Erano le tre del pomeriggio di quel lunedì di inizio luglio destinato a segnare la vita di milioni di persone in Italia e in Brasile.
Loro ancora non lo sapevano, non osavano neppure sperarlo. Era sinceramente troppo.
Per due ragazzini cresciuti a pane, marachelle e pallone non poteva esistere evento più atteso del mondiale di calcio; dalla fine delle lezioni i primi di giugno tutta l'attenzione era rivolta verso la Spagna, dove l'Italia di Bearzot, dopo aver annaspato nel girone eliminatorio di Vigo con tre miseri pareggi, nel secondo turno a Barcellona aveva battuto nientemeno che l'Argentina campione del mondo in carica dell'astro mondiale nascente Diego Armando Maradona.
Quel successo in tutta Italia era stato percepito come un vero e proprio miracolo, visto il deludente comportamento degli azzurri e le terrificanti bordate che tutta la stampa sparava a ripetizione verso la nazionale ed in particolare verso il commissario tecnico, tacciato di autolesionistica cocciutaggine per voler insistere sul centravanti Paolo Rossi.
Il "Nino de Oro", che Giffoni e Remfutti ricordavano per averli fatti sognare quattro anni prima, era diventato un impresentabile "Nino de Piombo", incapace di tenere un pallone e rendersi pericoloso; non sembrava neanche un lontano parente di quello apparso in Argentina, a Mar del Plata, quando avevano per la prima volta scoperto con consapevolezza l'importanza del mondiale di calcio, l'aria elettrizzante che si respirava durante quel mese e la capacità di quell'evento di mettere tutte le famiglie davanti alla tv e poi nelle piazze, quando giocava e vinceva la nazionale.
Un clima di passione e festa collettiva che non aveva pari.
L'avversario che attendeva i miracolati azzurri alle ore 17,15 al Sarrià di Barcellona era il Brasile di Zico, Falcao, Socretes, Cerezo, Junior ecc... ecc..., la squadra che fino a quel pomeriggio aveva vinto tutte le partite, strapazzato tutti gli avversari, 13 gol fatti e 3 subiti in 4 incontri e destinata per tutta la stampa mondiale a diventare inevitabilmente campione del mondo.
Non poteva esserci spazio per un secondo miracolo. Era assurdo solo sperarlo, prima che pensarlo.
Giffoni e Remfutti, sedicenni, cercavano di accelerare lo scorrere del tempo che quel pomeriggio pareva immobile, vagando senza meta nelle campagne circostanti alla cittadina con le loro due biciclette scassate quanto bastava per non cadere ancora a pezzi.
Ai loro genitori - rectius la mamma, perchè il papà era sempre al lavoro - come al solito non avevano detto nulla dei loro programmi pomeridiani uscendo dalle rispettive abitazioni, se non un generico "torno a casa dopo la partita".
L'appuntamento era a casa di Romano alle 17:00, giusto in tempo per ascoltare in piedi gli inni nazionali prima di assistere in trincea, assieme a suo padre e al loro compare Leonardo, a quello che si prospettava come una sorta di "Massacro di Fort Apache" per la difesa azzurra, guidata dall'estremo difensore ultraquarantenne Dino Zoff che la stampa nazionale avrebbe voluto mandare all'ospizio già quattro anni prima per i gol incassati a Buenos Aires contro l'Olanda e lo stesso Brasile.
Giffoni aveva deciso di unirsi al gruppo per scaramanzia: aveva visto in bianco e nero il primo tempo di Italia-Argentina, da solo, a casa sua e dopo l'intervallo, con le squadre sullo 0-0 si era autoinvitato e piombato a casa di Romano per condividere, a colori, insieme agli amici il pathos di quella partita, che pariva più una corrida che un incontro di calcio. Il 2-1 finale gli aveva procurato l'invito per il successivo e previsto ultimo match del mondiale contro i favoritissimi verdeoro.
