Nell’estate del 1979 nessuno di noi aveva la minima idea che, l’anno successivo, le Olimpiadi di Mosca sarebbero state boicottate a causa della Guerra Fredda.
L’Afghanistan, per quanto ci riguardava, era solo un nome difficile da ricordare durante le interrogazioni di geografia, Jimmy Carter sembrava il pivot di una squadra dell'NBA e Brežnev avrebbe potuto tranquillamente fare il portiere della Dinamo Kiev.
Noi avevamo problemi infinitamente più urgenti.
Per esempio decidere come riempire un martedì di luglio.
Dopo settimane trascorse tra partite di calcio infinite - o meglio finite con la rottura di qualche vetro oppure per il pallone che si sgonfiava dentro un rosaio, battaglie con le cerbottane costruite con i tubi degli elettricisti, bagni nel Natisone, interminabili partite a nascondino serale e pomeriggi passati a bighellonare a piedi o in bicicletta senza uno scopo preciso, si era insinuata una sensazione sconosciuta: la noia.
Fu allora che Giffoni ebbe quella che lui stesso avrebbe poi definito “un’intuizione olimpica”.
— Facciamo le Olimpiadi.
Non i cento metri.
Non una partita.
Tutte le Olimpiadi.
La sede fu individuata immediatamente: il giardino di casa sua.
Chiamarlo giardino era riduttivo. Era una specie di piccolo parco privato, con alberi enormi, vialetti di ghiaia, prati sconfinati per i nostri standard adolescenziali, un canneto lungo un lato del muro di cinta e un porticato che, opportunamente reinterpretato, poteva diventare stadio, palazzetto dello sport e arena olimpica.
Per la preparazione degli attrezzi e dei materiali ci avrebbe pensato Gambero.
Era l'Eta-Beta del gruppo: dove gli altri vedevano un problema, lui vedeva materiale da recuperare, un pezzo di legno diventava un attrezzo, una canna diventava un'arma e un sasso diventava qualcosa che poteva essere lanciato contro qualcuno oppure, con un po' di fantasia, una disciplina olimpica.
Il problema successivo, casomai, era rappresentare le nazioni.
Remfutti si alzò in piedi.
Aveva già gli occhi che brillavano.
— Io faccio l'Italia.
— Non abbiamo ancora deciso le nazioni — lo stoppò subito Gambero.
— Le ho appena decise.
— Da solo?
— Certo. Per l'Italia ci devo essere io.
— L'Italia la sorteggiamo — provò a suggerire Leonardo per cercare di uscire dall'empasse.
— O prendo l'Italia oppure non partecipo.
Remfutti non voleva fare un passo indietro e così, difronte all'ultimatum, nessuno ebbe il coraggio di spiegargli che rappresentare l’Italia alle Olimpiadi non era un suo diritto costituzionale ma soprattutto tutti vollero evitare, vista la determinazione di Remfutti, il primo clamoroso boicottaggio della storia olimpica del giardino di Giffoni ancor prima di iniziare.
Cominciò così la distribuzione delle altre delegazioni.
Romano scelse gli Stati Uniti.
Sosteneva che fossero i più forti nello sport: nn realtà era lui il più forte in quasi tutte le discipline e aveva semplicemente pensato di esercitare un suo diritto inviolabile.
Gambero prese l'Unione Sovietica per antagonismo a Romano.
Giffoni optò per la Germania Est.
Sapeva che la DDR collezionava medaglie olimpiche con la stessa facilità con cui noi collezionavamo figurine Panini e aveva un inno nazionale che gli piaceva assai e poi, non aveva dimenticato il successo di 5 anni prima dei tedeschi orientali contro quelli dell'Ovest ai mondiali di Monaco 74.
Fruzzo scelse la Gran Bretagna.
Leonardo finì in Canada.
Non per particolare entusiasmo.
Semplicemente perché arrivò ultimo e tutte le nazioni più prestigiose erano già state occupate.
Su di un punto si erano accordati all'unisono senza bisogno di troppe discussioni: nessuno avrebbe portato i colori della Jugoslavia.
