venerdì 20 febbraio 2026

IMPERO IN POMPA MAGNA

Ci sono compleanni e compleanni e chi dice che non è vero, mente. Da sempre il raggiungimento di certe cifre ha un impatto significativo sulla nostra psiche da che sono stati inventati i numeri e le cifre tonde rivestono un fascino particolare, che impongono di fermarsi un attimo e fare delle considerazioni sulla fase della vita in cui ci troviamo.

Non che sia necessario od opportuno aspettare questi numeri magici per fare bilanci e/o progetti, intendiamoci; però la cifra simbolica ha il potere di farcelo fare anche se non ne abbiamo voglia.

In più ce n'è un'altra, non tonda, che non causa nessuna riflessione sul momento della vita ma comporta il raggiungimento di importanti e drastici effetti giuridici e induce, chi la compie, a indire festeggiamenti fuori dall'ordinario: la cd. maggiore età, che con Legge n. 39 dell' 8 marzo 1975 a firma dei Presidenti della Repubblica e del Consiglio Giovani Leone e Aldo Moro, in Italia scese dai 21 ai 18 anni.

E naturalmente anche Giffoni, Remfutti, Romano, Battaglia e soci non vollero, ciascuno a modo loro, festeggiare lo "storico" evento nei primi anni '80 del novecento.

Ora che ci accingiamo, vegliardi, a nuovi festeggiamenti in ragione delle cifre tonde inquietanti che si materializzano sul calendario, emergono anche i ricordi relativi a precedenti "baldorie", tra cui un segno  importante nella memoria ha indubbiamente lasciato, appunto, il compimento della maggiore età.

Quattro erano gli effetti più tangibili ed immediati dell'evento che faceva acquisire la piena capacità d'agire ai sensi di legge, di cui due attesi spasmodicamente, uno guardato con disinteresse e l'altro invece temuto come la morte.

In ordine inverso: l'idoneità alla chiamata al servizio militare di leva, l'esercizio del diritto di voto, la possibilità di firmare di persona le giustificazioni dei ritardi e delle assenze (rectius: marine) a scuola ma, soprattutto, il via libera per l'ingresso alle proiezioni V.M. 18.

Se la prima (sgradita) conquista spettava ex lege solo ai maschietti, l'ultima era per le femmine oggetto di totale disinteresse ancor più di quello che nutrivano alla pari i due sessi per l'esercizio del diritto di voto.

Fatta questa doverosa premessa introduttiva, non ci stupiremmo nel sapere che nell'anno domini 1984 in pizzeria, Giffoni e soci avevano iniziato i festeggiamenti per il diciottesimo di Remfutti "disquisendo" di calcio, litigando sull'ennesimo scudetto vinto dalla Juventus di Le Roi Platini ed il deludente finale di stagione dell'Udinese di Zico - tanto è rotto e ve lo vendono, ripeteva a più riprese con il solito sarcasmo Brunelli, juventino marcio - e di quante marine scolastiche si erano già autogiustificati i già diciottenni.

Quel simposio poi aveva toccato di striscio l'argomento "per chi vai a votare", argomento liquidato in fretta tra tanti "non so", qualche "non vado, non mi frega un cazzo, è tutto un magna magna" con l'unico outing da parte di Brunelli, il quale disse apertamente che non aveva dubbi.

Avrebbe votato per la DC, così motivando a chi ne aveva chiesto conto, stupito per tanta decisione che strideva tra tanto disinteresse: "Perchè io sono juventino, e la DC è la Juventus dei partiti, vince sempre le elezioni".

Qualche nube si era addensata in merito al servizio militare, perchè chi aveva abbandonato gli studi era già angosciato dall'imminente chiamata, mentre la maggioranza si affidava al completamento degli studi per rinviare di qualche anno l'infausta partenza; c'era poi chi confidava nell'Università per mettere in soffitta, magari sine die, il momento cui dover affrontare sergenti istruttori "massicci ed incazzati".

Inutile dire invece che l'evento clou sarebbe stato il dopo cena, quando avremmo "accompagnato" Remfutti al Cinema Impero, per l'esercizio di quel diritto tanto agognato dai neomaggioenni maschi.

Sono certo che chi ha avuto la ventura di nascere e crescere nell'era Internet potrebbe trovare questo racconto da qui in avanti esagerato ed inquinato da un sapore epico del tutto fuori luogo; gli chiedo clemenza, con l'invito a chiudere gli occhi ed immaginare per un attimo un mondo senza smartphone, senza internet, youporn etc. etc. e con una morale cattolica imperante, ben più del cinema Impero.

S'immagini un mondo in cui per "la scoperta" del sesso, tema cui la malaugurata pronuncia poteva richiedere per un adolescente (ma non solo) la condanna al risciacquo con l'acqua santa, bisognava affidarsi a giornaletti (per lo più a fumetti) raccattati di nascosto e detenuti in nascondigli individuati usando i criteri dell'anonima sequestri.

Qualcuno, per cercare di affrettare i tempi di quella vera e propria iniziazione, si aggregava agli amici maggiorenni, mettendosi per ultimo nella fila del controllo dei documenti all'ingresso, confidando che la propria altezza o i primi indizi di barba convincessero la bigliettaia all'inutilità della richiesta documentale, dopo l'esito positivo dei primi controlli.

Ma a chi la natura non aveva dato precoci segni di sviluppo e/o indizi di maggiore età, le porte dell'Impero - il cinema cittadino dedicato alle proiezioni VM 18 - rimanevano sprangate come i cancelli di Fort Knox.

Alle ore 23,00, ben oltre l'orario dell'ultimo "spettacolo", agendo nell'ombra come un gruppo di Navy Seals per evitare sguardi indesiderati di possibili spie dei genitori, una lunga processione di freschi maggiorenni capitanata dal festeggiato Remfutti, fece irruzione nel foyer della sala cinematografica. 

Il neo diciottenne sventolò subito la propria carta d'identità alla bigliettaia, con un fare che avrebbe fatto invidia all'arbitro Lo Bello nell'atto di mostrare il cartellino rosso al terzino killer Adriano Fedele, dopo che questi aveva fratturato la gamba al perugino Vannini.

Così quella falange di giovanotti entrò nella sala e trovò posto occupando un'intera fila di seggiolini, con la proiezione già in fase "avanzata".

Inutile dire che l'ingresso provocò una certa turbativa nella sala buia, avvolta da una spessa coltre di fumo dall'inconfondibile aroma di tabacco e popolata qua e là, ben distanziati l'uno dall'altro, da tradizionali aficionados che avevano raggiunto la maggiore età assai prima, i quali diedero subito segni inequivocabili di "fastidio" per la rumorosa irruzione che interrompeva il "religioso" silenzio, rotto solo dalle "battute" degli interpreti della pellicola.

 Davanti alla dimensione artistica degli attori e alle evoluzioni plastiche delle attrici, i Navy Seals neo maggiorenni non potevano rimanere impassibili a cotanto sfoggio di azione scenica e certo non furono in grado di limitare i loro apprezzamenti sonori alla performance cinematografica, mentre qualche spettatore abituale iniziava a girarsi verso di loro con qualche occhiataccia che non aveva bisogno di sottotitoli.

Fu il festeggiato Remfutti a farsi perfetto interprete del sentire del gruppo, scandendo meccanicamente e a più riprese un eloquente: "Che pompa! Che pompa, ma come pompa! Che pompa!".

Il meno paziente degli aficionados si voltò per l'ennesima volta e indirizzò ad alta voce monito che non ammetteva frintendimenti: "Bambino!!! Ancora una volta che sento 'Che pompa' vengo lì e ti dò una sberla!".

Il silenzio regnò di nuovo nella sala e di nuovo a farla da protagonista furono solo i suoni della sceneggiatura dell'azione scenica che continuava a svolgersi ritmicamente sullo schermo.

Durò un paio di secondi, perchè Remfutti spezzò di nuovo la "quiete" con uno scanditissimo "Che susta! Come susta!"

Il plotone dei Navy Seals esplose in un'immediata, rumorosa, spontanea e genuina risata a cui si unirono anche alcuni estimatori del genere presenti ai quattro angoli di quel cinema "d'essai" ma determinò anche l'arrivo della maschera che, con fare che non ammetteva repliche di sorta,  intimò al gruppo di abbandonare immediatamente la Sala.

L'iniziazione non era durata più di 10 minuti, ma ora Giffoni, Remfutti, Brunelli e compagnia erano entrati nell'età della responsabilità giuridica a pieno diritto ma non proprio dalla porta principale.     


   

  


 

venerdì 13 febbraio 2026

SALVI GRAZIE A UN BIDONE

Il primo anno di ginnasio, da quando esiste l'istruzione scolastica superiore, è notoriamente il più difficile per i nuovi arrivati dalla scuola media: vuoi per la l'oggettiva complessità delle materie di studio, come lo sono greco e il latino per i giovani all'inizio dell'adolescenza e sia per la severità degli insegnanti. 

In particolare questi ultimi, in conformità alla visione del mondo prevalente all'epoca, ritenevano che il bombardamento a suon di 3 e 4 nelle interrogazioni orali e nei compiti scritti a prescindere dal contenuto, rispondesse ad un necessario e funzionale precetto educativo: abituare i discenti alle bastonate e all'ingiustizia per forgiare la loro capacità di resistenza e la volontà di migliorarsi attraverso il muto sacrificio. 

Skills ritenute basilari per un futuro leader, ma più in generale per sopportare gli urti certi della vita adulta.  

Precetti decisamente vintage nell'anno domini 2026.

Per quanto scalcinato fosse il Liceo-Ginnasio Marco Porcio Catone e a volte persino improbabili gli insegnanti precari che ogni anno venivano e se ne andavano, quei precetti erano comunque declinati e per i nostri Giffoni, Remfutti, Tauri, Conte, Brunelli e altri di cui è pietoso tacere il nome, il passaggio all'anno successivo richiedeva di sottoporsi, prima o poi, a ore di studio intenso che avrebbero sicurmante tolto molto spazio al gioco del pallone, del biliardo e delle carte.

In modo particolare con l'avanzare della bella stagione, quando, ulteriore ostacolo da superare, il richiamo dello sport e degli ormoni entrava in ulteriore conflitto con l'esigenza dello studio. 

Bisognava fare qualcosa che aiutasse, in sede di scrutinio di fine anno, a trasformare almeno i 5 in sufficienze risicate, ma utili per il "passaggio del turno" azionando il "coefficiente di simpatia".

"Si, ma cosa?" S'interrogava Brunelli, durante una riunione improvvisata nella Biblioteca durante l'ennesimo e scarsamente produttivo pomeriggio di studio collettivo, che aveva assunto all'improvviso i connotati dell'unità di crisi della Protezione Civile alla notizia del terremoto in Irpinia.

"Perchè nella prossima Assemblea d'Istituto non proponiamo una raccolta fondi per dotare la scuola di materiale didattico, visto che a malapena abbiamo banchi, sedie, lavagne e gessi?". la buttò lì Giffoni, che fra tutti aveva fama di idealista, ma rifiutava sempre la protesta "extramoenia" che invece andava ancora di moda, quale retaggio degli anni di piombo. 

