martedì 3 novembre 2026

NEGAZIONE UNIVERSALE

Il professor Serafino non aveva mai nutrito particolari ambizioni missionarie ma era lo stesso finito per esercitare il proprio mestiere in condizioni che avrebbero scoraggiato anche gli apostoli, soprattutto se questi ultimi avessero dovuto confrontarsi con una falange di adolescenti convinti che la salvezza dell'anima fosse meno necessaria della salvezza dell'Udinese.

La sua posizione, peraltro, presentava alcune peculiarità. Era un laico che insegnava religione, circostanza che invece di farlo risultare più credibile agli occhi dei suoi studenti contribuiva invece a collocarlo in una terra di nessuno fra le istituzioni ecclesiastiche e quelle scolastiche, senza che nessuna delle due sembrasse particolarmente interessata a rivendicarne la paternità.

Serafino era sufficientemente intelligente da comprendere che, nella classe in cui prestava servizio, la distanza fra le finalità pedagogiche e l'attenzione dei destinatari aveva una misura tale da gareggiare in ampiezza con il diametro di Piazza San Pietro. 

I suoi studenti, infatti, avevano elaborato una concezione della lezione di religione che, pur non essendo contemplata nei programmi ministeriali, godeva di un consenso pressoché unanime: quell’ora era un prolungamento della ricreazione, con il vantaggio che i quindici minuti dell’intervallo bastavano appena per fare la coda al distributore delle merendine, mentre durante l’ora di religione si poteva coltivare apertamente il proprio disinteresse senza dover guardare l’orologio.

Per cercare di invertire quella tendenza, il professor Serafino aveva tentato diverse strategie. Aveva parlato di fede e ragione, di coscienza, di responsabilità individuale, di grandi figure della tradizione cristiana. Aveva cercato collegamenti con l'attualità, proposto discussioni e perfino concesso qualche digressione su argomenti che avrebbero dovuto favorire il dialogo fra la materia e gli interessi della classe.

I risultati erano stati incoraggianti solo per chi fosse interessato a studiare le diverse manifestazioni della distrazione umana.

Fu così che, dopo aver riflettuto a lungo sulle ragioni di quell'indifferenza, decise di ricorrere a uno strumento moderno, partecipativo e, almeno nelle intenzioni, scientificamente fondato: un questionario.

Trenta domande, alcune a risposta multipla, altre aperte, attraverso le quali gli studenti avrebbero potuto esprimere le proprie opinioni sulla spiritualità, sulla fede, sulle religioni e sugli argomenti che avrebbero desiderato approfondire durante le lezioni.

Serafino spiegò con cura le finalità dell'iniziativa. Non si trattava di una verifica, precisò, e nessuno avrebbe ricevuto un voto. Desiderava soltanto comprendere meglio gli interessi della classe, così da rendere le lezioni più vicine alle esigenze culturali dei ragazzi.

La precisazione sull'assenza di valutazione produsse un effetto immediato: per la prima volta, alcuni studenti sollevarono la testa.

Il questionario venne distribuito.

La prima domanda recitava:

Saresti interessato se, oltre all'analisi dei fondamenti della religione cattolica in classe, fossero esaminati anche quelli delle altre principali religioni?

Seguivano due caselle, una per il sì e una per il no, oltre a uno spazio destinato a eventuali osservazioni.

L'Innominato lesse la domanda, prese la penna e segnò la propria risposta. Poi passò alla seconda pagina, diede un'occhiata sbrigativa alle altre ventinove domande e richiuse il questionario con la stessa espressione con cui un impiegato, dopo aver constatato che la scadenza era già spirata, rinuncia a presentare un'istanza destinata comunque a essere respinta.

Consegnò il foglio dopo meno di cinque minuti.

Il professor Serafino, che si trovava ancora alla cattedra impegnato a spiegare che la sincerità delle risposte era fondamentale per la riuscita dell'iniziativa, lo accolse con un cenno di approvazione. La rapidità della consegna non gli sembrò necessariamente un cattivo segno. Poteva darsi che l'Innominato avesse finalmente trovato un argomento capace di suscitare il suo interesse, oppure che, per una volta, avesse deciso di collaborare senza riserve.

