mercoledì 23 settembre 2026

UDINESE-AJAX 0-0, QUI ROMA A TE GAMBERO

Il viaggio per Roma, era cominciato da poche ore come cominciavano tutti i viaggi scolastici: con un entusiasmo sproporzionato alle reali possibilità e una quantità di cibo al seguito sufficiente per resistere ad un assedio e nel frattempo Giffoni aveva già raggiunto quella particolare condizione di stanchezza nella quale il sonno non arriva più perché, dopo aver parlato per troppo tempo con persone che conosci, hai improvvisamente bisogno di parlare con qualcuno che non conosci affatto.

Era notte e l'espresso delle Ferrovie dello Stato partito già in ritardo alla stazione di Udine, viaggiava rumoroso sferragliando stancamente sui binari nel tratto appeninico Bologna-Firenze.

Nei compartimenti del treno, dopo l’euforia iniziale, il vociare si era progressivamente spento; qualcuno dormiva con la bocca aperta, qualcuno cercava una posizione impossibile sui sedili, qualcun altro continuava a fumare di nascosto con quella ostinazione che, negli adolescenti, non ha ancora niente della dipendenza e molto della rappresentazione teatrale.

Giffoni uscì nel corridoio diretto al bagno e fu allora che la vide.

Era una ragazza che non aveva mai incontrato prima, seduta vicino al finestrino del corridoio, con l’aria di chi aveva rinunciato al sonno ma non ancora alla speranza che potesse succedere qualcosa.

Era bella, questo Giffoni lo capì immediatamente, ma fu soprattutto la sua disinvoltura a colpirlo. Aveva quel modo naturale di stare al mondo che a Cividale, nella sua quotidiana heimat friulana assedita da 3000 giovanotti in grigioverde, sembrava appartenere a una specie proveniente dal pianeta Venere: guardava negli occhi, sorrideva senza chiedersi prima che cosa potesse significare quel sorriso e, soprattutto, sembrava perfettamente a suo agio nel trovarsi a parlare con uno sconosciuto in piena notte, su un treno diretto a Roma.

Se in Friuli le ragazze giocavano con un copertissimo e catenacciaro 5-4-1, tutte dietro la linea della palla, questa giocava all'olandese, con tre punte di ruolo, senza libero e con i terzini di fascia che erano attacanti aggiunti. 

Giffoni, al contrario, spaesatissimo come l'Inter di Invernizzi al cospetto dell'Ajax di Cruyff e Neeskens nella finale di coppacampioni a Rotterdam, aveva già cominciato a chiedersi se fosse il caso di salutarla.

Si guardarono.

Lei sorrise.

Giffoni, che davanti a una ragazza sconosciuta aveva sempre avuto il buon senso di non sapere cosa dire, tirò fuori una sigaretta.

«Fumi?»

Lei guardò la sigaretta.

«Ogni tanto.»

Era una risposta che, a quell’età, poteva significare praticamente qualsiasi cosa.

Giffoni gliene offrì una.

Lei l’accese e rimasero qualche secondo a fumare guardando fuori dal finestrino, con il paesaggio notturno che scivolava via e il treno che procedeva verso Roma con quella sicurezza che, a differenza degli adolescenti maschi, hanno almeno i mezzi di trasporto.

Cominciarono a parlare.

Lei veniva da Milano ed era in gita con il suo liceo.

Giffoni le disse da dove veniva lui, raccontò qualcosa della propria scuola, della gita, dei compagni, degli insegnanti e poi, quasi incidentalmente, scoprirono che i due licei alloggiavano nello stesso albergo.

La coincidenza ebbe su Giffoni l’effetto che può avere una vincita alla lotteria su qualcuno che non ha mai comprato un biglietto.

Fino a quel momento quella ragazza apparteneva alla categoria delle persone che si incontrano una volta sola: un volto visto su un treno, una voce destinata a perdersi al primo cambio di binario, una di quelle piccole apparizioni che la vita produce senza sentire il bisogno di dare loro un seguito.

Adesso, invece, c’era un albergo.

Un luogo concreto.

Una possibilità.

Parlarono per quasi tutta la notte e quando arrivarono a Roma, si salutarono con la naturalezza di chi ha già capito che si rivedrà.

