Ci sono prove nella vita a cui ciascuno di noi avrebbe voluto sottrarsi ed invece ha finito per doverle affrontare a viso aperto, senza possibilità di rinuncia o perché l'evitamento avrebbe comportato prezzi così alti da pagare da risultare insostenibili. Sia che questi cimenti fossero stati scelti consapevolmente con fermezza, coraggio e fiducia nelle proprie capacità di riuscita o con inconscienza o fede nella provvidenza, oppure ancora ci fossero piovute addosso obtorto collo.
Prove che una volta superate, oltre ad accrescere la nostra autostima ai livelli del Nilo durante le piene, ci hanno fatto sentire più leggeri di una piuma, felici come non mai di vivere in un pianeta che improvvisamente ci pareva il paradiso terrestre di biblica vulgata e non già il luogo dove ogni secondo da qualche parte viene commesso un crimine efferato contro un proprio simile.
Per Giffoni quella prova, ancor'oggi che si appresta ad entrare di diritto nel segmento che gli statistici demografici definiscono "della terza età", resta l'esame di matematica generale alla facoltà di Scienze economiche.
Pur di evitare quel cimento, Giffoni sarebbe stato disposto a raddoppiare pure la durata di un altro dei tormenti più temuti dai giovanotti in quel periodo storico: il servizio militare di leva.
Pensando a tutte le prove in cui un individuo può imbattersi nella vita e che possono compromettere la sua stessa esistenza, si potrebbe già concludere senza fallo che Giffoni sia stato un uomo fortunato.
Ma dove nasceva tutta questa difficoltà così sofferta e percepita, a tal punto da turbare ancor oggi il sonno del giovane vegliardo che nel frattempo è diventato Giffoni?
Se i più ammettono che uno degli incubi più feroci è quello in cui si trovano a dover affrontare di nuovo l'esame di maturità, per Giffoni il terrore onirico si manifesta invece invariabilmente con la consapevolezza improvvisa ed inconscia di dover sostenere l'esame di matematica generale; il dissolversi del potere dell'inconscio alle prime luci dell'alba, gli restituisce sempre una frazione di quel sentimento di estrema gioia provata la sera in cui il professore gli firmò il libretto, certificando che anche la matematica era entrata a far parte del suo cursus honorum.
Da dove nascevano, dunque, queste difficoltà viscerali?
Giffoni sin dalle superiori aveva odiato profondamente la matematica, e tuttora la detesta.
Quell'odio non era solo dipeso dal professore del Liceo che non si curava delle turbe emotive, dei vissuti personali, delle motivazioni, delle famiglie di origine: se si riusciva a risolvere le equazioni in pagella c'era la sufficienza, altrimenti no. E non c'erano santi in paradiso in grado di fargli cambiare idea. Interpretava, ai suoi occhi, la materia che insegnava alla perfezione: 1+1 faceva e fa ancora 2 in estate come in inverno, non c'è spazio per variazioni sul tema. E non importava se a quel risultato ci arrivavi dopo un'ora di ragionamento, di preghiere oppure in un secondo mangiando un panino, se lo scandivi con prosa perfetta e sorriso suadente (meglio sarebbe dire da paraculo) oppure con voce tremante e con lo sguardo rivolto al pavimento. Alla fine si doveva pervenire alla soluzione indicata a pag. x del libro degli esercizi, a quella e solo a quella. Niente spazio alla fantasia per giungere a qualcosa che nessuno ancora aveva scoperto. Per Giffoni, amante della storia e della letteratura, dove invece si poteva obiettare praticamente su tutto e l'ora di lezione era il regno delle sfumature del grigio, in cui ogni argomento non era mai solo bianco o solo nero, e dove non solo contavano i contenuti ma anche il "come" quei contenuti venivano esposti, la matematica non solo gli risultava odiosa, ma addirittura intollerabile. La matematica per Giffoni era gelida nella sua astrattezza, impietosa nelle sue certezze e spietata nel suo focalizzarsi sul risultato senza ammettere requie e la considerava quindi qualcosa di “non umano”, idea che trovava modo di rinforzarsi, sempre ai suoi occhi, osservando il comportamento di tutti i compagni che eccellevano nella materia: per lo più taciturni, poco inclini alla risata stupida, scarsamente empatici, sempre pronti a dare giudizi di merito sul comportamento altrui, poco inclini ai compromessi e mai indulgenti, sempre molto interessati a capire come funzionavano le cose invece delle persone. E "l'odio" cresceva nel vederli risolvere in fretta e con naturalezza problemi che invece impegnavano la sua mente fino allo sfinimento, per arrivare poi a soluzioni del tipo “f(x) tende a infinito quando x > (2-a) e invece tende a 0 quando x tende a 0 e perde di significato per tutti gli altri valori di x appartenente all’insieme dei numeri reali.” – “E ‘sti cazzi! Chi se ne frega! Vuoi mettere il piacere della scoperta del mondo che c’era dietro le rime di Dante, i versi Foscolo, i testi di Goldoni o di Molière? Per non dire dei contenuti, che a loro volta erano in grado di aprire universi sulla imprevedibilità del comportamento umano e sulla finitezza di ogni pensiero, altro che “f(x) che tende a infinito.”
