giovedì 23 luglio 2026

CREDIT O1

Ai Birilli Bevuti l'autunno arrivava sempre troppo presto.

Le scuole avevano riaperto da appena un paio di settimane, le cartelle e i primi zaini avevano ancora quell'odore di libri nuovi e copertine appena rivestite, ma Remfutti, Giffoni e Romano erano già proiettati molto più avanti. Non al Natale. Nemmeno alle vacanze di Pasqua.

Direttamente all'estate successiva.

Era una forma di autodifesa psicologica. Frequentare il liceo significava soprattutto contare quanti giorni mancassero alla libertà.

Fuori pioveva.

Non una pioggia seria, di quelle che costringono ad aprire l'ombrello.

Era quella pioggerellina autunnale insistente, grigia e deprimente, che sembrava cadere per semplice spirito di contraddizione e trasformava il pomeriggio in una specie di lunga domenica senza il conforto della partita.

Dentro ai Birilli Bevuti, invece, il tempo sembrava fermarsi: l'odore del vino sfuso si mescolava a quello delle sigarette mentre dal tavolo del tressette arrivavano le consuete contumelie irripetibili all'indirizzo di chi aveva appena sbagliato una carta.

Dal biliardo proveniva il rumore sordo delle biglie.

E, in mezzo alla sala giochi, lungo la parete, lampeggiava lui.

Lo Space Attack.

Oggi, abituati a console che ricreano interi universi, visori tridimensionali e videogiochi che sembrano film di Hollywood, descrivere Space Attack a un ragazzo del nuovo millennio sarebbe quasi offensivo.

Una navicella.

Cinque righe di improbabili alieni, più simili a geroglifici impressi da qualche scriba ubriaco che a esseri viventi, avanzavano a scatti sempre più veloci scaricando sulla navicella una pioggia di proiettili luminosi che, per precisione e traiettoria, ricordavano più le cagate dei piccioni che missili intergalattici.

Due suoni ripetuti all'infinito.

Lo sfondo completamente nero.

La trama poteva essere riassunta con una frase: non farti ammazzare dagli alieni e abbattili prima che lo facciano loro.

Fine.

Eppure, davanti a quello schermo, avremmo passato pomeriggi interi se solo avessimo avuto le tasche piene di monetine da 200 lire.

Forse perché, a quindici anni, la fantasia suppliva magnificamente alla tecnologia.

O forse perché bastavano duecento lire per sentirsi padroni dell'universo.

Almeno per un po'.

Remfutti infilò la moneta.

CLACK.

Comparve la scritta.

CREDIT 01.

La partita iniziò.

Passarono appena un paio di minuti.

Poi...

TAC.

Lo schermo si spense e la sala piombò nel silenzio; anche il frigorifero del banco smise di ronzare.

— Mancava solo questa... — borbottò Romano.

— Ci siamo mangiati duecento lire... — sospirò Giffoni.

Remfutti rimase a fissare il monitor nero come un astronomo davanti a un'eclissi.

Dopo qualche secondo la corrente tornò e le luci dell'osteria si riaccesero, il frigorifero riprese a brontolare.

Lo Space Attack emise un lungo ronzio metallico e lo schermo ritornò a lampeggiare.

Comparve una scritta verde.

CREDIT 01.

I tre rimasero immobili.

— Avete visto? — sussurrò Remfutti.

Nessuno rispose.

Lui si avvicinò allo schermo, lo osservò come Archimede davanti alla vasca da bagno e poi pronunciò quella frase destinata a cambiare il pomeriggio.

— E se fossimo noi a far saltare la corrente?

Romano lo guardò con la compassione che normalmente si riserva ai casi clinici.

— Sei scemo.

— No... ragiona.

— Sto già sbagliando a farlo.

— Se ogni calo di tensione regala un credito...

...si fermò qualche secondo...

— ...noi giochiamo gratis.

L'idea era talmente assurda da sembrare quasi logica.

Remfutti s'intrufolò dietro al cassone, davanti alla presa elettrica ed infilò la punta della scarpa sotto la spina.

La mosse impercettibilmente.

Una scintilla.

Lo schermo si oscurò e la macchina emise un rumore mai sentito.

BBBBBBBBBBBB...

Seguì un silenzio inquietante.

Poi un breve lampo verde.

TRRRR...

Lo schermo tornò alla vita.

