venerdì 20 febbraio 2026

IMPERO IN POMPA MAGNA

Ci sono compleanni e compleanni e chi dice che non è vero, mente. Da sempre il raggiungimento di certe cifre ha un impatto significativo sulla nostra psiche da che sono stati inventati i numeri e le cifre tonde rivestono un fascino particolare, che impongono di fermarsi un attimo e fare delle considerazioni sulla fase della vita in cui ci troviamo.

Non che sia necessario od opportuno aspettare questi numeri magici per fare bilanci e/o progetti, intendiamoci; però la cifra simbolica ha il potere di farcelo fare anche se non ne abbiamo voglia.

In più ce n'è un'altra, non tonda, che non causa nessuna riflessione sul momento della vita ma comporta il raggiungimento di importanti e drastici effetti giuridici e induce, chi la compie, a indire festeggiamenti fuori dall'ordinario: la cd. maggiore età, che con Legge n. 39 dell' 8 marzo 1975 a firma dei Presidenti della Repubblica e del Consiglio Giovani Leone e Aldo Moro, in Italia scese dai 21 ai 18 anni.

E naturalmente anche Giffoni, Remfutti, Romano, Battaglia e soci non vollero, ciascuno a modo loro, festeggiare lo "storico" evento nei primi anni '80 del novecento.

Ora che ci accingiamo, vegliardi, a nuovi festeggiamenti in ragione delle cifre tonde inquietanti che si materializzano sul calendario, emergono anche i ricordi relativi a precedenti "baldorie", tra cui un segno  importante nella memoria ha indubbiamente lasciato, appunto, il compimento della maggiore età.

Quattro erano gli effetti più tangibili ed immediati dell'evento che faceva acquisire la piena capacità d'agire ai sensi di legge, di cui due attesi spasmodicamente, uno guardato con disinteresse e l'altro invece temuto come la morte.

In ordine inverso: l'idoneità alla chiamata al servizio militare di leva, l'esercizio del diritto di voto, la possibilità di firmare di persona le giustificazioni dei ritardi e delle assenze (rectius: marine) a scuola ma, soprattutto, il via libera per l'ingresso alle proiezioni V.M. 18.

Se la prima (sgradita) conquista spettava ex lege solo ai maschietti, l'ultima era per le femmine oggetto di totale disinteresse ancor più di quello che nutrivano alla pari i due sessi per l'esercizio del diritto di voto.

Fatta questa doverosa premessa introduttiva, non ci stupiremmo nel sapere che nell'anno domini 1984 in pizzeria, Giffoni e soci avevano iniziato i festeggiamenti per il diciottesimo di Remfutti "disquisendo" di calcio, litigando sull'ennesimo scudetto vinto dalla Juventus di Le Roi Platini ed il deludente finale di stagione dell'Udinese di Zico - tanto è rotto e ve lo vendono, ripeteva a più riprese con il solito sarcasmo Brunelli, juventino marcio - e di quante marine scolastiche si erano già autogiustificati i già diciottenni.

Quel simposio poi aveva toccato di striscio l'argomento "per chi vai a votare", argomento liquidato in fretta tra tanti "non so", qualche "non vado, non mi frega un cazzo, è tutto un magna magna" con l'unico outing da parte di Brunelli, il quale disse apertamente che non aveva dubbi.

Avrebbe votato per la DC, così motivando a chi ne aveva chiesto conto, stupito per tanta decisione che strideva tra tanto disinteresse: "Perchè io sono juventino, e la DC è la Juventus dei partiti, vince sempre le elezioni".

Qualche nube si era addensata in merito al servizio militare, perchè chi aveva abbandonato gli studi era già angosciato dall'imminente chiamata, mentre la maggioranza si affidava al completamento degli studi per rinviare di qualche anno l'infausta partenza; c'era poi chi confidava nell'Università per mettere in soffitta, magari sine die, il momento cui dover affrontare sergenti istruttori "massicci ed incazzati".

Inutile dire invece che l'evento clou sarebbe stato il dopo cena, quando avremmo "accompagnato" Remfutti al Cinema Impero, per l'esercizio di quel diritto tanto agognato dai neomaggioenni maschi.

