martedì 31 marzo 2026

NATITANIC

Se il fiume Isonzo/Soča nel tratto sloveno è diventato nel corso degli anni dopo l'indipendenza della vicina repubblica il paradiso per gli amanti del rafting o del canyoning, ancora non lo era nel luglio del 1991, quando le armi avevano smesso di sparare da poche settimane tra l'esercito federale jugoslavo e la milizia indipendentista slovena.

Meno ancora lo era (e né mai lo è diventato) il Natisone/Nadiža, tanto nel tratto sloveno che in quello italiano.

Eppure per Tauro e Giffoni questa circostanza anziché suggerire quanto meno prudenza, aveva finito per diventare potente combustibile per accendere la miccia per un'altra impresa sconclusionata, velleitaria ed inutilmente dannosa, se non addirittura pericolosa.

Giffoni in particolare, sembrava non aver imparato nulla qualche anno prima sulle Alpi Giulie quando si era fatto trascinare da Tauro in una scalata al Mangart che contravveniva ad ogni regola alpinistica, se non all'ordinario buonsenso che si potrebbe attendere da due giovanotti ormai in età da lavoro.

Ebbene, i due compari avevano deciso, con l'ardore di due novelli Savorgnan di Brazzà durante la navigazione sull'inesplorato fiume Congo, di voler scendere il Natisone con un canotto a remi dal valico di Stupizza sino a Cividale, in località Leicht.

L'idea era stata accarezzata da anni, ma si era sempre scontrata con la mancanza di mezzi fino a che, Tauro, trionfante, aveva reso partecipe Giffoni della clamorosa vincita della madre ad una pesca di beneficenza che si era tenuta durante una locale sagra paesana. Un canotto a remi.

Inutile dire che Giffoni acconsentì subito con entusiasmo a realizzare finalmente l'impresa della quale "vantarsi" nei secoli dei secoli con futuri figli e nipoti. (sic!): bisognava attendere solo un fine settimana in cui la portata del fiume fosse regolare, senza la possibilità di temporali o piogge improvvise.

Fu così che un sabato di metà luglio Tauro partì da casa in auto con a bordo il canotto e i remi, accompagnando il motorizzato Giffoni fino al Leicht, dove il compare lasciò il mezzo, che sarebbe stato raccolto più tardi, al massimo in serata secondo i piani dei due "esploratori" per riaccompagnarli infine a Stupizza, punto di partenza della più che probabile Odissea e dove invece Tauro avrebbe lasciato l'auto.  

Avevano proprio pensato a tutto.

Ed erano sicuri di tutto, tanto che si erano anche premurati di fare una sosta al bancomat per procurarsi la generosa provvista necessaria ad affrontare dal giorno seguente, una "meritata" vacanza di una settimana sulla riviera romagnola.

Somma che venne accuratamente riposta all'interno di un inevitabile zainetto Invicta, posizionato sul canotto in mezzo ai due vogatori.

La missione ebbe inizio più o meno secondo l'orario previsto (giusto una mezz'ora di ritardo causata dalla cronica incapacità di Tauro di rispettare qualsiasi time-table) ed il canotto (dalle dimensioni "piuttosto" ridotte, dove i due "esploratori" continuamente cozzavano tra di loro) fu varato nelle "fresche " acque del Natisone/Nadiža più o meno alle 15,30.

Tenuta dell'equipaggio: calzoncini corti, maglietta e K-way. Dispositivi di sicurezza tipo salvagenti (sappiamo nuotare) o caschetti (non sappiamo dove trovarli e poi non ci servono) rigorosamente mancanti.

I due intrepidi Natisonauti avrebbero dovuto capire subito che l'impresa di navigare quel tratto di circa 20 km prima del buio avrebbe richiesto una velocità ben maggiore di quella che la portata del fiume garantiva nel primo tratto.

Naturalmente questo non indusse alla rinuncia, ma anzi, spinse i due a moltiplicare gli sforzi per aumentare la velocità.

Dopo due ore di calvario, ben lontani dalla destinazione finale, furono accontentati dal Natisone, che in località Loch iniziò a farsi assai meno piatto e domabile dalle loro pagaie.

Per non dire minaccioso.

Nei pressi del campo sportivo di Pulfero, in un'ansa del fiume tutta rapide, la stanchezza e l'imperizia ebbero infine la meglio sui due "prodi" Natisonauti i quali fecero appena in tempo a scambiarsi reciprocamente un'eloquente occhiata mista d'impotenza e timore per quello che stava per accadere, che il debuttante canotto si rovesciò facendo inabissare Tauro e Giffoni in mezzo alle rapide. 

Pochi istanti di pura adrenalina tra i sassi e la corrente per poi riemergere e vedere ormai ad almeno 50 metri più avanti il canotto, i remi e lo zaino navigare in acque più sicure ma piuttosto velocemente verso valle.

Altra occhiata d'intesa e poi Tauro si immerse di nuovo nel fiume e con bracciate degne di uno Zagor-Te-Nay delle Nediške Doline si mise alla caccia di quel vero e proprio tesoro, la cui perdita avrebbe causato l'annullamento anche della vacanza romagnola dalla tappa obbligata al Bandiera Gialla. 

Fu invece Bandiera nera sulle sponde del Natisone, quando riuscito il miracoloso recupero i due, completamente inzuppati e con Giffoni sanguinante al ginocchio destro per una leggera escoriazione causata dalla caduta in mezzo alle rocce, presero atto del clamoroso fallimento dell'impresa che adesso richiedeva urgentemente soluzioni per recuperare i mezzi e rientrare a casa. 

