venerdì 16 gennaio 2026

COMANDA CHI POL, UBBIDISCE CHI DEVI

Il vecchio sedeva sempre allo stesso tavolo, quello vicino alla finestra appannata della taverna sul porto di Pola. Da lì si vedevano i fari delle navi mercantili e, più in là, l’ombra scura dell’Arena che sembrava galleggiare sull’acqua. Diceva che quel tavolo era il suo punto di riferimento, come un vecchio fanale che nessuno accendeva più ma che continuava a indicare una direzione.

Era il 1985 e il porto non era più quello delle cartoline ingiallite, ma non era nemmeno ancora diventato altro. Le gru cigolavano lente, i pescherecci rientravano all’alba, e l’odore del mare si mescolava a quello del gasolio e della birra versata.

Il Maestro parlava uno strano italiano dialettale con una cadenza che non apparteneva più a nessun luogo preciso. Era rimasto nel 1947, quando quasi tutti se ne erano andati. Trentamila polesani italofoni avevano lasciato la città, caricando la vita su navi che promettevano una casa altrove. Lui no. Aveva guardato quelle partenze dal molo, in silenzio, e aveva deciso che non avrebbe seguito nessuno.

Erano passati quasi quarant'anni da quella mattina del febbraio 1947 e il mare non faceva più paura, ma nemmeno promesse.

L’apprendista era invece un ragazzo croato, poco più che ventenne. Lavorava sulle barche, imparava in fretta e faceva domande che spesso arrivavano dritte, senza chiedere permesso. Capiva quello strano "italiano", lo parlava con cautela, come si maneggia qualcosa di fragile e pericoloso e per le domande preferiva usare la sua lingua.

«Što čini čovjeka dobrim putnikom?» chiese il ragazzo.
(Che cosa fa di un uomo un buon viaggiatore?)

Il vecchio non rispose subito. Bevve un sorso, osservò le mani segnate, poi il porto.

«Xe el desiderio de tornar sempre a Casa.»

L’apprendista rimase perplesso. A lui avevano insegnato che viaggiare voleva dire andare avanti, lasciare, superare. Tornare gli sembrava un passo indietro.

«A tko je brodolomac?» insistette.

(E chi è invece un naufrago?)

Il Maestro sorrise appena, un sorriso stanco.
«Quel che no ga mai voia de tornar a Casa.»

Il ragazzo pensò ai tanti suoi amici partivano in cerca di migliori fortune  per Trieste, per l’Italia, per la Germania. Pensò anche a chi restava senza sapere bene perché.

"A što ako ne znam što je dom?“ domandò.
(E se uno non sa cos'è Casa?)

Il vecchio appoggiò il bicchiere.
«Alora el xe in pericolo. Perché el mar el se fa passar per libertà, ma libertà no l’è.»

Ci fu un silenzio lungo, pieno di cose non dette. Il ragazzo guardò fuori, verso l’Arena, verso le navi. Poi fece l’ultima domanda:

«Gdje je i što je Dom?»
(Dove e cosa è Casa?)

Il Maestro si alzò lentamente. Posò qualche dinaro sul tavolo, infilò il cappotto consumato.
«A ‘sta domanda, fioło, te pol risponder solo ti,» disse, «ma no prima de aver bevùo do birre.» Poi aggiunse:"E ricordati sempre fiol: Zapovijeda tko može, sluša tko mora - Comanda solo chi pol, ubbidisce solo chi devi."

E se ne andò.

Il ragazzo restò solo. Ordinò una birra e strinse il bicchiere tra le mani, sentendo il freddo del vetro risalire lungo le dita umide di salsedine. Poi ne ordinò un’altra. Fissò la finestra appannata: il vapore aveva cancellato i contorni del porto, lasciando solo una macchia dorata laddove le luci dell’Arena bucavano il buio.

Pensò a Pola, che per lui era sempre stata casa senza essere mai stata una scelta. Guardò il posto vuoto del vecchio, che aveva scelto di restare quando restare voleva dire perdere quasi tutto: la lingua intorno, i nomi delle strade, le voci familiari.

Bevve ancora un sorso lungo, lasciando che l’amaro della birra gli schiarisse il respiro. In quel silenzio, capì che Casa non era il luogo dove si nasce o quello verso cui si fugge, ma l’unico punto dell'orizzonte che dà un senso al timone. Qualcosa che, se non esiste, ti rende perduto anche se il mare è calmo e piatto come una tavola d'olio.

E quel punto poteva anche essere ciò che si decide di non abbandonare, proprio quando tutto ti spinge a farlo. O, al contrario, dove con coraggio si decide di tornare, pur sapendo che non è più lo stesso. 

Quando uscì dalla taverna, l’aria della notte gli schiaffeggiò il viso. Il mare era fermo e scuro, un'immensa distesa che non prometteva più nulla. Non gli sembrò una minaccia, ma una prova. E per la prima volta intuì che viaggiare non significava solo saper scegliere una rotta, bensì avere il coraggio di riconoscere, un giorno, il molo a cui ancorarti senza desiderio o l'obbligo di partire.



giovedì 8 gennaio 2026

GORGIA 'JE FA 'NA PIPPA!

E alla fine, dopo i colpi di scena ministeriali che avevano escluso il greco e i tentativi falliti di incolpare Garofano per l'impreparazione in latino, non restava più tempo. Non c’era spazio per maledire le ore di 'marina', i pomeriggi passati a perfezionare i tiri a biliardo o le strategie a briscola e tre sette, invece di colmare le falle nella lingua di Orazio o nei versi di Dante. 

I "simpatici" e svogliati buontemponi della terza Liceo del Marco Porcio Catone, sede staccata, si erano trovati ad affrontare, assieme ad una classe di fighetti della sede centrale, gli scritti di italiano e latino con l'animo di tanti vietcong nascosti nelle buche scavate nel sottossuolo della giungla sotto le bombe al napalm sganciate dagli elicotteri dello Zio Sam durante l'offensiva del Tet.

Nonostante il grande "lavoro d'equipe" svolto nelle loro "buche", cercando di evitare gli sguardi investigativi dei commissari d'esame, la preoccupazione per l'esito della prova era giunta puntuale per turbare il sonno di tutti, visto che, dato il livello di preparazione, i più non erano neanche in grado di capire come potesse essere andata.

Il che era già un presagio più oscuro di quello che turbò Odisseo quando si accorse che i compagni avevano "messo allo spiedo" le inviolabili Vacche del Sole.

Era giunta infine l'ultima prova, l'interrogazione orale che, sebbene paragonabile all'incontro di Ercole con l'Idra di Lerna, era quella in cui tutti dovevano sparare le loro ultime cartucce per ribaltare il probabile esito infausto degli scritti.

Per i più con le medesime probabilità di successo che avevano i panzer tedeschi di sovvertire l'esito finale della guerra nell'ultima, disperata, offensiva nelle Ardenne del dicembre 1944 contro gli angloamericani.

Remfutti, galvanizzato come tutti dal poter inserire la più morbida storia dell'arte invece del temutissimo greco, si stava (non) preparando a modo suo allo scontro finale "Ai birilli bevuti", pure rinfrancato dal fatto che la commissione aveva confermato come seconda materia dell'orale quella di cortesia da lui "suggerita", ovvero filosofia.   

Ovviamente la prima materia, cui gli spettava ex lege l'indicazione vincolante, sarebbe stata Storia dell'arte.

