Dopo l’esame di terza media Giffoni aveva avanzato al padre una richiesta che, nella sua testa, aveva già assunto la dignità di un diritto acquisito: voleva un CIAO.
Non una Vespa 125 ET3 con iscrizione alla Scuola Guida per il patentino e neppure una 50 Special e neppure una vacanza studio in Inghilterra. Un CIAO. Una cosa semplice, quasi francescana, che permettesse a un ragazzo di 14 anni di sottrarsi finalmente alla schiavitù della bicicletta e di presentarsi davanti alla scuola con quel minimo di autonomia che, a quell'età, equivaleva grosso modo alla cittadinanza.
Il padre aveva ascoltato la richiesta senza scomporsi.
«Promosso in prima superiore con una buona media e ne riparliamo.»
Giffoni rimase male, naturalmente. Ma accettò.
Incominciò a capire che nella vita di quel tempo le cose importanti, quando dipendevano dai genitori, avevano spesso la spiacevole abitudine di essere rimandate se non addirittura cassate in principio.
Il progresso s'incaricò di modificare le abitudini dei genitori, ma a quel punto lui era passato dall'altra parte della barricata.
Così si mise al lavoro.
Studiò per tutto l'anno con un'applicazione che, considerata la prospettiva, avrebbe potuto essere premiata dall'ONU.
E non contento dello studio, partecipò anche al gruppo teatrale della scuola, creato con l'obiettivo di raccogliere fondi per sostenere le spese della sede distaccata, una struttura talmente scalcinata che, più che una scuola, sembrava il risultato di una lunga trattativa fra il Comune e la sfortuna.
Giffoni recitava, studiava, faceva attività extracurricolari, oltre che farsi le ossa in quella strana palestra che erano le sale de "Ai birilli bevuti" dove le controversie venivano risolte secondo un ordinamento giuridico non scritto, fondato su tre principi fondamentali: il rispetto, la reputazione, la conoscenza preventiva di chi fosse più conveniente non contraddire.
Insomma, si preparava al CIAO con una serietà che avrebbe fatto onore a un candidato al concorso per la Banca d'Italia.
A giugno arrivò il tanto atteso il verdetto: media del sette.
Giffoni tornò a casa con la pagella in mano e quella particolare espressione di chi non viene a chiedere qualcosa, ma a riscuotere e con l'aria di chi aveva in pugno la schedina vincente si presentò davanti al padre e gliela sbandierò con orgoglio: «Ho preso sette di media.»
«Bravo.»
«Allora?»
Il padre fece finta di non capire.
«Allora cosa?»
«Il CIAO.»
Seguì un silenzio nel quale Giffoni ebbe il primo sospetto che le promesse paterne fossero sottoposte a un regime fiscale diverso da quello delle altre, sicuramente assai meno perentorio di una promessa fatta ai compari de "Ai Birilli Bevuti".
Il padre, dopo qualche giorno di prudente evasività, arrivò alla soluzione:
«Cercane uno di seconda mano.»
Giffoni incassò.
La questione era semplice: con la pagella aveva maturato il diritto morale al CIAO, ma il diritto morale, come avrebbe imparato più avanti, non è una moneta spendibile.
Cominciò dunque la ricerca.
E qui nacquero le prime difficoltà: trovare un CIAO usato, in condizioni decenti e a prezzo accessibile, si rivelò un'impresa più complicata dell'acquisto, con budget all'osso, di un buon attaccante esperto al calciomercato di una neopromossa in Serie A: tutti offrivano l'affare, ma nessuno vendeva qualcosa che avesse ancora le gambe.
La soluzione arrivò, dopo lunghe ricerche ed infruttuose trattative, attraverso un amico che frequentava un istituto professionale per futuri meccanici.
Aveva trovato il mezzo giusto, in grado di conciliare budget e desideri.
O almeno così sembrava.
Era un CIAO truccato, appartenente a un compagno di classe nerboruto, truculento e pluririmandato, un ragazzo al quale la scuola sembrava aver concesso più volte la possibilità di redimersi e che aveva sempre respinto l'offerta.