Quando abbassò gli occhi sul foglio, scoprì che il ragazzo aveva lasciato in bianco ventinove domande su trenta.

Soltanto la prima presentava una risposta, scritta in stampatello senza cancellature né ripensamenti, invece di barrare una delle caselle previste per il si o per il no:

«NO, E SE SÌ, NON M'INTERESSA».

Serafino rilesse la frase.

La rilesse una seconda volta, nella speranza che una diversa disposizione delle parole potesse restituirle un significato pedagogicamente utilizzabile.

Niente.

La risposta era lì, perfettamente leggibile, con quella virgola dopo il no che sembrava introdurre una precisazione destinata a peggiorare la situazione.

Il professore rimase basito.

Non tanto per la scortesia, alla quale aveva ormai sviluppato una ragionevole immunità, quanto per la natura della risposta. L'Innominato non aveva semplicemente dichiarato il proprio disinteresse. Aveva voluto precisare che, anche qualora si fosse interessato sarebbe stato di sicuro per errore, un errore dal quale si sarebbe subito emendato.

Era una posizione difficilmente confutabile, perché non lasciava spazio nemmeno all'eventualità di una conversione dell'interlocutore.

L'Innominato, intanto, era tornato al proprio banco.

Non sembrava soddisfatto, né particolarmente divertito. Aveva semplicemente terminato il lavoro che riteneva necessario svolgere.

La classe, invece, aveva raggiunto una conclusione assai più impegnativa.

Tutti gli altri avevano risposto a ogni domanda, producendo una quantità di considerazioni sulla spiritualità, sul dialogo interreligioso e sul valore della conoscenza reciproca che, lette nel loro insieme, avrebbero potuto far pensare a una generazione di giovani teologi, filosofi e futuri partecipanti a convegni internazionali.

L'Innominato aveva riassunto l'intera produzione intellettuale della classe in sette parole, compresa la congiunzione.

La cosa più sorprendente era che nessuno, neppure fra coloro che si erano prodigati nelle risposte, fosse disposto a contestargli il risultato.

Al contrario, quando la frase cominciò a circolare fuori dall’aula, l’Innominato ricevette un’accoglienza che non aveva mai conosciuto. Giffoni ne aveva ricopiato una versione sul diario, fra le scadenze delle interrogazioni, e a ricreazione una ragazza della B venne a chiedere se fosse vero, con il tono di chi domanda se una leggenda abbia un indirizzo. Qualcuno gli lasciò il posto in fila al distributore. Nessuno disse niente, perché l’Innominato aveva l’aria di chi avrebbe replicato, ma tutti lo guardavano con un misto di ammirazione e riconoscenza, come se avesse compiuto un gesto di cui ciascuno aveva sentito il bisogno senza mai trovare il coraggio di assumersene la responsabilità.

Il professor Serafino, dal canto suo, non rinunciò al progetto. Raccolse i questionari, li esaminò con attenzione e cercò di ricavarne indicazioni utili per le lezioni successive. Tuttavia, ogni volta che tornava a leggere quella risposta, provava la sensazione sgradevole di essersi imbattuto in una verità che il proprio metodo d'indagine non aveva previsto.

Fu il collega di filosofia a offrirgli l'occasione per venirne a capo.

Serafino gli raccontò l'accaduto durante una pausa, inizialmente con l'intenzione di condividere una delle tante difficoltà del mestiere. Ma, mentre riferiva la risposta dell'Innominato, si accorse di stare dedicando all'episodio un'attenzione superiore a quella riservata a fatti ben più importanti.

Il professore di filosofia ascoltò senza interromperlo.

Alla fine, invece di sorridere o commentare la maleducazione del ragazzo, rimase qualche secondo in silenzio.

«Posso vedere il questionario?»

Serafino glielo mostrò.

Il collega lesse la risposta, poi tornò a leggere la domanda.

«Interessante.»

Serafino lo guardò con una certa perplessità.

«Interessante in che senso?»

