Era settembre del 1983 e, come tutte le cose belle che prima o poi devono finire, anche le vacanze estive stavano arrivando alla loro inevitabile conclusione.
Mancavano ormai pochi giorni alla riapertura delle scuole e al ritorno di quella forma di detenzione quotidiana che, con una certa benevolenza istituzionale, veniva definita «quarto anno delle superiori». La lunga siesta estiva con i suoi annessi e connessi non era ancora un nostaglico ricorso, i libri non erano ancora ricomparsi sui tavoli, le cartelle giacevano abbandonate in qualche angolo della casa e nessuno, naturalmente, era ancora interessato su quali professori sarebbero toccati in sorte per il nuovo anno.
Era l'ultimo venerdì di vacanza e fu proprio allora che qualcuno ebbe l'idea di andare a Castelmonte a piedi.
L'idea, a voler essere generosi, aveva una doppia anima. Una parte era indubbiamente sacra: salire a piedi fino al Santuario Mariano, otto chilometri circa sulle colline sopra Cividale, affidarsi alla Madonna e magari ottenere in cambio qualche benevolenza per l'anno scolastico che stava per cominciare, di cui più di qualcuno di loro evidentemente ne sentiva il bisogno come il pane.
L'altra parte era invece decisamente più terrena: una giornata insieme, lontano da casa, senza genitori, libri o orari. Un'ultima scampagnata prima di tornare alla triste normalità e, soprattutto, la possibilità che l'insolita e per nulla banale presenza di qualche ragazza rendesse la devozione mariana ancora più interessante.
Nessuno lo disse apertamente, naturalmente: in quelle occasioni si parlava di «stare in compagnia», di «fare una passeggiata», di «godersi l'ultima giornata di libertà», ma sotto quelle nobili intenzioni si agitava, come spesso accadeva a quell'età, una speranza molto meno spirituale.
Il gruppo partì di buon mattino.
La salita procedeva tranquilla. Il sole di settembre era ancora caldo, ma non aveva più la prepotenza di agosto, e la strada si arrampicava fra le colline con quella lenta regolarità che rendeva piacevole l'inizio di una gita ma insopportabile la fatica della stessa gita qualche ora dopo.
Fu durante i primi chilometri che Giffoni e Devetti cominciarono a guardarsi: era uno di quegli sguardi che, fra adolescenti, potevano contenere un intero programma operativo senza bisogno di una sola parola.
Nel gruppo c'erano due ragazze e c'era, poco più avanti, un sentiero che si staccava dalla strada principale e si infilava nel bosco.
L'idea venne naturalmente a Giffoni.
«Perché dobbiamo fare tutta la strada? Da lì si taglia.»
La proposta fu accolta dal resto della compagnia con un silenzio che aveva già il valore di un voto contrario. Romano e Leonardo cassarono subito l'idea e Remfutti fece subito notare che non si vedeva neppure dove portasse quel sentiero e che si trattava di andare a Castelmonte, non a cercare funghi.
Ma Giffoni non era tipo da lasciarsi scoraggiare da una maggioranza.
«Ma sì, che problema c'è?»
Devetti si schierò immediatamente al suo fianco.
«È una scorciatoia. Si arriva prima.»
«E poi vuoi mettere?» aggiunse Giffoni, indicando il bosco. «Tutto al fresco, all'ombra. Molto più bello che camminare per otto chilometri sull'asfalto.»
Il gruppo continuava a non essere convinto, le obiezioni erano numerose e, stranamente, ragionevoli.
Il problema era che Giffoni e Devetti avevano individuato una motivazione molto più potente della ragionevolezza: le due ragazze.
A quel punto cambiarono strategia e il motivo incominciò a essere meno bucolico: il sentiero non fu più presentato come una semplice deviazione, ma come un'esperienza. Una piccola avventura. Una maniera più intelligente e meno banale di raggiungere il santuario.
«Venite con noi», disse Giffoni alle ragazze. «Ci mettiamo molto meno.»
Devetti aggiunse, con l'aria di chi conosceva quei boschi da sempre:
«E poi è bellissimo. C'è un sacco di ombra. Vedrete che arriviamo prima degli altri.»
Le ragazze guardarono il sentiero e poi guardarono il gruppo mentre il gruppo guardò loro, come per dire: non fatevi convincere.
