martedì 14 luglio 2026

UNA VESPA A TEMPO DETERMINATO

Ai Birilli Bevuti il calcio balilla non era semplicemente un gioco.

Era una disciplina con regole tutte sue, tramandate oralmente, continuamente violate e puntualmente reinterpretate a seconda di chi avesse appena preso gol.

"No ganci! Basta girella! Non muovere il calcetto!!"

Quel pomeriggio erano in campo Remfutti e Leonardo.

Giffoni e Romano, appoggiati al bancone con due bicchieri di birra e gazzosa davanti, assistevano alla sfida come due cronisti sportivi che ormai conoscevano a memoria pregi e difetti dei contendenti.

Leonardo giocava di fino. Cercava il passaggio, costruiva l'azione, accarezzava la pallina.

Remfutti, invece, era l'esatto contrario.

Era l'inventore di quella che lui chiamava con malcelato orgoglio "la mossa", quasi fosse un brevetto depositato.

Consisteva nel tirare violentemente verso di sé la stecca dei due difensori, anticipando di una frazione di secondo l'arrivo della pallina. Se il tempo era quello giusto, il colpo produceva due possibili risultati.

Il primo era un missile terra-aria che attraversava il campo con una traiettoria imprevedibile, trasformando il portiere avversario in un semplice spettatore.

Il secondo era decisamente più spettacolare.

La pallina decollava direttamente fuori dal cassone di gioco, attraversava la sala da gioco dell'osteria come un proiettile e metteva seriamente a rischio bottiglie, bicchieri, lampadine e qualunque oggetto avesse avuto la sfortuna di trovarsi sulla sua rotta.

Ogni tentativo era accompagnato da un CLANG! metallico che faceva voltare perfino quelli seduti in fondo alla sala.

L'oste, ogni volta, alzava gli occhi al cielo.

— IIIh, prima o poi rompete qualcosa...

Remfutti sorrideva soddisfatto.

L'unico elemento a soffrire più dei nervi dell'oste erano le molle delle stecche.

Le massacrava.

Una volta, nel pieno di uno di quei tiri assassini, la stecca dei difensori gli rimase letteralmente in mano. Il resto continuò la sua corsa dentro la guida, mentre Remfutti, con la stecca staccata, rimase immobile qualche secondo senza capire cosa fosse successo.

Gli amigos risero per una settimana.

Lui sostenne, con la sua ben nota arte sofistica, che fosse un difetto di fabbrica.

Poteva crederci Don Mesaglio, certo non gli altri della banda.

Anche quel pomeriggio aveva già tentato la "mossa" almeno quattro volte.

Tre palline erano finite contro le sponde.

Una aveva quasi colpito il lampadario che pendeva sopra il bilardo a fianco.

Leonardo, ormai rassegnato, si limitava a spostare il bicchiere ogni volta che vedeva Remfutti arretrare la mano.

Fu in quel momento che la porta dell'osteria si spalancò.

Entrò lo Smilzo.

Aveva il sorriso di uno che aveva appena fatto l'affare del secolo.

Non salutò nessuno.

Non disse buongiorno.

Non ordinò da bere.

Restò qualche secondo sulla soglia, aspettando che tutti si accorgessero di lui.

Poi, con quella sua voce gutturale che impastava tutte le consonanti fino a farle sembrare di gomma, disse soltanto:

Venite fuuori...

I quattro si guardarono.

Quando lo Smilzo parlava così, era noto non si trattasse di un invito ma di un ordine imperituro.

Uscirono.

Davanti all'osteria, parcheggiata con una cura quasi religiosa, c'era una Vespa PX 150E nuova fiammante.

Era color caffelatte, lucida come uno specchio. Ma ciò che attirava davvero l'attenzione erano le fiancate: decorate da due giganteschi adesivi verdi raffiguranti un improbabile villaggio arabo, completo di palme, cupole e minareti. Un trionfo del cattivo gusto che, negli occhi dello Smilzo, rappresentava invece il massimo dell'eleganza.

Lui la osservava con l'orgoglio di un collezionista davanti a un'opera d'arte.

Passò lentamente la mano sul sellino.

— Bella, eh?...

Ci fu un coro di approvazione.

Nessuno, per carità di patria, fece il minimo accenno a quegli adesivi.

Rientrarono.

Lo Smilzo si avvicinò al calcio balilla e senza curarsi della partita che era in corso, azzerò con un sonoro gesto teatrale il segna punti e annunciò con enfasi solenne, quasi fosse l'Araldo di Lorenzo il Magnifico:  

"Mi gioco il PX!!!"

I quattro ragazzi rimasero immobili mentre lo Smilzo, dopo averli squadrati dalla testa ai piedi, cercò con gli occhi Giffoni che invece tentava disperatamente di posare lo sguardo altrove. 

Gli puntò contro l'indice.

— Giffoni, vieni qui!

Giffoni continuò a fare il finto tonto.

— Io?

— Si, porco XXX. Tu. Vieni qui!

Remfutti protestò immediatamente.

— E noi?

Lo Smilzo lo liquidò con una smorfia.

— Tu rompi le stecche oltre che i coglioni! 