Remfutti si sedette davanti al Commissario di Storia dell'Arte ostentando straordinaria sicurezza: decantare la biografia di Canova o spiegare la rivoluzione tecnica degli Impressionisti piuttosto che districarsi tra le traduzioni e i commenti alle orazioni politiche di Demostene o quelle giudiziarie di Lisia era come per Rummenigge muoversi nell'area della Cavese piuttosto che dover superare in successione la marcatura di Claudio Gentile, Sergio Brio e Gaetano Scirea.

O come avrebbe detto un liceale del tempo presente, affrontare la Macedonia del Nord di Nestorovskj piuttosto che la Francia di Mbappe per lo spareggio mondiale.

Appunto.

La Presidentessa della commissione, una docente di letteratura italiana sulla cinquantina dalle fattezze di una stagionata matrona romana di età imperiale, ingioiellata con monili di chiara bigiotteria proveniente dal mercato di Porta Portese e con chiaro accento della capitale gl'intimò di sedersi davanti a quella sorta di Tribunale Speciale per iniziare la prova orale.

Prima però gli espose i risultati degli scritti.

"Il tema d'italiano l'ha svangato, senza brillare di originalità, come tutti i suoi compagni mi ha fatto 'na capa tanta 'co 'stà storia dell'Heysel per spiegarmi cos'è la violenza, ma tutto sommato sintassi, grammatica e forma arrivano, pur con il vento a favore alla sufficienza."

Di seguito intervenne il Commissario di Latino, un attempato monsignore del Polesine che insegnava a Rovigo la lingua di Cicerone, quando non era impegnato a somministrare i sacramenti e a dir messa per i suoi parrocchiani di Porto Tolle.

"Mio caro Remfutti, d'accordo che gli Annales di Tacito erano un testo difficile e che richiedeva esperienza, ma qui c'è un impiego di inchiostro rosso per le correzioni maggiore del sangue che le legioni di Cesare spargono in tutto il De Bello Gallico." 

Remfutti abbozzò una difesa originale: "Ha ragione professore, purtroppo era proprio il De Bello Gallico il testo che avevo studiato meglio e la fortuna non mi è stata amica scegliendo Tacito per l'estrazione della versione d'esame." 

I commissari si scambiarano silenti occhiate che erano un misto tra l'incredulo, il divertito e l'infastidito; ruppe gli indugi la Matrona: "Bene Remfutti, ora avrà tutto il tempo ed il modo per dimostrarci ampiamente che le era mancata solo la fortuna, ma non il valore. Si accomodi pure per la prova orale, lei ha scelto Storia dell'Arte come prima materia, poi sarà il turno dell'interrogazione in Filosofia.    

Il Commissario d'esame di Storia dell'Arte, un minuto signore sulla trentina con baffetti da sparviero stile Luciano Calboni, domandò con tono solenne, a bruciapelo: "Candidato Remfutti, quale fu l'importanza dell'opera di William Morris nel contesto del movimento artistico noto come Art Nouveau?"

Attimo aeterno di silenzio tombale.

Poi Remfutti, sfoggiando un sorriso degno di un attore protagonista di spaghetti western di fine anni  '60, formulò la sua risposta, con il malcelato gaudio di chi trova le chiavi della vettura che temeva di aver perso: "L'opera di William Morris nel contesto del movimento artistico noto come Art Nouveau fu abbastanza importante, ma non troppo."

Silenzio Eterno.

I commissari si scambiarono occhiate stupefatte, il commissario di Storia dell'Arte iniziò a lisciarsi nervosamente i baffetti da sparviero.

Fu il Commissario di Filosofia, un austero signore di mezz'età vestito con eleganza ricercata e proveniente dal Liceo Classico Giulio Cesare di Roma, ad interrompere quel pesantissimo silenzio.

"Ma lei, Remfutti, cosa intende dirci con abbastanza, ma non troppo?"

Il candidato Remfutti senza esitazioni rispose: "Che l'opera di William Morris fu importante nel contesto di quel movimento che i posteri definirono Art Nouveau, ma non tale da potersi dire che William Morris fosse la testa di serie numero uno di quel movimento artistico e, più in generale, di tutta la Storia dell'arte del periodo storico qui considerato." 

Nuovo silenzio.

Poi il commissario di Filosofia compiaciuto, con un mezzo sorriso, si rivolse prima ai presenti in aula e disse. "Al vostro compagno Gorgia 'je fa na pippa!" Di seguito fisso Remfutti e chiarì il concetto con fare assai più serio: "Io credo che potrebbe essere stato lei in persona a suggerire al re dei Sofisti il contenuto dei frammenti Περὶ τοῦ μὴ ὄντος Sulla non-esistenza o Sul nulla." 

Infine si rivose alla Commissione tutta: "Se il collega di Storia dell'Arte non ha altre domande, per me la prova di Filosofia è terminata."

I commissari d'esame si scambiarono uno sguardo d'intesa mentre Remfutti li guardava con aria ebete; fu la Presidentessa ad emettere il verdetto: "Il candidato Remfutti può ritirarsi, la commissione all'unanimità ritiene che non abbia più altro da dimostrare."

Remfutti strinse la mano ai Commissari e li salutò con un sorriso degno del Presidente USA Jimmy Carter mentre salutava la convention dei propri elettori dopo la vittoria alle primarie.

Dieci giorni dopo apprese dagli elenchi esposti al di fuori della Scuola che aveva conseguito la maturità classica.

Il voto: nè abbastanza e nè troppo, e neppure il massimo.

Fu il minimo. 

Q.b., avrebbe detto Gultiero Marchesi.


  

 

  




martedì 6 gennaio 2026

DE INIUSTITIA: TRA IL 5 E IL 6!

Agli sventurati fancazzisti della sezione A della terza Liceo della celeberrima sede staccata del Liceo-Ginnasio "Marco Porcio Catone", che già avevano dovuto incassare la sostituzione dell'attempata e magnanima professoressa Potter con la Maggioli, giovane, severa e pasionaria della lingua di Socrate, le Parche avevano intessuto un destino ancora più avverso nell'idioma di Cicerone.

Infatti,  il loro docente di latino, il prof. Bacello, l'unico che fosse riuscito negl'anni precedenti a trovare il metodo per stimolare in modo efficace le menti recalcitranti dei suoi studenti e a portarli al minimo sindacale che ci si potesse aspettare da dei liceali, dopo un mese di lezioni se n'era andato verso lidi meno disagiati.

Alla maturità li avrebbe condotti il prof. Garofano, un anziano insegnante di italiano della scuola media prossimo alla pensione e che il Provveditorato aveva precettato per coprire la cattedra di latino nella sede staccata, dopo una serie di rifiuti da parte di altri docenti più esperti e titolati del buon Garofano. 

Sulle prime Giffoni, Brunelli, Remfutti, Barone e soci avevano accolto piuttosto bene le novità perché ai modi empatici ma severi che rendevano impegnative ma fruttuose le ore di latino con Bacello, le prime lezioni con Garofano furono uno sballo: il docente proprio mancava degli attributi necessari per tenere a bada quella falange di sfaticati buontemponi ed anzi sembrava fatto apposta per esaltarne ulteriormente "i talenti".

Si scambiavano e copiavano allegramente le versioni dai più volonterosi durante le prime verifiche, imbrattavano di gesso la cattedra che poi il docente, senza accorgersi di nulla, trasferiva sui suoi vestiti rientrando in aula insegnanti alle fine dell'ora completamente imbiancato e stravolto; oppure ancora chiudevano le imposte e le luci facendo cadere la classe nel buio del Tartaro dicendo all'arrivo del povero Garofano che era in corso un black-out elettrico, salvo poi accendere la luce dall'interruttore quando erano stanchi di rimanere tutti nell'oscurità, constatando l'ingenuità del docente che regolarmente cascava alle loro burle.

