Antonio Sarracino, sessantottenne oculista di Napoli, si trovava a Capri in una sera di settembre del 2022, in compagnia di Pasquale Aversa, un suo vecchio amico e collega odontoiatra in pensione. Le luci soffuse della piazza, la brezza marina che accarezzava i loro volti e il rumore delle onde sullo sfondo creavano una cornice che sarebbe potuta sembrare quasi romantica, se non fosse per la scommessa che stava prendendo forma tra i due. Un gioco che li avrebbe legati in un modo che nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare.
"Inter," disse Antonio, con un sorriso sornione, mentre sorseggiava il suo limoncello.
Pasquale, che aveva sempre avuto un'anima più avventurosa e incline a viaggiare, non ebbe dubbi: "No, Antò, quest'anno è il Napoli. Ne sono convinto. E lo dico con tutta la passione e la voglia di casa di chi ha vissuto lontano da Posillipo, quando in Friuli ho fatto il servizio militare. Sai, quei mesi a Cividale del Friuli al 76° Reggimento Fanteria 'Napoli' mi hanno insegnato molte cose. Tu manco te l'immagini."
"Ma che dici Pasquà!! Non c'è niente che un uomo possa imparare lontano da Napoli per vivere!" Pasquà! Noi napoletani nun avim bisogno 'e niente. Chi parte, cerca qualcosa che già tiene." Aveva replicato amichevolmente, ma assai convinto, Antonio.
Pasquale si fermò un momento, quasi perso nei suoi ricordi, poi riprese: "C'è qualcosa di speciale nell'essere lontano, a vivere in una caserma di confine. Mi ricordo la prima volta che sono arrivato, giovane ufficiale medico, con il mio reparto uscimmo per fare una marcia tra i boschi. Mi sembrava di entrare in un altro mondo, dove il silenzio era diverso, più profondo. Ogni passo che facevamo, sentivamo il nostro respiro più pesante, ma anche una sorta di rispetto per la natura che ci circondava."
"Un giorno, poi, avevamo organizzato un’esercitazione nel mezzo della campagna, e il comandante decise di fare un gioco che mi ha sempre fatto sorridere: se qualcuno sbagliava il percorso, avrebbe dovuto raccontare una barzelletta a tutta la compagnia. E io, che non avevo mai raccontato barzellette in vita mia, mi ritrovai a fare il clown davanti a tutti. Fu una scena surreale, ma alla fine quel momento mi legò al gruppo. Non c'era solo la disciplina, ma anche una sorta di fratellanza che nasceva nei momenti più impensati."
Pasquale sorrise, come se volesse nascondere un'emozione inaspettata. "E poi c'era il legame con la storia, con quella caserma che portava il nome della nostra città. Il 76° Reggimento Fanteria 'Napoli' non era solo un simbolo, ma un legame profondo con le nostre radici, anche se eravamo lontani. Ogni tanto, quando il cielo era terso e le montagne erano visibili all'orizzonte, ci prendeva una sensazione di orgoglio. Mi sentivo parte di qualcosa di più grande, come se quella terra friulana fosse diventata, per un po', anche la mia casa."
"Anche se il servizio non fu sempre facile," aggiunse Pasquale, "mi ha insegnato a vedere le cose da una prospettiva diversa. Per esempio, quando si trovavano gli altri reparti a sudare sotto il peso dell'attrezzatura o durante le esercitazioni notturne, capivo che la resistenza, la tenacia e la capacità di adattarsi sono qualità che vanno al di là delle divise. Sono qualità che, alla fine, ti rimangono dentro."
Pasquale si fermò un attimo, come se stesse rivedendo quei momenti, per poi sorridere di nuovo e aggiungere: "Ecco perché sono convinto che quest’anno sia il Napoli. Anche Spalletti ha allenato in Friuli e sa come creare le condizioni affinché ogni giocatore acquisisca la forza, la resistenza, la tenacia di un soldato che ha affrontato mille battaglie. È una squadra che saprà adattarsi, superare ogni difficoltà, proprio come quel soldato che cammina sotto la pioggia battente, pronto a tutto."
Antonio rise. "Pasquà! statte serio! E tu pensi che il Napoli diventi quella roba lì? Che vinca davvero?"
Pasquale alzò il bicchiere in un brindisi e, sorridendo, disse: "Te lo dirò a maggio, quando sarai costretto a farlo: se il Napoli vincerà lo scudetto, come lo vincerà, tu dovrai andare a piedi dalla foce alla sorgente dell'Isonzo in una settimana "
Antonio non si aspettava nulla di più che un’altra scommessa tra vecchi amici, non sapeva neanche dov'era l'Isonzo e non era neppure mai stato in Friuli, una terra che nel suo immaginario proprio non aveva mai considerato. Ma la scommessa si concretizzò, e ogni scommessa è debito, così nel maggio del 2023, quando il Napoli vinse lo scudetto pareggiando proprio a Udine contro l'Udinese, Antonio si ritrovò con il pegno da onorare. La data dell'inizio del cammino fu fissata per luglio, e in quella calda estate, l’idea che si fosse in qualche modo materializzata lo accompagnò ogni giorno, come una premonizione.
