Nei primi anni Settanta, il quartiere era diviso in due fazioni che, a giudicare dalla determinazione con cui si affrontavano, avrebbero potuto aspirare a una menzione nei manuali di storia militare, se non fosse stato per il calibro delle armi impiegate e per il fatto che nessuno dei contendenti aveva ancora raggiunto l'età in cui si può essere arrestati senza che venga avvertita la mamma.
Da una parte c'erano i figli della borghesia cittadina, quelli che abitavano in centro e che, per una curiosa trasmissione ereditaria, sembravano convinti di possedere diritti di precedenza anche sui marciapiedi. Dall'altra, i figli degli artigiani e degli operai, meno inclini alle sottigliezze diplomatiche e più disponibili a risolvere le controversie con le mani, soprattutto quando le cerbottane avevano esaurito le munizioni.
Il teatro delle operazioni era costituito dai cortili di un quartiere costruito negli anni Cinquanta per ospitare le famiglie dei militari e dei dipendenti pubblici arrivati da fuori città. Palazzi tutti uguali, passaggi tra le case, garage, cancelli e angoli morti offrivano un sistema di fortificazioni che avrebbe fatto invidia a un ingegnere militare, se l'ingegnere in questione avesse avuto sei anni, una cerbottana di plastica e un vasetto di bacche rosse.
Le battaglie si svolgevano secondo un rituale abbastanza preciso: prima venivano le ricognizioni, poi le provocazioni, infine lo scambio di proiettili, che consistevano in bacche rosse raccolte chissà dove e lanciate attraverso tubi di plastica ad uso degli elettricisti. Nei giorni migliori si finiva con qualche scazzottata fra i più grandi; nei peggiori, con una madre che compariva alla finestra e richiamava a casa il proprio figlio, provocando la sospensione delle ostilità per cause indipendenti dalla volontà dei comandanti.
Giffoni, che all'epoca aveva sei anni, apparteneva alla fazione borghese per una ragione che non aveva niente a che vedere con il censo, la cultura o le inclinazioni politiche: abitava abbastanza vicino al garage in cui si riuniva la banda dei borghesi. Insieme a Pizzinina, sette anni, era stato aggregato al gruppo con una formula che, nel linguaggio degli adulti, si sarebbe potuta definire una collaborazione occasionale; in quello dei ragazzi, significava che i due dovevano stare di guardia al cancello mentre gli altri andavano a combattere.
Il garage era il quartier generale. Vi abitava, metaforicamente parlando, il potere: il capobanda aveva quattordici anni, era figlio di un medico molto conosciuto e possedeva quella sicurezza che deriva dall'essere il più grande in un gruppo nel quale nessuno ha ancora imparato a distinguere l'autorevolezza dalla semplice superiorità anagrafica.
Quando la banda usciva per le battaglie, Giffoni e Pizzinina rimanevano al cancello, dovevano avvertire dell'arrivo di estranei, controllare che nessuno si avvicinasse al garage e, soprattutto, evitare di allontanarsi. Il fatto che gli estranei fossero quasi sempre altri bambini e che il garage non custodisse nulla di particolarmente prezioso non sembrava rilevante: in guerra, anche la custodia di un cancello inutile può diventare una responsabilità strategica.
Giffoni avrebbe dato qualsiasi cosa per unirsi agli altri. Non gli interessava tanto colpire gli avversari quanto essere riconosciuto come uno di loro, entrare finalmente nel gruppo di quelli che partivano per la battaglia e tornavano con le ginocchia sbucciate, le tasche piene di bacche e il diritto di raccontare come erano andate le cose, invece che annoiarsi per ore davanti ad un cancello dove non accdeva nulla. Pizzinina, dal canto suo, sembrava daver accettato la situazione con una rassegnazione che a Giffoni pareva incomprensibile perchè lui, invece, continuava a sperare che un giorno qualcuno si accorgesse dell'ingiustizia.
L'occasione arrivò una mattina, quando il capobanda lo convocò nel garage.
La convocazione, per Giffoni, ebbe l'effetto di una nomina ufficiale. Entrò con il cuore già in subbuglio, cercando di non mostrare quanto fosse emozionato. Il ragazzo di quattordici anni era seduto su una cassetta di legno e aveva l'espressione seria di chi sta per affidare a un subordinato una faccenda dalla quale dipendono le sorti di un intero esercito.
«Abbiamo una missione per te.»
Giffoni non disse niente. Si limitò a guardarlo.
