La giornata era trascorsa in modo particolarmente impegnativo per i liceali della sezione A del Marco Porcio Catone (sede staccata), in gita d’istruzione nell'ultimo anno prima della maturità. La meta del viaggio era stata, come da copione per il corso di studi, la Grecia continentale. Una settimana da passare spostandosi in bus e a piedi, come trottole, nella "hit parade" dell’Antichità Classica: la visita del Partenone, il Museo Archeologico di Atene, Delfi, il Teatro di Epidauro, il tempio di Poseidon a Capo Sunio, Micene e la Porta dei Leoni.
Vani erano stati tutti i tentativi, con tanto di referendum dall’esito bulgaro consegnato al Consiglio d'Istituto dal rappresentante di classe Giffoni, per ottenere la settimana bianca a Cortina d’Ampezzo invece delle polverose rovine dell’Ellade. Il Collegio docenti era stato categorico: per completare la formazione classica di quel manipolo di maturandi lavativi la settimana bianca poteva aspettare, i luoghi che avevano visto le gesta degli eroi e delle divinità elleniche invece no.
Dimenticata ogni velleità di sfoggiare tra le nevi glamour della perla delle Dolomiti le loro dubbie capacità di aspiranti slalomisti, i ragazzi avevano dovuto far ricorso a tutti i loro talenti per scivolare via, tra pietre squadrate e colonne doriche, alle ossessive spiegazioni della professoressa Maggioli, l’insegnante di greco a cui era stato ovviamente affidato l’incarico di accompagnarli tra le vestigia della culla della civiltà occidentale. In particolare si erano distinti Giffoni, Remfutti e Brunelli junior, sempre pronti a trovare qualche scusa improbabile per giustificare ritardi nei vari punti di ritrovo o misteriose sparizioni, preferendo accodarsi clandestinamente a qualche altra comitiva straniera — meglio se nordica — per tentare altrettanto improbabili "abbordaggi" a ninfe poco elleniche e discendenti invece dai barbari scandinavi.
Quella sera, o sarebbe meglio dire notte fonda, i tre amigos, invece di dormire per ricaricare le batterie in vista della visita a piedi del centro di Atene prevista per il giorno dopo, non riuscivano a trovare il sonno dopo le tante ore trascorse a bordo dello scassatissimo bus che li aveva scarrozzati fino a Olimpia, nella tappa più lunga e massacrante del tour.
Lì, i tre si erano già guadagnati il severo rimprovero della Maggioli, ma soprattutto degli addetti alla sicurezza, quando all'interno dello stadion si erano cimentati — uscendone sconfitti — in una sfida di velocità con un gruppo di studenti teutonici inopinatamente sfidati, sfiorando poi la rissa perché Brunelli aveva indirizzato ai vincitori frasi assai poco olimpiche e rispettose dell’onorabilità delle madri degli improvvisati avversari: «Ho conosciuto i vostri papà l’anno scorso a Lignano: erano tutti bagnini!».
Non riuscendo a prendere sonno, non paghi delle avventure di giornata e poco coscienti di quello che li aspettava l’indomani, non avevano trovato di meglio che giocare a calcio con una pallina da tennis nel corridoio dell’hotel: Giffoni contro Brunelli, con Remfutti a difendere la porta — letteralmente l’ingresso della sua camera.
Nel mentre era transitata anche una comitiva di giovani americani che, rientrando in albergo completamente ubriachi, avevano applaudito all’esibizione dei tre liceali: «Italians!!! Good! Always Football y Amore!» aveva chiosato il più alticcio, brandendo una spada achea acquistata come souvenir e atteggiandosi a un novello Leonida atto a incitare le sue falangi alle Termopili, prima di scomparire nel vano delle scale.
Chi fu invece assai meno prodigo di elogi si dimostrò il receptionist che, richiamato probabilmente da qualche ospite disturbato dal frastuono prodotto dalla pallina da tennis e dalle urla con cui i tre accompagnavano le loro evoluzioni calcistiche, in greco moderno intimò — come probabilmente aveva fatto Agamennone ai troiani nel chiedere l'immediata resa e la restituzione di Elena a Menelao — di cessare il disturbo della quiete e rientrare nelle proprie camere.
L’invito aveva il tono di Agamennone e pure la stessa efficacia: appena il receptionist si allontanò, i "troiani" Giffoni, Remfutti e Brunelli ripresero la guerra ancora più determinati di prima, fino a che Morfeo ebbe la meglio sulla loro energia di giovani maturandi lontano da casa, come in quegli anni capitava assai poche volte al di fuori della scolastica visita d'istruzione.
Il mattino seguente, nella sala colazioni dell’albergo, mentre i tre con il resto della classe consumavano senza fiatare e con gli occhi acrilici una modesta colazione con un caffè che avrebbe nauseato persino un turco, si presentò il direttore dell’albergo, il quale chiese espressamente di parlare con la Maggioli.
La professoressa raggiunse subito il direttore e si mise in ascolto, in silenzio, della lunga e concitata oratoria con cui l’uomo raccontò quanto era accaduto qualche ora prima al secondo piano dell’Hotel Sirtaki.
«Vengano subito fuori quei tre imbecilli che ieri notte giocavano a pallone nei corridoi!»
