Questo breve racconto è dedicato ai frequentatori del BluEnergy Stadium che per ragioni anagrafiche si sono persi le avventure di chi era fedelissimo del vecchio Stadio Friuli e che a sua volta, sempre le medesime ragioni, non ha potuto conoscere i tempi pioneristici del glorioso Moretti.
Frequentare lo stadio Friuli nel
1982 era un rito molto diverso rispetto al moderno impianto sorto per 3/4 sulle
ceneri delle vecchie curve e distinti.
L’unico settore con posti
numerati e relativi seggiolini era la tribuna posta sotto l’arco, il solo
superstite salvato dalla demolizione ed integrato nel design del nuovo
impianto, eretto tra l’estate del 2013 e terminato nel gennaio del 2016.
Le curve ed i distinti centrali
erano scoperti e a gradoni in cemento, circostanza che al tempo di biglietti
cartacei rigorosamente emessi e circolanti liberamente al portatore, consentiva
di far entrare un numero di persone ben oltre la capienza dei 42.000 posti
autorizzati e obbligava i possessori dei tagliandi a tenere a mente il primo
ammonimento dei pellegrini sul cammino di Santiago: chi tardi arriva, male
alloggia.
Infatti, arrivare a ridosso del
fischio d’inizio, poteva voler dire finire molto in basso, nei pressi delle
barriere e della pista di atletica, cosa che avrebbe fatto solo intuire quello
che succedeva in campo; se il posto era in curva, poi, quello che accadeva sul
lato lontano lo si poteva dedurre solo in base al rumore della folla quando
l’azione di gioco si sviluppava da quelle parti.
Ciò obbligava ad arrivare ai
cancelli d’ingresso almeno due ore prima e poi inventarsi chissà che cosa per
far passare il tempo, perché al di là degli altoparlanti che
gracchiavano pubblicità commerciali, all'interno non c’era nessun altro tipo di attrazione.
Un’attesa interminabile,
specialmente nei frequenti pomeriggi freddi e uggiosi dell’inverno friulano o
con il sole picco in tarda primavera.
Nelle partite “di cartello” poi,
la densità tra uno spettare e l’altro in curva era talmente fitta che al
momento del gol dell’Udinese era impossibile non farsi travolgere dall’onda
umana che si creava, trovandosi in seguito in tutt’altro punto della gradinata.
A parte gli incontri con le tre
grandi classiche - Juve, Milan, Inter
per cui se non avevi comperato il biglietto nelle prevendite autorizzate non
avevi chance di accedere senza pagare pesantissimo dazio ai bagarini – i
biglietti si potevano acquistare anche alle biglietterie dello stadio
all’ultimo momento, scontando però code chilometriche con il rischio di entrare
a gara iniziata.
Niente biglietti on-line,
chiaramente. E niente tornelli, pre-filtraggi, esibizione di documenti, deleghe
ecc. ecc.
Ma veniamo all’episodio che merita
di rimanere scolpito nella memoria utilizzando il blog e il web come si sarebbe
fatto secoli orsono, affidando il messaggio scritto ad una bottiglia da spingere
in mezzo al mare in attesa che, un giorno, qualcuno la raccolga e leggendo il
testo, si faccia, se non altro, quattro risate.
Due maggio 1982.
Terzultima giornata del
campionato che anticiperà la spedizione azzurra al mondiale di Spagna, il cui raduno
è fissato per il 20 maggio all’Hotel Puerta del Sol di Alassio.
La lotta scudetto è serratissima,
a tre partite della conclusione Juventus e Fiorentina sono in testa alla
classifica con gli stessi punti ed il calendario vede i bianconeri friulani
allenati da Enzo Ferrari, ottenuta la salvezza matematica la domenica prima con
un 2-0 sul campo di un pericolante Bologna, essere insigniti dalla stampa
nazionale quali arbitri dello scudetto.
Infatti, Madama Juventus è attesa
alle 16,00 del 2 maggio sul prato del Friuli, prima di ospitare al comunale di
Torino il Napoli e poi chiudere sul terreno di un tranquillo Catanzaro; i viola
di Picchio De Sisti invece faranno visita a San Siro ad un Inter in lizza per
un posto UEFA, poi ospiteranno in riva all’Arno l’Udinese e per l’ultima
saranno di scena al Sant’Elia di Cagliari, contro i sardi che hanno disperato
bisogno di punti salvezza.