Ma se non loro, furono i genitori a preoccuparsi seriamente per la (im)preparazione che (non) stava maturando in vista dell'esame di maturità in quella materia che era attesa per la seconda prova scritta, senza possibilità di miracoli di sorta, com'era invece avvenuto con il greco a sorpresa escluso dalle materie d'esame dal Ministero. 

I più non persero tempo ed inviarono privatamente i pargoli a costose e continue ripetizioni pomeridiane con insegnanti esperti mentre altri, capitanati dal padre di Barone, rappresentante dei genitori per la sezione A, chiesero al Preside della sede centrale la rimozione "per inadeguatezza" del povero Garofano.

Il Preside inizialmente tergiversò, poi per non incorrere in qualche omissione e per placare in qualche modo gli animi, convocò un consiglio di classe straordinario alla presenza di genitori e studenti per verificare con il docente la situazione.

Fu una scena penosa, con Garofano che pareva un generale zarista, senza neppure difensore d'ufficio, al cospetto di un tribunale del popolo durante la rivoluzione d'ottobre, ma che alla fine non portò ad alcun risultato concreto: il Preside chiarì subito che la "rimozione" era manifestamente impossibile e la richiesta subordinata che alla commissione d'esame venisse sottoposta una relazione che discolpasse gli studenti della loro impreparazione, scaricandola su Garofano, venne bocciata dalla maggioranza degli stessi genitori. Quelli che avevano mandato i figli a costose ripetizioni non gradivano, infatti, quel tentativo di "colpo di spugna" che avrebbe messo sullo stesso piano tutti quanti.

Da lì in poi le versioni di latino che Garofano propose via via verso l'approssimarsi della maturità si fecero di una complessità crescente: sembrava avesse recuperato personalmente testi inediti direttamente da lapidi ed epigrafi portate per la prima volta alla luce dopo campagne di scavo tra le montagne delle antiche province romane dell'Asia Minore.

In una di queste prove, quando mancava una manciata di minuti alla consegna degli elaborati, Remfutti davanti al foglio bianco della propria verifica implorò Barone di passargli il testo della versione: "Ti prego, non so un cazzo, passami almeno qualche frase."

Barone, inizialmente recalcitrante a sostenere quel "grido di dolore" del compagno per timore di essere scoperto da un Garofano che si era fatto meno ingenuo rispetto ai primi mesi, alla fine decise di cedere alle ripetute suppliche di Remfutti, accorate come quelle di un alpino ferito durante la ritirata di Russia nei confronti dei compagni in fuga.

Remfutti,  con la velocità di un provetto stenografo della Camera dei Deputati ricopiò sic et simpliciter il testo della versione di Barone, consegnando insieme a lui gli elaborati allo scadere del tempo previsto, con l'espressione del cestista che con un tiro da metà campo infila il canestro della vittoria sul suono dell'ultima sirena.

Qualche giorno dopo Garofano procedette alla consegna delle versioni corrette con i relativi voti: Barone si era guadagnato un 5 mentre Remfutti gioì nel vedere un bel 6, iscritto a penna rossa alla fine della sua verifica, come Marco Tardelli dopo il gol nella finale di Madrid. 

Barone, invece incredulo come Ricky Albertosi trafitto da un'autorete di Comunardo Niccolai, volle confrontare la sua versione con quella di Remfutti; erano identiche, con gli stessi errori segnati in rosso, unica differenza il voto finale: insufficiente la sua, sufficiente quella di Remfutti.

Barone chiese immediatamente a Remfutti di andare con lui alla cattedra per contestare la palese iniquità a Garofano; la reazione del compagno fu risoluta, pari a quella di un partigiano catturato alla richiesta di delazione da parte del nemico: "Col Cazzo! Poi mette 5 anche a me!"

Barone divenne paonazzo, afferrò per il bavero Remfutti in una maniera che avrebbe fatto invidia all'Ispettore Tibbs nell'atto di iniziare l'interrogatorio ad un reticente bandito, e gl'intimò: "Tu senza di me avresti preso ZERO! Dico Zero! Adesso la smetti di fare lo stronzo e mi segui immediatamente da Garofano!"

Remfutti, letteralmente obtorto collo, acconsentì e seguì Barone alla cattedra dove questi, con il piglio di un maresciallo della Guardia di Finanza che ha appena scovato un giro di fatture false, sbatté i due fogli sotto il naso di Garofano: «I compiti sono identici, professore. Identici! Eppure a lui ha dato 6 e a me 5. Non è giusto!»

Garofano, che quel giorno portava un paio di occhiali con una lente tenuta vistosamente insieme da un giro di nastro adesivo ormai ingiallito, non si scompose. Sollevò lo sguardo, lo filtrò attraverso la plastica del nastro e, con una solennità da oracolo in pensione, rispose: "No, no, no Barone! Cos'è la Giustizia? Molti uomini illustri cercano oggi e hanno cercato in passato di darci una risposta, ma non sono mai riusciti a darcene una convincente; per cui, il tuo lavoro per me vale 5 mentre quello di Remfutti si merita il 6." 

Ancora più incredulo, facendo una fatica immonda per non passare alle vie di fatto, Barone chiamando in causa anche l'Altissimo, suo Figlio e la Madonna uscì dall'aula sbattendo la porta e nel corridoio trovò Cisterna, il professore di Italiano intento a fumare alla finestra.

«Barone! Che succede? Ti vedo agitato, sembra che tu abbia visto le Erinni.» «Professor Cisterna, Garofano ha commesso un’infamata! Mi ha messo 5 e a Remfutti 6 su due compiti uguali! È un'ingiustizia palese!»

Cisterna espirò una nuvola di fumo, guardandolo con la pietà che si riserva ai cuccioli troppo ingenui: «Barone, dai retta a me: non te la prendere, sei giovane, e nella vita i 5 vanno e vengono come le stagioni. Non cercare la Giustizia nei registri di classe, non la troverai. L'importante non è il voto, ma la salute.»

Fu la chiosa finale. Cisterna lo invitò a ricomporsi e a rientrare nell'arena, cosa che Barone fece, non prima di aver aggiornato l'elenco dei santi con qualche nuova e creativa aggiunta.







venerdì 2 gennaio 2026

LUDONAUTICHE AGAINST ALL ODDS

L'inizio dell'ultimo anno di Liceo al Marco Porcio Catone, divenuto nel frattempo non solo sede staccata del Ginnasio ma addirittura di tutto il quinquennio avendo acconsentito il Ministero all'introduzione anche dei 3 anni di Liceo, era stato funestato da una notizia tremenda per gli studenti della sezione A, chiamati alla fine di quell'anno a sostenere la temutissima maturità classica.

Non erano bastate ad infierire sull'umore quelle prime e piovose giornate di settembre che avevano reso ancor più traumatico il passaggio dal regno del fancazzismo più spensierato delle vacanze estive al dominio dell'Idra a sette teste costituito dal corpo docenti che avrebbe tormentato le loro giovani vite sino a giugno.

Non bastava neppure il pensiero della maturità da sostenere assieme ad una sezione della sede centrale, il vero e prestigioso Marco Porcio Catone, il "Classico" noto per essere la scuola superiore più selettiva della Lombardia, circostanza che li avrebbe esposti terribilmente ad un impietoso confronto con coetanei che non avevano subito, come loro, le imperizie di professori che sembravano essere stati reclutati con gli stessi criteri usati dai comandi nazisti per formare, con ogni soggetto abile dai 14 ai 70 anni la Volksturm nell'ultima, disperata, difesa di Berlino.