«È una cosa rischiosa. Se la fai, da domani vieni con noi. Basta guardia al cancello.»
Il premio era talmente grande che per un momento Giffoni non riuscì nemmeno a domandarsi perché, fra tutti i ragazzi disponibili, avessero scelto proprio lui.
C'era stata una soffiata. Qualcuno aveva scoperto dove la banda rivale custodiva le cerbottane e dove si riuniva per preparare le spedizioni. Il luogo era la Torre del Fumo, un vecchio laboratorio fatiscente costruito a ridosso di una torre delle mura venete. Era abbandonato da tempo, almeno ufficialmente, ma per i ragazzini della banda rivale continuava a svolgere una funzione essenziale: vi nascondevano le armi, organizzavano le battaglie e, quando gli adulti non guardavano, mettevano in scena il rituale più trasgressivo concepibile in quegl'anni, ovvero fumare marlboro di nascosto.
La missione era semplice da spiegare e molto meno semplice da eseguire: durante l'ora di pranzo, quando il covo sarebbe stato probabilmente deserto, Giffoni avrebbe dovuto entrarvi, raccogliere tutte le cerbottane che riusciva a trovare e riportarle al garage.
«Tutte?» chiese.
«Tutte.»
«E se trovo quelli dell'altra banda?»
Il capobanda lo guardò come si guarda un soldato che abbia appena domandato se il nemico spara.
«Non li troverai. A quell'ora mangiano.»
Giffoni accettò. Non perché avesse valutato i rischi, ma perché aveva sei anni e gli era stato promesso che, in caso di successo, avrebbe finalmente potuto partecipare alle battaglie. A quell'età, la prospettiva di smettere di fare la guardia al cancello valeva più di qualunque prudenza.
Poco prima di pranzo si avviò verso la Torre del Fumo. Il tragitto, che in condizioni normali avrebbe richiesto pochi minuti, gli parve interminabile. Ogni rumore lo costringeva a fermarsi, ogni persona incontrata gli sembrava potenzialmente un informatore, ogni finestra aperta un punto d'osservazione dal quale qualcuno avrebbe potuto seguirne i movimenti.
Quando arrivò, si accorse che non c'era nessuno.
La porta era socchiusa. Entrò di soppiatto, cercando di non fare rumore. Dentro, l'odore di polvere, legno vecchio e fumo stagnante sembrava appartenere a un mondo separato dal resto della città. La luce filtrava dalle aperture malmesse, illuminando a tratti il pavimento sporco e le pareti scrostate.
E poi le vide.
Le cerbottane erano appoggiate al muro, tutte insieme, come se qualcuno le avesse disposte in attesa della prossima battaglia. Giffoni si avvicinò, le raccolse in un fascio e per qualche secondo si sentì già vincitore. Avrebbe portato al quartier generale un bottino eccezionale e il capobanda non avrebbe potuto ignorarlo; gli altri avrebbero dovuto riconoscere che il più piccolo della compagnia aveva fatto ciò che nessuno di loro aveva avuto il coraggio di tentare.
Stava per andarsene quando notò, poco più in là, alcuni vasetti pieni di bacche rosse.
Fu in quel momento che la prudenza, già malconcia, venne definitivamente sopraffatta dall'ambizione e Giffoni, letteralmente, la fece fuori dal vaso.
Portare via le cerbottane sarebbe bastato a compiere la missione, ma distruggere anche le munizioni avrebbe significato infliggere alla banda rivale una sconfitta completa, forse addirittura irreparabile. Giffoni immaginò il ritorno al garage, le facce stupite, il capobanda che gli stringeva la mano, Pizzinina invidioso e costretto ad ammettere che aveva fatto bene a non rassegnarsi. La vittoria, già sicura nella sua fantasia, gli parve improvvisamente troppo piccola.
Posò le cerbottane, prese un vasetto e lo svuotò sul pavimento. Poi cominciò a pestare le bacche, concentrandosi sull'operazione con la serietà di un artificiere impegnato a disinnescare un ordigno.
Fu un errore di valutazione.
La porta si aprì alle sue spalle.
Giffoni si voltò. Sulla soglia c'erano lo Smilzo e Bruto Torace di Pietra, accompagnati da altri ragazzi della banda rivale. All'epoca avevano nove e dieci anni, ma in quel momento, agli occhi di Giffoni, apparvero come una pattuglia di veterani che avesse appena sorpreso un sabotatore nel cuore della propria fortezza.
