venerdì 2 ottobre 2026

IL GOL DI TURONE ALLA LAVAGNA

Maggio è da sempre il mese delle rose, della fine del campionato, del giro d'Italia e degli internazionali al Foro Italico. Lo era anche nel 1981 e anche allora tutti quegli eventi erano una seria minaccia per tutti gli studenti, impegnati nel chiudere meglio possibile l'anno scolastico. O al meno peggio possibile.  

Per Tito Brunelli e Remfutti, per esempio, il lunedì successivo era in programma lo spareggio di matematica: avevano entrambi un'insufficienza e il professore aveva concesso loro l'ultima possibilità di un'interrogazione alla lavagna, una specie di spareggio scolastico nel quale non sarebbe bastato difendersi bene perché, a differenza del calcio, in matematica lo zero a zero non esisteva e comunque non avrebbe portato nessuno da nessuna parte.

La domenica precedente, però, c'era uno spareggio assai più importante: alle quattro del pomeriggio, al Comunale di Torino, si giocava Juventus-Roma.

Tre giornate alla fine del campionato con la Roma ad un passo dallo scudetto e la Juventus che doveva almeno non perdere:  per due juventini marci come Brunelli e Remfutti, quella partita aveva assunto una dimensione tale da rendere l'interrogazione del lunedì una scomoda pratica burocratica, qualcosa che sarebbe stato eventualmente affrontato dopo avere sistemato questioni assai più urgenti.

C'era però un problema, nel 1981 le partite non si vedevano in diretta: alle 18,00 sulla seconda rete trasmettevano la differita di un tempo di una gara di serie B mentre alle 19,00 un tempo di una di A con la telecronaca del vate dei telecronisti Nando Martellini.

Non c'erano le pay-tv, non c'erano gli streaming, non c'erano programmi che iniziavano alle tre del pomeriggio e finivano a mezzanotte raccontando la partita, il prepartita, il postpartita, le interviste, le moviole, le dichiarazioni degli allenatori e perfino le condizioni del prato.

C'era solo la radio e per Brunelli, quella domenica, la radio era diventata improvvisamente un oggetto pericoloso: da qualche giorno aveva elaborato un piano che, nella sua mente, aveva la precisione di un'operazione militare.

Non avrebbe ascoltato la partita, non avrebbe telefonato a nessuno, non avrebbe risposto al telefono e neppure sarebbe uscito: non avrebbe insomma incontrato anima viva; alle diciannove avrebbe acceso la televisione e avrebbe visto la differita del secondo tempo, senza sapere nulla del risultato.

Brunelli avrebbe aspettato, avrebbe resistito e avrebbe visto Juventus-Roma come se fosse ancora in corso: era un piano perfetto.

Aveva soltanto un difetto.

Remfutti.

Brunelli trascorse quindi il pomeriggio chiuso in casa come un pericoloso latitante e quando arrivò l'ora della partita non accese la radio, quando il telefono squillò, non rispose e quando sentì qualcuno parlare in strada, si allontanò dalla finestra.

Era arrivato perfino a considerare sospetto il rumore di un motorino, ma alle sette meno un quarto era pronto: era riuscito a resistere a quella terribile tentazione di sapere com'era finita. Un eroe.

La televisione accesa e posizionato nel punto giusto. Il volume regolato.

Il resto del mondo fuori.

Brunelli si sistemò davanti allo schermo con quella concentrazione che avrebbe fatto comodo anche davanti alla lavagna il giorno dopo.

Mentre sullo schermo bianconeri e giallorossi se le stavano dando di santa ragione in una partita tiratissima sotto la pioggia e ancora sullo 0-0 ad inizio ripresa , alle 19.15 suonò il campanello.

Brunelli rimase immobile.

Suonò ancora.

Non poteva essere il postino, non poteva essere un vicino, non poteva essere nessuno che meritasse di essere ricevuto ma poi sentì una voce inconfondibile.

«Brunelli!»

Era Remfutti.

Brunelli si affacciò alla finestra con la prudenza di chi teme che dall'altra parte ci sia la polizia ma poi si ricordò che aveva dato appuntamento a Remfutti per ripassare insieme un'ultima volta "dopo la partita".

Remfutti alzò la testa.

Aveva gli occhiali leggermente storti, i capelli biondi che gli ricadevano ai lati del viso e quell'aria soddisfatta del cretino che ha appena scoperto una cosa importante e non vede l'ora di comunicarla a qualcuno che non gliel'ha chiesta.

