mercoledì 30 settembre 2026

SYLT IN HAMBURG

Appena lasciata alle spalle la boa dei 20 anni Giffoni aveva già maturato una convinzione abbastanza sui generis circa la geografia del mondo: era certo che l'estero cominciasse poco oltre i Birilli Bevuti e finiva con l'inizio della cortina di ferro.

Nell'agosto 1987 quello che ci stava al di là, oltre che ad essere percepito come un mondo uniforme e avvolto dal grigiore e dai medesimi riti della dittura comunista, non era neppure preso in considerazione come un luogo visitabile.

L'Olanda, invece, era un luogo mitologico che fino a quel momento aveva avuto per lui la consistenza delle figurine Panini: Amsterdam, la capitale dove era libero  tutto ciò che in Italia era proibito , tulipani, mulini a vento, biciclette e qualche giocatore della nazionale olandese che sembrava appartenere a una razza calcistica superiore.

La Germania Ovest era invece un'altra cosa: era la Germania di Rummenigge, Matthäus, Beckenbauer, delle autostrade senza limiti di velocità e delle automobili che, viste da un italiano del 1987, sembravano progettate da ingegneri che non avevano mai avuto bisogno di chiedere un preventivo al meccanico.

Per arrivarci, comunque, bisognava anadare ben oltre le colonne d'Ercole dei Birilli bevuti e di disporre o di un portafoglio particolarmente generoso oppure di grande spirito d'avventura e adattamento assistito da un auto che non fosse la mitica 850 color sabbia nel cui radiatore si poteva buttare la pasta appena passato Remanzacco.

E per Giffoni, che nel proprio magazzino aveva riserve sovrabbondanti di attitudine all'adattamento ma un portafoglio pieno di buone intenzioni e un garage vuoto, quelle terre lontane e avvolte da leggende e mistero sembravano destinate a rimanere tali ancora per un bel po'.

Il destino invece, in quell'estate in cui l'Udinese era retrocessa e si stava preparando ad un campionato di serie B dopo 8 anni in quel di Malborghetto, volle compensarlo del dispiacere e offrirgli un'inaspettata opportunità.

Vialetti, un bancario di sette anni più vecchio che aveva conosciuto sugli spalti del Carnera, gli propose di unirsi a lui per un viaggio di 10 giorni in agosto con destinazione proprio l'Olanda, con cappatina ad Amburgo prima di entrare nel paese dei tulipani da farsi con la sua auto e con budget alla portata dei sanguinosi risparmi di Giffoni.

Nel 1987 non c'era Booking, non c'era Airbnb e tantomeno internet, il telefono cellulare o Google Maps: c'era una cartina stradale, qualche indirizzo recuperato chissà dove e una forma di ottimismo che, col senno di poi, avrebbe meritato di essere studiata dalla medicina.

L'idea era semplice: partire e trovare da dormire strada facendo.

In ossequio a quel dettagliato cronoprogramma partirono, intelligentemente, la vigilia di Ferragosto e già la prima giornata chiarì che l'Europa del 1987 non aveva nessuna intenzione di collaborare.

Il tratto da Villach a Spittal non era ancora completato e l'autostrada, per quanto già sufficientemente lunga da dare agli automobilisti l'illusione di essere entrati nella modernità, aveva ancora interruzioni, deviazioni, code e confini.

A Salisburgo, poi, il traffico si trasformò in una teoria filosofica: una fila di automobili praticamente immobile, davanti, dietro, di fianco.

E soprattutto al confine.

Giffoni guardava la scena dal finestrino con l'attenzione di chi stava assistendo per la prima volta a un fenomeno antropologico.

«Ma tutta questa gente dove cazzo va?»

Vialetti, che guidava da ore, non rispose, probabilmente perché aveva già consumato, insieme alla benzina, anche le parole.

Dopo circa otto ore arrivarono a Monaco di Baviera e con un vagabondaggio di circa un'ora trovarono una sistemazione alberghiera nella periferia della capitale dell'OktoberFest.

Il giorno dopo ripartirono presto e questa volta l'autostrada tedesca fece il suo dovere, soì come la VW Golf 1600 di Vialetti divorò chilometri verso nord con la stessa insaziabile voracità di Noiret, Matroianni e Tognazzi ne "La Grande Abbuffata". 

Fu durante quel viaggio che Giffoni ebbe la prima grande sorpresa politica della vacanza: le basi militari americane! Una dopo l'altra, comparivano lungo il percorso installazioni militari, mezzi, recinzioni, soldati, indicazioni che ricordavano continuamente che quella non era semplicemente la Germania Ovest: era uno dei principali avamposti della Guerra Fredda.

Giffoni osservava tutto dal finestrino con grande attenzione; fino a quel momento aveva sempre immaginato l'Europa divisa in maniera abbastanza elementare: da una parte noi, dall'altra i sovietici, i buoni contro i cattivi.

L'idea che anche l'Occidente fosse militarmente occupato da un esercito straniero, benché alleato, gli sembrò improvvisamente meno semplice, naturalmente non lo disse: aveva ventuno anni, era in vacanza e le tendenze politiche di Vialetti non sembravano del tutto nordatlantiche.

E soprattutto stavano andando ad Amburgo.

Verso le cinque del pomeriggio, finalmente, comparve la città.

HAMBURG!.

Il porto, il Nord, i resti della grande cattedrale dedicata a di St. Nikolai devastata dai bomabrdamenti della RAF, lasciati intatti a monito perenne, ed il mare dal colore grioscuro molto diverso da quello di Lignano e Grado

E soprattutto un problema molto più concreto della geopolitica internazionale: dove dormire.

Cominciarono a cercare.

Una pensione, un albergo, un affittacamere.

Qualunque cosa.

Niente. Pieno. Tutto pieno.

Quindici agosto.

Amburgo e loro due senza prenotazione.

Dopo la prima ora Giffoni era ancora ottimista e l'approdo sembrava raggiunto quando in una casa di un quartiere periferico incrociarono un abitazione con un cartello che era più di una speranza: 

ZIMMER FREI

Vialetti faticò a trovare il parcheggio, ma finalmente si presentarono alla porta e suonarono il campanello; comparve una donna anziana,  corpulenta con dei bigodini in testa e Giffoni si affidò a quel misto di tedesco appreso tra le lezioni scolastiche e qualche puntata invernale in carinzia ed esordì con sicurezza: 

Gruss Gott!!

L'espressione già guardinga della donna alla vista dei due forestieri, una volta udito il saluto di Giffoni si fece ancora più cupa e con aria truce rispose, con voce cavernosa, senza muovere il labbro superiore, scandendo bene le parole:

GUTEN ABEND. 

Giffoni, sorpreso da tanta, aperta e a suo vedere immotivata ostilità, assumendo la postura più educata possibile, chiese pieno di speranza, con un accento che tradiva le sue origini nella terra Wo die Zitronen blühen:

Haben Sie ein Zimmer für diese nacht für 2 Personen?

La risposta, in tono sempre più ostile, non si fece attendere:

Nein! Kein Zimmer frei für Sie.

Giffoni e Vialetti restarono basiti, ma Giffoni non volle arrendersi e con una timida protesta indicò il cartello Zimmer Frei.

La poco freundliche deutsche Dame replicò alzando tono della voce:

Kein Zimmer frei für Sie, habe ich schon gesagt!

prese il cartello sotto il braccio, rientrò dall'uscio da cui era uscita e prima di sbattere la porta in faccia ai due increduli forestieri, concluse sbottando:

Los! Los! oder ich rufe die Polizei!!!

Esterefatti e dopo aver indirizzato un bel italico "Ma vaffanculo va!" all'indirizzo della porta chiusa, Giffoni e Vialetti ripresero, con il morale sotto i tacchi la ricerca di un giaciglio per la notte, non riuscendo proprio a spiegarsi il motivo di tanta ostilità con cui NON erano stati ospitati.

Molti anni dopo Giffoni apprese che non solo in Italia esiste una certa diffidenza al Nord per chi viene dal Sud della penisola, ma il fenomeno è frequente anche in Germania, tra nordisti e bavaresi. Figuriamoci quale posto nella scala degli ospiti desiderati occupava Giffoni agli occhi dell'anziana signora di Amburgo, una volta che si era presentato con il tipico saluto della Baviera o peggio ancora dell'Austria, tradendo per lo più con il suo accento di essere un Italienischer Verräter.

Dopo una seconda ora di infruttuoso vagabondaggio, avevano cominciato a considerare la possibilità di dormire in macchina: il sole stava lentamente scendendo e la città, invece di offrire una soluzione, sembrava allargarsi davanti a loro come una trappola.

Poi comparve un'insegna.

SYLT IN HAMBURG

Ultima pssibilità! Avevano trovato una stanza!

Non era esattamente l'albergo che avevano immaginato: 3 stelle, probabilmente assegnate in un momento di grande entusiasmo dell'albergatore e immediatamente revocate dalla commissione competente: il bagno, per dire, era in comune per ogni piano.

Ma dopo due ore di ricerca, il concetto di dignità alberghiera aveva perso ogni significato e così presero la stanza pagando pure la pigione, che venne chiesta in anticipo.