Sono certo che chi ha avuto la ventura di nascere e crescere nell'era Internet potrebbe trovare questo racconto da qui in avanti esagerato ed inquinato da un sapore epico del tutto fuori luogo; gli chiedo clemenza, con l'invito a chiudere gli occhi ed immaginare per un attimo un mondo senza smartphone, senza internet, youporn etc. etc. e con una morale cattolica imperante, ben più del cinema Impero.

S'immagini un mondo in cui per "la scoperta" del sesso, tema cui la malaugurata pronuncia poteva richiedere per un adolescente (ma non solo) la condanna al risciacquo con l'acqua santa, bisognava affidarsi a giornaletti (per lo più a fumetti) raccattati di nascosto e detenuti in nascondigli individuati usando i criteri dell'anonima sequestri.

Qualcuno, per cercare di affrettare i tempi di quella vera e propria iniziazione, si aggregava agli amici maggiorenni, mettendosi per ultimo nella fila del controllo dei documenti all'ingresso, confidando che la propria altezza o i primi indizi di barba convincessero la bigliettaia all'inutilità della richiesta documentale, dopo l'esito positivo dei primi controlli.

Ma a chi la natura non aveva dato precoci segni di sviluppo e/o indizi di maggiore età, le porte dell'Impero - il cinema cittadino dedicato alle proiezioni VM 18 - rimanevano sprangate come i cancelli di Fort Knox.

Alle ore 23,00, ben oltre l'orario dell'ultimo "spettacolo", agendo nell'ombra come un gruppo di Navy Seals per evitare sguardi indesiderati di possibili spie dei genitori, una lunga processione di freschi maggiorenni capitanata dal festeggiato Remfutti, fece irruzione nel foyer della sala cinematografica. 

Il neo diciottenne sventolò subito la propria carta d'identità alla bigliettaia, con un fare che avrebbe fatto invidia all'arbitro Lo Bello nell'atto di mostrare il cartellino rosso al terzino killer Adriano Fedele, dopo che questi aveva fratturato la gamba al perugino Vannini.

Così quella falange di giovanotti entrò nella sala e trovò posto occupando un'intera fila di seggiolini, con la proiezione già in fase "avanzata".

Inutile dire che l'ingresso provocò una certa turbativa nella sala buia, avvolta da una spessa coltre di fumo dall'inconfondibile aroma di tabacco e popolata qua e là, ben distanziati l'uno dall'altro, da tradizionali aficionados che avevano raggiunto la maggiore età assai prima, i quali diedero subito segni inequivocabili di "fastidio" per la rumorosa irruzione che interrompeva il "religioso" silenzio, rotto solo dalle "battute" degli interpreti della pellicola.

 Davanti alla dimensione artistica degli attori e alle evoluzioni plastiche delle attrici, i Navy Seals neo maggiorenni non potevano rimanere impassibili a cotanto sfoggio di azione scenica e certo non furono in grado di limitare i loro apprezzamenti sonori alla performance cinematografica, mentre qualche spettatore abituale iniziava a girarsi verso di loro con qualche occhiataccia che non aveva bisogno di sottotitoli.

Fu il festeggiato Remfutti a farsi perfetto interprete del sentire del gruppo, scandendo meccanicamente e a più riprese un eloquente: "Che pompa! Che pompa, ma come pompa! Che pompa!".

Il meno paziente degli aficionados si voltò per l'ennesima volta e indirizzò ad alta voce monito che non ammetteva frintendimenti: "Bambino!!! Ancora una volta che sento 'Che pompa' vengo lì e ti dò una sberla!".

Il silenzio regnò di nuovo nella sala e di nuovo a farla da protagonista furono solo i suoni della sceneggiatura dell'azione scenica che continuava a svolgersi ritmicamente sullo schermo.

Durò un paio di secondi, perchè Remfutti spezzò di nuovo la "quiete" con uno scanditissimo "Che susta! Come susta!"

Il plotone dei Navy Seals esplose in un'immediata, rumorosa, spontanea e genuina risata a cui si unirono anche alcuni estimatori del genere presenti ai quattro angoli di quel cinema "d'essai" ma determinò anche l'arrivo della maschera che, con fare che non ammetteva repliche di sorta,  intimò al gruppo di abbandonare immediatamente la Sala.

