martedì 31 marzo 2026

NATITANIC

Se il fiume Isonzo/Soča nel tratto sloveno è diventato nel corso degli anni dopo l'indipendenza della vicina repubblica il paradiso per gli amanti del rafting o del canyoning, ancora non lo era nel luglio del 1991, quando le armi avevano smesso di sparare da poche settimane tra l'esercito federale jugoslavo e la milizia indipendentista slovena.

Meno ancora lo era (e né mai lo è diventato) il Natisone/Nadiža, tanto nel tratto sloveno che in quello italiano.

Eppure per Tauro e Giffoni questa circostanza anziché suggerire quanto meno prudenza, aveva finito per diventare potente combustibile per accendere la miccia per un'altra impresa sconclusionata, velleitaria ed inutilmente dannosa, se non addirittura pericolosa.

Giffoni in particolare, sembrava non aver imparato nulla qualche anno prima sulle Alpi Giulie quando si era fatto trascinare da Tauro in una scalata al Mangart che contravveniva ad ogni regola alpinistica, se non all'ordinario buonsenso che si potrebbe attendere da due giovanotti ormai in età da lavoro.

Ebbene, i due compari avevano deciso, con l'ardore di due novelli Savorgnan di Brazzà durante la navigazione sull'inesplorato fiume Congo, di voler scendere il Natisone con un canotto a remi dal valico di Stupizza sino a Cividale, in località Leicht.

L'idea era stata accarezzata da anni, ma si era sempre scontrata con la mancanza di mezzi fino a che, Tauro, trionfante, aveva reso partecipe Giffoni della clamorosa vincita della madre ad una pesca di beneficenza che si era tenuta durante una locale sagra paesana. Un canotto a remi.

Inutile dire che Giffoni acconsentì subito con entusiasmo a realizzare finalmente l'impresa della quale "vantarsi" nei secoli dei secoli con futuri figli e nipoti. (sic!): bisognava attendere solo un fine settimana in cui la portata del fiume fosse regolare, senza la possibilità di temporali o piogge improvvise.

Fu così che un sabato di metà luglio Tauro partì da casa in auto con a bordo il canotto e i remi, accompagnando il motorizzato Giffoni fino al Leicht, dove il compare lasciò il mezzo, che sarebbe stato raccolto più tardi, al massimo in serata secondo i piani dei due "esploratori" per riaccompagnarli infine a Stupizza, punto di partenza della più che probabile Odissea e dove invece Tauro avrebbe lasciato l'auto.  

Avevano proprio pensato a tutto.

Ed erano sicuri di tutto, tanto che si erano anche premurati di fare una sosta al bancomat per procurarsi la generosa provvista necessaria ad affrontare dal giorno seguente, una "meritata" vacanza di una settimana sulla riviera romagnola.

Somma che venne accuratamente riposta all'interno di un inevitabile zainetto Invicta, posizionato sul canotto in mezzo ai due vogatori.

La missione ebbe inizio più o meno secondo l'orario previsto (giusto una mezz'ora di ritardo causata dalla cronica incapacità di Tauro di rispettare qualsiasi time-table) ed il canotto (dalle dimensioni "piuttosto" ridotte, dove i due "esploratori" continuamente cozzavano tra di loro) fu varato nelle "fresche " acque del Natisone/Nadiža più o meno alle 15,30.

Tenuta dell'equipaggio: calzoncini corti, maglietta e K-way. Dispositivi di sicurezza tipo salvagenti (sappiamo nuotare) o caschetti (non sappiamo dove trovarli e poi non ci servono) rigorosamente mancanti.

I due intrepidi Natisonauti avrebbero dovuto capire subito che l'impresa di navigare quel tratto di circa 20 km prima del buio avrebbe richiesto una velocità ben maggiore di quella che la portata del fiume garantiva nel primo tratto.

Naturalmente questo non indusse alla rinuncia, ma anzi, spinse i due a moltiplicare gli sforzi per aumentare la velocità.

Dopo due ore di calvario, ben lontani dalla destinazione finale, furono accontentati dal Natisone, che in località Loch iniziò a farsi assai meno piatto e domabile dalle loro pagaie.

Per non dire minaccioso.

Nei pressi del campo sportivo di Pulfero, in un'ansa del fiume tutta rapide, la stanchezza e l'imperizia ebbero infine la meglio sui due "prodi" Natisonauti i quali fecero appena in tempo a scambiarsi reciprocamente un'eloquente occhiata mista d'impotenza e timore per quello che stava per accadere, che il debuttante canotto si rovesciò facendo inabissare Tauro e Giffoni in mezzo alle rapide. 

Pochi istanti di pura adrenalina tra i sassi e la corrente per poi riemergere e vedere ormai ad almeno 50 metri più avanti il canotto, i remi e lo zaino navigare in acque più sicure ma piuttosto velocemente verso valle.

Altra occhiata d'intesa e poi Tauro si immerse di nuovo nel fiume e con bracciate degne di uno Zagor-Te-Nay delle Nediške Doline si mise alla caccia di quel vero e proprio tesoro, la cui perdita avrebbe causato l'annullamento anche della vacanza romagnola dalla tappa obbligata al Bandiera Gialla. 

Fu invece Bandiera nera sulle sponde del Natisone, quando riuscito il miracoloso recupero i due, completamente inzuppati e con Giffoni sanguinante al ginocchio destro per una leggera escoriazione causata dalla caduta in mezzo alle rocce, presero atto del clamoroso fallimento dell'impresa che adesso richiedeva urgentemente soluzioni per recuperare i mezzi e rientrare a casa. 

La Dea Fortuna ancora una volta manifestò tutta la sua cecità, non facendo distinzione nell'elargire premi più o meno meritati agli audaci, ai coraggiosi o agli incoscienti, agli sconclusionati o ai velleitari.

A circa mezzo chilometro dal luogo "dell'inabissamento" c'era una locanda gestita dalla sorella di un loro vecchio compagno di classe delle superiori.

Dopo neanche 10 minuti a piedi i due compari, ancora bagnati come due pulcini, si presentarono, remi alla mano, all'ingresso di quell'osteria nelle Valli del Natisone che, sempre gli amanti di Zagor non avrebbero avuto difficoltà a battezzare come "La Taverna del Gufo", suscitando prima la sorpresa e poi una malcelata ilarità negli attempati avventori del luogo.

Spiegato l'accaduto alla sorella del vecchio amico, questa si mosse a pietà fornendo prima a Giffoni cerotti e disinfettante per medicare la ferita e poi caricò i due sopravvissuti in macchina e li condusse fino a Stupizza, dove ebbero modo di recuperare l'auto e dirigersi in seguito a valle, al Leicht, e riprendere la Vespa di Giffoni.

In tempo perfetto per bere un paio di birre raccontando l'accaduto alle ignare morose e a Remfutti (ed essere cojonati dal medesimo) e per preparare, a tarda sera, la valigia per la partenza verso le ferie a Riccione, prevista per le 7.00 del mattino seguente. 

In treno dalla stazione di Udine, non in canotto.

Su quello che poi accadde all'Acquafan e sulla pista per kart di Misano Adriatico è pietoso ancor oggi tacere.  

lunedì 30 marzo 2026

ETHAN HUNT AL RISTORI

Erano ancora solo delle matricole in prima superiore e il teatro sembrava poco più di una scusa per fare casino con dignità, ma Giffoni e Bugatti avevano già intuito che il palcoscenico poteva diventare il loro habitat naturale quando parteciparono alla messa in scena di una versione riveduta e corretta de "La Giara" di Luigi Pirandello.

Due anni dopo, Giffoni assieme a Remfutti, Gambero, Tauro, Brunelli e altri avevano deciso di far uscire dalle mura scolastiche la loro passione per il Teatro e avevano fondato, neppure maggiorenni una compagnia teatrale. 

Poteva rimanere un esperimento folle, voler mettere in scena da soli uno spettacolo, incoscienti ed inesperti, in segreto e senza la supervisione di un adulto che fosse uno, ma solo per il desiderio di sfida e sotto la guida dell'istinto e della passione. 

L'esperimento non solo era riuscito, ma si erano create le premesse per dare seguito a lungo alla follia di voler creare e autogestire nel tempo una compagnia teatrale e così Bugatti venne immediatamente coinvolto a partire dalla seconda stagione, per diventare nel tempo una delle colonne portanti del sodalizio che dal 1983 al 2022, tra alterne fortune, incassi e spese, nuovi arrivi e dolorosi abbandoni, incomprensioni, arrabbiature, lacrime, risate e abbracci,  mise in scena una ventina di diverse produzioni superando il centinaio di rappresentazioni, coinvolgendo a vario titolo negl'anni  una cinquantina di persone.

Gran parte nel territorio di riferimento, ma anche con repliche a Roma, Torino, Milano, Bologna e Firenze e qualche sparuta puntata all'estero in località quali Wolfberg (A), Vgrsko e Izola (SLO) e Olomouc (CZ).

Negli anni '90 la compagnia si era completamente rinnovata ed erano rimasti solo Giffoni e Bugatti a rappresentare, con ruoli comprimari, la "vecchia guardia" e neppure contemporaneamente: prima era rimasto solo Giffoni, poi per due produzioni solo Bugatti.

La "Nouvelle vague", come giusto che sia e come sempre accade, aveva voluto marcare una differenza netta con le scelte e i modelli di chi le aveva preceduti, virando decisamente su di una conduzione molto più rispettosa dei canoni del teatro professionale e dei testi originali, bandendo l'improvvisazione o la "trovata" che arrivava dalla vita di ogni giorno.

Cosa che invece era stato il fondamento del modus operandi di "quelli della prima ora".

Per la stagione artistica dell'anno 2000 il numero dei componenti la compagnia era cresciuto decisamente e le scelte registiche non potevano garantire una produzione che tenesse impegnati tutti in maniera adeguata.

Fu così che Giffoni, rientrato nel gruppo dopo 4 anni di assenza, e Bugatti, rientrato invece già da due anni, proposero di allestire loro una seconda produzione che potesse così "far lavorare tutti".

La proposta venne accolta e così, sotto traccia, i due radunarono gli esclusi del progetto principale e iniziarono a lavorare intorno ad una vecchia idea di Giffoni: l'atto unico "Non tutti i ladri vengono per nuocere" di Dario Fo.

