

E se per molti la bandiera jugoslava resta il simbolo di una liberazione, per altri — italiani, ma anche sloveni e croati — essa richiama invece una stagione di esodo, paura, violenze e silenzio. Una stagione in cui essere dalla parte sbagliata, o semplicemente non allineati, poteva significare (e per tanti ha significato) perdere tutto.

Un altro dato di fatto.

È in questa ambivalenza che si misura la distanza tra memoria e storia.

Liquidare tutto con un “Vae victis” — magari implicito — non aiuta. Non riconcilia. Al contrario, rischia di riaprire ferite che, a ottant’anni di distanza, non si sono mai del tutto rimarginate.

Per questo, quanto accaduto il primo maggio 2026 a Trieste non può essere archiviato come un episodio folkloristico o una semplice manifestazione identitaria. Per molti, quella bandiera esposta in Piazza Unità non è stata un simbolo neutro, ma un segno divisivo, capace di evocare una memoria dolorosa e ferite profonde.

Così come lo è mantenere ancora nel 2026 ben in vista sopra le alture che dominano Gorizia e Nova Gorica, la scritta TITO a caratteri cubitali.

E forse il punto non è stabilire chi abbia il diritto di esporre un simbolo, ma chiedersi se sia opportuno farlo proprio lì, proprio in quel contesto.

Italia, Slovenia e Croazia condividono oggi un orizzonte comune all’interno dell’Unione Europea, fondata su principi di rispetto reciproco che dovrebbero essere patrimonio di tutti. Un orizzonte che non cancella il passato, ma che chiede — proprio per questo — una responsabilità in più nel modo in cui lo si richiama.

L’Italia, uscita sconfitta dalla guerra e responsabile di politiche aggressive, ha intrapreso un percorso di revisione profonda, scegliendo la forma repubblicana e dotandosi di una Costituzione che ha posto al centro la tutela dei diritti fondamentali, bandendo il fascismo dal proprio orizzonte politico. E con il Trattato di Osimo ha definitivamente regolato una questione territoriale complessa sigillando perdite dolorose, senza compensazioni.

Se gli sloveni ritengono Tito una figura meritoria della loro storia nazionale, è una valutazione che spetta a loro.

Ma proprio per questo, se davvero esiste la volontà di coltivare rapporti sinceri di buon vicinato, sarebbe auspicabile una maggiore attenzione e di rispetto per le ferite che che quel nome e quei simboli evocano al di qua del confine del 1947.

Altrimenti, più che ricordare, continuiamo semplicemente a dividerci.

E qui, più che altrove, non ce lo possiamo più permettere, perché la storia, da queste parti, non è mai solo storia, é ancora, inevitabilmente, memoria viva.


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