Posarono i bagagli e uscirono.

Fuori, scoprirono che il Sylt faceva angolo con l'inizio di un quartiere chiamato Sankt Pauli e per Giffoni, fino a quel momento, Sankt Pauli era semplicemente una squadra di calcio della Bundesliga che, a memoria, passava buona parte delle proprie stagioni a combattere contro la retrocessione e quindi gli sembrò quindi perfettamente coerente che anche l'albergo avesse qualcosa della stessa vocazione.

Non poteva ancora sapere che il quartiere aveva una classifica molto diversa da quella calcistica.

Cominciarono a camminare.

La prima insegna lasciò Giffoni perplesso, la seconda pure.

Alla terza capì.

Sex shop.

Poi un locale.

Poi un altro.

Poi un'insegna luminosa.

SEX KLUB

Poi un taxi, Poi un altro.

E soprattutto uomini, moltissimi uomini: giovani, meno giovani, anziani, eleganti, trasandati, soli, in coppia, in gruppo.

Tutti rigorosamente uomini.

I taxi arrivavano, scaricavano uomini e ripartivano: ne arrivava un altro e subito scaricava altri uomini.

Giffoni cominciò a comprendere che il quartiere non aveva semplicemente una vita notturna: aveva un'economia, pure fiorente.

Le strade conducevano tutte verso una sorta di grande corso, lungo più o meno quanto Corso Mazzini a Cividale, ma con una differenza sostanziale: alle due estremità era stato costruito un muro di lamiera alto circa due metri.

Una città nella città.

Sui cartelli, chiaro e inequivocabile, il limite d'accesso:

Zutritt unter 18 Jahren strengstens verboten

L'ingresso era un pertugio nella barriera e davanti al pertugio stazionava un poliziotto.

Giffoni lo guardò, Vialetti guardò Giffoni e Giffoni guardò Vialetti.

Il poliziotto guardò entrambi.

Era, a tutti gli effetti, il Minosse di quella nuova Commedia, assai poco divina.

Non doveva assegnare il cerchio infernale, gli bastava controllare i documenti e i due passarono.

Quello che videro dall'altra parte apparteneva a una geografia che Giffoni non aveva mai studiato: ai due lati della strada, una sequenza interminabile di vetrine.

Dietro i vetri, ragazze giovani e avvenenti, in lingerie, osservavano il passaggio degli uomini e cercavano di attirarne l'attenzione con sorrisi, gesti e movenze che rendevano abbastanza evidente la natura dell'attività.

Giffoni ebbe immediatamente la sensazione di trovarsi davanti alle sirene di Omero: solo che quelle non cantavano e soprattutto non avevano bisogno di farlo.

La strada era piena.

Vialetti procedeva guardandosi intorno, mentre Giffoni, dopo pochi metri, adottò una strategia diversa; guardò per terra: aveva capito che per attraversare indenne quella via bisognava comportarsi come Ulisse, solo che, non disponendo di tappi di cera, aveva deciso di utilizzare il sistema più semplice: non guardare.

Davanti a loro procedeva, chiassoso, un gruppo di ragazzi italiani. Milanesi.

Più o meno della loro età.

Ridevano, commentavano, senza cercare di mantenere un contegno che il luogo rendeva in ogni caso assai complesso.

Uno di loro, però, aveva smesso di ridere, aveva visto qualcosa dalla quale non riusciva più a togliere lo sguardo. O meglio: qualcuna.

Si fermò.

«Ma l'avete vista quella?»

Gli amici continuarono a camminare.

«Dai, andiamo. Ce ne sono tante.»

«Ma l'avete vista prorpio quella?»

«Sì, l'abbiamo vista.»

«Io non ce la faccio più!»

Quattro amici gli si misero intorno, uno per ciascun arto.

La scena ricordava ormai meno una passeggiata turistica e più il trasferimento di un detenuto particolarmente pericoloso.

«Andiamo.»

«Lasciatemi!»

«Non ti lasciamo proprio niente.»

«Ma l'avete vista quella?!»

«Sì!»

«Io non ce la faccio più!»

Alla fine riuscirono, con grande fatica, a trascinarlo avanti e dopo qualche metro il ragazzo smise di divincolarsi.

«Va bene.»

Gli altri lo guardarono con sospetto.

«Ho capito.»

«Hai capito cosa?»

«Ho capito.»

Lo lasciarono.

Tre metri, forse quattro.

Poi il ragazzo si fermò.

Si voltò e per un istante rimase immobile.

Quindi partì: uno scatto improvviso, disperato, irresistibile.

Una progressione degna del Carletto Muraro dei tempi belli, inseguito inutilmente sulla fascia dal vecchio Aldo Bet durante uno dei tanti infuocati derby tra nerazzurri e rossoneri.

I quattro amici gli corsero dietro, ma era troppo tardi.

Muraro era già entrato nella vetrina, pronto a scatenare il suo sinistro!

La scena provocò una risata generale: risero i suoi amici, risero i tedeschi, risero le Sirene e risero Giffoni e Vialetti.

Usciti da quella trappola mortale i due viaggiatori decisero che il viaggio aveva già fornito abbastanza materiale per una sola serata e tornarono in albergo, destreggiandosi tra sirene meno avvenenti e a piede libero fuori dal recinto, pronte ad offrire la loro beltà per soli 20 marchi, e finalmente andarono a dormire.

O almeno quella era l'intenzione perché verso mezzanotte Giffoni cominciò a capire qualcosa.

Il muro, le vetrine, i taxi, gli uomini, le sirene e soprattutto quella stanza libera trovata dopo due ore di ricerca quando tutto il resto di Amburgo era pieno oppure era ostile con improvvisati turisti italiani.

Guardò Vialetti e Vialetti guardò lui.

Da una stanza vicina arrivò un rumore.

Poi un altro, poi una voce, poi un'altra e infine un letto che sembrava partecipare attivamente alla vita del quartiere.

Giffoni rimase immobile.

«Vialetti...»

«Eh.»

«Secondo te...»

Vialetti non rispose.

Non ce n'era bisogno.

Avevano finalmente capito perché il Sylt in Hamburg, la sera di Ferragosto, avesse ancora una camera disponibile: era un albergo a ore.

Loro, però, avevano prenotato per tutta la notte e intendevano anche dormirci: e fu così che Giffoni e Vialetti la prima notte ad Amburgo la trascorsero in una specie di concerto polifonico internazionale, con pareti talmente sottili da trasformare ogni stanza in una sezione dell'orchestra.

Da una parte provenivano voci, dall'altra rumori, più lontano, grida.

Ogni tanto tutto taceva e Giffoni, proprio quando pensava di aver finalmente conquistato il sonno, sentiva ripartire il concerto.

Non aveva tappi nelle orecchie, non aveva una stanza alternativa.

Non aveva Google, non aveva Booking, aveva soltanto ventun anni, un compagno di viaggio di ventotto almeno sprovveduto quanto lui, una cartina stradale e davanti un viaggio di nove giorni ancora tutto da costruire.


lunedì 28 settembre 2026

GRIGIOVERDE TENEBRA

Fino agli anni Ottanta, via Premariacco aveva una geografia che oggi sarebbe difficile da spiegare a chi non l’ha conosciuta e non perché fosse complicata: al contrario; era una strada e, come molte strade di allora, aveva ancora la fortuna di essere attraversata da persone prima che da automobili e di avere, ai suoi margini, spazi che non erano stati ancora trasformati in parcheggi, recinzioni, villette e palazzine.

A un certo punto, sotto il livello della strada, prima della Caserma Miani, compariva un intero quartiere fatto di palazzine tutte uguali, che allora, gli habitués dei "Birilli Bevuti" chiamavano "I Milits".

Erano state costruite nel secondo dopoguerra per ospitare le famiglie degli ufficiali e dei sottufficiali in servizio permanente presso le caserme cittadine e Cividale, in quegli anni, era una città nella quale la presenza militare faceva parte del paesaggio quotidiano come il ponte del Diavolo o il Natisone: la Lanfranco-Zucchi, la Francescatto, la Miani e la Vescovo costituivano una presenza talmente familiare da non aver bisogno di essere spiegata.

Alla Miani aveva sede il distaccamento delle cosiddette cravatte rosse del 52º Fanteria d'Arresto “Cacciatori delle Alpi”, alla Francescatto albergava il 76º Fanteria mec. "Napoli", alla Lanfanco-Zucchi il 59º Fanteria mec. "Calabria" e a Purgessimo, alla Vescovo, un reparto del 120º Fanteria d'arresto "Fornovo".

Detta così sembrava una cosa seria e, infatti, lo era assai.

Per i ragazzini della zona, però, la cosa veramente importante era che tra palazzine e la caserma Miani, sempre sotto il livello di via Premariacco, separato dalle Palazzine solo da un basso muretto e dalla strada da un terrapieno erboso, c’era un prato.

Un grande prato e dentro quel prato qualcuno, in un momento imprecisato della storia, aveva avuto la felice idea di mettere due porte da calcio.