«Nel senso che ha risposto alla domanda senza cercare di compiacere chi l'ha formulata. E, soprattutto, senza cercare di compiacere l'immagine che probabilmente ha di sé.»

«Ha scritto che non gli interessa. E che, se anche gli interessasse, non gli interesserebbe.»

«Appunto. È una distinzione fra l'interesse dichiarato e quello reale. Oppure, se preferisci, una dichiarazione d'indipendenza nei confronti delle aspettative altrui.»

Serafino non sembrava del tutto convinto.

«Oppure è semplicemente un maleducato.»

«Naturalmente. Le due cose non si escludono.»

Il professore di filosofia si tolse gli occhiali, li pulì con un fazzoletto e li rimise sul naso.

«Vorrei conoscerlo.»

Qualche giorno dopo, l'Innominato venne convocato in aula insegnanti. L'invito gli fu comunicato con la solennità riservata agli studenti che avevano combinato qualcosa di sufficientemente grave da richiedere un colloquio con un docente diverso da quello direttamente coinvolto.

Si presentò senza fretta, con le mani nelle tasche e l'espressione di chi si aspetta di dover chiarire un equivoco amministrativo.

Il professore di filosofia gli indicò una sedia.

«Ho letto la tua risposta al questionario del professor Serafino.»

«Ah.»

«Volevo farti i complimenti.»

L'Innominato lo guardò.

«Per cosa?»

«Per la sincerità.»

Il ragazzo rimase in silenzio, come se stesse valutando la possibilità che quella parola nascondesse una qualche forma di ironia.

«Non c'è niente di straordinario», disse infine. «Mi ha fatto una domanda e ho risposto.»

«Il punto è proprio questo. Molte persone non rispondono a una domanda. Rispondono a quello che pensano ci si aspetti da loro.»

L'Innominato si strinse nelle spalle.

«Problemi loro.»

Il professore sorrise.

«Sai, quello che hai scritto l'ho trovato geniale, mi ha colpito sia nella forma che nella sostanza. Nella forma la tua frase ha la forza, la sintesi e l'incisività delle migliori sentenze vergate in lingua latina da Sallustio o addirittura da Cicerone, mentre nella sostanza  ricorda un principio fondamentale della filosofia. La ricerca della verità richiede il coraggio di mettere in discussione le convenzioni, anche quando farlo è scomodo.»

«Io non ho messo in discussione niente, semplicemente non me ne fregava un cazzo.»

Il professore rimase per un istante senza parole. Poi scoppiò a ridere, con una spontaneità che sorprese persino lui.

«Va bene. D'accordo. Ma dimmi una cosa: se potessi scegliere liberamente un argomento da approfondire, quale sarebbe?»

L'Innominato si alzò.

«Nessuno.»

«Proprio nessuno?»

«No, e se si, non m'interessa.»

LA VINCIBILE ARMADA

Nella classe della professoressa Catrame, le ore di Storia erano caratterizzate da un delicato equilibrio fra la necessità dell'insegnante di trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio della civiltà umana e la ferma determinazione delle nuove generazioni di non riceverne neppure una porzione che eccedesse le proprie esigenze di sopravvivenza scolastica.

Aveva un'idea piuttosto precisa del mestiere dell'insegnante: la Storia andava studiata, possibilmente capita e, qualora lo studente avesse manifestato una particolare propensione all'ozio, restituita sotto forma di interrogazione, che costituiva il suo personale contributo al perpetuarsi della memoria collettiva. La prospettiva di essere interrogati a sorpresa, tuttavia, rendeva la classe particolarmente sensibile a ogni manifestazione di volontariato didattico, purché fosse esercitata da qualcun altro.

Quel giorno il salvatore designato era Moschetto, uno dei pochi studenti che non considerassero la Storia una successione di date da memorizzare in prossimità delle verifiche, ma una faccenda seria, da ricostruire con la precisione di un investigatore e la partecipazione emotiva di chi, a distanza di secoli, non aveva ancora perdonato a Napoleone Waterloo.

La Catrame aveva appena accennato all'Invincibile Armada e Moschetto, ottenuto il permesso di esporre, era partito senza più fermarsi.

