Fuori dall'Olympiaschwimmhalle, mentre il custode rientrava nell'impianto con la soddisfazione professionale di chi aveva appena ristabilito l'ordine senza dover ricorrere alle autorità consolari, Brunelli, Giffoni, Vaccari, Conte e Collar si ritrovarono per qualche istante a contemplare la propria condizione. Erano bagnati, infreddoliti, vestiti alla meglio e, soprattutto, privi di quella sicurezza interiore che normalmente accompagna chi ha appena speso 5 marchi per entrare in una piscina e ne esce senza aver avuto il tempo di fare un bagno decente.
Si stavano dirigendo verso la fermata della metropolitana di Olympiazentrum, con l'intenzione dichiarata di rientrare in albergo, fare una doccia e recuperare almeno una parvenza di rispettabilità prima della partenza notturna, quando Giffoni si fermò di colpo.
Gli altri fecero ancora qualche passo, poi si voltarono.
«Che c'è adesso?» domandò Conte.
Giffoni non rispose. Guardava oltre gli alberi, verso una grande struttura che emergeva dal paesaggio con la discrezione di un transatlantico parcheggiato in un giardino.
Era l'Olympiastadion.
La copertura trasparente, le strutture metalliche sospese e l'ampia sagoma dello stadio componevano un insieme che, anche a distanza, conservava qualcosa di futuristico. Non aveva l'aspetto severo dei grandi impianti costruiti per celebrare la potenza degli Stati o la gloria dei regimi, sembrava piuttosto una tenda gigantesca, un'architettura leggera e ardita, concepita per dare l'impressione che la tecnologia fosse finalmente riuscita a liberarsi dalla propria pesantezza.
Per Giffoni, che fino a quel momento aveva condiviso con gli altri l'umiliazione della piscina, quella visione ebbe l'effetto di una rivelazione.
«Ma vi rendete conto?»
Conte sospirò. Conosceva quel tono: era il tono che precedeva le iniziative destinate a complicare la vita a tutti.
«Di cosa?»
«Dell'Olympiastadion!»
«Lo vediamo.»
«No, voi vedete uno stadio. Io vedo la storia.»
«Io vedo, e soprattutto sento, che siamo con le mutande bagnate sotto i pantaloni.» osservò Vaccari. «E che avrei una certa urgenza di tornare in albergo.»
Giffoni non lo ascoltava più. Si era avvicinato di qualche passo, come se temesse che la struttura potesse svanire da un momento all'altro, lasciandolo con il sospetto di aver avuto un'allucinazione provocata dall'acqua clorata.
«Qui, nel giugno del 1974, Dino Zoff vide interrompersi il suo record d'imbattibilità dopo 1.142 minuti. Gol di Sanon, Haiti. Vi rendete conto?»
Collar lo guardò con la cautela che si riserva alle persone che hanno appena pronunciato un nome apparentemente insignificante con la solennità di chi annuncia la scoperta della tomba di Tutankhamon.
«Sanon chi?»
Giffoni si voltò lentamente.
«Emmanuel Sanon. Haiti. Mondiali del 1974. La nazionale italiana era arrivata in Germania con Zoff che non prendeva gol da una vita. Poi arriva questo Carneade haitiano e gli segna. Fine del record.»
«Ah.»
«Ah?»
«Sì, ho capito. Gli ha fatto gol.»
Giffoni lo fissò. Per un istante parve sul punto di spiegargli che non si trattava semplicemente di un gol, ma di una frattura nella storia del calcio italiano, di un evento che aveva messo fine a una striscia d'imbattibilità destinata a rimanere negli annali e che, per quanto potesse sembrare incredibile, era accaduto proprio lì, a pochi metri da dove si trovavano loro.
Poi rinunciò. Certe cose, pensò, non si possono spiegare a chi non è disposto a sentirle.
«Entriamo.»
«Dove?» chiese Conte, benché avesse già capito.
«Nello stadio.»
«Giffoni, noi dobbiamo tornare in albergo.»
«Ci mettiamo dieci minuti.»
Giffoni indicò lo stadio con un gesto ampio, quasi liturgico.
«Per un archeologo trovarsi davanti a Petra è un'esperienza che non si può rimandare. Per uno che ama la storia antica, vedere le piramidi Maya emergere dalla giungla dello Yucatán non è una cosa che si programma per il prossimo fine settimana e per uno che ama il calcio, trovarsi davanti all'Olympiastadion di Monaco è esattamente la stessa cosa.»
Brunelli, che fino a quel momento aveva ascoltato con un'espressione indecifrabile, si voltò verso Conte.