Ma Giffoni e Devetti insistevano e alla fine, contro il parere praticamente unanime della compagnia, riuscirono nell'impresa: le due ragazze accettarono.
I quattro si staccarono dal gruppo e fu così che Giffoni e Devetti, dopo aver perso democraticamente la discussione con tutti gli altri, riuscirono comunque a vincere quella che per loro era l'unica votazione davvero importante.
Entrarono nel bosco, Giffoni davanti, Devetti poco dietro, le due ragazze al seguito.
Camminavano con la sicurezza di due esploratori che avessero appena imboccato una scorciatoia perfettamente conosciuta ma c'era però un piccolo particolare: né Giffoni né Devetti avevano ovviamente mai percorso quel sentiero, non sapevano dove portasse, quanto fosse lungo, se fosse davvero un sentiero o semplicemente una traccia lasciata nel tempo da qualche animale, e soprattutto non avevano la più pallida idea di come si potesse tornare sulla strada.
Ma avevano due ragazze con loro.
E questo, nella loro scala di priorità, rendeva irrilevanti dettagli secondari come la conoscenza del territorio.
Per i primi minuti tutto sembrò andare magnificamente, gli alberi facevano ombra, l'aria era fresca e il rumore della strada si allontanava ma presto il sentiero cominciò a diventare meno evidente.
Poi ancora meno ed nnfine scomparve del tutto.
Giffoni rallentò. Devetti rallentò.
Le due ragazze si guardarono.
«Ma... sei sicuro che sia di qua?»
Giffoni osservò il bosco con l'attenzione di chi spera che una risposta possa materializzarsi spontaneamente tra due cespugli.
«Sì, sì. Certo. È più avanti.»
Camminarono ancora, passarono altri minuti e d il sentiero non comparve.
Comparvero invece altre piante, altri alberi e una crescente consapevolezza che l'idea di arrivare prima a Castelmonte stava assumendo una connotazione sempre più teorica e a quel punto, il vero obiettivo di far colpo sulle ragazze distinguendosi dal gruppo, era miseramente svanito e avrebbe reso qualsiasi tipo di avance nei loro confronti come un due di picche grande come un cartellone pubblicitario autostradale.
Persa la faccia, ora si trattava almeno di salvare il "culo" conduvendo le ragazze fuori da quella selva oscura prima dell'imbrunire e prima che i genitori alleratssero magari i carabinieri.
Quando finalmente trovarono una traccia che sembrava condurre da qualche parte, la seguirono con sollievo e dopo un tempo che parve infinito sbucarono finalmente fuori dal bosco.
Solo che non erano arrivati a Castelmonte: erano tornati praticamente al punto di partenza.
Fu in quel momento che le due ragazze smisero definitivamente di considerare l'avventura come una simpatica variante alla passeggiata mentre Giffoni e Devetti, invece, mantennero velleitariamente ancora per qualche minuto una dignità che gli eventi avevano invece già provveduto a dichiarare decaduta.
Alla fine non rimase che l'autostop.
Un'anima pia, forse ignara della natura dei quattro passeggeri che stava per raccogliere, ebbe compassione di loro e li portò fino al piazzale del Santuario e quando finalmente comparvero davanti al resto della compagnia, gli altri erano già da un pezzo sulla collina della croce, di fronte al santuario, intenti a mangiare, bere e soprattutto a godersi la giornata senza essersi persi nei boschi.
L'accoglienza fu quella che meritavano: una vera manna per Remfutti, Leonardo e Romano, sostenitori fin dalla prima ora che quella "deviazione" fosse una "cazzata terribile".
Risate.
Urla.
Insulti affettuosi.
Domande sulla «scorciatoia».
Giffoni cercò di sostenere che, tutto sommato, il percorso era stato «molto interessante».
Peggio il "Tacon del buso": non fece altro che aumentare la frequenza e la profondità del cojonamento a cui fu sottoposto.
Ma la giornata era ancora lunga e le "sorprese" erano ben lungi dall'essersi esaurite.
Dopo il pranzo al sacco, la compagnia si sistemò sul prato della collina. Qualcuno giocava a carte, qualcuno prendeva il sole, altri semplicemente se ne stavano sdraiati sull'erba con quella soddisfazione particolare che si prova quando non si ha assolutamente nulla da fare.