E infatti si rividero.

Durante la giornata le due scuole si incrociarono più volte: il gruppo di Milano da una parte, quello di Giffoni dall’altra; insegnanti che cercavano di mantenere un controllo che nessuno aveva intenzione di concedere loro, ragazzi che si spostavano in branchi e Roma intorno, enorme e indifferente, brulicante di sollecitazioni.

Durante la passeggiata nel centro in mezzo a tutte quelle chiese e quei palazzi rinascimentali, tutti invariabilmente marchiati da un PONT MAX seguito dal nome di un pontefice, avevano visto anche l’Arlecchino, un edificio che proprio non poteva fregiarsi del marchio. 

Era un cinema a luci rosse.

La cosa aveva suscitato nei ragazzi quella particolare miscela di curiosità, imbarazzo e conoscenza assolutamente insufficiente che rendeva certi luoghi molto più interessanti proprio perché, ufficialmente, non erano destinati a loro.

Giffoni aveva registrato il nome, senza sapere ancora perché ma la sera, in albergo, lo scoprì.

Fu lei ad avvicinarsi.

«Stasera cosa fai?»

Giffoni, come Dino Zoff sul missile da 40 metri di Haan a Baires '78, fu colto completamente impreparato dalla domanda che lui avrebbe dovuto fare e che aveva avuto tutto il giorno per prepararsi s e rispose calciando la palla in tribuna:

«Niente.»

Lei lo guardò per qualche secondo, poi disse:

«Andiamo all’Arlecchino?»

Giffoni rimase fermo. Non abbozzò neanche un tentativo di parata, questa volta rimase come Ricky Albertosi sul pareggio di Schnellinger nel recupero della semifinale di Mexico '70. 

Non era sicuro di aver capito.

«All’Arlecchino?»

«Sì.»

Era proprio quello.

L’Arlecchino.

Il cinema a luci rosse che avevano visto durante la passeggiata del mattino: non un altro cinema, non un posto dove prendere qualcosa da bere e neppure una romanticauna passeggiata generica per Roma. Proprio l’Arlecchino.

L'Ajax aveva inserito una quarta punta al posto del centrale difensivo: lei spiegò che sarebbero dovuti andare tutti in discoteca, ma che lei non ne aveva voglia.

«Possiamo dire ai professori che non stiamo bene.»

Giffoni ascoltava.

«Restiamo nelle nostre camere finché gli altri non escono. Poi aspettiamo una mezz’ora e ci troviamo nella hall.»

Era un piano, un piano vero, con un inizio, uno svolgimento e persino una destinazione: l'Arlecchino.

Calcio all'olandese all'apice del suo splendore.

Giffoni non sapeva se fosse il caso di essere felice, preoccupato o semplicemente ricoverato.

La cosa più sorprendente, tuttavia, era che non aveva dovuto fare niente.

Per anni aveva considerato una ragazza come lei, una creatura sostanzialmente irraggiungibile. Adesso una ragazza di quella postura e appena conosciuta gli aveva proposto spontaneamente di andare con lei in un cinema a luci rosse nel centro di Roma.

Il destino, per una volta si era presentato con il sorriso, aveva deciso di risparmiargli la fatica della conquista e di spalancargli le porte davanti all'autostrada del Sole.

Giffoni avrebbe dovuto soltanto non rovinare tutto.

Il piano funzionò: gli altri uscirono assieme ai professori e l’albergo si svuotò progressivamente della parte più rumorosa della gita.

Giffoni aspettò e poi scese.

Lei era nella hall.

Uscirono.

Roma, di notte, faceva il resto.

Camminarono per il centro parlando e ridendo, senza una meta diversa da quella che lei aveva indicato e che Giffoni, fino a pochi minuti prima, non avrebbe mai immaginato di poter raggiungere.

Arrivarono davanti all’Arlecchino e fu lì che Giffoni si fermò.

Non fisicamente, quello sarebbe stato troppo evidente.

Si fermò dentro: fino a quel momento aveva pensato che la cosa più difficile fosse arrivare lì mentre adesso si accorse che il problema era esserci arrivato.