La Slovenia lo accolse con il suo silenzio. La mattina presto, Antonio si trovò di fronte al Parco Nazionale del Triglav, con il suo imponente monte che sembrava osservare il cammino. Gli alberi verdi e il mormorio del fiume sembravano incorniciare ogni passo, eppure Antonio, nonostante la bellezza del paesaggio, non riusciva a liberarsi dalla sensazione che tutto questo fosse fuori dal suo mondo.
Non c’era il vociare della gente, non c’era il profumo del caffè nei vicoli. Solo il rumore del vento tra gli alberi e il suono ritmico dei suoi passi. Eppure, in quel silenzio così innaturale per lui, sentiva che qualcosa stava cambiando.
Il cammino dell'Isonzo, partito dalla sorgente nella valle, sembrava un fiume che scivolava via, proprio come la sua vita: a tratti calmo e sereno, a tratti tempestoso. Camminando tra i monti, Antonio rifletteva sul suo passato. Aveva vissuto una vita così concentrata, così incanalata nel suo lavoro, da non accorgersi di quante strade avesse lasciato in sospeso. I viaggi, la curiosità per altre culture, la voglia di esplorare, tutto questo gli era sfuggito, sostituito da un quotidiano fatto di operazioni, pazienti e visite mediche.
Il fiume Isonzo, con il suo corso mutevole, gli sembrava il simbolo perfetto di ciò che aveva perduto. Ogni curva, ogni biforcazione, ogni pausa del fiume gli ricordava le scelte che aveva fatto, le opportunità che non aveva colto.
Forse era stata paura? O solo pigrizia? Tante volte gli amici gli avevano parlato di viaggi, di esperienze lontane, e lui aveva sempre risposto con una risata: ‘A me basta ‘o mare mio’. Ma ora, guardando il fiume scorrere davanti a sé, si chiedeva se davvero gli fosse bastato.
Un pomeriggio, mentre attraversava un piccolo villaggio, Antonio incontrò una donna anziana seduta davanti alla sua casa. Il volto rugoso e i capelli bianchi le conferivano un’aria di saggezza, ma la sua presenza emanava una quieta forza che catturò immediatamente l’attenzione di Antonio. Si avvicinò a lei, e la donna lo guardò con uno sguardo intenso, come se avesse riconosciuto qualcosa di familiare in lui.
"Vieni," disse in un italiano stentato, con un accento che tradiva la sua origine slovena. "Vieni a sederti. Hai camminato tanto."
Antonio si avvicinò, e la donna, con movimenti lenti ma determinati, gli offrì un bicchiere d’acqua. "Da dove vieni?" gli chiese, senza curarsi troppo delle convenzioni.
"Vengo dall’Italia," rispose Antonio, "sto facendo il cammino dell'Isonzo."
La donna annuì, come se avesse capito. "Mio padre... lui ha combattuto qui, durante la guerra," disse, parlando con una voce che tradiva la fatica di quei ricordi lontani. "Era partigiano, lottava tra queste vallate contro i nazifascisti. Lo hanno ucciso, lì... a Caporetto." Le sue parole si fermarono, e un velo di tristezza oscurò il suo volto. "tu che cammini, guarda in ogni paese, dal più grande al più piccolo, c'è un monumento... e sopra i nomi di chi è stato ammazzato tra il 1943 e il 1945 dai tedeschi o dagli italiani.
Antonio la guardò in silenzio, intuendo la profondità del dolore che ancora portava con sé. "Non dimentico mai" continuò la donna, "il rumore delle scarpe dei soldati che camminavano, il suono dei colpi in lontananza. La paura che ti paralizza, che ti impedisce di pensare."
"Eppure - continuò - mio nonno mi raccontava che prima del fascismo c'era stato un tempo in cui friulani e sloveni hanno vissuto a lungo in pace, talvolta anche mescolandosi in queste valli e in pianura."
Antonio, colpito dalla sua storia, rimase a lungo in silenzio. Non sapeva come rispondere, ma sentiva che quelle parole gli stavano penetrando dentro, in un modo che non si sarebbe mai aspettato. "E adesso?" chiese infine, "come vanno le cose?"
La donna sorrise, ma il sorriso era triste. "Adesso? Adesso c’è una calma che non c’era prima. Ma anche una distanza. Le guerre ci hanno diviso, ma ora i più giovani tentano di ritrovarsi, piano piano. Siamo entrati nell’Europa, ma qualche ferita non si rimargina mai del tutto."
Durante il cammino, Antonio rifletteva sulle parole di quella donna. Il fiume Isonzo, che aveva visto tante acque scorrere, sembrava essere testimone di tutto questo. La guerra, le divisioni, ma anche la speranza di una riconciliazione che, seppur lenta, stava finalmente cominciando a farsi strada. E in quel silenzio che lo circondava, Antonio sentiva il peso delle sue scelte, ma anche il desiderio di scoprire una nuova via, un nuovo corso, come quel fiume che si snodava tra le valli e le montagne.
