Il viaggio per Roma aveva prodotto, nelle prime ore, quella consueta euforia da gita scolastica che tende a esaurirsi molto prima del viaggio di ritorno e che, già alla partenza, aveva trovato il suo naturale contraltare nella quantità di viveri trasportati dai ragazzi: panini, salami, biscotti, lattine, bottiglie e generi alimentari di varia natura, accumulati negli zaini con una previdenza che sembrava più adatta all’assedio di Stalingrado che a tre giorni nella capitale.
L’Innominato, colui che era pietoso tacere anche il nome, invece, aveva con sé tre uova sode e seimila lire e non sembrava preoccupato.
Probabilmente non lo era perché, a differenza degli altri, aveva già intuito una cosa fondamentale: nella vita di gruppo le risorse degli altri sono una forma di previdenza sociale alla quale si può ricorrere con una certa facilità, soprattutto quando si possiede un carattere che rende complicato per gli altri distinguere la cortesia dalla coercizione.
La prima volta che se ne ebbe una dimostrazione fu quella notte in albergo.
Era molto tardi quandoqualcuo bussò alla porta della camera occupata da Giffoni, Remfutti, Brunelli e Conte.
«AAmiiiici.»
Non si udì altro al classico "Chi è?".
La porta si aprì, si materializzò l'Innominato e con quella sua voce gutturale, aspirata, che sembrava sempre provenire da una gola nella quale fosse rimasto incastrato un avvertimento, chiarì subito, senza troppi giri di parole, le sue intenzioni intimando al gruppo:
«Andiamo a inculare le bottiglie al bar dell’albergo.»
La proposta venne accolta da un silenzio nel quale, per qualche secondo, nessuno sembrò trovare una risposta che non fosse inutilmente compromettente.
L’Innominato li guardò e con disprezzo sentenziò:
«Cooniiiigli.»
E se ne andò da solo.
Naturalmente Giffoni, Remfutti, Brunelli e Conte non ebbero il coraggio di seguirlo apertamente, ma nemmeno quello di lasciarlo andare senza sapere come sarebbe finita, così lo seguirono a distanza, con quella prudenza tipica di chi non vuole partecipare a un reato ma non vuole nemmeno perdersi lo spettacolo.
L’albergo era immerso nel buio. L’Innominato raggiunse il bar bestemmiando più volte per aver cozzato a più riprese contro i mobili sparsi qua e là nell'oscurità ed infine entrò nella sala bar posta in fronte alla portineria, si avvicinò al bancone e afferrò una bottiglia di whisky.
Il rumore del vetro bastò a risvegliare il portiere di notte.
«Ehi tu là! Che fai?»
L’Innominato non si scompose, e come se si trovasse al bar della stazione Termini nell'ora di punta replicò con fare scocciato.
«Vorrei una coca.»
Il portiere lo fissò con sguardo assonato e preso in contropiede come il Brasile di Telè Santana al cospetto della tripletta di Paolo Rossi al Sarrià.
«Il bar è chiuso» biascicò in romanesco cercando di scuotersi dal torpore del turno di notte e fece per alzarsi e andare verso il bancone.
«Scuuuusi» disse invece l’Innominato prima di scomparire nel corridoio più lesto di Diabolik dopo aver intravisto Ginko sulla porta della Banca Nazionale di Genf.
Gli altri quattro tornarono in camera quasi facendo una fatica immonda nel trattenrsi dal piegarsi dalle risate, mentre Giffoni, invece di ridere fino in fondo, si ritrovò a pensare che almeno quello aveva avuto il coraggio di provarci.
Era una considerazione che gli sarebbe tornata in mente più spesso di quanto avrebbe voluto, perché mentre l’Innominato, nel giro di pochi minuti, aveva tentato di prendere una bottiglia, Giffoni la notte prima aveva appena trascorso ore a non prendere nulla.
Il giorno dopo, in pieno centro, Giffoni, Remfutti e Brunelli entrarono in un bar per mangiare qualcosa, ridendo e commentando insieme quanto era accaduto la sera prima.
L’Innominato fece la sua comparsa poco dopo, bardato nella sua ordinaria divisa sociale, che non cambiava mai: pantaloni e giubbino in jeans stravissuti e la solita aria di chi è in procinto di afferrare qualcuno per il bavero.
Non si capì bene da dove fosse arrivato, perché aveva quella particolare capacità di materializzarsi nei luoghi in cui poteva essere utile alla sua sopravvivenza senza che nessuno ricordasse di averlo invitato.
Si sedette con loro e non ordinò.
Brunelli, dopo qualche minuto, lo guardò.
«Ma tu non mangi?»
«Non ho soldi.»
Brunelli, con quella generosità che precede sempre di pochi secondi il pentimento, gli disse:
«Ma dai, non preoccuparti. Ordina pure, offriamo noi.»
L’Innominato prese la frase alla lettera con una precisione che avrebbe fatto onore a un notaio mentre Remfutti e Giffoni guardarono Brunelli come qualcuno che aveva puntato utti i loro risparmi al casinò senza interpellarli.
Poco dopo tornò con un vassoio colmo di ogni ben di Dio, che sembrava provenire dal pranzo di un'Ambasciata che in una bar senza pretese: abbastanza roba da mettere in difficoltà anche un esercito di mercenari.
Brunelli guardò Giffoni.