La miscela fu straordinaria, perchè i due, oltre a tornare sul palco insieme dopo 10 anni, si sentirono investiti anche dal desiderio di rilanciare "alla grande" quel loro modo di andare in scena molto più simile alla commedia dell'arte che al teatro "impegnato" e che tanto li aveva affascinati e fatto divertire negli anni '80.

Per vincere la sfida non era dunque sufficiente mettere in scena il celebre atto unico di Fo, che già di per sè possedeva tutti i meccanismi per esaltare le caratteristiche dei due, ma bisognava in qualche modo "stravolgerlo" per amplificarne ancora di più l'effetto irresistibile.

E così fu.

In particolare due furono "le trovate" che resero quella produzione alla fine davvero memorabile che portarono la messa in scena a chiudere il suo ciclo, esattamente un anno dopo il debutto e 20 repliche in regione, a Milano e a Torino nel novembre 2001.

La prima è da intestarsi a Bugatti, che propose di recitare in friulano la sua parte di protagonista e quella della moglie, traducendo poi il testo che lo mise nelle condizioni di dare il meglio di sè, che in "lingua madre" è, senza timore di smentite, un numero uno assoluto.

La seconda invece va ascritta alla follia di Giffoni, che in veste di regista, volle inserire una parodia di Mission Impossible all'interno dello spettacolo. O meglio: farlo iniziare con una parodia di Mission Impossible.

Il testo originale prevedeva all'aprirsi del sipario sulla scena il fascio di luce di una torcia proveniente dalle quinte che scandagliava gli angoli di un salotto avvolto dalla penombra, anticipando l'ingresso furtivo del ladro che, una volta all'interno, spegneva la torcia ed accendeva la luce sul palco dando il via all'azione.

Bene, Giffoni invece pensò che, una volta aperto il sipario, con la scena al buio "partisse" il celeberrimo tema di Mission Impossible con il suono dell'accensione del fiammifero e le note a seguire, mentre il fascio sarebbe giunto dai cieli del Teatro e poi, sempre dall'alto, sarebbe sceso, in maniera scomposta, il ladro Ethan Hunt-Bugatti agganciato ad una fune.

L'effetto fu devastante, accompagnato prima dall'incredulità della sala e poi, una volta intuito l'arcano, da fragorose risate e applausi già al minuto zero. (Nooo... l'hanno fatto davvero.)

Nota finale: per rendere possibile il tutto vennero convocati tre operatori della Protezione Civile locale per assicurare per bene alla fune Bugatti e poi, grazie ad una carrucola, issarlo a braccia fino ai cieli del teatro prima di guidarne, sempre a 6 braccia, la discesa in scena. 





   

giovedì 26 marzo 2026

PIAZZA NAVONA GRAND PRIX

Estate 1989: la carta geografica dell'Europa era sempre quella uscita dai trattati di pace post seconda guerra mondiale ed il mondo era ancora saldamente diviso tra Buoni e Cattivi (o Cattivi e Buoni in base a che parte della barricata ti trovavi) secondo un ordine che ai loro occhi sembrava immutabile.

Eppure, quel mondo stabile era percorso, neanche troppo sottotraccia, da tutta una serie di movimenti tellurici nella parte ad Oriente della cortina di ferro e che di lì a poco, avrebbero assunto l'energia di un terremoto di massima magnitudo facendo crollare ad uno ad uno come castelli di carte tutti i regimi guidati dai satrapi del Patto di Varsavia, trasformando per sempre la vita e le prospettive di milioni di persone.

In una maniera assolutamente inimmaginabile in quell'agosto 1989 per i nostri allegri buontemponi, che erano alle prese con i cimenti della vita post esame di maturità e servizio militare, chi tra i banchi dell'università o alle prese con le prime esperienze nel mondo del lavoro.

In ogni caso completamente ignari dello tsunami in arrivo.

Pur cercando di darsi un "tono" più adulto, responsabile ed adeguato alle nuove e più impegnative  sfide che la vita proponeva loro in questa nuova fase, scrollarsi di dosso l'imprinting ricevuto tra le sale de "Ai Birilli Bevuti" e le aule del "Marco Porcio Catone", non era operazione proprio banale.

Infatti, non paghi di aver riservato una "domenica bestiale" alle proprie fidanzate tra le vette delle Alpi Giulie, il sabato successivo le avrebbero sottoposte a ben tre giorni di "visita guidata" (improvvisata) a Roma. 

Nella "tranquilla" gita montana Tauro, addobbato come un novello Messner in partenza per il K2, aveva indotto con l'inganno l'impavido ma principiante Giffoni a scalare in cordata  (con jeans tagliati al ginocchio, scarpe da jogging e Kway Adidas) il Mangart (due ore di esposizione in parete, riconosciuta dagli scalatori esperti come una delle più difficili delle Giulie) mentre il più accorto Remfutti e le tre ragazze raggiungevano la cima per mezzo del più sicuro e ben tracciato sentiero.    

Non sufficientemente soddisfatto per il rischio a cui aveva sottoposto l'ingenuo (e incoscente) compare, decise di sottopporre l'intera comitiva ad una nuova - e insensata, quanto pericolosa - prova di forza, imponendo una via del ritorno a suo dire più rapida (e perchè non mai è bello rifare la stessa strada) seguendo un diverso percorso che aveva trovato sfogliando una guida del CAI che custodiva gelosamente tra le mani.

La guida, che pareva composta da antichi ed incartapecoriti papiri egizi quanto era ingiallita e malmessa e chea posteriori  si scoprì essere stata stampata prima del secondo conflitto mondiale, non poteva tener conto che quel vecchio percorso, che oggi iniziava come un'autostrada, in breve conduceva in uno scosceso canalone, per scomparire a tratti in pericolosi ghiaioni.

Tauro se la cavò solo con una serie di insulti rabbiosi da parte della propria fidanzata, perchè quando ormai il sole era tramontato e le tenebre si allungavano ai piedi del Mangart, il resto della comitiva era infine talmente felice  di essere giunta, dopo la perigliosa ed inutile discesa attraverso il canalone, sana e salva al piazzale dove avevano lasciato le auto nei pressi dei paradisiaci laghetti di Fusine.

Cosa mai sarebbe potuto accadere di peggio nella capitale dopo quella "spedizione" alpina?

Probabilmente nulla, nonostante l'organizzazione fosse stata condotta all'insegna de "Treno e albergo sono prenotati, per il resto troveremo il modo di arrangiarci".

Però...

Che qualcosa di memorabile fosse in vista lo si capì subito quando Tauro, in ritardo come al suo solito alla stazione di Cividale dove Giffoni, Remfutti e le tre morose lo attendevano più impazienti che preoccupati, si presentò con un sorriso da petroliere texano imbracciando oltre allo zainetto d'ordinanza, una telecamera.

Ora, nel 2026, con smartphone disponibili anche ai bambini dell'asilo e che nel palmo possiedono le facoltà di cineproduzione e registrazione audio video che avrebbero fatto la gioia di un qualsiasi 007 all'epoca di Goldfinger, la cosa potrebbe sembrare irrilevante.

Ma nel 1989 uno strumento delle dimensioni di uno zaino da portare in spalla per fare delle riprese registrabili su cassette VHS poi visibili in casa grazie agli altrettanto ingombranti e appositi lettori, era qualcosa di assolutamente  "amazing" nell'era pre caduta muro di Berlino (e anche un po' dopo).

Qualcosa che usavano solamente i tecnici della Rai o delle TV private e soprattutto dal costo unitario che avrebbe indotto la classica famiglia media di operai-impiegati tanto cara all'ISTAT per acquistarla a sottoscrivere qualche kilo di cambiali di fantozziana memoria (da onerare poi con anni di sanguinosi risparmi).

Sorvoliamo sulla reazione (stupefatta) di Giffoni e Remfutti e (incazzata) della fidanzata alla notizia del numero delle rate e sulle giustificazioni di Tauro, perchè quell'acquisto permise di registrare e lasciare ai posteri nei secoli dei secoli la prima ed unica gara di velocità ciclistica che si tenne in Piazza Navona.

Fu sempre la fidanzata di Tauro che s'incaricò di riprendere, tra la curiosità dei tanti turisti che gremivano la piazza che sorge sull'antico stadio di Domiziano, la sfida che Giffoni lanciò ai suoi due compagni di merende: con le biciclette noleggiate dovevano lanciarsi insieme a tutta velocità percorrendo i bordi della piazza ed il vincitore sarebbe stato chi avrebbe tagliato per primo, dopo tre giri, il traguardo posto all'imbocco della laterale che conduce a palazzo Madama, dove si erano posizionate con la videocamera le fidanzate.

Per Giffoni la sfida finì all'inizio del terzo giro, quando oramai staccato irrimediabilmente dai due fuggitivi, venne raggiunto da due poliziotti a cavallo che, senza molta gentilezza, prima gli bloccarono la strada e poi gl'intimarono di interrompere quella buffonata. (Ahò! Che stai a fà!? E che è? 'Na pista de cicli?? Scenni e falla finita!).

Per la cronaca, beneficiando dell'intervento dei tutori della legge impegnati più indietro a fermare il concorrente più lento e meno pericoloso, la gara fu vinta in volata da Tauro, probabilmente baciato  dall'indossare una Lacoste rosa, rispetto a quella color ciclamino portata da Remfutti.

L'orange invece non aveva trasformato Giffoni in un novello Jaan Raas, l'olandese specialista nelle classiche in linea,  ma solo in un degno aspirante alla maglia nera.

  







 

mercoledì 25 marzo 2026

FUORI CORSO: VILLACH ANDATA E RITORNO

Scampato per miracolo un verbale dei carabinieri lungo come la muraglia cinese ed il probabile annullamento di una licenza di convalescenza, per Civetta e soci l'occasione per rimettere in pista la famigerata Fiat 1100 targata UD 14XXX, meglio nota come "La Macchina Nera", si presentò verso la fine di quella mirabolante estate 1987.

Precisamente il 6 settembre, la domenica in cui su di un circuito stradale di 12 km (da percorrere 23 volte per totali (276 km) e disegnato nei dintorni del Woerther See con arrivo a Villach, si sarebbe assegnato il titolo mondiale di ciclismo su strada.