I discorsi tra Giffoni e Remfutti, pedalando nervosamente tra i tratturi di campagna, nella calura di luglio, spostando lo sguardo ripetutamente sulle lancette dell'orologio che parevano immobili, non potevano che essere rivolti alla partita, a come gli azzurri avrebbero potuto battere il Brasile.
E naturalmente nessun ragionamento logico riusciva a rinfocolare un po' di speranza, anche perchè non sarebbe stato sufficiente non prendere gol - cosa già di per sè al limite del fantastico - ma bisognava solo vincere per passare il turno, il pari sarebbe stato inutile.
"Ma perchè siamo nati in Italia invece che in Brasile??!!" Domandò retoricamente a bruciapelo Remfutti a Giffoni quando i due erano arrivati al capolinea delle loro elucubrazioni. "Saremmo così forti che vedremmo vincere i mondiali di calcio e potremmo far festa come al Carnevale di Rio chissà quante altre volte!" "Hai ragione - replicò sconsalato Giffoni - invece da italiani non riusciremo mai a vincere un mondiale. Che destino infelice."
Tutto questo può sembrare un'esagerazione letteraria, oggi che tutti sanno come andò a finire quell'Italia-Brasile con la tripletta di Rossi, la parata di Zoff sulla linea al 90' e poi il trionfo di Madrid e il rientro in Italia della squadra sull'aereo presidenziale con la coppa del mondo in bella mostra mentre Zoff, Causio, Bearzot e il presidente Pertini giocano a scopone.
Dopo si è pure scritto che quel Brasile in realtà non fosse così forte, avendo una pippa in difesa, un centravanti che non segnava neanche se la porta fosse stata larga e alta il doppio e che giocavano in maniera scriteriata senza nessuna applicazione difensiva adeguata.
Ma alle 17,15 di quel lunedì 5 luglio un ipotetico sondaggio tra la vittoria dell'Italia e l'apparizione della Madonna a Regina Coeli, si sarebbe tradotto in un plebiscito per la manifestazione mariana, accompagnata da cherubini che cantavano in coro assieme ai galeotti.
Il gol di Paolo Rossi dopo 5 minuti nel salotto di casa Romano, venne accolto più da sorpresa per l'impronosticabilità dell'autore che da speranze circa l'esito finale, anche perchè neanche 10 minuti dopo, al 12' Zico aveva prima scherzato Gentile, poi servito un assist al bacio al Dottor Socrates che entrò in area sulla destra e quasi dalla linea di fondo mandò letteralmente con "il culo per terra" Zoff, facendo passare il pallone in rete tra il palo e l'estremo difensore azzurro.
Ma invece dell'atteso crollo con conseguente goleada dei danzanti verdeoro, a metà del primo tempo fu ancora Rossi ad approfittare di un eccesso di sicurezza della difesa carioca e a siglare il 2-1 con un tiro da fuori area sull'uscita di Waldir Peres.
Si guardarono ancora più increduli che festanti e alla fine del primo tempo, in giardino fumando di nascosto delle sigarette come padri in attesa fuori dalla sala parto, furono assaliti dal desiderio di diventare testimoni e protagonisti, a loro modo, di un irripetibile e sensazionale miracolo sportivo.
Non ne erano consapevoli, ma stavano scoprendo quanto il calcio fosse in grado di far vivere in prima persona emozioni e sensazioni fortissime, facendo immedesimare gli spettatori nei giocatori a tal punto da portarli in un'altra dimensione, trascinandoli a sentire gli stessi moti interiori dei veri protagonisti sul campo e di altri milioni di persone assieme a loro.
Se l'attesa della partita era lentissima, i minuti del secondo tempo parevano dilatarsi quasi a diventare ore mentre i brasiliani attaccavano furiosamente la porta di Zoff e loro incominciavano piano piano a credere nell'impossibile.
Una tortura, una sofferenza indicibile... rotta solo dal 2-2 del divino Falcao a 22 minuti dalla fine.