In realtà chi era privo di fantasia era Giffoni e non “loro”. Sono loro che hanno cambiato il mondo, che dietro quegli X > (2-a) hanno saputo trovare il modo con cui “obbligarci” a doverci confrontare ogni giorno con la loro logica binaria maneggiando gli strumenti con cui, le loro invenzioni, hanno riempito il nostro quotidiano.
E chi se frega poi se questo ha fatto alzare alle stelle lo stress da lavoro correlato e le malattie connesse, se le loro invenzioni stanno sostituendo gli uomini dai posti di lavoro, se la logica del risultato ad ogni costo è penetrata in maniera cancerogena in ogni ambito delle relazioni umane, se i gingilli figli delle loro f(x) hanno “aumentato” le nostre facoltà dematerializzando e destrutturando i rapporti tra le persone di ogni età, sesso e censo, distribuendo indiscriminatamente a tutti poteri extrasensoriali che non avevano neanche gli dei dell’Olimpo e che stanno trasformando gli adolescenti in analfabeti emotivi.
Ma questa è un'altra questione, troppo figlia della "filosofia" di Giffoni, e che volentieri lasciamo ad altri l'approfondimento.
Il sospetto, da terzi osservatori imparziali, è che dietro tutto quell'odio ci fosse anche qualcosa di meno romantico e filosofico: Giffoni aveva scoperto che per apprendere la matematica e superare le sue prove non bastava quel talento naturale che invece gli consentiva, con il minimo sforzo, di impadronirsi dei fondamenti delle altre materie di studio e andare oltre gli ostacoli senza troppa fatica e con risultati apprezzabili.
Ci voleva la capacità di spaccarsi la testa, di tenere costante la concentrazione e l'attitudine alla disciplina, per qualcosa di utile e importante, a prescindere dal proprio interesse o dall'inclinazione personale.
Bisognava essere mediani dediti a correre 90 minuti per coprire tutte le zone del campo, recuperare palloni e, senza improvvisazioni e pause, servire con fiducia il compagno e non fantasisti alla ricerca del numero ad effetto per i tifosi o centravanti opportunisti pronti ad intuire prima degl'altri dove sarebbe andato il pallone per calciarlo in rete, da due passi, nella porta vuota.
Era fondamentale diventare soldati che devono solo eseguire ordini, senza chiedersi il perchè: eseguirli con impegno ricercando solo il risultato finale, senza chiedersi se sarebbe stato utile e giusto per il reparto o per il mondo intero.
Ma questo, Giffoni ebbe modo di capirlo, forse, solo molto tempo dopo, guardando a ritroso come aveva agito negli snodi cruciali della vita e in ciò che aveva determinato i suoi successi e i suoi fallimenti.
Quell'esame e quella materia - per lui - erano tremendi perchè lo costringevano ad affrontare i suoi limiti, lo portavano a doversi cimentare sul terreno a lui meno congeniale.
In poche parole, ad andare oltre se stesso.
Esaurita questa lunga premessa, forse ora il lettore potrà trarre un po' di divertimento o qualche sorriso nel conoscere come si sviluppò per Giffoni quella prova - per lui - più sofferta e complessa dello sbarco in Normandia per la fanteria americana intrappolata sulla spiaggia di Omaha.
L'esame di matematica generale nelle facoltà di Scienze economiche era prevista al primo anno ed era propedeutico ad altri due esami: matematica finanziaria e microeconomia.