"Si, e poi chi va in giro a raccoglierli i fondi? Tu? Io no di sicuro" - bocciò subito la proposta sul nascere Brunelli - "Hai ragione, neanch'io faccio l'accattone per conto dello Stato" - si allineò subito Tauri - "E' una cagata, lasciamo perdere e rimettiamoci a studiare invece di pensare cazzate." - chiosò Conte.

"E allora tenetevi i 4!" rispose piccato Giffoni. 

"L'idea di raccogliere soldi per donarli alla scuola non è sbagliata, dobbiamo solo trovare il modo di ottenerli senza dover fare i mendicanti." Insistette Remfutti per non far cadere il discorso e soprattutto per non riprendere a studiare.

"Ah si? E come si guadagna una cifra importante senza lavorare? Se lo sapessi l'avrei già fatto per me, altro che beneficienza!" - Rispose con tono tra l'infastidito e il sarcastico il solito Brunelli, che non brillava per generosità.

"Uno spettacolo teatrale a pagamento!!! E doniamo l'incasso alla scuola!" - la buttò lì Giffoni, con l'entusiasmo di chi aveva avuto un suggerimento addirittura dal Padreterno. 

Conte alzò gli occhi dal libro di latino e con rimprovero degno di un Censore, cercò di bloccare sul nascere l'idea: "Cagate sempre più violente! E chi mandiamo in scena? Gino Bramieri?" 

"No, no! L'idea è una figata!" - intervenne Remfutti con l'aria di chi aveva già capito le potenzialità del progetto e come attuarlo - "Gli attori saremo noi, proponiamo al Prof. di Italiano di farci da regista, che quello non vede l'ora di fare altro piuttosto che correggere compiti e spiegarci la grammatica. Pensateci: potremo persino chiedergli di fare le prove durante le ore di lezione, se il Preside accetta l'idea."

"Ma si, è così! - insistette Giffoni che si vedeva già in scena e forte dell'appoggio di Remfutti - "la Scuola ci farà un figurone, i genitori saranno felici di contribuire... "

"E poi vuoi che agli scrutini non tengano conto dell'idea e di quello che abbiamo fatto, della donazione, dell'impegno!" Interruppe Tauri, scosso dal torpore nel momento in cui aveva intuito le potenzialità del progetto per fargli recuperare insufficienze profonde, che con il solo studio difficilmente avrebbe sanato.

A tentare di frenare l'entusiasmo ci provò Brunelli "Siete tutti rincoglioniti, ma chi credete di essere? Recitare? E che cosa poi, non avete un copione e neanche un Teatro. Chi pensate che vi possa aiutare? E chi vi dice che il Prof., e soprattutto il Preside, si prestino a questa buffonata?"

Remfutti, lasciando tutti a bocca aperta, rimandò subito al mittente tutto lo scetticismo, gettando sul tavolo un libretto recuperato nel mentre tra gli scaffali della Biblioteca: "Eccolo qua il testo: La Giara di Pirandello, fa crepare dal ridere, l'autore è al di sopra di ogni sospetto ed è un atto unico facilmente memorizzabile! Quanto al teatro possiamo chiedere al Don la Sala della Parrocchia, non potrà negarcela viste le finalità!"

Il giorno dopo Giffoni e Remfutti convisero facilmente il prof. di Italiano e il preside fu addirittura entusiasta dell'iniziativa; tempo due settimane tra i compagni di classe vennero reclutate le parti mancanti ed iniziarono le prove; di seguito fu convinto il Don, che addirittura consegnò le chiavi del teatro ai due e gli procurò pure lo scenografo - un anziano signore noto a livello locale per essere "il re" delle realizzazioni carnascialesche con il polistirolo.  

Tutto filava alla grande con divertimento sul palco e in classe, e un salvacondotto infallibile per chiedere interrogazioni programmate o giustificare richieste di proroga, motivando pomeriggi impiegati per non meglio precisate attività connesse alla "recita"! 

Tutti entusiasti tranne Brunelli, che coerente con le sue idee, si rifiutò categoricamente di far parte del cast e anzi iniziò a spargere zizzania, lamentando il trattamento di favore che veniva riservato agli interpreti.

La data del debutto si avvicinava e alle domande del Prof. su "Come pensate di realizzare la Giara?" Giffoni e Remfutti davano sempre risposte tranquillizzanti: "Sarà pronta per le prove generali." e naturalmente non avevano la ben che minima idea di come fare, perchè il problema era serio.

Il manufatto doveva essere in grado di contenere all'interno Remfutti ed essere in grado di ricomporsi, non proprio una banalità a livello scenotecnico.

Il tempo passava, la data della prima si avvicinava, il prof. si stava spazientendo... bisognava escogitare qualcosa. Giffoni, notoriamente non proprio provetto nelle attività manuali, formulò l'idea: costruire un'intelaiatura in fil di ferro a forma di Giara e ricoprirla successivamente con della carta da pacchi.

Il debutto era previsto per venerdì sera e la prova generale per il giorno prima.

Il prof. era stato rassicurato: giovedì sera ci sarebbe stata la Giara.

Martedì pomeriggio venne acquistato il fil di ferro con la carta da pacchi e Giffoni e Remfutti si misero all'opera... Risultato? Un disastro... l'intelaiatura non reggeva, niente Giara.

Non rimaneva che l'ultima chance: coinvolgere Gambero, il loro compagno di merende a cui Eta Beta avrebbe fatto 'na pippa! 

Mercoledì arrivò d'urgenza al capezzale in Teatro e dopo aver deriso Giffoni per l'idea e il suo pessimo risultato vedendo quella struttura informe ed inutilizzabile sul palco, sentenziò: "Siete cagati, senza un contenitore solido su cui appoggiare la struttura non combinerete mai un cazzo! Siete stati dei deficienti! Dove lo trovate adesso un contenitore trasportabile, solido e alto almeno fino ai fianchi?"

Scese un silenzio tombale. 

Poi, come insegnava il barista Necchi di Amici Miei, il lampo di genio da parte di Remfutti: fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione.

"Ce l'abbiamo, a 100 metri da noi."

Gambero e Giffoni lo guardarono come si può guardare un pazzo appena uscito dal manicomio.

"Ma che cazzo dici? Cerca di essere serio, qui siamo cagati per davvero! Cosa gli raccontiamo al Prof. e al Preside quando dovremo annullare lo spettacolo perchè non c'è la Giara?"

Remfutti chiese ai due di uscire dal teatro e di seguirlo: a 100 metri, sotto una tettoia, c'era incustodito il triciclo della nettezza urbana con tre bidoni della spazzatura.

Continuarono a guardare quel suo sorriso ebete mentre ci indicava il triciclo, fino a che Gambero intuì: il bidone della spazzatura era esattamente ciò di cui aveva bisogno per fissarci l'intelaiatura in filo d'acciaio e ricoprirla poi con la carta da pacchi.

"Ma non vorrai..." e mentre Gambero aveva iniziato a parlare, Giffoni e Remfutti, con il favore delle tenebre si erano già avviati verso il triciclo per smontare uno dei tre bidoni vuoti e portarlo in teatro.

Nel sottopalco venne lavato, gli venne asportato il coperchio e consegnato a Gambero, che per giovedì, 10 minuti prima delle prove generali consegnò "la Giara" perfettamente idonea all'uso scenico.

Lo spettacolo fu un successo sul palco e in platea, l'incasso pari a 800 euro attuali, venne donato alla scuola che vi acquistò libri per la Biblioteca interna apponendovi il timbro: "Dono degli studenti dell'anno scolastico 1980/81."

L'aggiunta "Con il contributo della NU municipale" non avrebbe stonato.

E anche il ringraziamento agli occhi chiusi della SIAE e degli eredi di Pirandello, a cui dichiararono, tutti minorenni, di mettere in scena un testo di propria produzione con un titolo scelto da Remfutti: "Chi l'ha dura, la vince." per evitare di pagare i diritti d'autore, perché la scuola non poteva fornire il proprio codice fiscale quale organizzatore di un evento che non era stato mai deliberato dal consiglio d'Istituto della sede centrale.

Tutto il cast venne promosso agli scrutini, ad eccezione di Tauri a cui neanche la Grazia del Ministro per l'Istruzione in persona sarebbe bastata per recuperare le insufficienze; il dissidente Brunelli fu rimandato a settembre in due materie.

Ma questa è un'altra storia.

  

mercoledì 4 febbraio 2026

GENNAIO CALIBRO NOVE

 

Gorizia, gennaio 1985

Il freddo di Gorizia non è mai solo meteorologico; è un brivido che arriva dalla storia, da quel confine che senti addosso anche se non lo vedi. Ho 18 anni e sono sugli spalti di un palazzetto per una partita di pallamano di Serie B. Seguo la squadra dei cugini bolognesi di un amico, che quella domenica mi ha invitato a qualcosa di diverso per vincere la noia. Durante la partita all'interno del palazzo si sprigiona un'aria densa di un livore che non capisco. "La prossima bomba in piazza Maggiore!". Il grido taglia il rumore delle scarpe sul parquet. Mi gela il sangue: non sono passati neanche cinque anni dalla strage di Bologna e quella frase non è tifo: è un’evocazione del male che scatena il putiferio in campo e sugli spalti.  Vedo la reazione rabbiosa dei bolognesi: "Slavi di merda, la prossima volta non vi liberiamo più". Resto lì, in mezzo a questo ping-pong di veleni, a chiedermi perché tutto questo odio e tutta questa diffidenza siano necessari. Sono deluso dai goriziani, ma in generale da tutti. La sera, per dimenticare, andiamo al cinema a vedere I due carabinieri. Ridiamo con Verdone e Montesano. La divisa, sullo schermo, è una maschera comica, così come i Carabinieri sono i protagonisti obbligati delle barzellette. Non so ancora che il destino sta prendendo appunti.

La notte della "Uno", gennaio 1993

Sette anni dopo, quella divisa è sopra la mia pelle: sono un Carabiniere di leva, ho 26 anni e a novembre devo discutere la tesi in Economia. È un'altra domenica, è  notte, un turno di perlustrazione sulla statale Udine-Trieste su una Fiat Uno che fatica a scaldarsi. Ore 00:30: allarme per un furto in un ingrosso di alimentari. Arriviamo e la scena è un caos di ombre: la macchina di una guardia giurata nel fosso, poi il suono secco di un colpo di pistola. L’appuntato mi ordina di coprire un lato del capannone facendomi scudo con la vettura, mentre lui coprirà un altro lato dell'edificio. All'interno ci sono degli zingari che stanno facendo una rapina. Scarrello la Beretta. Il metallo è ghiaccio. Punto l’arma verso l’uscita e tremo. Non è freddo, è paura. Dentro la testa una domanda che scava in profondità: "Se escono, cosa faccio?". Prego che non succeda. Prego che la realtà non mi costringa a rompere l’ordine dei miei libri di economia e i sogni per il futuro con un foro di proiettile. Le regole d'ingaggio prevedono che io dia l'alt e possa solo rispondere al fuoco in maniera proporzionale alla minaccia. "E se questi escono e sparano per prima fregandosene del mio alt?" Rieccheggiano le voci degli anziani udite più volte in Caserma: "Meglio un brutto processo che un bel funerale". Continuo a tremare e pregare. Gli zingari svaniscono nei campi. Passiamo ore a cercarli con le torce nel buio pesto, ma non troviamo nulla. Solo il vuoto. E la paura, che non mi lascia neanche per un momento.

