Maggio è da sempre il mese delle rose e un tempo era anche quello più gettonato per i matrimoni ed i seguenti festeggiamenti. Oggi i mores sono diventati meno rigorosi e più liberi, anche in considerazione del calo delle cerimonie religiose, ma ancora negli anni '70 le nozze imponevano agli invitati un'etichetta che non lasciava spazio a variazioni sul tema, figuriamoci look eccentrici o bizzarri.
Abiti rigorosamente scuri e camicie bianche per gli uomini, con sobrie cravatte e preferibilmente tailleur per le signore, in ogni caso gonne sotto il ginocchio come comandamento biblico.
E bambini e bambine? possibilmente addobbati come adulti in miniatura.
Non mi riferisco ai matrimoni dei rampolli delle classi più agiate, dove qualche bizzarria era ammessa, ma particolarmente al ceto medio-basso, dove tutti ci tenevano per l'occasione "a fare bella figura", il chè voleva dire un rispetto assoluto dell'etichetta e l'acquisto di abiti nuovi di zecca da esibire in chiesa e al successivo ricevimento.
A costo di "sanguinose" rinunce per il resto dell'anno, o magari oltre.
Così, in stretto ossequio agli usi, nel maggio 1979 la famiglia di Giffoni si era dovuta rifare il guardaroba per partecipare alle nozze del fratello del Pater familias.
In particolare Giffoni, a cui era stata imposta la scelta di un abito blu scuro d'ordinanza, riuscì per sfinimento a convincere sua madre ad acquistargli invece della solita protocollare giacca blu, un elegante, e sempre blu, golfino di una griffe che al tempo spopolava tra i teen-ager: "Fruit of the Loom", dietro giuramento sull'evangelario di San Marco di non indossarlo assolutamente prima della cerimonia prevista per la domenica seguente.
Venne il pomeriggio della vigilia e come ogni sabato Remfutti passò subito dopo il pranzo a casa di Giffoni per prelevarlo ed andare a giocare a pallone nel cortile della scuola elementare insieme al resto degli amigos.
Giffoni non stava nella pelle per esibire davanti al resto del mondo, come un pavone mentre fa la ruota, l'elegante e griffato golfino e così, con l'abilità di un Arsenio Lupin si allontanò da casa in incognito con il golfino sottobraccio, infrangendo clamorosamente il "patto di sangue" fatto con la madre all'insaputa del Pater familias sette giorni prima.
Dopo aver sufficientemente ostentato il capo con gli amici, i quali erano arrivati invece con un outfit più che adeguato alla circostanza, se lo tolse e lo ripose in un luogo sicuro, a prova di qualsiasi incidente e annullando il rischio di imbrattarlo di sudore.
Tutto sotto controllo.
La partita iniziò puntuale e si stava svolgendo con il consueto furore agonistico in quel cortile di ghiaia in cui le porte erano delimitate da due alberi da un lato e dai paletti della ringhiera di cinta dall'altro, oltre che dai muri dell'edificio scolastico.
"Vapori passa!" - urlò insistentemente Romano che in attacco si trovava privo di marcature quando Vapori in difesa raccolse il pallone dall'altro lato del campo.
Vapori alzò la testa, vide Romano e con tutta la forza che aveva calciò il pallone per lanciarlo in alto a superare il centrocampo e servire Romano davanti al portiere.
Purtroppo nel maggio 1979 Andrea Pirlo ancora non aveva predicato il modo con cui servire un compagno con un lancio da distanza importante e Vapori non era neanche parente di Giancarlo Antognoni e neppure un emulo di Franco Causio.
Il pallone calciato con forza si alzò sì in aria, ma la traiettoria fu completamente sbilenca e invece di raggiungere Romano andò a centrare perfettamente una delle ampie vetrate della scuola con precisione che avrebbe fatto invidia ad un sistema di droni radiocomandati di terza generazione.