«A me Petra non interessa, ma lo stadio sì.»
«A te interessa qualsiasi cosa che possa finire male.»
«Non è vero.»
«Hai appena fatto una bomba in mutande nella piscina olimpica.»
«Quella era una questione patriottica.»
Giffoni, nel frattempo, aveva già cominciato a dirigersi verso l'ingresso. Gli altri lo seguirono, non perché fossero stati convinti dalle sue argomentazioni, ma perché avevano imparato che opporsi a certe iniziative richiedeva più energie di quante ne occorressero per assecondarle.
Pagarono due marchi a testa e varcarono l'ingresso.
Giffoni si fermò.
Davanti a lui si apriva il catino dello stadio, con gli spalti che scendevano verso il campo in una grande curva continua, la pista d'atletica e il rettangolo verde al centro, incorniciato dall'ardita copertura sospesa. L'impianto appariva quasi irreale nella luce del pomeriggio. Le gradinate, in parte vuote, avevano qualcosa di monumentale senza essere opprimenti; la copertura sembrava galleggiare sopra lo stadio, come se qualcuno avesse voluto costruire un'enorme vela per raccogliere il vento della storia sportiva.
Giffoni avanzò lentamente, guardandosi intorno con la devozione del pellegrino che abbia finalmente raggiunto Santiago di Compostela dopo 700 km di cammino. Non era più il ragazzo che, pochi minuti prima, aveva seguito Brunelli in una piscina senza costume ma un uomo che si trovava al cospetto di uno dei luoghi in cui il calcio, l'atletica e la memoria collettiva si erano dati appuntamento.
Conte, Vaccari e Collar, al contrario, avevano l'aria di tre turisti che si fossero accidentalmente iscritti a un seminario sulla storia dell'architettura.
«Bello» disse Collar.
«Bellissimo» corresse Giffoni.
«Sì, bellissimo. Possiamo andare?»
«Ma come si fa a pensare di andarsene?»
«Con le gambe» rispose Conte. «È il metodo che sto cercando di adottare da quando siamo usciti dalla piscina.»
Giffoni lo ignorò. Si muoveva lungo la gradinata, soffermandosi ogni tanto per osservare il campo da angolazioni diverse, come se volesse imprimersi nella memoria non soltanto lo stadio, ma anche il modo in cui la luce si posava sulle strutture e il rapporto fra le tribune e il terreno di gioco.
«Ma vi rendete conto? Qui undici anni fa Kaiser Franz alzò la Coppa del Mondo, mandando in fumo il calcio totale degli olandesi del Profeta Johan Cruijff.»
Per lui, in quel momento, ogni seggiolino poteva contenere il ricordo di una partita, ogni metro quadrato del prato custodiva una traccia di un'impresa sportiva, ogni gradino era un frammento di una storia che aveva contribuito a costruire la sua idea del calcio.
Gli altri, invece, cominciavano a considerare i due marchi spesi come un investimento dal rendimento sempre più improbabile.
«Io non capisco» disse Vaccari. «Abbiamo visto lo stadio. È uno stadio. C'è il campo, ci sono le tribune. Cosa dovrebbe succedere ancora?»
Giffoni si voltò verso di lui con un'espressione quasi offesa.
«Non è uno stadio qualsiasi.»
«Lo so. È quello dove ha preso gol Zoff.» precisò Vaccari.
«E dove si sono svolte le Olimpiadi del 1972!» continuò Collar.
«E dove il Profeta è asceso al cielo! E allora?!» interrogò spazientito Conte.
Giffoni, senza curarsi dei compagni e con l'aria del mistico che compatisce dei miscredenti, proseguì la discesa verso il fondo della gradinata. Gli altri lo seguirono, obtorto collo, con la rassegnazione di chi ha capito che il programma della giornata non gli appartiene più.
Arrivato nei pressi della rete di protezione che separava gli spalti dalla pista d'atletica, Giffoni si fermò nuovamente.
Guardò il tartan rosso.
Poi il rettilineo.
Poi la curva.
E, infine, il cielo sopra la copertura.
Per qualche secondo rimase immobile, con la bocca leggermente aperta.
«No.»
Conte si portò una mano alla fronte.
«Ti prego, dimmi che non hai visto qualcos'altro.»
Giffoni indicò la pista.
«Ma vi rendete conto?»
«No» risposero in coro Vaccari e Collar.
«Durante le Olimpiadi del 1972, proprio qui, su questo tartan, Pietro Mennea conquistò la sua prima medaglia olimpica: il bronzo nei duecento metri, nella finale vinta dal mitico Valerij Borzov!»