Il peso dell'eredità

Rientriamo in caserma alle quattro del mattino. Mentre mi sfilo gli anfibi, mi sento addosso un'adrenalina sporca. Penso di aver vissuto qualcosa di estremo, ma poi il pensiero corre ai racconti di casa e la mia paura rimpicciolisce. Ripenso a mio padre, ragazzo nel maggio del '45, che vede un ufficiale tedesco spararsi in testa perché la via di fuga era sbarrata dai partigiani. Ripenso a lui che cammina con suo nonno e vede i corpi dei partigiani fucilati proprio in quel campo sportivo dove io andavo a giocare. Ripenso a mia madre che a Lignano s'inquietava sentendo parlare tedesco, perché le ricordava i soldati che nel '45 le entrarono in casa urlando, staccando un salame dal soffitto con la baionetta. Ripenso a mio nonno, bambino durante l'invasione dopo Caporetto e poi ai suoi trent'anni passati col terrore di finire in Russia o di morire per uno sguardo sbagliato tra soldati tedeschi, fascisti, partigiani italiani o slavi tra il 1943-45. La mia paura di stanotte è solo l'ultima, pallida, eco di un coro di paure che questa terra si tramanda da generazioni. Guardo il graduato di professione e capisco di essere solo un ospite temporaneo nel mondo del pericolo. Mi interrogo su quell'appuntato anziano che ha passato la notte accanto a me. Lo osservo mentre compila il registro o mentre si slaccia la giubba con gesti lenti, metodici, quasi annoiati. Come si impara a gestire questo vuoto nello stomaco? Mi chiedo se esista una predisposizione naturale, un gene del coraggio che a me manca, o se sia semplicemente una questione di erosione. Forse, a forza di puntare una pistola nel buio, il cuore smette di sobbalzare e diventa calloso. Forse la paura non sparisce, ma si trasforma in una specie di stanchezza cronica, un’abitudine che ti permette di agire come un automa mentre dentro resti spento. Mi guardo allo specchio: tra pochi mesi discuterò una tesi in Economia, parlerò di mercati, bilanci, numeri astratti. Come potrò spiegare, in quel mondo ordinato, cosa significa pregare che un ladro non esca da una porta per non essere un bersaglio o per essere costretto a sparare?

L'ultimo atto: Stadio Friuli, maggio 1993

Maggio 1993, manca un mese al congedo e viaggio verso lo stadio per Udinese-Brescia, sempre con una uno blu con la scritta carabinieri sulle fiancate, comandato di un servizio di ordine pubblico. In una domenica precedente la tifoseria bresciana ha messo a ferro e fuoco la curva ospite. Per tutta la settimana in caserma non si è parlato d'altro, di come affrontare la situazione.  Una sfida salvezza, l’ultima spiaggia per restare in Serie A. Per molti è solo sport, ma io so che la disperazione sportiva è una miccia corta.

Io sono un tifoso dell'Udinese da anni. Conosco ogni gradone di quello stadio, ogni coro, ogni volto della curva. Ma oggi non posso essere me stesso. Oggi sono schierato dall’altra parte della rete, e la paura torna a trovarmi sotto una forma nuova: non è più il terrore del buio, ma l'angoscia della folla. È la paura dell'imprevedibile, di quel momento esatto in cui la massa smette di essere composta da individui e diventa un animale cieco che preme contro i cancelli.

Sento il peso della giubba e il cinturone che mi stringe i fianchi. Mentre scendiamo dal mezzo, vedo le sciarpe bianconere e, per la prima volta, ne ho timore. Guardo i ragazzi della mia età che urlando ci insultan e mi chiedo se tra loro ci sia qualcuno con lo stesso veleno che sentii a Gorizia otto anni prima. Mi chiedo se sarò capace di stare fermo, di essere l'argine, se dovessero iniziare i lanci di pietre o se le due tifoserie dovessero venire a contatto.

È una paura ad ampio spettro: la paura di fallire davanti ai colleghi anziani che sembrano monoliti di granito, e la paura di dover colpire o essere colpito da chi porta i miei stessi colori. Mi ritrovo a dare le spalle al campo, a fissare gli spalti anziché il pallone, a cercare di leggere nei volti i segni della tempesta che sta per esplodere. Anche qui, come quella notte di gennaio davanti al capannone, mi scopro a pregare. Prego che la partita scivoli via senza incidenti, che il fischio finale arrivi in fretta, che nessuno mi costringa a mettere alla prova il mio coraggio. Sono un tifoso che ama la sua squadra, ma in quel momento desidero solo che tutto finisca, per potermi sfilare la divisa e tornare a essere un uomo invisibile tra la folla, lontano dalla responsabilità di quella linea di contatto.

Fortunatamente al fischio finale tutti lasciarono lo stadio senza strascichi e il sollievo più grande tornò ad essere il rigore del possibile 2-3 calciato al novantesimo in curva da Raducioiu, dopo che il Brescia aveva già rimontato il 2-0 iniziale di Balbo e compagni. La paura per la serie B immediata si era dissolta.

Oggi

Tra qualche mese compirò sessant'anni e dopo il congedo dall'Arma non ho più corso seri pericoli per la mia incolumità personale, se escludo il breve periodo in cui ho lavorato nel mondo dell'accoglienza ai minori stranieri. Oggi, ripensando a quel tempo in divisa, guardo mio figlio e i suoi coetanei. Mi fermo a osservare le loro paure e ammetto a me stesso quanto sia difficile comprenderle. Le loro inquietudini mi sembrano così diverse dalle mie, così distanti dal metallo freddo di una Beretta, dalla responsabilità di portare un'arma o dalle bottte negli stadi; così è sempre dietro l'angolo la tentazione di minimizzarle, di considerarle meno "vere" o meno pesanti delle mie. Ma poi mi fermo e capisco: probabilmente era lo stesso identico pensiero che mio padre rivolgeva a me, e mio nonno a lui, risalendo a ritroso in una catena senza fine. Ogni generazione ha il suo fango da attraversare e il suo argine da presidiare. E forse il vero rito di passaggio non è smettere di aver paura, ma accettare che la paura di chi viene dopo di noi abbia la stessa forza e lo stesso diritto di essere ascoltata, anche se parla una lingua che non riconosciamo più.

lunedì 26 gennaio 2026

(NON) SONO UNA SIGNORA

Questo breve racconto è dedicato ai frequentatori del BluEnergy Stadium che per ragioni anagrafiche si sono persi le avventure di chi era fedelissimo del vecchio Stadio Friuli e che a sua volta, sempre le medesime ragioni, non ha potuto conoscere i tempi pioneristici del glorioso Moretti.

Frequentare lo stadio Friuli nel 1982 era un rito molto diverso rispetto al moderno impianto sorto per 3/4 sulle ceneri delle vecchie curve e distinti.

L’unico settore con posti numerati e relativi seggiolini era la tribuna posta sotto l’arco, il solo superstite salvato dalla demolizione ed integrato nel design del nuovo impianto, eretto tra l’estate del 2013 e terminato nel gennaio del 2016.

Le curve ed i distinti centrali erano scoperti e a gradoni in cemento, circostanza che al tempo di biglietti cartacei rigorosamente emessi e circolanti liberamente al portatore, consentiva di far entrare un numero di persone ben oltre la capienza dei 42.000 posti autorizzati e obbligava i possessori dei tagliandi a tenere a mente il primo ammonimento dei pellegrini sul cammino di Santiago: chi tardi arriva, male alloggia.   

Infatti, arrivare a ridosso del fischio d’inizio, poteva voler dire finire molto in basso, nei pressi delle barriere e della pista di atletica, cosa che avrebbe fatto solo intuire quello che succedeva in campo; se il posto era in curva, poi, quello che accadeva sul lato lontano lo si poteva dedurre solo in base al rumore della folla quando l’azione di gioco si sviluppava da quelle parti.

Ciò obbligava ad arrivare ai cancelli d’ingresso almeno due ore prima e poi inventarsi chissà che cosa per far passare il tempo, perché al di là degli altoparlanti che gracchiavano pubblicità commerciali, all'interno non c’era nessun altro tipo di attrazione.

Un’attesa interminabile, specialmente nei frequenti pomeriggi freddi e uggiosi dell’inverno friulano o con il sole  picco in tarda primavera.

Nelle partite “di cartello” poi, la densità tra uno spettare e l’altro in curva era talmente fitta che al momento del gol dell’Udinese era impossibile non farsi travolgere dall’onda umana che si creava, trovandosi in seguito in tutt’altro punto della gradinata.

A parte gli incontri con le tre grandi classiche  - Juve, Milan, Inter per cui se non avevi comperato il biglietto nelle prevendite autorizzate non avevi chance di accedere senza pagare pesantissimo dazio ai bagarini – i biglietti si potevano acquistare anche alle biglietterie dello stadio all’ultimo momento, scontando però code chilometriche con il rischio di entrare a gara iniziata.

Niente biglietti on-line, chiaramente. E niente tornelli, pre-filtraggi, esibizione di documenti, deleghe ecc. ecc.

Ma veniamo all’episodio che merita di rimanere scolpito nella memoria utilizzando il blog e il web come si sarebbe fatto secoli orsono, affidando il messaggio scritto ad una bottiglia da spingere in mezzo al mare in attesa che, un giorno, qualcuno la raccolga e leggendo il testo, si faccia, se non altro, quattro risate.

Due maggio 1982.

Terzultima giornata del campionato che anticiperà la spedizione azzurra al mondiale di Spagna, il cui raduno è fissato per il 20 maggio all’Hotel Puerta del Sol di Alassio.

La lotta scudetto è serratissima, a tre partite della conclusione Juventus e Fiorentina sono in testa alla classifica con gli stessi punti ed il calendario vede i bianconeri friulani allenati da Enzo Ferrari, ottenuta la salvezza matematica la domenica prima con un 2-0 sul campo di un pericolante Bologna, essere insigniti dalla stampa nazionale quali arbitri dello scudetto.

Infatti, Madama Juventus è attesa alle 16,00 del 2 maggio sul prato del Friuli, prima di ospitare al comunale di Torino il Napoli e poi chiudere sul terreno di un tranquillo Catanzaro; i viola di Picchio De Sisti invece faranno visita a San Siro ad un Inter in lizza per un posto UEFA, poi ospiteranno in riva all’Arno l’Udinese e per l’ultima saranno di scena al Sant’Elia di Cagliari, contro i sardi che hanno disperato bisogno di punti salvezza.  