Tutto fa presagire ad uno
spareggio, cosa che disturberebbe non poco i piani del Vecjo Bearzot, che
attende al più presto i suoi azzurri per il mondiale spagnolo.
L’incontro del Friuli, delicatissimo
per gli juventini, ha gli occhi puntati da parte di tutti gli sportivi non solo
italiani ma pure di mezzo mondo, perché alle ore 16,00 del due maggio Paolo
Rossi tornerà in campo dopo due anni di squalifica.
L’esclusione dai campi di gioco gli
era stata inflitta al processo sportivo del primo grande scandolo del Toto
Nero; il 23 marzo 1980 infatti, le auto della Polizia e della
Guardia di Finanza erano entrate sulle piste degli stadi per arrestare diversi giocatori e
tesserati. L'accusa: quella di aver promesso e poi non mantenuto di truccare le partite, truffando così Trinca e Cruciani, i due scommettitori
clandestini romani gabbati e che parevano usciti da qualche film con Tomas Milian.
In tribuna d’onore al Friuli,
vicino al cividalese Diego Meroi, Presidente della FIGC regionale, ci sarebbe
stato il CT Enzo Bearzot, con gli occhi puntati su Pablito, che 4 anni prima al
mondiale argentino era esploso in mondovisione e divenuto la punta di diamante
di una delle più belle nazionali di tutti i tempi.
E magari anche con la speranza, risultata poi vana per il CT di Aiello, di vedere alzarsi dalla panchina juventina ed entrare in
campo un altro dei suoi pupilli, ovvero Roberto Bettega che stava cercando di
rientrare in gioco anche lui, dopo essere stato assente dal novembre 1981,
quando il portiere belga Munaron gli aveva fracassato un ginocchio durante un
tetro mercoledì di Coppa dei Campioni, conclusosi con l’ennesima prematura
eliminazione per Madama.
Le richieste di accredito per
fotografi i giornalisti erano state centinaia, i biglietti di tutti i settori
dello stadio erano già stati polverizzati un mese prima, tutto il mondo sportivo quel pomeriggio voleva
essere presente allo storico evento.
Naturalmente lo volevano essere
anche Giffoni, Remfutti, i fratelli Brunelli, Fruzzo, Romano e Leonardo, i “nostri”
liceali alle prese con il rush finale per recuperare tutte le insufficienze
maturate nei lunghi mesi invernali in cui briscola, biliardo, tre sette e
letture della rosea avevano spodestato lo studio dell’Eneide e dell’Odissea.
Quel mese di maggio anche per
loro assumeva la stessa drammaticità che permeava i cuori dei tifosi juventini
e viola in caccia dello scudetto e dei milanisti per evitare l’onta di una
retrocessione sul campo.
Al Pullman Bar i “nostri” eroi erano riusciti a procurarsi, il primo giorno in cui erano stati messi in vendita; le ore di coda erano state coronate dal successo, ma ora si trovavano alle prese con un problema
non indifferente: erano tutti tagliandi di curva nord e i loro cuori erano
divisi. Per Giffoni, Romano, Leonardo e Fruzzo il centro del tifo
udinese era il loro normale e ovvio approdo mentre per Remfutti ed i fratelli
Brunelli, juventini marci, quello era un luogo indesiderato come la peste.
Bene, alle ore 13,00 del due
maggio, quando i cancelli dello stadio si aprirono e migliaia di tifosi
letteralmente invasero i settori non numerati per occupare i posti migliori, Remfutti
e i fratelli Brunelli, occultate a dovere le sciarpe juventine, si lanciarono
all’interno della curva nord mescolandosi ai tifosi udinesi.
Entrati in curva, fecero i gradoni
verso il basso a tutta velocità, fino a calarsi nel fossato che divideva le
gradinate dalla rete metallica che a sua volta delimitava la pista d’atletica
che cingeva il vecchio Friuli; percorsero tutto il fossato di corsa fino a
raggiungere la curva sud, dove, esponendo ora fieramente le loro sciarpe
cariche di scudetti e gloria juventina, furono aiutati dai tifosi di Madama a risalire nel settore da loro occupato, mescolandosi stavolta ai Fighters piemontesi a ridosso della rete metallica.
Trascorsero festanti quella lunga
attesa, allietata da Loredana Bertè, che in tuta aderente di pelle nera cantò
in mezzo al campo la sua nuova hit-song, destinata a diventare un dei tormentoni
dell’estate 1982, ovvero “Non sono una Signora”.