Lo chiamavano il Minotauro ed il suo CIAO, secondo la leggenda, arrivava a cento chilometri orari.
Cento.
Un mezzo nato per cinquanta che invece aveva sviluppato ambizioni proprie.
Il prezzo era di duecentomila lire.
Nuovo ne costava circa cinquecentocinquantamila.
A Giffoni sembrò di aver trovato il colpo del secolo: andò a vedere il mezzo insieme a Gambero, che assunse spontaneamente la funzione di consulente tecnico, perito di parte e, all'occorrenza, arbitro della trattativa.
Il CIAO giaceva nel garage del Minotauro come un reperto della battaglia di El Alamein.
«Faceva cento» disse il proprietario.
Gambero guardò il motorino.
Poi guardò il Minotauro.
«Faceva?»
«Sì. Adesso lo metto a posto.»
Giffoni, che non era ancora del tutto privo di prudenza, pose una condizione.
«Se lo rimetti a posto e torna come da omologazione originale, lo provo. Se va bene, lo compro.»
Il Minotauro accettò la trattativa senza strette di mano.
Qualche giorno dopo il CIAO fu consegnato per la prova e Giffoni e Gambero lo tennero per un'intera giornata.
Fu sufficiente: il mezzo non andava.
O meglio, andava secondo una concezione del movimento che pareva più vicina alla deriva dei continenti che alla locomozione meccanica trainata da un motore a scoppio.
Le salite, anche quelle con pendenze modestissime, venivano affrontate con una dignità quasi commovente, ma senza alcun risultato: Giffoni apriva il gas, il motore ronzava come il rumore di fondo di un frigorifero ed il CIAO rallentava.
Gambero osservava con la severità di un commissario tecnico dopo uno zero a due casalingo sofferto contro Haiti e alla fine pronunciò la sentenza:
«È spompato.»
La trattativa era finita. Il caso chiuso. Il sogno svanito.
A malincuore Giffoni accettò il consiglio del padre:
«Abbi pazienza. È inutile comprare dei cadraghi solo perché hai la fobia di avere un motorino.»
E, con Gambero, tornò a casa del Minotauro con la stesso umore di Valcareggi dopo l'elininazione al primo turno dei mondiali 1974.
Il Minotauro però non c'era e così lasciarono il CIAO nel garage, o sarebbe stato meglio dire, nel suo museo.
Gambero lasciò anche una lunga lettera che più che una lettera, era una vera e propria una relazione tecnica.
Vi erano riportate le ragioni del mancato acquisto, con dettagli così minuziosi sulle condizioni del mezzo che, se il destinatario fosse stato un tribunale, probabilmente avrebbe nominato Gambero consulente tecnico d'ufficio.
Giffoni tornò a casa tranquillo.
La vicenda sembrava conclusa.
Invece fu una delle tante volte in cui Giffoni scoprì che la tranquillità è spesso soltanto l'intervallo fra due problemi.
A settembre il padre lo chiamò in garage.
Giffoni scese.
E vide una Vespa 50 color carota.
Non era il CIAO.
Era molto meglio.
Per qualche minuto rimase senza parole, poi recuperò il fiato e la felicità e la mattina seguente andò a scuola sulla Vespa, con l'animo di un Napoleone che passava in rivista alle truppe vittoriose dopo la battaglia di Austerlitz.
C'era da capirlo: era sinceramente e genuinamente felice come può esserlo un ragazzo che, dopo un anno passato a immaginare un CIAO, e aver perso ogni speranza si ritrova improvvisamente addirittura con una Vespa 50 special. Seppur color carota, tanto per non montarsi la testa ancora di più.
La felicità, tuttavia, durò fino a quando il Minotauro gli si parò davanti.
«Perché non hai comprato il mio CIAO?»
Giffoni cercò di mantenere un tono civile.
«Pensavo di avertelo spiegato nella lettera.»
Il Minotauro lo fissò minaccioso.
«Non me ne frega un cazzo della tua lettera.»
Pausa.
«Io te l'avevo messo a posto.»