Il sabato sera che precedeva l'evento si era tenuto al ritrovo de "Ai Birilli Bevuti" un interminabile e serrato briefing, intervallato solo da diversi giri di birra, in cui uno dei due fratelli Brunelli aveva alla fine convinto, spalleggiato da Giffoni e Vallerani il recalcitrante Civetta a mettere a disposizione, ora che era aveva tolto il gesso al polpaccio, la Macchina Nera e raggiungere nella mattinata di domani la ridente località oltre Tarvisio.

"Un mondiale dietro casa... e quando ci ricapita??" 

Già, l'occasione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: si trattava di spingere verso il trionfo iridato una squadra azzurra che schierava Moreno Argentin come capitano, Guido Bontempi come vice, gli eterni rivali Beppe Saronni e Francesco Moser, i futuri iridati Maurizio Fondriest e Gianni Bugno, Bruno Leali, Emanuele Bombini, Massimo Ghirotto, Luciano Loro e Roberto Pagnin. Oppure per lanciare urlacci ai principali rivali degli azzurri come gli olandesi, tra cui il 40enne Zoetemelk,  Van Der Poel, il cacciatore di tappe e uomo da classiche Teun van Vliet e lo scalatore Steven Rooks. Pericolossissimi poi erano stimati gli irlandesi Sean Kelly e Stephen Roche; in particolare quest'ultimo che nel corso dell'anno aveva già vinto Giro e Tour. Per non dire poi degli spagnolo Marino Lejarreta e Juan Fernandez, del belga Claude Criquielion iridato a Barcellona 1984, o del canadese Steve Bauer e del danese Rolf Sørensen.  

Ma soprattutto per fare casino oltralpe in mezzo a diverse migliaia di appassionati che erano attesi da ogni parte del mondo.

E alla fine, nonostante tutte le circostanze avverse messe sul tavolo, tra cui quella di non avere i biglietti di accesso al circuito (Non preoccuparti, li troviamo sul posto), le pessime previsioni del tempo (quelle sbagliano 9 volte su 10), nonchè del divieto di espatrio senza autorizzazione di Civetta ancora alle prese con il servizio militare (Non ti controlla nessuno), l'appuntamento venne fissato per le ore 7,00 del mattino seguente davanti "Ai Birilli Bevuti", in modo di trovarsi per le 9,00 nei pressi del circuito, giusto in tempo per assistere alla partenza.

L'indomani, puntualissima, la comitiva si mise in moto per il viaggio verso il Mondiale carinziano delle Due Ruote, con la pioggia che non lasciò in pace la vettura sino all'arrivo nei pressi di Villach e nel cui tragitto la Macchina Nera non perse occasione per far rilasciare agli occupanti un bel po' di adrenalina ad ogni sorpasso, state la risibile velocità con cui gli stanchi tergicristalli cercavano di fendere i flutti d'acqua che copiosi cascavano sul parabrezza.

La tabella di marcia subì dei rallentamenti , sia per le difficoltà del mezzo a pieno carico di raggiungere un'adeguata velocità di crociera e sia per la prevedile (ma non prevista) difficoltà di trovare parcheggio nei pressi degli ingressi.

Ma il "dramma" si compì quando alla biglietteria i soggetti preposti al rilascio dei tagliandi non accettavano divise diverse dagli scellini locali, oppure dai marchi tedeschi o dai dollari americani.

Eravamo nel 1987 e l'italica liretta era considerata parente stretta di quella turca o albanese. 

Civetta, Vallerani e i fratelli Giffoni si guardarono sconsolati, risalirono in macchina alla ricerca di qualche cambio valuta mentre Brunelli, l'unico che aveva con sè scellini austriaci, con un ghigno si mise di nuovo in coda alla biglietteria.

"Se non ci mettete troppo vi aspetto dopo aver comprato il biglietto, altrimenti ci troviamo all'interno."

Civetta e gli altri, girarono come dei forsennati cercando di districarsi in auto, sotto la pioggia, tra deviazioni e strade interdette alla circolazione, per arrivare alla drammatica verità: era domenica, banche e cambio valute erano rigorasamente chiuse e nessun esercizio pubblico o benzinaio si prestò a cambiare le loro lire, neppure dietro la promessa di un cambio che avrebbe persino imbarazzato uno strozzino.

Così, mestamente, i quattro tornarono verso la biglietteria dove avevano lasciato Brunelli, preoccupati di come avrebbero fatto a ritrovarlo, considerando che "quello ci ha fottuti ancora una volta e sarà l'unico a vedere il mondiale dentro il circuito, magari anche al riparo dalla pioggia sotto qualche tettoia".

Invece, tra la sorpresa generale Brunelli era si, sotto una tettoia, ma fuori dal circuito, praticamente dove l'avevano lasciato, baldanzoso con i suoi scellini, prima di partire per l'inutile ricerca di un cambiovalute.

"Che ci fai ancora lì?" - chiese subito Giffoni. 

"Non ci crederete, ma gli scellini erano scaduti, fuori corso legale." fu l'incredibile risposta di Brunelli.

"Ma come?" incalzò Civetta.

"Eh, li avevo rubati alla collezione di banconote di mio fratello, non immaginva non valessero più, li aveva presi qualche anno fa tornando da Vienna."

E così, agli improvvidi avventurati, non restò che risalire nella Macchina Nera ed affrontare un lungo e periglioso viaggio di ritorno ancora sotto la pioggia che terminò solo una volta che il mezzo venne parcheggiato, nel primo pomeriggio, davanti "AI Birilli Bevuti".

Giusto in tempo per sedersi davanti alla TV e guardare Stephen Roche, in maglia verde, tagliare il traguardo di Villach a braccia alzate e vestirsi poi con la maglia iridata, davanti al nostro Moreno Argentin e allo spagnolo Juan Fernandez.   







  







giovedì 12 marzo 2026

OPERAZIONE A CUORE APERTO

 

Maggio è da sempre il mese delle rose e un tempo era anche quello più gettonato per i matrimoni ed i seguenti festeggiamenti. Oggi i mores sono diventati meno rigorosi e più liberi, anche in considerazione del calo delle cerimonie religiose, ma ancora negli anni '70 le nozze imponevano agli invitati un'etichetta che non lasciava spazio a variazioni sul tema, figuriamoci look eccentrici o bizzarri.

Abiti rigorosamente scuri e camicie bianche per gli uomini, con sobrie cravatte e preferibilmente tailleur per le signore, in ogni caso gonne sotto il ginocchio come comandamento biblico.

E bambini e bambine? possibilmente addobbati come adulti in miniatura.

Non mi riferisco ai matrimoni dei rampolli delle classi più agiate, dove qualche bizzarria era ammessa, ma particolarmente al ceto medio-basso, dove tutti ci tenevano per l'occasione "a fare bella figura", il chè voleva dire un rispetto assoluto dell'etichetta e l'acquisto di abiti nuovi di zecca da esibire in chiesa e al successivo ricevimento.

A costo di "sanguinose" rinunce per il resto dell'anno, o magari oltre.

Così, in stretto ossequio agli usi, nel maggio 1979 la famiglia di Giffoni si era dovuta rifare il guardaroba per partecipare alle nozze del fratello del Pater familias.

In particolare Giffoni, a cui era stata imposta la scelta di un abito blu scuro d'ordinanza, riuscì per sfinimento a convincere sua madre ad acquistargli invece della solita protocollare giacca blu, un elegante, e sempre blu, golfino di una griffe che al tempo spopolava tra i teen-ager: "Fruit of the Loom", dietro giuramento sull'evangelario di San Marco di non indossarlo assolutamente prima della cerimonia prevista per la domenica seguente.

Venne il pomeriggio della vigilia e come ogni sabato Remfutti passò subito dopo il pranzo a casa di Giffoni per prelevarlo ed andare a giocare a pallone nel cortile della scuola elementare insieme al resto degli amigos.

Giffoni non stava nella pelle per esibire davanti al resto del mondo, come un pavone mentre fa la ruota, l'elegante e griffato golfino e così, con l'abilità di un Arsenio Lupin si allontanò da casa in incognito con il golfino sottobraccio, infrangendo clamorosamente il "patto di sangue" fatto con la madre all'insaputa del Pater familias sette giorni prima.

Dopo aver sufficientemente ostentato il capo con gli amici, i quali erano arrivati invece con un outfit più che adeguato alla circostanza, se lo tolse e lo ripose in un luogo sicuro, a prova di qualsiasi incidente e annullando il rischio di imbrattarlo di sudore.

Tutto sotto controllo. 

La partita iniziò puntuale e si stava svolgendo con il consueto furore agonistico in quel cortile di ghiaia in cui le porte erano delimitate da due alberi da un lato e dai paletti della ringhiera di cinta dall'altro, oltre che dai muri dell'edificio scolastico.

"Vapori passa!" - urlò insistentemente Romano che in attacco si trovava privo di marcature quando Vapori in difesa raccolse il pallone dall'altro lato del campo.

Vapori alzò la testa, vide Romano e con tutta la forza che aveva calciò il pallone per lanciarlo in alto a superare il centrocampo e servire Romano davanti al portiere.

Purtroppo nel maggio 1979 Andrea Pirlo ancora non aveva predicato il modo con cui servire un compagno con un lancio da distanza importante e Vapori non era neanche parente di Giancarlo Antognoni e neppure un emulo di Franco Causio.

Il pallone calciato con forza si alzò sì in aria, ma la traiettoria fu completamente sbilenca e invece di raggiungere Romano andò a centrare perfettamente una delle ampie vetrate della scuola con precisione che avrebbe fatto invidia ad un sistema di droni radiocomandati di terza generazione.

Boato di vetri infranti che pareva il crollo di un grattacielo di Dubai e pallone che spariva all'interno dell'edificio scolastico, inghiottito come Pinocchio nel ventre della Balena.

In tempo zero il cortile della scuola fu abbandonato dai "giocatori", in un fuggi fuggi generale simile a quello che si sarebbe prodotto all'arrivo nelle vie di Manhattan di un King Kong ferito e appena sceso dall'Empire State Building.

Giffoni raccolse il prezioso golfino, scavalcò la rete senza indossarlo per accelerare i tempi della fuga e per non impregnarlo di sudore, saltò al volo, in piedi sul portapacchi posteriore della Graziella con Remfutti ai pedali a spingere la bicicletta più velocemente e lontano possibile.

Una volta al sicuro, a debita distanza di sicurezza dal luogo del "delitto", Remfutti smise di pedalare e i due scesero dalla bicicletta, felici per lo scampato pericolo.

