Il 31 luglio 1983 il Friuli smise, per ventiquattr'ore, di essere una regione: diventò uno stato d'animo.
Chi oggi parla dell'arrivo di Zico a Udine usando le categorie del calcio non ha capito niente; non arrivò un calciatore ma la prova scientifica che ogni tanto il buon Dio, distratto da altre faccende, si dimentica di rispettare le gerarchie.
Perché fino al giorno prima esistevano solo il Milan, la Juventus, l'Inter e la Roma. Poi il Real Madrid, il Barcellona, il Flamengo. E molto, molto sotto, da qualche parte tra una cartina Michelin e il manuale delle regioni italiane, c'era il Friuli.
Poi qualcuno firmò un contratto.
E il mondo dovette ristampare gli atlanti.
Per settimane i giornali continuarono a chiedersi la stessa cosa.
"Ma perché proprio Udine?"
Come se fosse una bestemmia geografica.
Perché fino a poche settimane prima nessuno avrebbe scommesso una lira che Arthur Antunes Coimbra, detto Zico, il giocatore più famoso del pianeta dopo Maradona, avrebbe scelto Udine.
Udine.
Non Milano.
Non Torino.
Non Roma.
Udine.
Era come se Einstein avesse chiesto una supplenza all'I.P.S.I.A. di San Giovanni al Natisone o Frank Sinatra avesse deciso di debuttare alla "Sagre dai Pirus" di Pavia di Udine.
Semplicemente, certe cose non succedevano. Non potevano succedere.
E invece succedono.
Ogni tanto la storia decide di fare una deviazione.
I friulani, invece, non cercavano spiegazioni.
Quando succede un miracolo non si convoca una conferenza di teologia. Si va a vederlo e quel pomeriggio Piazza XX Settembre era diventata Gerusalemme.
Mancavano soltanto le palme.
Zico arrivò a bordo di un'auto scoperta avanzando tra due ali di folla che lo guardavano come gli ebrei avevano guardato il Messia entrando nella città santa. C'erano applausi, lacrime, gente sulle finestre, bambini sulle spalle dei padri e anziani che sorridevano come se avessero aspettato quel momento da una vita intera.
E, quando lo cinsero con una corona di fiori sembrò quasi un'incoronazione o il climax di un antichissimo rito pagano per ingraziarsi la divinità scesa tra gli umani a "miracol mostrare".
Poi Arthur Antunes Coimbra prese il microfono e disse che era venuto a Udine per vincere lo scudetto.
Per qualche secondo nessuno parlò, perché certe frasi non si applaudono subito: prima bisogna convincersi di averle sentite davvero.
...
Lo Smilzo, naturalmente, era milanista.
Marcio.
Di quelli che se i marziani avessero giocato in maglia rossonera avrebbe tifato contro l'umanità.
Ma davanti a Zico persino lui aveva abbassato le armi.
Quel pomeriggio era appostato davanti ai Birilli Bevuti quando vide passare Giffoni.
— Gifffffoni! Dove vai?? Vieni qui!
Tuonò subito con quella voce impastata in cui ogni consonante sembrava l'accensione del motore di una Lotus o di una McLaren sulla linea dello start al Gran Prix di Silverstone
Giffoni stava andando da Gambero.
— Sali in Vespa, si va a Udine a vedere il Pelè Bianco!!!
— Adesso?
— Adesso.
— Perché?
Lo Smilzo lo guardò con quella faccia che riservava agli idioti e agli impiegati comunali.
— Oh ma sei un Coglioone!!! Perché oggi passa la storia.
Non c'era altro da aggiungere.
Cinque minuti dopo il PX 150 E color caffelatte, con i soliti adesivi verdi raffiguranti un improbabile profilo di minareti che nessuno aveva mai avuto il coraggio di spiegare, stava già scaldando il motore.
Giffoni riuscì appena a telefonare a casa.
— Mamma... vado a Udine.
Dall'altra parte del filo ci fu un silenzio.
— Devo chiedere a tuo padre...
Poi arrivò la sentenza.
— Va bene. Ma alle undici e mezza devi essere davanti al portone. Se fai tardi, per una settimana non esci.
Il messaggio era chiarissimo: il codice del padre di Giffoni non ammetteva circostanze esimenti o attenuanti. Solo la certezza della pena: la puntualità non era un consiglio, ma l'unico modo per impedire lo scattare di una misura cautelare.
Lo Smilzo ascoltò tutto.
— Giffoni... non preoccuparti. Ci saremo!!
Lo disse con lo stesso tono con cui Napoleone avrebbe annunciato di attraversare le Alpi.
Non era un'ipotesi.
Era un ordine impartito al destino.
...
Arrivarono giusto in tempo.
Dietro il palco sentirono il presidente degli Udinese Club, Antonucci, chiedere al microfono se Piazza XX Settembre dovesse cambiare nome in Piazza Zico.
Il boato fu così forte che per un attimo sembrò piegarsi perfino il campanile del Duomo.
Pochi minuti dopo il brasiliano passò a meno di tre metri da loro.
La corona di fiori ancora intorno al collo.
I carabinieri faticavano a tener lontana la gente.
Una signora cercò perfino di toccargli una spalla.
Come si fa con le statue dei santi.
...