La Dea Fortuna ancora una volta manifestò tutta la sua cecità, non facendo distinzione nell'elargire premi più o meno meritati agli audaci, ai coraggiosi o agli incoscienti, agli sconclusionati o ai velleitari.

A circa mezzo chilometro dal luogo "dell'inabissamento" c'era una locanda gestita dalla sorella di un loro vecchio compagno di classe delle superiori.

Dopo neanche 10 minuti a piedi i due compari, ancora bagnati come due pulcini, si presentarono, remi alla mano, all'ingresso di quell'osteria nelle Valli del Natisone che, sempre gli amanti di Zagor non avrebbero avuto difficoltà a battezzare come "La Taverna del Gufo", suscitando prima la sorpresa e poi una malcelata ilarità negli attempati avventori del luogo.

Spiegato l'accaduto alla sorella del vecchio amico, questa si mosse a pietà fornendo prima a Giffoni cerotti e disinfettante per medicare la ferita e poi caricò i due sopravvissuti in macchina e li condusse fino a Stupizza, dove ebbero modo di recuperare l'auto e dirigersi in seguito a valle, al Leicht, e riprendere la Vespa di Giffoni.

In tempo perfetto per bere un paio di birre raccontando l'accaduto alle ignare morose e a Remfutti (ed essere cojonati dal medesimo) e per preparare, a tarda sera, la valigia per la partenza verso le ferie a Riccione, prevista per le 7.00 del mattino seguente. 

In treno dalla stazione di Udine, non in canotto.

Su quello che poi accadde all'Acquafan e sulla pista per kart di Misano Adriatico è pietoso ancor oggi tacere.  

lunedì 30 marzo 2026

ETHAN HUNT AL RISTORI

Erano ancora solo delle matricole in prima superiore e il teatro sembrava poco più di una scusa per fare casino con dignità, ma Giffoni e Bugatti avevano già intuito che il palcoscenico poteva diventare il loro habitat naturale quando parteciparono alla messa in scena di una versione riveduta e corretta de "La Giara" di Luigi Pirandello.

Due anni dopo, Giffoni assieme a Remfutti, Gambero, Tauro, Brunelli e altri avevano deciso di far uscire dalle mura scolastiche la loro passione per il Teatro e avevano fondato, neppure maggiorenni una compagnia teatrale. 

Poteva rimanere un esperimento folle, voler mettere in scena da soli uno spettacolo, incoscienti ed inesperti, in segreto e senza la supervisione di un adulto che fosse uno, ma solo per il desiderio di sfida e sotto la guida dell'istinto e della passione. 

L'esperimento non solo era riuscito, ma si erano create le premesse per dare seguito a lungo alla follia di voler creare e autogestire nel tempo una compagnia teatrale e così Bugatti venne immediatamente coinvolto a partire dalla seconda stagione, per diventare nel tempo una delle colonne portanti del sodalizio che dal 1983 al 2022, tra alterne fortune, incassi e spese, nuovi arrivi e dolorosi abbandoni, incomprensioni, arrabbiature, lacrime, risate e abbracci,  mise in scena una ventina di diverse produzioni superando il centinaio di rappresentazioni, coinvolgendo a vario titolo negl'anni  una cinquantina di persone.

Gran parte nel territorio di riferimento, ma anche con repliche a Roma, Torino, Milano, Bologna e Firenze e qualche sparuta puntata all'estero in località quali Wolfberg (A), Vgrsko e Izola (SLO) e Olomouc (CZ).

Negli anni '90 la compagnia si era completamente rinnovata ed erano rimasti solo Giffoni e Bugatti a rappresentare, con ruoli comprimari, la "vecchia guardia" e neppure contemporaneamente: prima era rimasto solo Giffoni, poi per due produzioni solo Bugatti.

La "Nouvelle vague", come giusto che sia e come sempre accade, aveva voluto marcare una differenza netta con le scelte e i modelli di chi le aveva preceduti, virando decisamente su di una conduzione molto più rispettosa dei canoni del teatro professionale e dei testi originali, bandendo l'improvvisazione o la "trovata" che arrivava dalla vita di ogni giorno.

Cosa che invece era stato il fondamento del modus operandi di "quelli della prima ora".

Per la stagione artistica dell'anno 2000 il numero dei componenti la compagnia era cresciuto decisamente e le scelte registiche non potevano garantire una produzione che tenesse impegnati tutti in maniera adeguata.

Fu così che Giffoni, rientrato nel gruppo dopo 4 anni di assenza, e Bugatti, rientrato invece già da due anni, proposero di allestire loro una seconda produzione che potesse così "far lavorare tutti".

La proposta venne accolta e così, sotto traccia, i due radunarono gli esclusi del progetto principale e iniziarono a lavorare intorno ad una vecchia idea di Giffoni: l'atto unico "Non tutti i ladri vengono per nuocere" di Dario Fo.

La miscela fu straordinaria, perchè i due, oltre a tornare sul palco insieme dopo 10 anni, si sentirono investiti anche dal desiderio di rilanciare "alla grande" quel loro modo di andare in scena molto più simile alla commedia dell'arte che al teatro "impegnato" e che tanto li aveva affascinati e fatto divertire negli anni '80.

Per vincere la sfida non era dunque sufficiente mettere in scena il celebre atto unico di Fo, che già di per sè possedeva tutti i meccanismi per esaltare le caratteristiche dei due, ma bisognava in qualche modo "stravolgerlo" per amplificarne ancora di più l'effetto irresistibile.

E così fu.

In particolare due furono "le trovate" che resero quella produzione alla fine davvero memorabile che portarono la messa in scena a chiudere il suo ciclo, esattamente un anno dopo il debutto e 20 repliche in regione, a Milano e a Torino nel novembre 2001.

