Agli sventurati fancazzisti della sezione A della terza Liceo della celeberrima sede staccata del Liceo-Ginnasio "Marco Porcio Catone", che già avevano dovuto incassare la sostituzione dell'attempata e magnanima professoressa Potter con la Maggioli, giovane, severa e pasionaria della lingua di Socrate, le Parche avevano intessuto un destino ancora più avverso nell'idioma di Cicerone.
Infatti, il loro docente di latino, il prof. Bacello, l'unico che fosse riuscito negl'anni precedenti a trovare il metodo per stimolare in modo efficace le menti recalcitranti dei suoi studenti e a portarli al minimo sindacale che ci si potesse aspettare da dei liceali, dopo un mese di lezioni se n'era andato verso lidi meno disagiati.
Alla maturità li avrebbe condotti il prof. Garofano, un anziano insegnante di italiano della scuola media prossimo alla pensione e che il Provveditorato aveva precettato per coprire la cattedra di latino nella sede staccata, dopo una serie di rifiuti da parte di altri docenti più esperti e titolati del buon Garofano.
Sulle prime Giffoni, Brunelli, Remfutti, Barone e soci avevano accolto piuttosto bene le novità perché ai modi empatici ma severi che rendevano impegnative ma fruttuose le ore di latino con Bacello, le prime lezioni con Garofano furono uno sballo: il docente proprio mancava degli attributi necessari per tenere a bada quella falange di sfaticati buontemponi ed anzi sembrava fatto apposta per esaltarne ulteriormente "i talenti".
Si scambiavano e copiavano allegramente le versioni dai più volonterosi durante le prime verifiche, imbrattavano di gesso la cattedra che poi il docente, senza accorgersi di nulla, trasferiva sui suoi vestiti rientrando in aula insegnanti alle fine dell'ora completamente imbiancato e stravolto; oppure ancora chiudevano le imposte e le luci facendo cadere la classe nel buio del Tartaro dicendo all'arrivo del povero Garofano che era in corso un black-out elettrico, salvo poi accendere la luce dall'interruttore quando erano stanchi di rimanere tutti nell'oscurità, constatando l'ingenuità del docente che regolarmente cascava alle loro burle.
Ma se non loro, furono i genitori a preoccuparsi seriamente per la (im)preparazione che (non) stava maturando in vista dell'esame di maturità in quella materia che era attesa per la seconda prova scritta, senza possibilità di miracoli di sorta, com'era invece avvenuto con il greco a sorpresa escluso dalle materie d'esame dal Ministero.
I più non persero tempo ed inviarono privatamente i pargoli a costose e continue ripetizioni pomeridiane con insegnanti esperti mentre altri, capitanati dal padre di Barone, rappresentante dei genitori per la sezione A, chiesero al Preside della sede centrale la rimozione "per inadeguatezza" del povero Garofano.
Il Preside inizialmente tergiversò, poi per non incorrere in qualche omissione e per placare in qualche modo gli animi, convocò un consiglio di classe straordinario alla presenza di genitori e studenti per verificare con il docente la situazione.
Fu una scena penosa, con Garofano che pareva un generale zarista, senza neppure difensore d'ufficio, al cospetto di un tribunale del popolo durante la rivoluzione d'ottobre, ma che alla fine non portò ad alcun risultato concreto: il Preside chiarì subito che la "rimozione" era manifestamente impossibile e la richiesta subordinata che alla commissione d'esame venisse sottoposta una relazione che discolpasse gli studenti della loro impreparazione, scaricandola su Garofano, venne bocciata dalla maggioranza degli stessi genitori. Quelli che avevano mandato i figli a costose ripetizioni non gradivano, infatti, quel tentativo di "colpo di spugna" che avrebbe messo sullo stesso piano tutti quanti.
Da lì in poi le versioni di latino che Garofano propose via via verso l'approssimarsi della maturità si fecero di una complessità crescente: sembrava avesse recuperato personalmente testi inediti direttamente da lapidi ed epigrafi portate per la prima volta alla luce dopo campagne di scavo tra le montagne delle antiche province romane dell'Asia Minore.
In una di queste prove, quando mancava una manciata di minuti alla consegna degli elaborati, Remfutti davanti al foglio bianco della propria verifica implorò Barone di passargli il testo della versione: "Ti prego, non so un cazzo, passami almeno qualche frase."
Barone, inizialmente recalcitrante a sostenere quel "grido di dolore" del compagno per timore di essere scoperto da un Garofano che si era fatto meno ingenuo rispetto ai primi mesi, alla fine decise di cedere alle ripetute suppliche di Remfutti, accorate come quelle di un alpino ferito durante la ritirata di Russia nei confronti dei compagni in fuga.
Remfutti, con la velocità di un provetto stenografo della Camera dei Deputati ricopiò sic et simpliciter il testo della versione di Barone, consegnando insieme a lui gli elaborati allo scadere del tempo previsto, con l'espressione del cestista che con un tiro da metà campo infila il canestro della vittoria sul suono dell'ultima sirena.
Qualche giorno dopo Garofano procedette alla consegna delle versioni corrette con i relativi voti: Barone si era guadagnato un 5 mentre Remfutti gioì nel vedere un bel 6, iscritto a penna rossa alla fine della sua verifica, come Marco Tardelli dopo il gol nella finale di Madrid.
Barone, invece incredulo come Ricky Albertosi trafitto da un'autorete di Comunardo Niccolai, volle confrontare la sua versione con quella di Remfutti; erano identiche, con gli stessi errori segnati in rosso, unica differenza il voto finale: insufficiente la sua, sufficiente quella di Remfutti.
Barone chiese immediatamente a Remfutti di andare con lui alla cattedra per contestare la palese iniquità a Garofano; la reazione del compagno fu risoluta, pari a quella di un partigiano catturato alla richiesta di delazione da parte del nemico: "Col Cazzo! Poi mette 5 anche a me!"
Barone divenne paonazzo, afferrò per il bavero Remfutti in una maniera che avrebbe fatto invidia all'Ispettore Tibbs nell'atto di iniziare l'interrogatorio ad un reticente bandito, e gl'intimò: "Tu senza di me avresti preso ZERO! Dico Zero! Adesso la smetti di fare lo stronzo e mi segui immediatamente da Garofano!"
Remfutti, letteralmente obtorto collo, acconsentì e seguì Barone alla cattedra dove questi, con il piglio di un maresciallo della Guardia di Finanza che ha appena scovato un giro di fatture false, sbatté i due fogli sotto il naso di Garofano: «I compiti sono identici, professore. Identici! Eppure a lui ha dato 6 e a me 5. Non è giusto!»
Garofano, che quel giorno portava un paio di occhiali con una lente tenuta vistosamente insieme da un giro di nastro adesivo ormai ingiallito, non si scompose. Sollevò lo sguardo, lo filtrò attraverso la plastica del nastro e, con una solennità da oracolo in pensione, rispose: "No, no, no Barone! Cos'è la Giustizia? Molti uomini illustri cercano oggi e hanno cercato in passato di darci una risposta, ma non sono mai riusciti a darcene una convincente; per cui, il tuo lavoro per me vale 5 mentre quello di Remfutti si merita il 6."

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