La vera notizia che aveva raggelato il sangue della sezione A era arrivata già il primo giorno di quel memorabile anno scolastico 1984/85: la professoressa di Greco era stata trasferita, a condurli verso la temutissima maturità ci sarebbe stata un'altra docente.

Era un vero e proprio dramma, perché la prof. Maria Antonietta Potter, la loro insegnante di greco sin dal Ginnasio era una simpatica vecchietta ormai prossima alla pensione di origini irlandesi con vista e udito "rivedibili" e che offrivano a tutti, oltre la garanzia all'uso galeotto di appunti e dizionari durante le versioni, anche la possibilità al paio di studenti degni di tale nome in tutta la classe, di distribuire urbi et orbi i loro elaborati ai meno compagni meno diligenti.

Il risultato che aveva preso forma era una classe che, a parte un paio di elementi dotati da madre natura e qualche altra mosca bianca che si immolava sui libri di testo, gran parte della classe era arrivata alla soglia della maturità classica senza i "classici" patemi che affliggono nello studio del greco antico tutti coloro che in età adolescenziale devono superare "gl'irti colli" dell'apprendimento della lingua di Platone e soci.

La notizia dell'arrivo di una nuova, giovanissima ed appassionata insegnante al posto della Potter, aveva provocato lo stesso sgomento provato dal Sergente Lorusso e dall'attendente Farina in "Mediterraneo", quando il tenente Montini traduce la scritta in greco, a caratteri cubitali, davanti alla spiaggia nel momento in cui Abatantuono e Cederna sbarcavano a Kastellorizo:

 Η Ελλάς θα γίνει ο τάφος των Ιταλών

I Ellàs tha gínei o táfos ton Italón - La Grecia sarà la tomba degl'Italiani.

Greco e Latino si alternavano per la prova scritta ed essendo l'anno precedente il Greco "uscito" come secondo scritto dopo il tema fisso d'Italiano, la lingua di Socrate era attesa nella rosa delle 4 che il candidato si sarebbe trovato all'orale, due delle quali una sarebbero state oggetto della prova davanti alla commissione, una scelta dal candidato stesso e l'altra indicata dalla commissione con scelta nota solo 24 ore prima. Una vera e propria roulette russa, perché nessuno l'avrebbe proposta come propria materia e quindi il risultato sarebbe stato che la commissione avrebbe scelto greco per almeno la metà dei maturandi.

La prima lezione di greco dell'anno era attesa nella sezione A con la stessa angoscia che possedevano Odisseo e compagni mentre nascosti nella grotta, attendevano di conoscere l'indole del ciclope al suo rientro nella sua spelonca.

La nuova e giovane insegnante spuntò dalla porta con passo sicuro e sorriso di circostanza, la prof. Enrichetta Maggioli, una ragazza sulla trentina che pareva la copia della maga Circe, esordì con un sinistro: "Buongiorno ragazzi! Sono molto felice di essere io ad accompagnarvi agli esami, siete la prima classe che porto alla maturità e perciò mi prodigherò in ogni modo affinché io e voi facciamo bella figura, se possibile meglio dei vostri coetanei della sede centrale!".

Seguì un silenzio simile a quello che avrebbe gelato una camerata di fanti lavativi del Regio Esercito all'annuncio dell'imminente partenza per il fronte russo.

Giffoni, il rappresentante di classe, s'incaricò di tentare una mossa simile alla presentazione di un certificato medico (falso) che esentasse quei fanti dal tragico destino; con voce da suadente paraculo argomentò: "Professoressa, a nome della classe le porgo il benvenuto e, sempre  rappresentando il pensiero dei miei compagni, credo che la professoressa Potter le abbia parlato molto bene di noi e del nostro profitto in tutti questi anni." La Maggioli annuì sorridendo e aggiunse: "Si, esatto, mi ha proprio detto che siete una classe largamente sufficiente, con punte di eccellenza." I volti degli studenti si fecero sempre più preoccupati, Giffoni gettò la maschera sperando di giocare il jolly vincente: "Bé, non è vero niente; sempre a nome della classe, le confido che in tutti questi anni abbiamo ingannato la prof. Potter, il nostro livello è decisamente scadente e quindi le chiediamo di ripartire ripassando le basi e di tenerne conto nelle valutazioni durante l'anno." Il viso della Maggioli fu quasi deformato da un ghigno, se la maga Circe fosse realmente esistita probabilmente avrebbe avuto le stesse fattezze nel momento in cui i compagni di Odisseo mutavano in porci. "Si sieda, non diciamo sciocchezze". La classe iniziò a rumoreggiare, come un'insieme di condannati a morte che tentano l'ultima disperata arringa per muovere a compassione la giuria e la Maggioli, obtorto collo, per placare gli animi fu costretta ad una concessione. "Va bene, tra una settimana vi farò un test d'ingresso per valutare come siete realmente messi, ma vi avverto: sarà con voto e il voto farà media per gli scrutini del primo quadrimestre." 

"Peggio il tacon del buso", disse Brunelli con aria di rimprovero a Giffoni, il quale nel frattempo cercava di dar valore al risultato della sua mediazione.

Molti, mossi da quel che rimaneva del loro amor proprio si diedero da fare per limitare i danni, altri aspettarono con rassegnazione il test, tra cui Remfutti, che passò tutti i pomeriggi prima della verifica a giocare a bigliardo ai "Birilli Bevuti", fu quello che assunse la posizione più radicale: "Non si può pensare di recuperare lacune ancestrali con qualche pomeriggio di studio scalmanato. Domani, mi affiderò alla fortuna, domani vedremo il mio culo!"

Arrivò l'indomani e con esso la temutissima valutazione di greco: un test di 30 domande a crocette con 4 possibili soluzioni su cui barrare la risposta esatta." 

Tutta la classe lavorava con grande impegno ed il silenzio era rotto solamente da alcuni rumori che provenivano dal banco di Remfutti, il quale, volgendo lo sguardo altrove faceva cadere a casaccio la penna su una delle possibili soluzioni come un pendolino magico.

Consegnò il test dopo dieci minuti, tra la sorpresa generale, soprattutto quello della Maggioli che gli chiese: "Remfutti?! Già finito? Era così facile?" 

"Professoressa, nella vita bisogna avere le idee chiare." Replicò Remfutti uscendo dall'aula con fare scanzonato.

La settimana seguente arrivò l'esito del test.

La professoressa Maggioli si sedette alla cattedra e con aria grave annunciò: "Vi chiamerò da me uno alla volta partendo da chi ha avuto il voto più alto. Iniziamo da Belletti: 6 e mezzo."

Silenzio simile alla banchisa polare.

La Maggioli proseguì. "Faraone: 6+... Pistarelli 6... Giffoni 6-... e poi iniziò una lunga sfilza di insufficienze sempre più gravi che pareva lunga come la teoria dei Santi Martiri che ornano le navate della basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna.

Quella discesa verso gli inferi infine si fermò con l'ultima chiamata: Vallone, 3 e mezzo.

"Ragazzi, c'è poco da dire, vi aspetta un supplemento di duro lavoro tra qui e giugno se volete essere ammessi alla maturità e poi essere in grado di superarla." Chiosò sinistramente la Maggioli terminata quella conta che aveva lasciato più morti che feriti.

Dall'ultimo banco la voce squillante di Remfutti squarciò la tetra atmosfera in cui era sprofondato l'umore della classe: "Professoressa! Si è dimenticata di me? Non mi ha chiamato...".