Ricostruì le ambizioni di Filippo II, le tensioni religiose con Elisabetta I, i preparativi della spedizione, le difficoltà di coordinamento con le forze spagnole nei Paesi Bassi, gli scontri nel Canale della Manica e la disastrosa ritirata della flotta, perseguitata prima dagli inglesi e poi dalle tempeste. Descriveva le manovre navali con una competenza che faceva sospettare una precedente carriera nell'Ammiragliato britannico, mentre la sua memoria, infallibile su date, nomi e circostanze, sembrava custodire un archivio nel quale neppure un marinaio di seconda classe avrebbe potuto permettersi di mancare all'appello.

La professoressa Catrame ascoltava soddisfatta. Moschetto era una delle sue creature migliori: un ragazzo capace di restituire alla materia quella dignità che gli altri studenti le sottraevano sistematicamente, trattando la caduta degli imperi con la stessa indifferenza riservata alla caduta di una gomma sotto il banco.

In ultima fila, tuttavia, l'Innominato non partecipava alla ricostruzione della catastrofe spagnola. Non partecipava, a dire il vero, neppure alla vita scolastica, se non nella misura strettamente necessaria a evitare che qualcuno si accorgesse della sua totale estraneità.

Sedeva da solo, occupando l'intera fila di banchi, non per una scelta dell'arredamento ma per un tacito accordo con il resto della classe. Nessuno aveva mai ricevuto un ordine esplicito di non sedersi accanto a lui; semplicemente, nessuno aveva mai trovato una ragione sufficientemente convincente per farlo.

Davanti a sé teneva un quaderno sul quale costruiva quadrati numerici di dimensioni crescenti. Inseriva i numeri consecutivi nelle caselle, seguendo il movimento del cavallo negli scacchi, e passava da una griglia all'altra con la concentrazione di un monaco medievale impegnato a decifrare un manoscritto sacro. Mentre Moschetto ricostruiva il tramonto della potenza spagnola, lui cercava di dimostrare che l'universo, almeno quello contenuto in un foglio a quadretti, poteva essere governato da una regola semplice e da una pazienza illimitata.

Brunelli, che a una simile forma di ostinazione non poteva restare indifferente, si voltò.

«Cos'è quella roba?»

«Mossa del cavallo.»

«Qual è il più grande che hai fatto?»

«Venti per venti.»

Brunelli guardò il quaderno, poi il proprio banco, come se stesse calcolando le risorse necessarie per una spedizione militare.

«Voglio provarci anch'io. Riempirò un foglio protocollo.»

L'Innominato lo fissò per la prima volta con un'espressione quasi umana.

«Ma sei coglione! Dopo vedi numeri per tre giorni.»

Brunelli non raccolse la provocazione. Non perché l'avesse trovata convincente, ma perché Moschetto, in quel momento, stava descrivendo l'impiego delle navi incendiarie inglesi contro la formazione spagnola e sembrava sul punto di annunciare l'affondamento dell'intera flotta.

L'Innominato tornò ai suoi quadrati. Poi, forse incuriosito dal tono di Moschetto, forse infastidito da quell'esibizione di sapere che sembrava non avere intenzione di terminare, sollevò lentamente la testa.

Aveva ascoltato abbastanza da capire che il compagno conosceva ogni dettaglio della battaglia, o almeno così sembrava. Gli restava una sola possibilità: trovare un particolare talmente secondario da risultare impossibile da conoscere, oppure talmente stupido da rendere inutile qualsiasi risposta.

Scelse una via di mezzo.

«Ehi Ammiraglio! Quanti cannoni avevano le navi?»

La domanda partì dall'ultima fila con la noncuranza di chi chiede se fuori piove. L'Innominato sorrise appena: aveva finalmente individuato il punto in cui l'erudizione di Moschetto avrebbe potuto incepparsi. Dopo aver parlato per dieci minuti di sovrani, strategie e tempeste, il compagno si sarebbe trovato a dover ammettere di non conoscere un dato elementare. La caduta dell'Armada sarebbe stata completata dalla caduta del suo storico.