Al momento dell’ingresso in campo
delle due squadre, con decine e decine di fotografi che si accalcavano intorno
a Pablito, trascurando tutti gli altri giocatori, Remfutti rese ancora più
memorabile quel pomeriggio lanciando un fumogeno verso il campo.
Quell’arma impropria concluse la sua
corsa poco distante dal punto di lancio, su di un cartellone pubblicitario che
prese fuoco, costringendo i vigili del fuoco di servizio allo stadio ad
intervenire per spegnere il falò e disperdere il fumo nero che occultava la
vista agli ultrà juventini.
I quali probabilmente si
accorsero del gol di Paolo Miano, che al minuto 2 portava in vantaggio l’Udinese,
solamente dal boato proveniente dalla curva nord, con il resto dello stadio
fermo immobile, occupato come da tradizione consolidata nel tempo, solo da tifosi
juventini locali.
Giffoni, Fruzzo, Leonardo e
Romano, ebbri di gioia alla vista della palla calciata dal brasiliano di San
Pietro al Natisone trafiggere imparabilmente il Super Dino nazionale,
accarezzarono il sogno di far perdere lo scudetto a Madama e accorrere in
serata sotto l’abitazione di Remfutti a festeggiare e rifarsi sonoramente da
tutti i cojonamenti cui erano stati oggetto da parte del compare e dei fratelli
Brunelli.
Il sogno durò fino al 34’ del
primo tempo, quando Marocchino penetrò come una lama nel burro nella difesa
udinese fissando l’1-1 e poi, qualche minuto dopo, fu il Bell’Antonio Cabrini a mettere in fondo al sacco
una corta e sciagurata respinta del portiere Borin su cross di Paolo Rossi.
Ogni velleità di improbabile
rimonta svanì all’inizio della ripresa, perché Pablito in persona s’incaricò di
mettere la pietra tombale sul match, spintnonado via il compagno Tardelli e raccogliendo
in tuffo di testa un calcio d’angolo di Brady, infilò Borin sotto la traversa
per la terza volta.
Enzo Bearzot in tribuna aspirò
soddisfatto il tabacco dalla sua celebre pipa e riempì con dense volute di fumo
la tribuna: il suo Pablito era tornato, la maglia da centravanti titolare per
il mundial sarebbe stata sua, alla faccia del bomber Pruzzo e della stampa romana.
Ancora Cabrini e poi Virdis impreziosirono
quel lungo “garbage time” che seguì la rete di Paolo Rossi e l’arbitro fischiò
la fine con il punteggio di 1-5, mentre a San Siro i viola non erano andati
oltre l’1-1 contro l’Inter e lo scudetto prendeva inesorabilmente la via di
Torino per la ventesima volta.
E per Giffoni, Fruzzo, Leonardo e
Romano non restò che aspettare i nuovi, energici sfottò da parte di
Remfutti e dei fratelli Brunelli, che il lunedì mattina si presentarono a scuola
festanti come un gruppo di partigiani garibaldini il giorno della liberazione al cospetto di
un manipolo di prigionieri della decima Mas.
Remfutti apostrofò subito i compagni sconfitti e travolti con una domanda che conteneva in sè tutte le risposte: "Ma perchè perdete sempre?"
Per la cronaca: l’Udinese fu
arbitro imparziale e sette giorni dopo ne buscò altri 3 a zero dalla Forentina,
consentendo ai viola di riagganciare in testa la Juve, bloccata in casa dalle
parate di Giaguaro Castellini per un Juve-Napoli 0-0.
Il campionato si decise all’ultima
giornata, un rigore per la Juve a Catanzaro e un gol annullato ai viola a
Cagliari decretarono la conquista della seconda stella per la squadra dell’Avvocato
Agnelli.
Meno di due mesi dopo l’Italia
conquistò il titolo mondiale, guidata dai gol di Pablito sul tetto del mondo.
Ma questa è un’altra favola, che per una volta vide tutti insieme Giffoni, Remfutti, Leonardo, Fruzzo, Romano, i fratelli Brunelli prima soffire come cani e poi giore come matti sotto un'unica bandiera tricolore.
Quell'alleanza fragile durò fino alla precisazione che, all'unisono, Remfutti e i Fratelli Brunelli si sentirono in obbligo di fare subito dopo l'11 luglio 1982: il mondiale per loro l'aveva vinto la Juventus più Bruno Conti, con buona pace del Vecjo.
Giffoni e soci poterono solo opporre i due minuti di capitan Causio nel garbage time della finale.
Peraltro ex juventino pure lui.

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