giovedì 27 marzo 2025

CRISTALLI E VITE ESEMPLARI VERSO SAN PIETROBURGO



Il treno scivolava silenzioso tra le pianure innevate. Dai finestrini, Mosca era ormai un ricordo lontano, e la notte russa, con le sue stelle fredde e distanti, avvolgeva ogni cosa. Andrej sedeva accanto al finestrino, il cappotto stretto addosso, mentre la carrozza ondeggiava dolcemente sul binario.

Davanti a lui, un uomo sulla cinquantina leggeva un libro di Dostoevskij con la fronte aggrottata. Indossava un vecchio cappotto ben curato, il segno di chi, pur senza grandi mezzi, aveva dignità. Forse era un insegnante o un uomo che aveva visto giorni migliori. Più in là, una giovane donna, con i capelli raccolti in una treccia spessa, scriveva su un taccuino consunto, mordicchiando il cappuccio della penna. Ogni tanto si fermava, sospirava, poi riprendeva. Che cosa stava annotando? Forse lettere che nessuno avrebbe letto o un romanzo che nessuno avrebbe mai pubblicato.

In un angolo, un uomo sulla sessantina fissava il vuoto con le mani giunte tra le ginocchia. Aveva il volto scavato, i capelli radi, lo sguardo stanco. Qualcuno che aveva combattuto una battaglia - forse più di una - ma che non era certo di averla vinta.

Andrej li osservava con la discrezione di chi ha sempre preferito essere spettatore piuttosto che protagonista. Aveva trascorso la vita a distinguere chi ce l’aveva fatta da chi aveva fallito. Ma cosa significava davvero “farcela”? Il lettore di Dostoevskij, la scrittrice silenziosa, l’uomo sconfitto: ognuno di loro portava con sé una storia unica. Forse non avevano raggiunto la grandezza, ma non per questo la loro vita era meno degna di essere vissuta.

Fu allora che notò il fenomeno sul finestrino. Il ghiaccio si stava formando in sottili venature, ramificandosi con una logica misteriosa. Alcuni cristalli si disponevano in disegni armoniosi, quasi floreali; altri invece si spezzavano, si interrompevano bruscamente, come percorsi incompleti. Avvicinò il dito e lo passò su una delle linee ghiacciate: la traccia si dissolse immediatamente, lasciando solo una chiazza di condensa.

Restò ad osservarlo, ipnotizzato. Ogni formazione di ghiaccio era unica: alcune sembravano solide, altre fragili; alcune raggiungevano la perfezione, altre si interrompevano senza una ragione apparente. Ma tutte esistevano, tutte facevano parte dello stesso fenomeno, della stessa vita effimera sul vetro.

E comprese. Gli uomini erano come quei cristalli: alcuni sembravano tracciati da una mano sicura, diretti verso il successo, altri si interrompevano inaspettatamente, senza completare il loro disegno. Ma nessuno di loro era privo di significato. Anche la più piccola delle linee, anche la più imperfetta, aveva avuto il suo posto per un istante, aveva inciso la propria esistenza sul vetro.

Il treno rallentò. Le prime luci di San Pietroburgo apparvero all’orizzonte, tremolanti come riflessi sull’acqua. Le guglie dorate si stagliavano contro il cielo ancora scuro, mentre i ponti sulla Neva emergevano nella foschia del mattino. La città, con la sua storia di grandezza e decadenza, gli parve il simbolo perfetto di ciò che aveva appena realizzato: un luogo di trionfi e rovine, di sogni realizzati e occasioni mancate, dove ogni esistenza aveva lasciato una traccia.

Quando il treno si fermò, Andrej scese con passo misurato. L’aria gelida gli punse il volto, il respiro si trasformò in nuvole bianche. Si fermò un attimo sulla banchina, lasciando che l’umidità della stazione, il brusio dei passeggeri, il fischio del controllore lo avvolgessero. Poi la vide.

Sua figlia era là,, avvolta in un cappotto scuro, con il viso appena arrossato dal freddo. Lo cercava tra la folla, finchè i loro sguardi si incrociarono. Un sorriso illuminò il suo volto e, senza esitazione, gli corse incontro.

Andrej la strinse forte a sé sentendo il calore della sua presenza. In quell’abbraccio si racchiudeva tutto. La vita non era una linea retta, non era un disegno perfetto. Era fatta di percorsi che si intrecciavano, di fallimenti e riscatti, di strade che si interrompevano e di altre che si aprivano.

“Sei arrivato” sussurrò lei.

Lui annuì. “Sì, sono arrivato”.

E, per la prima volta dopo tanto tempo, non si riferiva solo al viaggio.


mercoledì 26 marzo 2025

DA CAPRI ALL'ISONZO PER SCOMMESSA

















Antonio Sarracino, sessantottenne oculista di Napoli, si trovava a Capri in una sera di settembre del 2022, in compagnia di Pasquale Aversa, un suo vecchio amico e collega odontoiatra in pensione. Le luci soffuse della piazza, la brezza marina che accarezzava i loro volti e il rumore delle onde sullo sfondo creavano una cornice che sarebbe potuta sembrare quasi romantica, se non fosse per la scommessa che stava prendendo forma tra i due. Un gioco che li avrebbe legati in un modo che nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare.

"Inter," disse Antonio, con un sorriso sornione, mentre sorseggiava il suo limoncello.

Pasquale, che aveva sempre avuto un'anima più avventurosa e incline a viaggiare, non ebbe dubbi: "No, Antò, quest'anno è il Napoli. Ne sono convinto. E lo dico con tutta la passione  e la voglia di casa di chi ha vissuto lontano da Posillipo, quando in Friuli ho fatto il servizio militare. Sai, quei mesi a Cividale del Friuli al 76° Reggimento Fanteria 'Napoli' mi hanno insegnato molte cose. Tu manco te l'immagini."