La prima è da intestarsi a Bugatti, che propose di recitare in friulano la sua parte di protagonista e quella della moglie, traducendo poi il testo che lo mise nelle condizioni di dare il meglio di sè, che in "lingua madre" è, senza timore di smentite, un numero uno assoluto.

La seconda invece va ascritta alla follia di Giffoni, che in veste di regista, volle inserire una parodia di Mission Impossible all'interno dello spettacolo. O meglio: farlo iniziare con una parodia di Mission Impossible.

Il testo originale prevedeva all'aprirsi del sipario sulla scena il fascio di luce di una torcia proveniente dalle quinte che scandagliava gli angoli di un salotto avvolto dalla penombra, anticipando l'ingresso furtivo del ladro che, una volta all'interno, spegneva la torcia ed accendeva la luce sul palco dando il via all'azione.

Bene, Giffoni invece pensò che, una volta aperto il sipario, con la scena al buio "partisse" il celeberrimo tema di Mission Impossible con il suono dell'accensione del fiammifero e le note a seguire, mentre il fascio sarebbe giunto dai cieli del Teatro e poi, sempre dall'alto, sarebbe sceso, in maniera scomposta, il ladro Ethan Hunt-Bugatti agganciato ad una fune.

L'effetto fu devastante, accompagnato prima dall'incredulità della sala e poi, una volta intuito l'arcano, da fragorose risate e applausi già al minuto zero. (Nooo... l'hanno fatto davvero.)

Nota finale: per rendere possibile il tutto vennero convocati tre operatori della Protezione Civile locale per assicurare per bene alla fune Bugatti e poi, grazie ad una carrucola, issarlo a braccia fino ai cieli del teatro prima di guidarne, sempre a 6 braccia, la discesa in scena. 





   

giovedì 26 marzo 2026

PIAZZA NAVONA GRAND PRIX

Estate 1989: la carta geografica dell'Europa era sempre quella uscita dai trattati di pace post seconda guerra mondiale ed il mondo era ancora saldamente diviso tra Buoni e Cattivi (o Cattivi e Buoni in base a che parte della barricata ti trovavi) secondo un ordine che ai loro occhi sembrava immutabile.

Eppure, quel mondo stabile era percorso, neanche troppo sottotraccia, da tutta una serie di movimenti tellurici nella parte ad Oriente della cortina di ferro e che di lì a poco, avrebbero assunto l'energia di un terremoto di massima magnitudo facendo crollare ad uno ad uno come castelli di carte tutti i regimi guidati dai satrapi del Patto di Varsavia, trasformando per sempre la vita e le prospettive di milioni di persone.

In una maniera assolutamente inimmaginabile in quell'agosto 1989 per i nostri allegri buontemponi, che erano alle prese con i cimenti della vita post esame di maturità e servizio militare, chi tra i banchi dell'università o alle prese con le prime esperienze nel mondo del lavoro.

In ogni caso completamente ignari dello tsunami in arrivo.

Pur cercando di darsi un "tono" più adulto, responsabile ed adeguato alle nuove e più impegnative  sfide che la vita proponeva loro in questa nuova fase, scrollarsi di dosso l'imprinting ricevuto tra le sale de "Ai Birilli Bevuti" e le aule del "Marco Porcio Catone", non era operazione proprio banale.

Infatti, non paghi di aver riservato una "domenica bestiale" alle proprie fidanzate tra le vette delle Alpi Giulie, il sabato successivo le avrebbero sottoposte a ben tre giorni di "visita guidata" (improvvisata) a Roma. 

Nella "tranquilla" gita montana Tauro, addobbato come un novello Messner in partenza per il K2, aveva indotto con l'inganno l'impavido ma principiante Giffoni a scalare in cordata  (con jeans tagliati al ginocchio, scarpe da jogging e Kway Adidas) il Mangart (due ore di esposizione in parete, riconosciuta dagli scalatori esperti come una delle più difficili delle Giulie) mentre il più accorto Remfutti e le tre ragazze raggiungevano la cima per mezzo del più sicuro e ben tracciato sentiero.    

Non sufficientemente soddisfatto per il rischio a cui aveva sottoposto l'ingenuo (e incoscente) compare, decise di sottopporre l'intera comitiva ad una nuova - e insensata, quanto pericolosa - prova di forza, imponendo una via del ritorno a suo dire più rapida (e perchè non mai è bello rifare la stessa strada) seguendo un diverso percorso che aveva trovato sfogliando una guida del CAI che custodiva gelosamente tra le mani.

La guida, che pareva composta da antichi ed incartapecoriti papiri egizi quanto era ingiallita e malmessa e chea posteriori  si scoprì essere stata stampata prima del secondo conflitto mondiale, non poteva tener conto che quel vecchio percorso, che oggi iniziava come un'autostrada, in breve conduceva in uno scosceso canalone, per scomparire a tratti in pericolosi ghiaioni.

Tauro se la cavò solo con una serie di insulti rabbiosi da parte della propria fidanzata, perchè quando ormai il sole era tramontato e le tenebre si allungavano ai piedi del Mangart, il resto della comitiva era infine talmente felice  di essere giunta, dopo la perigliosa ed inutile discesa attraverso il canalone, sana e salva al piazzale dove avevano lasciato le auto nei pressi dei paradisiaci laghetti di Fusine.

Cosa mai sarebbe potuto accadere di peggio nella capitale dopo quella "spedizione" alpina?

Probabilmente nulla, nonostante l'organizzazione fosse stata condotta all'insegna de "Treno e albergo sono prenotati, per il resto troveremo il modo di arrangiarci".

Però...