Giffoni, incerto dopo la maturità nella scelta di quella facoltà universitaria per la presenza di due esami di matematica, alla fine si era fatto convincere dalla possibilità di inserire nel piano di studi un numero di esami di diritto tale da essere quasi un percorso di studi in giurisprudenza.
E così fu, visto che all'ultimo anno regolare di corso, doveva sostenere "solo 3 esami".
Indovinate quali.
Matematica generale, Matematica finanziaria e Microeconomia.
Praticamente come per un velocista arrivare in maglia rosa alle ultime tre tappe dovendo scalare nell'ordine, per vincere il Giro d'Italia, lo Stelvio, lo Zoncolan e il Pordoi.
Aveva passato tutti gli esami con eccellenti votazioni, ma ogni anno, dopo essersi imposto che quello doveva essere "l'anno di matematica", rinviava a quello successivo "il match clou", dopo neanche un mese di studio.
Fino a che era arrivata l'ora di non poterlo rinviare più.
Nella primavera del 1990 era giunto il momento della "madre di tutte le battaglie".
Non si poteva paragonare l'evento alla sfida di san Giorgio al Drago, solo perchè Giffoni era tutto, fuorchè San Giorgio.
Erano ammessi solo due tentativi: il primo a luglio e, in caso d'insuccesso, solo un'altra possibilità ad ottobre: il fallimento avrebbe comportato l'impossibilità di essere ammesso al rinvio del servizio militare, con la chiamata alle armi nel 1991 senza aver finito gli studi e tre esami ancora da sostenere, oltre alla tesi.
Insomma, Giffoni più che San Giorgio davanti al Drago, era un parà della Folgore che doveva sfondare l'assedio britannico nella sacca di El Alamein.
Il primo tentativo, in una caldissima mattina di fine luglio, iniziò con la canonica prova scritta in un'aula magna assieme ad un altro centinaio di candidati, per lo più matricole del primo anno.
L'esito della prova venne pubblicato sui tabelloni della facoltà qualche giorno dopo: un Giffoni senza troppe speranze dopo il martirio delle quattro ore in cui aveva tentato di destreggiarsi tra limiti, derivate ed integrali, vide subito in corrispondenza del suo nome, la votazione: 13/20.
Un piede nella fossa, ma ancora in vita: era il risultato minimo per poter accedere alla prova orale per tentare di risalire la china oltre il fatidico 18 e faceva parte di quel 20% di "fortunati" che accanto al nome aveva evitato la funebre dicitura: non ammesso.
C'era ben poco da stare allegri: raggiungere la sufficienza partendo da 13/20 voleva dire fare un'orale all'altezza di Pitagora, o più "realisticamente" come per l'Udinese espugnare il Santiago Bernabeu con una goleada, dopo aver subito dalle merengues uno 0-3 casalingo nella gara di andata.
E con questo spirito Giffoni, ancora imbattuto nell'arena degli studi superiori e universitari, si presentò davanti al professore ordinario di Matematica generale, alle ore 9,30 di una caldissima mattinata di agosto. Non prima di essere salito con il proprio vespino, alle prime luci dell'alba dopo una notte insonne causata anche alle troppe pillole di Ginseng assunte durante ore di studio forsennato, al santuario di Castelmonte per cercare di "dopare" la prestazione "monstre" di cui aveva estremo bisogno.
E' realistico pensare che la Madonna Nera avesse pratiche ben più importanti da sbrigare, con Saddam Hussein che aveva appena invaso il Kuwait.
Giffoni si sedette davanti all'accademico, ostentando una falsissima sicurezza mentre attendeva la prima domanda che, come di prassi sarebbe stata la richiesta di calcolare il limite di una funzione più o meno complessa.
Sul punto il professore non transigeva: se non sapevi calcolare i limiti delle funzioni implicava non aver capito nulla dell'analisi matematica e quindi essere "sbattuti fuori" era automatico come l'alzarsi della paletta dell'agente di una pattuglia della Polstrada, nascosta nella campagna romana dietro una curva, al passaggio di una decapottabile con a bordo solo due modelle svedesi.
E così fu.
Il luminare scrisse il limite della funzione sul foglio e glielo porse a Giffoni per il calcolo.
Giffoni, tradito dalla smania di incardinare immediatamente la partita nel verso giusto stante il passivo da recuperare, cercò subito il contropiede vincente, esordendo: "Prima di calcolare il limite di una funzione, dobbiamo chiederci se il limite esiste o meno e dimostrarlo."