"Ma che dici Pasquà!! Non c'è niente che un uomo possa imparare lontano da Napoli per vivere!" Pasquà! Noi napoletani nun avim bisogno 'e niente. Chi parte, cerca qualcosa che già tiene." Aveva replicato amichevolmente, ma assai convinto, Antonio.  

Pasquale si fermò un momento, quasi perso nei suoi ricordi, poi riprese: "C'è qualcosa di speciale nell'essere lontano, a vivere in una caserma di confine. Mi ricordo la prima volta che sono arrivato, giovane ufficiale medico, con il mio reparto uscimmo per fare una marcia tra i boschi. Mi sembrava di entrare in un altro mondo, dove il silenzio era diverso, più profondo. Ogni passo che facevamo, sentivamo il nostro respiro più pesante, ma anche una sorta di rispetto per la natura che ci circondava."

"Un giorno, poi, avevamo organizzato un’esercitazione nel mezzo della campagna, e il comandante decise di fare un gioco che mi ha sempre fatto sorridere: se qualcuno sbagliava il percorso, avrebbe dovuto raccontare una barzelletta a tutta la compagnia. E io, che non avevo mai raccontato barzellette in vita mia, mi ritrovai a fare il clown davanti a tutti. Fu una scena surreale, ma alla fine quel momento mi legò al gruppo. Non c'era solo la disciplina, ma anche una sorta di fratellanza che nasceva nei momenti più impensati."

Pasquale sorrise, come se volesse nascondere un'emozione inaspettata. "E poi c'era il legame con la storia, con quella caserma che portava il nome della nostra città. Il 76° Reggimento Fanteria 'Napoli' non era solo un simbolo, ma un legame profondo con le nostre radici, anche se eravamo lontani. Ogni tanto, quando il cielo era terso e le montagne erano visibili all'orizzonte, ci prendeva una sensazione di orgoglio. Mi sentivo parte di qualcosa di più grande, come se quella terra friulana fosse diventata, per un po', anche la mia casa."

"Anche se il servizio non fu sempre facile," aggiunse Pasquale, "mi ha insegnato a vedere le cose da una prospettiva diversa. Per esempio, quando si trovavano gli altri reparti a sudare sotto il peso dell'attrezzatura o durante le esercitazioni notturne, capivo che la resistenza, la tenacia e la capacità di adattarsi sono qualità che vanno al di là delle divise. Sono qualità che, alla fine, ti rimangono dentro."

Pasquale si fermò un attimo, come se stesse rivedendo quei momenti, per poi sorridere di nuovo e aggiungere: "Ecco perché sono convinto che quest’anno sia il Napoli. Anche Spalletti ha allenato in Friuli e sa come creare le condizioni affinché ogni  giocatore acquisisca la forza, la resistenza, la tenacia di un soldato che ha affrontato mille battaglie. È una squadra che saprà adattarsi, superare ogni difficoltà, proprio come quel soldato che cammina sotto la pioggia battente, pronto a tutto."

Antonio rise. "Pasquà! statte serio! E tu pensi che il Napoli diventi quella roba lì? Che vinca davvero?"

Pasquale alzò il bicchiere in un brindisi e, sorridendo, disse: "Te lo dirò a maggio, quando sarai costretto a farlo: se il Napoli vincerà lo scudetto, come lo vincerà, tu dovrai andare a piedi dalla foce alla sorgente dell'Isonzo in una settimana "

Antonio non si aspettava nulla di più che un’altra scommessa tra vecchi amici, non sapeva neanche dov'era l'Isonzo e non era neppure mai stato in Friuli, una terra che nel suo immaginario proprio non aveva mai considerato. Ma la scommessa si concretizzò, e ogni scommessa è debito, così nel maggio del 2023, quando il Napoli vinse lo scudetto pareggiando proprio a Udine contro l'Udinese, Antonio si ritrovò con il pegno da onorare. La data dell'inizio del cammino fu fissata per luglio, e in quella calda estate, l’idea che si fosse in qualche modo materializzata lo accompagnò ogni giorno, come una premonizione.

La Slovenia lo accolse con il suo silenzio. La mattina presto, Antonio si trovò di fronte al Parco Nazionale del Triglav, con il suo imponente monte che sembrava osservare il cammino. Gli alberi verdi e il mormorio del fiume sembravano incorniciare ogni passo, eppure Antonio, nonostante la bellezza del paesaggio, non riusciva a liberarsi dalla sensazione che tutto questo fosse fuori dal suo mondo.

Non c’era il vociare della gente, non c’era il profumo del caffè nei vicoli. Solo il rumore del vento tra gli alberi e il suono ritmico dei suoi passi. Eppure, in quel silenzio così innaturale per lui, sentiva che qualcosa stava cambiando.

Il cammino dell'Isonzo, partito dalla sorgente nella valle, sembrava un fiume che scivolava via, proprio come la sua vita: a tratti calmo e sereno, a tratti tempestoso. Camminando tra i monti, Antonio rifletteva sul suo passato. Aveva vissuto una vita così concentrata, così incanalata nel suo lavoro, da non accorgersi di quante strade avesse lasciato in sospeso. I viaggi, la curiosità per altre culture, la voglia di esplorare, tutto questo gli era sfuggito, sostituito da un quotidiano fatto di operazioni, pazienti e visite mediche.

Il fiume Isonzo, con il suo corso mutevole, gli sembrava il simbolo perfetto di ciò che aveva perduto. Ogni curva, ogni biforcazione, ogni pausa del fiume gli ricordava le scelte che aveva fatto, le opportunità che non aveva colto. 

Forse era stata paura? O solo pigrizia? Tante volte gli amici gli avevano parlato di viaggi, di esperienze lontane, e lui aveva sempre risposto con una risata: ‘A me basta ‘o mare mio’. Ma ora, guardando il fiume scorrere davanti a sé, si chiedeva se davvero gli fosse bastato.