Non erano porte vere, erano porte nel senso in cui, a quell’età, poteva essere considerata vera qualunque cosa avesse due pali e una traversa e consentisse di stabilire se il pallone fosse entrato oppure no, ma erano sufficienti, anzi, erano perfette.

Il problema era che quel campo non era di tutti.

Non lo diceva nessun cartello, non c’era scritto “vietato l’ingresso”, non c’era un custode, non c’era un regolamento affisso al muro e non risultava esistere alcuna disposizione comunale che impedisse ai ragazzini di Cividale di calpestare quell’erba.

C’era però una legge ancora più vincolante: una legge non scritta e le leggi non scritte, quando riguardano i ragazzini, sono spesso molto più efficaci di quelle scritte.

Il prato era dei "militari".

Più precisamente, dei figli degli ufficiali e dei sottufficiali che abitavano nelle palazzine e questo bastava per stabilire una regola ben più stringente di un cartello che indicasse il pericolo dell'alta tensione.

Il calcio, del resto, negli anni Settanta e Ottanta si giocava praticamente dappertutto: nei cortili, nelle strade, nei prati, nei piazzali, contro i muri e, quando non c’era altro, anche in quegli spazi nei quali il pallone rischiava di finire contro qualcosa di costoso.

A Cividale c’erano due società sportive che alimentavano il calcio giovanile, ma il loro lavoro non esauriva certo la produzione spontanea di ragazzini che correvano dietro a un pallone.

Ogni borgo aveva la propria squadra rigorosamente non iscritta a qualche campionato, non necessariamente dotata di maglie uguali e non necessariamente composta da undici giocatori. Anzi.

Ma una squadra vera come le porte: con un nome, un capitano, qualche fenomeno autoproclamato e, soprattutto, una squadra avversaria contro cui dimostrare di esserlo.

Rapid, Celtic UTD, Camaleonti, Sanguarzo A e Sanguarzo B, Atletico Merlot, Ricreatorio, Drulla FC, Bayern, Ugo's... la fantasia certo non mancava a tanti "dirigenti" in erba.

Anche Giffoni, Leonardo, Tauro, Romano, i fratelli Brunelli avevano la loro e di cui costituivano l'ossatura e alla quale via via inserivano qualche nuovo innesto per rinforzare il gruppo.

Qualche talento vero in grado di elevare la qualità complessiva, ma spesso tanti "bidoni" che del fenomeno avevano solo la sicumera.

Giocavano dove capitava e contro chi capitava, mettendo insieme formazioni che potevano cambiare anche tre volte nel corso della stessa partita perché qualcuno doveva andare a casa, qualcuno era stato chiamato dalla madre e qualcuno aveva improvvisamente scoperto di avere un impegno più importante.

E ai lati del campo costante e  folta era la presenza di altri ragazzini più piccoli a guardare, cercando di carpire i segreti dei più grandi e sperando di ricevere prima o poi la chiamata per partecipare al gioco, chiamata che però avrebbe avuto lo stesso impatto emotivo (e la proabilità) di una convocazione in azzurro per Pruzzo o Beccalossi da parte del Vecjo Bearzot.

Il campo dei Milits, invece, era un’altra cosa: era il loro Wembley.

Solo che non potevano entrarci e quando qualche volta riuscivano a farlo, scoprivano rapidamente perché: i figli dei militari giocavano con una garra che non avevano mai visto e che a loro era proprio sconosciuta.

Vespucci, i fratelli Sicilotto, Scatton, Castagnola e tanti altri avevano trasformato quel prato nel proprio territorio naturale mentre Giffoni e soci arrivavano con la presunzione di chi aveva magari vinto tre partite consecutive contro una squadra di ragazzini della periferia.

Loro li aspettavano.

E li bastonavano: nel punteggio, nel morale e quando la partita si faceva abbastanza seria, anche nelle caviglie.

Il massimo che la squadra di Giffoni riuscì a ottenere fu una sconfitta per 4-3 che, detta così, potrebbe anche sembrare un risultato dignitoso, ma non lo era affatto perchè, come se dall’altra parte ci fosse il Brasile di Pelé, per arrivare a quel 4-3 era stato necessario mettere insieme il meglio delle varie squadre cittadine compreso Pizzinina, un loro amico pordenonese che si faceva passare per una sorta di Briegel ante litteram.

Alla fine avevano perso.

Di misura, certo, ma sempre perso: il prato dei militari restava inviolato ma Giffoni e gli altri mantenevano lo stesso la loro quantità di entusiasmo largamente superiore alle proprie possibilità tecniche.

La partita più memorabile, però, fu quella nella quale Remfutti finì in porta.

Non perché fosse portiere: Remfutti non era portiere, ma nelle squadre di allora il ruolo del portiere veniva assegnato secondo criteri che avevano poco a che fare con la tecnica e molto con la disponibilità.

Se nessuno voleva stare in porta, ci finiva quello che non aveva abbastanza argomenti per evitarlo oppure chi in quel ruolo vedeva l'unica possibilità per giocare tra i titolari, visto che, come accade sulla spiaggia di Copacabana, nessuno vuole mai andare tra i pali.

Quel giorno toccò a Remfutti.

A un certo punto ricevette da Brunelli, per alleggerire la pressione, un retropassaggio dentro l’area.

Lo controllò, guardò avanti e decise di fare la cosa che, in quel momento, gli sembrava più logica: rinviare lontano.

Calciò il pallone con una certa convinzione e poi, ritenuto evidentemente concluso il proprio contributo all’azione, girò le spalle al campo e cominciò lentamente ad avviarsi verso la linea di porta.

Non c’era fretta, era un gesto quasi amministrativo, come chi, dopo aver completato una pratica, si alza dalla scrivania e torna al proprio posto.

Il problema fu che il rinvio non era finito dove Remfutti pensava: un avversario raccolse il pallone dopo pochi passi, si accorse che il portiere gli aveva voltato le spalle e calciò verso la porta.

Remfutti continuò a camminare.

Quando raggiunse la linea di porta si voltò: vide il pallone, vide la porta e soprattutto vide il pallone che stava entrando nella porta senza ormai nessuna possibilità di impedirlo.

Il pallone gli passò accanto e superò l'immaginaria linea di porta.

Il campo dei militari rimase, ancora una volta, imbattuto e loro tornarono a casa con l’ennesima sconfitta e Remfutti con una nuova esperienza nel curriculum: ovvero quella di addossare subito con efficacia la responsabilità ai difensori rei, a suo dire, di essersi mal posizionati, di non aver seguito l'azione, di non aver fatto nulla per impedire il tiro e incapaci persino di avvisarlo del pericolo in tempo utile.

Il giorno dopo ricominciarono a giocare e a sognare, come cantava Baglioni su di un treno che non è partito mai  mentre il prato rimase lì, invitto per anni. 

Poi, lentamente, cambiò tutto: le caserme chiusero, i militari se ne andarono, le palazzine persero gli abitanti, una famiglia dopo l’altra, e i cortili che un tempo sembravano piccoli stadi cominciarono a svuotarsi; anche il grande prato sparì: l'area venne completamente lottizzata e oggi al suo posto ci sono palazzine plurifamiliari ad uso residenziale.

Le due porte non ci sono più e non ci sono più le squadre improvvisate: quelle si sono solo trasferite online per partite multipalyer da remoto alla Playstation.

Dove un tempo c’erano voci, palloni, biciclette, urla, madri che chiamavano i figli dalla finestra e ragazzini che uscivano di casa e si mettevano a giocare insieme senza appuntamento, senza WhatsApp, senza un genitore che li accompagnasse, senza sapere quanto sarebbe durata la partita, oggi c’è soprattutto silenzio.

Non ci sono più Vespucci, i Sicilotto, Scatton, Castagnola e gli altri che aspettano qualcuno con un pallone sotto il braccio.

Non ci sono più Giffoni, Leonardo, Romano, Tauro e Brunelli che cercano un campo dove giocare.

Mancano quelli che litigavano, si insultavano, facevano pace cinque minuti dopo e quelli che, come Remfutti, potevano anche prendere gol dopo aver appena rinviato il pallone e aver voltato le spalle alla porta e comunque sapendone uscire indenni convincendo che responsabili erano altri.

Il quartiere dei militari è quasi completamente disabitato, la Caserma Miani, da diversi lustri passata al Comune, è rimasta ferma in una specie di vecchiaia senza pensione, consegnata all’abbandono e a un disfacimento ormai consolidato.

Lo stesso destino ha accompagnato la Vescovo di Purgessimo e la Lanfranco-Zucchi di via IV Novembre.

Allora bastava un pallone e, possibilmente, qualcuno dall’altra parte.

Quella generazione aveva meno campi regolamentari, meno organizzazione, meno sicurezza e probabilmente molte meno cose; aveva però una cosa che oggi è diventata quasi un lusso: aveva tempo e luoghi dove perderlo.

Il prato dei militari era uno di quelli.

Nel frattempo, assieme a quei ragazzini spariti dai campetti, la Nazionale azzurra è sparita dagli stadi con le porte e le righe vere dove si gioca per la Coppa del Mondo.