L'iniziazione non era durata più di 10 minuti, ma ora Giffoni, Remfutti, Brunelli e compagnia erano entrati nell'età della responsabilità giuridica a pieno diritto ma non proprio dalla porta principale.     


   

  


 

venerdì 13 febbraio 2026

SALVI GRAZIE A UN BIDONE

Il primo anno di ginnasio, da quando esiste l'istruzione scolastica superiore, è notoriamente il più difficile per i nuovi arrivati dalla scuola media: vuoi per la l'oggettiva complessità delle materie di studio, come lo sono greco e il latino per i giovani all'inizio dell'adolescenza e sia per la severità degli insegnanti. 

In particolare questi ultimi, in conformità alla visione del mondo prevalente all'epoca, ritenevano che il bombardamento a suon di 3 e 4 nelle interrogazioni orali e nei compiti scritti a prescindere dal contenuto, rispondesse ad un necessario e funzionale precetto educativo: abituare i discenti alle bastonate e all'ingiustizia per forgiare la loro capacità di resistenza e la volontà di migliorarsi attraverso il muto sacrificio. 

Skills ritenute basilari per un futuro leader, ma più in generale per sopportare gli urti certi della vita adulta.  

Precetti decisamente vintage nell'anno domini 2026.

Per quanto scalcinato fosse il Liceo-Ginnasio Marco Porcio Catone e a volte persino improbabili gli insegnanti precari che ogni anno venivano e se ne andavano, quei precetti erano comunque declinati e per i nostri Giffoni, Remfutti, Tauri, Conte, Brunelli e altri di cui è pietoso tacere il nome, il passaggio all'anno successivo richiedeva di sottoporsi, prima o poi, a ore di studio intenso che avrebbero sicurmante tolto molto spazio al gioco del pallone, del biliardo e delle carte.

In modo particolare con l'avanzare della bella stagione, quando, ulteriore ostacolo da superare, il richiamo dello sport e degli ormoni entrava in ulteriore conflitto con l'esigenza dello studio. 

Bisognava fare qualcosa che aiutasse, in sede di scrutinio di fine anno, a trasformare almeno i 5 in sufficienze risicate, ma utili per il "passaggio del turno" azionando il "coefficiente di simpatia".

"Si, ma cosa?" S'interrogava Brunelli, durante una riunione improvvisata nella Biblioteca durante l'ennesimo e scarsamente produttivo pomeriggio di studio collettivo, che aveva assunto all'improvviso i connotati dell'unità di crisi della Protezione Civile alla notizia del terremoto in Irpinia.

"Perchè nella prossima Assemblea d'Istituto non proponiamo una raccolta fondi per dotare la scuola di materiale didattico, visto che a malapena abbiamo banchi, sedie, lavagne e gessi?". la buttò lì Giffoni, che fra tutti aveva fama di idealista, ma rifiutava sempre la protesta "extramoenia" che invece andava ancora di moda, quale retaggio degli anni di piombo. 

"Si, e poi chi va in giro a raccoglierli i fondi? Tu? Io no di sicuro" - bocciò subito la proposta sul nascere Brunelli - "Hai ragione, neanch'io faccio l'accattone per conto dello Stato" - si allineò subito Tauri - "E' una cagata, lasciamo perdere e rimettiamoci a studiare invece di pensare cazzate." - chiosò Conte.

"E allora tenetevi i 4!" rispose piccato Giffoni. 

"L'idea di raccogliere soldi per donarli alla scuola non è sbagliata, dobbiamo solo trovare il modo di ottenerli senza dover fare i mendicanti." Insistette Remfutti per non far cadere il discorso e soprattutto per non riprendere a studiare.

"Ah si? E come si guadagna una cifra importante senza lavorare? Se lo sapessi l'avrei già fatto per me, altro che beneficienza!" - Rispose con tono tra l'infastidito e il sarcastico il solito Brunelli, che non brillava per generosità.

"Uno spettacolo teatrale a pagamento!!! E doniamo l'incasso alla scuola!" - la buttò lì Giffoni, con l'entusiasmo di chi aveva avuto un suggerimento addirittura dal Padreterno. 

Conte alzò gli occhi dal libro di latino e con rimprovero degno di un Censore, cercò di bloccare sul nascere l'idea: "Cagate sempre più violente! E chi mandiamo in scena? Gino Bramieri?" 

