mercoledì 4 febbraio 2026

GENNAIO CALIBRO NOVE

 

Gorizia, gennaio 1985

Il freddo di Gorizia non è mai solo meteorologico; è un brivido che arriva dalla storia, da quel confine che senti addosso anche se non lo vedi. Ho 18 anni e sono sugli spalti di un palazzetto per una partita di pallamano di Serie B. Seguo la squadra dei cugini bolognesi di un amico, che quella domenica mi ha invitato a qualcosa di diverso per vincere la noia. Durante la partita all'interno del palazzo si sprigiona un'aria densa di un livore che non capisco. "La prossima bomba in piazza Maggiore!". Il grido taglia il rumore delle scarpe sul parquet. Mi gela il sangue: non sono passati neanche cinque anni dalla strage di Bologna e quella frase non è tifo: è un’evocazione del male che scatena il putiferio in campo e sugli spalti.  Vedo la reazione rabbiosa dei bolognesi: "Slavi di merda, la prossima volta non vi liberiamo più". Resto lì, in mezzo a questo ping-pong di veleni, a chiedermi perché tutto questo odio e tutta questa diffidenza siano necessari. Sono deluso dai goriziani, ma in generale da tutti. La sera, per dimenticare, andiamo al cinema a vedere I due carabinieri. Ridiamo con Verdone e Montesano. La divisa, sullo schermo, è una maschera comica, così come i Carabinieri sono i protagonisti obbligati delle barzellette. Non so ancora che il destino sta prendendo appunti.

La notte della "Uno", gennaio 1993

Sette anni dopo, quella divisa è sopra la mia pelle: sono un Carabiniere di leva, ho 26 anni e a novembre devo discutere la tesi in Economia. È un'altra domenica, è  notte, un turno di perlustrazione sulla statale Udine-Trieste su una Fiat Uno che fatica a scaldarsi. Ore 00:30: allarme per un furto in un ingrosso di alimentari. Arriviamo e la scena è un caos di ombre: la macchina di una guardia giurata nel fosso, poi il suono secco di un colpo di pistola. L’appuntato mi ordina di coprire un lato del capannone facendomi scudo con la vettura, mentre lui coprirà un altro lato dell'edificio. All'interno ci sono degli zingari che stanno facendo una rapina. Scarrello la Beretta. Il metallo è ghiaccio. Punto l’arma verso l’uscita e tremo. Non è freddo, è paura. Dentro la testa una domanda che scava in profondità: "Se escono, cosa faccio?". Prego che non succeda. Prego che la realtà non mi costringa a rompere l’ordine dei miei libri di economia e i sogni per il futuro con un foro di proiettile. Le regole d'ingaggio prevedono che io dia l'alt e possa solo rispondere al fuoco in maniera proporzionale alla minaccia. "E se questi escono e sparano per prima fregandosene del mio alt?" Rieccheggiano le voci degli anziani udite più volte in Caserma: "Meglio un brutto processo che un bel funerale". Continuo a tremare e pregare. Gli zingari svaniscono nei campi. Passiamo ore a cercarli con le torce nel buio pesto, ma non troviamo nulla. Solo il vuoto. E la paura, che non mi lascia neanche per un momento.

Il peso dell'eredità

Rientriamo in caserma alle quattro del mattino. Mentre mi sfilo gli anfibi, mi sento addosso un'adrenalina sporca. Penso di aver vissuto qualcosa di estremo, ma poi il pensiero corre ai racconti di casa e la mia paura rimpicciolisce. Ripenso a mio padre, ragazzo nel maggio del '45, che vede un ufficiale tedesco spararsi in testa perché la via di fuga era sbarrata dai partigiani. Ripenso a lui che cammina con suo nonno e vede i corpi dei partigiani fucilati proprio in quel campo sportivo dove io andavo a giocare. Ripenso a mia madre che a Lignano s'inquietava sentendo parlare tedesco, perché le ricordava i soldati che nel '45 le entrarono in casa urlando, staccando un salame dal soffitto con la baionetta. Ripenso a mio nonno, bambino durante l'invasione dopo Caporetto e poi ai suoi trent'anni passati col terrore di finire in Russia o di morire per uno sguardo sbagliato tra soldati tedeschi, fascisti, partigiani italiani o slavi tra il 1943-45. La mia paura di stanotte è solo l'ultima, pallida, eco di un coro di paure che questa terra si tramanda da generazioni. Guardo il graduato di professione e capisco di essere solo un ospite temporaneo nel mondo del pericolo. Mi interrogo su quell'appuntato anziano che ha passato la notte accanto a me. Lo osservo mentre compila il registro o mentre si slaccia la giubba con gesti lenti, metodici, quasi annoiati. Come si impara a gestire questo vuoto nello stomaco? Mi chiedo se esista una predisposizione naturale, un gene del coraggio che a me manca, o se sia semplicemente una questione di erosione. Forse, a forza di puntare una pistola nel buio, il cuore smette di sobbalzare e diventa calloso. Forse la paura non sparisce, ma si trasforma in una specie di stanchezza cronica, un’abitudine che ti permette di agire come un automa mentre dentro resti spento. Mi guardo allo specchio: tra pochi mesi discuterò una tesi in Economia, parlerò di mercati, bilanci, numeri astratti. Come potrò spiegare, in quel mondo ordinato, cosa significa pregare che un ladro non esca da una porta per non essere un bersaglio o per essere costretto a sparare?

