mercoledì 28 ottobre 2026

ROUTE 66

Quando Giffoni propose di festeggiare i sessantasei anni percorrendo la Route 66, nessuno dei presenti sollevò obiezioni e questo avrebbe dovuto metterlo in allarme: ai Birilli Bevuti l'unanimità era sempre stata il sintomo di una proposta che nessuno aveva ancora capito fino in fondo.

Se a sessantasei anni la gente normale inizia a valutare i vantaggi dei viaggi organizzati con il pulmino e la guida che parla italiano, per la compagnia di giro dei Birilli Bevuti la soglia della pensione rappresentava unicamente l'autorizzazione a compiere le stesse cretinodromie del Liceo Catone, ma con un budget leggermente superiore e molte più patologie cardiovascolari da tenere a freno.

Giffoni, su indicazione di Gambero, aveva prenotato con cura certosina un minivan a sette posti, cambio automatico, aria condizionata e assicurazione totale, ma mentre Brunelli leggeva il contratto con l'attenzione di un notaio rogitante, Remfutti era riapparso  accompagnato dal noleggiatore dopo dieci minuti con le chiavi in mano e un sorriso texano che nonvfaceva presagire nulla di buono.

«I Minivan erano esauriti, così mi sono preso la libertà di noleggiare una Mustang. Decappottabile. Rossa. Del 1966.»

E così, Giffoni, Gambero, Remfutti e Brunelli erano riusciti nell’impresa titanica di farsi piantare nel bel mezzo del deserto dell'Arizona da un incrociatore stradale Ford Mustang del '66, preso a nolo da Remfutti all'areoporto di Chicago da un noleggiatore che sembrava uscito direttamente da un film di Quentin Tarantino.

Sollecitato dalla strada già percorsa dall'Illinois, ad una ventina di miglia da Flagstaff, in Arizona, il motore aveva emesso un sospiro strozzato, un rantolo degno di don Mesaglio durante l’omelia di Pasqua, e si era spento a margine della Route 66. Attorno a loro, solo chilometri di terra rossa, cactus scheletrici e un sole che batteva come il martello di un giudice istruttore.

Gambero scese per primo, sollevò l'immenso cofano metallico e, con l'aria di un chirurgo che guarda un paziente già spacciato, infilò le mani nella morchia bollente imprecando in un friulano maccheronico e incomprensibile, non solo per le lucertole locali, ma anche per i soloni della Società Filologica Friulana.

Brunelli, rosso in volto come un peperone bollito, iniziò a camminare avanti e indietro, porconando agitando le braccia: «Siamo cagati! Finiremo sui giornali locali come i classici turisti idioti che muoiono disidratati a due passi da una pompa di benzina! E la caparra della macchina buttata nelle immondizia?!»

Gambero, sempre intento nel disperato tentativo di rianimare la vettura, rincarò la dose: «Era chiaro che finiva così con questo cazzo di macchina, dovevamo prendere un Minivan di ultima generazione.Ve l'avevo detto. Sapete qual è la probabilità di finire in carcere in Arizona per vagabondaggio se non paghi la cauzione di 1000 dollari? Almeno dell'ottantanove per cento. Mio padre da lassù mi toglie l'eredità retroattivamente!»

Remfutti, invece, se ne stava comodamente appoggiato allo sportello con gli occhiali da sole a specchio, intento a farsi una sigaretta con la calma di un aristocratico inglese in villeggiatura.

«Gambero, piantala di fare la Cassandra», esordì Giffoni con tono cattedratico. «Sii fiero della nostra fine. Nessuno dei nostri coetanei del Liceo Catone può vantare un epilogo così westerneggiante. Pensa all'estetica: quattro stoici sessantaseienni friulani, tutti classe '66, che sfidano l'asfalto americano della route 66 a bordo di una Ford Mustang rossa, decapottabile , del '66».

Mentre Giffoni filosofeggiava sulla grandezza della dissoluzione, una pattuglia della State Police spuntò all'orizzonte. L'auto della polizia rallentò, accostò dietro la Ford Mustang  e accese i lampeggianti blu e rossi, proiettando una luce psichedelica sul deserto brullo.