"No, no! L'idea è una figata!" - intervenne Remfutti con l'aria di chi aveva già capito le potenzialità del progetto e come attuarlo - "Gli attori saremo noi, proponiamo al Prof. di Italiano di farci da regista, che quello non vede l'ora di fare altro piuttosto che correggere compiti e spiegarci la grammatica. Pensateci: potremo persino chiedergli di fare le prove durante le ore di lezione, se il Preside accetta l'idea."

"Ma si, è così! - insistette Giffoni che si vedeva già in scena e forte dell'appoggio di Remfutti - "la Scuola ci farà un figurone, i genitori saranno felici di contribuire... "

"E poi vuoi che agli scrutini non tengano conto dell'idea e di quello che abbiamo fatto, della donazione, dell'impegno!" Interruppe Tauri, scosso dal torpore nel momento in cui aveva intuito le potenzialità del progetto per fargli recuperare insufficienze profonde, che con il solo studio difficilmente avrebbe sanato.

A tentare di frenare l'entusiasmo ci provò Brunelli "Siete tutti rincoglioniti, ma chi credete di essere? Recitare? E che cosa poi, non avete un copione e neanche un Teatro. Chi pensate che vi possa aiutare? E chi vi dice che il Prof., e soprattutto il Preside, si prestino a questa buffonata?"

Remfutti, lasciando tutti a bocca aperta, rimandò subito al mittente tutto lo scetticismo, gettando sul tavolo un libretto recuperato nel mentre tra gli scaffali della Biblioteca: "Eccolo qua il testo: La Giara di Pirandello, fa crepare dal ridere, l'autore è al di sopra di ogni sospetto ed è un atto unico facilmente memorizzabile! Quanto al teatro possiamo chiedere al Don la Sala della Parrocchia, non potrà negarcela viste le finalità!"

Il giorno dopo Giffoni e Remfutti convisero facilmente il prof. di Italiano e il preside fu addirittura entusiasta dell'iniziativa; tempo due settimane tra i compagni di classe vennero reclutate le parti mancanti ed iniziarono le prove; di seguito fu convinto il Don, che addirittura consegnò le chiavi del teatro ai due e gli procurò pure lo scenografo - un anziano signore noto a livello locale per essere "il re" delle realizzazioni carnascialesche con il polistirolo.  

Tutto filava alla grande con divertimento sul palco e in classe, e un salvacondotto infallibile per chiedere interrogazioni programmate o giustificare richieste di proroga, motivando pomeriggi impiegati per non meglio precisate attività connesse alla "recita"! 

Tutti entusiasti tranne Brunelli, che coerente con le sue idee, si rifiutò categoricamente di far parte del cast e anzi iniziò a spargere zizzania, lamentando il trattamento di favore che veniva riservato agli interpreti.

La data del debutto si avvicinava e alle domande del Prof. su "Come pensate di realizzare la Giara?" Giffoni e Remfutti davano sempre risposte tranquillizzanti: "Sarà pronta per le prove generali." e naturalmente non avevano la ben che minima idea di come fare, perchè il problema era serio.

Il manufatto doveva essere in grado di contenere all'interno Remfutti ed essere in grado di ricomporsi, non proprio una banalità a livello scenotecnico.

Il tempo passava, la data della prima si avvicinava, il prof. si stava spazientendo... bisognava escogitare qualcosa. Giffoni, notoriamente non proprio provetto nelle attività manuali, formulò l'idea: costruire un'intelaiatura in fil di ferro a forma di Giara e ricoprirla successivamente con della carta da pacchi.

Il debutto era previsto per venerdì sera e la prova generale per il giorno prima.

Il prof. era stato rassicurato: giovedì sera ci sarebbe stata la Giara.

Martedì pomeriggio venne acquistato il fil di ferro con la carta da pacchi e Giffoni e Remfutti si misero all'opera... Risultato? Un disastro... l'intelaiatura non reggeva, niente Giara.

Non rimaneva che l'ultima chance: coinvolgere Gambero, il loro compagno di merende a cui Eta Beta avrebbe fatto 'na pippa! 