«Hai visto?»

Brunelli non rispose.

Lo guardava.

Non era ancora uno sguardo di odio ma era qualcosa di più elaborato: la faccia di un uomo che, dopo avere trascorso tre ore chiuso in casa per evitare una sola informazione, si vede comparire davanti alla finestra proprio l'informazione con le gambe, gli occhiali e una giacca troppo leggera per la stagione.

Remfutti sorrise e, come l'Arcangelo Gabriele alla Madonna, annunciò trionfante. 

«Abbiamo fatto zero a zero!»

Brunelli continuava a fissarlo, non muoveva un muscolo come qualcuno davanti al plotone d'esecuzione e Remfutti, che evidentemente non aveva alcuna familiarità con il linguaggio degli sguardi, interpretò quel silenzio come una forma di suspense e decise di risolverla.

«E a Turone hanno annullato un gol buono!»

Se Remfutti avesse posseduto un minimo di sensibilità, avrebbe capito che Brunelli lo stava guardando come il contadino che aveva appena visto grandinare sui suoi vigneti la sera prima della vendemmia, ma Remfutti quel minimo di sensibilità non sapeva neppure dove stava di casa. 

Aveva già iniziato a raccontargli il gol annullato.

«Guarda che era buono, eh. Secondo me era regolarissimo. Turone era partito benissimo. Poi niente, annullato. Abbiamo avuto un culo!!!»

Brunelli, sempre in silenzio, aprì la porta e lo fece entrare: non perché avesse cambiato idea ma perché ormai aveva capito che ucciderlo avrebbe richiesto più tempo della differita.

Studiare, quella sera, fu un verbo utilizzato in maniera piuttosto generosa, matematica venne affrontata con lo stesso spirito con cui si affrontano le cose inevitabili: senza entusiasmo, ma con la speranza che qualcun altro trovi una soluzione.

Remfutti parlava, Brunelli studiava.

Remfutti spiegava cose che nessuno gli aveva chiesto e Brunelli annuiva.

Ogni tanto Remfutti tornava sulla partita.

«Comunque quello di Turone era gol.»

Brunelli lo guardava e Remfutti continuava.

«Te lo dico io.»

Brunelli abbassava gli occhi sul libro di matematica ed era ormai evidente che il vero programma di recupero non riguardava la matematica.

Il lunedì mattina, tuttavia, arrivarono entrambi alla lavagna e Remfutti aveva deciso che alcune formule erano troppo importanti per essere lasciate al caso mentre Brunelli, che invece riteneva che il problema non fosse ricordare le formule ma riuscire a non doverle usare, tentò inutilmente di sottrarsi all'operazione.

Alla fine Remfutti gli prese una mano.

«Scrivila qua.»

«Dove?»

«Sul palmo.»

Brunelli lo guardò.

«Sei scemo?»

«No. È una tecnica infallibile.»

E sul palmo della mano finirono alcune formule che nessuno dei due era mai riuscito a ricordare per più di tre minuti consecutivi.

Poi entrarono e il professore, come promesso, li interrogò insieme.

Domande.

Problemi.

Lavagna.

Numeri.

Radici.

Passaggi che improvvisamente sembravano avere un senso.

I due, incredibilmente, risposero.

Non tutto, ma abbastanza: Q.B. avrebbe detto Gualtiero Marchesi e alla fine il professore li congedò con un voto positivo; Remfutti uscì dalla tensione dell'interrogazione come un attore alla fine dell'ultimo atto: era evidentemente convinto di avere superato non soltanto quello spareggio ma anche di aver vinto il campionato.

Si voltò verso il professore, sorrise e, con una teatralità assolutamente sproporzionata alla situazione, disse:

«Grande professore! Le stringerei la mano!»

E aprì il palmo: fu un attimo; Remfutti guardò la propria mano, guardò il professore e guardò di nuovo la propria mano: sul palmo erano ancora perfettamente visibili le formule.

Il professore lo fissò.

«Remfutti.»

«Sì, professore.»

«Fammi vedere il palmo.»

«No, ma io...»

«Fammi vedere il palmo.»

Remfutti provò ancora a sorridere, ma ormai il sorriso gli era rimasto appeso agli occhiali e fu costretto a mostrare entrambe le mani.