Seguì un silenzio breve, ma sufficientemente denso da poter essere interpretato come il momento di raccoglimento che precede una cerimonia ufficiale.
Poi Conte si schiarì la voce.
«E chi se ne frega.»
Vaccari scoppiò a ridere.
«Ma sì, Giffoni! Ma che ce ne frega di Mennea, Borzov e di tutti gli altri? Noi vogliamo tornare in albergo!»
Conte rincarò la dose.
«Secondo me, se Mennea sapesse che siamo qui con le mutande bagnate sotto i pantaloni che ormai sono bagnati anche loro, sarebbe il primo a chiederci di andarcene.»
Giffoni si voltò verso di loro. Aveva l'espressione di chi si trova a dover difendere un patrimonio culturale dall'incuria dei contemporanei.
«Voi non avete idea di cosa significhi essere qui.»
«No» disse Collar. «E, sinceramente, non sento il bisogno di scoprirlo.»
Giffoni si aggrappò alla rete. Guardò ancora la pista, poi gli amici. Nella sua testa, in quel momento, la distanza fra il presente e il 1972 si era improvvisamente annullata. Riusciva quasi a vedere Mennea ai blocchi di partenza, i muscoli tesi, lo sguardo concentrato, pronto a misurarsi con i migliori velocisti del mondo.
E fu proprio allora che uscì di senno, definitivamente.
«Sapete cosa vi dico?»
«No» rispose Conte. «E vorrei mantenere questo privilegio.»
Giffoni si arrampicò sulla rete.
«Vediamo chi ha il coraggio di rifare con me la finale dei duecento metri. E magari battermi.»
Per qualche istante i tre amici lo guardarono senza parlare. Non era facile stabilire se avesse appena pronunciato una provocazione, una proposta sportiva o la prima frase di una crisi mistica.
Brunelli, fino allora silente e probabilmente ancora appagato dalla bomba sganciata nella piscina olimpionica, non aveva invece bisogno di chiarimenti.
Lui non sapeva resistere a una sfida. La sua personalità era costruita su un principio elementare, che nel corso degli anni aveva prodotto risultati assai più disastrosi di quelli ottenuti da molti avversari sui campi di calcio: se qualcuno sosteneva di poter fare qualcosa, Brunelli doveva dimostrare di poterla fare meglio. Se qualcuno lo sfidava, la prudenza diventava una forma di codardia. Se poi la sfida era palesemente stupida, la necessità di accettarla assumeva il carattere di un dovere morale.
Scavalcò la rete con un'agilità sorprendente, considerando che pochi minuti prima era stato espulso da una piscina per essersi tuffato in mutande.
Atterrò sulla pista e si sistemò la maglietta.
«Ecco qui Borzov.»
Giffoni lo guardò.
«Tu saresti Borzov?»
«Certo.»
«Ma Borzov era sovietico.»
«E allora?»
«Scusa ma non sei tu quello che voterà DC perché è la Juventus dei partiti?»
«Ma chi se ne fotte della politica. Non è Borzov quello che ha vinto? Allora sono io. Basta parlare. Dove si parte?»
«Sulla linea dei duecento metri.»
«Perfetto.»
Conte, Vaccari e Collar si erano accomodati sugli spalti, da dove avrebbero assistito alla gara con l'entusiasmo di chi, per una volta, aveva deciso di non partecipare attivamente alla propria rovina.
«Noi facciamo i tifosi!» gridò Vaccari.
«Sì, fate i tifosi» rispose Giffoni. «Che è già un'attività superiore alle vostre possibilità atletiche.»
«E tu fai Mennea?» domandò Vaccari.
«Io faccio me stesso.»
«Allora siamo tranquilli. Non rischi di battere nessuno.»
I tre scoppiarono a ridere.
Giffoni e Brunelli raggiunsero la linea di partenza. Si guardarono intorno, come due atleti che stessero per disputare una finale olimpica davanti a migliaia di spettatori, benché i soli testimoni della loro impresa fossero tre amici annoiati e un uomo della sicurezza che, dalla tribuna centrale, aveva cominciato a interessarsi alla scena.
Non l'avevano visto arrivare. Era rimasto a distanza, probabilmente convinto che i visitatori si sarebbero limitati a passeggiare sugli spalti e a contemplare l'impianto e quando aveva notato i due ragazzi scavalcare la recinzione, aveva capito che il pomeriggio stava prendendo una piega che avrebbe richiesto un intervento.