Ma gli Dei non perdonano mai la hybris e mandano tremende ed adeguate punizioni agli spergiuri vanitosi.

Qualcosa era andato storto: fu Remfutti, senza fiatare, ad indicare a Giffoni il carter posteriore della Graziella dove si era inopinatamente aggrovigliata una manica dell'elegante golfino.

Come sanitari che cercano di liberare l'arto di un ferito sotto le macerie, i due riuscirono, non senza fatica, ad estrarre ciò che rimaneva della manica sinistra del prezioso capo: un brandello maciullato e per di più lordo all'estremità dell'olio della catena.

Giffoni sentì il terreno aprirsi sotto ai suoi piedi, se fosse servito a qualcosa avrebbe pianto tutte le sue lacrime. Rincasare portando con sè quel mutilato sarebbe stato peggio che per un gerarca fascista consegnarsi alle avanguardie del IX Corpus dell'esercito di liberazione jugoslavo.

Remfutti, che a stento cercava di nascondere tutta la volontà di esplodere in una risata, cercava di mostrare empatia al condannato a morte e infine si mosse a pietà, buttando lì il coplo di genio.

"Trasformiamolo in un gilet! Così puoi usarlo ancora ed è meglio che presentarti a casa con quel cadavere."

"Si, ma come?" rispose Giffoni senza riporre speranza. 

"Lo so fare io, vado a prendere forbici, ago e filo a casa e poi operiamo!"

"Si, ma dove? non possiamo mica andare in casa a fare il miracolo?" replicò Giffoni ancora privo di fede nel miracolo.

"Andiamo nel cantiere qua vicino, oggi è sabato e gli operai non ci sono" concluse Remfutti sempre più misteriosamente attratto dal compiere quella missione salvifica.

Detto fatto.

Nel giro di mezz'ora i due avevano approntato, nel sotterraneo della casa in costruzione, il tavolo operatorio: due bidoni che sorreggevano un asse in legno utilizzata dai muratori come pavimento dell'impalcatura.

Remfutti, novello Barnard, amputò la manica maciullata e poi quella ancora sana, suturando, con ago e filo ed inattesa maestria, la ferita sotto lo sguardo prima disperato e poi sempre più fiducioso di Giffoni.

Dopo un'ora l'intervento chirurgico fu terminato e Giffoni potè indossare il gilet "Fruit of the Loom" made in Remfutti, presentandosi sorridendo a casa e annunciando alla madre che sbigottita osservava quell'opera sartoriale: "Ho pensato che in Maggio fosse meglio avere un gilet senza maniche per il matrimonio".

Poi si affacciò sull'uscio il padre di Giffoni e nel giro di qualche secondo Giffoni si trovò dentro il set di un film di Bud Spencer. E lui non era Terence Hill.

Il giorno dopo, al matrimonio ci fu un solo invitato in camicia bianca, senza giacca.

E' pietoso tacerne il nome.

Per inciso: Giffoni indossò con soddisfazione e per molti anni ancora, quell'unico capo sartoriale griffato Remfutti.


     

 


 

 

mercoledì 11 marzo 2026

MAMMA, GAGLIANO, L’ INVERNO 1944/45 E LA PRIMAVERA 1945

Una sera arrivarono in casa i partigiani e presero tutto il mangiare che era nella credenza: uova, farina, polenta, salame , patate e ceci. Un’altra sera arrivarono i titini mentre noi sorelle eravamo a dormire in 3 nello stesso letto infreddolite: sentivamo una gran confusione e poi arrivarono in camera e ci tolsero l’unica coperta che ci copriva, poi trovarono gli scarponi del papà e ce li portarono via assieme alla coperta e altre cose. Siamo rimaste immobili per la paura. I soldati tedeschi arrivavano spesso invece di giorno, si sentiva forte il rumore degli zoccoli dei loro cavalli, venivano a cercare gli uomini per portarli via e mio padre ogni volta andava a nascondersi. Andavano nella stalla e portavano via il fieno per i loro cavalli e tutto quello che poteva servirgli. Un giorno un soldato tedesco entrò in cucina: aveva l’elmetto e una faccia da cattivo che mi è rimasta impressa per tutta la vita. Allungò il fucile e con la baionetta prese l’unico salame appeso in cucina. Non avevamo niente da mangiare e non avevano nessuna pietà, mentre i miei cugini erano nascosti. Avevano costruito delle buche profonde nell’orto e la notte andavano a dormire sottoterra per non farsi trovare. 

La liberazione arrivò a maggio quando arrivarono gli alleati, e allora finalmente fu festa perché i tedeschi nella ritirata uccisero diverse persone a Gagliano.

Gli americani si insediarono in una collina dei Ronchi e per andare a Cividale passavano per Gagliano; io ricordo persone molto allegre che correvano con le loro belle jeep e ci buttavano cose da mangiare mai viste: arance, banane, zucchero, nocciole, caramelle, gomme da masticare e anche sapone. 

Finalmente si sentiva la libertà e fu festa, si ricominciava a vivere, i giovani ballavano anche in strada e si riprese tutti a cantare. 


venerdì 20 febbraio 2026

IMPERO IN POMPA MAGNA

Ci sono compleanni e compleanni e chi dice che non è vero, mente. Da sempre il raggiungimento di certe cifre ha un impatto significativo sulla nostra psiche da che sono stati inventati i numeri e le cifre tonde rivestono un fascino particolare, che impongono di fermarsi un attimo e fare delle considerazioni sulla fase della vita in cui ci troviamo.

Non che sia necessario od opportuno aspettare questi numeri magici per fare bilanci e/o progetti, intendiamoci; però la cifra simbolica ha il potere di farcelo fare anche se non ne abbiamo voglia.

In più ce n'è un'altra, non tonda, che non causa nessuna riflessione sul momento della vita ma comporta il raggiungimento di importanti e drastici effetti giuridici e induce, chi la compie, a indire festeggiamenti fuori dall'ordinario: la cd. maggiore età, che con Legge n. 39 dell' 8 marzo 1975 a firma dei Presidenti della Repubblica e del Consiglio Giovani Leone e Aldo Moro, in Italia scese dai 21 ai 18 anni.

E naturalmente anche Giffoni, Remfutti, Romano, Battaglia e soci non vollero, ciascuno a modo loro, festeggiare lo "storico" evento nei primi anni '80 del novecento.

Ora che ci accingiamo, vegliardi, a nuovi festeggiamenti in ragione delle cifre tonde inquietanti che si materializzano sul calendario, emergono anche i ricordi relativi a precedenti "baldorie", tra cui un segno  importante nella memoria ha indubbiamente lasciato, appunto, il compimento della maggiore età.

Quattro erano gli effetti più tangibili ed immediati dell'evento che faceva acquisire la piena capacità d'agire ai sensi di legge, di cui due attesi spasmodicamente, uno guardato con disinteresse e l'altro invece temuto come la morte.

In ordine inverso: l'idoneità alla chiamata al servizio militare di leva, l'esercizio del diritto di voto, la possibilità di firmare di persona le giustificazioni dei ritardi e delle assenze (rectius: marine) a scuola ma, soprattutto, il via libera per l'ingresso alle proiezioni V.M. 18.

Se la prima (sgradita) conquista spettava ex lege solo ai maschietti, l'ultima era per le femmine oggetto di totale disinteresse ancor più di quello che nutrivano alla pari i due sessi per l'esercizio del diritto di voto.

Fatta questa doverosa premessa introduttiva, non ci stupiremmo nel sapere che nell'anno domini 1984 in pizzeria, Giffoni e soci avevano iniziato i festeggiamenti per il diciottesimo di Remfutti "disquisendo" di calcio, litigando sull'ennesimo scudetto vinto dalla Juventus di Le Roi Platini ed il deludente finale di stagione dell'Udinese di Zico - tanto è rotto e ve lo vendono, ripeteva a più riprese con il solito sarcasmo Brunelli, juventino marcio - e di quante marine scolastiche si erano già autogiustificati i già diciottenni.

Quel simposio poi aveva toccato di striscio l'argomento "per chi vai a votare", argomento liquidato in fretta tra tanti "non so", qualche "non vado, non mi frega un cazzo, è tutto un magna magna" con l'unico outing da parte di Brunelli, il quale disse apertamente che non aveva dubbi.

Avrebbe votato per la DC, così motivando a chi ne aveva chiesto conto, stupito per tanta decisione che strideva tra tanto disinteresse: "Perchè io sono juventino, e la DC è la Juventus dei partiti, vince sempre le elezioni".

Qualche nube si era addensata in merito al servizio militare, perchè chi aveva abbandonato gli studi era già angosciato dall'imminente chiamata, mentre la maggioranza si affidava al completamento degli studi per rinviare di qualche anno l'infausta partenza; c'era poi chi confidava nell'Università per mettere in soffitta, magari sine die, il momento cui dover affrontare sergenti istruttori "massicci ed incazzati".

Inutile dire invece che l'evento clou sarebbe stato il dopo cena, quando avremmo "accompagnato" Remfutti al Cinema Impero, per l'esercizio di quel diritto tanto agognato dai neomaggioenni maschi.

Sono certo che chi ha avuto la ventura di nascere e crescere nell'era Internet potrebbe trovare questo racconto da qui in avanti esagerato ed inquinato da un sapore epico del tutto fuori luogo; gli chiedo clemenza, con l'invito a chiudere gli occhi ed immaginare per un attimo un mondo senza smartphone, senza internet, youporn etc. etc. e con una morale cattolica imperante, ben più del cinema Impero.

S'immagini un mondo in cui per "la scoperta" del sesso, tema cui la malaugurata pronuncia poteva richiedere per un adolescente (ma non solo) la condanna al risciacquo con l'acqua santa, bisognava affidarsi a giornaletti (per lo più a fumetti) raccattati di nascosto e detenuti in nascondigli individuati usando i criteri dell'anonima sequestri.

Qualcuno, per cercare di affrettare i tempi di quella vera e propria iniziazione, si aggregava agli amici maggiorenni, mettendosi per ultimo nella fila del controllo dei documenti all'ingresso, confidando che la propria altezza o i primi indizi di barba convincessero la bigliettaia all'inutilità della richiesta documentale, dopo l'esito positivo dei primi controlli.

