La vittoria degli azzurri nella semifinale del Mundial '82 contro la Polonia sul terreno del Camp Nou di Barcellona è sicuramente la sfida meno celebrata di tutta la cavalcata vincente dei ragazzi di Bearzot.
I motivi sono tanti, a partire dal blasone dell'avversario non è certo quello dell'Argentina campione in carica di Maradona, del Brasile stellare di Zico e compagnia e neppure della Germania Ovest, campione d'Europa in carica. Si consideri poi la dinamica con cui si è sviluppato il match: vantaggio sollecito conseguito allo scoccare della metà del primo tempo, raddoppio ad un quarto d'ora dalla fine e controllo sicuro della gara, mica la resistenza ai furiosi attacchi dei brasiliani con il punteggio continuamente in bilico e neppure la battaglia senza esclusione di colpi con i gauchos o il pathos di una finale mondiale con un rigore sbagliato sullo 0-0. Poi la cornice: un Camp Nou che presentava ampi spazi vuoti, ben lontano dalla "bombonera" del Sarrià stracolmo delle partite contro i brasiliani e chiaramente senza il contorno del Santiago Bernabeu esaurito nell'atto conclusivo. E ancora: non c'era più nessun effetto sorpresa, come l'aria che si respirava alla vigilia delle sfide con Argentina e Brasile, dove partivamo come perdenti sicuri e neppure l'elettrica imprevedibilità e gli scongiuri prima di qualsiasi finale, figuriamoci una da disputare contro la Germania.
Eppure, Enzo Bearzot ogni volta che si parlava di Mundial, non smetteva mai di ricordare che per lui la partita più di difficile da preparare e la più temuta fu proprio quella contro i polacchi, anche se privi della loro stella Boniek, squalificato come il nostro Gentile.
"Tutti ci davano per favoriti, c'era un clima di festa generalizzato, mentre in realtà avevamo speso tantissime energie psico-fisiche con il Brasile. Avevamo appena battuto gli Dei, come potevo convincere i miei ragazzi a rimanere mortali per affrontare un avversario tosto che, proprio in virtù dello scarso blasone, non accendeva le motivazioni per andare oltre i nostri limiti? Come potevo dissuaderli dal sentirsi già in finale, dimenticandosi di giocare la semifinale?"
Anche Giffoni, Remfutti e soci si accodavano al mainstream che vedeva l'Italia di Pablito, se non addirittura già campione del mondo, almeno sicura finalista e prepararono nella mattinata che precedeva la partita addirittura una bara biancorossa in cartone, con la scritta "POLOSKA" sotto un eloquente croce.
Vani furono i tentativi di Giffoni per far modificare la scritta, che conteneva un errore linguistico che però sembrava evidente solo a lui. "Che cazzo vuoi? Che Cazzo sai tu? Adesso parli anche il polacco?" fu la risposta tranchant dell'autore del manufatto, di cui è pietoso tacere il nome.
Così, verso le 19,30 della sera, al termine della gara più "facile" della corsa azzurra verso la gloria, decisa da altri due gol di Pablito "Manolete", la bara della POLOSKA faceva bella mostra nella centralissima piazza Paolo Diacono, issata da Costumelli e Caldarrosta tra il tripudio di tutta la compagnia, accanto alla statua di Pallade Athena che domina la fontana de "i quattro leoni".
Terminata la baldoria, rientrando a casa ben oltre l'orario della cena, Giffoni fu pesantemente rimproverato dal nonno: ma non per il ritardo, a cui invece era preparato.
"Nel 1936 i giovinastri come te avevano costruito e buttato dal ponte del diavolo un Fantoccio che rappresentava il Negus! Qualche anno dopo il Negus e gli inglesi ci hanno mandati a casa a calci in culo!"
Lì per lì Giffoni non riusciva a capire il perchè di tanto livore da parte del nonno, benchè sapesse che Sior Toni era assurdamente - ai suoi occhi - contrario ad ogni forma di esaltazione del calcio e dello sport professionistico in genere.
Fu suo padre a spiegarglielo: aveva visto il sabba di Giffoni e compari attorno alla bara della "Poloska" e questo lo aveva riportato indietro nel tempo, quando all'apice della popolarità del regime fascista, nel 1936, alla proclamazione dell'Impero da parte del Duce a seguito della vittoriosa campagna di Etiopia, un gruppo di studenti invasati dalla retorica di regime avevano prima fabbricato e poi gettato nel Natisone dal Ponte del Diavolo, un fantoccio che raffigurava l'imperatore etiope Hailè Sellasiè.
Il Negus, appunto.
Il racconto del padre fu praticamente ininfluente: domenica 11 luglio Giffoni e soci in processione portarono a spalle nelle vie del centro cittadino una bara in legno avvolta da una bandiera tedesca.
Evitando questa volta solo di aggiungere altri strafalcioni linguistici.
Passarono gli anni, come passano sempre, senza chiedere permesso e arrivò un altro mondiale.
Arrivò Messico '86, arrivò il caldo, arrivò la Francia di Le Roi Michel Platini. Non c’erano più bare né processioni, ma solo tanti "Galletti" per spedirci a casa a pedate. Senza appello.
Per la gioia del Nonno, le cui notti non furono turbate dagli schiamazzi del restante 99% della popolazione italica.
E per qualcosa d’altro, rimasto in fondo al Natisone, in attesa, da 50 anni.

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