Rimaneva il ruolo più importante: l’arbitro.
La scelta cadde su Ricciolini e su quella proprio non ci furono discussioni.
Non perché fosse imparziale.
Perché godeva della fama di super partes professionista. Quando giocavamo a Monopoli faceva la Banca, teneva i conti, distribuiva il denaro e, soprattutto, era l’unico capace di resistere alle accuse di corruzione di Remfutti.
Si presentò con un quaderno a quadretti, una matita copiativa e un metro da sarta sottratto alla madre.
— Da questo momento sono il Comitato Olimpico Internazionale.
Nessuno osò contestarlo ed il gionro seguente dichiarò aperti i Giochi di Mosca 1980 con un anno di anticipo e un tono talmente solenne che il cane del vicino iniziò ad abbaiare.
I cento metri
La pista era il vialetto di ghiaia che conduceva al muro di cinta.
La regola era semplice: chi toccava per primo il muro vinceva.
Alla prima partenza Remfutti scattò con mezzo secondo d’anticipo.
— Falsa partenza! — urlò Romano.
— Avevo intuito il colpo di pistola.
— Non c’è stata nessuna pistola.
— Appunto: riflessi eccezionali.
La seconda partenza fu regolare.
Romano vinse con un vantaggio imbarazzante.
Toccò il muro, si voltò e vide gli altri ancora a metà pista.
Ricciolini assegnò l’oro agli USA, l’argento alla GB e il bronzo al Canada.
La premiazione avvenne su un podio costruito con mattoni traballanti recuperati dietro al garage.
Le medaglie erano dischi di cartone colorato appesi con spago da cucina.
I duecento metri
Consistevano nel toccare il muro dei cento metri e tornare al punto di partenza.
Qui emerse il primo problema tecnico: la frenata sulla ghiaia.
Gambero centrò il muro con tale violenza da lasciare l’impronta della mano sull’intonaco.
Romano vinse ancora.
Gli USA guidavano già il medagliere.
Remfutti iniziò a parlare di “sospetti sull’antidoping americano”.
I quattrocento metri
Un giro completo del giardino.
La pista attraversava prato, ghiaia, terra battuta e una zona sotto il ciliegio che sembrava una trappola per caviglie.
A metà gara Fruzzo inciampò in un tubo dell’irrigazione e accusò pubblicamente l’URSS di sabotaggio.
Gambero rispose che i capitalisti inglesi erano abituati troppo bene.
Ricciolini minacciò squalifiche internazionali.
Le corse di fondo
Il cinquemila metri erano cinque giri del giardino.
Il diecimila dieci.
A noi sembravano distanze da marziani.
Partimmo comunque.
Dopo due giri nessuno parlava più.
Dopo tre, Leonardo chiedeva se fosse previsto il rifornimento.
Dopo quattro, Remfutti sosteneva che i percorsi fossero stati misurati male.
Fu in quel momento che il cielo cambiò colore.
Il classico temporale estivo arrivò con la discrezione di un attentato terroristico.
Prima il vento.
Poi il buio.
Poi una cannonata di tuono che fece sobbalzare perfino Ricciolini.
In pratica, più che una sospensione olimpica, sembrò un'operazione militare contro il Comitato Organizzatore e in pochi secondi trasformò una manifestazione sportiva internazionale in un campo profughi
La gara fu sospesa.
I corridori cercarono rifugio sotto il porticato mentre la pioggia trasformava il prato in una palude.
Ricciolini, serio come un telecronista della RAI, annunciò:
— I Giochi sono temporaneamente interrotti per cause di forza maggiore.
Restammo mezz’ora a guardare l’acqua cadere.
Per la prima volta nella storia olimpica, credo, gli atleti mangiarono pane e marmellata durante la sospensione.
Quando il sole tornò, il terreno era impraticabile ma nessuno aveva intenzione di rinviare le gare.
Il giavellotto
La canna di bambù proveniva dal canneto in fondo al giardino.