Un silenzio funebre, un gelo artico s'imparonì del salotto. Nessuno fiatava. Nessuno osava dire nulla. Avevano familiarizzato troppo con l'idea che sarebbero tutti entrati nella storia per dirsi adesso: "Ma si, sapevamo che non poteva andare diversamente."
Qualche piccola recriminazione sul buco difensivo causato dalla finta di Falcao aveva iniziato a fare timidamente capolino, quando San Pablito Rossi, in una mischia nell'area carioca causata dal primo e unico calcio d'angolo battuto dagli azzurri in tutta la gara, trafisse per la terza volta Waldir Peres.
Tutti saltarono in aria, indiavolati, urlando come se avessero segnato loro il gol del nuovo vantaggio, per poi guardare il cronometro e scoprire che mancava solo un quarto d'ora prima di entrare nella Storia.
Per Giffoni sarebbe stato troppo anche un minuto e non volendo sottoporsi alla ripresa dell'indicibile sofferenza che li avrebbe attesi sicuramente in quel quarto d'ora dal peso di un secolo, da trascorrere interamente sotto il fuoco di un assalto verdeoro che adesso sarebbe stato, oltre che totale, anche disperato.
Tra lo stupore degli amici, uscì in fretta dal salotto dicendo che sarebbe ritornato, sincronizzando l'orologio, solamente a partita finita.
Vani furono i tentativi di farlo desistere da quell'inutile gesto scaramantico.
Così fu.
E Giffoni iniziò il suo giro in bicicletta in una cittadina deserta, avvolta dalla calura, con la voce di Martellini che ogni tanto faceva capolino dalle finestre aperte e i rumori delle urla che parevano un'unica voce collettiva uscire dalle abitazioni.
Ad ogni urlo, un potente tuffo al cuore e così Giffoni optò per allontanarsi dal centro, pedalando in quegli stessi campi in cui qualche ora prima aveva rimpianto di non essere nato a Manaus o a Rio de Janeiro.
Finalmente l'orologio segnò l'ora del presunto fischio finale del Sig. Klein e così Giffoni girò il manubrio e, pedalando come un ossesso, si diresse di nuovo verso il centro città, in un tremendo frullato mentale di paura, ansia e speranza nel cercare di vedere intorno a lui qualche segno che gli desse conto che il finale era stato lieto.
Non ci fu bisogno di attendere molto: quando in lontananza comparve la sagoma inconfondibile de "Ai birilli bevuti" un gran numero di persone festanti usciva dalla porta principale come il getto d'acqua di un tubo esploso per troppa pressione.
E poi nell'aria il suono sempre più alto, incessante di clacson delle auto che pareva suonassero all'unisono come una grande orchestra diretta da Maestro invisibile.
Avevamo battuto il Brasile!!!!
Abbracci e baci tra amici, tra sconosciuti, tutti assieme nelle strade fino a tarda notte a far festa con bandiere tricolori che comparivano in ogni dove e qualcuna addirittura con lo stemma sabaudo.
Giffoni, Remfutti, Leonardo, Romano e compagnia cantante in sella alle loro vespe e motorini girarono a più riprese ogni angola della città e delle frazioni, avvolti in tricolori come mantelli, suonando e urlando tutta la loro gioia, a tratti anche scomposta ma sempre autentica.
Un sabba indimenticabile.
Gli Azzurri di Bearzot erano entrati nella Storia e loro con loro.
Adesso non c'era che da aspettare sei giorni per diventare campioni del mondo.
Giffoni e Remfutti poterono gioire per il destino che li aveva voluti italiani e non brasiliani.
… e Giffoni potè scoprire dal telegiornale che, in quei 15 minuti di blackout autoimposto, l’arbitro, su segnalazione del guardalinee coreano, aveva annullato il quarto gol, regolarissimo, di Antognoni e San Dino aveva suggellato il miracolo con la storica parata salva tutto al novantesimo.