Quella vera.

venerdì 25 settembre 2026

ULTIMO MINUTO

Giffoni era tornato dal servizio militare da poco e, come succedeva a quelli che tornavano dalla naja, aveva la sensazione di essere stato via una vita eppure non fosse cambiato niente.

A casa c’erano ancora le stesse cose, le stesse strade, gli stessi bar, gli stessi amici e, soprattutto, gli stessi campetti dove negli anni precedenti si erano consumate partite che, a raccontarle adesso, sembravano avere avuto la stessa importanza della finale dei Mondiali, anche se nella maggior parte dei casi non si ricordava nemmeno chi avesse vinto.

Era estate e gli amigos, intanto, non avevano perso tempo e avevano organizzato un torneo di calcio a sette a Gagliano; quando Giffoni lo seppe, non ebbe bisogno di pensarci, voleva esserci anche lui.

«Ci sono.»

Era il suo modo di dire che era tornato ma il problema era che era tornato anche il suo corpo: in condizioni leggermente diverse da un anno prima.

Durante il servizio militare aveva messo su qualche chilo, aveva perso l’abitudine alla corsa e, soprattutto, aveva smarrito quella forma atletica che prima gli permetteva di giocare per ore senza che nessuno si ponesse il problema di dove fosse finito il suo fiato.

Adesso il fiato lo trovava ancora, ma sempre con qualche minuto di ritardo.

Tauro, però, non ebbe dubbi.

Erano stati insieme una vita sugli spalti del Friuli e di tanti altri stadi d'Italia, nei campetti, nelle partite improvvisate e in tutte quelle situazioni calcistiche nelle quali l’amicizia valeva più della formazione ufficiale e spesso anche più del risultato.

Per Tauro, Giffoni non era uno da lasciare fuori, nè allora e nè adesso e così lo mise in squadra, pure con la maglia di punta centrale.

La scelta non fu accolta da tutti con l’entusiasmo che Tauro probabilmente si aspettava, qualcuno pensò che fosse una decisione sentimentale, qualcun altro la definì una scommessa molto rischiosa e quasi tutti, più semplicemente, avrebbero preferito un altro centravanti.

Giffoni fece finta di non accorgersene; d’altra parte era tornato per ricominciare da dove aveva lasciato e non aveva nessuna intenzione di farsi spiegare da un torneo di calcio a sette che il passato, qualche volta, presenta il conto anche sotto forma di pancetta.

La squadra, comunque, era forte.

Molto forte.

Tauro, Monaci, Tomaselli, Cassetti, "Il Ciclista", Wertherino: un bel mix di corsa e qualità.

E partita dopo partita cominciò ad andare avanti nel torneo.

Giffoni, all’inizio, giocava soprattutto con la memoria: la testa chiedeva una cosa ed il corpo ne faceva un’altra; partiva per andare incontro al pallone e arrivava quando il pallone aveva già cambiato proprietario.

Provava a scattare e dopo cinque metri cominciava a considerare l’ipotesi ingloriosa di chiedere un cambio.

Si buttava negli spazi con l’entusiasmo di una volta e con una disponibilità respiratoria decisamente inferiore.

Ma non mollava.

E, lentamente, qualcosa cominciò a tornare: prima una corsa più fluida poi un contrasto più deciso e tempestivo oppure una sponda riuscita e un tiro più potente e che spegneva la corsa meno lontano dai pali.

Non era ancora il Giffoni di prima, ma almeno cominciava a sembrargli di poter tornare quello.

E intanto la squadra vinceva.

Arrivarono ai quarti, poi alla semifinale e infine alla finale.

L’avversario era il più temibile: il Dream Team.

Il Dream Team era il Dream Team, non erano mai riusciti a batterli e a rendere la cosa ancora più irritante c’era Remfutti, che del Dream Team era capitano e che non perdeva occasione per chiedere con il suo celebre ghigno a Tauro e Giffoni: "Ma perchè perdete sempre?"

Remfutti giocava con quella sua aria da persona che aveva già previsto quello che sarebbe successo e che, nel caso non fosse successo, avrebbe comunque trovato una spiegazione convincente.

Uscito dagli spogliatoi, andando verso il centro del campo, si avvicinò a Giffoni e non mancò di dire la sua.

«Sei sicuro di farcela?»

Giffoni lo guardò.

«A fare cosa?»

«A stare in campo.»

Giffoni non rispose, mentre altri risero neanche tanto di nascosto.

La partita cominciò, e fu una partita vera.

Tesa.

Di quelle nelle quali nessuno vuole concedere niente e il pallone sembra avere improvvisamente acquistato un peso che non aveva nelle partite precedenti.

Si giocava soprattutto a metà campo, poche occasioni, pochissimi spazi e tanti calci.

Il Dream Team controllava bene ma la squadra di Giffoni e Tauro rispondeva colpo su colpo.

Giffoni correva.

Non correva bene.

Ma correva e soprattutto non usciva.

Ogni tanto riusciva ancora a fare una cosa che gli era rimasta dai tempi migliori: trovarsi nel posto giusto.

Abbastanza, ma non troppo.

Intanto il tempo passava ma il risultato rimaneva inchiodato sullo 0-0.

Gli ultimi minuti sembravano avere assunto quella particolare consistenza delle partite nelle quali tutti cominciano a pensare ai supplementari prima ancora che l'arbitro li abbia dichiarati.

Ormai mancava pochissimo.

Il Dream Team respinse un pallone fuori area, Tauro lo rilanciò in area dalla sinistra e la difesa del Dream Team respinse ancora con la palla che uscì dalla mischia e rotolò rasoterra verso il limite dell’area.

Giffoni era lì.

Non avrebbe avuto il tempo di controllarla, non avrebbe avuto il tempo di pensarci e forse fu meglio così.

Calciò di prima.

Il pallone partì rasoterra, passò tra le gambe di un difensore e andò a infilarsi nell’angolino basso alla destra del portiere.

Per un attimo sul campetto calò un silenzio innaturale, rotto solo da una sonora bestemmia del portiere Candotti, mentre Giffoni rimase immobile.

Poi alzò le braccia e guardò il cielo urlando come un coyote.

Uno a zero e l'arbitro fischiò la fine.

Gioco, partita, incontro.

E torneo.

Gli saltarono addosso tutti insieme.

Tauro per primo.

Gli altri subito dopo.

Giffoni scomparve sotto una montagna di maglie, braccia, urla e sudore.

Da qualche parte, sotto quella confusione, qualcuno continuava a gridare che aveva segnato Giffoni, come se fosse necessario specificarlo.

Remfutti, invece, rimase a guardare e quando finalmente riuscì a recuperare un minimo di dignità, disse che lui, in realtà, aveva cominciato a insospettirsi già prima della partita.

«Quando?»

«All’inizio.»

«E perché?»

Remfutti indicò Giffoni.

«A testa o croce.»

«Cosa?»

«Aveva perso la scelta.»

Nessuno capì.

«E allora?»

Remfutti si strinse nelle spalle.

«Uno che perde la scelta del campo o della palla proprio con Giffoni, quella sera, doveva aspettarsi qualcosa.»

Naturalmente non era vero, o almeno nessuno ebbe mai la possibilità di dimostrarlo, ma da quella sera, per tutti gli altri del Dream Team, Giffoni ebbe un nome nuovo.

Il Boia di Gagliano.

E per una volta, stranamente, nessuno trovò niente da ridire.


giovedì 24 settembre 2026

OFFRIAMO NOI

Il viaggio per Roma aveva prodotto, nelle prime ore, quella consueta euforia da gita scolastica che tende a esaurirsi molto prima del viaggio di ritorno e che, già alla partenza, aveva trovato il suo naturale contraltare nella quantità di viveri trasportati dai ragazzi: panini, salami, biscotti, lattine, bottiglie e generi alimentari di varia natura, accumulati negli zaini con una previdenza che sembrava più adatta all’assedio di Stalingrado che a tre giorni nella capitale.

L’Innominato, colui che era pietoso tacere anche il nome, invece, aveva con sé tre uova sode e seimila lire e non sembrava preoccupato.

Probabilmente non lo era perché, a differenza degli altri, aveva già intuito una cosa fondamentale: nella vita di gruppo le risorse degli altri sono una forma di previdenza sociale alla quale si può ricorrere con una certa facilità, soprattutto quando si possiede un carattere che rende complicato per gli altri  distinguere la cortesia dalla coercizione.

La prima volta che se ne ebbe una dimostrazione fu quella notte in albergo.

Era molto tardi quandoqualcuo bussò alla porta della camera occupata da Giffoni, Remfutti, Brunelli e Conte.

«AAmiiiici.»

Non si udì altro al classico "Chi è?".

La porta si aprì, si materializzò l'Innominato e con quella sua voce gutturale, aspirata, che sembrava sempre provenire da una gola nella quale fosse rimasto incastrato un avvertimento, chiarì subito, senza troppi giri di parole, le sue intenzioni intimando al gruppo:

«Andiamo a inculare le bottiglie al bar dell’albergo.»