Gambero l’aveva “modellata” con un coltello da cucina, ottenendo un oggetto che assomigliava più a una lancia medievale che a un attrezzo olimpico.
Al primo lancio il giavellotto si piantò verticalmente nel prato.
Al secondo sfiorò il bucato steso dalla madre di Giffoni.
Al terzo Ricciolini istituì ufficialmente una zona di sicurezza.
Il peso
Il peso era un sasso enorme recuperato in un cantiere vicino.
Gambero sembrava favorito.
Invece Giffoni trovò una tecnica efficace: mezzo giro su se stesso e spinta disperata e l'URSS dovette accontentarsi dell'argento.
Il sasso atterrò molto più lontano di tutti gli altri.
La DDR conquistò il suo primo oro.
Giffoni fece il giro del prato salutando il pubblico inesistente.
Gli sport di squadra
Il calcio si giocava con rigori: le colonne del porticato facevano da pali.
Il volley utilizzava come rete un tirante di ferro tra le colonne.
Dopo la prima schiacciata tentata malamente da Giffoni, tutti capimmo perché la pallavolo ufficiale usa una rete morbida.
Il basket era il capolavoro dell’ingegneria olimpica: una sbarra orizzontale davanti a un muro, con due fazzoletti a delimitare il “canestro”.
Il pallone doveva infilarsi nello spazio e rimbalzare dietro.
Le discussioni su cosa fosse canestro durarono più delle partite.
Il salto in alto
Restava la gara regina.
Due pali conficcati nel terreno.
Chiodi ogni dieci centimetri.
Una canna di bambù come asta.
Nessun materasso.
Dietro c’era solo prato duro.
Ricciolini partì da un metro.
Tutti superarono le prime misure.
A 1,20 caddero i primi.
A 1,25 rimase il duello tra DDR e Gran Bretagna.
Fruzzo saltava a piedi uniti come una rana spaventata.
Giffoni usava una forbice improbabile ma efficace.
1,30: entrambi validi.
1,35: Fruzzo colpì l’asta con il ginocchio e finì disteso sull’erba.
Giffoni prese una rincorsa lunghissima, sembrò pentirsene a metà strada, chiuse gli occhi e passò sopra l’asta per pochi centimetri.
Silenzio.
Poi urla.
La DDR aveva vinto l’oro più prestigioso.
Giffoni rimase a terra qualche secondo.
Non per l’emozione.
Per verificare di avere ancora entrambe le caviglie.
Cerimonia di chiusura
Al tramonto Ricciolini compilò il medagliere definitivo nel quale gli USA avevano stravinto, conquistando l'oro in quasi tutte "le specialità".
Remfutti contestò immediatamente.
— L’Italia ha vinto il medagliere morale.
— Non esiste il medagliere morale — sentenziò Ricciolini.
— Esiste quando non vinci quello vero.
Le medaglie di cartone furono ritirate, impilate e messe da parte per usi futuri.
Il podio di mattoni venne smontato.
Il giardino tornò a essere semplicemente il giardino di casa Giffoni.
Molti mesi dopo, davanti al telegiornale, scoprimmo che gli Stati Uniti avrebbero boicottato le Olimpiadi di Mosca e gli organizzatori del CIO si dimostrarono molto meno tolleranti come lo erano stato Giffoni e soci dinnanzi all'ultimatum di Remfutti l'estate prima.
A quattordici anni, l’unico vero scandalo internazionale ci sembrava che qualcuno potesse cancellare un’Olimpiade.
Noi, per fortuna, la nostra l’avevamo già disputata.
Senza sponsor.
Senza doping.
Senza televisione.
Senza medaglie vere.
Ma con un giardino che, per un’intera giornata d’estate del 1979, era stato molto più grande dello stadio Lenin di Mosca, perché quelle Olimpiadi avevano qualcosa che quelle autentiche non avrebbero mai potuto avere: sette ragazzi e la convinzione assoluta che, per un giorno, il centro del mondo fosse lì.
E forse, a pensarci bene, lo era davvero.

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