Giffoni guardò Remfutti.
Remfutti guardò il vassoio.
Fu in quel momento che i tre compresero che la frase «offriamo noi» aveva assunto una consistenza economica che andava oltre le più tragiche previsioni: l’Innominato, terminato il pranzo, si alzò e se ne andò senza ringraziare mentre loro tre dovettero affrrontare una sanguinosa colletta che tagliava drasticamente il loro budget per il resto della gita.
Giffoni seguì l'Innominato con gli occhi mentre questo usciva satollo dal locale; la sera precedente aveva tentato di prendere una bottiglia e, scoperto, aveva chiesto una Coca-Cola e quel giorno aveva ricevuto un’offerta di cortesia e l’aveva trasformata in un pranzo completo.
Sembrava esistere, nel suo universo, una grammatica molto semplice: entrare, prendere ciò che serviva e uscire prima che qualcuno avesse il tempo di spiegargli che forse non funzionava esattamente così.
Giffoni, invece, aveva passato la giornata a evitare persino di pensare a ciò che era successo la notte precedente, al peso del tremendo segreto che non poteva raccontare a nessuno, se non voleva essere messo alla berlina per il resto dei suoi giorni.
Non poteva raccontare della ragazza del treno, del cinema, dell’Arlecchino, della camera d’albergo, delle carte e soprattutto di quel momento nel quale avrebbe dovuto fare qualcosa e aveva invece fatto quello che gli riusciva meglio: niente.
Durante il viaggio di ritorno Giffoni divideva il compartimento con Vaccari e Brunelli.
Roma era ormai alle spalle, ma per lui il viaggio non era affatto finito; camminava ancora dentro quella notte, avanti e indietro, come un giocatore che continua a rivedere al rallentatore un’azione nella quale avrebbe potuto tirare in porta e invece aveva preferito passare indietro, come un allenatore che obbligava ad iniziare continuamente l'azione dal basso passando al portiere invece di verticalizzare contro una squadra che non aveva più nenache il portiere per difendersi.
Lo 0-0 con la ragazza dell’Ajax era ormai diventato, nella sua testa, una partita che nessuno aveva visto ma della quale lui conosceva ogni errore.
Tra il rischio di un No immaginario e di un SI praticamente certo, lui aveva preferito chiudersi in difesa senza mai tirare in porta.
Brunelli invece aveva sete. Una sete della Madonna.
Vaccari aveva una Fanta e nessuno, tranne lui, lo sapeva.
Era l’unica Fanta rimasta in tutto il compartimento e Vaccari lo sapeva perfettamente, tanto che aveva nascosto la lattina nello zaino con la stessa attenzione con cui una spia sovietica avrebbe nascosto una microspia all'interno di un comando Nato.
Aveva intenzione di aspettare che gli altri dormissero.
Giffoni, dopo qualche tempo, sopraffatto dai rimpianti e dalla rabbia verso se se stesso cadde in un sonno simile alla morte, mentre Brunelli nell'angolo del sedile respirava già pesantemente come lo stantuffo di una locomotiva impegnata nello scalare le montagne rocciose.
Poi, di colpo, l’Innominato si materializzò sulla porta dello scompartimento.
Non disse nulla, si sedette e rimase lì in attesa, come un cane da caccia quando fiuta in lontanza un fagiano.
Rimase lì, con gli occhi che scrutavano gli zaini e Vaccari.
Vaccari, maledicendo la sorte, finse di addormentarsi ed infine l’Innominato, chiuse gli occhi.
Vaccari invece, li aprì.
Guardò Giffoni, guardò Brunelli e guardò l’Innominato.
Attese ancora qualche minuto per sicurezza e poi decise che era il momento: tirò fuori lentamente la lattina dallo zaino e la aprì con estrema cautela, come se avesse tra le mani la sicura di un'arma termonucleare.
FZZZZZZZ.
Gli occhi dell’Innominato si aprirono nel buio con la rapidità con cui i fari di una Jaguar di Diabolik si accendono davanti al portone di una gioielleria.
«Mi dai un po’?»
Vaccari rimase immobile.
Avrebbe potuto dire di no.
Avrebbe potuto difendere la propria Fanta.
Avrebbe potuto, per una volta, stabilire un principio.
Sapeva invece che provare era impossibile e gli porse la lattina.
L’Innominato bevve: non bevve come beve una persona assetata, bevve come un legionario disperso da settimane nel deserto appena entrato in un'oasi.
Quando ebbe finito, restituì la lattina.
Dentro rimaneva una quantità di Fanta sufficiente, nella migliore delle ipotesi, ad umettare le labbra di Vaccari.
L’Innominato si rimise a dormire mentre Vaccari rimase sveglio.
Giffoni continuò a dormire giocando il suo 0-0 mentre il sonno di Brunelli combatteva con una sete che gli sarebbe passata soltanto al mattino.
Nel buio del compartimento, l’Innominato dormiva invece satollo e soddisfatto il sonno dell'Ingiusto.
Vaccari anche lui aveva sete e aveva visto svanire la sua scorta conservata giudiziosamente per tre giorni invista del ritorno.
Giffoni, senza saperlo, si era perso, inoltre, per la terza volta alla stessa lezione: l’Innominato non aveva mai avuto il problema di capire se una cosa gli spettasse.
Semplicemente se l'era presa.

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