Tutto fa presagire ad uno spareggio, cosa che disturberebbe non poco i piani del Vecjo Bearzot, che attende al più presto i suoi azzurri per il mondiale spagnolo.

L’incontro del Friuli, delicatissimo per gli juventini, ha gli occhi puntati da parte di tutti gli sportivi non solo italiani ma pure di mezzo mondo, perché alle ore 16,00 del due maggio Paolo Rossi tornerà in campo dopo due anni di squalifica.

L’esclusione dai campi di gioco gli era stata inflitta al processo sportivo del primo grande scandolo del Toto Nero; il 23 marzo 1980 infatti, le auto della Polizia e della Guardia di Finanza erano entrate sulle piste degli stadi per arrestare diversi giocatori e tesserati. L'accusa: quella di aver promesso e poi non mantenuto di truccare le partite, truffando così Trinca e Cruciani, i due scommettitori clandestini romani gabbati e che parevano usciti da qualche film con Tomas Milian.

In tribuna d’onore al Friuli, vicino al cividalese Diego Meroi, Presidente della FIGC regionale, ci sarebbe stato il CT Enzo Bearzot, con gli occhi puntati su Pablito, che 4 anni prima al mondiale argentino era esploso in mondovisione e divenuto la punta di diamante di una delle più belle nazionali di tutti i tempi.

E magari anche con la speranza, risultata poi vana per il CT di Aiello, di vedere alzarsi dalla panchina juventina ed entrare in campo un altro dei suoi pupilli, ovvero Roberto Bettega che stava cercando di rientrare in gioco anche lui, dopo essere stato assente dal novembre 1981, quando il portiere belga Munaron gli aveva fracassato un ginocchio durante un tetro mercoledì di Coppa dei Campioni, conclusosi con l’ennesima prematura eliminazione per Madama.

Le richieste di accredito per fotografi i giornalisti erano state centinaia, i biglietti di tutti i settori dello stadio erano già stati polverizzati un mese prima,  tutto il mondo sportivo quel pomeriggio voleva essere presente allo storico evento.

Naturalmente lo volevano essere anche Giffoni, Remfutti, i fratelli Brunelli, Fruzzo, Romano e Leonardo, i “nostri” liceali alle prese con il rush finale per recuperare tutte le insufficienze maturate nei lunghi mesi invernali in cui briscola, biliardo, tre sette e letture della rosea avevano spodestato lo studio dell’Eneide e dell’Odissea.

Quel mese di maggio anche per loro assumeva la stessa drammaticità che permeava i cuori dei tifosi juventini e viola in caccia dello scudetto e dei milanisti per evitare l’onta di una retrocessione sul campo.

Al Pullman Bar  i “nostri” eroi erano riusciti a procurarsi, il primo giorno in cui erano stati messi in vendita; le ore di coda erano state coronate dal successo, ma ora si trovavano alle prese con un problema non indifferente: erano tutti tagliandi di curva nord e i loro cuori erano divisi. Per Giffoni, Romano, Leonardo e Fruzzo il centro del tifo udinese era il loro normale e ovvio approdo mentre per Remfutti ed i fratelli Brunelli, juventini marci, quello era un luogo indesiderato come la peste.

Bene, alle ore 13,00 del due maggio, quando i cancelli dello stadio si aprirono e migliaia di tifosi letteralmente invasero i settori non numerati per occupare i posti migliori, Remfutti e i fratelli Brunelli, occultate a dovere le sciarpe juventine, si lanciarono all’interno della curva nord mescolandosi ai tifosi udinesi.

Entrati in curva, fecero i gradoni verso il basso a tutta velocità, fino a calarsi nel fossato che divideva le gradinate dalla rete metallica che a sua volta delimitava la pista d’atletica che cingeva il vecchio Friuli; percorsero tutto il fossato di corsa fino a raggiungere la curva sud, dove, esponendo ora fieramente le loro sciarpe cariche di scudetti e gloria juventina, furono aiutati dai tifosi di Madama  a risalire nel settore da loro occupato, mescolandosi stavolta ai Fighters piemontesi a ridosso della rete metallica.

Trascorsero festanti quella lunga attesa, allietata da Loredana Bertè, che in tuta aderente di pelle nera cantò in mezzo al campo la sua nuova hit-song, destinata a diventare un dei tormentoni dell’estate 1982, ovvero “Non sono una Signora”.

Al momento dell’ingresso in campo delle due squadre, con decine e decine di fotografi che si accalcavano intorno a Pablito, trascurando tutti gli altri giocatori, Remfutti rese ancora più memorabile quel pomeriggio lanciando un fumogeno verso il campo.

Quell’arma impropria concluse la sua corsa poco distante dal punto di lancio, su di un cartellone pubblicitario che prese fuoco, costringendo i vigili del fuoco di servizio allo stadio ad intervenire per spegnere il falò e disperdere il fumo nero che occultava la vista agli ultrà juventini.

I quali probabilmente si accorsero del gol di Paolo Miano, che al minuto 2 portava in vantaggio l’Udinese, solamente dal boato proveniente dalla curva nord, con il resto dello stadio fermo immobile, occupato come da tradizione consolidata nel tempo, solo da tifosi juventini locali.

Giffoni, Fruzzo, Leonardo e Romano, ebbri di gioia alla vista della palla calciata dal brasiliano di San Pietro al Natisone trafiggere imparabilmente il Super Dino nazionale, accarezzarono il sogno di far perdere lo scudetto a Madama e accorrere in serata sotto l’abitazione di Remfutti a festeggiare e rifarsi sonoramente da tutti i cojonamenti cui erano stati oggetto da parte del compare e dei fratelli Brunelli.

Il sogno durò fino al 34’ del primo tempo, quando Marocchino penetrò come una lama nel burro nella difesa udinese fissando l’1-1 e poi, qualche minuto dopo, fu il Bell’Antonio Cabrini a mettere in fondo al sacco una corta e sciagurata respinta del portiere Borin su cross di Paolo Rossi.

Ogni velleità di improbabile rimonta svanì all’inizio della ripresa, perché Pablito in persona s’incaricò di mettere la pietra tombale sul match, spintnonado via il compagno Tardelli e raccogliendo in tuffo di testa un calcio d’angolo di Brady, infilò Borin sotto la traversa per la terza volta.

Enzo Bearzot in tribuna aspirò soddisfatto il tabacco dalla sua celebre pipa e riempì con dense volute di fumo la tribuna: il suo Pablito era tornato, la maglia da centravanti titolare per il mundial sarebbe stata sua, alla faccia del bomber Pruzzo e della stampa romana.

Ancora Cabrini e poi Virdis impreziosirono quel lungo “garbage time” che seguì la rete di Paolo Rossi e l’arbitro fischiò la fine con il punteggio di 1-5, mentre a San Siro i viola non erano andati oltre l’1-1 contro l’Inter e lo scudetto prendeva inesorabilmente la via di Torino per la ventesima volta.

E per Giffoni, Fruzzo, Leonardo e Romano non restò che aspettare i nuovi, energici sfottò da parte di Remfutti e dei fratelli Brunelli, che il lunedì mattina si presentarono a scuola festanti come un gruppo di partigiani garibaldini il giorno della liberazione al cospetto di un manipolo di prigionieri della decima Mas.

Remfutti apostrofò subito i compagni sconfitti e travolti con una domanda che conteneva in sè tutte le risposte: "Ma perchè perdete sempre?"

Per la cronaca: l’Udinese fu arbitro imparziale e sette giorni dopo ne buscò altri 3 a zero dalla Forentina, consentendo ai viola di riagganciare in testa la Juve, bloccata in casa dalle parate di Giaguaro Castellini per un Juve-Napoli 0-0.

Il campionato si decise all’ultima giornata, un rigore per la Juve a Catanzaro e un gol annullato ai viola a Cagliari decretarono la conquista della seconda stella per la squadra dell’Avvocato Agnelli.

Meno di due mesi dopo l’Italia conquistò il titolo mondiale, guidata dai gol di Pablito sul tetto del mondo.

Ma questa è un’altra favola, che per una volta vide tutti insieme Giffoni, Remfutti, Leonardo, Fruzzo, Romano, i fratelli Brunelli prima soffire come cani e poi giore come matti sotto un'unica bandiera tricolore.

Quell'alleanza fragile durò fino alla precisazione che, all'unisono, Remfutti e i Fratelli Brunelli si sentirono in obbligo di fare subito dopo l'11 luglio 1982: il mondiale per loro  l'aveva vinto la Juventus più Bruno Conti, con buona pace del Vecjo. 

Giffoni e soci poterono solo opporre i due minuti di capitan Causio nel garbage time della finale.

Peraltro ex juventino pure lui.

lunedì 19 gennaio 2026

ARRIGO ED ENZO

La sala prove era gelida, immersa in un odore di polvere e legno vecchio. Arrigo stava provando un monologo da dieci minuti: la schiena era dritta come un fuso, la dizione priva di qualsiasi inflessione regionale, un prodotto perfetto della migliore accademia nazionale. Ogni sillaba era un proiettile calibrato, la voce risuonava profonda, una lama d'acciaio che tagliava l'aria

«Stop,» disse Enzo dall'oscurità della platea.

Arrigo si interruppe, il respiro nemmeno alterato. «Cosa c’è? Il tempo era giusto, l’appoggio diaframmatico anche, non ho sporcato nemmeno una finale.» 

Enzo salì sul palco con un passo pesante, trascinando una gamba stanca e l'odore di tabacco di una vita passata tra quinte e furgoni. Le sue mani, nodose e segnate dal tempo, sembravano un insulto alla pulizia quasi asettica del giovane attore.

«Esecuzione magistrale, ragazzo. Davvero. Ma non ho sentito nulla. Eri un bellissimo orologio di lusso che ticchettava nel vuoto di una stanza chiusa. Splendente, costoso, e completamente inutile.»

Arrigo serrò la mascella, le nocche bianche attorno al copione intonso. «Io ho studiato tre anni, dieci ore al giorno, per questo "orologio". La tecnica è l’unica cosa che ci separa dalla feccia, da quei dilettanti che vengono qui a sputare i loro piccoli traumi personali spacciandoli per arte. Quelli che sbraitano senza controllo perché non hanno il rigore di imparare una metrica. Il teatro non è una seduta spiritica per dilettanti allo sbaraglio; è una cattedrale di precisione.»

«Hai ragione,» rispose Enzo, fermandosi a un soffio dal viso giovane di Arrigo. «E guai a chi la sottovaluta. Senza dizione, senza portamento, senza il controllo dei tuoi strumenti, la tua anima resterebbe prigioniera nella sua libertà. Il talento senza regole è solo rumore, un’esplosione che non illumina niente. Ma vedi, io questa "cattedrale" l'ho costruita mattone su mattone, dormendo sui palchi e recitando per gente che aveva fame.  La tecnica è il binario, e tu veneri il binario perché hai paura di far partire il treno, Arrigo.»