Mercoledì arrivò d'urgenza al capezzale in Teatro e dopo aver deriso Giffoni per l'idea e il suo pessimo risultato vedendo quella struttura informe ed inutilizzabile sul palco, sentenziò: "Siete cagati, senza un contenitore solido su cui appoggiare la struttura non combinerete mai un cazzo! Siete stati dei deficienti! Dove lo trovate adesso un contenitore trasportabile, solido e alto almeno fino ai fianchi?"

Scese un silenzio tombale. 

Poi, come insegnava il barista Necchi di Amici Miei, il lampo di genio da parte di Remfutti: fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione.

"Ce l'abbiamo, a 100 metri da noi."

Gambero e Giffoni lo guardarono come si può guardare un pazzo appena uscito dal manicomio.

"Ma che cazzo dici? Cerca di essere serio, qui siamo cagati per davvero! Cosa gli raccontiamo al Prof. e al Preside quando dovremo annullare lo spettacolo perchè non c'è la Giara?"

Remfutti chiese ai due di uscire dal teatro e di seguirlo: a 100 metri, sotto una tettoia, c'era incustodito il triciclo della nettezza urbana con tre bidoni della spazzatura.

Continuarono a guardare quel suo sorriso ebete mentre ci indicava il triciclo, fino a che Gambero intuì: il bidone della spazzatura era esattamente ciò di cui aveva bisogno per fissarci l'intelaiatura in filo d'acciaio e ricoprirla poi con la carta da pacchi.

"Ma non vorrai..." e mentre Gambero aveva iniziato a parlare, Giffoni e Remfutti, con il favore delle tenebre si erano già avviati verso il triciclo per smontare uno dei tre bidoni vuoti e portarlo in teatro.

Nel sottopalco venne lavato, gli venne asportato il coperchio e consegnato a Gambero, che per giovedì, 10 minuti prima delle prove generali consegnò "la Giara" perfettamente idonea all'uso scenico.

Lo spettacolo fu un successo sul palco e in platea, l'incasso pari a 800 euro attuali, venne donato alla scuola che vi acquistò libri per la Biblioteca interna apponendovi il timbro: "Dono degli studenti dell'anno scolastico 1980/81."

L'aggiunta "Con il contributo della NU municipale" non avrebbe stonato.

E anche il ringraziamento agli occhi chiusi della SIAE e degli eredi di Pirandello, a cui dichiararono, tutti minorenni, di mettere in scena un testo di propria produzione con un titolo scelto da Remfutti: "Chi l'ha dura, la vince." per evitare di pagare i diritti d'autore, perché la scuola non poteva fornire il proprio codice fiscale quale organizzatore di un evento che non era stato mai deliberato dal consiglio d'Istituto della sede centrale.

Tutto il cast venne promosso agli scrutini, ad eccezione di Tauri a cui neanche la Grazia del Ministro per l'Istruzione in persona sarebbe bastata per recuperare le insufficienze; il dissidente Brunelli fu rimandato a settembre in due materie.

Ma questa è un'altra storia.

  

mercoledì 4 febbraio 2026

GENNAIO CALIBRO NOVE

 

Gorizia, gennaio 1985

Il freddo di Gorizia non è mai solo meteorologico; è un brivido che arriva dalla storia, da quel confine che senti addosso anche se non lo vedi. Ho 18 anni e sono sugli spalti di un palazzetto per una partita di pallamano di Serie B. Seguo la squadra dei cugini bolognesi di un amico, che quella domenica mi ha invitato a qualcosa di diverso per vincere la noia. Durante la partita all'interno del palazzo si sprigiona un'aria densa di un livore che non capisco. "La prossima bomba in piazza Maggiore!". Il grido taglia il rumore delle scarpe sul parquet. Mi gela il sangue: non sono passati neanche cinque anni dalla strage di Bologna e quella frase non è tifo: è un’evocazione del male che scatena il putiferio in campo e sugli spalti.  Vedo la reazione rabbiosa dei bolognesi: "Slavi di merda, la prossima volta non vi liberiamo più". Resto lì, in mezzo a questo ping-pong di veleni, a chiedermi perché tutto questo odio e tutta questa diffidenza siano necessari. Sono deluso dai goriziani, ma in generale da tutti. La sera, per dimenticare, andiamo al cinema a vedere I due carabinieri. Ridiamo con Verdone e Montesano. La divisa, sullo schermo, è una maschera comica, così come i Carabinieri sono i protagonisti obbligati delle barzellette. Non so ancora che il destino sta prendendo appunti.