Ma a chi la natura non aveva dato precoci segni di sviluppo e/o indizi di maggiore età, le porte dell'Impero - il cinema cittadino dedicato alle proiezioni VM 18 - rimanevano sprangate come i cancelli di Fort Knox.

Alle ore 23,00, ben oltre l'orario dell'ultimo "spettacolo", agendo nell'ombra come un gruppo di Navy Seals per evitare sguardi indesiderati di possibili spie dei genitori, una lunga processione di freschi maggiorenni capitanata dal festeggiato Remfutti, fece irruzione nel foyer della sala cinematografica. 

Il neo diciottenne sventolò subito la propria carta d'identità alla bigliettaia, con un fare che avrebbe fatto invidia all'arbitro Lo Bello nell'atto di mostrare il cartellino rosso al terzino killer Adriano Fedele, dopo che questi aveva fratturato la gamba al perugino Vannini.

Così quella falange di giovanotti entrò nella sala e trovò posto occupando un'intera fila di seggiolini, con la proiezione già in fase "avanzata".

Inutile dire che l'ingresso provocò una certa turbativa nella sala buia, avvolta da una spessa coltre di fumo dall'inconfondibile aroma di tabacco e popolata qua e là, ben distanziati l'uno dall'altro, da tradizionali aficionados che avevano raggiunto la maggiore età assai prima, i quali diedero subito segni inequivocabili di "fastidio" per la rumorosa irruzione che interrompeva il "religioso" silenzio, rotto solo dalle "battute" degli interpreti della pellicola.

 Davanti alla dimensione artistica degli attori e alle evoluzioni plastiche delle attrici, i Navy Seals neo maggiorenni non potevano rimanere impassibili a cotanto sfoggio di azione scenica e certo non furono in grado di limitare i loro apprezzamenti sonori alla performance cinematografica, mentre qualche spettatore abituale iniziava a girarsi verso di loro con qualche occhiataccia che non aveva bisogno di sottotitoli.

Fu il festeggiato Remfutti a farsi perfetto interprete del sentire del gruppo, scandendo meccanicamente e a più riprese un eloquente: "Che pompa! Che pompa, ma come pompa! Che pompa!".

Il meno paziente degli aficionados si voltò per l'ennesima volta e indirizzò ad alta voce monito che non ammetteva frintendimenti: "Bambino!!! Ancora una volta che sento 'Che pompa' vengo lì e ti dò una sberla!".

Il silenzio regnò di nuovo nella sala e di nuovo a farla da protagonista furono solo i suoni della sceneggiatura dell'azione scenica che continuava a svolgersi ritmicamente sullo schermo.

Durò un paio di secondi, perchè Remfutti spezzò di nuovo la "quiete" con uno scanditissimo "Che susta! Come susta!"

Il plotone dei Navy Seals esplose in un'immediata, rumorosa, spontanea e genuina risata a cui si unirono anche alcuni estimatori del genere presenti ai quattro angoli di quel cinema "d'essai" ma determinò anche l'arrivo della maschera che, con fare che non ammetteva repliche di sorta,  intimò al gruppo di abbandonare immediatamente la Sala.

L'iniziazione non era durata più di 10 minuti, ma ora Giffoni, Remfutti, Brunelli e compagnia erano entrati nell'età della responsabilità giuridica a pieno diritto ma non proprio dalla porta principale.     


   

  


 

venerdì 13 febbraio 2026

SALVI GRAZIE A UN BIDONE

Il primo anno di ginnasio, da quando esiste l'istruzione scolastica superiore, è notoriamente il più difficile per i nuovi arrivati dalla scuola media: vuoi per la l'oggettiva complessità delle materie di studio, come lo sono greco e il latino per i giovani all'inizio dell'adolescenza e sia per la severità degli insegnanti. 

In particolare questi ultimi, in conformità alla visione del mondo prevalente all'epoca, ritenevano che il bombardamento a suon di 3 e 4 nelle interrogazioni orali e nei compiti scritti a prescindere dal contenuto, rispondesse ad un necessario e funzionale precetto educativo: abituare i discenti alle bastonate e all'ingiustizia per forgiare la loro capacità di resistenza e la volontà di migliorarsi attraverso il muto sacrificio. 

Skills ritenute basilari per un futuro leader, ma più in generale per sopportare gli urti certi della vita adulta.  

Precetti decisamente vintage nell'anno domini 2026.

Per quanto scalcinato fosse il Liceo-Ginnasio Marco Porcio Catone e a volte persino improbabili gli insegnanti precari che ogni anno venivano e se ne andavano, quei precetti erano comunque declinati e per i nostri Giffoni, Remfutti, Tauri, Conte, Brunelli e altri di cui è pietoso tacere il nome, il passaggio all'anno successivo richiedeva di sottoporsi, prima o poi, a ore di studio intenso che avrebbero sicurmante tolto molto spazio al gioco del pallone, del biliardo e delle carte.

In modo particolare con l'avanzare della bella stagione, quando, ulteriore ostacolo da superare, il richiamo dello sport e degli ormoni entrava in ulteriore conflitto con l'esigenza dello studio. 

Bisognava fare qualcosa che aiutasse, in sede di scrutinio di fine anno, a trasformare almeno i 5 in sufficienze risicate, ma utili per il "passaggio del turno" azionando il "coefficiente di simpatia".

"Si, ma cosa?" S'interrogava Brunelli, durante una riunione improvvisata nella Biblioteca durante l'ennesimo e scarsamente produttivo pomeriggio di studio collettivo, che aveva assunto all'improvviso i connotati dell'unità di crisi della Protezione Civile alla notizia del terremoto in Irpinia.

"Perchè nella prossima Assemblea d'Istituto non proponiamo una raccolta fondi per dotare la scuola di materiale didattico, visto che a malapena abbiamo banchi, sedie, lavagne e gessi?". la buttò lì Giffoni, che fra tutti aveva fama di idealista, ma rifiutava sempre la protesta "extramoenia" che invece andava ancora di moda, quale retaggio degli anni di piombo. 

"Si, e poi chi va in giro a raccoglierli i fondi? Tu? Io no di sicuro" - bocciò subito la proposta sul nascere Brunelli - "Hai ragione, neanch'io faccio l'accattone per conto dello Stato" - si allineò subito Tauri - "E' una cagata, lasciamo perdere e rimettiamoci a studiare invece di pensare cazzate." - chiosò Conte.

"E allora tenetevi i 4!" rispose piccato Giffoni. 

"L'idea di raccogliere soldi per donarli alla scuola non è sbagliata, dobbiamo solo trovare il modo di ottenerli senza dover fare i mendicanti." Insistette Remfutti per non far cadere il discorso e soprattutto per non riprendere a studiare.

"Ah si? E come si guadagna una cifra importante senza lavorare? Se lo sapessi l'avrei già fatto per me, altro che beneficienza!" - Rispose con tono tra l'infastidito e il sarcastico il solito Brunelli, che non brillava per generosità.

"Uno spettacolo teatrale a pagamento!!! E doniamo l'incasso alla scuola!" - la buttò lì Giffoni, con l'entusiasmo di chi aveva avuto un suggerimento addirittura dal Padreterno. 

Conte alzò gli occhi dal libro di latino e con rimprovero degno di un Censore, cercò di bloccare sul nascere l'idea: "Cagate sempre più violente! E chi mandiamo in scena? Gino Bramieri?" 

"No, no! L'idea è una figata!" - intervenne Remfutti con l'aria di chi aveva già capito le potenzialità del progetto e come attuarlo - "Gli attori saremo noi, proponiamo al Prof. di Italiano di farci da regista, che quello non vede l'ora di fare altro piuttosto che correggere compiti e spiegarci la grammatica. Pensateci: potremo persino chiedergli di fare le prove durante le ore di lezione, se il Preside accetta l'idea."

"Ma si, è così! - insistette Giffoni che si vedeva già in scena e forte dell'appoggio di Remfutti - "la Scuola ci farà un figurone, i genitori saranno felici di contribuire... "

"E poi vuoi che agli scrutini non tengano conto dell'idea e di quello che abbiamo fatto, della donazione, dell'impegno!" Interruppe Tauri, scosso dal torpore nel momento in cui aveva intuito le potenzialità del progetto per fargli recuperare insufficienze profonde, che con il solo studio difficilmente avrebbe sanato.

A tentare di frenare l'entusiasmo ci provò Brunelli "Siete tutti rincoglioniti, ma chi credete di essere? Recitare? E che cosa poi, non avete un copione e neanche un Teatro. Chi pensate che vi possa aiutare? E chi vi dice che il Prof., e soprattutto il Preside, si prestino a questa buffonata?"

Remfutti, lasciando tutti a bocca aperta, rimandò subito al mittente tutto lo scetticismo, gettando sul tavolo un libretto recuperato nel mentre tra gli scaffali della Biblioteca: "Eccolo qua il testo: La Giara di Pirandello, fa crepare dal ridere, l'autore è al di sopra di ogni sospetto ed è un atto unico facilmente memorizzabile! Quanto al teatro possiamo chiedere al Don la Sala della Parrocchia, non potrà negarcela viste le finalità!"

Il giorno dopo Giffoni e Remfutti convisero facilmente il prof. di Italiano e il preside fu addirittura entusiasta dell'iniziativa; tempo due settimane tra i compagni di classe vennero reclutate le parti mancanti ed iniziarono le prove; di seguito fu convinto il Don, che addirittura consegnò le chiavi del teatro ai due e gli procurò pure lo scenografo - un anziano signore noto a livello locale per essere "il re" delle realizzazioni carnascialesche con il polistirolo.  

Tutto filava alla grande con divertimento sul palco e in classe, e un salvacondotto infallibile per chiedere interrogazioni programmate o giustificare richieste di proroga, motivando pomeriggi impiegati per non meglio precisate attività connesse alla "recita"! 

Tutti entusiasti tranne Brunelli, che coerente con le sue idee, si rifiutò categoricamente di far parte del cast e anzi iniziò a spargere zizzania, lamentando il trattamento di favore che veniva riservato agli interpreti.

La data del debutto si avvicinava e alle domande del Prof. su "Come pensate di realizzare la Giara?" Giffoni e Remfutti davano sempre risposte tranquillizzanti: "Sarà pronta per le prove generali." e naturalmente non avevano la ben che minima idea di come fare, perchè il problema era serio.

Il manufatto doveva essere in grado di contenere all'interno Remfutti ed essere in grado di ricomporsi, non proprio una banalità a livello scenotecnico.