Remfutti, azionando ripetetutamente il rewind, faceva sentire ossessivamente "Who can it be now?" dei Men at Work, resistendo a tutti i rimbrotti di Rozza, proprietario del radioregistratore a cassette e preoccupato per il consumo di batteria e alle proteste degli altri del gruppo che desideravano una scaletta musicale più varia.
Fu allora che comparve il drappello: nel piazzale sottostante comparvero in transito alcuni militari in marcia, guidati da un giovane ufficiale.
Erano in tenuta da campagna, armati di Garand, con zaino sulle spalle e procedevano con quella cadenza ordinata e seria che, vista dalla prospettiva degli occupanti della collinetta, sembrava ppartenere a un altro mondo.
Stavano andando a dare il cambio alla piccola guarnigione di servizio presso una vicina casermetta del sistema difensivo del confine italo-jugoslavo, una delle tante postazioni che in quegli anni ricordavano, anche nel modo più concreto e poco spettacolare possibile, che dall'altra parte della frontiera cominciava ancora il mondo comunista e c'era la necessità di difendere il patrio suolo dalla minaccia di un'invasione delle truppe del Patto di Varsavia.
Mentre i militari sfilavano al passo sotto la collinetta, Leonardo e Remfutti ebbero un'idea.
Era un'idea che apparteneva alla stessa scuola di pensiero di quella che, poche ore prima, aveva permesso a Giffoni e Devetti di guidare due ragazze dentro un bosco sconosciuto.
La scuola del pensiero magico, quella secondo cui, se una cosa sembrava divertente, allora probabilmente si poteva fare e, soprattutto, era priva di qualsivoglia conseguenza sgradevole.
Leonardo e Remfutti si alzarono e cominciarono a battere la stecca a quattro mani.
Poi partirono con il coro.
«Pochi! Pochi! Muti! Rospi! Non vi passa più! Morire in Friuli!»
Il resto della compagnia esplose in una risata e per qualche secondo sembrò tutto perfetto; Poi Devetti, che evidentemente conservava ancora qualche residuo di istinto di sopravvivenza dopo l'esperienza nel bosco, disse piano:
«Ma non state cagando un po' fuori dal vaso?»
Era una domanda ragionevole e la risposta arrivò immediatamente.
Il reparto si fermò.
L'ufficiale parlò brevemente con quattro militari e i quattro, deposte le armi e lo zaino, si staccarono dal gruppo e cominciarono a correre verso la collina.
A quel punto il senso dell'umorismo abbandonò la compagnia.
Leonardo e Remfutti furono i primi a capire: sparirono dentro un cespuglio con la rapidità di due parà della 101ma divisione aviotrasportata appena paracadutati dietro le linee tedesche durante la notte che precedeva lo sbarco in Normandia.
Gli altri rimasero immobili interrogandosi con aria grave mentre i quattro militari salirono.
Uno guardò il gruppo.
«Chi ha detto pochi?»
Silenzio.
«Chi di voi batteva la stecca?»
Ancora silenzio.
Devetti, dopo qualche secondo che sembrò durare un'eternità, trovò il coraggio di parlare e cercare di ammorbidire quell'atmosfera pesante come il piombo.
«Nessuno di noi.»
Tutti gli altri annuirono come un coro da tragedia greca.
Il militare li fissò ad uno ad uno.
«E allora chi è stato?»
Al perdurare del silenzio il milite, noncurante della vicinanza del Santuario Mariano, rincarò la dose con una bestemmia verso la Madonna per far comprendere in maniera cristallina che si aspettava al più presto una risposta convincente.
Giffoni comprese che era arrivato il momento della diplomazia, se si voleva evitare qualche ceffone.
«Abbiamo visto del movimento...»
«Dove?»
«Là.»
Indicò vagamente il bosco.
«Erano altri ragazzi, non li conosciamo. Sono scappati. Non sappiamo dove.»
La versione era fragile, ma aveva il pregio della disperazione e per i militari apriva un nuovo scenario credibile.
I fanti si dispersero e cominciarono a cercare.