Il tono della Maggioli, al rientro in sala, era più simile a un Minosse nell'atto di giudicare i dannati.
Giffoni e Brunelli non sollevarono lo sguardo dall’imbevibile caffè nero che avevano davanti a sé, mentre Remfutti si alzò immediatamente sull'attenti come un novello Salvo D'Acquisto: «Signora professoressa, adesso basta! È ora di finirla!».
Giffoni e Brunelli si fissarono pietrificati, mentre il compagno, ora con l’ardore di un Cicerone nelle Catilinarie, proseguì in quell'improvvida arringa: «Sono stati gli americani!! Girano sempre ubriachi e ieri sera uno di loro ci ha persino minacciato con una scimitarra!! Erano loro che giocavano a baseball nel corridoio! È ora di finirla, il personale dell’albergo ce l'ha con noi solo perché siamo italiani. Fin dal primo giorno! Ora basta!».
Un breve attimo di silenzio, poi, spontaneo, un fragoroso applauso da parte di tutti i componenti della classe seguì l’intervento di Remfutti. Giffoni e Brunelli si alzarono in piedi applaudendo ancora più forte, subito imitati dall’intera comitiva.
La Maggioli, dopo un primo attimo di smarrimento, convinta da quell’esplosione di totale e condiviso orgoglio patriottico, decise di farsi a sua volta paladina della giustizia e iniziò a replicare, inveendo in un crescendo rossiniano, contro il malcapitato direttore dell’Hotel Sirtaki. Quest'ultimo, dopo un blando tentativo di replica, voltò le spalle alla docente e, proferendo solo qualche frase incomprensibile in dialetto ateniese ma dal significato facilmente intuibile, se ne andò.
Rientrati in patria, sostenuti gli esami ed in qualche maniera ottenuta la maturità classica, gli ormai ex liceali della sezione A organizzarono la canonica cena dei saluti con il corpo insegnanti a fine luglio.
Remfutti, Brunelli e Giffoni non volevano essere macerati dal segreto che avevano custodito gelosamente fino al suono dell’ultima campanella e così, quando ormai la cena era giunta al caffè e all'ammazzacaffè, si presentarono al tavolo degli ex professori.
«Allora ragazzi! Siete stati contenti dei risultati?» esordì alla loro vista la professoressa Pacifico, docente di letteratura italiana e commissario interno all'esame. «D'accordo che le votazioni sono state bassine, ma in fondo l’avete passato tutti!».
«Certo» replicò con alto tasso di paraculaggine Giffoni, mentre Brunelli andò subito al punto: «Professoressa Maggioli, si ricorda della gita in Grecia?».
La Maggioli, che era intenta a discutere con il terribile professor Covoni di matematica, s'interruppe e rivolse subito l’attenzione ai tre ex allievi: «E come no, Brunelli! Ricordo eccome. Vi siete divertiti, non è vero? Una gita bellissima e molto riuscita dal punto di vista della vostra formazione».
«Sì, certo» sorrise Giffoni, sempre sornione, mentre Brunelli non perdeva di vista l’obiettivo: «Si ricorda anche del direttore dell’albergo?».
«Ma sicuro che me lo ricordo!» rispose immediatamente la Maggioli, rivolgendosi poi alla collega Pacifico. «Guarda Maria Luisa, un autentico cafone: voleva dare la colpa ai ragazzi per tutti gli schiamazzi e le infrazioni al regolamento all'interno dell’albergo». Poi, guardando Remfutti, continuò: «Ma tu come hai detto? È ora di finirla! Solo perché siamo italiani ci maltrattano!». E di seguito, fiera, verso gli altri colleghi seduti al tavolo: «C'era in albergo una comitiva di americani che girava sempre ubriaca, alcuni addirittura con le spade... e quello dava la colpa ai nostri ragazzi, ma alla fine ho saputo metterlo al suo posto difendendoli come si deve!».
Seguirono brindisi e sorrisi, fino a che fu Remfutti a intervenire: «Volevamo ringraziarla di cuore, professoressa Maggioli, e toglierci per sempre un peso dalla coscienza: a giocare a calcio nei corridoi alle 2:42 del mattino non erano gli americani. Eravamo io, Giffoni e Brunelli».
Silenzio.
Quando la Maggioli comprese esattamente, la sua faccia cambiò tutti i colori dell’iride, mentre lo sguardo assumeva bagliori quasi luciferini.
Fu il professor Moretti, quello di filosofia, a rompere il gelo, tentando di rabbonire la collega e salvare il salvabile: «Avevi ragione Giovanna, davvero una gita riuscitissima per completare la formazione dei ragazzi. Quanto a voi tre... non scommetto una dracma sul vostro futuro nel mondo della diplomazia. Prego l’Altissimo perché vi tenga lontani dalla magistratura e, convintamente, vi segnalerò per una borsa di studio in avvocatura»
Qualcuno sostiene che l'avvocato sia una professione che richieda fantasia, altri sono convinti che tutto dipenda dall'allenamento: da quel preciso momento in cui si scopre quanto sia sottile il confine tra una bugia raccontata con convinzione e una verità che arriva sempre troppo tardi.

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