L’Arlecchino non era semplicemente un cinema, era un cinema a luci rosse, e loro erano minorenni, in gita scolastica, a Roma, senza insegnanti, in piena notte, mentre nel loro albergo qualcuno avrebbe potuto accorgersi della loro assenza.

La mente di Giffoni, davanti a una situazione per lui inusuale e già sufficientemente complicata, fece quello che sapeva fare meglio: cominciò ad aggiungere complicazioni.

E se fossero tornati gli insegnanti?

E se qualcuno li avesse visti?

E se avessero chiesto i documenti?

E se avessero chiamato la polizia?

E se la polizia avesse scoperto che erano minorenni?

E se poi avessero dovuto spiegare perché si trovavano davanti a un cinema a luci rosse?

E se avessero telefonato a casa?

E se avessero scoperto tutto a Cividale?

E se magari la ragazza avesse avuto un fidanzato che facea il militare di leva in Friuli, fosse venuto a saperlo e, soprattutto, fosse geloso?

Quella domanda, che non aveva alcuna attinenza con la polizia, con i professori o con Roma e che aveva le stesse possibilità che in quel momento un asteroide cadesse sul Vaticano, riuscì comunque a entrare nel ragionamento.

Giffoni aveva raggiunto in pochi minuti una condizione mentale nella quale un’uscita serale con una ragazza si era trasformata in un procedimento penale internazionale.

Lei lo guardò e probabilmente aveva capito che il problema non era più l’Arlecchino.

«Hai ragione. Torniamo in camera.»

E tornarono.

In albergo lei lo invitò nella sua stanza.

«Giochiamo a carte?»

L'Ajax ora aveva inserito persino una quinta punta al posto del portiere Stuy per lasciare la porta vuota.

Ma la ragazza non poteva immaginare che dall'altra parte c'era qualcuno capace di anticipare di 40 anni l'attacco dell'Udinese di Runiajc senza Davis.

Fu così che Giffoni, dopo aver attraversato Roma di notte con una ragazza che gli aveva proposto lei stessa di andare all’Arlecchino, dopo essere arrivato davanti a un cinema a luci rosse e dopo aver immaginato, nell’ordine, professori, polizia, documenti, genitori e fidanzati gelosi, finì seduto in una stanza d’albergo a giocare a carte.

Parlarono.

Risero.

Giffoni, nel frattempo, continuava a non fare niente, a tirare palloni lontanissimi dalla porta vuota e a concentrarsi sul ramino.

A un certo punto lei lo guardò dritta negl'occhi.

«Hai per caso già una fidanzata?»

Giffoni avrebbe potuto dire la verità, avrebbe potuto dire di no, avrebbe potuto persino ridere.

Invece scelse la soluzione più complicata tra quelle disponibili.

«Sì, certo.» Fece una pausa. «È di Udine.»

La ragazza di Udine non esisteva, ma in quel momento Giffoni ne aveva bisogno: era la sua ancora di salvataggio, lanciata dal frutto del desiderio proprio mentre il desiderio stava diventando troppo reale per uno che aveva passato mesi, forse anni, a considerarlo teoricamente preferibile alla realtà.

Gli altri tornarono, e l'arbitro fischiò la fine.

La porta dell'Ajax era rimasta inviolata.

Nei giorni successivi lei non gli parlò quasi più e la storia finì lì, non ci fu nessuna partita di ritorno.

Non finì con un litigio, né con una tragedia e neppure con una dichiarazione mancata: finì con una fidanzata inesistente di Udine.

Quando Giffoni rientrò a Cividale raccontò tutto a Gambero dietro la promessa di tenere per sè il segreto come un pesce operato alle corde vocali, perchè Gambero era l'unico di cui si fidava e si sarebbe sempre fidato come custode delle sue imprese alla rovescia.

Gambero lo ascoltò fino in fondo e non disse niente per alcuni secondi.

Poi lo guardò dritto negli occhi come aveva fatto la ragazza nella camera di Roma e sentenziò quello che probabilmente, per carità di patria, avrebbe voluto dire anche lei ma che certamente aveva pensato.

«Ma sei proprio un coglione.»

E, per una volta, Giffoni non trovò nessuna obiezione.


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