La Circe-Maggioli contorse il viso in una smorfia sarcastica che avrebbe fatto invidia alla maga mentre osservava Odisseo che le domandava che fine avevano fatto i compagni, in mezzo a dei porci che grugnivano.

Poi, con la glaciale, tragica freddezza di una Medea nel momento che matura la decisione di sterminare i suoi figli, soddisfò la richiesta del ragazzo, abile nei giochi di fortuna.

"No Remfutti, non mi sono dimenticato di te, solo che non so come valutare la tua prova: 2 risposte esatte su 30; applicando il criterio di valutazione sei tra lo zero e l'uno, se tu avessi fatto la verifica affidandoti al caso avresti avuto maggiori probabilità di ottenere qualche punto in più. Ho deciso di metterti il voto più basso raggiunto dai tuoi compagni: 3 e mezzo."

La classe esplose in una risata, decisamente sguaiata tra i compagni più stretti di Remfutti tra i quali, più di qualcuno che era solito perdere regolarmente a carte contro di lui a causa nella sua capacità quasi magica di calamitare le briscole e i settebello nei momenti giusti, esclamò compiaciuto: "Grande Zeus! Allora gli Dei esistono!"

Seguirono mesi di lacrime e sangue (e tante partite a briscola, biliardo e tre sette per Giffoni, Brunelli Tito e Cesare, Remfutti e Barone) nei quali le insufficienze continuarono a fioccare come la neve sui monti dell'Alaska e facevano presagire per la maturità un numero di caduti nella sezione A del Marco Porcio Catone, sede staccata, superiore in percentuale a quelli patiti della 101ma divisione aviotrasportata americana nell'inferno delle Ardenne nel dicembre 1944.

Ma la Dea Fortuna e Mercurio, divinità protettrice anche di ladri e impostori, avevano in serbo il colpo di teatro finale che non t'aspetti e tali da costringere anche le Moire a disfare e rifare il destino che avevano già tessuto per quegli sventurati incoscienti della sezione A.

Al ritorno in Italia dalla gita scolastica nel mese di aprile, una settimana in Grecia dove avevano oltraggiato tutte le divinità del Pantheon e invocato l'Oracolo a Delfi accompagnati naturalmente dalla Professoressa Maggioli, appresero che il Ministero aveva emanato la circolare con le materie oggetto della maturità.

Prove scritte: Italiano e Latino. (come da pronostico).

Prova orale: Italiano, Filosofia, Lingua Inglese e... Storia dell'Arte!!

Rilessero increduli più e più volte l'elenco dell'orale fino a che fu proprio la Maggioli a confermare: per la prima volta nella storia dell'esame alla maturità classica non era uscito il Greco!

Seguirono scene di giubilo simili a quelle viste nelle caserme del Regio Esercito all'annuncio di Badoglio l'8 settembre 1943, con i militi pronti ad abbandonare i reparti considerando l'armistizio come la fine delle ostilità. Il tutto sotto lo sguardo incredulo e stupefatto di Circe-Maggioli, davvero pari a quello che la maga deve aver assunto nel vedere che la sua pozione magica non aveva nessun effetto su Odisseo, rimasto umano e non tramutato in un porco come i compagni prima di lui.

Alla fine l'unico caduto fu Vallone che, nonostante il miracolo, aveva oziato molto più dei cartaginesi a Capua e non fu ammesso alla maturità; tutti gli altri conseguirono il diploma all'esame dimostrandosi dei grandissimi storici dell'arte (e del culo).









martedì 30 dicembre 2025

O SCRITTO ... O MUERTE!

Lombardia, giugno 1981, località di cui è pietoso tacere anche il nome.

L'edificio che un tempo ospitava la filanda odorava ancor oggi di vecchio, olio e cartone. Soffitti altissimi, travi arrugginite, infissi che gemevano come vecchi sospiri, termosifoni che sputavano un calore incostante e rabbioso. Ancor oggi, che dopo lunghe battaglie della comunità del piccolo comune era diventato la sede di un Ginnasio, sezione staccata del prestigioso Liceo-Ginnasio “Marco Porcio Catone” del capoluogo di provincia. Banchi storti, sedie traballanti, cattedre zoppe, materiale didattico inesistente. Professori recuperati qua e là, come frutti caduti da alberi stranieri.

Ultimo giorno di scuola di quel primo anno scolastico nella sede staccata del "Marco Porcio Catone", che sarebbe stato sicuramente contento di cotanta frugalità in quel baluardo d'istruzione classica..

Vincenzo Fissore entrò nell'aula dove era sistemata alla bell'e meglio (o peggio?) la sezione a della IV Ginnasio. Massiccio, irsuto, testa piccola, gote ampie come palloni da basket, tempie minute, sopracciglia concentriche, occhi piccoli e scattanti come moscerini impazziti. Sembrava la copia umana esatta della maschera greca della commedia che i suoi svogliati studenti trovavano a ripetizione nel temutissimo libro di greco; chissà, forse per quella caratteristica somatica il Provveditorato l'aveva recuperato per insegnare Scienze Naturali al "Classico" in quella parte della Magna Grecia che oggi chiamiamo Daunia. Si esprimeva in un italiano tutto suo, burbero ma dal cuore d’oro, e quel giorno aveva in mano la lista dei recuperi come una clava sacra.

Si sedette sulla cattedra e con fare solenne, come un generale spartano che deve scegliere i guerrieri da inviare contro il nemico per una missione suicida, iniziò a chiamare i disperati che dovevano evitare l'insufficienza nella sua materia. 
"Alice Birgenz" fu il primo nome che riempì quel silenzio carico di tensione, rompendo la dolorosa attesa dei condannati..
«Prof… posso fare un test scritto? Ho difficoltà emotive…»
 Così con voce tremante la minuta e timida Birgenz, giunta qualche anno prima dalla vicina Svizzera e che i genitori avevano sconsideratamente iscritto al Ginnasio nonostante il chiaro deficit linguistico, tentò di muovere il "ciclope" Fissore a compassione. 
Fissore annuì, lento come un orso in letargo: «Bene. Prendesse il banco e andasse in fondo, qui le domande scritte.» Alice tremava, spostò il banco, si sistemò, iniziò a scrivere come una minuscola formica impaurita.

Poi venne il turno di Renzo Polacco, studente che cercava nell'ultimo mese di recuperare degli "Ozi di Capua" che si erano trascinati troppo a lungo, il quale con più coraggio chiese: «Anch’io, prof… test scritto?»
Fissore, di malavoglia e sbuffando, ma che non poteva negare un diritto appena concesso: «E vada, Polacco. Prendesse il banco, andasse lontano da Birgenz, dietro l’attaccapanno.» Polacco si mosse, già armeggiando con foglietti nascosti, gli occhi sgranati come se stesse sfidando il destino.

Seguì Albino Tauri, il più svogliato di tutti, che alle gesta e ai miti degli Eroi omerici preferiva quelli delle "sacre scritture" in rosa della Gazzetta dello Sport, abile solo nel fornire ogni volta giustificazioni fantasiose ed improbabili per motivare l'impreparazione o la richiesta di rinviare le interrogazioni.
«Tauro…» Tuonò Fissore, che tra le tante cose, rendeva al singolare i cognomi plurali.
«Prof… posso rimandare? Non ho più gli appunti e i compagni non me li hanno dati…»
Fissore lo fissò sgranando le pupille e sbuffando come un mantice, poi sollevò la mano grossa indicando con le quattro dita possenti l'esito inequivocabile dell'inopinata richiesta: «Tauro, resti pura al posto. Ci vedremo a Canossa.» Tauro non si scompose più di tanto, con l'attegiamento dell'ergostolano a cui comunicano un'altra condanna a sei mesi di arresti domiciliari.