Quando finalmente arrivò a Nova Gorica, il contrasto con l'Italia si fece evidente. Le vie della città slovena erano tutte intitolate ai partigiani che avevano lottato contro l'occupazione nazifascista. Ogni angolo sembrava custodire la memoria di una resistenza che non si era mai fermata, le cicatrici della guerra sempre vive, mai dimenticate.
Antonio percorse lentamente le strade di Nova Gorica, osservando i monumenti e le targhe che ricordavano la lotta per la libertà. C’era qualcosa di commovente nel vedere come la città aveva cercato di mantenere viva la memoria delle sofferenze vissute, ma anche guardando verso un futuro di speranza. Ma quando attraversò il confine non più fisico, passando attraverso la piazza della stazione Transalpina verso Gorizia, la sensazione di divisione si fece forte. Da questo lato, la storia della Prima Guerra Mondiale, la gloria di una nazione che si era battuta per l’unità mentre dall'altro, la Seconda Guerra Mondiale, la sofferenza dei popoli oppressi e il cammino faticoso verso la riconciliazione.
Gorizia, con le sue strade intitolate alle battaglie e agli eroi della Grande Guerra, sembrava quasi un simbolo di una nazione che, pur nel ricordo del sacrificio, faticava ad adattarsi ai cambiamenti. Le vie italiane della città continuavano a evocare una visione di italianità, di vittoria e di identità che, pur rispettata, appariva distante dalla realtà delle sue vicine strade slovene.
Antonio camminò tra le due città, avvertendo il peso della separazione, ma anche il desiderio di unione. Le storie di guerra, di resistenza, di divisione e di riconciliazione si mescolavano nelle strade, nei monumenti, nei volti delle persone. Il fiume Isonzo, che aveva visto scorrere la storia di questi luoghi, sembrava essere il simbolo di un legame più profondo, una via di passaggio che univa questi popoli, nonostante le ferite del passato.
Aveva sempre pensato ai confini come a linee su una mappa, tracciate da mani invisibili. Ma camminando tra Nova Gorica e Gorizia, si era accorto che i confini erano nei nomi delle strade, nelle lingue parlate, nei monumenti eretti. E forse, in fondo, anche dentro di lui c’era sempre stato un confine: tra il sé che aveva vissuto senza domande e quello che ora si interrogava su tutto."
S'interrogò su quanto fosse stato ignorante nella sua vita di ogni giorno, baciato dal sole del Golfo e dalle leggi del caos che permettono a lui e a tutti i napoletani di vivere come solo loro sanno fare: c'era un Altrove dove la storia non le avrebbe mai consentite.
E si potevano scoprire anche lontano da Napoli cose nuove e utili per superare gli affanni del quotidiano.
Questo cammino lungo l'Isonzo, dalla Slovenia all'Italia, lo portò a riflettere su quanto la memoria storica sia un ponte fragile tra i popoli, e su come, finalmente, la divisione tra le due sponde del fiume sembrasse farsi meno marcata. Le cicatrici della guerra non si cancellano, ma i passi del presente possono cominciare a ricucirle.
Arrivato presso l’Isola della Cona, dove il fiume si tuffa nel mare Adriatico, Antonio, stanco ma felice, si trovò a guardare l'orizzonte, dove cielo e mare si confondevano in un’unica immensa distesa. Non c'erano più montagne da scalare, non c’erano più sentieri da percorrere. Lì, davanti a lui, c’era solo l'infinito.
"Il cammino dell'Isonzo finisce qui," si disse, "ma il mio... dove finisce?"
Si interrogò sul "dopo". La sua vita era stata definita dalle sue scelte, dalla sua professione, dal dovere. Ma ora che aveva visto e sentito così tanto, si chiedeva se avesse mai dato spazio a se stesso, se avesse mai ascoltato veramente i suoi desideri. Il mare, immenso e sconfinato, gli sembrava un luogo di risposte mute, una distesa che non poteva più ignorare.
Il fiume aveva cambiato il suo corso, così come la sua vita si stava ora trasformando. E in quel silenzio, tra l’eco delle onde e il respiro del vento a Punta Spigolo, Antonio trovò una pace che non aveva mai conosciuto prima, immerso nel suo quotidiano tra Posillipo, la Mergellina e i Quartieri Spagnoli, ricco di mille suoni e mille culure, come aveva celebrato Pino Daniele.
Il "dopo" non era più una domanda, ma una scoperta da vivere, con ogni passo che aveva percorso e con ogni risposta e ogni scoperta che il cammino dell'Isonzo aveva saputo dargli.
Di sicuro ritornava al sud con l'intento di fare e disfare molte volte di più la valigia, prima che il suo fiume si perdesse nel mare.