«E allora qual è il problema?» sibilò Arrigo. «Il treno è il testo!» continuò l'attore con il disprezzo di chi crede che la verità stia solo nei libri. «L'improvvisazione è la scusa dei mediocri per non studiare. Se ognuno facesse quello che sente, distruggeremmo l'opera.»

«Il problema è che sei rimasto sul binario e non hai mai fatto partire il treno. Ti chiudi nella tua bravura perché hai paura di quello che il teatro è davvero: un ambiente protetto dove far emergere i lati più nascosti del tuo "io". Usi la tecnica come uno scudo per non farti vedere davvero.»

Arrigo scosse la testa. «Io sono un interprete. Devo eseguire ciò che è scritto.» 

«Vuoi sapere perché i teatri sono diventati cimiteri di poltrone rosse dove la gente viene a dormire?» lo incalzò Enzo, la voce che graffiava come carta vetrata. «Perché la gente è stanca di guardare manichini impeccabili come te, che non sudano, non soffrono e non sbagliano mai. La sola tecnica non scalderà mai il cuore di nessuno. È nell'infrazione, nell'imprevisto che squarcia la regola, che l'Arte smette di essere un compito eseguito e diventa vita. Se non rischi di inciampare, se non lasci che il dolore ti sporchi la dizione, rimani un impiegato della parola. Bravo, sì, ma morto.»

Enzo gli strappò il copione di mano, le dita rugose contro la carta bianca.

«Ho visto attori dimenticare metà delle battute e far piangere intere platee solo con un sospiro fuori tempo. Preferisco un uomo che rompe un verso perché il cuore gli scoppia, piuttosto che un primo della classe che non sa chi è mentre parla. La pulizia lasciamola alle imprese di pulizie. Noi facciamo Teatro. E il Teatro deve bruciare, non essere spolverato.»

Arrigo rimase immobile, il volto contratto in una smorfia di resistenza. Sentiva il peso dei suoi diplomi svanire davanti a quegli occhi stanchi e saggi. Guardò il copione, poi fissò il vecchio regista con uno sguardo gelido di sfida burocratica.

«E va bene,» sibilò Arrigo, raddrizzando la giacca impeccabile. «Proverò a sbagliare, a essere... disordinato. Ma lo farò solo perché me lo hai detto tu che sei il regista. E tu te ne assumerai la responsabilità davanti al pubblico. Se questa sera l'arte verrà profanata dal caos, il nome sul patibolo sarà il tuo.»

Enzo sostenne lo sguardo, un mezzo sorriso che gli scavava una nuova ruga sul volto. «Ottimo. Pagina dodici. Distruggi tutto, Arrigo. Io sono pronto a pagarne il prezzo, noi facciamo Teatro.»



sabato 17 gennaio 2026

IL BAMBINO

Nel retro e nel sottopalco del polveroso teatrino parrocchiale regnava un caos primordiale. Era un luogo di esilio per oggetti che avevano perso la loro utilità ma non ancora il diritto di esistere. Sembrava che qualcuno avesse sganciato una bomba direttamente nella fossa del suggeritore e poi avesse lasciato il disordine a sedimentare per decenni, come una colpa mai confessata. Travi di legno tarlato, attrezzi senza più mestiere, frammenti di scenografie che un tempo avevano finto di essere giardini o castelli, mobili zoppi e oggetti di funzione ormai indecifrabile convivevano in un equilibrio instabile, protetti da una coltre di polvere grigia e spessa.

Quella sera, però, quel limbo aveva ripreso vita sotto i passi incerti di quattro liceali. Giffoni, Gambero, Remfutti e Ritter avevano fondato una compagnia teatrale con la solenne convinzione di poter rifondare l’arte drammatica partendo proprio da quelle macerie. Il fatto che il teatro fosse parrocchiale non li turbava affatto: in fondo, pensavano con l'arroganza dei diciott'anni, anche il sacro aveva bisogno di una buona messa in scena per risultare credibile.

Erano lì per “fare ordine”. O almeno, questa era la versione ufficiale fornita al parroco.

Gambero fu il primo ad accorgersi della cassa. Tra i quattro, lui era l’elemento frenante, quello che leggeva le istruzioni e si preoccupava della ruggine. Si muoveva con una cautela quasi chirurgica, aprendo gli scatoloni con la cura di chi teme di risvegliare fantasmi. Quando sollevò il coperchio di legno marcio, rimase immobile.

Dentro, avvolti in una carta velina ingiallita che sembrava pelle secca, c’erano dei bulbi a incandescenza enormi, sproporzionati, quasi indecenti. Non erano lampadine da appartamento; erano bulbi simili a pianeti di vetro, concepiti per fari teatrali d’altri tempi. Alcuni avevano un diametro di quindici centimetri e una potenza di 500 watt.

Poi Ritter, che del gruppo era il braccio operativo, quello che non temeva di sporcarsi le unghie, vide l’altro.

Era più in fondo. Più grande. Più pesante. Più silenzioso. Una sfera perfetta di venti centimetri di diametro, con un vetro così spesso da distorcere la luce delle loro torce. Sul fianco, inciso con una chiarezza che avrebbe dovuto suggerire prudenza medica, c’era scritto: 1000 W – 125 V.

«Ragazzi…» disse Ritter, senza staccare gli occhi da quell’oggetto. Il suo tono era un misto di devozione e sfida.

Remfutti gli fu accanto in un istante. Remfutti era il fuoriclasse del gruppo, quello ingovernabile che vedeva opportunità ovunque e non temeva le conseguenze fisiche delle sue intuizioni. Aveva lo sguardo di chi ha già deciso che il destino è una variabile trascurabile. «Funziona?» chiese, con la voce che già pregustava l'esperimento. «Non lo so.» «Allora bisogna provarlo.»

Giffoni arrivò per ultimo. Era l'animo sensibile, quello che avrebbe voluto fare teatro per amore della poesia ma finiva sempre per seguire gli altri nelle loro spedizioni incendiarie. Tutti insieme guardarono il bulbo, poi Remfutti, poi di nuovo il bulbo. Ci fu quel breve silenzio tipico delle pessime idee, quello spazio vuoto in cui il buon senso prova a bussare ma trova la porta sbarrata dall'entusiasmo.

«Forse…» provò Giffoni, cercando di richiamare una logica che stava svanendo, «magari prima controlliamo…» «Sì, ecco…» aggiunse Gambero, con una prudenza più grammaticale che reale, «ricordiamoci che siamo in parrocchia.»

Ma Remfutti non ascoltava più. Era già accovacciato, le dita agili che cercavano un portalampada tra i relitti della scenografia. «È teatro,» sentenziò senza alzare il capo. «Se non rischi, non è teatro.»

Il dettaglio dei 125 volt, stampato sul vetro come un avvertimento evangelico, non venne ignorato. Venne semplicemente declassato a suggerimento facoltativo. In quell'istante, le leggi della fisica contavano meno delle leggi dell'estetica. Collegarono i fili con mani che tremavano appena. Giffoni osservava in silenzio, combattuto tra il senso di colpa e una curiosità ancestrale. Ritter e Gambero fecero mezzo passo indietro, quel tanto che bastava per potersi dire, un giorno, che avevano tentato di mantenere le distanze.

Remfutti afferrò l’interruttore.

Quando lo azionò, il bulbo — concepito per vivere serenamente a 125 volt — venne investito dai 240 volt dell’impianto parrocchiale come una divinità evocata con il rituale sbagliato. Per un istante, brevissimo e definitivo, il teatro fu illuminato da una luce impossibile, una radiazione bianca e purissima che sembrava solida come un secondo sole che sorse sul palco, proiettando ombre lunghe e innaturali, cancellando i contorni del disordine e trasformando i quattro liceali in sagome nere, bidimensionali, contro l’abbagliante assoluto.

Quasi duemila watt di luce sprigionati in un rantolo d'agonia elettrica.

Poi venne il suono. Un tuono secco, il lamento del filamento che si vaporizzava e il vetro che implose per lo shock termico. Il corto circuito fu un colpo di frusta che corse lungo i muri.

E subito dopo, il buio.

Non un buio normale, ma un vuoto pneumatico di luce. La corrente era saltata ovunque: nella vicina chiesa,  nell’abitazione del prete, nel ricreatorio. Un blackout totale, netto, come una punizione biblica calata su quegli aspiranti stregoni.

Per qualche secondo nessuno parlò. Respiravano solo l'odore di ozono e polvere bruciata. Nelle loro retine, però, quella luce continuava a esistere come un fantasma, una macchia albina che non voleva andarsene.

Fu Gambero, il metodico, il primo a recuperare l'uso della parola. «Ragazzi…» disse piano, con la voce di chi aspetta il giudizio universale, «forse è meglio riattaccare.»

Con gli accendini — quattro piccole fiamme tremolanti che parevano ridicole dopo l'apocalisse appena vissuta — riuscirono a orientarsi nel sottopalco. Inciamparono tra vecchi fondali e travi invisibili, fino a raggiungere il quadro generale. Ritter riarmò la leva con un gesto rapido, quasi religioso.

La luce tornò, fioca e giallastra, restituendo al teatrino la sua solita mediocrità.

Esattamente in quel momento, dalla scala comparve il parroco. Era una figura quasi spettrale: aveva una pila in mano, il soprabito infilato in fretta sopra la veste e lo sguardo di chi era stato strappato a una quieta lettura serale dal rumore di un mondo che finiva.

«Cos’è successo?» chiese, scrutando le loro facce ancora stupefatte dall'esito di "quell'esperimento".

I quattro si voltarono all’unisono, maschere di innocenza costruite in un secondo. Remfutti parlò per primo, con una naturalezza che rasentava la mistica: «Non lo sappiamo, don. Improvvisamente è saltata la luce.»

Il prete li guardò per un lunghissimo istante, cercando una crepa nei loro sguardi. Poi guardò il caos del sottopalco, poi di nuovo loro. Infine, sospirò. «Mah…» disse. «Succede.»

E si ritirò nelle tenebre dei corridoi parrocchiali.

Il bulbo distrutto rimase lì, un guscio di vetro frantumato tra i detriti. Da quella sera ebbe un nome. Lo chiamarono “il Bambino”. Per le dimensioni, certo, ma anche per quell’apparizione cosmica, breve e definitiva, che aveva ricordato loro lo Space Child di 2001 – Odissea nello Spazio.

Era nato per illuminare, era morto per curiosità. E come tutte le vere epifanie, non li rese più saggi. Solo un po’ più rispettosi di ciò che, nei sotterranei del mondo, chiede di restare spento per non ferire gli occhi dei mortali.


venerdì 16 gennaio 2026

COMANDA CHI POL, UBBIDISCE CHI DEVI

Il vecchio sedeva sempre allo stesso tavolo, quello vicino alla finestra appannata della taverna sul porto di Pola. Da lì si vedevano i fari delle navi mercantili e, più in là, l’ombra scura dell’Arena che sembrava galleggiare sull’acqua. Diceva che quel tavolo era il suo punto di riferimento, come un vecchio fanale che nessuno accendeva più ma che continuava a indicare una direzione.

