Il professor Serafino non aveva mai nutrito particolari ambizioni missionarie ma era lo stesso finito per esercitare il proprio mestiere in condizioni che avrebbero scoraggiato anche gli apostoli, soprattutto se questi ultimi avessero dovuto confrontarsi con una falange di adolescenti convinti che la salvezza dell'anima fosse meno necessaria della salvezza dell'Udinese.
La sua posizione, peraltro, presentava alcune peculiarità. Era un laico che insegnava religione, circostanza che invece di farlo risultare più credibile agli occhi dei suoi studenti contribuiva invece a collocarlo in una terra di nessuno fra le istituzioni ecclesiastiche e quelle scolastiche, senza che nessuna delle due sembrasse particolarmente interessata a rivendicarne la paternità.
Serafino era sufficientemente intelligente da comprendere che, nella classe in cui prestava servizio, la distanza fra le finalità pedagogiche e l'attenzione dei destinatari aveva una misura tale da gareggiare in ampiezza con il diametro di Piazza San Pietro.
I suoi studenti, infatti, avevano elaborato una concezione della lezione di religione che, pur non essendo contemplata nei programmi ministeriali, godeva di un consenso pressoché unanime: quell’ora era un prolungamento della ricreazione, con il vantaggio che i quindici minuti dell’intervallo bastavano appena per fare la coda al distributore delle merendine, mentre durante l’ora di religione si poteva coltivare apertamente il proprio disinteresse senza dover guardare l’orologio.
Per cercare di invertire quella tendenza, il professor Serafino aveva tentato diverse strategie. Aveva parlato di fede e ragione, di coscienza, di responsabilità individuale, di grandi figure della tradizione cristiana. Aveva cercato collegamenti con l'attualità, proposto discussioni e perfino concesso qualche digressione su argomenti che avrebbero dovuto favorire il dialogo fra la materia e gli interessi della classe.
I risultati erano stati incoraggianti solo per chi fosse interessato a studiare le diverse manifestazioni della distrazione umana.
Fu così che, dopo aver riflettuto a lungo sulle ragioni di quell'indifferenza, decise di ricorrere a uno strumento moderno, partecipativo e, almeno nelle intenzioni, scientificamente fondato: un questionario.
Trenta domande, alcune a risposta multipla, altre aperte, attraverso le quali gli studenti avrebbero potuto esprimere le proprie opinioni sulla spiritualità, sulla fede, sulle religioni e sugli argomenti che avrebbero desiderato approfondire durante le lezioni.
Serafino spiegò con cura le finalità dell'iniziativa. Non si trattava di una verifica, precisò, e nessuno avrebbe ricevuto un voto. Desiderava soltanto comprendere meglio gli interessi della classe, così da rendere le lezioni più vicine alle esigenze culturali dei ragazzi.
La precisazione sull'assenza di valutazione produsse un effetto immediato: per la prima volta, alcuni studenti sollevarono la testa.
Il questionario venne distribuito.
La prima domanda recitava:
Saresti interessato se, oltre all'analisi dei fondamenti della religione cattolica in classe, fossero esaminati anche quelli delle altre principali religioni?
Seguivano due caselle, una per il sì e una per il no, oltre a uno spazio destinato a eventuali osservazioni.
L'Innominato lesse la domanda, prese la penna e segnò la propria risposta. Poi passò alla seconda pagina, diede un'occhiata sbrigativa alle altre ventinove domande e richiuse il questionario con la stessa espressione con cui un impiegato, dopo aver constatato che la scadenza era già spirata, rinuncia a presentare un'istanza destinata comunque a essere respinta.
Consegnò il foglio dopo meno di cinque minuti.
Il professor Serafino, che si trovava ancora alla cattedra impegnato a spiegare che la sincerità delle risposte era fondamentale per la riuscita dell'iniziativa, lo accolse con un cenno di approvazione. La rapidità della consegna non gli sembrò necessariamente un cattivo segno. Poteva darsi che l'Innominato avesse finalmente trovato un argomento capace di suscitare il suo interesse, oppure che, per una volta, avesse deciso di collaborare senza riserve.
Quando abbassò gli occhi sul foglio, scoprì che il ragazzo aveva lasciato in bianco ventinove domande su trenta.
Soltanto la prima presentava una risposta, scritta in stampatello senza cancellature né ripensamenti, invece di barrare una delle caselle previste per il si o per il no:
«NO, E SE SÌ, NON M'INTERESSA».
Serafino rilesse la frase.
La rilesse una seconda volta, nella speranza che una diversa disposizione delle parole potesse restituirle un significato pedagogicamente utilizzabile.
Niente.
La risposta era lì, perfettamente leggibile, con quella virgola dopo il no che sembrava introdurre una precisazione destinata a peggiorare la situazione.
Il professore rimase basito.
Non tanto per la scortesia, alla quale aveva ormai sviluppato una ragionevole immunità, quanto per la natura della risposta. L'Innominato non aveva semplicemente dichiarato il proprio disinteresse. Aveva voluto precisare che, anche qualora si fosse interessato sarebbe stato di sicuro per errore, un errore dal quale si sarebbe subito emendato.
Era una posizione difficilmente confutabile, perché non lasciava spazio nemmeno all'eventualità di una conversione dell'interlocutore.
L'Innominato, intanto, era tornato al proprio banco.
Non sembrava soddisfatto, né particolarmente divertito. Aveva semplicemente terminato il lavoro che riteneva necessario svolgere.