La proposta venne accolta da un silenzio nel quale, per qualche secondo, nessuno sembrò trovare una risposta che non fosse inutilmente compromettente.

L’Innominato li guardò e con disprezzo sentenziò:

«Cooniiiigli.»

E se ne andò da solo.

Naturalmente Giffoni, Remfutti, Brunelli e Conte non ebbero il coraggio di seguirlo apertamente, ma nemmeno quello di lasciarlo andare senza sapere come sarebbe finita, così lo seguirono a distanza, con quella prudenza tipica di chi non vuole partecipare a un reato ma non vuole nemmeno perdersi lo spettacolo.

L’albergo era immerso nel buio. L’Innominato raggiunse il bar bestemmiando più volte per aver cozzato a più riprese contro i mobili sparsi qua e là nell'oscurità ed infine entrò nella sala bar posta in fronte alla portineria, si avvicinò al bancone e afferrò una bottiglia di whisky.

Il rumore del vetro bastò a risvegliare il portiere di notte.

«Ehi tu là! Che fai?»

L’Innominato non si scompose, e come se si trovasse al bar della stazione Termini nell'ora di punta replicò con fare scocciato.

«Vorrei una coca.»

Il portiere lo fissò con sguardo assonato e preso in contropiede come il Brasile di Telè Santana al cospetto della tripletta di Paolo Rossi al Sarrià. 

«Il bar è chiuso» biascicò in romanesco cercando di scuotersi dal torpore del turno di notte e fece per alzarsi e andare verso il bancone.

«Scuuuusi» disse invece l’Innominato prima di scomparire nel corridoio più lesto di Diabolik dopo aver intravisto Ginko sulla porta della Banca Nazionale di Genf.

Gli altri quattro tornarono in camera quasi facendo una fatica immonda nel trattenrsi dal piegarsi dalle risate, mentre Giffoni, invece di ridere fino in fondo, si ritrovò a pensare che almeno quello aveva avuto il coraggio di provarci.

Era una considerazione che gli sarebbe tornata in mente più spesso di quanto avrebbe voluto, perché mentre l’Innominato, nel giro di pochi minuti, aveva tentato di prendere una bottiglia, Giffoni la notte prima aveva appena trascorso ore a non prendere nulla.

Il giorno dopo, in pieno centro, Giffoni, Remfutti e Brunelli entrarono in un bar per mangiare qualcosa, ridendo e commentando insieme quanto era accaduto la sera prima.

L’Innominato fece la sua comparsa poco dopo, bardato nella sua ordinaria divisa sociale, che non cambiava mai: pantaloni e giubbino in jeans stravissuti e la solita aria di chi è in procinto di afferrare qualcuno per il bavero.

Non si capì bene da dove fosse arrivato, perché aveva quella particolare capacità di materializzarsi nei luoghi in cui poteva essere utile alla sua sopravvivenza senza che nessuno ricordasse di averlo invitato.

Si sedette con loro e non ordinò.

Brunelli, dopo qualche minuto, lo guardò.

«Ma tu non mangi?»

«Non ho soldi.»

Brunelli, con quella generosità che precede sempre di pochi secondi il pentimento, gli disse:

«Ma dai, non preoccuparti. Ordina pure, offriamo noi.»

L’Innominato prese la frase alla lettera con una precisione che avrebbe fatto onore a un notaio mentre Remfutti e Giffoni guardarono Brunelli come qualcuno che aveva puntato utti i loro risparmi al casinò senza interpellarli.

Poco dopo tornò con un vassoio colmo di ogni ben di Dio, che sembrava provenire dal pranzo di un'Ambasciata che in una bar senza pretese: abbastanza roba da mettere in difficoltà anche un esercito di mercenari.

Brunelli guardò Giffoni.

Giffoni guardò Remfutti.

Remfutti guardò il vassoio.

Fu in quel momento che i tre compresero che la frase «offriamo noi» aveva assunto una consistenza economica che andava oltre le più tragiche previsioni: l’Innominato, terminato il pranzo, si alzò e se ne andò senza ringraziare mentre loro tre dovettero affrrontare una sanguinosa colletta che tagliava drasticamente il loro budget per il resto della gita. 

Giffoni seguì l'Innominato con gli occhi mentre questo usciva satollo dal locale; la sera precedente aveva tentato di prendere una bottiglia e, scoperto, aveva chiesto una Coca-Cola e quel giorno aveva ricevuto un’offerta di cortesia e l’aveva trasformata in un pranzo completo.

Sembrava esistere, nel suo universo, una grammatica molto semplice: entrare, prendere ciò che serviva e uscire prima che qualcuno avesse il tempo di spiegargli che forse non funzionava esattamente così.

Giffoni, invece, aveva passato la giornata a evitare persino di pensare a ciò che era successo la notte precedente, al  peso del tremendo segreto che non poteva raccontare a nessuno, se non voleva essere messo alla berlina per il resto dei suoi giorni. 

Non poteva raccontare della ragazza del treno, del cinema, dell’Arlecchino, della camera d’albergo, delle carte e soprattutto di quel momento nel quale avrebbe dovuto fare qualcosa e aveva invece fatto quello che gli riusciva meglio: niente.

Durante il viaggio di ritorno Giffoni divideva il compartimento con Vaccari e Brunelli.

Roma era ormai alle spalle, ma per lui il viaggio non era affatto finito; camminava ancora dentro quella notte, avanti e indietro, come un giocatore che continua a rivedere al rallentatore un’azione nella quale avrebbe potuto tirare in porta e invece aveva preferito passare indietro, come un allenatore che obbligava ad iniziare continuamente l'azione dal basso passando al portiere invece di verticalizzare contro una squadra che non aveva più nenache il portiere per difendersi.

Lo 0-0 con la ragazza dell’Ajax era ormai diventato, nella sua testa, una partita che nessuno aveva visto ma della quale lui conosceva ogni errore.

Tra il rischio di un No immaginario e di un SI praticamente certo, lui aveva preferito chiudersi in difesa senza mai tirare in porta.

Brunelli invece aveva sete. Una sete della Madonna.

Vaccari aveva una Fanta e nessuno, tranne lui, lo sapeva.

Era l’unica Fanta rimasta in tutto il compartimento e Vaccari lo sapeva perfettamente, tanto che aveva nascosto la lattina nello zaino con la stessa attenzione con cui una spia sovietica avrebbe nascosto una microspia all'interno di un comando Nato.

Aveva intenzione di aspettare che gli altri dormissero.

Giffoni, dopo qualche tempo, sopraffatto dai rimpianti e dalla rabbia verso se se stesso cadde in un sonno simile alla morte, mentre Brunelli nell'angolo del sedile respirava già pesantemente come lo stantuffo di una locomotiva impegnata nello scalare le montagne rocciose.

Poi, di colpo, l’Innominato si materializzò sulla porta dello scompartimento.

Non disse nulla, si sedette e rimase lì in attesa, come un cane da caccia quando fiuta in lontanza un fagiano.

Rimase lì, con gli occhi che scrutavano gli zaini e Vaccari.

Vaccari, maledicendo la sorte, finse di addormentarsi ed infine l’Innominato, chiuse gli occhi.

Vaccari invece, li aprì.

Guardò Giffoni, guardò Brunelli e guardò l’Innominato.

Attese ancora qualche minuto per sicurezza e poi decise che era il momento: tirò fuori lentamente la lattina dallo zaino e la aprì con estrema cautela, come se avesse tra le mani la sicura di un'arma termonucleare.

FZZZZZZZ.

Gli occhi dell’Innominato si aprirono nel buio con la rapidità con cui i fari di una Jaguar di Diabolik si accendono davanti al portone di una gioielleria.

«Mi dai un po’?»

Vaccari rimase immobile.

Avrebbe potuto dire di no.

Avrebbe potuto difendere la propria Fanta.

Avrebbe potuto, per una volta, stabilire un principio.

Sapeva invece che provare era impossibile e gli porse la lattina.

L’Innominato bevve: non bevve come beve una persona assetata, bevve come un legionario disperso da settimane nel deserto appena entrato in un'oasi.

Quando ebbe finito, restituì la lattina.

Dentro rimaneva una quantità di Fanta sufficiente, nella migliore delle ipotesi, ad umettare le labbra di Vaccari.

L’Innominato si rimise a dormire mentre Vaccari rimase sveglio.

Giffoni continuò a dormire giocando il suo 0-0 mentre il sonno di Brunelli combatteva con una sete che gli sarebbe passata soltanto al mattino.  

Nel buio del compartimento, l’Innominato dormiva invece satollo e soddisfatto il sonno dell'Ingiusto.

Vaccari anche lui aveva sete e aveva visto svanire la sua scorta conservata giudiziosamente per tre giorni invista del ritorno.

Giffoni, senza saperlo, si era perso, inoltre, per la terza volta alla stessa lezione: l’Innominato non aveva mai avuto il problema di capire se una cosa gli spettasse.