Moschetto si interruppe. Si voltò verso di lui.

La classe trattenne il fiato.

«I galeoni dell'epoca disponevano di armamenti differenti, naturalmente, ma quelli della flotta spagnola potevano avere, in alcuni casi, ventiquattro cannoni per fiancata. Per semplificare, se consideriamo ragionevole un numero medio di 20 cannoni per fiancata, ne abbiamo 40 per nave. Ora, se prendiamo come 325 il numero documentato dei velieri inglesi e spagnoli partecipanti alla battaglia, basta moltiplicare 325 per 40 e otteniamo il totale.»

Piccola pausa.

«E allora è ragionevole stimare 13.000 cannoni in totale.»

La risposta arrivò senza esitazione, con una serenità che rendeva il risultato ancora più insopportabile. Moschetto non aveva soltanto risposto: aveva trasformato la provocazione in un esercizio di aritmetica, come se l'Innominato gli avesse appena chiesto di calcolare il costo complessivo di una spesa al supermercato.

La professoressa Catrame rimase a bocca aperta. Brunelli si voltò del tutto. Anche quelli che non avevano seguito una sola parola della lezione capirono che era appena successo qualcosa di notevole.

L'Innominato, invece, non si mosse.

Per un momento sembrò che la battaglia fosse finita. Moschetto aveva resistito all'attacco, respinto la provocazione e consolidato la propria posizione con la precisione di una batteria costiera. L'Innominato sembrava rimasto senza munizioni. 

Ma era troppo presto per celebrare la vittoria.

Se la via di mezzo si era rivelata un colpo a salve, rimaneva la seconda opzione: la stupidità.

L'Innominato abbassò gli occhi, come se stesse meditando sulla risposta ricevuta. Poi li rialzò. Sul volto gli comparve un ghigno che, in altre circostanze, avrebbe consigliato ai presenti di abbandonare la zona.

Seguì una solenne bestemmia, pronunciata con il tono di un perito chiamato a giurare in tribunale. 

Quindi arrivò la domanda.

«E allora chi era il nostromo?»

La domanda arrivò con la precisione di una palla di cannone che centra in pieno la santabarbara della nave ammiraglia.

Per una frazione di secondo nessuno capì. Poi la classe esplose.

Brunelli si piegò sul banco, battendo i pugni sul legno. Quelli della fila centrale per poco non si rovesciarono sulle sedie. Qualcuno emise un verso che non apparteneva ad alcuna lingua conosciuta, ma che avrebbe potuto essere compreso da tutti gli equipaggi della flotta inglese. La risata si propagò da un banco all'altro, travolgendo ogni residuo di disciplina e riducendo l'Invincibile Armada a una fila di pedalò abbandonati a settembre sulla spiaggia di Lignano Pineta.

Soltanto Moschetto rimase in silenzio, probabilmente con la stessa espressione del volto di Filippo II  quando apprese della disfatta ispanica. 

La professoressa Catrame, pallida d'indignazione, tentò di riprendere il controllo della classe. Ma anche lei, per un istante, sembrò incapace di stabilire se fosse più grave l'insolenza dell'Innominato o la sconfitta subita dal suo erudito prediletto.

Gioco, set e incontro per l'Innominato che, noncurante del suo trionfo, tornò al quaderno, riprese la penna e continuò a riempire il proprio quadrato magico.



lunedì 2 novembre 2026

DE ARTE FURTIVA

La professoressa Flavia Castigo apparteneva a quella categoria di insegnanti per le quali il latino non è una competenza professionale ma una superiorità morale, che autorizza a considerare l’umanità intera una congrega di barbari da ricondurre alla civiltà attraverso la declinazione di rosa, rosae... 

Il cognome non richiedeva interpretazioni. Nomen omen, avrebbero detto gli antichi a lei cari, aggiungendo, se avessero avuto la sventura di frequentare il suo corso, che gli dèi talvolta distribuiscono i destini con precisione notarile.