Il gruppo rimase sulla collina, immobile, con la stessa espressione che probabilmente avevano avuto gli abitanti di un villaggio quando vedevano arrivare in lontananza una colonna di soldati durante una rastrellamento a scopo di rappresaglia.
Passarono cinque minuti.
Poi otto.
Poi dieci.
Finalmente, dalla boscaglia, arrivò una voce in dialetto romanesco.
«Ahò! Ca' stanno dù frasci!»
Il gruppo trattenne il fiato.
Da un cespuglio poco distante spuntò una testa.
Era Remfutti.
Dietro di lui, lentamente, emerse quella di Leonardo.
I due vennero trascinati fuori dal cespuglio e condotti davanti al gruppo.
«Eravate voi le teste de cazzo che urlavano "Muti! Rospi!"?»
Remfutti non ebbe un attimo di esitazione.
«Assolutamente no.»
Indicò immediatamente il gruppo.
«Sono stati questi ragazzi qui.»
Seguì un momento di assoluto silenzio e poi tutti cominciarono a parlare contemporaneamente, in maniera animatissima.
Leonardo accusava gli altri, gli altri accusavano Leonardo, Remfutti negava l'evidenza mentre Giffoni cercava di mantenere una versione dei fatti che ormai non aveva più alcuna possibilità di sopravvivere.
Devetti, probabilmente pentito di non essersi fatto gli affari propri fin dall'inizio della giornata, osservava la scena con l'espressione di chi aveva ormai capito che la salvezza era riposta nella disposizione benevola della Madonna, al quale, comunque, avrebbe dovuto lavorare parecchio per risolvere l'impiccio.
Il confronto all'americana avrebbe potuto proseguire ancora a lungo ma dalla piazza arrivò la voce dell'ufficiale: richiamava i quattro militari.
Il cambio di guardia li aspettava, probabilmente anche il suo collega e quel sottontenente aveva evidentemente capito che spiegare poi ad un comandante di compagnia un ritardo nella consegna perché quattro suoi militari fossero impegnati a interrogare un gruppo di ragazzini friulani che aveva insultato una pattuglia avrebbe prodotto una quantità di domande alle quali nessuno aveva particolare interesse a rispondere.
I quattro tornarono quindi verso il piazzale ma prima di andarsene, uno di loro si voltò.
«Questa volta vi è andata bene, friulani di merda.»
Fece una pausa.
«Ma se vi incontro per strada, non vi basterà la protezione della Madonna.»
Seguitò un coro di bestemmie e poi se ne andarono.
La compagnia rimase in silenzio per qualche secondo, nessuno aveva più voglia di ridere, l'adrenalina liberata nell'organismo si agitava ancora come il ballo della taranta.
Poi qualcuno cominciò e alla fine esplosero in una risata liberatoria perché era evidente che, ancora una volta, se l'erano cavata.
Giffoni guardò verso il santuario: la facciata bianca della chiesa emergeva poco più in alto, silenziosa e impassibile.
La Madonna di Castelmonte li aveva visti arrivare in ritardo, aveva assistito alla spedizione nel bosco, aveva probabilmente ascoltato gli insulti ai militari ma sicuramente alla fine erano state le bestemmie in grigioverde a farla sciogliere gli indugi e intercedere a favore di Remfutti e soci.
A quel punto la questione apparve chiara.
La giornata era cominciata con l'idea di ingraziarsi la Madonna per il nuovo anno scolastico ma a giudicare da come si erano messe le cose, era già evidente che quel pomeriggio avevano già giocato il "Jolly" e usufruito del Bonus mariano.
Quello che nessuno disse, ma che tutti pensarono, era che forse un ex voto sarebbe stato doveroso, non più per chiedere una grazia, quanto per ringraziare.
Perché la Madonna Nera di Castelmonte, quella che da secoli proteggeva i friulani in patria e quelli dispersi per il mondo, quel giorno aveva evidentemente deciso di prendere sotto la propria ala anche un piccolo gruppo di adolescenti cividalesi e, vista la qualità dei soggetti, non era certamente un compito da poco.
Il quarto anno doveva ancora cominciare e per Giffoni, Remfutti e soci si preannunciava di sicuro complicato.
Probabilmente anche per la Madonna di Castelmonte.
Nessun commento:
Posta un commento