Che qualcosa di memorabile fosse in vista lo si capì subito quando Tauro, in ritardo come al suo solito alla stazione di Cividale dove Giffoni, Remfutti e le tre morose lo attendevano più impazienti che preoccupati, si presentò con un sorriso da petroliere texano imbracciando oltre allo zainetto d'ordinanza, una telecamera.

Ora, nel 2026, con smartphone disponibili anche ai bambini dell'asilo e che nel palmo possiedono le facoltà di cineproduzione e registrazione audio video che avrebbero fatto la gioia di un qualsiasi 007 all'epoca di Goldfinger, la cosa potrebbe sembrare irrilevante.

Ma nel 1989 uno strumento delle dimensioni di uno zaino da portare in spalla per fare delle riprese registrabili su cassette VHS poi visibili in casa grazie agli altrettanto ingombranti e appositi lettori, era qualcosa di assolutamente  "amazing" nell'era pre caduta muro di Berlino (e anche un po' dopo).

Qualcosa che usavano solamente i tecnici della Rai o delle TV private e soprattutto dal costo unitario che avrebbe indotto la classica famiglia media di operai-impiegati tanto cara all'ISTAT per acquistarla a sottoscrivere qualche kilo di cambiali di fantozziana memoria (da onerare poi con anni di sanguinosi risparmi).

Sorvoliamo sulla reazione (stupefatta) di Giffoni e Remfutti e (incazzata) della fidanzata alla notizia del numero delle rate e sulle giustificazioni di Tauro, perchè quell'acquisto permise di registrare e lasciare ai posteri nei secoli dei secoli la prima ed unica gara di velocità ciclistica che si tenne in Piazza Navona.

Fu sempre la fidanzata di Tauro che s'incaricò di riprendere, tra la curiosità dei tanti turisti che gremivano la piazza che sorge sull'antico stadio di Domiziano, la sfida che Giffoni lanciò ai suoi due compagni di merende: con le biciclette noleggiate dovevano lanciarsi insieme a tutta velocità percorrendo i bordi della piazza ed il vincitore sarebbe stato chi avrebbe tagliato per primo, dopo tre giri, il traguardo posto all'imbocco della laterale che conduce a palazzo Madama, dove si erano posizionate con la videocamera le fidanzate.

Per Giffoni la sfida finì all'inizio del terzo giro, quando oramai staccato irrimediabilmente dai due fuggitivi, venne raggiunto da due poliziotti a cavallo che, senza molta gentilezza, prima gli bloccarono la strada e poi gl'intimarono di interrompere quella buffonata. (Ahò! Che stai a fà!? E che è? 'Na pista de cicli?? Scenni e falla finita!).

Per la cronaca, beneficiando dell'intervento dei tutori della legge impegnati più indietro a fermare il concorrente più lento e meno pericoloso, la gara fu vinta in volata da Tauro, probabilmente baciato  dall'indossare una Lacoste rosa, rispetto a quella color ciclamino portata da Remfutti.

L'orange invece non aveva trasformato Giffoni in un novello Jaan Raas, l'olandese specialista nelle classiche in linea,  ma solo in un degno aspirante alla maglia nera.

  







 

mercoledì 25 marzo 2026

FUORI CORSO: VILLACH ANDATA E RITORNO

Scampato per miracolo un verbale dei carabinieri lungo come la muraglia cinese ed il probabile annullamento di una licenza di convalescenza, per Civetta e soci l'occasione per rimettere in pista la famigerata Fiat 1100 targata UD 14XXX, meglio nota come "La Macchina Nera", si presentò verso la fine di quella mirabolante estate 1987.

Precisamente il 6 settembre, la domenica in cui su di un circuito stradale di 12 km (da percorrere 23 volte per totali (276 km) e disegnato nei dintorni del Woerther See con arrivo a Villach, si sarebbe assegnato il titolo mondiale di ciclismo su strada.

Il sabato sera che precedeva l'evento si era tenuto al ritrovo de "Ai Birilli Bevuti" un interminabile e serrato briefing, intervallato solo da diversi giri di birra, in cui uno dei due fratelli Brunelli aveva alla fine convinto, spalleggiato da Giffoni e Vallerani il recalcitrante Civetta a mettere a disposizione, ora che era aveva tolto il gesso al polpaccio, la Macchina Nera e raggiungere nella mattinata di domani la ridente località oltre Tarvisio.

"Un mondiale dietro casa... e quando ci ricapita??" 

Già, l'occasione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: si trattava di spingere verso il trionfo iridato una squadra azzurra che schierava Moreno Argentin come capitano, Guido Bontempi come vice, gli eterni rivali Beppe Saronni e Francesco Moser, i futuri iridati Maurizio Fondriest e Gianni Bugno, Bruno Leali, Emanuele Bombini, Massimo Ghirotto, Luciano Loro e Roberto Pagnin. Oppure per lanciare urlacci ai principali rivali degli azzurri come gli olandesi, tra cui il 40enne Zoetemelk,  Van Der Poel, il cacciatore di tappe e uomo da classiche Teun van Vliet e lo scalatore Steven Rooks. Pericolossissimi poi erano stimati gli irlandesi Sean Kelly e Stephen Roche; in particolare quest'ultimo che nel corso dell'anno aveva già vinto Giro e Tour. Per non dire poi degli spagnolo Marino Lejarreta e Juan Fernandez, del belga Claude Criquielion iridato a Barcellona 1984, o del canadese Steve Bauer e del danese Rolf Sørensen.  

Ma soprattutto per fare casino oltralpe in mezzo a diverse migliaia di appassionati che erano attesi da ogni parte del mondo.