Era il 1985 e il porto non era più quello delle cartoline ingiallite, ma non era nemmeno ancora diventato altro. Le gru cigolavano lente, i pescherecci rientravano all’alba, e l’odore del mare si mescolava a quello del gasolio e della birra versata.

Il Maestro parlava uno strano italiano dialettale con una cadenza che non apparteneva più a nessun luogo preciso. Era rimasto nel 1947, quando quasi tutti se ne erano andati. Trentamila polesani italofoni avevano lasciato la città, caricando la vita su navi che promettevano una casa altrove. Lui no. Aveva guardato quelle partenze dal molo, in silenzio, e aveva deciso che non avrebbe seguito nessuno.

Erano passati quasi quarant'anni da quella mattina del febbraio 1947 e il mare non faceva più paura, ma nemmeno promesse.

L’apprendista era invece un ragazzo croato, poco più che ventenne. Lavorava sulle barche, imparava in fretta e faceva domande che spesso arrivavano dritte, senza chiedere permesso. Capiva quello strano "italiano", lo parlava con cautela, come si maneggia qualcosa di fragile e pericoloso e per le domande preferiva usare la sua lingua.

«Što čini čovjeka dobrim putnikom?» chiese il ragazzo.
(Che cosa fa di un uomo un buon viaggiatore?)

Il vecchio non rispose subito. Bevve un sorso, osservò le mani segnate, poi il porto.

«Xe el desiderio de tornar sempre a Casa.»

L’apprendista rimase perplesso. A lui avevano insegnato che viaggiare voleva dire andare avanti, lasciare, superare. Tornare gli sembrava un passo indietro.

«A tko je brodolomac?» insistette.

(E chi è invece un naufrago?)

Il Maestro sorrise appena, un sorriso stanco.
«Quel che no ga mai voia de tornar a Casa.»

Il ragazzo pensò ai tanti suoi amici partivano in cerca di migliori fortune  per Trieste, per l’Italia, per la Germania. Pensò anche a chi restava senza sapere bene perché.

"A što ako ne znam što je dom?“ domandò.
(E se uno non sa cos'è Casa?)

Il vecchio appoggiò il bicchiere.
«Alora el xe in pericolo. Perché el mar el se fa passar per libertà, ma libertà no l’è.»

Ci fu un silenzio lungo, pieno di cose non dette. Il ragazzo guardò fuori, verso l’Arena, verso le navi. Poi fece l’ultima domanda:

«Gdje je i što je Dom?»
(Dove e cosa è Casa?)

Il Maestro si alzò lentamente. Posò qualche dinaro sul tavolo, infilò il cappotto consumato.
«A ‘sta domanda, fioło, te pol risponder solo ti,» disse, «ma no prima de aver bevùo do birre.» Poi aggiunse:"E ricordati sempre fiol: Zapovijeda tko može, sluša tko mora - Comanda solo chi pol, ubbidisce solo chi devi."

E se ne andò.

Il ragazzo restò solo. Ordinò una birra e strinse il bicchiere tra le mani, sentendo il freddo del vetro risalire lungo le dita umide di salsedine. Poi ne ordinò un’altra. Fissò la finestra appannata: il vapore aveva cancellato i contorni del porto, lasciando solo una macchia dorata laddove le luci dell’Arena bucavano il buio.

Pensò a Pola, che per lui era sempre stata casa senza essere mai stata una scelta. Guardò il posto vuoto del vecchio, che aveva scelto di restare quando restare voleva dire perdere quasi tutto: la lingua intorno, i nomi delle strade, le voci familiari.

Bevve ancora un sorso lungo, lasciando che l’amaro della birra gli schiarisse il respiro. In quel silenzio, capì che Casa non era il luogo dove si nasce o quello verso cui si fugge, ma l’unico punto dell'orizzonte che dà un senso al timone. Qualcosa che, se non esiste, ti rende perduto anche se il mare è calmo e piatto come una tavola d'olio.

E quel punto poteva anche essere ciò che si decide di non abbandonare, proprio quando tutto ti spinge a farlo. O, al contrario, dove con coraggio si decide di tornare, pur sapendo che non è più lo stesso. 

Quando uscì dalla taverna, l’aria della notte gli schiaffeggiò il viso. Il mare era fermo e scuro, un'immensa distesa che non prometteva più nulla. Non gli sembrò una minaccia, ma una prova. E per la prima volta intuì che viaggiare non significava solo saper scegliere una rotta, bensì avere il coraggio di riconoscere, un giorno, il molo a cui ancorarti senza desiderio o l'obbligo di partire.



giovedì 8 gennaio 2026

GORGIA 'JE FA 'NA PIPPA!

E alla fine, dopo i colpi di scena ministeriali che avevano escluso il greco e i tentativi falliti di incolpare Garofano per l'impreparazione in latino, non restava più tempo. Non c’era spazio per maledire le ore di 'marina', i pomeriggi passati a perfezionare i tiri a biliardo o le strategie a briscola e tre sette, invece di colmare le falle nella lingua di Orazio o nei versi di Dante. 

I "simpatici" e svogliati buontemponi della terza Liceo del Marco Porcio Catone, sede staccata, si erano trovati ad affrontare, assieme ad una classe di fighetti della sede centrale, gli scritti di italiano e latino con l'animo di tanti vietcong nascosti nelle buche scavate nel sottossuolo della giungla sotto le bombe al napalm sganciate dagli elicotteri dello Zio Sam durante l'offensiva del Tet.

Nonostante il grande "lavoro d'equipe" svolto nelle loro "buche", cercando di evitare gli sguardi investigativi dei commissari d'esame, la preoccupazione per l'esito della prova era giunta puntuale per turbare il sonno di tutti, visto che, dato il livello di preparazione, i più non erano neanche in grado di capire come potesse essere andata.

Il che era già un presagio più oscuro di quello che turbò Odisseo quando si accorse che i compagni avevano "messo allo spiedo" le inviolabili Vacche del Sole.

Era giunta infine l'ultima prova, l'interrogazione orale che, sebbene paragonabile all'incontro di Ercole con l'Idra di Lerna, era quella in cui tutti dovevano sparare le loro ultime cartucce per ribaltare il probabile esito infausto degli scritti.

Per i più con le medesime probabilità di successo che avevano i panzer tedeschi di sovvertire l'esito finale della guerra nell'ultima, disperata, offensiva nelle Ardenne del dicembre 1944 contro gli angloamericani.

Remfutti, galvanizzato come tutti dal poter inserire la più morbida storia dell'arte invece del temutissimo greco, si stava (non) preparando a modo suo allo scontro finale "Ai birilli bevuti", pure rinfrancato dal fatto che la commissione aveva confermato come seconda materia dell'orale quella di cortesia da lui "suggerita", ovvero filosofia.   

Ovviamente la prima materia, cui gli spettava ex lege l'indicazione vincolante, sarebbe stata Storia dell'arte.

Remfutti si sedette davanti al Commissario di Storia dell'Arte ostentando straordinaria sicurezza: decantare la biografia di Canova o spiegare la rivoluzione tecnica degli Impressionisti piuttosto che districarsi tra le traduzioni e i commenti alle orazioni politiche di Demostene o quelle giudiziarie di Lisia era come per Rummenigge muoversi nell'area della Cavese piuttosto che dover superare in successione la marcatura di Claudio Gentile, Sergio Brio e Gaetano Scirea.

O come avrebbe detto un liceale del tempo presente, affrontare la Macedonia del Nord di Nestorovskj piuttosto che la Francia di Mbappe per lo spareggio mondiale.

Appunto.

La Presidentessa della commissione, una docente di letteratura italiana sulla cinquantina dalle fattezze di una stagionata matrona romana di età imperiale, ingioiellata con monili di chiara bigiotteria proveniente dal mercato di Porta Portese e con chiaro accento della capitale gl'intimò di sedersi davanti a quella sorta di Tribunale Speciale per iniziare la prova orale.

Prima però gli espose i risultati degli scritti.

"Il tema d'italiano l'ha svangato, senza brillare di originalità, come tutti i suoi compagni mi ha fatto 'na capa tanta 'co 'stà storia dell'Heysel per spiegarmi cos'è la violenza, ma tutto sommato sintassi, grammatica e forma arrivano, pur con il vento a favore alla sufficienza."

Di seguito intervenne il Commissario di Latino, un attempato monsignore del Polesine che insegnava a Rovigo la lingua di Cicerone, quando non era impegnato a somministrare i sacramenti e a dir messa per i suoi parrocchiani di Porto Tolle.

"Mio caro Remfutti, d'accordo che gli Annales di Tacito erano un testo difficile e che richiedeva esperienza, ma qui c'è un impiego di inchiostro rosso per le correzioni maggiore del sangue che le legioni di Cesare spargono in tutto il De Bello Gallico." 

Remfutti abbozzò una difesa originale: "Ha ragione professore, purtroppo era proprio il De Bello Gallico il testo che avevo studiato meglio e la fortuna non mi è stata amica scegliendo Tacito per l'estrazione della versione d'esame." 

I commissari si scambiarano silenti occhiate che erano un misto tra l'incredulo, il divertito e l'infastidito; ruppe gli indugi la Matrona: "Bene Remfutti, ora avrà tutto il tempo ed il modo per dimostrarci ampiamente che le era mancata solo la fortuna, ma non il valore. Si accomodi pure per la prova orale, lei ha scelto Storia dell'Arte come prima materia, poi sarà il turno dell'interrogazione in Filosofia.    

Il Commissario d'esame di Storia dell'Arte, un minuto signore sulla trentina con baffetti da sparviero stile Luciano Calboni, domandò con tono solenne, a bruciapelo: "Candidato Remfutti, quale fu l'importanza dell'opera di William Morris nel contesto del movimento artistico noto come Art Nouveau?"

Attimo aeterno di silenzio tombale.

Poi Remfutti, sfoggiando un sorriso degno di un attore protagonista di spaghetti western di fine anni  '60, formulò la sua risposta, con il malcelato gaudio di chi trova le chiavi della vettura che temeva di aver perso: "L'opera di William Morris nel contesto del movimento artistico noto come Art Nouveau fu abbastanza importante, ma non troppo."

Silenzio Eterno.

I commissari si scambiarono occhiate stupefatte, il commissario di Storia dell'Arte iniziò a lisciarsi nervosamente i baffetti da sparviero.

Fu il Commissario di Filosofia, un austero signore di mezz'età vestito con eleganza ricercata e proveniente dal Liceo Classico Giulio Cesare di Roma, ad interrompere quel pesantissimo silenzio.

"Ma lei, Remfutti, cosa intende dirci con abbastanza, ma non troppo?"

Il candidato Remfutti senza esitazioni rispose: "Che l'opera di William Morris fu importante nel contesto di quel movimento che i posteri definirono Art Nouveau, ma non tale da potersi dire che William Morris fosse la testa di serie numero uno di quel movimento artistico e, più in generale, di tutta la Storia dell'arte del periodo storico qui considerato." 