La Castigo insegnava latino con lo spirito con cui Minosse amministrava la giustizia negli Inferi: senza fretta, senza indulgenza e con la certezza che, prima o poi, ciascuno avrebbe ricevuto la propria pena. Non urlava quasi mai. Le bastava pronunciare un cognome con una certa inflessione perché l’interessato si sentisse annunciare una sentenza capitale. Il suo, più che un registro era un'edizione aggiornata del libro dei morti. 

Quel giorno era in calendario una delle prove più temute del programma: l’apologo di Menenio Agrippa, dal secondo libro dell’Ab Urbe Condita di Tito Livio.

Una scelta dotata, a pensarci bene, di una sua perfidia pedagogica. Il patrizio che durante la secessione della plebe sul Monte Sacro aveva ricomposto il dissidio con l’allegoria del ventre e delle membra veniva affidato a una platea di adolescenti che, in quel momento, non sarebbero riusciti a ricomporre neppure il dissidio fra soggetto e predicato.

Remfutti e l’Innominato sedevano in fondo, dove confidavano che la distanza dalla cattedra e una doppia barriera di compagni compensassero le lacune della loro preparazione.

Sull’Innominato aleggiava una reputazione che valicava i cancelli dell'Istituto. Non era un bullo in senso convenzionale: era una di quelle presenze che inducono a valutare con attenzione l’opportunità di rivolgere la parola, come se dietro ci fosse una minaccia che sarebbe imprudente costringere a manifestarsi. Nessuno lo chiamava per nome. Non che fosse vietato, ma nel dubbio la prudenza aveva assunto le sembianze di una legge non scritta.

Remfutti incarnava invece un'altra rara qualità: era capace di sostenere una tesi e, pochi minuti dopo, di difendere con identica convinzione la tesi opposta, purché nel frattempo qualcuno avesse avuto la sciagurata idea di dargli ragione. Per tradurre Tito Livio, però, il talento presentava qualche inconveniente: la sintassi non si lasciava provocare, e il congiuntivo, a differenza dei compagni, non cambiava posizione solo per il gusto di contraddirlo.

L’Innominato aveva preparato l’impresa con una meticolosità che, applicata allo studio, gli avrebbe permesso di tradurre il latino a occhi chiusi. Aveva ritagliato una quantità considerevole di foglietti con declinazioni, paradigmi e costrutti, e li aveva distribuiti sulle gambe, dalle ginocchia in su: il banco come avamposto, il corpo gareggiava con la Biblioteca perduta di Alessandria.

Remfutti aveva scelto una strategia meno eroica e, in teoria, più razionale: il libro di latino nella cartella semiaperta, in modo da sbirciare le pagine senza sollevare la testa. Una soluzione che manifestava un’eccessiva considerazione della capacità umana di guardare senza essere visti.

Distribuiti i fogli, la Castigo si accomodò dietro la cattedra, incrociò le braccia e cominciò a scrutare la classe senza muovere il capo, lasciando lavorare solo gli occhi, che parevano dotati di un sistema di rilevamento indipendente dal resto del corpo.

Il silenzio si fece assoluto. Si sentiva il raschiare delle penne, qualche colpo di tosse represso, il fruscio di una pagina voltata con la circospezione di chi maneggia un documento riservato.

L’Innominato teneva la testa bassa, convinto che la sua posizione fosse inespugnabile. La Castigo lo fissò a lungo e poi, con la lentezza di un cecchino che ha individuato il bersaglio ma non vuole ancora concedergli la dignità di saperlo, spostò lo sguardo su Remfutti.

Gli occhi di Remfutti stavano compiendo un viaggio di andata e ritorno fra il fondo della cartella e il foglio sul banco: una discreta oscillazione, come se le pupille consultassero un oracolo particolarmente avaro di responsi. La Castigo intercettò il movimento. I loro sguardi si incrociarono.

Non occorreva essere Tiresia per prevedere come sarebbe finita.

«Voi due, laggiù in fondo, copiate!»

La sentenza cadde sull’aula come un editto. La professoressa si alzò e si avviò lungo il corridoio fra i banchi, senza accelerare il passo: sapeva che il colpevole, prima o poi, si sarebbe consegnato da solo. 