Per un istante nessuno parlò. Lo Smilzo guardò le cerbottane ammassate, poi le bacche sparse sul pavimento, quindi il bambino che le stava schiacciando.
«Gioffoni, che caffo fai?» tuonò lo Smilzo.
Giffoni capì che la missione era fallita. Non gli restava che tentare la carta della responsabilità condivisa, una strategia diplomatica che gli sembrò tanto più necessaria quanto più evidente era la sua colpa.
«Mi hanno mandato quelli della mia banda.»
«A fare cosa?»
«A prendere le cerbottane.»
«E le bacche?»
Giffoni esitò. Non poteva ammettere di aver voluto strafare, perché avrebbe significato confessare che il disastro era stato provocato proprio dal desiderio di fare bella figura.
«Mi hanno detto di farlo.»
Era una menzogna debole, ma a sei anni non si dispone sempre di argomenti migliori. Lo Smilzo non sembrò impressionato, Bruto Torace di Pietra, invece, aveva già preso una cerbottana.
La discussione finì prima di cominciare. Giffoni venne spintonato, messo al muro senza processo e sottoposto a una fucilazione in piena regola, con una salva di bacche rosse che gli arrivarono addosso da distanze ravvicinate, senza alcuna concessione alle convenzioni internazionali. Cercò di proteggersi la faccia, si rannicchiò, tentò di spostarsi, ma ogni movimento gli procurava una nuova scarica. Le bacche gli macchiarono la maglietta, i pantaloni e le braccia; alcune finirono nei capelli, altre gli lasciarono sulla pelle piccole tracce rosse che avrebbero costituito, una volta tornato a casa, prove difficili da contestare.
Quando la salva cessò, le cerbottane erano di nuovo nelle mani dei legittimi proprietari e Giffoni era stato definitivamente espulso dal territorio nemico con un calcio nel sedere sferrato dallo Smilzo, accompagnato da un "Ariaaaaa" che non aveva bisogno di ulteriori ammonimenti.
Tornò al garage con le mani vuote e l'aspetto di un reduce dalle trincee del Carso.
Il capobanda lo ascoltò mentre raccontava l'accaduto. Non mostrò particolare sorpresa e, soprattutto, non manifestò alcuna intenzione di riconoscergli le attenuanti. La missione era fallita; le cerbottane non erano state recuperate; le munizioni erano ancora in mano al nemico. Quanto al fatto che Giffoni fosse stato mandato in un covo potenzialmente occupato da ragazzi più grandi, la questione non sembrò meritevole di approfondimento.
«Dovevi prendere le cerbottane e tornare.»
Giffoni avrebbe voluto ricordargli che, a sei anni, non era facile distinguere una missione suicida da un'occasione di promozione. Ma il capobanda aveva quattordici anni e, in quella gerarchia, quattordici anni equivalevano a un grado militare che non ammetteva repliche.
Fu congedato con disonore.
La giornata, tuttavia, non era ancora terminata. Restava il pranzo, che in famiglia costituiva un appuntamento più rigoroso di qualsiasi ordine impartito al quartier generale. Giffoni arrivò a casa in ritardo, sporco di terra e con i vestiti macchiati dalle bacche. Sua madre lo aspettava con quella calma apparente che, nei bambini cresciuti negli anni Settanta, precedeva spesso una discussione dalla quale non era previsto uscire vincitori.
«Dove sei stato fino adesso?»
Giffoni provò a spiegare che era successo un fatto importante, una vicenda che riguardava la sicurezza del quartiere e che avrebbe richiesto, per essere compresa, una certa conoscenza dei rapporti fra le due fazioni. La madre non sembrò interessata alla geopolitica locale.
Gli chiese perché fosse in ritardo. Gli chiese perché fosse sporco. Gli chiese perché avesse i vestiti ridotti in quello stato. E quando Giffoni tentò di giustificarsi, scoprì che la sua versione dei fatti non godeva di alcuna credibilità presso un tribunale che disponeva già di tutte le prove materiali.
Le prese come Bertoldo, e il pranzo, oltre a essere freddo, fu accompagnato da una requisitoria nella quale non vennero riconosciuti né il valore dell'iniziativa né la nobiltà delle intenzioni.
Quel giorno Giffoni imparò che i superiori tendono a considerare eroiche le missioni che affidano agli altri e fallimentari, per colpa dei sottoposti, quelle che non producono risultati.
Nonostante tutto, la lezione ebbe in futuro necessità di ulteriori ripassi, prima di essere appresa del tutto.
Forse.