Il professore, effettivamente colto di sorpresa, alzò subito gli occhi dal registro che stava compilando e con aria incuriosita fissò Giffoni intento nel dimostrare, in modo sempre più confusionario e poco convincente, l'esistenza del limite proposto.
Il matematico, constatata in un amen l'imperizia, punì quel tentativo di contropiede al primo minuto, strappando senza troppa cortesia il "pallone" dai piedi del velleitario "centravanti" Giffoni che cercava maldestramente la via della rete.
"Lasci perdere. Il limite esiste, glielo dico io. Proceda con il calcolo."
Seguirono quaranta minuti di passione, un autentico calvario, con Giffoni che sembrava l'Italia di Valcareggi nella finale dell'Azteca di Mexico City, già sotto di un gol e costretta nella propria area a difendere il passivo contro il Brasile di Pelè.
Ma come gli azzurri nella finale del mondiale messicano, che con un assurdo ed improbabile contropiede sul finire del primo tempo, riuscirono grazie a Boninsegna a cogliere il pareggio, Giffoni, sudatissimo, riuscì a risolvere il problema scrivendo il risultato corretto su di un foglio che pareva più il quadro di un pittore futurista ubriaco che lo sviluppo di un calcolo matematico, tante erano le cancellazioni lasciate dallo studente con tratti di penna nervosi.
"Lei si è salvato in extremis, è riuscito a stare a galla con grande fatica. Vediamo se è capace di nuotare ancora."
Chiosò il professore fissando Giffoni, come un ispettore di Polizia che ancora non è riuscito a far ammettere le proprie colpe ad un inquisito avente a carico un elenco di indizi a sfavore lungo come il Missisipi.
Giffoni intuì subito che adesso il professore lo reggeva per le palle; era alla completa mercè: se avesse provato pietà avrebbe lasciato la presa con una domanda a prova di stupido, oppure avrebbe stretto la morsa e provocato, oltre all'urlo di dolore, una resa badogliana senza condizioni.
Giffoni in cuor suo sapeva già come sarebbe andata a finire, senza bisogno di trarre gli auspici dalle interiora di un animale sacrificato agli dei come facevano i sacerdoti dell'antica Roma.
Il professore era un matematico, non padre Pio.
"Mi scriva l'approssimante a questa funzione di più variabili." ... e scrisse una funzione che pareva uscita dai file ancora secretati sullo sviluppo della bomba atomica da parte dell'equipe di Oppenheimer nel deserto del New Mexico.
Giffoni, con il dolore per la morsa che si stingeva su di lui come due presse idruliche in uso ai cantieri navali Lenin di Danzica, non volle darsi per vinto e... finì impallinato in men che non si dica da Gerson, Jairzhino e Carlos Alberto per il 4-1 finale del Brasile.
"Il suo scritto era già gravemente insufficiente e qui oggi lei ha dimostrato di avere ancora le idee piuttosto confuse. Studi di più, torni qui ad ottobre e vedrà che non ci saranno problemi."
Il luminare tolse il foglio dalle mani di Giffoni e gli restituì il libretto.
Come andò a finire?
Giffoni, dopo la bruciante e dolorosa sconfitta che non faceva altro che rinforzare il suo astio (odio) verso la regina dei numeri, si buttò a capofitto di nuovo sul libro degli esercizi e, vincendo un altro dei suoi limiti (voler fare tutto da solo senza farsi aiutare) si rivolse ad un professore del Liceo scientifico per irrobustire la sua preparazione, giusto con un paio di lezioni private, in vista della vera rivincita: quella da dentro o fuori di ottobre.
Il professore aveva visto giusto, Giffoni si presentò il 5 ottobre seguente all'orale, forte di un bel 22/30 allo scritto (seconda miglior prestazione della sessione) e nonostante tutti i tentativi di fallire nella successiva interrogazione orale spinto dalla voglia di strafare, si portò a casa un 23/30 che gli spalancava finalmente le porte della Laurea.
Ma la felicità che provò quella sera del 5 ottobre 1990, uscito dallo studio del Professore di Matematica, fu una gioia unica nel suo genere in tutta la sua vita.
Quella di chi era riuscito a sconfiggere il Mostro più temuto.
Che non era la matematica, ma i propri "limiti".