I due concorrenti, intanto, si erano sistemati sulla linea dello start.
Giffoni si accovacciò, assumendo una posizione che aveva visto ripetere decine di volte in televisione. Brunelli lo imitò, con qualche difficoltà, perché la sua interpretazione della postura atletica era condizionata da un eccesso di entusiasmo e da una comprensione approssimativa della biomeccanica.
«Pronto?» chiese Giffoni.
«Prontissimo.»
«Quando dico via, si parte.»
«Ho capito.»
«E niente scorrettezze.»
Brunelli lo guardò con aria scandalizzata.
«Ma per chi mi hai preso?»
Giffoni preferì non rispondere.
Dall'altra parte del campo arrivò un latrato.
Un secondo latrato, più vicino, gli fece capire che il loro starter non sarebbe stato un colpo di pistola, ma un pastore tedesco che, scorti due intrusi sulla pista, intendeva partecipare alla gara, con un entusiasmo che nessuno gli aveva richiesto e il merito di renderla più internazionale.
I due si voltarono.
La bestia stava arrivando di corsa sguinzagliata dal custode, il quale aveva cominciato a gridare qualcosa in tedesco. La distanza era ancora considerevole, ma il movimento dell'animale e il tono della voce dell'uomo rendevano perfettamente comprensibile il significato generale della situazione.
Non ci fu più il bisogno di dare il via.
I due scattarono contemporaneamente, ma invece di percorrere la pista nella direzione prevista, si lanciarono dalla parte opposta, come se la finale dei duecento metri fosse stata improvvisamente trasformata in una gara di fuga.
Il cane li inseguiva abbaiando.
Il custode correva dietro al cane.
Brunelli, con le sue lunghe leve, correva davanti a Giffoni.
Giffoni correva davanti al cane, ma soltanto perché aveva avuto il vantaggio di partire molto distante.
Sugli spalti, Conte, Vaccari e Collar si piegarono in avanti, incapaci di credere ai propri occhi. Poi cominciarono a ridere, dapprima sommessamente, quindi con una tale violenza da costringersi a reggersi ai seggiolini.
«Ma guardali!» urlò Conte. «Che razza di coglioni!»
«No, no!» gridò Vaccari, asciugandosi le lacrime. «Sono Mennea e Borzov!»
«Mennea è quello che scappa?» domandò Collar.
«Non lo so! Ma quello davanti è sicuramente il più veloce!»
Brunelli e Giffoni raggiunsero la rete di protezione. La scavalcarono con una rapidità che, se applicata durante una vera competizione olimpica, avrebbe potuto procurare loro qualche soddisfazione. Atterrarono sugli spalti proprio mentre il cane arrivava al punto in cui li aveva visti scomparire.
Il custode si fermò dall'altra parte della recinzione, continuando a gridare.
Il pastore tedesco abbaiava.
I tre amici ridevano.
La finale dei 200 piani di quel pomeriggio si era conclusa: oro all'URSS-Brunelli, argento all'Italia-Giffoni, bronzo alla Germania. Rimaneva da stabilire se il cane fosse dell'Est o dell'Ovest.
Giffoni, piegato in avanti con le mani sulle ginocchia, cercava di recuperare il respiro. Aveva il cuore che gli batteva in gola e la sensazione che, se avesse tentato di pronunciare una frase, ne sarebbe uscita soltanto una successione di suoni incomprensibili.
Brunelli, invece, si raddrizzò quasi subito. Si passò una mano sulla fronte, guardò il campo, poi la rete che avevano appena scavalcato e infine Giffoni.
«Comunque ho vinto io.»
Giffoni sollevò lentamente la testa.
«Cosa?»
«Ho vinto io. Ho scavalcato prima di te.»
Giffoni sapeva bene che non era il caso d'intestardirsi in una infinita discussione dall'esito scontato con Brunelli e preferì destinare le energie residue per raddrizzarsi. Guardò ancora una volta il campo, la pista, la copertura dello stadio: poco prima aveva immaginato Mennea e Borzov impegnati nella loro finale olimpica, e per qualche minuto aveva creduto di essere riuscito a riannodare il filo della storia sportiva con la propria memoria.
Invece, la sua esperienza dell'Olympiastadion si era conclusa con un cane inferocito e una fuga disordinata.
Brunelli, lasciando lo stadio di corsa con gli altri, mentre in lontananza si sentivano ancora le urla del custode e i latrati del cane, non resistette a mettere la firma sul pomeriggio.
«Oggi ho fatto la storia. Ho vinto due ori olimpici in meno di un'ora.»

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