Nuovo silenzio.

Poi il commissario di Filosofia compiaciuto, con un mezzo sorriso, si rivolse prima ai presenti in aula e disse. "Al vostro compagno Gorgia 'je fa na pippa!" Di seguito fisso Remfutti e chiarì il concetto con fare assai più serio: "Io credo che potrebbe essere stato lei in persona a suggerire al re dei Sofisti il contenuto dei frammenti Περὶ τοῦ μὴ ὄντος Sulla non-esistenza o Sul nulla." 

Infine si rivose alla Commissione tutta: "Se il collega di Storia dell'Arte non ha altre domande, per me la prova di Filosofia è terminata."

I commissari d'esame si scambiarono uno sguardo d'intesa mentre Remfutti li guardava con aria ebete; fu la Presidentessa ad emettere il verdetto: "Il candidato Remfutti può ritirarsi, la commissione all'unanimità ritiene che non abbia più altro da dimostrare."

Remfutti strinse la mano ai Commissari e li salutò con un sorriso degno del Presidente USA Jimmy Carter mentre salutava la convention dei propri elettori dopo la vittoria alle primarie.

Dieci giorni dopo apprese dagli elenchi esposti al di fuori della Scuola che aveva conseguito la maturità classica.

Il voto: nè abbastanza e nè troppo, e neppure il massimo.

Fu il minimo. 

Q.b., avrebbe detto Gultiero Marchesi.


  

 

  




martedì 6 gennaio 2026

DE INIUSTITIA: TRA IL 5 E IL 6!

Agli sventurati fancazzisti della sezione A della terza Liceo della celeberrima sede staccata del Liceo-Ginnasio "Marco Porcio Catone", che già avevano dovuto incassare la sostituzione dell'attempata e magnanima professoressa Potter con la Maggioli, giovane, severa e pasionaria della lingua di Socrate, le Parche avevano intessuto un destino ancora più avverso nell'idioma di Cicerone.

Infatti,  il loro docente di latino, il prof. Bacello, l'unico che fosse riuscito negl'anni precedenti a trovare il metodo per stimolare in modo efficace le menti recalcitranti dei suoi studenti e a portarli al minimo sindacale che ci si potesse aspettare da dei liceali, dopo un mese di lezioni se n'era andato verso lidi meno disagiati.

Alla maturità li avrebbe condotti il prof. Garofano, un anziano insegnante di italiano della scuola media prossimo alla pensione e che il Provveditorato aveva precettato per coprire la cattedra di latino nella sede staccata, dopo una serie di rifiuti da parte di altri docenti più esperti e titolati del buon Garofano. 

Sulle prime Giffoni, Brunelli, Remfutti, Barone e soci avevano accolto piuttosto bene le novità perché ai modi empatici ma severi che rendevano impegnative ma fruttuose le ore di latino con Bacello, le prime lezioni con Garofano furono uno sballo: il docente proprio mancava degli attributi necessari per tenere a bada quella falange di sfaticati buontemponi ed anzi sembrava fatto apposta per esaltarne ulteriormente "i talenti".

Si scambiavano e copiavano allegramente le versioni dai più volonterosi durante le prime verifiche, imbrattavano di gesso la cattedra che poi il docente, senza accorgersi di nulla, trasferiva sui suoi vestiti rientrando in aula insegnanti alle fine dell'ora completamente imbiancato e stravolto; oppure ancora chiudevano le imposte e le luci facendo cadere la classe nel buio del Tartaro dicendo all'arrivo del povero Garofano che era in corso un black-out elettrico, salvo poi accendere la luce dall'interruttore quando erano stanchi di rimanere tutti nell'oscurità, constatando l'ingenuità del docente che regolarmente cascava alle loro burle.

Ma se non loro, furono i genitori a preoccuparsi seriamente per la (im)preparazione che (non) stava maturando in vista dell'esame di maturità in quella materia che era attesa per la seconda prova scritta, senza possibilità di miracoli di sorta, com'era invece avvenuto con il greco a sorpresa escluso dalle materie d'esame dal Ministero. 

I più non persero tempo ed inviarono privatamente i pargoli a costose e continue ripetizioni pomeridiane con insegnanti esperti mentre altri, capitanati dal padre di Barone, rappresentante dei genitori per la sezione A, chiesero al Preside della sede centrale la rimozione "per inadeguatezza" del povero Garofano.

Il Preside inizialmente tergiversò, poi per non incorrere in qualche omissione e per placare in qualche modo gli animi, convocò un consiglio di classe straordinario alla presenza di genitori e studenti per verificare con il docente la situazione.

Fu una scena penosa, con Garofano che pareva un generale zarista, senza neppure difensore d'ufficio, al cospetto di un tribunale del popolo durante la rivoluzione d'ottobre, ma che alla fine non portò ad alcun risultato concreto: il Preside chiarì subito che la "rimozione" era manifestamente impossibile e la richiesta subordinata che alla commissione d'esame venisse sottoposta una relazione che discolpasse gli studenti della loro impreparazione, scaricandola su Garofano, venne bocciata dalla maggioranza degli stessi genitori. Quelli che avevano mandato i figli a costose ripetizioni non gradivano, infatti, quel tentativo di "colpo di spugna" che avrebbe messo sullo stesso piano tutti quanti.

Da lì in poi le versioni di latino che Garofano propose via via verso l'approssimarsi della maturità si fecero di una complessità crescente: sembrava avesse recuperato personalmente testi inediti direttamente da lapidi ed epigrafi portate per la prima volta alla luce dopo campagne di scavo tra le montagne delle antiche province romane dell'Asia Minore.

In una di queste prove, quando mancava una manciata di minuti alla consegna degli elaborati, Remfutti davanti al foglio bianco della propria verifica implorò Barone di passargli il testo della versione: "Ti prego, non so un cazzo, passami almeno qualche frase."

Barone, inizialmente recalcitrante a sostenere quel "grido di dolore" del compagno per timore di essere scoperto da un Garofano che si era fatto meno ingenuo rispetto ai primi mesi, alla fine decise di cedere alle ripetute suppliche di Remfutti, accorate come quelle di un alpino ferito durante la ritirata di Russia nei confronti dei compagni in fuga.

Remfutti,  con la velocità di un provetto stenografo della Camera dei Deputati ricopiò sic et simpliciter il testo della versione di Barone, consegnando insieme a lui gli elaborati allo scadere del tempo previsto, con l'espressione del cestista che con un tiro da metà campo infila il canestro della vittoria sul suono dell'ultima sirena.

Qualche giorno dopo Garofano procedette alla consegna delle versioni corrette con i relativi voti: Barone si era guadagnato un 5 mentre Remfutti gioì nel vedere un bel 6, iscritto a penna rossa alla fine della sua verifica, come Marco Tardelli dopo il gol nella finale di Madrid. 

Barone, invece incredulo come Ricky Albertosi trafitto da un'autorete di Comunardo Niccolai, volle confrontare la sua versione con quella di Remfutti; erano identiche, con gli stessi errori segnati in rosso, unica differenza il voto finale: insufficiente la sua, sufficiente quella di Remfutti.

Barone chiese immediatamente a Remfutti di andare con lui alla cattedra per contestare la palese iniquità a Garofano; la reazione del compagno fu risoluta, pari a quella di un partigiano catturato alla richiesta di delazione da parte del nemico: "Col Cazzo! Poi mette 5 anche a me!"

Barone divenne paonazzo, afferrò per il bavero Remfutti in una maniera che avrebbe fatto invidia all'Ispettore Tibbs nell'atto di iniziare l'interrogatorio ad un reticente bandito, e gl'intimò: "Tu senza di me avresti preso ZERO! Dico Zero! Adesso la smetti di fare lo stronzo e mi segui immediatamente da Garofano!"

Remfutti, letteralmente obtorto collo, acconsentì e seguì Barone alla cattedra dove questi, con il piglio di un maresciallo della Guardia di Finanza che ha appena scovato un giro di fatture false, sbatté i due fogli sotto il naso di Garofano: «I compiti sono identici, professore. Identici! Eppure a lui ha dato 6 e a me 5. Non è giusto!»

Garofano, che quel giorno portava un paio di occhiali con una lente tenuta vistosamente insieme da un giro di nastro adesivo ormai ingiallito, non si scompose. Sollevò lo sguardo, lo filtrò attraverso la plastica del nastro e, con una solennità da oracolo in pensione, rispose: "No, no, no Barone! Cos'è la Giustizia? Molti uomini illustri cercano oggi e hanno cercato in passato di darci una risposta, ma non sono mai riusciti a darcene una convincente; per cui, il tuo lavoro per me vale 5 mentre quello di Remfutti si merita il 6." 

Ancora più incredulo, facendo una fatica immonda per non passare alle vie di fatto, Barone chiamando in causa anche l'Altissimo, suo Figlio e la Madonna uscì dall'aula sbattendo la porta e nel corridoio trovò Cisterna, il professore di Italiano intento a fumare alla finestra.

«Barone! Che succede? Ti vedo agitato, sembra che tu abbia visto le Erinni.» «Professor Cisterna, Garofano ha commesso un’infamata! Mi ha messo 5 e a Remfutti 6 su due compiti uguali! È un'ingiustizia palese!»

Cisterna espirò una nuvola di fumo, guardandolo con la pietà che si riserva ai cuccioli troppo ingenui: «Barone, dai retta a me: non te la prendere, sei giovane, e nella vita i 5 vanno e vengono come le stagioni. Non cercare la Giustizia nei registri di classe, non la troverai. L'importante non è il voto, ma la salute.»

Fu la chiosa finale. Cisterna lo invitò a ricomporsi e a rientrare nell'arena, cosa che Barone fece, non prima di aver aggiornato l'elenco dei santi con qualche nuova e creativa aggiunta.







venerdì 2 gennaio 2026

LUDONAUTICHE AGAINST ALL ODDS

L'inizio dell'ultimo anno di Liceo al Marco Porcio Catone, divenuto nel frattempo non solo sede staccata del Ginnasio ma addirittura di tutto il quinquennio avendo acconsentito il Ministero all'introduzione anche dei 3 anni di Liceo, era stato funestato da una notizia tremenda per gli studenti della sezione A, chiamati alla fine di quell'anno a sostenere la temutissima maturità classica.

Non erano bastate ad infierire sull'umore quelle prime e piovose giornate di settembre che avevano reso ancor più traumatico il passaggio dal regno del fancazzismo più spensierato delle vacanze estive al dominio dell'Idra a sette teste costituito dal corpo docenti che avrebbe tormentato le loro giovani vite sino a giugno.

Non bastava neppure il pensiero della maturità da sostenere assieme ad una sezione della sede centrale, il vero e prestigioso Marco Porcio Catone, il "Classico" noto per essere la scuola superiore più selettiva della Lombardia, circostanza che li avrebbe esposti terribilmente ad un impietoso confronto con coetanei che non avevano subito, come loro, le imperizie di professori che sembravano essere stati reclutati con gli stessi criteri usati dai comandi nazisti per formare, con ogni soggetto abile dai 14 ai 70 anni la Volksturm nell'ultima, disperata, difesa di Berlino.