Il professore osservò le formule.

«Ah, bene.»

Poi si rivolse a Brunelli.

«E tu? Anche tu fammi vedere i palmi.»

Brunelli rimase fermo e per un istante sembrò quasi che potesse salvarsi ma poi dovette aprire lentamente le mani: le formule erano lì anche per lui.

Entrambe.

Quando alzò gli occhi verso Remfutti, non era più lo sguardo di un compagno di classe, era lo sguardo di un uomo che, dopo essere stato trascinato suo malgrado in una rapina, scopre che il complice ha lasciato sul tavolo il proprio documento d'identità, il codice fiscale, la tessera dell'autobus e una fotografia formato tessera con dedica sul retro.

Brunelli lo guardò con una calma così assoluta da risultare minacciosa, in quello sguardo c'era tutto: c'era la domenica pomeriggio rovinata, c'era Turone, c'era il pomeriggio passato lontano dalla radio ma soprattutto la certezza, maturata in quel preciso istante, che se mai nella vita gli fosse capitato di avere un problema serio, avrebbe fatto bene a non raccontarlo a Remfutti.

Il professore passava lo sguardo dall'uno all'altro.

«Voi volevate fregarmi.»

Remfutti aprì bocca mentre Brunelli non toglieva lo sguardo da Remfutti, questa volta con una tale intensità che, se lo sguardo avesse avuto un peso specifico, Remfutti sarebbe uscito dalla classe con due metri di profondità nel pavimento sotto i piedi.

«Professore, però...»

«Bene. Insufficienti tutti e due.»

Remfutti partì.

Non si sa se fosse una difesa, un'arringa o semplicemente l'ennesima occasione per parlare, ma nel giro di pochi secondi aveva già costruito una teoria secondo la quale le formule scritte sui palmi non avevano avuto alcuna utilità concreta, perché le domande alle quali avevano risposto e i problemi che avevano risolto non richiedevano l'impiego di quelle formule.

«Quindi, professore, tecnicamente noi abbiamo risposto.»

Il professore lo guardò.

«Avete cercato di fregarmi.»

«Sì, ma non abbiamo copiato.»

Brunelli abbassò gli occhi, non per vergogna ma perché stava evidentemente cercando, nella propria mente, un posto abbastanza appartato dove seppellire Remfutti.

Il professore rimase pensieroso, forse perché la distinzione, in quel momento, gli appariva filosoficamente interessante.

Alla fine disse:

«Deciderò agli scrutini.»

E li mandò via.

Per qualche settimana la questione rimase sospesa ma poi arrivò il giorno in cui sul portone della scuola vennero esposti i tabelloni e a stretto giro Remfutti arrivò a casa di Brunelli.

Brunelli aprì la porta.

«Com'è andata?»

Remfutti entrò senza salutare.

«Tu e Caio rimandati in due materie.»

Brunelli lo guardò.

«Tu?»

«Promosso.»

Brunelli non disse nulla, a parte invitare Remfutti a tornare Ai Birilli Bevuti e a stargli lontano per tutta l'estate.

Si consolò con lo scudetto juventino numero 19, sfilato ai giallorossi al fotofinish.


giovedì 1 ottobre 2026

SIMPOSIO FUORI ORDINANZA

La discussione era cominciata, come del resto cominciavano quasi tutte le discussioni ai Birilli Bevuti, da una frase buttata lì a casaccio e che nel giro di pochi minuti sarebbe diventata una faccenda di principio.

Leonardo aveva detto che, militari o non militari in circolazione, quelli di Rualis avevano tutti la ragazza: non alcuni, proprio tutti.

Tutti.

La precisione con cui aveva pronunciato quella parola lasciava intendere che avesse svolto un'indagine statistica piuttosto approfondita, anche se era abbastanza probabile che il campione fosse costituito da quattro o cinque ragazzi che aveva visto passeggiare per Cividale tenendosi per mano.

«Quelli di Rualis hanno tutti la ragazza» aveva ripetuto con convinzione, cercando di provocare una qualche reazione nel resto della compagnia, intenta invece nelle solite consegne: chi insultava lo Space Attack prendendo pure a calci il cassone del videogioco dopo la perdita dell'ultimo cannoncino a disposizione, chi giocava a tre sette fissando le carte in mano con l'attenzione di un ortopedico intento a valutare gli esiti di una risonanza magnetica, chi era impegnato con la stecca del biliardo mirando al pallino come un cecchino tra tra le macerie di Stalingrado e chi invece bighellonava da un tavolo all'altro con un ghiacciolo in mano elargendo a tutti consigli non richiesti.    