Arrivò il turno di Violetta Pin che, con sfoggio di non comune dignità e preparata al suo destino, uscì dal banco senza discutere, scivolò alla cattedra non appena il professore aveva lanciato nell'aria il suo nome. Fissore inspirò, occhi piccoli e mobilissimi parve calmarsi: tensione calata di qualche grado.

Ultimo, Tito Brunelli, il furbo fancazzista, il prototipo dello studente in possesso di capacità tali che con un impegno al di sotto del minimo sindacale potrebbe eccellere in tutte le materie.
«Brunello Tito!» intimò Fissore con voce possente.
«Anch’io faccio il test scritto!» replicò a stretto giro Brunelli, spostando il banco verso il fondo con la sicurezza e la fretta di un montatore di cucine IKEA che entra in casa del cliente per finire il prima possibile l'opera da contratto.

In classe più di qualcuno emise qualche risolino, altri guardavano fissore preoccupati come abitanti di Pozzuoli che vedono uscire all'improvviso una colonna di fumo nero dal Vesuvio. 

Fissore scoppiò come un vulcano:
«Test scritti non se ne fanno più!!! Birgenz, Polacco, Brunello alla cattedra!»

Polacco tentò di opporsi: «Ma prof… difficoltà emotive…»
Fissore, rosso come peperone bollito, urlò: «Ho detto che compiti scritti non si fanno più! Polacco fuoorriiiii!»

I tre malcapitati si avvicinarono. Tutti guardavano Brunelli come si sarebbe potuto guardare Einrich Himmler dopo la cattura. Fissore li interrogò. Regnò mutismo e tanta rassegnazione. Insufficienti. Tutti.

La settimana dopo vennero appesi sulla porta scalcinata del "Liceo-Ginnasio" Marvco Porcio Catone - sede staccata gli esiti degli Scrutini.

Violetta Pin: bocciata
Alice Birgenz: bocciata
Albino Tauri: bocciato

Renzo Polacco: rimandato a settembre in Latino, Greco, Matematica e Scienze Naturali, 
Tito Brunelli: rimandato a settembre in Greco e Scienze Naturali.

La Filanda-Ginnasio rimase poi silenziosa con i suoi banchi storti, le sedie traballanti come alberi scheletrici fino ai settembrini esami di riparazione Il Sole tormentava gli infissi sofferenti e un colpo di vento si portò via i foglietti malandrini che dovevano aiutare Polacco nel test scritto e che il ragazzo gettò all'aria per rabbia dopo il suono della campanella che seguitava quell'infausto ultimo giorno di scuola.

Fissore, occhi piccoli ma acuti, gote grandi, tempie minute, sopracciglia concentriche, cuore d’oro, si voltò e vide il mondo ridicolo e sgangherato davanti a sé: studenti insufficienti, banchi che cadevano, termosifoni che sputavano fuoco e fumo durante l'inverno, sospirò e disse tra sé:

«Ecco… il Ginnasio. Il Catone. La vita.»

P.s.: Polacco non si presentò agli esami di riparazione, abbandonò la scuola e trovò lavoro come commesso in paese, conquistando nel tempo il diritto alla meritata pensione. Brunelli si presentò a settembre, superò gli esami e conseguì nei termini quattro anni dopo, con il minimo dei voti previsti per legge, la maturità classica e facendo perdere le sue tracce.

Le leggende metropolitane narrano di milioni di dollari poi accumulati in Sudamerica.




lunedì 22 dicembre 2025

ADDIO ALLE ARMI: FINALE COL BOTTO

Negli anni '70 del novecento nella nota località friulana occupata dai 3000 militari di leva, per la gran parte dei ragazzini in età di frequenza della scuola elementare servire la Santa Messa domenicale era un obbligo che pareggiava quello scolastico.

Alla domenica mattina erano previste ben 5 funzioni nel solo Duomo: 8.30, 9.30, 10.30, 12.00 e 18.00, senza contare che nelle altre chiese parrocchiali nel solo centro cittadino (San Pietro ai Volti - Borgo San Pietro, San Valentino - Borgo San Domenico, San Martino - Borgo di Ponte, San Giovanni in Xenodochio - Borgo Duomo e San Biagio - Borgo Brossana) "andavano in onda" altrettante celebrazioni ad orari mattutini.

Non solo le chiese si riempivano di fedeli, ma il numero dei sacerdoti era tale da garantire un officiante diverso per ogni rito e un'adeguata coda di chierichetti ad assisterlo e tutti rigorosamente di sesso maschile.

Ne cito, a memoria, solo alcuni: il temuto Arciperte Don D'Agosto, Mons. Corrado Puppa economo capitolare e già Arciprete, Don Claudio Snidero incaricato per il Ricreatorio, Don Mesaglio per Borgo San Domenico, Don Pietro Moratto per Borgo San Pietro, Don Danilo Puntel per Borgo di Ponte più altri due ottuagenari Monsignori membri dell'Insigne Collegiata di Santa Maria Assunta, di cui ho sempre ignorato il nome.

Senza considerare che era ancora abitato dalle Madri Orsoline il Convento di Santa Maria in valle: insomma i 7.000 abitanti del centro storico avevano solo l'imbarazzo della scelta.

La messa delle 9,30 in Duomo era quella "principale" per la comunità, quindi la più affollata dalle famiglie al completo e celebrata dall'Arciprete, quella delle 10,30 officiata da Mons. Puppa era il rituale solenne accompagnata dall'organo, cantata dal coro, con molte parti in latino e frequentata dalle persone più anziane mentre quelle delle 12,00 e delle 18,30 erano affidate di prassi a Don Claudio e destinata ai "ritardatari".

I chierichetti venivano reclutati al catechismo e avevano una stanza a loro dedicata all'interno della Sagrestia del Duomo, dove negli armadi erano riposte in ordine il camice nero e la cotta bianca di ciascuno che periodicamente venivano portate a casa per il lavaggio a cura delle famiglie.

Esisteva una vera e propria gerarchia: i più anziani (ragazzi di quinta elementare) decidevano fra loro chi ne era "il capo" e i suoi sostituti, che avevano il compito di scegliere i ruoli da svolgere durante la messa e soprattutto a quale messa i più piccoli potevano servire.

Solo i più anziani erano ammessi infatti a partecipare alla Messa solenne delle 10,30 e a stabilire i ruoli per la Messa dello Spadone, il vero e proprio Mundial, a cui aspirava ogni chierichetto.

Perchè? Presto detto.

La Messa dello Spadone del 6 gennaio era l'unica che si celebrava sull'altare maggiore, riempiva il Duomo all'inverosimile con la presenza delle autorità civili e militari tra i fedeli e spesso del Vescovo come officiante e i chierichetti erano incaricati di portare l'Elmo piumato, lo Spadone del Patriarca Marquardo di Randeck e l'Evangelario che conteneva le liturgie medioevali, oltre che la croce e i candelieri che aprivano il corteo ed il turibilo dell'incenso e la "navicella" che conteneva i grani dell'essenza da utilizzarsi per le benedizioni della folla sottostante.

Tutti gli occhi dei presenti erano addosso e l'evento era tra i più sentiti da parte della comunità, esserne partecipi come protagonisti era fonte di orgoglio sicuro per dei ragazzini tra i 6 ed i 10 anni, anche perchè, ripeto, a quel ruolo si arrivava dopo una lunga gavetta, servendo le funzioni meno "nobili" di tante celebrazioni ordinarie.