La vera notizia che aveva raggelato il sangue della sezione A era arrivata già il primo giorno di quel memorabile anno scolastico 1984/85: la professoressa di Greco era stata trasferita, a condurli verso la temutissima maturità ci sarebbe stata un'altra docente.

Era un vero e proprio dramma, perché la prof. Maria Antonietta Potter, la loro insegnante di greco sin dal Ginnasio era una simpatica vecchietta ormai prossima alla pensione di origini irlandesi con vista e udito "rivedibili" e che offrivano a tutti, oltre la garanzia all'uso galeotto di appunti e dizionari durante le versioni, anche la possibilità al paio di studenti degni di tale nome in tutta la classe, di distribuire urbi et orbi i loro elaborati ai meno compagni meno diligenti.

Il risultato che aveva preso forma era una classe che, a parte un paio di elementi dotati da madre natura e qualche altra mosca bianca che si immolava sui libri di testo, gran parte della classe era arrivata alla soglia della maturità classica senza i "classici" patemi che affliggono nello studio del greco antico tutti coloro che in età adolescenziale devono superare "gl'irti colli" dell'apprendimento della lingua di Platone e soci.

La notizia dell'arrivo di una nuova, giovanissima ed appassionata insegnante al posto della Potter, aveva provocato lo stesso sgomento provato dal Sergente Lorusso e dall'attendente Farina in "Mediterraneo", quando il tenente Montini traduce la scritta in greco, a caratteri cubitali, davanti alla spiaggia nel momento in cui Abatantuono e Cederna sbarcavano a Kastellorizo:

 Η Ελλάς θα γίνει ο τάφος των Ιταλών

I Ellàs tha gínei o táfos ton Italón - La Grecia sarà la tomba degl'Italiani.

Greco e Latino si alternavano per la prova scritta ed essendo l'anno precedente il Greco "uscito" come secondo scritto dopo il tema fisso d'Italiano, la lingua di Socrate era attesa nella rosa delle 4 che il candidato si sarebbe trovato all'orale, due delle quali una sarebbero state oggetto della prova davanti alla commissione, una scelta dal candidato stesso e l'altra indicata dalla commissione con scelta nota solo 24 ore prima. Una vera e propria roulette russa, perché nessuno l'avrebbe proposta come propria materia e quindi il risultato sarebbe stato che la commissione avrebbe scelto greco per almeno la metà dei maturandi.

La prima lezione di greco dell'anno era attesa nella sezione A con la stessa angoscia che possedevano Odisseo e compagni mentre nascosti nella grotta, attendevano di conoscere l'indole del ciclope al suo rientro nella sua spelonca.

La nuova e giovane insegnante spuntò dalla porta con passo sicuro e sorriso di circostanza, la prof. Enrichetta Maggioli, una ragazza sulla trentina che pareva la copia della maga Circe, esordì con un sinistro: "Buongiorno ragazzi! Sono molto felice di essere io ad accompagnarvi agli esami, siete la prima classe che porto alla maturità e perciò mi prodigherò in ogni modo affinché io e voi facciamo bella figura, se possibile meglio dei vostri coetanei della sede centrale!".

Seguì un silenzio simile a quello che avrebbe gelato una camerata di fanti lavativi del Regio Esercito all'annuncio dell'imminente partenza per il fronte russo.

Giffoni, il rappresentante di classe, s'incaricò di tentare una mossa simile alla presentazione di un certificato medico (falso) che esentasse quei fanti dal tragico destino; con voce da suadente paraculo argomentò: "Professoressa, a nome della classe le porgo il benvenuto e, sempre  rappresentando il pensiero dei miei compagni, credo che la professoressa Potter le abbia parlato molto bene di noi e del nostro profitto in tutti questi anni." La Maggioli annuì sorridendo e aggiunse: "Si, esatto, mi ha proprio detto che siete una classe largamente sufficiente, con punte di eccellenza." I volti degli studenti si fecero sempre più preoccupati, Giffoni gettò la maschera sperando di giocare il jolly vincente: "Bé, non è vero niente; sempre a nome della classe, le confido che in tutti questi anni abbiamo ingannato la prof. Potter, il nostro livello è decisamente scadente e quindi le chiediamo di ripartire ripassando le basi e di tenerne conto nelle valutazioni durante l'anno." Il viso della Maggioli fu quasi deformato da un ghigno, se la maga Circe fosse realmente esistita probabilmente avrebbe avuto le stesse fattezze nel momento in cui i compagni di Odisseo mutavano in porci. "Si sieda, non diciamo sciocchezze". La classe iniziò a rumoreggiare, come un'insieme di condannati a morte che tentano l'ultima disperata arringa per muovere a compassione la giuria e la Maggioli, obtorto collo, per placare gli animi fu costretta ad una concessione. "Va bene, tra una settimana vi farò un test d'ingresso per valutare come siete realmente messi, ma vi avverto: sarà con voto e il voto farà media per gli scrutini del primo quadrimestre." 

"Peggio il tacon del buso", disse Brunelli con aria di rimprovero a Giffoni, il quale nel frattempo cercava di dar valore al risultato della sua mediazione.

Molti, mossi da quel che rimaneva del loro amor proprio si diedero da fare per limitare i danni, altri aspettarono con rassegnazione il test, tra cui Remfutti, che passò tutti i pomeriggi prima della verifica a giocare a bigliardo ai "Birilli Bevuti", fu quello che assunse la posizione più radicale: "Non si può pensare di recuperare lacune ancestrali con qualche pomeriggio di studio scalmanato. Domani, mi affiderò alla fortuna, domani vedremo il mio culo!"

Arrivò l'indomani e con esso la temutissima valutazione di greco: un test di 30 domande a crocette con 4 possibili soluzioni su cui barrare la risposta esatta." 

Tutta la classe lavorava con grande impegno ed il silenzio era rotto solamente da alcuni rumori che provenivano dal banco di Remfutti, il quale, volgendo lo sguardo altrove faceva cadere a casaccio la penna su una delle possibili soluzioni come un pendolino magico.

Consegnò il test dopo dieci minuti, tra la sorpresa generale, soprattutto quello della Maggioli che gli chiese: "Remfutti?! Già finito? Era così facile?" 

"Professoressa, nella vita bisogna avere le idee chiare." Replicò Remfutti uscendo dall'aula con fare scanzonato.

La settimana seguente arrivò l'esito del test.

La professoressa Maggioli si sedette alla cattedra e con aria grave annunciò: "Vi chiamerò da me uno alla volta partendo da chi ha avuto il voto più alto. Iniziamo da Belletti: 6 e mezzo."

Silenzio simile alla banchisa polare.

La Maggioli proseguì. "Faraone: 6+... Pistarelli 6... Giffoni 6-... e poi iniziò una lunga sfilza di insufficienze sempre più gravi che pareva lunga come la teoria dei Santi Martiri che ornano le navate della basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna.

Quella discesa verso gli inferi infine si fermò con l'ultima chiamata: Vallone, 3 e mezzo.

"Ragazzi, c'è poco da dire, vi aspetta un supplemento di duro lavoro tra qui e giugno se volete essere ammessi alla maturità e poi essere in grado di superarla." Chiosò sinistramente la Maggioli terminata quella conta che aveva lasciato più morti che feriti.

Dall'ultimo banco la voce squillante di Remfutti squarciò la tetra atmosfera in cui era sprofondato l'umore della classe: "Professoressa! Si è dimenticata di me? Non mi ha chiamato...".

La Circe-Maggioli contorse il viso in una smorfia sarcastica che avrebbe fatto invidia alla maga mentre osservava Odisseo che le domandava che fine avevano fatto i compagni, in mezzo a dei porci che grugnivano.

Poi, con la glaciale, tragica freddezza di una Medea nel momento che matura la decisione di sterminare i suoi figli, soddisfò la richiesta del ragazzo, abile nei giochi di fortuna.

"No Remfutti, non mi sono dimenticato di te, solo che non so come valutare la tua prova: 2 risposte esatte su 30; applicando il criterio di valutazione sei tra lo zero e l'uno, se tu avessi fatto la verifica affidandoti al caso avresti avuto maggiori probabilità di ottenere qualche punto in più. Ho deciso di metterti il voto più basso raggiunto dai tuoi compagni: 3 e mezzo."

La classe esplose in una risata, decisamente sguaiata tra i compagni più stretti di Remfutti tra i quali, più di qualcuno che era solito perdere regolarmente a carte contro di lui a causa nella sua capacità quasi magica di calamitare le briscole e i settebello nei momenti giusti, esclamò compiaciuto: "Grande Zeus! Allora gli Dei esistono!"

Seguirono mesi di lacrime e sangue (e tante partite a briscola, biliardo e tre sette per Giffoni, Brunelli Tito e Cesare, Remfutti e Barone) nei quali le insufficienze continuarono a fioccare come la neve sui monti dell'Alaska e facevano presagire per la maturità un numero di caduti nella sezione A del Marco Porcio Catone, sede staccata, superiore in percentuale a quelli patiti della 101ma divisione aviotrasportata americana nell'inferno delle Ardenne nel dicembre 1944.

Ma la Dea Fortuna e Mercurio, divinità protettrice anche di ladri e impostori, avevano in serbo il colpo di teatro finale che non t'aspetti e tali da costringere anche le Moire a disfare e rifare il destino che avevano già tessuto per quegli sventurati incoscienti della sezione A.

Al ritorno in Italia dalla gita scolastica nel mese di aprile, una settimana in Grecia dove avevano oltraggiato tutte le divinità del Pantheon e invocato l'Oracolo a Delfi accompagnati naturalmente dalla Professoressa Maggioli, appresero che il Ministero aveva emanato la circolare con le materie oggetto della maturità.

Prove scritte: Italiano e Latino. (come da pronostico).

Prova orale: Italiano, Filosofia, Lingua Inglese e... Storia dell'Arte!!

Rilessero increduli più e più volte l'elenco dell'orale fino a che fu proprio la Maggioli a confermare: per la prima volta nella storia dell'esame alla maturità classica non era uscito il Greco!

Seguirono scene di giubilo simili a quelle viste nelle caserme del Regio Esercito all'annuncio di Badoglio l'8 settembre 1943, con i militi pronti ad abbandonare i reparti considerando l'armistizio come la fine delle ostilità. Il tutto sotto lo sguardo incredulo e stupefatto di Circe-Maggioli, davvero pari a quello che la maga deve aver assunto nel vedere che la sua pozione magica non aveva nessun effetto su Odisseo, rimasto umano e non tramutato in un porco come i compagni prima di lui.

Alla fine l'unico caduto fu Vallone che, nonostante il miracolo, aveva oziato molto più dei cartaginesi a Capua e non fu ammesso alla maturità; tutti gli altri conseguirono il diploma all'esame dimostrandosi dei grandissimi storici dell'arte (e del culo).









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