Semplicemente se l'era presa.

mercoledì 23 settembre 2026

UDINESE-AJAX 0-0, QUI ROMA A TE GAMBERO

Il viaggio per Roma, era cominciato da poche ore come cominciavano tutti i viaggi scolastici: con un entusiasmo sproporzionato alle reali possibilità e una quantità di cibo al seguito sufficiente per resistere ad un assedio e nel frattempo Giffoni aveva già raggiunto quella particolare condizione di stanchezza nella quale il sonno non arriva più perché, dopo aver parlato per troppo tempo con persone che conosci, hai improvvisamente bisogno di parlare con qualcuno che non conosci affatto.

Era notte e l'espresso delle Ferrovie dello Stato partito già in ritardo alla stazione di Udine, viaggiava rumoroso sferragliando stancamente sui binari nel tratto appeninico Bologna-Firenze.

Nei compartimenti del treno, dopo l’euforia iniziale, il vociare si era progressivamente spento; qualcuno dormiva con la bocca aperta, qualcuno cercava una posizione impossibile sui sedili, qualcun altro continuava a fumare di nascosto con quella ostinazione che, negli adolescenti, non ha ancora niente della dipendenza e molto della rappresentazione teatrale.

Giffoni uscì nel corridoio diretto al bagno e fu allora che la vide.

Era una ragazza che non aveva mai incontrato prima, seduta vicino al finestrino del corridoio, con l’aria di chi aveva rinunciato al sonno ma non ancora alla speranza che potesse succedere qualcosa.

Era bella, questo Giffoni lo capì immediatamente, ma fu soprattutto la sua disinvoltura a colpirlo. Aveva quel modo naturale di stare al mondo che a Cividale, nella sua quotidiana heimat friulana assedita da 3000 giovanotti in grigioverde, sembrava appartenere a una specie proveniente dal pianeta Venere: guardava negli occhi, sorrideva senza chiedersi prima che cosa potesse significare quel sorriso e, soprattutto, sembrava perfettamente a suo agio nel trovarsi a parlare con uno sconosciuto in piena notte, su un treno diretto a Roma.

Se in Friuli le ragazze giocavano con un copertissimo e catenacciaro 5-4-1, tutte dietro la linea della palla, questa giocava all'olandese, con tre punte di ruolo, senza libero e con i terzini di fascia che erano attacanti aggiunti. 

Giffoni, al contrario, spaesatissimo come l'Inter di Invernizzi al cospetto dell'Ajax di Cruyff e Neeskens nella finale di coppacampioni a Rotterdam, aveva già cominciato a chiedersi se fosse il caso di salutarla.

Si guardarono.

Lei sorrise.

Giffoni, che davanti a una ragazza sconosciuta aveva sempre avuto il buon senso di non sapere cosa dire, tirò fuori una sigaretta.

«Fumi?»

Lei guardò la sigaretta.

«Ogni tanto.»

Era una risposta che, a quell’età, poteva significare praticamente qualsiasi cosa.

Giffoni gliene offrì una.

Lei l’accese e rimasero qualche secondo a fumare guardando fuori dal finestrino, con il paesaggio notturno che scivolava via e il treno che procedeva verso Roma con quella sicurezza che, a differenza degli adolescenti maschi, hanno almeno i mezzi di trasporto.

Cominciarono a parlare.

Lei veniva da Milano ed era in gita con il suo liceo.

Giffoni le disse da dove veniva lui, raccontò qualcosa della propria scuola, della gita, dei compagni, degli insegnanti e poi, quasi incidentalmente, scoprirono che i due licei alloggiavano nello stesso albergo.

La coincidenza ebbe su Giffoni l’effetto che può avere una vincita alla lotteria su qualcuno che non ha mai comprato un biglietto.

Fino a quel momento quella ragazza apparteneva alla categoria delle persone che si incontrano una volta sola: un volto visto su un treno, una voce destinata a perdersi al primo cambio di binario, una di quelle piccole apparizioni che la vita produce senza sentire il bisogno di dare loro un seguito.

Adesso, invece, c’era un albergo.

Un luogo concreto.

Una possibilità.

Parlarono per quasi tutta la notte e quando arrivarono a Roma, si salutarono con la naturalezza di chi ha già capito che si rivedrà.

E infatti si rividero.

Durante la giornata le due scuole si incrociarono più volte: il gruppo di Milano da una parte, quello di Giffoni dall’altra; insegnanti che cercavano di mantenere un controllo che nessuno aveva intenzione di concedere loro, ragazzi che si spostavano in branchi e Roma intorno, enorme e indifferente, brulicante di sollecitazioni.

Durante la passeggiata nel centro in mezzo a tutte quelle chiese e quei palazzi rinascimentali, tutti invariabilmente marchiati da un PONT MAX seguito dal nome di un pontefice, avevano visto anche l’Arlecchino, un edificio che proprio non poteva fregiarsi del marchio. 

Era un cinema a luci rosse.

La cosa aveva suscitato nei ragazzi quella particolare miscela di curiosità, imbarazzo e conoscenza assolutamente insufficiente che rendeva certi luoghi molto più interessanti proprio perché, ufficialmente, non erano destinati a loro.

Giffoni aveva registrato il nome, senza sapere ancora perché ma la sera, in albergo, lo scoprì.

Fu lei ad avvicinarsi.

«Stasera cosa fai?»

Giffoni, come Dino Zoff sul missile da 40 metri di Haan a Baires '78, fu colto completamente impreparato dalla domanda che lui avrebbe dovuto fare e che aveva avuto tutto il giorno per prepararsi s e rispose calciando la palla in tribuna:

«Niente.»

Lei lo guardò per qualche secondo, poi disse:

«Andiamo all’Arlecchino?»

Giffoni rimase fermo. Non abbozzò neanche un tentativo di parata, questa volta rimase come Ricky Albertosi sul pareggio di Schnellinger nel recupero della semifinale di Mexico '70. 

Non era sicuro di aver capito.

«All’Arlecchino?»

«Sì.»

Era proprio quello.

L’Arlecchino.

Il cinema a luci rosse che avevano visto durante la passeggiata del mattino: non un altro cinema, non un posto dove prendere qualcosa da bere e neppure una romanticauna passeggiata generica per Roma. Proprio l’Arlecchino.

L'Ajax aveva inserito una quarta punta al posto del centrale difensivo: lei spiegò che sarebbero dovuti andare tutti in discoteca, ma che lei non ne aveva voglia.

«Possiamo dire ai professori che non stiamo bene.»

Giffoni ascoltava.

«Restiamo nelle nostre camere finché gli altri non escono. Poi aspettiamo una mezz’ora e ci troviamo nella hall.»

Era un piano, un piano vero, con un inizio, uno svolgimento e persino una destinazione: l'Arlecchino.

Calcio all'olandese all'apice del suo splendore.

Giffoni non sapeva se fosse il caso di essere felice, preoccupato o semplicemente ricoverato.

La cosa più sorprendente, tuttavia, era che non aveva dovuto fare niente.

Per anni aveva considerato una ragazza come lei, una creatura sostanzialmente irraggiungibile. Adesso una ragazza di quella postura e appena conosciuta gli aveva proposto spontaneamente di andare con lei in un cinema a luci rosse nel centro di Roma.

Il destino, per una volta si era presentato con il sorriso, aveva deciso di risparmiargli la fatica della conquista e di spalancargli le porte davanti all'autostrada del Sole.

Giffoni avrebbe dovuto soltanto non rovinare tutto.

Il piano funzionò: gli altri uscirono assieme ai professori e l’albergo si svuotò progressivamente della parte più rumorosa della gita.

Giffoni aspettò e poi scese.

Lei era nella hall.

Uscirono.

Roma, di notte, faceva il resto.

Camminarono per il centro parlando e ridendo, senza una meta diversa da quella che lei aveva indicato e che Giffoni, fino a pochi minuti prima, non avrebbe mai immaginato di poter raggiungere.

Arrivarono davanti all’Arlecchino e fu lì che Giffoni si fermò.

Non fisicamente, quello sarebbe stato troppo evidente.

Si fermò dentro: fino a quel momento aveva pensato che la cosa più difficile fosse arrivare lì mentre adesso si accorse che il problema era esserci arrivato.

L’Arlecchino non era semplicemente un cinema, era un cinema a luci rosse, e loro erano minorenni, in gita scolastica, a Roma, senza insegnanti, in piena notte, mentre nel loro albergo qualcuno avrebbe potuto accorgersi della loro assenza.

La mente di Giffoni, davanti a una situazione per lui inusuale e già sufficientemente complicata, fece quello che sapeva fare meglio: cominciò ad aggiungere complicazioni.

E se fossero tornati gli insegnanti?

E se qualcuno li avesse visti?

E se avessero chiesto i documenti?

E se avessero chiamato la polizia?

E se la polizia avesse scoperto che erano minorenni?

E se poi avessero dovuto spiegare perché si trovavano davanti a un cinema a luci rosse?

E se avessero telefonato a casa?

E se avessero scoperto tutto a Cividale?

E se magari la ragazza avesse avuto un fidanzato che facea il militare di leva in Friuli, fosse venuto a saperlo e, soprattutto, fosse geloso?