Giffoni, consapevole che ormai non c'era modo di sottrarsi a quella sfida impari quanto inutile decisa dallo Smilzo, si posizionò sul lato dezstro del cassone afferrando le stecche.

Chi frequentava i Birilli Bevuti conosceva bene una verità.

Lo Smilzo era un fuoriclasse al calcio balilla: passaggi millimetrici, ganci impossibili, tiri che sembravano telecomandati.

Mettere in palio una Vespa contro uno come lui equivaleva, sulla carta, a rischiare esattamente zero.

Giffoni lo guardò per qualche secondo, si fece coraggio e poi sorrise, ma non era il sorriso di uno che aveva appena fiutato l'affare della vita.

Era quello di uno che aveva fiutato una storia. Perché Giffoni lo conosceva bene, lo Smilzo.

Troppo bene.

Era assolutamente convinto che quella Vespa non l'avrebbe mai persa. Non sapeva ancora come, ma era certo che, da qualche parte, nella mente dello Smilzo, ci fosse già un piano.

Accettò la sfida senza credere al premio ma con la curiosità di vedere fino a dove sarebbe stato capace di spingersi lo Smilzo.

Le migliori commedie, ai Birilli Bevuti, cominciavano sempre così.

"Con ganci o senza ganci?" - chiese Giffoni per prendere ancora tempo mentre lo Smilzo stava per lanciare la pallina nell'agone.

"Ma gioca pure come caffo vuoi e non rompere i cogliooooni!!" lo apostrofò infasidito lo Smilzo.

La partita iniziò.

Lo Smilzo confermò immediatamente la sua fama.

Dominava il gioco.

Faceva correre la pallina come un illusionista.

Sembrava sapere in anticipo dove sarebbe finita ogni azione.

Ma quel pomeriggio Giffoni era ispirato.

Rispondeva colpo su colpo.

Segnava.

Recuperava.

Pareggiava.

Remfutti, Leonardo e Romano seguivano ogni azione in religioso silenzio, anche loro curiosi solo di vedere cosa si sarebbe inventato lo Smilzo.

Arrivò l'ultima pallina.

Una carambola.

Un rimpallo.

Una deviazione fortunosa.

La pallina attraversò lentamente la linea di porta.

Gol.

Giffoni.

Silenzio.

Uno di quei silenzi che sembrano più rumorosi delle risate.

Lo Smilzo rimase immobile.

Abbassò lo sguardo sulle chiavi.

Inspirò profondamente.

Che sfiga... era nuova, l'avevo presa ieri..."

Poi guardò Giffoni.

Prendila! E' tua!

Giffoni recitò la sua parte.

— Ma no... dai...

Prèndila! Porco XXX!!!|

— Non è giusto...

Ho detto prèndila!

— Ma io non ho nemmeno la patente...

Lo Smilzo sbuffò.

— Sono caffi tuoi!!! Hai vinto! Prendi quel caffo de Vespa!

Giffoni fece un leggero cenno con la testa.

Dentro di sé sorrideva.

"Vediamo dove vuoi arrivare..." pensò.

Prese lentamente le chiavi.

Le osservò.

Erano vere.

Fece un passo.

Poi un altro.

Attraversò tutta la sala da gioco.

Sentiva gli occhi degli amici puntati addosso.

Remfutti era ormai paonazzo.

Romano aveva già intuito che il meglio doveva ancora arrivare.

Leonardo aspettava il colpo di scena.

Giffoni arrivò alla porta.

La aprì.

Mise un piede fuori.

Poi il secondo.

Aspettò.

Per un attimo pensò quasi che lo Smilzo fosse disposto davvero a mantenere la parola.

Ma durò poco.

Alle sue spalle esplose quella voce inconfondibile, roca, gutturale, con tutte le consonanti che sembravano sciogliersi una dentro l'altra.

— Saarrràààààà difficile!!!! Dove vai?? Torna qui!!!!

Tutti esplosero in una risata liberatoria.

Remfutti si piegò in due.

Romano, finalmente, rise a bocca aperta.

Leonardo quasi singhiozzava appoggiandosi al biliardo.

Giffoni si voltò lentamente.

Non sembrava deluso.

Anzi.

Sul volto aveva l'espressione soddisfatta di chi aveva appena visto il finale del film che si aspettava fin dall'inizio.

Rientrò e appoggiò le chiavi sul calcio balilla.

Lo Smilzo le recuperò con una naturalezza disarmante e se le infilò in tasca, accarezzando quasi distrattamente il portachiavi per poi uscire e saltare in sella, come avrebbe fatto un cow boy sul suo destriero, alla Vespa PX 150E color caffelatte, con i suoi improbabili minareti verdi, e partire in impennanta urlando verso i 4 liceali: "Ariaaaaa!!!"

Ripensandoci oggi, viene quasi da credere che lo Smilzo fosse nato con decenni d'anticipo.

Senza aver mai sentito parlare di TAN, TAEG o credito al consumo, aveva già intuito il principio sul quale si sarebbe costruita un'intera industria finanziaria: convincerti, anche solo per pochi istanti, che qualcosa sia diventato tuo.


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