Un pomeriggio, mentre attraversava un piccolo villaggio, Antonio incontrò una donna anziana seduta davanti alla sua casa. Il volto rugoso e i capelli bianchi le conferivano un’aria di saggezza, ma la sua presenza emanava una quieta forza che catturò immediatamente l’attenzione di Antonio. Si avvicinò a lei, e la donna lo guardò con uno sguardo intenso, come se avesse riconosciuto qualcosa di familiare in lui.

"Vieni," disse in un italiano stentato, con un accento che tradiva la sua origine slovena. "Vieni a sederti. Hai camminato tanto."

Antonio si avvicinò, e la donna, con movimenti lenti ma determinati, gli offrì un bicchiere d’acqua. "Da dove vieni?" gli chiese, senza curarsi troppo delle convenzioni.

"Vengo dall’Italia," rispose Antonio, "sto facendo il cammino dell'Isonzo."

La donna annuì, come se avesse capito. "Mio padre... lui ha combattuto qui, durante la guerra," disse, parlando con una voce che tradiva la fatica di quei ricordi lontani. "Era partigiano, lottava tra queste vallate contro i nazifascisti. Lo hanno ucciso, lì... a Caporetto." Le sue parole si fermarono, e un velo di tristezza oscurò il suo volto. "tu che cammini, guarda in ogni paese, dal più grande al più piccolo, c'è un monumento... e sopra i nomi di chi è stato ammazzato tra il 1943 e il 1945 dai tedeschi o dagli italiani. 

Antonio la guardò in silenzio, intuendo la profondità del dolore che ancora portava con sé. "Non dimentico mai" continuò la donna, "il rumore delle scarpe dei soldati che camminavano, il suono dei colpi in lontananza. La paura che ti paralizza, che ti impedisce di pensare."

"Eppure - continuò - mio nonno mi raccontava che prima del fascismo c'era stato un tempo in cui friulani e sloveni hanno vissuto a lungo in pace, talvolta anche mescolandosi in queste valli e in pianura." 

Antonio, colpito dalla sua storia, rimase a lungo in silenzio. Non sapeva come rispondere, ma sentiva che quelle parole gli stavano penetrando dentro, in un modo che non si sarebbe mai aspettato. "E adesso?" chiese infine, "come vanno le cose?"

La donna sorrise, ma il sorriso era triste. "Adesso? Adesso c’è una calma che non c’era prima. Ma anche una distanza. Le guerre ci hanno diviso, ma ora i più giovani tentano di ritrovarsi, piano piano. Siamo entrati nell’Europa, ma qualche ferita non si rimargina mai del tutto."

Durante il cammino, Antonio rifletteva sulle parole di quella donna. Il fiume Isonzo, che aveva visto tante acque scorrere, sembrava essere testimone di tutto questo. La guerra, le divisioni, ma anche la speranza di una riconciliazione che, seppur lenta, stava finalmente cominciando a farsi strada. E in quel silenzio che lo circondava, Antonio sentiva il peso delle sue scelte, ma anche il desiderio di scoprire una nuova via, un nuovo corso, come quel fiume che si snodava tra le valli e le montagne.

Quando finalmente arrivò a Nova Gorica, il contrasto con l'Italia si fece evidente. Le vie della città slovena erano tutte intitolate ai partigiani che avevano lottato contro l'occupazione nazifascista. Ogni angolo sembrava custodire la memoria di una resistenza che non si era mai fermata, le cicatrici della guerra sempre vive, mai dimenticate.

Antonio percorse lentamente le strade di Nova Gorica, osservando i monumenti e le targhe che ricordavano la lotta per la libertà. C’era qualcosa di commovente nel vedere come la città aveva cercato di mantenere viva la memoria delle sofferenze vissute, ma anche guardando verso un futuro di speranza. Ma quando attraversò il confine non più fisico, passando attraverso la piazza della stazione Transalpina verso Gorizia, la sensazione di divisione si fece forte. Da questo lato, la storia della Prima Guerra Mondiale, la gloria di una nazione che si era battuta per l’unità mentre dall'altro, la Seconda Guerra Mondiale, la sofferenza dei popoli oppressi e il cammino faticoso verso la riconciliazione.

Gorizia, con le sue strade intitolate alle battaglie e agli eroi della Grande Guerra, sembrava quasi un simbolo di una nazione che, pur nel ricordo del sacrificio, faticava ad adattarsi ai cambiamenti. Le vie italiane della città continuavano a evocare una visione di italianità, di vittoria e di identità che, pur rispettata, appariva distante dalla realtà delle sue vicine strade slovene.

Antonio camminò tra le due città, avvertendo il peso della separazione, ma anche il desiderio di unione. Le storie di guerra, di resistenza, di divisione e di riconciliazione si mescolavano nelle strade, nei monumenti, nei volti delle persone. Il fiume Isonzo, che aveva visto scorrere la storia di questi luoghi, sembrava essere il simbolo di un legame più profondo, una via di passaggio che univa questi popoli, nonostante le ferite del passato.

Aveva sempre pensato ai confini come a linee su una mappa, tracciate da mani invisibili. Ma camminando tra Nova Gorica e Gorizia, si era accorto che i confini erano nei nomi delle strade, nelle lingue parlate, nei monumenti eretti. E forse, in fondo, anche dentro di lui c’era sempre stato un confine: tra il sé che aveva vissuto senza domande e quello che ora si interrogava su tutto."

S'interrogò su quanto fosse stato ignorante nella sua vita di ogni giorno, baciato dal sole del Golfo e dalle leggi del caos che permettono a lui e a tutti i napoletani di vivere come solo loro sanno fare: c'era un Altrove dove la storia non le avrebbe mai consentite.

E si potevano scoprire anche lontano da Napoli cose nuove e utili per superare gli affanni del quotidiano.

Questo cammino lungo l'Isonzo, dalla Slovenia all'Italia, lo portò a riflettere su quanto la memoria storica sia un ponte fragile tra i popoli, e su come, finalmente, la divisione tra le due sponde del fiume sembrasse farsi meno marcata. Le cicatrici della guerra non si cancellano, ma i passi del presente possono cominciare a ricucirle.