CREDIT 01.

I tre si guardarono.

Poi esplosero.

— Funziona!

Da quel momento nacque un rituale.

Partita.

Fine del credito.

Remfutti si abbassava.

Piccolo colpetto alla spina.

BBBBBBBB...

Attesa.

TRRRR...

CREDIT 01.

Di nuovo.

E ancora.

E ancora.

Per oltre due ore.

A forza di abbattere astronavi, gli alieni dovevano ormai considerare quei tre una calamità naturale.

L'oste, però, aveva iniziato a insospettirsi; conosceva perfettamente il patrimonio economico dei suoi giovani clienti: normalmente, dopo venti minuti, erano costretti a dichiarare bancarotta per poi bighellonare sfaccendati per l'osteria ad osservare i vecchi marpioni intenti nel gioco di briscola e tre sette, tentando di carprne i segreti.

Quel pomeriggio, invece, sembravano disporre del bilancio della Banca del Friuli.

Li osservava da lontano.

Faceva finta di asciugare bicchieri.

Di sistemare bottiglie.

Di parlare con gli avventori.

Ma ogni tanto lanciava un'occhiata verso la sala giochi.

C'era qualcosa che non tornava.

Remfutti, nel frattempo, aveva raggiunto quello stato di euforia che, nella sua mente, coincideva sempre con l'invincibilità.

Posò le mani sui fianchi.

Guardò gli amici.

— Adesso posso giocarci bendato.

Romano scoppiò a ridere.

— Ma va'...

— Scommettiamo?

Prima che qualcuno potesse fermarlo, trascinò una sedia davanti al cabinato.

Si sedette.

Tolse la sciarpa a Giffoni.

— Bendami.

— Sei sicuro?

— Vai.

Giffoni lo bendò con cura.

Remfutti posò le dita sui pulsanti dei comandi.

Assunse l'espressione concentrata di un pianista alla Scala.

Fu proprio in quel momento che l'oste smise definitivamente di avere dubbi.

Uno che gioca bendato, pensò, o è un genio... oppure c'è qualcosa che non quadra.

Soprattutto se minorenne e squattrinato

Senza farsi notare si avvicinò alla porta della sala giochi.

Rimase nascosto.

Aspettò.

Vide Giffoni.

Vide Romano.

Vide Remfutti perdere dopo pochi secondi.

E vide soprattutto quel piccolo calcio alla spina.

La scintilla.

BBBBBBBB...

Il lampo verde.

TRRRR...

CREDIT 01.

L'oste spalancò la porta.

— Ahhh... eccovi qua!

I tre si voltarono come soldati sorpresi durante un ammutinamento.

Remfutti aveva ancora la sciarpa sugli occhi.

— Togliti quella roba! E voi tre... fuori!

Nessuno ebbe il coraggio di discutere.

Uscirono in fila indiana.

Remfutti per ultimo, ancora convinto che il vero problema fosse la benda e non il piccolo sabotaggio alla rete elettrica dell'osteria.

Per qualche settimana ai Birilli Bevuti furono considerati persone non gradite.

Poi, lentamente, arrivò l'amnistia.

Poterono tornare.

Ma con una differenza sostanziale.

Ogni volta che uno dei tre si avvicinava allo Space Attack, l'oste alzava automaticamente gli occhi dal bancone.

Proprio come fanno oggi gli addetti alla sicurezza quando vedono entrare qualcuno che conoscono fin troppo bene.

Ripensandoci adesso, viene quasi da sorridere.

Molti anni dopo sarebbero arrivati gli hacker.

Quelli veri.

Gente capace di entrare nei server delle banche, violare sistemi informatici e mettere in crisi colossi mondiali.

Remfutti, invece, aveva escogitato un metodo infinitamente più artigianale.

Non violava software.

Non decifrava codici.

Non bucava firewall.

Prendeva semplicemente a scarpate una presa elettrica.

Eppure, per un intero pomeriggio, ebbe la meravigliosa sensazione di aver ingannato il sistema.

Forse tutti gli hacker, in fondo, nascono così.

Con la differenza che i più fortunati finiscono sulle copertine delle riviste di informatica o su quella del TIME come Man of the Year.

Remfutti dovette accontentarsi di finire, per un po', sul libro nero dell'oste dei Birilli Bevuti.

E, conoscendolo, credo che considerasse quel primato molto più prestigioso.

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