Nel momento esatto in cui la Castigo si sollevò dalla sedia, Remfutti estrasse il libro dalla cartella e, con un gesto rapido e calibrato, lo fece scivolare sul pavimento. Il volume percorse il corridoio con la precisione di una boccia lanciata da un campione del mondo, superò una gamba, sfiorò una scarpa e si fermò, senza rumore apprezzabile, ai piedi di Giffoni, in prima fila.

Non sembrava gettato: sembrava aver ricevuto un ordine superiore, come se Hermes, protettore dei ladri e dei messaggeri, fosse intervenuto di persona a sottrarre il suo protetto alla giustizia.

Tutte le teste rimasero immobili. Nessuno si voltò. Gli studenti fissarono i fogli davanti a loro come se fossero le tavole della Legge, evitando di guardare il pavimento, neanche fosse costellato dagli occhi della Medusa.

Giffoni sentì il sangue abbandonargli il viso. Il libro giaceva ai suoi piedi, aperto su una pagina che non avrebbe saputo distinguere da un elenco telefonico etrusco. Davanti a lui la Castigo avanzava; dietro di lui, metaforicamente, si aprivano le porte del Tartaro.

Raccoglierlo significava compromettersi. Lasciarlo dov’era significava rischiare che la professoressa lo vedesse. Spostarlo con il piede avrebbe attirato l’attenzione. Restare immobile non offriva garanzie migliori, perché l’immobilità di un innocente e quella di un complice, vista da una cattedra, sono sorprendentemente simili.

Giffoni, ispirato da Hermes in persona, si chinò con una destrezza che avrebbe ingannato anche un agente della CIA, raccolse il volume e lo infilò nella cartella.

La Castigo nel frattempo raggiunse i due sospettati.

L’Innominato fu trovato con la testa ancora china e le gambe trasformate in una biblioteca ambulante. La professoressa non ebbe bisogno di interrogare nessuno. Sollevò il primo foglietto, poi il secondo, poi il terzo, e a ogni reperto il suo volto si faceva più severo, come se ricostruisse, attraverso quei frammenti di carta, una cospirazione contro l’ordine costituito.

L’Innominato non disse una parola, quasi la questione non lo riguardasse. 

La Castigo gli sequestrò i foglietti, distrusse con fare teatrale quella Biblioteca di Alessandria e gli intimò di uscire. Poi prese il compito, su cui campeggiava una quantità di bianco che si sarebbe potuta scambiare per una scelta stilistica radicale, e vi scrisse con la penna rossa un gigantesco 2.

Non un due discreto, bensì un due monumentale, tracciato con l’energia di un editto di proscrizione.

«Fuori!»

L’Innominato raccolse le sue cose e si avviò alla porta senza voltarsi. Nessuno osò seguirlo con lo sguardo. 

La professoressa rimase qualche secondo accanto al banco, poi si rivolse a Remfutti.

«Chi copia con me: DUO!»

Lo disse scandendo le sillabe. Era il suo numero prediletto. 

Remfutti reagì con la prontezza di chi, davanti al plotone d’esecuzione, decide di contestare la competenza territoriale del tribunale.

«Ego vero non exscribunt!»

La Castigo lo guardò.

«Exscribebam, semmai. Non fare lo spiritoso con me, Remfutti!»

«Non copiavo, non copiavo affatto.»

La Castigo, prima lo fissò con severità e poi abbassò lo sguardo sul sottobanco e cominciò un’ispezione accurata, degna di una guardia di frontiera bielorussa: il ripiano, gli angoli, lo spazio fra la parete e la gamba metallica. Non trovò nulla.

«Fammi vedere la cartella.»

Remfutti, con malcelata soddisfazione, la aprì con l’aria di un uomo che ha appena ricevuto un mandato di perquisizione ed è certo che gli investigatori troveranno solo scontrini del supermercato. Cominciò a estrarre i libri uno alla volta, annunciando la materia con la solennità di un ufficiale giudiziario. 

«Greco.»

Posò il volume sul banco.

«Matematica.»

Un altro libro.