Dall'abitacolo scese uno sceriffo alto due metri, con i baffi a manubrio, il cappellone da Stetson e una fondina che sembrava uscita direttamente da un film di Peckinpah. Si avvicinò con passo lento, pesante, appoggiando teatralmente la mano sulla pistola.

Il silenzio che calò sul gruppo fu tombale. Neppure durante le interrogazioni di greco si era mai respirata una tensione simile.

Lo sceriffo si fermò a un metro da Gambero, che teneva ancora le mani lorde di grasso nero, scrutò i quattro "vecchietti" con uno sguardo di profondo compatimento e domandò con voce tonante:

«What in the hell are you guys doing out here? This is a no-parking zone, gentlemen.»

Brunelli, terrorizzato dall'idea di beccarsi una multa in dollari che avrebbe prosciugato il suo fondo pensione, cercò di fare un passo avanti balbettando in un inglese da sesta elementare: «Officer... car... kaputt! No gasoline... well, oil... problem... you understand? We are from Italy! The Pope, Rome, Milan, beautiful Venice... Good guys!»

Poi, girando la testa verso gli altri sentenziò: «Oh, questo Kit Karson non capisce un cazzo!!»

Lo sceriffo lo fulminò con lo sguardo, poi si voltò verso Giffoni, che stava febbrilmente annotando qualcosa sul taccuino come se stesse verbalizzando la fine del mondo.

Fu allora che Remfutti decise di intervenire. Uscì dall'ombra dello sportello, fece un passo avanti con l'eleganza di un ambasciatore veneziano del Cinquecento, si tolse gli occhiali da sole e abbozzò un sorriso sfrontato, lo stesso identico ghigno con cui vent'anni prima aveva affrontato la commissione d'esame parlando di William Morris.

«Officer», esordì Remfutti con tono solenne e misurato, puntando il dito verso il cielo dell'Arizona. «The engine's failure in the context of this highway was important... but not too much.»

Lo sceriffo sgranò gli occhi, pietrificato. Non si aspettava che un turista europeo in calzoncini corti e camicia a quadri si mettesse a fare filosofia comparata in mezzo al nulla.

«What did you say, man?» chiese l'agente stringendo gli occhi.

«I mean», continuò imperterrito Remfutti, incurante delle gomitate disperate che Giffoni gli stava tirando sulle costole, «that human ambition always crashes against the asphalt of reality. Just like in 1983, when we lost the championship. The campetto is the only place where you cannot lie. And this highway... well, this highway is unmasking us without appeal.»

Lo sceriffo rimase immobile per cinque lunghissimi secondi. Guardò il volto serio e convinto di Remfutti, poi guardò Gambero che si asciugava il sudore con una straccio unto, poi Brunelli che sudava freddo e Giffoni che teneva le mani giunte come in preghiera.

Si tolse il cappello, si grattò la testa, fece un profondo respiro e scosse il capo mormorando tra i denti:

«Jesus Christ... another bunch of crazy Italians lost in the desert.»

Poi, con un cenno del mento verso l'auto della polizia, estrasse la radio ricetrasmittente: «Dispatcher, send a tow truck to sector 66. And bring some extra coffee, these four grandpas are out of their minds.»

Due ore dopo, seduti sul cassone di un carro attrezzi diretto verso il motel più vicino, con la Ford Mustang legata dietro e il sole che iniziava a calare tingendo il cielo di un arancione accecante, Brunelli tirò un sospiro di sollievo: «Ci è andata bene. Ma la prossima volta, anziché la Route 66, ci chiudiamo in cantina a giocare a briscola».

Remfutti accese un'altra sigaretta, guardando la strada che scorreva all'indietro. «Sì, ma vuoi mettere lo stile, Brunelli? Anche nel bel mezzo di un fallimento totale, noi riusciamo sempre a farci rimorchiare da qualcuno».

E Giffoni, sorridendo, chiuse finalmente il taccuino.

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