domenica 3 gennaio 2021

CI SIAMO O LO FACCIAMO?


 






Fino alla fine degli anni '80 il mantra genitoriale nei confronti dei figli folgorati dalla passione per il "balòn" era: prima aiuti me, poi se avanza tempo studi e da ultimo vai a giocare al pallone; questo dogma, nel caso di genitori che non necessitavano dell'aiuto dei figli o che per scelta educativa li esoneravano dall'incombenza, mutava in: prima studi e prendi un "pezzo di carta" e poi fai sport. E non erano frasi di circostanza, il mancato rispetto del precetto era immancabilmente sanzionato in maniera significativa, così come un andamento scolastico insufficiente aveva ripercussioni negative importanti sulla possibilità di raggiungere i compagni sul terreno di gioco, quale ne fosse la composizione: il cemento della piazzetta sotto casa, il pantano del prato del quartiere o il campo di gioco del settore giovanile di una società sportiva. Per tutti coloro che avevano compiuto 18 anni prima della fine degli anni '80 giocare a pallone era sempre stata una scelta propria, la sana forma di ribellione verso la famiglia che l'adolescenza impone a chiunque nel fisiologico processo di identificazione; si giocava a pallone, o si praticava uno sport in genere, perchè era un divertimento e un modo di emergere tra i pari e anche perchè non c'erano molte altre alternative rispetto a questo. Certo, in molti era forte il sogno di diventare un professionista, ma la molla non erano i guadagni collegati a quel mestiere ma casomai la fama e la possibilità di primeggiare tra pari e spingersi fino al punto più alto che si poteva arrivare in quella disciplina. Anche perchè se era pur vero che un campione della massima serie guadagnasse in un anno tanto e tanto di più di un operaio o di un impiegato, comunque l'arco temporale della carriera sportiva non permetteva di "sistemarsi" per tutta la vita ed era necessario organizzare con senno e competenza anche un dopo, per riuscire a garantire una vita agiata a se stessi e alla propria famiglia. Così gli spettatori delle partite del fine settimana delle squadre giovanili erano sparuti: qualche padre appassionato del gioco, il custode dell'impianto, qualche fidanzatina e ogni tanto qualche "osservatore" in missione per "scovare" qualche talento da indirizzare ai club che potevano far decollare una carriera.

Alla fine degli anni '80 iniziano ad insinuarsi nel circuito le televisioni private e a spron battuto nel decennio successivo le cd Pay-TV che, versando prima centinaia di miliardi (di lire) e poi decine e decine di milioni (di euro), trasfigurano per sempre il calcio europeo e quello italiano in particolare.

Le ingenti risorse, a differenza di quanto accadrà negli altri paesi UE, vengono spartite esclusivamente tra una ristretta cricca di addetti ai lavori: dirigenti, procuratori e calciatori e non anche per ammodernare gli stadi e far crescere le società e i loro settori giovanili.

La totale liberalizzazione delle frontiere e la globalizzazione fa il resto a partire dalla seconda metà degli anni '90: si scatena la caccia al giovane che vive in paesi economicamente svantaggiati, ma ricchi di talenti come quelli sudamericani, oppure dall'inesauribile disponibilità di atleti fisicamente superiori e grezzi tutti da formare come quelli africani.

E così, considerato che l'ingaggio di un giocatore medio di serie A inizia a consentire non solo di "bastare" ad una vita intera ma anche di porre le basi per l'agiatezza della discendenza oltre che fama e successo con donne sempre più a loro agio nel ruolo di escort che di future mogli, trasforma quei vecchi mantra in: "ti porto alla scuola calcio a 6/7 anni e tu diventerai un campione che tanto, con un diploma o anche una laurea, oggi non fai un cazzo." Il calo demografico unito al moltiplicarsi di nuove fonti di divertimento svuotano i cortili e i campetti: lo sport si pratica solo sotto l'egida di una società sportiva organizzata con allenatori e dirigenti, ad orari prestabiliti e contingentati. E così le partite del fine settimana avvengono in impianti circondati da una marea di genitori urlanti che rivendicano il ruolo di manager e fan del proprio pargolo, riverito e coccolato come un campione "ante litteram".

Risultato? Non essendo più il calcio il mezzo di identificazione personale rispetto ai propri genitori, ma sola l'ennesima polpetta che viene propinata da mamme e papà sempre più bulimici nel fornire strumenti ritenuti indispensabili per una sana crescita del pargolo e del necessario successo che questo deve avere in futuro, i pargoli stessi abbandonano la pratica sportiva intorno ai 15 anni come forma di sana ribellione, salvo gli sparuti casi di talenti baciati da madre natura.

Ci si chiede perchè gli attuali 18enni "made in Italy" appaiano alla vista dei loro genitori così privi di "mordente" "di iniziative" "di voglia di far sport" "di garra" e il mantra di questi ultimi sia: "avessi avuto io le opportunità che ti posso dare io!!! Io te le do e tu sei amorfo e non esprimi un cazzo!".

Lo dico da genitore: "ma ci siamo o lo facciamo?" Cos'altro avremmo fatto noi se a tre anni ci avessero chiesto di imparare l'inglese, a sei magari di frequentare la scuola in un'altra lingua, ci avessero scelto loro gli sport da praticare già a 6 anni mentre dovevamo imparare a suonare uno strumento musicale? Come avremmo reagito se ci avessero sin da piccoli, spesso figli unici, continuamente portati a spasso con loro dappertutto come fossimo stati loro amici, riempito la casa con ogni sorta di diavoleria elettronica e inondati di aspettative mirabolanti per il futuro? Magari assistendo al penoso spettacolo di padri che vogliono prolungare la loro gioventù bruciata sine die e madri disposte a vendere l'anima al diavolo pur di gareggiare in bellezza, altrettanto sine die, con le loro figlie.

Credo che ci potremo ritenere fortunati se questi figli non ci butteranno fuori di casa espropriandoci di tutto l'esporpriabile quando, alla soglia dei 45 anni, diventeranno autonomi e scopriranno che non gli abbiamo lasciato un euro di pensione.

Qualcuno potrà dire che ho esagerato. Forse, ma me assumo in pieno la responsabilità.

"Snocciolando" qualche statistica relativa al Friuli Venezia Giulia.

Nel campionato 1972/73 tra serie A e serie B militavano 37 giocatori nati in Regione; nel 1982/83 il numero era sceso a 20, nel 1992/93 a 17, nel 2002/03 a 14, nel 2011/12 a 10. Quanti siano oggi lo lascio alla vostra curiosità.

E aggiungo: nel 1972/73 le squadre in serie A erano 16 e 20 quelle in B, con rose che non superavano le 16 unità; nel 2020/21 sia la serie A che la B sono 20 squadre con rose non inferiori a 25 elementi. 

Si faccia lo stesso con i giocatori nati in Italia. E poi prepariamoci a dare la colpa al CT di turno se non riusciremo a vincere un mondiale nei prossimi 50 anni. 

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