Giffoni fu il primo ad abbandonare la consegna quotidiana per raccogliere la provocazione di Leonardo, cercando di non far vedere quanto invece la cosa l'avesse colpito su di un punto vulnerabile e non tanto per quelli del Rualis, ma perché improvvisamente gli sembrò che esistesse una specie di classifica invisibile dell'adolescenza e che loro fossero finiti ingiustamente dalla parte sbagliata.

Gambero, invece, non sembrava particolarmente preoccupato.

«Anche Lucertola?»

«Anche Lucertola.»

Romano ci pensò sopra con l'attenzione che normalmente riservava alle formazioni delle squadre di calcio e poi sentenziò.

«Allora è grave.»

Remfutti, che invece fino a quel momento aveva ascoltato con la testa appoggiata al muro, disse che secondo lui le ragazze di "quelli di Rualis" non erano desiderabili; non gli era stato chiesto niente ed era esattamente per questo che lo aveva detto.

Leonardo gli chiese cosa c'entrasse e Remfutti rispose che non c'entrava niente, ma che era comunque importante dirlo; quella era una delle sue specialità: introdurre nella discussione un elemento completamente estraneo e poi comportarsi come se fosse compito degli altri dimostrare che non aveva ragione.

Giffoni, invece, aveva già trovato una spiegazione che ai suoi occhi appariva dignitosa.

«Secondo me è perché noi siamo diversi.»

Gambero lo guardò con una certa diffidenza.

«Diversi come?»

«Più seri.»

Leonardo rise.

«Noi?»

Giffoni non si scompose.

«Sì. Noi non ci mettiamo con una tanto per dire che abbiamo la ragazza.»

Era una frase che gli sembrava molto bella e aveva anche il vantaggio di trasformare una evidente mancanza di risultati in una scelta morale.

Remfutti annuì.

«Giusto.»

Giffoni lo guardò, sorpreso di avere finalmente trovato un alleato.

«Vedi?»

«Giffoni non si mette con una tanto per dire che abbiamo la ragazza» continuò Remfutti. «Lui aspetta quella brutta.»

Gambero gli tirò una patatina, mentre Leonardo, Brunelli e Romano risero approvando la risposta di Remfutti: era fatto così, se Giffoni sosteneva una cosa, Remfutti la sosteneva un secondo dopo soltanto per poterla rovinare.

Se gli davano ragione, cambiava idea e se gli davano torto, diventava improvvisamente favorevole: l'unica posizione che assumeva era contraria a quella dell'interlocutore.

«Comunque» disse Leonardo, tornando al problema «quelli di Rualis sono avanti anni luce rispetto a noi.»

«Avanti dove?» domandò Gambero.

«Nella vita.»

«Capirai, hanno sedici anni.» 

«Appunto.»

Quella risposta sembrò per qualche ragione definitiva.

Giffoni rimase invece in silenzio: aveva la sensazione che dietro quella storia delle ragazze ci fosse qualcosa che lui non riusciva ancora a comprendere; forse non era una questione di bellezza, né di coraggio, né di fortuna. Forse quelli di Rualis avevano semplicemente capito prima di loro una cosa fondamentale.

«Secondo me loro si innamorano.»

Remfutti disse subito di no.

«A sedici anni non ci si innamora.»

«E allora cosa si fa?»

«Ci si fidanza.»

«Ma è la stessa cosa.»

«No.»

«Perché?»

Remfutti ci pensò qualche secondo.

«Perché quando ti innamori non hai la ragazza. Quando hai la ragazza sei fidanzato.»

Gambero lo fissò.

«Ma che cazzo dici? Questa è degna del festival della cazzata.»

«Ma parlavo con te?»

Replicò piccato Remfutti e poi si voltò verso Giffoni come se avesse appena ricevuto una rivelazione dall'Arcangelo Gabriele.

«Aspetta... Forse hai ragione.»

Giffoni si mise a ridere.

«Allora hai cambiato idea.»

«No. Ho cambiato idea sul fatto che avevi torto.»

Leonardo scoppiò a ridere.