La notte della "Uno", gennaio 1993

Sette anni dopo, quella divisa è sopra la mia pelle: sono un Carabiniere di leva, ho 26 anni e a novembre devo discutere la tesi in Economia. È un'altra domenica, è  notte, un turno di perlustrazione sulla statale Udine-Trieste su una Fiat Uno che fatica a scaldarsi. Ore 00:30: allarme per un furto in un ingrosso di alimentari. Arriviamo e la scena è un caos di ombre: la macchina di una guardia giurata nel fosso, poi il suono secco di un colpo di pistola. L’appuntato mi ordina di coprire un lato del capannone facendomi scudo con la vettura, mentre lui coprirà un altro lato dell'edificio. All'interno ci sono degli zingari che stanno facendo una rapina. Scarrello la Beretta. Il metallo è ghiaccio. Punto l’arma verso l’uscita e tremo. Non è freddo, è paura. Dentro la testa una domanda che scava in profondità: "Se escono, cosa faccio?". Prego che non succeda. Prego che la realtà non mi costringa a rompere l’ordine dei miei libri di economia e i sogni per il futuro con un foro di proiettile. Le regole d'ingaggio prevedono che io dia l'alt e possa solo rispondere al fuoco in maniera proporzionale alla minaccia. "E se questi escono e sparano per prima fregandosene del mio alt?" Rieccheggiano le voci degli anziani udite più volte in Caserma: "Meglio un brutto processo che un bel funerale". Continuo a tremare e pregare. Gli zingari svaniscono nei campi. Passiamo ore a cercarli con le torce nel buio pesto, ma non troviamo nulla. Solo il vuoto. E la paura, che non mi lascia neanche per un momento.

Il peso dell'eredità

Rientriamo in caserma alle quattro del mattino. Mentre mi sfilo gli anfibi, mi sento addosso un'adrenalina sporca. Penso di aver vissuto qualcosa di estremo, ma poi il pensiero corre ai racconti di casa e la mia paura rimpicciolisce. Ripenso a mio padre, ragazzo nel maggio del '45, che vede un ufficiale tedesco spararsi in testa perché la via di fuga era sbarrata dai partigiani. Ripenso a lui che cammina con suo nonno e vede i corpi dei partigiani fucilati proprio in quel campo sportivo dove io andavo a giocare. Ripenso a mia madre che a Lignano s'inquietava sentendo parlare tedesco, perché le ricordava i soldati che nel '45 le entrarono in casa urlando, staccando un salame dal soffitto con la baionetta. Ripenso a mio nonno, bambino durante l'invasione dopo Caporetto e poi ai suoi trent'anni passati col terrore di finire in Russia o di morire per uno sguardo sbagliato tra soldati tedeschi, fascisti, partigiani italiani o slavi tra il 1943-45. La mia paura di stanotte è solo l'ultima, pallida, eco di un coro di paure che questa terra si tramanda da generazioni. Guardo il graduato di professione e capisco di essere solo un ospite temporaneo nel mondo del pericolo. Mi interrogo su quell'appuntato anziano che ha passato la notte accanto a me. Lo osservo mentre compila il registro o mentre si slaccia la giubba con gesti lenti, metodici, quasi annoiati. Come si impara a gestire questo vuoto nello stomaco? Mi chiedo se esista una predisposizione naturale, un gene del coraggio che a me manca, o se sia semplicemente una questione di erosione. Forse, a forza di puntare una pistola nel buio, il cuore smette di sobbalzare e diventa calloso. Forse la paura non sparisce, ma si trasforma in una specie di stanchezza cronica, un’abitudine che ti permette di agire come un automa mentre dentro resti spento. Mi guardo allo specchio: tra pochi mesi discuterò una tesi in Economia, parlerò di mercati, bilanci, numeri astratti. Come potrò spiegare, in quel mondo ordinato, cosa significa pregare che un ladro non esca da una porta per non essere un bersaglio o per essere costretto a sparare?

