venerdì 26 giugno 2026

L'ULTIMA NOTTE DEL COPISTA BENEDETTINO

La tanto temuta vigilia del secondo scritto dell'esame di maturità, quello di latino, era alla fine arrivata per Giffoni, Remfutti e compagnia con l'ineluttabilità di un temporale estivo dopo una giornata di calore estremo.

La prova d'italiano, svoltasi in mattinata, non aveva sciolto la tensione, perché si sa, in fondo era quella che preoccupava di meno: fantasia, intuizione e senso dell'improvvisazione non mancavano di certo ai "nostri eroi" ed il tema di attualità era stato un porto sicuro, lontano dai perigli delle tracce storiche o letterarie che invece richiedevano, oltre alla proprietà di linguaggio, una solida preparazione da apprendere con studio costante sui manuali e le antologie, oltre che con attenzione in classe durante tutto l'anno scolastico. Qualità che invece, queste sì, facevano difetto alla ciurma.

Giffoni e Brunelli junior avevano cercato di scacciare la tensione della vigilia andando di sera ad assistere alle partite notturne del famigerato torneo dei bar, dove giovani e soprattutto meno giovani se le davano di santa ragione per raggiungere la finale che metteva in palio addirittura una settimana di vacanze in Sardegna, tutto compreso, bevande incluse.

L'ora si era fatta tarda e Giffoni disse a Brunelli che se ne sarebbe andato a casa mentre l'altro, non raccogliendo l'invito, rimaneva estatico appoggiando il mento sulle transenne e con sguardo vitreo fissava l'orizzonte, senza dare il benché minimo riscontro al compare.

«Allora!? Che fai!? Ti muovi? Che succede?» Giffoni provò a scuoterlo da quello strano ed improbabile torpore.

«Non so un cazzo!! Non so un cazzo!! Domani non so un cazzo!!» fu la risposta scandita meccanicamente da Brunelli, senza distogliere lo sguardo spento dall'orizzonte, mentre in campo i giocatori correvano come trottole impazzite ed il pubblico intorno, rumoreggiando, seguiva con partecipazione l'andamento del match.

Giffoni rimase esterrefatto e poi replicò tra l'incredulo e il divertito: «È un po' tardi per farsene un problema, non ti pare? Forse era il caso di pensarci prima». Poi però, mosso a compassione vedendo che l'amico non reagiva, cercò di accendere una speranza: «Vabbè dai, hai visto che la commissione è bonaria, ci lascia portare le cartelle e passano raramente tra le fila dei banchi a controllare: metti il libro delle versioni di latino in cartella e quando sarà il momento, con la perizia che non ti manca, dai la sbirciatina».

Senza mutare atteggiamento, Brunelli jr diede una risposta che spegneva sul nascere ogni possibilità di far attecchire la fiammella della speme: «Non ho il libro delle versioni di latino!» per poi ritirarsi nel silenzio dell'imputato reo confesso davanti al giudice.

Giffoni, sempre più incredulo, lo incalzò: «Ma come cazzo non hai più il libro delle versioni di latino?! Ma sei fuori?? Ma come cazzo ti hanno ammesso all'esame??».

Brunelli, sentendosi attaccato, sebbene blandamente, si scosse dal torpore e avanzò una difesa che avrebbe fatto inorridire persino gli avvocati dei nazisti al processo di Norimberga: «Lo sai bene che durante l'anno con quell'anima bella di Garofano, il prof di latino, copiavo tutte le versioni da quella secchia di Malone come un amanuense benedettino. In quanto al libro, io e Tazio — Brunelli senior, a sua volta loro compagno di classe — all'inizio dell'anno, per risparmiare, abbiamo comprato un libro solo per ogni materia e alla fine, per gli esami, ce li siamo divisi. Tazio si è tenuto quello di latino e io ho preso quello di italiano. That's all, quindi domani... game over».

Poi rivolse di nuovo lo sguardo assente verso il campo di gioco.

«Complimenti per la scelta oculata, davvero!» Esplose in una risata Giffoni, ormai noncurante per l'impreparazione conclamata di Brunelli jr., ma divertito per la tardiva, drammatica presa di coscienza che il compagno stava evidenziando in tutta la sua apparente ineluttabilità.

Tutto sembrava segnato, un destino impossibile da dribblare come invece stava facendo con grande successo pochi metri più in là il vigile urbano chiamato Garrincha, che difendeva i colori del bar "Alle Valanghe" contro gli avversari del pubblico esercizio all'insegna "Tre Regine".

«Ma perché non l'hai chiesto a Collar? Tanto a lui non serviva più almeno per qualche mese!!» proclamò Giffoni, come fulminato sulla via di Damasco.

Brunelli mutò drasticamente espressione, assumendo questa volta le fattezze dell'estasi scolpita dal Bernini sul volto di Santa Teresa d'Avila nella celebre scultura conservata nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria in Roma: Collar, soprannominato Colla, il loro taciturno compagno dalle lontane origini ungheresi, era stato l'unico della classe a non essere stato ammesso alla maturità e di certo non avrebbe avuto ragioni per negare il prestito di quel libro che ora, per Brunelli, valeva più di tutte le sculture del Bernini.