Il tempo passava, la data della prima si avvicinava, il prof. si stava spazientendo... bisognava escogitare qualcosa. Giffoni, notoriamente non proprio provetto nelle attività manuali, formulò l'idea: costruire un'intelaiatura in fil di ferro a forma di Giara e ricoprirla successivamente con della carta da pacchi.

Il debutto era previsto per venerdì sera e la prova generale per il giorno prima.

Il prof. era stato rassicurato: giovedì sera ci sarebbe stata la Giara.

Martedì pomeriggio venne acquistato il fil di ferro con la carta da pacchi e Giffoni e Remfutti si misero all'opera... Risultato? Un disastro... l'intelaiatura non reggeva, niente Giara.

Non rimaneva che l'ultima chance: coinvolgere Gambero, il loro compagno di merende a cui Eta Beta avrebbe fatto 'na pippa! 

Mercoledì arrivò d'urgenza al capezzale in Teatro e dopo aver deriso Giffoni per l'idea e il suo pessimo risultato vedendo quella struttura informe ed inutilizzabile sul palco, sentenziò: "Siete cagati, senza un contenitore solido su cui appoggiare la struttura non combinerete mai un cazzo! Siete stati dei deficienti! Dove lo trovate adesso un contenitore trasportabile, solido e alto almeno fino ai fianchi?"

Scese un silenzio tombale. 

Poi, come insegnava il barista Necchi di Amici Miei, il lampo di genio da parte di Remfutti: fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione.

"Ce l'abbiamo, a 100 metri da noi."

Gambero e Giffoni lo guardarono come si può guardare un pazzo appena uscito dal manicomio.

"Ma che cazzo dici? Cerca di essere serio, qui siamo cagati per davvero! Cosa gli raccontiamo al Prof. e al Preside quando dovremo annullare lo spettacolo perchè non c'è la Giara?"

Remfutti chiese ai due di uscire dal teatro e di seguirlo: a 100 metri, sotto una tettoia, c'era incustodito il triciclo della nettezza urbana con tre bidoni della spazzatura.

Continuarono a guardare quel suo sorriso ebete mentre ci indicava il triciclo, fino a che Gambero intuì: il bidone della spazzatura era esattamente ciò di cui aveva bisogno per fissarci l'intelaiatura in filo d'acciaio e ricoprirla poi con la carta da pacchi.

"Ma non vorrai..." e mentre Gambero aveva iniziato a parlare, Giffoni e Remfutti, con il favore delle tenebre si erano già avviati verso il triciclo per smontare uno dei tre bidoni vuoti e portarlo in teatro.

Nel sottopalco venne lavato, gli venne asportato il coperchio e consegnato a Gambero, che per giovedì, 10 minuti prima delle prove generali consegnò "la Giara" perfettamente idonea all'uso scenico.

Lo spettacolo fu un successo sul palco e in platea, l'incasso pari a 800 euro attuali, venne donato alla scuola che vi acquistò libri per la Biblioteca interna apponendovi il timbro: "Dono degli studenti dell'anno scolastico 1980/81."

L'aggiunta "Con il contributo della NU municipale" non avrebbe stonato.

E anche il ringraziamento agli occhi chiusi della SIAE e degli eredi di Pirandello, a cui dichiararono, tutti minorenni, di mettere in scena un testo di propria produzione con un titolo scelto da Remfutti: "Chi l'ha dura, la vince." per evitare di pagare i diritti d'autore, perché la scuola non poteva fornire il proprio codice fiscale quale organizzatore di un evento che non era stato mai deliberato dal consiglio d'Istituto della sede centrale.

Tutto il cast venne promosso agli scrutini, ad eccezione di Tauri a cui neanche la Grazia del Ministro per l'Istruzione in persona sarebbe bastata per recuperare le insufficienze; il dissidente Brunelli fu rimandato a settembre in due materie.

Ma questa è un'altra storia.

  

mercoledì 4 febbraio 2026

GENNAIO CALIBRO NOVE

 

Gorizia, gennaio 1985

Il freddo di Gorizia non è mai solo meteorologico; è un brivido che arriva dalla storia, da quel confine che senti addosso anche se non lo vedi. Ho 18 anni e sono sugli spalti di un palazzetto per una partita di pallamano di Serie B. Seguo la squadra dei cugini bolognesi di un amico, che quella domenica mi ha invitato a qualcosa di diverso per vincere la noia. Durante la partita all'interno del palazzo si sprigiona un'aria densa di un livore che non capisco. "La prossima bomba in piazza Maggiore!". Il grido taglia il rumore delle scarpe sul parquet. Mi gela il sangue: non sono passati neanche cinque anni dalla strage di Bologna e quella frase non è tifo: è un’evocazione del male che scatena il putiferio in campo e sugli spalti.  Vedo la reazione rabbiosa dei bolognesi: "Slavi di merda, la prossima volta non vi liberiamo più". Resto lì, in mezzo a questo ping-pong di veleni, a chiedermi perché tutto questo odio e tutta questa diffidenza siano necessari. Sono deluso dai goriziani, ma in generale da tutti. La sera, per dimenticare, andiamo al cinema a vedere I due carabinieri. Ridiamo con Verdone e Montesano. La divisa, sullo schermo, è una maschera comica, così come i Carabinieri sono i protagonisti obbligati delle barzellette. Non so ancora che il destino sta prendendo appunti.

La notte della "Uno", gennaio 1993

Sette anni dopo, quella divisa è sopra la mia pelle: sono un Carabiniere di leva, ho 26 anni e a novembre devo discutere la tesi in Economia. È un'altra domenica, è  notte, un turno di perlustrazione sulla statale Udine-Trieste su una Fiat Uno che fatica a scaldarsi. Ore 00:30: allarme per un furto in un ingrosso di alimentari. Arriviamo e la scena è un caos di ombre: la macchina di una guardia giurata nel fosso, poi il suono secco di un colpo di pistola. L’appuntato mi ordina di coprire un lato del capannone facendomi scudo con la vettura, mentre lui coprirà un altro lato dell'edificio. All'interno ci sono degli zingari che stanno facendo una rapina. Scarrello la Beretta. Il metallo è ghiaccio. Punto l’arma verso l’uscita e tremo. Non è freddo, è paura. Dentro la testa una domanda che scava in profondità: "Se escono, cosa faccio?". Prego che non succeda. Prego che la realtà non mi costringa a rompere l’ordine dei miei libri di economia e i sogni per il futuro con un foro di proiettile. Le regole d'ingaggio prevedono che io dia l'alt e possa solo rispondere al fuoco in maniera proporzionale alla minaccia. "E se questi escono e sparano per prima fregandosene del mio alt?" Rieccheggiano le voci degli anziani udite più volte in Caserma: "Meglio un brutto processo che un bel funerale". Continuo a tremare e pregare. Gli zingari svaniscono nei campi. Passiamo ore a cercarli con le torce nel buio pesto, ma non troviamo nulla. Solo il vuoto. E la paura, che non mi lascia neanche per un momento.

Il peso dell'eredità

Rientriamo in caserma alle quattro del mattino. Mentre mi sfilo gli anfibi, mi sento addosso un'adrenalina sporca. Penso di aver vissuto qualcosa di estremo, ma poi il pensiero corre ai racconti di casa e la mia paura rimpicciolisce. Ripenso a mio padre, ragazzo nel maggio del '45, che vede un ufficiale tedesco spararsi in testa perché la via di fuga era sbarrata dai partigiani. Ripenso a lui che cammina con suo nonno e vede i corpi dei partigiani fucilati proprio in quel campo sportivo dove io andavo a giocare. Ripenso a mia madre che a Lignano s'inquietava sentendo parlare tedesco, perché le ricordava i soldati che nel '45 le entrarono in casa urlando, staccando un salame dal soffitto con la baionetta. Ripenso a mio nonno, bambino durante l'invasione dopo Caporetto e poi ai suoi trent'anni passati col terrore di finire in Russia o di morire per uno sguardo sbagliato tra soldati tedeschi, fascisti, partigiani italiani o slavi tra il 1943-45. La mia paura di stanotte è solo l'ultima, pallida, eco di un coro di paure che questa terra si tramanda da generazioni. Guardo il graduato di professione e capisco di essere solo un ospite temporaneo nel mondo del pericolo. Mi interrogo su quell'appuntato anziano che ha passato la notte accanto a me. Lo osservo mentre compila il registro o mentre si slaccia la giubba con gesti lenti, metodici, quasi annoiati. Come si impara a gestire questo vuoto nello stomaco? Mi chiedo se esista una predisposizione naturale, un gene del coraggio che a me manca, o se sia semplicemente una questione di erosione. Forse, a forza di puntare una pistola nel buio, il cuore smette di sobbalzare e diventa calloso. Forse la paura non sparisce, ma si trasforma in una specie di stanchezza cronica, un’abitudine che ti permette di agire come un automa mentre dentro resti spento. Mi guardo allo specchio: tra pochi mesi discuterò una tesi in Economia, parlerò di mercati, bilanci, numeri astratti. Come potrò spiegare, in quel mondo ordinato, cosa significa pregare che un ladro non esca da una porta per non essere un bersaglio o per essere costretto a sparare?

L'ultimo atto: Stadio Friuli, maggio 1993

Maggio 1993, manca un mese al congedo e viaggio verso lo stadio per Udinese-Brescia, sempre con una uno blu con la scritta carabinieri sulle fiancate, comandato di un servizio di ordine pubblico. In una domenica precedente la tifoseria bresciana ha messo a ferro e fuoco la curva ospite. Per tutta la settimana in caserma non si è parlato d'altro, di come affrontare la situazione.  Una sfida salvezza, l’ultima spiaggia per restare in Serie A. Per molti è solo sport, ma io so che la disperazione sportiva è una miccia corta.

Io sono un tifoso dell'Udinese da anni. Conosco ogni gradone di quello stadio, ogni coro, ogni volto della curva. Ma oggi non posso essere me stesso. Oggi sono schierato dall’altra parte della rete, e la paura torna a trovarmi sotto una forma nuova: non è più il terrore del buio, ma l'angoscia della folla. È la paura dell'imprevedibile, di quel momento esatto in cui la massa smette di essere composta da individui e diventa un animale cieco che preme contro i cancelli.