«Italiano.»

Un terzo.

«Storia.»

La Castigo osservava ogni gesto con irritazione crescente. Remfutti proseguiva senza fretta, come se inventariasse i beni di un debitore insolvente.

«Non vedo latino», concluse, spalancando la cartella vuota verso la cattedra. «Ergo, non potevo copiare.»

L’argomento aveva una solidità apparente: una costruzione retorica in cui la conclusione precede i fatti e i fatti, se necessario, sono invitati ad adeguarsi. Cicerone avrebbe apprezzato la sicurezza dell’oratore; Quintiliano, più severo, gli avrebbe consigliato prudenza per non peccare di hybris, che nella testa di Giffoni equivaleva ad un perentorio non farla fuori dal vaso! 

La Castigo pretese che sfogliasse uno per uno tutti i libri già posati sul banco, come se il volume di latino potesse essersi trasformato in un manuale di geometria per sfuggire alla cattura. Remfutti obbedì con serafica pazienza, mostrando pagine, copertine e indici, mentre Giffoni, in prima fila, sudava freddo con due libri di latino nella cartella invece di uno.

La professoressa non trovò nulla. E poiché non poteva sequestrare un oggetto inesistente né condannare uno studente sulla base di un sospetto, benchè grave, dovette rinunciare.

Tornò alla cattedra con l’espressione di un generale che ha conquistato una fortezza scoprendo, troppo tardi, che il nemico è uscito da un passaggio secondario. Aveva giustiziato uno dei due sospettati; il secondo le era sfuggito. La giustizia scolastica non sempre coincide con la verità: di solito si limita a colpire chi ha organizzato male la propria difesa. 

Remfutti aveva evitato il due, ma ora doveva affrontare il resto della versione con le sole risorse della propria preparazione e la parte mancante gli si parò davanti come un muro di cinta, privo di porte e finestre. Tentò di forzarlo con le desinenze che ricordava, i significati che gli sembravano plausibili e qualche audace ipotesi sintattica, ma il latino di Tito Livio non mostrò alcuna disponibilità a collaborare.

Nei giorni successivi, quando la Castigo restituì gli elaborati, il verdetto fu meno catastrofico del previsto: 5/6, una valutazione che in una classe abituata a considerare la sufficienza un privilegio per intercessione divina poteva dirsi un trionfo.

La professoressa volle comunque ricevere una spiegazione per quella sospetta defaillance.

«Manca tutta la parte finale della versione.»

Remfutti sollevò gli occhi con un’espressione in cui si mescolavano finta sorpresa, simulata dignità e una penosa giustificazione.

«Professoressa, alla fine mi è mancata l’ispirazione.»

La Castigo lo fissò a lungo. Forse avrebbe voluto ricordargli che Tito Livio non era Omero, che la versione non è un poema e che, quando si traduce dal latino, l’ispirazione serve meno della conoscenza dei verbi. Ma si limitò a guardarlo con l’espressione che, nel suo repertorio, precedeva le peggiori conseguenze.

Remfutti abbassò gli occhi sul compito, soddisfatto di aver trasformato una possibile condanna a morte quasi in un'assoluzione piena.

Sapeva bene che il 5/6 era il frutto di un’impossibilità: la Castigo non poteva dimostrare che la prima parte, quella buona, venisse dal libro mai trovato, mentre la parte finale, quella mancante, era tutta farina del suo sacco.

Giffoni invece ricordò a lungo la traiettoria del tomo sul pavimento e il peso che aveva assunto nella propria cartella. 

Quanto all’Innominato, la sua reputazione crebbe ancora. Era uscito dall’aula con un due gigantesco e una cartella di appunti distrutti, ma nessuno gli chiese come fosse andata. Non chiamarlo per nome era sempre stata una forma di prudenza e dopo Menenio Agrippa, era diventata anche una forma di rispetto.

E la professoressa Castigo? Continuò a insegnare latino, a sorvegliare le classi e a distribuire insufficienze con la regolarità di una Moira assunta nella pubblica amministrazione.

Ad esclusione dei protetti da Hermes, naturalmente.


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