«Andiamo subito da Colla!» esclamo Brunelli con il piglio del Generale Custer mentre incitava il settimo cavalleggeri alla carica verso un indifeso accampamento indiano.

«Cazzo! Ma è mezzanotte passata! Non puoi andare adesso a casa sua e rompere i coglioni... telefonagli domani mattina e poi, prima di andare all'esame, passi a prendere il libro...» fece notare prontamente Giffoni, cercando di arginare il compagno che già si era mosso in direzione dell'uscita con il fare di un carcerato che abbandona la cella dopo l'ultimo giorno di prigione.

«No! Ma sei coglione? E se Colla domani mattina va al mare? O chissà dove, visto che non ha un cazzo da fare?? Via via, corriamo subito!» Brunelli non volle sentire ragioni e così, nel giro di un quarto d'ora, i due si trovarono sotto casa di Collar a suonare il campanello.

Dopo un paio di minuti, per Brunelli lunghi come l'attesa dell'ultima campanella dell'ultimo anno nell'ultimo giorno di scuola, sull'uscio comparve in vestaglia da notte, assonnata, la madre di Collar. Prima che la donna potesse dire qualsiasi cosa, mentre Giffoni avrebbe voluto scomparire, Brunelli non esitò ad incalzarla: «Buonasera Signora, è questione di vita o di morte, c'è Samuele?».

«Oddio!? È successo qualcosa di grave?? Samuele è a dormire!» fu la risposta atterrita della madre di Collar.

Giffoni prese in mano, si fa per dire, la situazione e, anticipando la veemenza di Brunelli, informò la signora: «No signora, ci scusi tanto per i modi e l'ora, non è successo assolutamente nulla di grave a Samuele. Il fatto è che dobbiamo svegliarlo adesso perché Tito ha bisogno di chiedergli una cosa per l'esame di maturità di domani mattina».

La donna, di cui non si capiva se fosse più rasserenata dalle parole o scocciata per la situazione, disse solo: «Aspettate un attimo». Voltò le spalle ai due senza farli entrare in casa e si ritirò per svegliare il figlio che si stava godendo un immeritato riposo.

Dopo almeno cinque minuti di attesa, Collar fece la sua comparsa sulla soglia indossando un improbabile pigiama, con l'aria di chi stava dormendo per l'eternità: un occhio chiuso e l'altro semiaperto.

«Ciao Colla, ho assolutamente bisogno del tuo libro delle versioni di latino» la buttò lì Brunelli con l'atteggiamento di un sergente istruttore davanti ad un plotone di reclute appena arrivate in caserma.

«Ciao Tito, non avevo comprato il libro adottato dalla classe. Durante l'anno ho usato quello che mi aveva regalato mio cugino di Napoli, che aveva fatto la maturità qualche anno fa» fu la lapidaria risposta di Collar, tra uno sbadiglio e l'altro.

Brunelli rimase impietrito; l'incendio della speranza creato da quella visita nottetempo si era improvvisamente spento. La risposta aveva avuto l'effetto del getto d'acqua delle Niagara Falls su un fuoco da campeggio.

«Ah, scusa per la visita. Buonanotte» disse infine Brunelli, ricadendo di nuovo in uno stato di premorte.

«Ma no — insistette Giffoni — sarà pure un'altra e datata edizione, ma il latino resta sempre il latino, sarà pieno zeppo di versioni: tra questa e il nulla, prendi questo. Glielo presti, vero Colla?».

Collar, sempre più assonnato, scrollò le spalle, si ritirò all'interno e dopo pochi minuti tornò con il libro di latino che diede senza dire nulla a Brunelli.

«Grazie Colla, te lo riporto domani sera!» disse non molto convinto Brunelli.

«Sì, sì... basta che adesso mi lasciate dormire e andate tutti e due fuori dai coglioni». Collar troncò definitivamente quella visita, chiudendo senza troppi convenevoli la porta di casa.

Naturalmente il giorno dopo, a seguire l'apertura della busta ministeriale e la lettura della versione che annunciava un passo tra i più complicati degli Annales di Tacito, Brunelli jr. dovette sconsolatamente verificare che nulla di utile era contenuto nel libro "prestatogli" da Collar la sera prima e così, con aria di estrema rassegnazione, si mise a fissare il foglio bianco davanti a sé.

Fu la mano amica di un compagno ad incarnare il volere della Provvidenza. Quest'ultimo, accortosi della situazione, chiese di andare in bagno e, nel tragitto, fece scivolare furtivamente sul banco di Brunelli il testo svolto della versione. Errori ed omissioni inclusi, s'intende, ma fu sufficiente a Brunelli jr. per ottenere nell'insieme la votazione necessaria per conseguire la maturità classica; una promozione "meritata" se non altro per la bella calligrafia con cui copiò il testo, una scrittura che avrebbe fatto invidia anche al copista benedettino Venanzio da Otranto.

Con buona pace della lacunosa edizione napoletana di Lingua e Letteratura Latina, di Collar e del suo cugino partenopeo, Brunelli jr., appena uscito dall'aula d'esame, stremato dalle emozioni e dalla "fatica", diede alle fiamme quell'inutile tomo come un improvvisato druido celtico nel cortile della scuola, tra le risate e i lazzi di Giffoni, Remfutti e compagnia.



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