Altra pausa.
«E ci avevo speso cinquantamila lire.»
Giffoni cominciò a capire che la questione aveva preso una piega diversa.
«O me le rimborsi...»
Il Minotauro fece un passo avanti sempre più minaccoso con uno sguardo che avrebbe pietrificato la Medusa.
«...o ti spacco la faccia.»
Giffoni prese tempo, disse che avrebbe chiesto i soldi al padre e poi lo avrebbe rimborsato, mentre iniziava a mancare il terreno sotto ai suoi piedi: ventimila lire erano la sua paghetta mensile ed il Minotauro ne pretendeva cinquantamila.
La matematica, per una volta, era dalla parte del torto.
Giffoni volle farsi coraggio da solo, pensando che il Minotauro in fondo lo voleva solo spaventare ma quella tenue ed irragionevole speranza si spense presto: due giorni dopo, all’uscita da scuola, il Minotauro si ripresentò.
«Mi hai portato i soldi?»
«Nel fine settimana mio padre mi dà la paghetta. La settimana prossima te li porto.»
Era una risposta disperata.
E così dal lunedì seguente cominciò la fuga, l'arte di scomparire.
Giffoni usciva dalla scuola da una finestra sul retro, cambiava strada, prendeva vicoli, evitava percorsi abituali.
Ogni mattina sembrava dovesse attraversare una frontiera, ogni pomeriggio rientrava a casa con la faccia di chi aveva appena evitato un controllo della Gestapo.
Arrivava a scuola come un latitante e tornava a casa come un evaso.
Ai Birilli Bevuti, nel frattempo, la vicenda veniva seguita con grandissimo interesse.
Ma non con lo stesso trasporto: Gambero si sentiva coinvolto, indignato, preoccupato e, soprattutto, convinto che la lettera tecnica fosse stata sufficientemente chiara da chiudere qualsiasi controversia.
Remfutti, Leonardo e Romano, invece, seguivano le disavventure di Giffoni con quello che potremmo definire un distacco svizzero.
Non intervenivano.
Non si offrivano di accompagnarlo.
Non suggerivano itinerari.
Non chiedevano neppure particolari aggiornamenti.
Aspettavano.
Era un atteggiamento simile a quello del contingente ONU olandese che molti anni dopo avrebbe dovuto fronteggiare le richieste del Generale Mladic in Bosnia: osservare, registrare, mantenere un’apprezzabile compostezza internazionale e soprattutto evitare di farsi coinvolgere personalmente negli affari altrui.
Quando Giffoni arrivava ai Birilli raccontando l’ultima apparizione del Minotauro, tuttavia, ascoltavano con attenzione crescente e con un divertimento che non era neppure troppo nascosto.
Non era cattiveria, almeno non nel senso tradizionale del termine.
Era qualcosa di più sottile e, proprio per questo, forse più umano: la convinzione che una disavventura, finché capita a qualcun altro, acquisti immediatamente un valore narrativo superiore.
Per una compagnia di amici abituata a considerare ogni guaio come un possibile racconto da tramandare, la persecuzione del Minotauro aveva ormai assunto i contorni dell’evento storico.
Giffoni si era trasformato in un'anguilla.
Il Minotauro attaccava.
Gambero protestava.
Remfutti prendeva atto.
Leonardo sorrideva.
Romano, prudentemente, non si esponeva.
E il campionato continuava.
Quando il padre di Giffoni venne finalmente a conoscenza dell'intera faccenda, si arrabbiò sul serio e volle andare con Giffoni e Gambero dal Minotauro.
Ci fu una discussione.
Il padre parlò.
Il Minotauro ascoltò e poi concluse in modo lapidario:
«Non si preoccupi. Non lo tocco.»
Sembrava una rassicurazione, ma poi aggiunse: «Perché se potessi, lo ammazzerei.»
La diplomazia familiare non aveva dato risultati memorabili.
Il Minotauro e i suoi nei giorni seguenti continuarono a cercarlo.
Giffoni continuò a scappare e ogni giorno diventava più difficile, finché, esaurite le possibilità istituzionali, decise di ricorrere all'ordinamento parallelo.