La sera il Friuli intero traslocò allo stadio, le biglietterie dello stadio erano lunghe code di gente impaziente quasi si trattasse di salire sulle scialuppe del Titanic ormai prossimo all'inabissamento.
Non era tempo di prenotazioni on-line, e lo Smilzo e Giffoni, sgomitando nella ressa riuscirono a conquistare i tagliandi che aprivano i cancelli della Storia.
L'Hajduk Spalato non era una squadretta da dopolavoro ferroviario ma una di quelle che ogni anno giocavano una coppa europea.
Ma nessuno era venuto per vedere gli jugoslavi.
Alle 21.56 successe quello che tutti speravano e nessuno poteva raccontare in anticipo.
Una palla scende a campanile sulla coscia del brasiliano, circondato spalle alla porta al limite dell'area spalatina almeno da tre marcatori.
Silenzio.
Zico la addomestica e con un movimento repentino si gira e la calcia verso la porta un attimo prima che tocchi terra e il pallone disegnò una traiettoria che sembrava conoscere già la strada, mentre gli avversari ancora cercavano di capire se il tiro era stato scoccato o meno.
Quando entrò in rete, il Friuli perse definitivamente il contatto con la realtà.
Lo stadio esplose.
Gli sconosciuti si abbracciavano.
Qualcuno piangeva.
Qualcuno rideva.
Qualcuno faceva entrambe le cose.
Il "Pelé bianco" aveva appena scritto il suo primo capitolo in bianconero.
Più tardi arrivò anche il gol del Barone Causio a fissare il 3-0, dopo il gol di apertura di Edinho.
Il resto della partita contava ormai poco e il gol della bandiera di Bursac allo scadere, servì per definire solo il 3-1 per l'archivio.
...
Mentre Giffoni sentiva il terreno scottare sotto i piedi ripensando al monito del padre, lo Smilzo, finito l'incontro, sembrava uscito da una degustazione di vini pregiati.
Camminava lentamente. Assaporava il momento.
— Zico è forte...
Fece una pausa.
— ...ma hai visto Marchetti? Era da tutte le parti!
Solo lui poteva uscire dalla serata del secolo parlando del numero 8 appena arrivato dal retrocesso Cagliari a dare manforte ad un centrocampo tutto proiettato in avanti, ma poco incline a chiudere gli spazi.
Giffoni guardò l'orologio.
Sentì un brivido.
— Dobbiamo andare.
Lo Smilzo continuava a passeggiare.
— Oh...
— Dobbiamo andare!
— Calma.
— Mia padre mi ammazza!
Lo Smilzo si voltò finalmente.
— Giffoni...
— Eh?
— Ti ho detto che ci saremo!
Poi aggiunse, ormai spazientito.
— Hai rotto i cogliooooni!
...
Quello che accadde sulla strada del ritorno non dovrebbe essere raccontato davanti a una pattuglia della Polizia Stradale.
Lo Smilzo guidava il PX come il Barone Causio saltava gli avversari.
Sorpassava colonne infinite, entrava in spazi che sembravano larghi quanto una cartolina.
Usciva da curve che avrebbero stretto le chiappe persino Steve McQueen ne "La Grande Fuga".
Giffoni smise di contare le volte in cui vide la propria vita passargli davanti: si limitava a sperare che almeno una di quelle vite arrivasse fino a casa.
Il tutto rigorosamente senza indossare i caschi, che nel 1983 erano obbligatori per i piloti di formula Uno e che nessun adolescente si sarebbe mai sognato di indossare, pena essere catalogato come lo scemo del villaggio.
Quando finalmente comparve la via del quartiere mancavano poche centinaia di metri e l'orologio sembrava dare ragione allo Smilzo.
Poi il destino, che evidentemente quella sera voleva partecipare alla festa, fece uscire un gatto da una laterale.
Lo Smilzo inchiodò.
Suonò.
Sterzò.
Fece un numero che ancora oggi meriterebbe di essere proiettato nelle autoscuole.
La Vespa rimase in piedi.
Il gatto no.
Ci fu un silenzio improvviso.
Lo Smilzo spense il motore.
Scese.
Si avvicinò all'animale immobile.
Lo guardò per qualche secondo.
Scosse lentamente la testa.
E con un misto tra la compassione ed il rimprovero, quasi non sapesse se volesse consolare o rimproverare il povero animale che al contrario di Giffoni aveva perso tutte le sue sette vite, pronunciò quella frase destinata a entrare nel lessico dei Birilli Bevuti per i decenni successivi.
— Che sfiga, gatto...
Pausa.
— Avevo pur suonato.
Da quel giorno, ogni disgrazia inevitabile, ogni incidente senza colpevoli, ogni rovescio contro cui era stato fatto tutto il possibile per evitarlo, trovò una definizione perfetta.
Non servivano spiegazioni.
Bastavano e bastano due parole.
"SFIGA GATTO!"
Perché certe frasi sono più resistenti della memoria e, a pensarci bene, forse è proprio questo il destino delle vere imprese.
Zico arrivato a Udinecome un novello Messia, neanche 2 anni dopo ritornò al Flamengo, costretto a fuggire come un Barabba qualsiasi con l’accusa poi infondata di evasione fiscale.
Quella frase, invece, appartiene ancora a noi.