Arrivato presso l’Isola della Cona, dove il fiume si tuffa nel mare Adriatico, Antonio, stanco ma felice, si trovò a guardare l'orizzonte, dove cielo e mare si confondevano in un’unica immensa distesa. Non c'erano più montagne da scalare, non c’erano più sentieri da percorrere. Lì, davanti a lui, c’era solo l'infinito.

"Il cammino dell'Isonzo finisce qui," si disse, "ma il mio... dove finisce?"

Si interrogò sul "dopo". La sua vita era stata definita dalle sue scelte, dalla sua professione, dal dovere. Ma ora che aveva visto e sentito così tanto, si chiedeva se avesse mai dato spazio a se stesso, se avesse mai ascoltato veramente i suoi desideri. Il mare, immenso e sconfinato, gli sembrava un luogo di risposte mute, una distesa che non poteva più ignorare.

Il fiume aveva cambiato il suo corso, così come la sua vita si stava ora trasformando. E in quel silenzio, tra l’eco delle onde e il respiro del vento a Punta Spigolo, Antonio trovò una pace che non aveva mai conosciuto prima, immerso nel suo quotidiano tra Posillipo, la Mergellina e i Quartieri Spagnoli, ricco di mille suoni e mille culure, come aveva celebrato Pino Daniele. 

Il "dopo" non era più una domanda, ma una scoperta da vivere, con ogni passo che aveva percorso e con ogni risposta e ogni scoperta che il cammino dell'Isonzo aveva saputo dargli.

Di sicuro ritornava al sud con l'intento di fare e disfare molte volte di più la valigia, prima che il suo fiume si perdesse nel mare. 

sabato 22 marzo 2025

LA GESTECO CADE ANCORA: TORINO NEL FINALE FA SUO UN BRUTTO MATCH PER 54-56

 

 Per la quinta partita nell'arco di 13 giorni, valevole quale giornata n. 33 della regular season, il Presidente della Gesteco Davide Micalich aveva lanciato subito dopo la sconfitta interna con Verona un accorato appello al popolo gialloblù: riempire il palazzetto di Via Perusini e far sentire tutto il calore che lo distingue per sostenere i suoi ragazzi in un momento cruciale della stagione, quello della serratissima volata che porterà da qui a fine aprile alla stesura della classifica finale e che a sua volta determinerà i primi verdetti inappellabili del campionato 2024/25.

L'obiettivo delle Aquile ducali rimane sempre quello di concludere al meglio un percorso che le ha viste sin dall'avvio occupare stabilmente le posizioni nobili, quelle che danno accesso diretto ai play-off, e che quindi i ducali vogliono difendere nelle restanti gare che mancano allo striscione dell'arrivo (6 compresa quella di stasera).

La prima tappa di questo vero e proprio “gran premio della montagna” era subito una salita tosta, ovvero quella Reale Mutua Torino, già battuta si all'andata da Cividale nel capoluogo piemontese per 64-73, ma completamente trasformata nei risultati e nel gioco dall'arrivo in febbraio di Paolo Moretti sulla panchina torinese, tanto da vantare attualmente una serie aperta di 5 successi consecutivi che l'ha portata ormai in scia dei ragazzi di Pillastrini in classifica e dunque in piena corsa per un piazzamento nella griglia play-off.

L'ambiente cividalese, consapevole del momento critico dei loro beniamini, apparsi poco lucidi, scarichi ed in affanno nella gara interna contro la Tezenis Verona che faceva seguito alla netta sconfitta nella finalissima di Coppa Italia contro Cantù, ha ben risposto all'appello del massimo dirigente gialloblù riempendo il palazzo ai limiti del sold-out per cercare di ricaricare le pile dell'entusiasmo a Rota, Dell'Agnello e compagni.

Nonostante il sostegno del pubblico però la Gesteco deve cedere ancora il passo, dopo una gara molto nervosa, caratterizzata da troppi errori nelle conclusioni e che i ducali si sono visti sfuggire di mano nell'ultimo quarto, anche perché non sono riusciti mai ad approfittare della difficoltà degli avversari e allungare il parziale, considerato che i padroni di casa hanno condotto a lungo la gara almeno sul piano del punteggio.

In avvio Pillastrini sceglie Redivo, Lamb, Marangon , Dell'Agnello e Berti mentre Moretti risponde con Schina, Severini, Taylor, AJayi e Ladurner per una buona partenza dei gialloblù di casa che, attenti e energici in difesa, a metà della prima frazione conducono per 7-2 fallendo il possesso del + 8 perché una tripla di Redivo viene respinta dal ferro, mentre gli ospiti faticano assai a trovare fluidità in attacco e si affidano spesso senza successo a tiri dalla distanza.

Cividale però non riesce ad approfittare delle basse percentuali dei piemontesi, perché a loro volta litigano con il canestro e così il tabellone segna appena 9-6 a 2'41” dalla prima sirena; lo stallo viene infranto da Anumba e da Lamb che attaccando il ferro portano Cividale sul + 6 (12-6), con la frazione che poi si conclude sul 15-11 dopo le triple di Rota e Gallo per gli ospiti.

Alla ripresa del gioco Torino continua a sbagliare molto in fase di possesso senza che però Cividale riesca a sfruttare a pieno la situazione, allungando 21-15 a 7'20” con un bel canestro di Anumba dalla media; in questa fase la Gesteco cerca con maggior insistenza di entrare nel pitturato ma non riesce a dare continuità a soluzioni efficaci e s'incarta di nuovo dando modo a Torino di rientrare sul 23-21 a 5'20” e poi impattare il 23-23 a 4'20”.

Un coraggioso recupero di capitan Rota dà in transizione il 27-23 ai ducali a 2'23”, in un match che continua ad essere caratterizzato da molti errori nei possessi da parte delle due squadre e un punteggio decisamente basso e percentuali al tiro insufficienti dal campo, tento che si va al riposo sul 29-25.