Boato di vetri infranti che pareva il crollo di un grattacielo di Dubai e pallone che spariva all'interno dell'edificio scolastico, inghiottito come Pinocchio nel ventre della Balena.
In tempo zero il cortile della scuola fu abbandonato dai "giocatori", in un fuggi fuggi generale simile a quello che si sarebbe prodotto all'arrivo nelle vie di Manhattan di un King Kong ferito e appena sceso dall'Empire State Building.
Giffoni raccolse il prezioso golfino, scavalcò la rete senza indossarlo per accelerare i tempi della fuga e per non impregnarlo di sudore, saltò al volo, in piedi sul portapacchi posteriore della Graziella con Remfutti ai pedali a spingere la bicicletta più velocemente e lontano possibile.
Una volta al sicuro, a debita distanza di sicurezza dal luogo del "delitto", Remfutti smise di pedalare e i due scesero dalla bicicletta, felici per lo scampato pericolo.
Ma gli Dei non perdonano mai la hybris e mandano tremende ed adeguate punizioni agli spergiuri vanitosi.
Qualcosa era andato storto: fu Remfutti, senza fiatare, ad indicare a Giffoni il carter posteriore della Graziella dove si era inopinatamente aggrovigliata una manica dell'elegante golfino.
Come sanitari che cercano di liberare l'arto di un ferito sotto le macerie, i due riuscirono, non senza fatica, ad estrarre ciò che rimaneva della manica sinistra del prezioso capo: un brandello maciullato e per di più lordo all'estremità dell'olio della catena.
Giffoni sentì il terreno aprirsi sotto ai suoi piedi, se fosse servito a qualcosa avrebbe pianto tutte le sue lacrime. Rincasare portando con sè quel mutilato sarebbe stato peggio che per un gerarca fascista consegnarsi alle avanguardie del IX Corpus dell'esercito di liberazione jugoslavo.
Remfutti, che a stento cercava di nascondere tutta la volontà di esplodere in una risata, cercava di mostrare empatia al condannato a morte e infine si mosse a pietà, buttando lì il coplo di genio.
"Trasformiamolo in un gilet! Così puoi usarlo ancora ed è meglio che presentarti a casa con quel cadavere."
"Si, ma come?" rispose Giffoni senza riporre speranza.
"Lo so fare io, vado a prendere forbici, ago e filo a casa e poi operiamo!"
"Si, ma dove? non possiamo mica andare in casa a fare il miracolo?" replicò Giffoni ancora privo di fede nel miracolo.
"Andiamo nel cantiere qua vicino, oggi è sabato e gli operai non ci sono" concluse Remfutti sempre più misteriosamente attratto dal compiere quella missione salvifica.
Detto fatto.
Nel giro di mezz'ora i due avevano approntato, nel sotterraneo della casa in costruzione, il tavolo operatorio: due bidoni che sorreggevano un asse in legno utilizzata dai muratori come pavimento dell'impalcatura.
Remfutti, novello Barnard, amputò la manica maciullata e poi quella ancora sana, suturando, con ago e filo ed inattesa maestria, la ferita sotto lo sguardo prima disperato e poi sempre più fiducioso di Giffoni.
Dopo un'ora l'intervento chirurgico fu terminato e Giffoni potè indossare il gilet "Fruit of the Loom" made in Remfutti, presentandosi sorridendo a casa e annunciando alla madre che sbigottita osservava quell'opera sartoriale: "Ho pensato che in Maggio fosse meglio avere un gilet senza maniche per il matrimonio".
Poi si affacciò sull'uscio il padre di Giffoni e nel giro di qualche secondo Giffoni si trovò dentro il set di un film di Bud Spencer. E lui non era Terence Hill.
Il giorno dopo, al matrimonio ci fu un solo invitato in camicia bianca, senza giacca.
E' pietoso tacerne il nome.
Per inciso: Giffoni indossò con soddisfazione e per molti anni ancora, quell'unico capo sartoriale griffato Remfutti.







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