La discussione, a quel punto, avrebbe potuto finire lì ma Giffoni aveva sedici anni, e come loro nessuna ragazza e nutrendo una notevole fiducia nelle proprie capacità di analisi decise che il problema meritava un approfondimento.

«Il punto è che l'amore vero è diverso.»

«Diverso da cosa?» chiese Gambero.

«Da avere una ragazza.»

«E che differenza c'è?»

Giffoni cercò le parole.

Non aveva mai avuto una ragazza, ma questo non gli impediva di avere idee molto precise sull'amore. Aveva letto qualche libro, ascoltato qualche canzone, visto qualche film e soprattutto aveva passato abbastanza tempo a guardare ragazze da lontano per essersi costruito una teoria che gli sembrava inattaccabile.

«Uno si innamora di quello che pensa che una persona possa essere.»

Remfutti annuì.

«Esatto.»

Giffoni sorrise.

Finalmente.

«Questa volta sei d'accordo.»

«No.»

«E allora perché hai detto esatto?»

«Perché pensavo dicessi il contrario.»

Gambero si mise a ridere.

Giffoni lo ignorò.

«Io invece sono convinto che sia così: se uno vedesse una ragazza esattamente per quello che è, probabilmente non si innamorerebbe.»

«Io sì» disse Leonardo.

«Tu sei un caso particolare.»

«Perché?»

«Perché ti basta che sia bella.»

«E cosa c'è di male?»

«Niente. Ma quello non è amore.»

«E cos'è?»

«Attrazione.»

Gambero si intromise.

«E quanto dura?»

«Non lo so.»

«Allora magari è amore.»

Brunelli, che fino a quel momento aveva mangiato senza partecipare alla discussione, alzò finalmente gli occhi.

«Secondo me basta che una ti guardi due volte.»

Tutti si voltarono.

Brunelli continuò a mangiare.

«La prima può essere un caso. La seconda no.»

Giffoni rimase colpito.

Era una frase semplice, ma dentro gli sembrava esserci qualcosa.

«Questa non è male.»

Remfutti intervenne immediatamente.

«Può aver guardato dietro di te.»

Brunelli ci pensò.

«Anche.»

«E allora non significa niente.»

«Allora bisogna vedere se dietro c'è qualcuno.»

Gambero scoppiò a ridere mentre Leonardo disse che quella era probabilmente la cosa più intelligente sentita quella sera.

Giffoni, invece, era ormai definitivamente convinto che l'amore fosse una faccenda complicata e volle insistere per non far morire una discussione che sembrava ormai giunta al capolinea ma che per una volta non riguardava i favori arbitrali a vantaggio della Juve e i torti subiti dall'Udinese.

«Comunque le illusioni servono.»

Remfutti gli diede ragione.

«Certo.»

Giffoni si insospettì.

«Perché?»

«Perché senza illusioni non ti fidanzi.»

«E prima non avevi detto che non servivano?»

«Sì.»

«E allora?»

«Adesso servono.»

«Perché?»

«Perché hai detto che servono.»

Giffoni lo guardò incredulo.

«Ma tu non hai una tua idea.»

Remfutti sorrise.

«Certo che ce l'ho.»

«Quale?»

«Quella opposta alla tua.»

A quel punto Gambero e Leonardo si piegarono sul tavolo dal ridere, Romano cominciò a battere una mano sul legno mentre Brunelli continuò tranquillamente a mangiare, come se ormai avesse capito che la discussione non sarebbe mai arrivata da nessuna parte.

Giffoni, invece, sempre più in trance agonistica, concluse che forse il vero problema dell'amore non erano le illusioni ma era trovare qualcuno disposto ad ascoltare le proprie.

Fu proprio mentre stava per esporre questa nuova teoria che nessuno si accorse che lo Smilzo era entrato nel locale già da qualche minuto e stava ascoltando quel Simposio.

Rimase qualche minuto in piedi, poco distante dal tavolo, e poi si avvicinò lentamente.

«Di cosa state parlando?»

Nessuno rispose.

Lo Smilzo li guardò uno per uno.

Giffoni.

Remfutti.

Gambero.

Leonardo.

Brunelli.

Poi sospirò ed emise la sua sentenza.

«Mi avete rotto i coglioni.»

Si voltò verso la porta e indicò alla compagnia l'uscita con un gesto imperioso della mano e impartì l'ordine che non ammetteva repliche.

«ARIAAAAAA!»


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