La classe, invece, aveva raggiunto una conclusione assai più impegnativa.
Tutti gli altri avevano risposto a ogni domanda, producendo una quantità di considerazioni sulla spiritualità, sul dialogo interreligioso e sul valore della conoscenza reciproca che, lette nel loro insieme, avrebbero potuto far pensare a una generazione di giovani teologi, filosofi e futuri partecipanti a convegni internazionali.
L'Innominato aveva riassunto l'intera produzione intellettuale della classe in sette parole, compresa la congiunzione.
La cosa più sorprendente era che nessuno, neppure fra coloro che si erano prodigati nelle risposte, fosse disposto a contestargli il risultato.
Al contrario, quando la frase cominciò a circolare fuori dall’aula, l’Innominato ricevette un’accoglienza che non aveva mai conosciuto. Giffoni ne aveva ricopiato una versione sul diario, fra le scadenze delle interrogazioni, e a ricreazione una ragazza della B venne a chiedere se fosse vero, con il tono di chi domanda se una leggenda abbia un indirizzo. Qualcuno gli lasciò il posto in fila al distributore. Nessuno disse niente, perché l’Innominato aveva l’aria di chi avrebbe replicato, ma tutti lo guardavano con un misto di ammirazione e riconoscenza, come se avesse compiuto un gesto di cui ciascuno aveva sentito il bisogno senza mai trovare il coraggio di assumersene la responsabilità.
Il professor Serafino, dal canto suo, non rinunciò al progetto. Raccolse i questionari, li esaminò con attenzione e cercò di ricavarne indicazioni utili per le lezioni successive. Tuttavia, ogni volta che tornava a leggere quella risposta, provava la sensazione sgradevole di essersi imbattuto in una verità che il proprio metodo d'indagine non aveva previsto.
Fu il collega di filosofia a offrirgli l'occasione per venirne a capo.
Serafino gli raccontò l'accaduto durante una pausa, inizialmente con l'intenzione di condividere una delle tante difficoltà del mestiere. Ma, mentre riferiva la risposta dell'Innominato, si accorse di stare dedicando all'episodio un'attenzione superiore a quella riservata a fatti ben più importanti.
Il professore di filosofia ascoltò senza interromperlo.
Alla fine, invece di sorridere o commentare la maleducazione del ragazzo, rimase qualche secondo in silenzio.
«Posso vedere il questionario?»
Serafino glielo mostrò.
Il collega lesse la risposta, poi tornò a leggere la domanda.
«Interessante.»
Serafino lo guardò con una certa perplessità.
«Interessante in che senso?»
«Nel senso che ha risposto alla domanda senza cercare di compiacere chi l'ha formulata. E, soprattutto, senza cercare di compiacere l'immagine che probabilmente ha di sé.»
«Ha scritto che non gli interessa. E che, se anche gli interessasse, non gli interesserebbe.»
«Appunto. È una distinzione fra l'interesse dichiarato e quello reale. Oppure, se preferisci, una dichiarazione d'indipendenza nei confronti delle aspettative altrui.»
Serafino non sembrava del tutto convinto.
«Oppure è semplicemente un maleducato.»
«Naturalmente. Le due cose non si escludono.»
Il professore di filosofia si tolse gli occhiali, li pulì con un fazzoletto e li rimise sul naso.
«Vorrei conoscerlo.»
Qualche giorno dopo, l'Innominato venne convocato in aula insegnanti. L'invito gli fu comunicato con la solennità riservata agli studenti che avevano combinato qualcosa di sufficientemente grave da richiedere un colloquio con un docente diverso da quello direttamente coinvolto.
Si presentò senza fretta, con le mani nelle tasche e l'espressione di chi si aspetta di dover chiarire un equivoco amministrativo.
Il professore di filosofia gli indicò una sedia.
«Ho letto la tua risposta al questionario del professor Serafino.»
«Ah.»
«Volevo farti i complimenti.»
L'Innominato lo guardò.
«Per cosa?»
«Per la sincerità.»
Il ragazzo rimase in silenzio, come se stesse valutando la possibilità che quella parola nascondesse una qualche forma di ironia.
«Non c'è niente di straordinario», disse infine. «Mi ha fatto una domanda e ho risposto.»
«Il punto è proprio questo. Molte persone non rispondono a una domanda. Rispondono a quello che pensano ci si aspetti da loro.»
L'Innominato si strinse nelle spalle.
«Problemi loro.»
Il professore sorrise.
«Sai, quello che hai scritto l'ho trovato geniale, mi ha colpito sia nella forma che nella sostanza. Nella forma la tua frase ha la forza, la sintesi e l'incisività delle migliori sentenze vergate in lingua latina da Sallustio o addirittura da Cicerone, mentre nella sostanza ricorda un principio fondamentale della filosofia. La ricerca della verità richiede il coraggio di mettere in discussione le convenzioni, anche quando farlo è scomodo.»
«Io non ho messo in discussione niente, semplicemente non me ne fregava un cazzo.»
Il professore rimase per un istante senza parole. Poi scoppiò a ridere, con una spontaneità che sorprese persino lui.
«Va bene. D'accordo. Ma dimmi una cosa: se potessi scegliere liberamente un argomento da approfondire, quale sarebbe?»
L'Innominato si alzò.
«Nessuno.»
«Proprio nessuno?»
«No, e se si, non m'interessa.»