Oltre che riuscire a farsi ben volere dai capi "anziani": una vera propria palestra di vita, insomma.

Ma occupiamoci ora della Messa solenne delle 10,30, perchè far parte della "squadra" di chierichetti che accompagnava quella celebrazione voleva dire giocare "in prima squadra": i posti erano limitati a 5 e 2 riservati sempre al Capo e al ViceCapo oppure, in loro assenza, da chi era stato scelto da questi due in via preliminare.

La verità è che non si trattava solo di "prestigio", c'erano delle motivazioni più laiche e prosaiche per rispettare quella stretta gerarchia sottoponendosi al rituale più lungo e soprattutto con lunghe, interminabili, parti cantate in latino.

La prima che riguardava i due posti ad appannaggio esclusivo del capo e del vicecapo, ovvero l'incarico di portare il turibolo dell'incenso e la navicella contenenti i granelli, compito che permetteva ai due chierichetti di ritirarsi per gran parte della funzione all'interno della sagrestia ed uscire nel duomo solamente nelle parti in cui era richiesto l'uso dello strumento.

Gli altri tre chierichetti, invece, incaricati di portare il crocefisso ed i candelieri, una volta riposti nei luoghi deputati gli oggetti all'inizio della funzione, per il resto dovevano rimanere seduti accanto ai prelati per tutto lo svolgimento della Messa, aiutando il celebrante solo al lavaggio delle mani durante una precisa fase del rituale eucaristico.

Era, però, il secondo motivo quello più importante: il celebrante della Messa solenne era Monsignor Puppa, colui che si occupava anche della gestione del Cinema Parrocchiale - il "Ducale" - in piazza Picco e premiava i chierichetti firmando alla fine della funzione un cartoncino che consentiva al portatore di entrare gratis alle proiezioni, ma solo a coloro che partecipavano alla funzione delle 10.30.

Si può intuire la portata clamorosa di tale privilegio: gli anziani più scaltri, quando non c'era un film di loro interesse, cedevano l'autorizzazione non nominativa ai più giovani, dietro pagamento del 50% dell'ordinario prezzo del biglietto oppure a mezzo di dazione di altre utilità (caramelle, gomme da masticare o qualche giornaletto).

Orbene, se il lettore sarà sin qui giunto superando la disamina ecclesiastica, gli regaliamo una perla che Giffoni e Remfutti seppero confezionare dopo aver maturato l'anzianità  e compiuto tutto il cursus honorum necessario ad arrivare alle più alte cariche del gruppo chierichetti del Duomo di Santa Maria Assunta: da semplici figuranti nella chiesa del loro borgo sino all'incarico del turibolo e alla navicella della Messa dello Spadone e di quella solenne delle 10.30. 

E dopo aver visto tutti i film proiettati al Cinema Ducale: da "Gli Aristogatti" a "I cannoni di navarone", passando per tutto il ciclo di Bud Spencer e Terence Hill e molto altro ancora.

Il loro tempo stava per scadere, l'onorato servizio in camice e cotta oramai incominciava a stare stretto in ragione dell'età e dei nuovi interessi meno ecclesiastici e così i momenti da passare soli all'interno della sagrestia mentre all'esterno si svolgeva la Santa Messa, sempre più lunghi e noiosi, misero in moto la curiosità ed il gusto di violare le regole di quel luogo santo: tipo inondare d'incenso il locale triplicando le dosi, oppure curiosare in ogni angolo fino alla scoperta dei cassetti in cui venivano conservate le particole ancora da consacrare.

Ma quella domenica mattina non fu sufficiente: Remfutti, che prima di arrivare in Duomo aveva comperato una scatola di petardi in cartoleria, volle fare un test chimico per cui, osservando l'interno del turibolo dell'incenso dove ci stavano carbonelle incandescenti chiese a Giffoni: "Ma secondo te, se ci metto un petardo, la miccia prende fuoco?". Giffoni lo guardò tra l'incredulo ed il divertito: "Ma è ovvio che succeda". Remfutti non era per niente convinto e così, nonostante il tentativo di Giffoni - blando per la verità  - di farlo desistere, lanciò all'interno del turibolo un paio di petardi.

In un attimo le micce iniziarono la combustione e così, Remfutti, preso dal panico reagì d'istinto facendo l'unica cosa da non fare: soffiare sulle micce, nel tentativo, inutile e dannoso, di spegnerne la combustione ma con il risultato di accorciare i tempi di reazione e di contatto tra le scintille e la polvere pirica.

Fu un botto clamoroso che rimbombò ancora più forte grazie alla eco provocato dal soffitto della sagrestia e tutto il contenuto del turibolo si sparse al fuori di questo e, naturalmente, il botto venne percepito forte e chiaro anche all'interno del Duomo, mentre Monsignor Puppa blandiva i fedeli durante l'Omelia. 

Don Mesaglio si precipitò subito in sagrestia e trovò, oltre alla stanza inondata dal fumo ed il profumo dell'incenso che mascherava quello del petardo, Giffoni e Remfutti intenti a far sparire i resti delle carbonelle uscite dal braciere del Turibolo e chiese subito. "Ma cos'è successo? Cosa state facendo?".

Giffoni restò muto, incapace di abbozzare una qualsiasi risposta mentre Remfutti, con un'espressione simile a quella del Gatto degli stivali della saga di Shreck, con aria innocente e preoccupata replicò: "E' scoppiata una carbonella nel turibolo, dev'essere stata difettosa".

Don Mesaglio rimase in silenzio, poi con aria di rimprovero sentenziò:"Vi ho detto mille volte che voi due ne mettete troppe, esagerate anche con l'incenso e passate troppo tempo in Sagrestia. Mettete a posto il turibolo e poi venite subito fuori a seguire la Messa."

Giffoni e Remfutti eseguirono l'ordine con diligenza e si resero conto che la loro carriera ecclesiastica era finita: terminata la celebrazione appesero cotta e camice al chiodo.

Anche perchè, con sincronismo quasi sovrannaturale, era giunta la notizia che di lì a poco il Cinema Ducale avrebbe chiuso i battenti.




  

venerdì 19 dicembre 2025

LA GUERRA DEI FOLKS

Nel centro della cittadina c’era una grande casa abbandonata con annesso parco recintato da un alto muro di cinta da cui si poteva accedere dalle abitazioni di Giffoni e Gambero attraverso una porta comunicante tra le diverse proprietà.

Per Giffoni, Gambero e la loro stabile “compagnia di giro” formata in estate da Remfutti, Leonardo, Romano, Fruzzo, Nobil Homo, Pizzicagnolo e altri di cui è “pietoso evitare anche il nome”, quel luogo era magico: magico come poteva esserlo per ragazzini della scuola media sempre insieme e alla ricerca di “fare esperienze” e divertirsi.

Nelle stanze abbandonate e pericolanti di quel casolare si svolsero, tra mille altre cose, cruente battaglie con cerbottane di materiale plastico e munizioni costituite da bacche rosse selvatiche e sessioni di “nascondino” in cui chi veniva designato alla ricerca dalla “conta” era destinato a vagare senza speranza di scorgere i compagni che potevano celarsi ovunque, data l’esistenza di infiniti nascondigli che offriva l’enorme costruzione.