E alla fine, nonostante tutte le circostanze avverse messe sul tavolo, tra cui quella di non avere i biglietti di accesso al circuito (Non preoccuparti, li troviamo sul posto), le pessime previsioni del tempo (quelle sbagliano 9 volte su 10), nonchè del divieto di espatrio senza autorizzazione di Civetta ancora alle prese con il servizio militare (Non ti controlla nessuno), l'appuntamento venne fissato per le ore 7,00 del mattino seguente davanti "Ai Birilli Bevuti", in modo di trovarsi per le 9,00 nei pressi del circuito, giusto in tempo per assistere alla partenza.

L'indomani, puntualissima, la comitiva si mise in moto per il viaggio verso il Mondiale carinziano delle Due Ruote, con la pioggia che non lasciò in pace la vettura sino all'arrivo nei pressi di Villach e nel cui tragitto la Macchina Nera non perse occasione per far rilasciare agli occupanti un bel po' di adrenalina ad ogni sorpasso, state la risibile velocità con cui gli stanchi tergicristalli cercavano di fendere i flutti d'acqua che copiosi cascavano sul parabrezza.

La tabella di marcia subì dei rallentamenti , sia per le difficoltà del mezzo a pieno carico di raggiungere un'adeguata velocità di crociera e sia per la prevedile (ma non prevista) difficoltà di trovare parcheggio nei pressi degli ingressi.

Ma il "dramma" si compì quando alla biglietteria i soggetti preposti al rilascio dei tagliandi non accettavano divise diverse dagli scellini locali, oppure dai marchi tedeschi o dai dollari americani.

Eravamo nel 1987 e l'italica liretta era considerata parente stretta di quella turca o albanese. 

Civetta, Vallerani e i fratelli Giffoni si guardarono sconsolati, risalirono in macchina alla ricerca di qualche cambio valuta mentre Brunelli, l'unico che aveva con sè scellini austriaci, con un ghigno si mise di nuovo in coda alla biglietteria.

"Se non ci mettete troppo vi aspetto dopo aver comprato il biglietto, altrimenti ci troviamo all'interno."

Civetta e gli altri, girarono come dei forsennati cercando di districarsi in auto, sotto la pioggia, tra deviazioni e strade interdette alla circolazione, per arrivare alla drammatica verità: era domenica, banche e cambio valute erano rigorasamente chiuse e nessun esercizio pubblico o benzinaio si prestò a cambiare le loro lire, neppure dietro la promessa di un cambio che avrebbe persino imbarazzato uno strozzino.

Così, mestamente, i quattro tornarono verso la biglietteria dove avevano lasciato Brunelli, preoccupati di come avrebbero fatto a ritrovarlo, considerando che "quello ci ha fottuti ancora una volta e sarà l'unico a vedere il mondiale dentro il circuito, magari anche al riparo dalla pioggia sotto qualche tettoia".

Invece, tra la sorpresa generale Brunelli era si, sotto una tettoia, ma fuori dal circuito, praticamente dove l'avevano lasciato, baldanzoso con i suoi scellini, prima di partire per l'inutile ricerca di un cambiovalute.

"Che ci fai ancora lì?" - chiese subito Giffoni. 

"Non ci crederete, ma gli scellini erano scaduti, fuori corso legale." fu l'incredibile risposta di Brunelli.

"Ma come?" incalzò Civetta.

"Eh, li avevo rubati alla collezione di banconote di mio fratello, non immaginva non valessero più, li aveva presi qualche anno fa tornando da Vienna."

E così, agli improvvidi avventurati, non restò che risalire nella Macchina Nera ed affrontare un lungo e periglioso viaggio di ritorno ancora sotto la pioggia che terminò solo una volta che il mezzo venne parcheggiato, nel primo pomeriggio, davanti "AI Birilli Bevuti".

Giusto in tempo per sedersi davanti alla TV e guardare Stephen Roche, in maglia verde, tagliare il traguardo di Villach a braccia alzate e vestirsi poi con la maglia iridata, davanti al nostro Moreno Argentin e allo spagnolo Juan Fernandez.   







  







giovedì 12 marzo 2026

OPERAZIONE A CUORE APERTO

 

Maggio è da sempre il mese delle rose e un tempo era anche quello più gettonato per i matrimoni ed i seguenti festeggiamenti. Oggi i mores sono diventati meno rigorosi e più liberi, anche in considerazione del calo delle cerimonie religiose, ma ancora negli anni '70 le nozze imponevano agli invitati un'etichetta che non lasciava spazio a variazioni sul tema, figuriamoci look eccentrici o bizzarri.

Abiti rigorosamente scuri e camicie bianche per gli uomini, con sobrie cravatte e preferibilmente tailleur per le signore, in ogni caso gonne sotto il ginocchio come comandamento biblico.

E bambini e bambine? possibilmente addobbati come adulti in miniatura.

Non mi riferisco ai matrimoni dei rampolli delle classi più agiate, dove qualche bizzarria era ammessa, ma particolarmente al ceto medio-basso, dove tutti ci tenevano per l'occasione "a fare bella figura", il chè voleva dire un rispetto assoluto dell'etichetta e l'acquisto di abiti nuovi di zecca da esibire in chiesa e al successivo ricevimento.

A costo di "sanguinose" rinunce per il resto dell'anno, o magari oltre.

Così, in stretto ossequio agli usi, nel maggio 1979 la famiglia di Giffoni si era dovuta rifare il guardaroba per partecipare alle nozze del fratello del Pater familias.