A metà gara Torino ha tirato dal campo con il 38% contro il 33% di Cividale che però a sua volta non è riuscita a concretizzare la superiorità a rimbalzo (20-15) e soprattutto le 11 palle perse dei piemontesi.

Una magia di Redivo nel pitturato riapre le “danze” e poi Berti “inchioda” due possessi di fila degli ospiti ma fallisce un sottomano nell'area avversaria e così Ajayi punisce dall'arco per il 31-28 a 8'20”, prima di commettere sempre sul lungo ducale il suo quarto fallo e venire sostituito da Seck; Berti s'incunea efficacemente per il 35-30 e Taylor risponde dall'arco accorciando per i piemontesi sul – 2 (35-33) prima che Anumba spezzi il digiuno dal tiro dalla distanza per Cividale e Lamb s'incarichi dalla lunetta di mettere a segno il 40-33 che concretizza ancora un recupero di Matteo Berti. Redivo risponde sempre a Taylor dai 6,75 e le due squadre continuano specularmente a commettere errori e a rimanere a contatto nel punteggio (43-41 a 1'13” dopo due liberi di Gallo) prima che Taylor con un'altra tripla dia il vantaggio agli ospiti (43-44) e poi Miani in penetrazione fissi il tabellone sul 45-44 sulla penultima sirena con i suoi primi 2 punti del match.

Taylor dopo un avvio incerto e impreciso è cresciuto tanto da caricarsi sulle spalle i suoi e mandarli sul 47-50 con 6 punti di fila (21 sono quelli totali messi fino ad ora a segno, quasi la metà di quelli complessivi di Torino), mentre Cividale in questa fase non riesce a trovare il modo di contenerlo.

A 6'34” dalla fine Pillastrini manda in campo Mastellari per cercare di trovare nuove soluzioni offensive per sbloccare l'anemia dei suoi sul punteggio di 47-50 a 5'54” e la guardia lo ripaga subito con il canestro del 59-60.

A metà tempo Ajayi commette il suo quinto fallo in attacco e le due compagini non riescono ad invertire il copione della gara, anche se gli ospiti man mano che il cronometro viaggia verso la fine sembrano in grado di condurre il gioco in modo meno nervoso e si portano avanti 49-54 ancora con Taylor a 2'40”.

Lamb finalmente centra dall'arco il bersaglio a 1'52” per il 52-54 e ridà fiato alle speranze di Cividale di riuscire a ribaltare in extremis l'inerzia sfavorevole; le ultime battute però non sono favorevoli ai ducali che vedono ancora una volta infrangersi sul ferro la tripla di Redivo del possibile successo sulla sirena e il match si chiude con la vittoria di Torino 54-56.

Ai ducali resta il vantaggio nello scontro diretto in virtù della differenza canestri maturata all'andata.


UEB GESTECO CIVIDALE – REALE MUTUA TORINO 54-56

(15-11, 29-25, 45-44)

UEB GESTECO CIVIDALE

Lamb 12, Redivo 14, Miani 6, Anumba 7, Mastellari 2, Rota (k) 6, Schneider n.e., Marangon 1, Berti 4, Ferrari, Dell’Agnello 2, Piccionne n.e.

Allenatore Stefano Pillastrini

Vice Giovanni Battista Gerometta, Alessandro Zamparini

Tiri da due 15/40, Tiri da tre 5/24, Tiri liberi 9/14 Rimbalzi 43 (33 dif. 10 off.)

REALE MUTUA TORINO

Taylor 23, Seck, Ghirlanda 2, Schina (k) 7, Gallo 8, Landi, Avino, Severini 5, Ajayi 7, Ladurner 4.

Allenatore: Paolo Moretti

Vice Alessandro Iacozza e Federico Tosarelli

Tiri da due 13/37, Tiri da tre 8/24, Tiri liberi 6/7 Rimbalzi 40 (33 dif. 7 off.)

Arbitri: Roberto Radaelli di Porto Empedocle (AG), Matteo Rojaz di Muggia (TS) e Vito Castellano di Legnano (MI)


Spettatori: 2.900 circa

mercoledì 19 marzo 2025

UNA GESTECO IN AFFANNO CEDE IL PASSO A VERONA: 74-83

 


Alla vigilia di Gesteco-Tezenis Verona, uno dei tanti recuperi di questo calendario “spezzatino” stravolto dagli impegni delle nazionali, l’interrogativo che circolava con insistenza in via Perusini era quello di capire se, e in che misura, le scorie psico-fisiche accumulate nel weekend di Coppa Italia al PalaDozza concluso con la sconfitta in finale, potessero incidere negativamente nei dei due ravvicinati e difficili impegni casalinghi che vedono protagonisti i ragazzi di Pillastrini.

In attesa di ospitare sabato la lanciatissima Reale Mutua Torino reduce da 6 vittorie nelle ultime 7 partite, stasera era di scena a Cividale quella Tezenis Verona infarcita di ex giocatori APU (Cannon, Gazzotti, Palumbo, Esposito e Penna), “bestia nera” ancora imbattuta nei precedenti con la Gesteco e guidata da Alessandro Ramagli, uno tecnici più quotati della categoria, pure lui con un passato in Friuli alla guida della squadra udinese.

C’era ragionevolmente di che preoccuparsi sulla sponda ducale, anche in considerazione del fatto che gli scaligeri giungevano in via Perusini con la necessità di fare punti dopo due sconfitte di fila e accorciare così in classifica nei confronti di Cividale già battuta all’andata e avanti solo di 4 punti nella serratissima corsa verso i play-off.

La risposta del campo ha confermato la tradizione tutta a favore degli ospiti che hanno costretto la Gesteco ad una gara di grande sofferenza e cuore, tutta ad inseguire senza mai riuscire a completare i vari tentativi di rimonta e caratterizzata da molti errori (18 le palle perse a fine gara) e difficoltà nel produrre un gioco corale, specialità della casa che si è vista solo a tratti sul fronte ducale.   