La casa inoltre offriva gli spazi ideali per nascondere ciò che i genitori non avrebbero mai tollerato e la cui scoperta avrebbe decretato tremende punizioni, sulla falsariga dei supplizi che gli Dei pagani applicavano ai mortali quando si macchiavano di βρις: per spiegazioni domandare a Sisifo, Prometeo o agli sventurati compagni di Odisseo.

I nostri giovanissimi “eroi”, infatti, vi celavano i pacchetti di sigarette acquistati di nascosto e i materiali cartacei rigorosamente V.M. 18 che venivano “recuperati” durante le annuali raccolte della carta organizzate dalla Parrocchia; i pacchetti di sigarette di ciascuno trovavano comodo alloggio negli interstizi di alcuni mattoni forati e il materiale hot all’interno di una vecchia stufa abbandonata.

Insomma, un vero e proprio circolo ellenico, dove si condivideva il tabacco e la scoperta del proibito in lunghe sessioni collettive, tra il fumo delle sigarette, l’ambiente gotico, l’odore della polvere e tante tante risate; quel club per soli uomini chiuse i battenti quando un giorno, all’interno della stufa, si trovarono solo le ceneri del “prezioso”  materiale e molti iniziarono a lamentarsi che il numero delle sigarette all’interno del proprio pacchetto fosse misteriosamente diminuito.

E che dire del parco? Sempre i nostri “eroi” lo avevano trasformato nello stadio Monumental di Buenos Aires per rifare il Mundial 78 ed esserne loro i protagonisti, con tanto di coppa del mondo  realizzata da Gambero utilizzando un bicchiere, il Dash e una boccia di plastica; oppure ancora nello stadio Lenin di Mosca per disputarvi le olimpiadi tra di loro con tanto di set per il salto in alto.

Per non dire delle infinite partite a monopoli, a carte e persino a ping-pong, utilizzando un vecchio e pesante  tavolo in legno.

Un luogo magico, davvero, dove consumare l’inizio dell’adolescenza tra pari senza la presenza degli adulti.

Un bel giorno, però, spuntò una rete metallica e la porta comunicante fu sbarrata e nel giro di una settimana sorse un cantiere con tanto di impalcature, betoniere ed escavatori vari e, soprattutto, severamente “vietato ai non addetti ai lavori”.

Per Giffoni, Gambero e soci fu una mazzata, uno shock: sfrattati dal loro “paradiso” da un giorno all’altro, senza preavviso di sorta.

I nostri “eroi” naturalmente non vollero subire passivamente quella tragedia epocale che coincideva per molti di loro, guarda caso, con il passaggio alla scuola superiore e così decisero di porre in atto tutta una serie di azioni ardite che vendicassero la fine inopinata di quella spensierata fase della vita.

Azioni che consistevano nell’entrare di nascosto durante le pause di lavoro nel cantiere e rilasciare liquidi organici sul sedile dell’escavatore o  all’interno delle betoniere, preventivamente riempite di sassi provocando il feroce “disappunto” da parte delle maestranze al ritorno sul posto di lavoro.

Nonostante il disappunto si facesse sempre più aggressivo e minaccioso, Giffoni e soci non demordevano da quella che ritenevano di combattere per una causa giusta e meritevole, come i crociati guidati da Goffredo di Buglione e Riccardo Cuor di Leone nella lotta contra i Mori in Terra Santa.

Così, invece di rassegnarsi, venivano escogitate azioni sempre più ardite con l’effetto di alzare il livello della tensione con gli operai del cantiere, tra cui spiccava per pericolosità un anziano (ai loro occhi) operaio che avevano denominato “Rosso di Vino” per il volto perennemente arrossato, con i capillari che sembravano pronti ad esplodere da un momento all’altro.

Il climax di quella “Guerra Santa”  venne raggiunto quando in un’edicola locale vennero messi in vendita dei petardi che, sorretti da una piccola asta di legno, una volta che la miccia bruciando veniva a contatto con la polvere pirica, si trasformavano in una specie di razzetti che poi facevano il botto ad una ventina di metri di distanza.

Giffoni e soci accolsero la novità come lo stato maggiore della Luftwaffe alla scoperta delle V1 e delle V2 durante la fine della Seconda guerra mondiale: si fece subito incetta di quei petardi facendo fronte comune con le misere paghette settimanali di ciascuno e si procedette ad un acquisto collettivo di una cinquantina di Folks (così erano denominati dal produttore che li aveva messi in vendita).

A stretto giro dal rifornimento, il cantiere si trasformò nel Donbass sotto attacco missilistico russo: gli operai esasperati più dell’esercito ucraino reagirono lanciando la malta con le cazzuole all’indirizzo delle “rampe di lancio”, con l’intento di raggiungere i “commandos” una volta per tutte.

Il fuggi fuggi fu generale e tutta la “banda” si ritrovò dopo la fuga scoordinata nei pressi della caserma che ospitava un Battaglione di fanteria meccanizzata.

Condivisa tra lazzi e risa la bravata ma constatato che erano ancora diversi i razzetti inutilizzati nell’attacco interrotto al cantiere, il solito di cui è “pietoso non fare neppure il nome” propose di chiudere in bellezza il pomeriggio sparando oltre il muro della caserma le rimanenze.

Non tutti furono convinti della bontà dell’operazione ma si sa,  da che mondo è mondo, le ragioni di chi “la vuole fare fuori dal vaso” hanno sempre un fascino superiore alla voce della ragione e così si procedette al lancio, confidando nell’impunità garantita dall’aver occultato per bene il luogo del lancio.

Non passarono neanche 5 minuti dall’avvio dell’attacco proditorio: una macchina della Polizia di Stato comparve nei pressi degli “artificieri” e gli agenti, subito compreso che non si trattava di qualche banda armata ma solo di quattro ragazzini deficienti,  uscirono dal mezzo indirizzando ai ragazzi il più classico dei: “Ma che cazzo fate?”

Silenzio tombale.

“Questi li consegnate a noi”, proseguì l’anziano poliziotto, “e andate subito a casa senza favi più vedere e tu invece, che sei il più grande, mi dici come ti chiami e dove abiti”.

Giffoni non era il “più grande” ma solo il più alto e fu costretto a dare le generalità agli Agenti, che poi prelevata l’artiglieria e caricata in macchina, lasciarono i ragazzi al loro destino.

Giffoni non osava rientrare in casa quella sera, furono ore di angoscia tremenda, nella mente si accavallavano scenari apocalittici: suo padre avrebbe attuato sanzioni peggiori di quelle che molti anni dopo la UE avrebbe imposto alla Russia, non prima,  però, di averlo gonfiato di botte come un canotto.

Prese coraggio e allo scoccare dell’ultima ora possibile per rientrare in casa senza che scattassero le punizioni ed i rimproveri genitoriali, varcò la porta della cucina nel momento in cui la madre serviva la cena a tutti i familiari raccolti intorno al tavolo.

La reazione sorprese Giffoni.

Il padre gli rivolse solo un generico: “Non ti pare un po’ tardi per rientrare in casa? Dove sei stato fino adesso”.

Null’altro.

Giffoni rispose genericamente. Il padre, probabilmente stanco per gli impicci della sua giornata lavorativa, non andò oltre.

Evidentemente i poliziotti avevano compreso che si trattava solo di una sciocca bravata di ragazzini di paese mai visti prima, probabilmente pericolosi solo per sé stessi e che la comparsa della divisa e la minaccia di intervenire presso le famiglie poteva bastare per rimetterli in riga.

Temo che, qualche decina di anni più tardi, ben diverso sarebbe stata la reazione del mondo degli adulti ed il conseguente destino di Giffoni e soci. 






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