In particolare Giffoni, a cui era stata imposta la scelta di un abito blu scuro d'ordinanza, riuscì per sfinimento a convincere sua madre ad acquistargli invece della solita protocollare giacca blu, un elegante, e sempre blu, golfino di una griffe che al tempo spopolava tra i teen-ager: "Fruit of the Loom", dietro giuramento sull'evangelario di San Marco di non indossarlo assolutamente prima della cerimonia prevista per la domenica seguente.

Venne il pomeriggio della vigilia e come ogni sabato Remfutti passò subito dopo il pranzo a casa di Giffoni per prelevarlo ed andare a giocare a pallone nel cortile della scuola elementare insieme al resto degli amigos.

Giffoni non stava nella pelle per esibire davanti al resto del mondo, come un pavone mentre fa la ruota, l'elegante e griffato golfino e così, con l'abilità di un Arsenio Lupin si allontanò da casa in incognito con il golfino sottobraccio, infrangendo clamorosamente il "patto di sangue" fatto con la madre all'insaputa del Pater familias sette giorni prima.

Dopo aver sufficientemente ostentato il capo con gli amici, i quali erano arrivati invece con un outfit più che adeguato alla circostanza, se lo tolse e lo ripose in un luogo sicuro, a prova di qualsiasi incidente e annullando il rischio di imbrattarlo di sudore.

Tutto sotto controllo. 

La partita iniziò puntuale e si stava svolgendo con il consueto furore agonistico in quel cortile di ghiaia in cui le porte erano delimitate da due alberi da un lato e dai paletti della ringhiera di cinta dall'altro, oltre che dai muri dell'edificio scolastico.

"Vapori passa!" - urlò insistentemente Romano che in attacco si trovava privo di marcature quando Vapori in difesa raccolse il pallone dall'altro lato del campo.

Vapori alzò la testa, vide Romano e con tutta la forza che aveva calciò il pallone per lanciarlo in alto a superare il centrocampo e servire Romano davanti al portiere.

Purtroppo nel maggio 1979 Andrea Pirlo ancora non aveva predicato il modo con cui servire un compagno con un lancio da distanza importante e Vapori non era neanche parente di Giancarlo Antognoni e neppure un emulo di Franco Causio.

Il pallone calciato con forza si alzò sì in aria, ma la traiettoria fu completamente sbilenca e invece di raggiungere Romano andò a centrare perfettamente una delle ampie vetrate della scuola con precisione che avrebbe fatto invidia ad un sistema di droni radiocomandati di terza generazione.

Boato di vetri infranti che pareva il crollo di un grattacielo di Dubai e pallone che spariva all'interno dell'edificio scolastico, inghiottito come Pinocchio nel ventre della Balena.

In tempo zero il cortile della scuola fu abbandonato dai "giocatori", in un fuggi fuggi generale simile a quello che si sarebbe prodotto all'arrivo nelle vie di Manhattan di un King Kong ferito e appena sceso dall'Empire State Building.

Giffoni raccolse il prezioso golfino, scavalcò la rete senza indossarlo per accelerare i tempi della fuga e per non impregnarlo di sudore, saltò al volo, in piedi sul portapacchi posteriore della Graziella con Remfutti ai pedali a spingere la bicicletta più velocemente e lontano possibile.

Una volta al sicuro, a debita distanza di sicurezza dal luogo del "delitto", Remfutti smise di pedalare e i due scesero dalla bicicletta, felici per lo scampato pericolo.

Ma gli Dei non perdonano mai la hybris e mandano tremende ed adeguate punizioni agli spergiuri vanitosi.

Qualcosa era andato storto: fu Remfutti, senza fiatare, ad indicare a Giffoni il carter posteriore della Graziella dove si era inopinatamente aggrovigliata una manica dell'elegante golfino.

Come sanitari che cercano di liberare l'arto di un ferito sotto le macerie, i due riuscirono, non senza fatica, ad estrarre ciò che rimaneva della manica sinistra del prezioso capo: un brandello maciullato e per di più lordo all'estremità dell'olio della catena.

Giffoni sentì il terreno aprirsi sotto ai suoi piedi, se fosse servito a qualcosa avrebbe pianto tutte le sue lacrime. Rincasare portando con sè quel mutilato sarebbe stato peggio che per un gerarca fascista consegnarsi alle avanguardie del IX Corpus dell'esercito di liberazione jugoslavo.

Remfutti, che a stento cercava di nascondere tutta la volontà di esplodere in una risata, cercava di mostrare empatia al condannato a morte e infine si mosse a pietà, buttando lì il coplo di genio.

"Trasformiamolo in un gilet! Così puoi usarlo ancora ed è meglio che presentarti a casa con quel cadavere."

"Si, ma come?" rispose Giffoni senza riporre speranza. 

"Lo so fare io, vado a prendere forbici, ago e filo a casa e poi operiamo!"

"Si, ma dove? non possiamo mica andare in casa a fare il miracolo?" replicò Giffoni ancora privo di fede nel miracolo.

"Andiamo nel cantiere qua vicino, oggi è sabato e gli operai non ci sono" concluse Remfutti sempre più misteriosamente attratto dal compiere quella missione salvifica.

Detto fatto.

Nel giro di mezz'ora i due avevano approntato, nel sotterraneo della casa in costruzione, il tavolo operatorio: due bidoni che sorreggevano un asse in legno utilizzata dai muratori come pavimento dell'impalcatura.

Remfutti, novello Barnard, amputò la manica maciullata e poi quella ancora sana, suturando, con ago e filo ed inattesa maestria, la ferita sotto lo sguardo prima disperato e poi sempre più fiducioso di Giffoni.

Dopo un'ora l'intervento chirurgico fu terminato e Giffoni potè indossare il gilet "Fruit of the Loom" made in Remfutti, presentandosi sorridendo a casa e annunciando alla madre che sbigottita osservava quell'opera sartoriale: "Ho pensato che in Maggio fosse meglio avere un gilet senza maniche per il matrimonio".