Pillastrini in avvio propone i “soliti” Redivo, Lamb, Marangon, Dell’Agnello e Miani mentre Ramagli opta per Penna, Esposito, Copeland, Faggian e Cannon con il coach ospite che chiama subito minuto dopo appena 2 possessi  e il punteggio di 4-0 per i padroni ci casa, favoriti da una difesa piuttosto distratta degli scaligeri. In questa fase Dell’Agnello è un fattore che gli ospiti non riescono a contenere nel pitturato e dà il 7-2 a Cividale, segnando tutti i punti dei suoi ben servito da Redivo ma è costretto sollecitamente a riparare negli spogliatoi dopo uno scontro di gioco. Cividale però non riesce a sfruttare il buon momento e Verona rientra sull’11-11 a metà frazione ma dovendo anche scontare il terzo fallo di Esposito che viene richiamato in panchina in favore di Palumbo.

La Gesteco riesce a sfruttare i tiri dalla lunetta perché Verona è già in bonus e si riporta avanti 16-11 a 3’23” ma anche stavolta non riesce a dare continuità alla manovra e così la Tezenis senza strafare mette la freccia con azioni nel pitturato ducale per il 16-17 con cui ci si avvia alla chiusura della prima frazione, dopo che Pillastrini ha chiamato minuto e mandato in campo per la prima volta dopo l’infortunio Martino Mastellari. La mossa non dà i frutti sperati e la prima sirena suona sul 16-21 a favore degli ospiti.

Al rientro in campo Ferrari (tripla), Lamb (in penetrazione) e Anumba (tripla) scuotono Cividale e la riportano a contatto sul 24-25 sprecando poi con Berti il possesso del sorpasso e poi ritornano sotto (24-29 a 6’21”) perché concedono troppi extra possessi ai rivali e perdono palloni banali.

A questo punto della contesa rientra sul parquet Dell’Agnello ma la Gesteco continua non trovare buone soluzioni in avanti e in difesa inizia a caricarsi di falli per cercare di ostacolare gli attacchi dei veneti che prima conducano 24-33 a 4’30” dall’intervallo lungo e poi chiudono sul 29-37, fallendo l’ultimo possesso per allungare ulteriormente.

A metà gara sono un macigno per i ducali i 23 rimbalzi della Tezenis, di cui ben 9 offensivi a fronte dei 15 complessivi dei ragazzi di Pillastrini che subiscono la maggiore energia e fisicità degli ospiti sotto canestro ed in più pesano le 8 palle perse ed il 37% dal campo contro il 44% di Cannon e soci.

La terza frazione si apre con un mini parziale di 5-0 e il quarto fallo di Esposito che ridà  speranza al pubblico di casa, anche perché l’asse Redivo-Dell’Agnello è un rebus che gli uomini di Ramagli faticano a risolvere e il punteggio è di 38-42 a 6’56” con Verona già vicina al bonus; Cividale però non riesce a dare continuità e Penna la rimanda a – 7 (38-45).

Anche Verona però patisce la difesa dei ducali e così dopo una serie di errori su entrambe i fronti Miani piazza la tripla del – 2 (43-45) a 4’05”  che induce Ramaglia a chiamare i suoi “a rapporto”, in una gara dal punteggio particolarmente basso.

La Tezenis esce meglio dalla panchina e complici ancora alcune palle perse dei padroni di casa ed un tecnico fischiato a Dell’Agnello, si porta avanti di 9 lunghezze (44-53) a 1’55”, vantaggio che si riduce poi a 6 al termine del penultimo periodo grazie a una tripla di Redivo (48-54).

L’argentino replica subito alla ripresa del gioco e, assieme a Lamb, ricuce dall’arco il 56-59 ma uno scatenato Faggian ribatte colpo su colpo dalla lunga distanza (16 punti fino a questo momento per il numero 10 dei veneti) e frustra il tentativo di aggancio e rimanda Verona a + 9 (56-65) a 6’03” dalla fine. L’inerzia spinge verso l’Adige ma capitan Rota non vuole arrendersi e con un gioco da tre punti che segue un rimbalzo nel cuore dell’area avversaria riduce lo svantaggio a metà dell’ultimo tempo; ma per completare l’opera ci vorrebbero maggiore lucidità ed energia, qualità che Verona dimostra stasera di avere in quantità maggiore dei padroni di casa e non si lascia sfuggire l’occasione di violare ancora una volta via Perusini con il punteggio finale di 74-83 ed il trio Penna, Faggian e Cannon sugli scudi.

 

UEB GESTECO CIVIDALE – TEZENIS VERONA                     74-83

(16-21, 29-37, 48-54)

 UEB GESTECO CIVIDALE

 Lamb 11, Redivo 15, Miani 7, Anumba 3, Mastellari 3, Rota (k) 8, Marangon 6, Berti, Ferrari 8, Dell’Agnello 13, Piccionne.

Allenatore Stefano Pillastrini

Vice Giovanni Battista Gerometta, Alessandro Zamparini

Tiri da due 15/29, Tiri da tre 11/34, Tiri liberi 11/14 Rimbalzi 36 (21 dif. 15 off.)

 TEZENIS VERONA

 Copeland 7, Cannon 18, Gazzotti, Faggian 16, Airhienbuwa n.e., Palumbo 8, Esposito 4, Penna (k) 17, Udom 11, Bartoli V. 2

Allenatore: Alessandro Ramagli

Vice Andrea Bonacina e Stefano Gallea

Tiri da due 24/44, Tiri da tre 7/22, Tiri liberi 14/16 Rimbalzi 37 (23 dif. 14 off.)

 Arbitri: Stefano De Biase di Treviso, Lorenzo Lupelli di Roma e Simone Settepanella di Roseto degli Abruzzi (TE)

 Spettatori: 2.400 circa

martedì 18 marzo 2025

TRA LE ROVINE RESTANO LE DOMANDE

Berlino, 1949.