Sento il peso della giubba e il cinturone che mi stringe i fianchi. Mentre scendiamo dal mezzo, vedo le sciarpe bianconere e, per la prima volta, ne ho timore. Guardo i ragazzi della mia età che urlando ci insultan e mi chiedo se tra loro ci sia qualcuno con lo stesso veleno che sentii a Gorizia otto anni prima. Mi chiedo se sarò capace di stare fermo, di essere l'argine, se dovessero iniziare i lanci di pietre o se le due tifoserie dovessero venire a contatto.

È una paura ad ampio spettro: la paura di fallire davanti ai colleghi anziani che sembrano monoliti di granito, e la paura di dover colpire o essere colpito da chi porta i miei stessi colori. Mi ritrovo a dare le spalle al campo, a fissare gli spalti anziché il pallone, a cercare di leggere nei volti i segni della tempesta che sta per esplodere. Anche qui, come quella notte di gennaio davanti al capannone, mi scopro a pregare. Prego che la partita scivoli via senza incidenti, che il fischio finale arrivi in fretta, che nessuno mi costringa a mettere alla prova il mio coraggio. Sono un tifoso che ama la sua squadra, ma in quel momento desidero solo che tutto finisca, per potermi sfilare la divisa e tornare a essere un uomo invisibile tra la folla, lontano dalla responsabilità di quella linea di contatto.

Fortunatamente al fischio finale tutti lasciarono lo stadio senza strascichi e il sollievo più grande tornò ad essere il rigore del possibile 2-3 calciato al novantesimo in curva da Raducioiu, dopo che il Brescia aveva già rimontato il 2-0 iniziale di Balbo e compagni. La paura per la serie B immediata si era dissolta.

Oggi

Tra qualche mese compirò sessant'anni e dopo il congedo dall'Arma non ho più corso seri pericoli per la mia incolumità personale, se escludo il breve periodo in cui ho lavorato nel mondo dell'accoglienza ai minori stranieri. Oggi, ripensando a quel tempo in divisa, guardo mio figlio e i suoi coetanei. Mi fermo a osservare le loro paure e ammetto a me stesso quanto sia difficile comprenderle. Le loro inquietudini mi sembrano così diverse dalle mie, così distanti dal metallo freddo di una Beretta, dalla responsabilità di portare un'arma o dalle bottte negli stadi; così è sempre dietro l'angolo la tentazione di minimizzarle, di considerarle meno "vere" o meno pesanti delle mie. Ma poi mi fermo e capisco: probabilmente era lo stesso identico pensiero che mio padre rivolgeva a me, e mio nonno a lui, risalendo a ritroso in una catena senza fine. Ogni generazione ha il suo fango da attraversare e il suo argine da presidiare. E forse il vero rito di passaggio non è smettere di aver paura, ma accettare che la paura di chi viene dopo di noi abbia la stessa forza e lo stesso diritto di essere ascoltata, anche se parla una lingua che non riconosciamo più.

lunedì 26 gennaio 2026

(NON) SONO UNA SIGNORA

Questo breve racconto è dedicato ai frequentatori del BluEnergy Stadium che per ragioni anagrafiche si sono persi le avventure di chi era fedelissimo del vecchio Stadio Friuli e che a sua volta, sempre le medesime ragioni, non ha potuto conoscere i tempi pioneristici del glorioso Moretti.

Frequentare lo stadio Friuli nel 1982 era un rito molto diverso rispetto al moderno impianto sorto per 3/4 sulle ceneri delle vecchie curve e distinti.

L’unico settore con posti numerati e relativi seggiolini era la tribuna posta sotto l’arco, il solo superstite salvato dalla demolizione ed integrato nel design del nuovo impianto, eretto tra l’estate del 2013 e terminato nel gennaio del 2016.

Le curve ed i distinti centrali erano scoperti e a gradoni in cemento, circostanza che al tempo di biglietti cartacei rigorosamente emessi e circolanti liberamente al portatore, consentiva di far entrare un numero di persone ben oltre la capienza dei 42.000 posti autorizzati e obbligava i possessori dei tagliandi a tenere a mente il primo ammonimento dei pellegrini sul cammino di Santiago: chi tardi arriva, male alloggia.   

Infatti, arrivare a ridosso del fischio d’inizio, poteva voler dire finire molto in basso, nei pressi delle barriere e della pista di atletica, cosa che avrebbe fatto solo intuire quello che succedeva in campo; se il posto era in curva, poi, quello che accadeva sul lato lontano lo si poteva dedurre solo in base al rumore della folla quando l’azione di gioco si sviluppava da quelle parti.

Ciò obbligava ad arrivare ai cancelli d’ingresso almeno due ore prima e poi inventarsi chissà che cosa per far passare il tempo, perché al di là degli altoparlanti che gracchiavano pubblicità commerciali, all'interno non c’era nessun altro tipo di attrazione.

Un’attesa interminabile, specialmente nei frequenti pomeriggi freddi e uggiosi dell’inverno friulano o con il sole  picco in tarda primavera.

Nelle partite “di cartello” poi, la densità tra uno spettare e l’altro in curva era talmente fitta che al momento del gol dell’Udinese era impossibile non farsi travolgere dall’onda umana che si creava, trovandosi in seguito in tutt’altro punto della gradinata.

A parte gli incontri con le tre grandi classiche  - Juve, Milan, Inter per cui se non avevi comperato il biglietto nelle prevendite autorizzate non avevi chance di accedere senza pagare pesantissimo dazio ai bagarini – i biglietti si potevano acquistare anche alle biglietterie dello stadio all’ultimo momento, scontando però code chilometriche con il rischio di entrare a gara iniziata.

Niente biglietti on-line, chiaramente. E niente tornelli, pre-filtraggi, esibizione di documenti, deleghe ecc. ecc.

Ma veniamo all’episodio che merita di rimanere scolpito nella memoria utilizzando il blog e il web come si sarebbe fatto secoli orsono, affidando il messaggio scritto ad una bottiglia da spingere in mezzo al mare in attesa che, un giorno, qualcuno la raccolga e leggendo il testo, si faccia, se non altro, quattro risate.

Due maggio 1982.

Terzultima giornata del campionato che anticiperà la spedizione azzurra al mondiale di Spagna, il cui raduno è fissato per il 20 maggio all’Hotel Puerta del Sol di Alassio.

La lotta scudetto è serratissima, a tre partite della conclusione Juventus e Fiorentina sono in testa alla classifica con gli stessi punti ed il calendario vede i bianconeri friulani allenati da Enzo Ferrari, ottenuta la salvezza matematica la domenica prima con un 2-0 sul campo di un pericolante Bologna, essere insigniti dalla stampa nazionale quali arbitri dello scudetto.

Infatti, Madama Juventus è attesa alle 16,00 del 2 maggio sul prato del Friuli, prima di ospitare al comunale di Torino il Napoli e poi chiudere sul terreno di un tranquillo Catanzaro; i viola di Picchio De Sisti invece faranno visita a San Siro ad un Inter in lizza per un posto UEFA, poi ospiteranno in riva all’Arno l’Udinese e per l’ultima saranno di scena al Sant’Elia di Cagliari, contro i sardi che hanno disperato bisogno di punti salvezza.  

Tutto fa presagire ad uno spareggio, cosa che disturberebbe non poco i piani del Vecjo Bearzot, che attende al più presto i suoi azzurri per il mondiale spagnolo.

L’incontro del Friuli, delicatissimo per gli juventini, ha gli occhi puntati da parte di tutti gli sportivi non solo italiani ma pure di mezzo mondo, perché alle ore 16,00 del due maggio Paolo Rossi tornerà in campo dopo due anni di squalifica.

L’esclusione dai campi di gioco gli era stata inflitta al processo sportivo del primo grande scandolo del Toto Nero; il 23 marzo 1980 infatti, le auto della Polizia e della Guardia di Finanza erano entrate sulle piste degli stadi per arrestare diversi giocatori e tesserati. L'accusa: quella di aver promesso e poi non mantenuto di truccare le partite, truffando così Trinca e Cruciani, i due scommettitori clandestini romani gabbati e che parevano usciti da qualche film con Tomas Milian.

In tribuna d’onore al Friuli, vicino al cividalese Diego Meroi, Presidente della FIGC regionale, ci sarebbe stato il CT Enzo Bearzot, con gli occhi puntati su Pablito, che 4 anni prima al mondiale argentino era esploso in mondovisione e divenuto la punta di diamante di una delle più belle nazionali di tutti i tempi.

E magari anche con la speranza, risultata poi vana per il CT di Aiello, di vedere alzarsi dalla panchina juventina ed entrare in campo un altro dei suoi pupilli, ovvero Roberto Bettega che stava cercando di rientrare in gioco anche lui, dopo essere stato assente dal novembre 1981, quando il portiere belga Munaron gli aveva fracassato un ginocchio durante un tetro mercoledì di Coppa dei Campioni, conclusosi con l’ennesima prematura eliminazione per Madama.

Le richieste di accredito per fotografi i giornalisti erano state centinaia, i biglietti di tutti i settori dello stadio erano già stati polverizzati un mese prima,  tutto il mondo sportivo quel pomeriggio voleva essere presente allo storico evento.

Naturalmente lo volevano essere anche Giffoni, Remfutti, i fratelli Brunelli, Fruzzo, Romano e Leonardo, i “nostri” liceali alle prese con il rush finale per recuperare tutte le insufficienze maturate nei lunghi mesi invernali in cui briscola, biliardo, tre sette e letture della rosea avevano spodestato lo studio dell’Eneide e dell’Odissea.

Quel mese di maggio anche per loro assumeva la stessa drammaticità che permeava i cuori dei tifosi juventini e viola in caccia dello scudetto e dei milanisti per evitare l’onta di una retrocessione sul campo.

Al Pullman Bar  i “nostri” eroi erano riusciti a procurarsi, il primo giorno in cui erano stati messi in vendita; le ore di coda erano state coronate dal successo, ma ora si trovavano alle prese con un problema non indifferente: erano tutti tagliandi di curva nord e i loro cuori erano divisi. Per Giffoni, Romano, Leonardo e Fruzzo il centro del tifo udinese era il loro normale e ovvio approdo mentre per Remfutti ed i fratelli Brunelli, juventini marci, quello era un luogo indesiderato come la peste.