Quella domanda, che non aveva alcuna attinenza con la polizia, con i professori o con Roma e che aveva le stesse possibilità che in quel momento un asteroide cadesse sul Vaticano, riuscì comunque a entrare nel ragionamento.

Giffoni aveva raggiunto in pochi minuti una condizione mentale nella quale un’uscita serale con una ragazza si era trasformata in un procedimento penale internazionale.

Lei lo guardò e probabilmente aveva capito che il problema non era più l’Arlecchino.

«Hai ragione. Torniamo in camera.»

E tornarono.

In albergo lei lo invitò nella sua stanza.

«Giochiamo a carte?»

L'Ajax ora aveva inserito persino una quinta punta al posto del portiere Stuy per lasciare la porta vuota.

Ma la ragazza non poteva immaginare che dall'altra parte c'era qualcuno capace di anticipare di 40 anni l'attacco dell'Udinese di Runiajc senza Davis.

Fu così che Giffoni, dopo aver attraversato Roma di notte con una ragazza che gli aveva proposto lei stessa di andare all’Arlecchino, dopo essere arrivato davanti a un cinema a luci rosse e dopo aver immaginato, nell’ordine, professori, polizia, documenti, genitori e fidanzati gelosi, finì seduto in una stanza d’albergo a giocare a carte.

Parlarono.

Risero.

Giffoni, nel frattempo, continuava a non fare niente, a tirare palloni lontanissimi dalla porta vuota e a concentrarsi sul ramino.

A un certo punto lei lo guardò dritta negl'occhi.

«Hai per caso già una fidanzata?»

Giffoni avrebbe potuto dire la verità, avrebbe potuto dire di no, avrebbe potuto persino ridere.

Invece scelse la soluzione più complicata tra quelle disponibili.

«Sì, certo.» Fece una pausa. «È di Udine.»

La ragazza di Udine non esisteva, ma in quel momento Giffoni ne aveva bisogno: era la sua ancora di salvataggio, lanciata dal frutto del desiderio proprio mentre il desiderio stava diventando troppo reale per uno che aveva passato mesi, forse anni, a considerarlo teoricamente preferibile alla realtà.

Gli altri tornarono, e l'arbitro fischiò la fine.

La porta dell'Ajax era rimasta inviolata.

Nei giorni successivi lei non gli parlò quasi più e la storia finì lì, non ci fu nessuna partita di ritorno.

Non finì con un litigio, né con una tragedia e neppure con una dichiarazione mancata: finì con una fidanzata inesistente di Udine.

Quando Giffoni rientrò a Cividale raccontò tutto a Gambero dietro la promessa di tenere per sè il segreto come un pesce operato alle corde vocali, perchè Gambero era l'unico di cui si fidava e si sarebbe sempre fidato come custode delle sue imprese alla rovescia.

Gambero lo ascoltò fino in fondo e non disse niente per alcuni secondi.

Poi lo guardò dritto negli occhi come aveva fatto la ragazza nella camera di Roma e sentenziò quello che anche lei certamente aveva pensato, ma per carità di patria o forse per tenerezza di fronte a cotanto sfoggio d'impreparazione, non disse. 

«Ma sei proprio un coglione.»

E, per una volta, Giffoni non trovò nessuna obiezione.

Forse un'attenuante solo generica: la ragazza giocava in Coppa dei Campioni, lui era ancora fermo alle amichevoli estive con i dilettanti del Carnico.


lunedì 21 settembre 2026

LA NOTTE DELLA BALESTRA

L’anno scolastico 1979/80 era cominciato sotto buoni auspici, almeno per quanto poteva riguardare una scuola media. Per tutto il resto, invece, c’erano parecchi dubbi: la scuola era frequentata da circa quattrocento ragazzi, un numero sufficiente per trasformare qualunque istituto scolastico in una piccola comunità autonoma, con proprie leggi, consuetudini, traffici, gerarchie e, soprattutto, una considerevole popolazione di adolescenti convinti che il concetto di autorità fosse un esperimento sociale destinato a essere verificato ogni giorno sulla propria pelle.

 A sovrintendere a tutto questo c’era il preside Lo Bello. Si trattava di un siciliano, sulla cinquantina dalla mascella volitiva e dallo sguardo penetrante, e apparteneva a una categoria di dirigenti scolastici che già allora cominciava a essere considerata in via d’estinzione: quella dei presidi che ritenevano che la scuola fosse innanzitutto una scuola e non un centro di aggregazione o un luogo dove esprimere liberamente la propria personalità.

E neppure, tantomeno, un posto dove trascorrere le mattinate aspettando che arrivasse l’ora di uscire. 

Lo Bello aveva dei modus operandi codificati quasi fossero i dieci comandamenti ed il primo riguardava l’ingresso degli alunni:  ogni mattina, poco prima dell’inizio delle lezioni, le classi dovevano radunarsi nell’ampio piazzale antistante la scuola; le "prime" erano schierate sulla destra, poi le "seconde" ed infine le "terze", procedendo rigidamente verso sinistra per ordine alfabetico di sezione ed ogni classe costituiva una specie di plotone, in fila per due. 

Altrettanto rigidamente, le femmine davanti ed i maschi dietro e meglio se in ordine di statura. Non era previsto che nessuno decidesse autonomamente dove stare e non era previsto neppure che si parlasse, ma soprattutto non era previsto che si ridesse.

Il piazzale, qualche minuto prima della campanella, era comunque un luogo nel quale quattrocento adolescenti cercavano naturalmente di fare tutto ciò che non era previsto: si parlava, si urlava, ci si spingeva e si raccontavano episodi avvenuti il giorno prima. Non mancavano commenti sulle compagne e si lanciavano oggetti, e naturalmente si rideva senza motivo: in altre parole, si faceva quello che normalmente fanno quattrocento adolescenti quando vengono messi tutti insieme. 

Poi, improvvisamente, appariva Lo Bello. Bastava che comparisse sulla porta d’ingresso. Non doveva dire niente. Il rumore cessava, era come se qualcuno avesse tolto la corrente e quattrocento ragazzi rimanevano immobili nel piazzale, in un silenzio quasi innaturale, mentre il preside osservava la formazione come il Generale comandante di un reggimento di granatieri pronto per sfilare in parata il gionro del genetliaco dell'Imperatore. 

Al suono della campanella le fila cominciavano a muoversi ed una classe dopo l’altra entrava nel portone, percorreva il corridoio andando a disporsi davanti alla propria aula, in attesa dell’insegnante mentre Lo Bello rimaneva sulla porta.

E guardava uno ad uno mentre gli sfilavano davanti. 

Scrutava le scarpe, i capelli, le camicie,  i maglioni, le giacche e la postura; un ragazzo che entrava con le mani in tasca poteva essere fermato, uno con i capelli troppo lunghi poteva essere fermato oppure un altro con un abbigliamento che il preside giudicava poco rispettoso poteva essere fermato e se veniva fermato, non arrivava semplicemente un rimprovero ma arrivava la convocazione immediata in presidenza.

 E dalla presidenza potevano uscire una romanzina, una convocazione dei genitori o, nei casi più gravi, una sospensione. Era un sistema semplice e funzionava. Lo Bello aveva poi un particolare modo di pronunciare alcune parole:  la sua cadenza siciliana, anche quando pronunciava una frase perfettamente normale, riusciva a darle un peso supplementare. 

All’inizio dell’anno scolastico aveva fatto personalmente il giro delle classi: c’era una nuova insegnante di educazione musicale ed era non vedente, così che Lo Bello aveva voluto mettere le cose in chiaro. Aveva spiegato ai ragazzi che non avrebbe tollerato comportamenti vigliacchi, irrispettosi o offensivi nei confronti della docente, garantendo che avrebbe vigilato personalmente e che, nel caso fosse stato necessario, avrebbe preso gli opportuni provvedimenti. 

Nessuno aveva avuto dubbi sul significato di quelle parole. 

Per qualche settimana, infatti, le lezioni di musica si svolsero in un clima quasi monastico; poi, lentamente, la memoria dei quattrocento alunni cominciò a fare il suo lavoro e nella classe di Giffoni, durante una lezione di solfeggio, la situazione tornò a essere quella che, con ogni probabilità, sarebbe stata fin dall'inizio se non ci fosse stato Lo Bello. 

La professoressa cercava pazientemente di insegnare le note: Do. Re. Mi. Fa. Sol. La. Si. La classe ripeteva. O almeno ci provava, perché Leonardo, quel giorno, aveva evidentemente deciso che la musica occidentale aveva bisogno di un contributo internazionale e quando arrivò il momento di ripetere le note, invece di unirsi ai compagni, assunse un tono solenne e profondo e cominciò a cantare: — Allah... Allah... Allah... Non lo disse una volta. Lo ripeté. Con convinzione e con una cadenza che ricordava quella di un muezzin che avesse smarrito il minareto ma non la vocazione. — Allah... Allah... Allah... La professoressa, pazientemente data la cacofonia che si era sviluppata, continuava stoicamente a cercare di far ripetere il solfeggio.

Rien a faire.  