Poi si affacciò sull'uscio il padre di Giffoni e nel giro di qualche secondo Giffoni si trovò dentro il set di un film di Bud Spencer. E lui non era Terence Hill.

Il giorno dopo, al matrimonio ci fu un solo invitato in camicia bianca, senza giacca.

E' pietoso tacerne il nome.

Per inciso: Giffoni indossò con soddisfazione e per molti anni ancora, quell'unico capo sartoriale griffato Remfutti.


     

 


 

 

mercoledì 11 marzo 2026

MAMMA, GAGLIANO, L’ INVERNO 1944/45 E LA PRIMAVERA 1945

Una sera arrivarono in casa i partigiani e presero tutto il mangiare che era nella credenza: uova, farina, polenta, salame , patate e ceci. Un’altra sera arrivarono i titini mentre noi sorelle eravamo a dormire in 3 nello stesso letto infreddolite: sentivamo una gran confusione e poi arrivarono in camera e ci tolsero l’unica coperta che ci copriva, poi trovarono gli scarponi del papà e ce li portarono via assieme alla coperta e altre cose. Siamo rimaste immobili per la paura. I soldati tedeschi arrivavano spesso invece di giorno, si sentiva forte il rumore degli zoccoli dei loro cavalli, venivano a cercare gli uomini per portarli via e mio padre ogni volta andava a nascondersi. Andavano nella stalla e portavano via il fieno per i loro cavalli e tutto quello che poteva servirgli. Un giorno un soldato tedesco entrò in cucina: aveva l’elmetto e una faccia da cattivo che mi è rimasta impressa per tutta la vita. Allungò il fucile e con la baionetta prese l’unico salame appeso in cucina. Non avevamo niente da mangiare e non avevano nessuna pietà, mentre i miei cugini erano nascosti. Avevano costruito delle buche profonde nell’orto e la notte andavano a dormire sottoterra per non farsi trovare. 

La liberazione arrivò a maggio quando arrivarono gli alleati, e allora finalmente fu festa perché i tedeschi nella ritirata uccisero diverse persone a Gagliano.

Gli americani si insediarono in una collina dei Ronchi e per andare a Cividale passavano per Gagliano; io ricordo persone molto allegre che correvano con le loro belle jeep e ci buttavano cose da mangiare mai viste: arance, banane, zucchero, nocciole, caramelle, gomme da masticare e anche sapone. 

Finalmente si sentiva la libertà e fu festa, si ricominciava a vivere, i giovani ballavano anche in strada e si riprese tutti a cantare. 


venerdì 20 febbraio 2026

IMPERO IN POMPA MAGNA

Ci sono compleanni e compleanni e chi dice che non è vero, mente. Da sempre il raggiungimento di certe cifre ha un impatto significativo sulla nostra psiche da che sono stati inventati i numeri e le cifre tonde rivestono un fascino particolare, che impongono di fermarsi un attimo e fare delle considerazioni sulla fase della vita in cui ci troviamo.

Non che sia necessario od opportuno aspettare questi numeri magici per fare bilanci e/o progetti, intendiamoci; però la cifra simbolica ha il potere di farcelo fare anche se non ne abbiamo voglia.

In più ce n'è un'altra, non tonda, che non causa nessuna riflessione sul momento della vita ma comporta il raggiungimento di importanti e drastici effetti giuridici e induce, chi la compie, a indire festeggiamenti fuori dall'ordinario: la cd. maggiore età, che con Legge n. 39 dell' 8 marzo 1975 a firma dei Presidenti della Repubblica e del Consiglio Giovani Leone e Aldo Moro, in Italia scese dai 21 ai 18 anni.

E naturalmente anche Giffoni, Remfutti, Romano, Battaglia e soci non vollero, ciascuno a modo loro, festeggiare lo "storico" evento nei primi anni '80 del novecento.

Ora che ci accingiamo, vegliardi, a nuovi festeggiamenti in ragione delle cifre tonde inquietanti che si materializzano sul calendario, emergono anche i ricordi relativi a precedenti "baldorie", tra cui un segno  importante nella memoria ha indubbiamente lasciato, appunto, il compimento della maggiore età.

Quattro erano gli effetti più tangibili ed immediati dell'evento che faceva acquisire la piena capacità d'agire ai sensi di legge, di cui due attesi spasmodicamente, uno guardato con disinteresse e l'altro invece temuto come la morte.

In ordine inverso: l'idoneità alla chiamata al servizio militare di leva, l'esercizio del diritto di voto, la possibilità di firmare di persona le giustificazioni dei ritardi e delle assenze (rectius: marine) a scuola ma, soprattutto, il via libera per l'ingresso alle proiezioni V.M. 18.

Se la prima (sgradita) conquista spettava ex lege solo ai maschietti, l'ultima era per le femmine oggetto di totale disinteresse ancor più di quello che nutrivano alla pari i due sessi per l'esercizio del diritto di voto.

Fatta questa doverosa premessa introduttiva, non ci stupiremmo nel sapere che nell'anno domini 1984 in pizzeria, Giffoni e soci avevano iniziato i festeggiamenti per il diciottesimo di Remfutti "disquisendo" di calcio, litigando sull'ennesimo scudetto vinto dalla Juventus di Le Roi Platini ed il deludente finale di stagione dell'Udinese di Zico - tanto è rotto e ve lo vendono, ripeteva a più riprese con il solito sarcasmo Brunelli, juventino marcio - e di quante marine scolastiche si erano già autogiustificati i già diciottenni.