Bene, alle ore 13,00 del due maggio, quando i cancelli dello stadio si aprirono e migliaia di tifosi letteralmente invasero i settori non numerati per occupare i posti migliori, Remfutti e i fratelli Brunelli, occultate a dovere le sciarpe juventine, si lanciarono all’interno della curva nord mescolandosi ai tifosi udinesi.

Entrati in curva, fecero i gradoni verso il basso a tutta velocità, fino a calarsi nel fossato che divideva le gradinate dalla rete metallica che a sua volta delimitava la pista d’atletica che cingeva il vecchio Friuli; percorsero tutto il fossato di corsa fino a raggiungere la curva sud, dove, esponendo ora fieramente le loro sciarpe cariche di scudetti e gloria juventina, furono aiutati dai tifosi di Madama  a risalire nel settore da loro occupato, mescolandosi stavolta ai Fighters piemontesi a ridosso della rete metallica.

Trascorsero festanti quella lunga attesa, allietata da Loredana Bertè, che in tuta aderente di pelle nera cantò in mezzo al campo la sua nuova hit-song, destinata a diventare un dei tormentoni dell’estate 1982, ovvero “Non sono una Signora”.

Al momento dell’ingresso in campo delle due squadre, con decine e decine di fotografi che si accalcavano intorno a Pablito, trascurando tutti gli altri giocatori, Remfutti rese ancora più memorabile quel pomeriggio lanciando un fumogeno verso il campo.

Quell’arma impropria concluse la sua corsa poco distante dal punto di lancio, su di un cartellone pubblicitario che prese fuoco, costringendo i vigili del fuoco di servizio allo stadio ad intervenire per spegnere il falò e disperdere il fumo nero che occultava la vista agli ultrà juventini.

I quali probabilmente si accorsero del gol di Paolo Miano, che al minuto 2 portava in vantaggio l’Udinese, solamente dal boato proveniente dalla curva nord, con il resto dello stadio fermo immobile, occupato come da tradizione consolidata nel tempo, solo da tifosi juventini locali.

Giffoni, Fruzzo, Leonardo e Romano, ebbri di gioia alla vista della palla calciata dal brasiliano di San Pietro al Natisone trafiggere imparabilmente il Super Dino nazionale, accarezzarono il sogno di far perdere lo scudetto a Madama e accorrere in serata sotto l’abitazione di Remfutti a festeggiare e rifarsi sonoramente da tutti i cojonamenti cui erano stati oggetto da parte del compare e dei fratelli Brunelli.

Il sogno durò fino al 34’ del primo tempo, quando Marocchino penetrò come una lama nel burro nella difesa udinese fissando l’1-1 e poi, qualche minuto dopo, fu il Bell’Antonio Cabrini a mettere in fondo al sacco una corta e sciagurata respinta del portiere Borin su cross di Paolo Rossi.

Ogni velleità di improbabile rimonta svanì all’inizio della ripresa, perché Pablito in persona s’incaricò di mettere la pietra tombale sul match, spintnonado via il compagno Tardelli e raccogliendo in tuffo di testa un calcio d’angolo di Brady, infilò Borin sotto la traversa per la terza volta.

Enzo Bearzot in tribuna aspirò soddisfatto il tabacco dalla sua celebre pipa e riempì con dense volute di fumo la tribuna: il suo Pablito era tornato, la maglia da centravanti titolare per il mundial sarebbe stata sua, alla faccia del bomber Pruzzo e della stampa romana.

Ancora Cabrini e poi Virdis impreziosirono quel lungo “garbage time” che seguì la rete di Paolo Rossi e l’arbitro fischiò la fine con il punteggio di 1-5, mentre a San Siro i viola non erano andati oltre l’1-1 contro l’Inter e lo scudetto prendeva inesorabilmente la via di Torino per la ventesima volta.

E per Giffoni, Fruzzo, Leonardo e Romano non restò che aspettare i nuovi, energici sfottò da parte di Remfutti e dei fratelli Brunelli, che il lunedì mattina si presentarono a scuola festanti come un gruppo di partigiani garibaldini il giorno della liberazione al cospetto di un manipolo di prigionieri della decima Mas.

Remfutti apostrofò subito i compagni sconfitti e travolti con una domanda che conteneva in sè tutte le risposte: "Ma perchè perdete sempre?"

Per la cronaca: l’Udinese fu arbitro imparziale e sette giorni dopo ne buscò altri 3 a zero dalla Forentina, consentendo ai viola di riagganciare in testa la Juve, bloccata in casa dalle parate di Giaguaro Castellini per un Juve-Napoli 0-0.

Il campionato si decise all’ultima giornata, un rigore per la Juve a Catanzaro e un gol annullato ai viola a Cagliari decretarono la conquista della seconda stella per la squadra dell’Avvocato Agnelli.

Meno di due mesi dopo l’Italia conquistò il titolo mondiale, guidata dai gol di Pablito sul tetto del mondo.

Ma questa è un’altra favola, che per una volta vide tutti insieme Giffoni, Remfutti, Leonardo, Fruzzo, Romano, i fratelli Brunelli prima soffire come cani e poi giore come matti sotto un'unica bandiera tricolore.

Quell'alleanza fragile durò fino alla precisazione che, all'unisono, Remfutti e i Fratelli Brunelli si sentirono in obbligo di fare subito dopo l'11 luglio 1982: il mondiale per loro  l'aveva vinto la Juventus più Bruno Conti, con buona pace del Vecjo. 

Giffoni e soci poterono solo opporre i due minuti di capitan Causio nel garbage time della finale.

Peraltro ex juventino pure lui.

lunedì 19 gennaio 2026

ARRIGO ED ENZO

La sala prove era gelida, immersa in un odore di polvere e legno vecchio. Arrigo stava provando un monologo da dieci minuti: la schiena era dritta come un fuso, la dizione priva di qualsiasi inflessione regionale, un prodotto perfetto della migliore accademia nazionale. Ogni sillaba era un proiettile calibrato, la voce risuonava profonda, una lama d'acciaio che tagliava l'aria

«Stop,» disse Enzo dall'oscurità della platea.

Arrigo si interruppe, il respiro nemmeno alterato. «Cosa c’è? Il tempo era giusto, l’appoggio diaframmatico anche, non ho sporcato nemmeno una finale.» 

Enzo salì sul palco con un passo pesante, trascinando una gamba stanca e l'odore di tabacco di una vita passata tra quinte e furgoni. Le sue mani, nodose e segnate dal tempo, sembravano un insulto alla pulizia quasi asettica del giovane attore.

«Esecuzione magistrale, ragazzo. Davvero. Ma non ho sentito nulla. Eri un bellissimo orologio di lusso che ticchettava nel vuoto di una stanza chiusa. Splendente, costoso, e completamente inutile.»

Arrigo serrò la mascella, le nocche bianche attorno al copione intonso. «Io ho studiato tre anni, dieci ore al giorno, per questo "orologio". La tecnica è l’unica cosa che ci separa dalla feccia, da quei dilettanti che vengono qui a sputare i loro piccoli traumi personali spacciandoli per arte. Quelli che sbraitano senza controllo perché non hanno il rigore di imparare una metrica. Il teatro non è una seduta spiritica per dilettanti allo sbaraglio; è una cattedrale di precisione.»

«Hai ragione,» rispose Enzo, fermandosi a un soffio dal viso giovane di Arrigo. «E guai a chi la sottovaluta. Senza dizione, senza portamento, senza il controllo dei tuoi strumenti, la tua anima resterebbe prigioniera nella sua libertà. Il talento senza regole è solo rumore, un’esplosione che non illumina niente. Ma vedi, io questa "cattedrale" l'ho costruita mattone su mattone, dormendo sui palchi e recitando per gente che aveva fame.  La tecnica è il binario, e tu veneri il binario perché hai paura di far partire il treno, Arrigo.»

«E allora qual è il problema?» sibilò Arrigo. «Il treno è il testo!» continuò l'attore con il disprezzo di chi crede che la verità stia solo nei libri. «L'improvvisazione è la scusa dei mediocri per non studiare. Se ognuno facesse quello che sente, distruggeremmo l'opera.»

«Il problema è che sei rimasto sul binario e non hai mai fatto partire il treno. Ti chiudi nella tua bravura perché hai paura di quello che il teatro è davvero: un ambiente protetto dove far emergere i lati più nascosti del tuo "io". Usi la tecnica come uno scudo per non farti vedere davvero.»

Arrigo scosse la testa. «Io sono un interprete. Devo eseguire ciò che è scritto.» 

«Vuoi sapere perché i teatri sono diventati cimiteri di poltrone rosse dove la gente viene a dormire?» lo incalzò Enzo, la voce che graffiava come carta vetrata. «Perché la gente è stanca di guardare manichini impeccabili come te, che non sudano, non soffrono e non sbagliano mai. La sola tecnica non scalderà mai il cuore di nessuno. È nell'infrazione, nell'imprevisto che squarcia la regola, che l'Arte smette di essere un compito eseguito e diventa vita. Se non rischi di inciampare, se non lasci che il dolore ti sporchi la dizione, rimani un impiegato della parola. Bravo, sì, ma morto.»

Enzo gli strappò il copione di mano, le dita rugose contro la carta bianca.

«Ho visto attori dimenticare metà delle battute e far piangere intere platee solo con un sospiro fuori tempo. Preferisco un uomo che rompe un verso perché il cuore gli scoppia, piuttosto che un primo della classe che non sa chi è mentre parla. La pulizia lasciamola alle imprese di pulizie. Noi facciamo Teatro. E il Teatro deve bruciare, non essere spolverato.»

Arrigo rimase immobile, il volto contratto in una smorfia di resistenza. Sentiva il peso dei suoi diplomi svanire davanti a quegli occhi stanchi e saggi. Guardò il copione, poi fissò il vecchio regista con uno sguardo gelido di sfida burocratica.

«E va bene,» sibilò Arrigo, raddrizzando la giacca impeccabile. «Proverò a sbagliare, a essere... disordinato. Ma lo farò solo perché me lo hai detto tu che sei il regista. E tu te ne assumerai la responsabilità davanti al pubblico. Se questa sera l'arte verrà profanata dal caos, il nome sul patibolo sarà il tuo.»

Enzo sostenne lo sguardo, un mezzo sorriso che gli scavava una nuova ruga sul volto. «Ottimo. Pagina dodici. Distruggi tutto, Arrigo. Io sono pronto a pagarne il prezzo, noi facciamo Teatro.»



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