I compagni cominciavano a ridere e Leonardo, incoraggiato proprio da quel successo, continuava. — Allah... Allah... Allah... e fu allora che la porta si aprì. 

Lo Bello comparve sulla soglia, nessuno lo aveva sentito arrivare.

Guardò la classe con lo stesso sguardo truce di un ispettore di polizia al cospetto di un gruppo di brigatisti indiziati dell'assassinio di un  collega ed infine, con quella sua cadenza che rendeva ogni frase simile all’inizio di un procedimento penale, domandò: — Mo’... chi ha detto Allah? 

Silenzio.

Non un silenzio normale. Un silenzio assoluto. 

Il genere di silenzio che nasce quando tutti sanno perfettamente chi è stato e contemporaneamente decidono, per ragioni di sopravvivenza, di non saperlo. 

Lo Bello fece qualche passo dentro l’aula. — Ho domandato chi ha detto Allah.

Nessuno parlò. — Se nessuno parla, sospendo tutta la classe.

A quel punto il concetto di solidarietà cominciò a perdere rapidamente consistenza e Leonardo, un attimo prima che qualcuno dei compagni più timorati potesse fare l'infame, alzò lentamente la mano. — Sono stato io. 

Lo Bello lo guardò. Non disse nulla per qualche secondo e poi pronunciò due sole, ma ripetute, parole con quella S sibilante che trasmetteva quasi la sensazione di ricevere una frustata.

. — A casa. A casa. 

Leonardo, testa bassa, senza proferire una sillaba, raccolse la cartella e uscì seguito dal Preside.

Verdetto: Tre giorni di sospensione. 

La questione della musica, da quel momento in poi, fu sistemata, ma non perché i ragazzi avessero improvvisamente sviluppato una passione per il solfeggio: semplicemente avevano capito che Lo Bello possedeva un udito sorprendentemente efficiente e soprattutto che poteva materializzarsi sulla porta di un’aula senza produrre il minimo rumore. Per tutto il resto dell’anno scolastico le lezioni di educazione musicale procedettero dunque con una certa tranquillità. 

Arrivò finalmente alla primavera e con essa la tanto attesa e desiderata la gita in Umbria: tre giorni in compagnia, lontano da quaderni, solfeggi, equazioni, libri e soprattutto dai genitori. Le classi terze alloggiavano in un convento di Gubbio. Era un posto antico, severo e perfettamente coerente con l’idea che una gita scolastica dovesse servire, oltre che a visitare l’Italia, anche a verificare la capacità degli studenti di non essere espulsi da una struttura religiosa. Il convento era gestito dalle monache. C’era un chiostro. C’erano corridoi lunghi. C’erano camere. E c’era una scala e accanto alla scala correva un antico corrimano costituito da una corda sostenuta da una serie di pomelli d’ottone. I pomelli erano lucidissimi e agl'occhi di quella falange di pubescenti sembravano messi lì apposta per essere toccati. 

Lo Bello aveva osservato pomelli e alunni e aveva intuito immediatamente il problema: al momento dell’arrivo radunò tutta la comitiva nel chiostro e poi incominciò a parlare in quel clima di religioso silenzio. Spiegò che quello era un luogo sacro, che bisognava rispettarlo e che gli studenti avrebbero dovuto mantenere un comportamento adeguato. 

E poi snocciolò le regole, soffermandosi soprattutto su due. La prima: nessuno doveva utilizzare quel corrimano. La seconda: dopo cena nessuno doveva vagare per camere e corridoi. Lo Bello guardò i ragazzi. — E vi esorto caldamente a non mettermi alla prova.

Nessuno disse niente, tutti annuirono. Le monache, qualche metro più in là, osservavano la scena con un’espressione nella quale sembravano convivere la speranza e una certa esperienza del genere umano, soprattutto quando si trova nella primissima fase della sua esistenza.

La notte trascorse in una calma apparente.

La mattina seguente, quando gli studenti scesero per la colazione, emerse il problema: l’ultimo pomello della scala, quello al piano terra, era stato scardinato dal muro e la corda pendeva, in modo sinistro, nel vuoto. 

Lo Bello arrivò accompagnato dalla Madre Badessa:  in rapida successone guardò il muro,  guardò il pomello e guardò la corda. Infine guardò gli studenti. Il secondo raduno generale della spedizione umbra avvenne nel chiostro con una rapidità che non lasciava presagire nulla di buono.

 — Chi è stato? 

Silenzio. 

Lo Bello attese. — Voglio sapere chi è stato. 

Ancora silenzio e questa volta non c’era neppure Leonardo da poter sacrificare.

Lo Bello comunicò allora la misura adottata, che date le circostanze non poteva essere che draconiana; con la postura ed i modi di un ufficiale tedesco chiamato ad organizzare una rappresaglia in un villaggio nei pressi di un ponte fatto esplodere dai partigiani, minacciò che se entro il giorno successivo non fosse comparso il responsabile, avrebbe sospeso il capoclasse di ciascuna delle classi in gita.

Quella sorta di decimazione produsse immediatamente una conseguenza. I capiclasse si riunirono e Giffoni era, naturalmente, il capoclasse della sua. Si formò così, in un angolo del convento lontano da troppi occhi e orecchie indiscreti, una specie di comitato di crisi: non si trattava più di stabilire chi avesse rotto un pomello ma si trattava di salvare sé stessi. Cominciarono le consultazioni: si passarono in rassegna i nomi dei papabili responsabili del danno, cercandolo tra i più vivaci, tra i più incoscienti e quelli che avevano già avuto problemi con gli insegnanti ma soprattutto quelli che avevano mostrato, in passato, una certa propensione per le imprese inutili e che avevano l’aria di poter fare una cosa del genere. Un'impresa da far tremare i polsi, stante la lunghezza di una lista da costruire utilizzando quei criteri. 

Non emerse nulla, nessun sospetto concreto, nessuna confessione e nessun indizio: l’omertà era assoluta. 

Peraltro, nessuno dei capiclasse era particolarmente desideroso di approfondire, perché c’era una possibilità che tutti tenevano presente: che il colpevole fosse effettivamente uno della propria classe e  che, una volta scoperto, potesse rivelarsi molto meno simpatico di quanto non fosse sembrato fino al giorno prima. 

Il problema rimase dunque insoluto ed i capiclasse iniziavano a pensare a cosa dover raccontare poi ai loro genitori, se la "decimazione" di Lo Bello avesse davvero avuto seguito.

Arrivò la notte e Lo Bello si aggirava con passi felpati per i corridoi del convento. Era tardi. Molto tardi, esattamente l’orario nel quale, secondo le disposizioni impartite il giorno precedente, tutti gli studenti avrebbero dovuto essere nelle proprie camere.

Con il fiuto di un segugio aprì la porta di una camera e si trovò davanti a una scena che avrebbe probabilmente superato le sue peggiori previsioni: nessuno era tra le coperte ed in mezzo alla stanza c’erano Bugatti e il Frangibracci mentre Borsello nascosto dentro un armadio con l’anta dell’armadio era semiaperta e presentava un foro. Un foro perfettamente attraversato da una freccia. Davanti all’armadio, il ripentente di lungo corso Di Domenico teneva in mano una balestra. 

Lo Bello rimase immobile. 

Anche i ragazzi rimasero immobili e per qualche secondo nessuno disse nulla. 

Lo Bello guardò la balestra. Guardò la freccia. Guardò l’armadio.

Poi iniziò una lunga confessione, dalla quale si apprese che la balestra, tra l’altro, era nuova ed era stata acquistata da Borsello quella stessa mattina durante la visita ad Assisi. Il perché Borsello avesse ritenuto opportuno comprare una balestra ad Assisi durante una gita scolastica, ma soprattutto perché Di Domenico decise di usarla mettendo a rischio l'incolumità del compagno è una domanda alla quale non venne mai data una risposta soddisfacente. 

Ma la questione appariva ormai secondaria:  per Lo Bello da quel momento,  anche che il pomello della scala poteva essere finito nella lista delle imprese compiute dalla stessa compagnia e poteva tranquillamente finire nei "reati" ascrivibili al balestriere, il cui cursus honorum scolastico era peggio della fedina penale di Al Capone. 

Al sorgere del sole, ci fu il definitivo regolamento di conti:  Borsello, Frangibracci e Di Domenico furono sospesi  e, considerato il comportamento emerso durante la notte della balestra, Di Domenico fu ritenuto responsabile anche della misteriosa distruzione del pomello per la sussistenza di indizi gravi stante la personalità incline alla trasgressione. Unico a salvarsi per "insufficienza di prove" fu Bugatti, che in fin dei conti era nella sua camera e aveva solo assistito alla scena obtorto collo a suo dire, a differenza di Frangibracci che non avrebbe dovuto trovarsi lì bensì nella sua stanza e di Borsello, reo dell'incauto acquisto non autorizzato. 

La comitiva lasciò Gubbio per tornare verso casa, mentre le monache tornarono alle loro occupazioni e la corda del corrimano, qualche giorno dopo, fu rimessa al suo posto.

Dei pomelli, invece, ne mancava uno.

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