Quel simposio poi aveva toccato di striscio l'argomento "per chi vai a votare", argomento liquidato in fretta tra tanti "non so", qualche "non vado, non mi frega un cazzo, è tutto un magna magna" con l'unico outing da parte di Brunelli, il quale disse apertamente che non aveva dubbi.

Avrebbe votato per la DC, così motivando a chi ne aveva chiesto conto, stupito per tanta decisione che strideva tra tanto disinteresse: "Perchè io sono juventino, e la DC è la Juventus dei partiti, vince sempre le elezioni".

Qualche nube si era addensata in merito al servizio militare, perchè chi aveva abbandonato gli studi era già angosciato dall'imminente chiamata, mentre la maggioranza si affidava al completamento degli studi per rinviare di qualche anno l'infausta partenza; c'era poi chi confidava nell'Università per mettere in soffitta, magari sine die, il momento cui dover affrontare sergenti istruttori "massicci ed incazzati".

Inutile dire invece che l'evento clou sarebbe stato il dopo cena, quando avremmo "accompagnato" Remfutti al Cinema Impero, per l'esercizio di quel diritto tanto agognato dai neomaggioenni maschi.

Sono certo che chi ha avuto la ventura di nascere e crescere nell'era Internet potrebbe trovare questo racconto da qui in avanti esagerato ed inquinato da un sapore epico del tutto fuori luogo; gli chiedo clemenza, con l'invito a chiudere gli occhi ed immaginare per un attimo un mondo senza smartphone, senza internet, youporn etc. etc. e con una morale cattolica imperante, ben più del cinema Impero.

S'immagini un mondo in cui per "la scoperta" del sesso, tema cui la malaugurata pronuncia poteva richiedere per un adolescente (ma non solo) la condanna al risciacquo con l'acqua santa, bisognava affidarsi a giornaletti (per lo più a fumetti) raccattati di nascosto e detenuti in nascondigli individuati usando i criteri dell'anonima sequestri.

Qualcuno, per cercare di affrettare i tempi di quella vera e propria iniziazione, si aggregava agli amici maggiorenni, mettendosi per ultimo nella fila del controllo dei documenti all'ingresso, confidando che la propria altezza o i primi indizi di barba convincessero la bigliettaia all'inutilità della richiesta documentale, dopo l'esito positivo dei primi controlli.

Ma a chi la natura non aveva dato precoci segni di sviluppo e/o indizi di maggiore età, le porte dell'Impero - il cinema cittadino dedicato alle proiezioni VM 18 - rimanevano sprangate come i cancelli di Fort Knox.

Alle ore 23,00, ben oltre l'orario dell'ultimo "spettacolo", agendo nell'ombra come un gruppo di Navy Seals per evitare sguardi indesiderati di possibili spie dei genitori, una lunga processione di freschi maggiorenni capitanata dal festeggiato Remfutti, fece irruzione nel foyer della sala cinematografica. 

Il neo diciottenne sventolò subito la propria carta d'identità alla bigliettaia, con un fare che avrebbe fatto invidia all'arbitro Lo Bello nell'atto di mostrare il cartellino rosso al terzino killer Adriano Fedele, dopo che questi aveva fratturato la gamba al perugino Vannini.

Così quella falange di giovanotti entrò nella sala e trovò posto occupando un'intera fila di seggiolini, con la proiezione già in fase "avanzata".

Inutile dire che l'ingresso provocò una certa turbativa nella sala buia, avvolta da una spessa coltre di fumo dall'inconfondibile aroma di tabacco e popolata qua e là, ben distanziati l'uno dall'altro, da tradizionali aficionados che avevano raggiunto la maggiore età assai prima, i quali diedero subito segni inequivocabili di "fastidio" per la rumorosa irruzione che interrompeva il "religioso" silenzio, rotto solo dalle "battute" degli interpreti della pellicola.

 Davanti alla dimensione artistica degli attori e alle evoluzioni plastiche delle attrici, i Navy Seals neo maggiorenni non potevano rimanere impassibili a cotanto sfoggio di azione scenica e certo non furono in grado di limitare i loro apprezzamenti sonori alla performance cinematografica, mentre qualche spettatore abituale iniziava a girarsi verso di loro con qualche occhiataccia che non aveva bisogno di sottotitoli.

Fu il festeggiato Remfutti a farsi perfetto interprete del sentire del gruppo, scandendo meccanicamente e a più riprese un eloquente: "Che pompa! Che pompa, ma come pompa! Che pompa!".

Il meno paziente degli aficionados si voltò per l'ennesima volta e indirizzò ad alta voce monito che non ammetteva frintendimenti: "Bambino!!! Ancora una volta che sento 'Che pompa' vengo lì e ti dò una sberla!".

Il silenzio regnò di nuovo nella sala e di nuovo a farla da protagonista furono solo i suoni della sceneggiatura dell'azione scenica che continuava a svolgersi ritmicamente sullo schermo.

Durò un paio di secondi, perchè Remfutti spezzò di nuovo la "quiete" con uno scanditissimo "Che susta! Come susta!"

Il plotone dei Navy Seals esplose in un'immediata, rumorosa, spontanea e genuina risata a cui si unirono anche alcuni estimatori del genere presenti ai quattro angoli di quel cinema "d'essai" ma determinò anche l'arrivo della maschera che, con fare che non ammetteva repliche di sorta,  intimò al gruppo di abbandonare immediatamente la Sala.

L'iniziazione non era durata più di 10 minuti, ma ora Giffoni, Remfutti, Brunelli e compagnia erano entrati nell'età della responsabilità giuridica a pieno diritto ma non proprio dalla porta principale.     


   

  


 

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