L'ultimo atto: Stadio Friuli, maggio 1993

Maggio 1993, manca un mese al congedo e viaggio verso lo stadio per Udinese-Brescia, sempre con una uno blu con la scritta carabinieri sulle fiancate, comandato di un servizio di ordine pubblico. In una domenica precedente la tifoseria bresciana ha messo a ferro e fuoco la curva ospite. Per tutta la settimana in caserma non si è parlato d'altro, di come affrontare la situazione.  Una sfida salvezza, l’ultima spiaggia per restare in Serie A. Per molti è solo sport, ma io so che la disperazione sportiva è una miccia corta.

Io sono un tifoso dell'Udinese da anni. Conosco ogni gradone di quello stadio, ogni coro, ogni volto della curva. Ma oggi non posso essere me stesso. Oggi sono schierato dall’altra parte della rete, e la paura torna a trovarmi sotto una forma nuova: non è più il terrore del buio, ma l'angoscia della folla. È la paura dell'imprevedibile, di quel momento esatto in cui la massa smette di essere composta da individui e diventa un animale cieco che preme contro i cancelli.

Sento il peso della giubba e il cinturone che mi stringe i fianchi. Mentre scendiamo dal mezzo, vedo le sciarpe bianconere e, per la prima volta, ne ho timore. Guardo i ragazzi della mia età che urlando ci insultan e mi chiedo se tra loro ci sia qualcuno con lo stesso veleno che sentii a Gorizia otto anni prima. Mi chiedo se sarò capace di stare fermo, di essere l'argine, se dovessero iniziare i lanci di pietre o se le due tifoserie dovessero venire a contatto.

È una paura ad ampio spettro: la paura di fallire davanti ai colleghi anziani che sembrano monoliti di granito, e la paura di dover colpire o essere colpito da chi porta i miei stessi colori. Mi ritrovo a dare le spalle al campo, a fissare gli spalti anziché il pallone, a cercare di leggere nei volti i segni della tempesta che sta per esplodere. Anche qui, come quella notte di gennaio davanti al capannone, mi scopro a pregare. Prego che la partita scivoli via senza incidenti, che il fischio finale arrivi in fretta, che nessuno mi costringa a mettere alla prova il mio coraggio. Sono un tifoso che ama la sua squadra, ma in quel momento desidero solo che tutto finisca, per potermi sfilare la divisa e tornare a essere un uomo invisibile tra la folla, lontano dalla responsabilità di quella linea di contatto.

Fortunatamente al fischio finale tutti lasciarono lo stadio senza strascichi e il sollievo più grande tornò ad essere il rigore del possibile 2-3 calciato al novantesimo in curva da Raducioiu, dopo che il Brescia aveva già rimontato il 2-0 iniziale di Balbo e compagni. La paura per la serie B immediata si era dissolta.

Oggi

Tra qualche mese compirò sessant'anni e dopo il congedo dall'Arma non ho più corso seri pericoli per la mia incolumità personale, se escludo il breve periodo in cui ho lavorato nel mondo dell'accoglienza ai minori stranieri. Oggi, ripensando a quel tempo in divisa, guardo mio figlio e i suoi coetanei. Mi fermo a osservare le loro paure e ammetto a me stesso quanto sia difficile comprenderle. Le loro inquietudini mi sembrano così diverse dalle mie, così distanti dal metallo freddo di una Beretta, dalla responsabilità di portare un'arma o dalle bottte negli stadi; così è sempre dietro l'angolo la tentazione di minimizzarle, di considerarle meno "vere" o meno pesanti delle mie. Ma poi mi fermo e capisco: probabilmente era lo stesso identico pensiero che mio padre rivolgeva a me, e mio nonno a lui, risalendo a ritroso in una catena senza fine. Ogni generazione ha il suo fango da attraversare e il suo argine da presidiare. E forse il vero rito di passaggio non è smettere di aver paura, ma accettare che la paura di chi viene dopo di noi abbia la stessa forza e lo stesso diritto di essere ascoltata, anche se parla una lingua che non riconosciamo più.

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