Wilhelm si lasciò cadere su un cumulo di macerie. Davanti a lui, la città che un tempo conosceva si stendeva come un cadavere ancora caldo. Berlino respirava ancora, ma lo faceva a fatica, tra i gemiti dei palazzi feriti e il clangore dei martelli di chi cercava di ricostruire.

Lui, invece, non sapeva da dove ricominciare.

Perché era tornato? Per trovare cosa? La sua casa era scomparsa, inghiottita dai bombardamenti alleati. Nessuno sapeva niente dei suoi genitori. Nessun amico, nessun volto noto. Era come se non fosse mai esistito.

Ma lui era esistito. Aveva vissuto la guerra. E la guerra lo aveva reso un’altra persona.

Chi era diventato? Quando aveva smesso di chiedersi il senso degli ordini che eseguiva? Quando aveva smesso di vedere le persone oltre la divisa che indossavano?

Gli tornò in mente un giorno d’inverno in Russia. Era il 1943. Il freddo era insopportabile, tagliava la pelle come vetro. Avevano circondato un piccolo villaggio tra le foreste, un pugno di case di legno coperte di neve. Gli avevano detto che là si nascondevano partigiani. Gli avevano ordinato di perquisire tutto.

Wilhelm ricordava ancora la porta che si era aperta con un cigolio. Dentro c’era era una donna, non più giovane, e una bambina con due trecce bionde. Erano rannicchiate accanto a una stufa spenta.

“Dov’è tuo marito?” aveva chiesto uno dei suoi commilitoni, un uomo più grande, con occhi di ghiaccio.

La donna non aveva risposto. Solo un silenzio teso, uno sguardo fisso.

“Dov’è tuo marito?” aveva ripetuto il soldato, stavolta con il fucile puntato.

Wilhelm ricordava il battito del suo cuore. Fortissimo. Troppo forte.

Non sapeva se l’uomo che cercavano fosse davvero un partigiano. Non sapeva nulla di quella donna, di quella bambina. Ma l’ordine era chiaro.

Ricordava il suono dello sparo.

E ricordava il modo in cui la bambina aveva guardato sua madre cadere.

Quella notte non riuscì a dormire. Si era ripetuto che era necessario, che era guerra. Che non aveva avuto scelta. Ma era vero?

Non era stata la guerra a premere quel grilletto. Era stato un uomo. E quell’uomo aveva obbedito a un ordine senza porsi domande.

Quante volte aveva fatto lo stesso? Quante volte si era detto che non era lui il colpevole, che era solo una pedina?

E ora, seduto tra le rovine della sua città, si chiedeva se Berlino fosse stata distrutta solo dalle bombe nemiche, o anche da uomini come lui.

Era stato tradito da chi gli aveva ordinato di combattere? Oppure era lui stesso il traditore, perché aveva accettato senza ribellarsi?

Guardó le persone che lavoravano per ricostruire. Forse erano loro, i veri vincitori. Non chi aveva obbedito. Non chi aveva combattuto.

Si chiese se meritava un futuro.

Ma poi si alzó.

Perché, forse, l’unico modo per rispondere a tutte quelle domande era provare a vivere.



lunedì 17 marzo 2025

IL FUOCO E LA BILANCIA


Dolores passò una mano tremante sulla pietra consumata di una colonna spezzata. Il sole del tardo pomeriggio si frantumava sui resti del Foro Romano, gettando ombre lunghe e morbide. Sedeva su un blocco di marmo caduto, con la schiena curva e le mani che, dopo tanti anni di progetti e calcoli, non stringevano più un taccuino, non correvano più veloci su una tastiera per inseguire una storia.

A vent’anni, nella sua Madrid, voleva essere un ingegnere. Costruire, progettare, dare forma alla realtà con precisione e logica. Suo padre, che aveva sempre ammirato la solidità delle scelte razionali, ne era fiero. Con un lavoro coì, le diceva, avrebbe avuto sicurezza, indipendenza, un futuro stabile.

Poi, un giorno, tutto era cambiato.

Era stato un pomeriggio qualunque, uno di quelli in cui si chiudeva in biblioteca per studiare strutture e calcoli. Ma mentre sfogliava un giornale, aveva letto un reportage su una guerra lontana, scritto con una tale intensità che sembrava di sentire il fragore delle esplosioni, il pianto delle madri, la disperazione di chi non aveva più niente. Le parole avevano un potere che i numeri non avrebbero mai avuto: erano in grado di scuotere le coscienze, di far sgorgare le emozioni.

Non era stato un colpo di fulmine, ma un incendio lento e inesorabile. Aveva iniziato a scrivere di nascosto, prima piccoli articoli, poi inchieste più complesse. Si era avvicinata al giornalismo con l’urgenza di chi sente di dover dare voce a chi non ne ha. Il giorno in cui aveva deciso di lasciare l’università suo padre non le aveva rivolto parola per mesi. Quando finalmente lo fece, le disse solo: “Un ingegnere progetta il proprio futuro, un giornalista lo rincorre. Senza certezze, finirai per stancarti.”

Per anni, Dolores aveva inseguito storie tra Madrid, Parigi, Roma. Aveva vissuto intensamente, tra redazioni caotiche, viaggi improvvisati, mancati pagamenti, notti insonni a battere sui tasti per consegnare un pezzo prima della scadenza. Aveva amato uomini e idee con la stessa foga, si era sentita viva ogni volta che un articolo riusciva a fare la differenza. Ma poi era arrivato un momento in cui il fuoco aveva iniziato a spegnersi. O forse non era il fuoco, forse era solo la paura. La paura di non farcela, di invecchiare senza nulla di concreto, di vivere sempre con la precarietà di chi rincorre una notizia e non una certezza.

E di chi prometteva compensi e poi si faceva negare.