Ai Birilli Bevuti.
Una sera si avvicinò all'amico dello Smilzo: Torace di Pietra e gli mise davanti una stecca di Marlboro rosse.
Se il nerboruto ripetente era chiamato il Minotauro, Torace di Pietra si sarebbe poturo tranquillamente definire Polifemo. Ma dotato di entrambe i bulbi oculari.
Torace guardò le sigarette, poi Giffoni.
«Che cazzo vuoi?»
Giffoni raccontò tutto.
Il CIAO.
Il Minotauro.
Le cinquantamila lire.
La lettera di Gambero.
Le minacce.
Gli inseguimenti.
Il branco che lo aspettava ogni mattina.
Torace ascoltò con calma e quando Giffoni finì, disse:
«Anch'io, quando ero piccolo, ero rincorso dai più grandi.»
Giffoni annuì.
«E prendevo degli schiaffi perché non facevo quello che volevano.»
Pausa.
«Ma quegli schiaffi mi hanno fatto diventare un uomo e ho incominciato a reagire; all'inizio le ho prese ma poi le ho anche date!! Succederà anche a te, le prendi e poi diventi più cattivo.»
Chiosò con tono imperioso Torace di Pietra.
Giffoni, per nulla propenso a diventare ancora uomo e soprattutto per tale via, provò a precisare.
«Sì, ma qui non si tratta di due schiaffi o diventare cattivi.»
Torace lo guardò.
«No?»
«No. Questi sono in branco. Mi cercano per menarmi e umiliarmi. Le prendo e basta.»
Torace si fece serio.
«Chi c'è?»
Giffoni cominciò a fare l'elenco.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
E avanti fino a nominare prima il Mutante e poi Lampadina.
A quel nome Torace di Pietra si scosse.
«C'è anche Lampadina?»
«Sì.»
«Tu fagli solo il mio nome.» Torace indicò il dito indice.
«Già è così.»
Poi alzò il mignolo.
«Diventa così!!!»
Giffoni rimase poco convinto.
«E se non mi credono?»
Torace lo guardò per qualche secondo.
«Va bene.»
Ridiede la stecca di Marlboro a Giffoni.
«Ci penso io.»
E concluse:
«Adesso però vai fuori dai coglioni.»
Il giorno dopo Torace di Pietra parlò con Lampadina.
Nessuno seppe mai cosa gli disse, nessuno sa nemmeno dove glielo disse ma sappiamo che funzionò: da quel momento nessuno cercò più Giffoni.
Nessuno gli chiese le cinquantamila lire.
Nessuno gli propose di incontrarsi.
Nessuno gli fece domande sul CIAO.
Giffoni tornò a scuola dalla porta principale, senza cambiare più strada.
Non usò più finestre.
Non studiò più percorsi alternativi.
La Vespa color mattone tornò a essere semplicemente una Vespa ed il CIAO del Minotauro scomparve dalla sua vita e "Ai Birilli Bevuti" la vicenda entrò immediatamente nella categoria delle storie che, una volta risolte, diventano infinitamente più divertenti di quando erano ancora pericolose.
Gambero continuò per qualche tempo a sostenere che, se il Minotauro avesse letto con attenzione la sua relazione, tutto si sarebbe potuto risolvere civilmente.
Remfutti, Leonardo e Romano non commentarono, limitandosi a sorridere: avevano seguito tutta la faccenda con il distacco svizzero di chi non ha mai avuto intenzione di intervenire ma non avrebbe perso per nulla al mondo una puntata.
Giffoni invece aveva imparato una cosa importante.
Aveva scoperto che nella vita non sempre vince chi ha ragione ma a volte vince chi conosce quello che ha più ragione di te.
E il CIAO?
Il CIAO restò al Minotauro.
Forse riprese a fare cento all'ora.
Forse no.
Una cosa era certa: per quanto fosse stato truccato, non sarebbe mai andato veloce e diritto al punto come il messaggio che Torace di Pietra doveva aver fatto arrivare a Lampadina.
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