L'ultimo atto: Stadio Friuli, maggio 1993

Maggio 1993, manca un mese al congedo e viaggio verso lo stadio per Udinese-Brescia, sempre con una uno blu con la scritta carabinieri sulle fiancate, comandato di un servizio di ordine pubblico. In una domenica precedente la tifoseria bresciana ha messo a ferro e fuoco la curva ospite. Per tutta la settimana in caserma non si è parlato d'altro, di come affrontare la situazione.  Una sfida salvezza, l’ultima spiaggia per restare in Serie A. Per molti è solo sport, ma io so che la disperazione sportiva è una miccia corta.

Io sono un tifoso dell'Udinese da anni. Conosco ogni gradone di quello stadio, ogni coro, ogni volto della curva. Ma oggi non posso essere me stesso. Oggi sono schierato dall’altra parte della rete, e la paura torna a trovarmi sotto una forma nuova: non è più il terrore del buio, ma l'angoscia della folla. È la paura dell'imprevedibile, di quel momento esatto in cui la massa smette di essere composta da individui e diventa un animale cieco che preme contro i cancelli.

Sento il peso della giubba e il cinturone che mi stringe i fianchi. Mentre scendiamo dal mezzo, vedo le sciarpe bianconere e, per la prima volta, ne ho timore. Guardo i ragazzi della mia età che urlando ci insultan e mi chiedo se tra loro ci sia qualcuno con lo stesso veleno che sentii a Gorizia otto anni prima. Mi chiedo se sarò capace di stare fermo, di essere l'argine, se dovessero iniziare i lanci di pietre o se le due tifoserie dovessero venire a contatto.

È una paura ad ampio spettro: la paura di fallire davanti ai colleghi anziani che sembrano monoliti di granito, e la paura di dover colpire o essere colpito da chi porta i miei stessi colori. Mi ritrovo a dare le spalle al campo, a fissare gli spalti anziché il pallone, a cercare di leggere nei volti i segni della tempesta che sta per esplodere. Anche qui, come quella notte di gennaio davanti al capannone, mi scopro a pregare. Prego che la partita scivoli via senza incidenti, che il fischio finale arrivi in fretta, che nessuno mi costringa a mettere alla prova il mio coraggio. Sono un tifoso che ama la sua squadra, ma in quel momento desidero solo che tutto finisca, per potermi sfilare la divisa e tornare a essere un uomo invisibile tra la folla, lontano dalla responsabilità di quella linea di contatto.

Fortunatamente al fischio finale tutti lasciarono lo stadio senza strascichi e il sollievo più grande tornò ad essere il rigore del possibile 2-3 calciato al novantesimo in curva da Raducioiu, dopo che il Brescia aveva già rimontato il 2-0 iniziale di Balbo e compagni. La paura per la serie B immediata si era dissolta.

Oggi

Tra qualche mese compirò sessant'anni e dopo il congedo dall'Arma non ho più corso seri pericoli per la mia incolumità personale, se escludo il breve periodo in cui ho lavorato nel mondo dell'accoglienza ai minori stranieri. Oggi, ripensando a quel tempo in divisa, guardo mio figlio e i suoi coetanei. Mi fermo a osservare le loro paure e ammetto a me stesso quanto sia difficile comprenderle. Le loro inquietudini mi sembrano così diverse dalle mie, così distanti dal metallo freddo di una Beretta, dalla responsabilità di portare un'arma o dalle bottte negli stadi; così è sempre dietro l'angolo la tentazione di minimizzarle, di considerarle meno "vere" o meno pesanti delle mie. Ma poi mi fermo e capisco: probabilmente era lo stesso identico pensiero che mio padre rivolgeva a me, e mio nonno a lui, risalendo a ritroso in una catena senza fine. Ogni generazione ha il suo fango da attraversare e il suo argine da presidiare. E forse il vero rito di passaggio non è smettere di aver paura, ma accettare che la paura di chi viene dopo di noi abbia la stessa forza e lo stesso diritto di essere ascoltata, anche se parla una lingua che non riconosciamo più.

Post in evidenza

NOTTI MAGICHE ANTE LITTERAM

25 giugno 1983 – Arrivo al campo mezz’ora prima del fischio d’inizio, di corsa dopo essere riuscito a fuggire da una riunione familiare ...