E così, un giorno, si era arresa. Aveva ripreso gli studi, era tornata nel mondo dell’ingegneria, quello che aveva cercato di lasciarsi alle spalle. Era stato faticoso, umiliante, quasi come tornare su un campo di battaglia già perso. Ma alla fine, il titolo era arrivato, il lavoro anche.

Aveva progettato edifici, ponti, strutture solide e durature. La stabilità le aveva dato sicurezza, ma dentro di lei qualcosa era rimasto sospeso, come un’inchiesta lasciata a metà.

Ora era qui, a Roma, città di storie e rovine, con il peso di settant’anni sulle spalle. E guardando i resti del Tempio di Vesta, le colonne slanciate, le statue delle Vestali che un tempo avevano custodito il fuoco sacro, si chiese se avesse fatto bene. Se il suo fuoco si fosse spento davvero o se lei stessa, per paura, lo avesse lasciato consumare.

Le tornò in mente un’altra storia che aveva letto molti anni prima. Nel 390 a.C., Roma era caduta sotto l’assedio di Brenno e dei suoi Galli. La città era stata saccheggiata, i suoi abitanti umiliati, costretti a pagare un riscatto in oro per liberarsi dall’invasore. Ma quando i Romani si erano accorti che le bilance erano truccate e avevano protestato, Brenno aveva gettato la propria spada sul piatto e pronunciato la sentenza definitiva: Vae victis, guai ai vinti.

Dolores si chiese se la vita avesse pronunciato quelle stesse parole anche per lei. Se tornando all’ingegneria fosse stata una vincitrice o una vinta. Aveva pagato la sicurezza con la moneta dei sogni, e nessuno le avrebbe restituito quegli anni.

Eppure, i Romani non si erano lasciati schiacciare. Erano caduti, avevano pagato, ma poi avevano ricostruito. Non si erano arresi.

Forse anche lei poteva ricostruire. Forse il fuoco della passione non si era spento del tutto. Forse c’era ancora tempo per scrivere, per concedersi un’ultima inchiesta, un’ultima storia, un’ultima verità.

O forse no.

Sorrise, tirò fuori un vecchio taccuino e cominciò ad annotare.


GRAZIE RAGAZZI

 

Anche se  la Marea Gialla “non risale in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza” come l’esercito austroungarico sconfitto e descritto dal generalissimo Diaz nel celebre bollettino del 4 novembre 1918, è inutile nascondere che la delusione che ha accompagnato il rientro della carovana gialloblù dalla tre giorni bolognese per le final four di Coppa Italia Lnp è forte.
Non aiuta molto il pensiero dell’impresa comunque compiuta nel raggiungere la finale della competizione dopo soli 5 anni di vita del club e dell’assoluta non pronosticabilità dell’evento alla vigilia della stagione, per non dire dei tanti complimenti alla squadra, alla società e ai suoi sostenitori ricevuti dai tanti osservatori “neutrali” presenti al PalaDozza e poi dalla comunità bolognese per il clima di festa distribuito nella giornata e soprattutto nella serata di sabato nei locali del centro della città felsinea.
Come aveva detto il Presidente Davide Micalich alla vigilia della finale, ci sono treni che passano raramente e quando accade non bisogna lasciarseli sfuggire e ieri sera sul parquet del Madison di Piazzale Azzarita tutto sembrava “apparecchiato” per far salire Cividale sullo storico convoglio che avrebbe portato il suo nome nell’Albo d’oro della competizione e la coccarda tricolore ad ornare la canotta gialloblù nella prossima stagione. 
Oltre che dare il via ad una festa di popolo memorabile in via Perusini, sul Ponte del Diavolo e nelle Valli del Natisone. 
La convincente vittoria nella semifinale contro Rimini, il massiccio esodo, l’entusiasmo e l’incessante sostegno della Marea Gialla assiepata nientemeno che nella Fossa dei Leoni “concessa” dalla tifoseria della Effe a fronte della presenza di poche decine di tifosi canturini, sembravano essere ingredienti sufficienti per centrare l’appuntamento con la Storia. 
Purtroppo i ragazzi di Pillastrini si sono “incartati” proprio sul più bello al cospetto di un avversario dal blasone come quello di Cantù, che nella sua ricchissima bacheca la Coppa Italia di Serie A2 ora troverà lo stesso spazio che trovò la Mitropa Cup in quella del Milan, ben nascosta dietro scudetti, Coppe europee ed Intercontinentali. 
La squadra di Brienza, senza strafare e ben limitata dai ducali in attacco, è riuscita a vincere la sfida grazie al maggior tasso tecnico e alla fisicità dei suoi interpreti (in particolare degli ispirati McGee e Moraschini) e a sua volta con una solida prestazione difensiva di squadra, ha indotto Cividale a percentuali al tiro assolutamente insufficienti per poter ambire a risalire la china,  quando a metà del secondo quarto Cantù ha rotto l’equilibrio creando un margine di 10 punti mai più recuperato dai gialloblù. 
L’insufficiente prestazione dei fischietti, che nell’ultimo periodo hanno fischiato in maniera spesso stonata per i ducali, non ha comunque certo determinato l’esito della gara.
L’impresa che attende ora la Gesteco sarà quella di smaltire la delusione e di riprendersi dal grande dispendio di energie psico-fisiche di questo weekend per cercare di farsi trovare pronta nella serie di scontri diretti che l’ attendono senza respiro nelle ultime sette gare della regular season, per blindare i playoff e finire bene questa, fino ad oggi, esaltante stagione. 
Cosa proprio non banale, a partire già da mercoledì e sabato, quando a in via Perusini arriveranno due squadre motivatissime nella corsa ai posti migliori per la post season come Verona e Torino.
Alla Marea Gialla il compito di aiutare la squadra a leccarsi le ferite e ritrovare lo slancio e l’entusiasmo necessari in questa nuova e impegnativa sfida. 
In ogni caso, grazie ragazzi. 
Come disse il Prof. Martinelli/Faletti in “Notte prima degli esami”, non importa quello trovi alla fine della corsa ma cosa hai provato mentre correvi.

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