L'ultimo giorno di una gita scolastica è una specie di zona franca nella quale anche i ragazzi normalmente dotati di un minimo di buon senso cominciano a comportarsi come se il rientro a casa fosse un'eventualità remota, da prendere in considerazione soltanto quando qualcuno comincia a fischiare il treno in partenza.
Brunelli, in particolare, considerava il pomeriggio libero dell'ultimo giorno una sorta di risarcimento per le privazioni subite durante l'anno scolastico. Non aveva ancora stabilito come avrebbe impiegato le tre ore a disposizione prima della partenza delle ventitré dall'Hauptbahnhof di Monaco, ma era certo che non le avrebbe sprecate facendo quello che proponeva Giffoni, cioè gironzolare per il centro, mangiare qualcosa e tornare in albergo con sufficiente anticipo da non rischiare di perdere il treno.
«Siamo a Monaco di Baviera, mica a fare vasche intorno al pennone» disse Brunelli, con l'aria di chi sta per annunciare una scoperta archeologica. «E voi vorreste passare il pomeriggio a mangiare würstel e crauti?»
«Anche due, se servisse a rendere la giornata meno complicata» rispose Giffoni.
«Andiamo all'Olympiapark.»
«A fare cosa?»
«All'Olympiaschwimmhalle. La piscina olimpionica.»
Collar si illuminò. Vaccari domandò se fosse quella dove aveva nuotato Mark Spitz. Conte, che aveva imparato a diffidare delle proposte di Brunelli per ragioni che sarebbe troppo lungo elencare, chiese se per caso fosse necessario prenotare.
«Nel 1972 Mark Spitz ha vinto sette medaglie d'oro in quella piscina» spiegò Brunelli. «Sette! E noi siamo qui a due passi. Vi pare possibile tornare a casa senza averci fatto il bagno?»
«A me pare possibile anche tornare a casa senza aver fatto il bagno in una piscina olimpionica» osservò Giffoni. «Ma ormai ho capito che la mia è una battaglia persa.»
Partirono dalla Marienplatz con la U3 in direzione Olympiazentrum.
Scesi alla fermata s'incamminarono e nei pressi dell'impianto trovarono alcuni ragazzi tedeschi che giocavano a calcio. Brunelli si fermò a osservarli, e Giffoni, che ormai riconosceva i segnali premonitori delle catastrofi, cercò immediatamente di dissuaderlo.
«Non ci pensare nemmeno.»
«A cosa?»
«A quello che stai pensando.»
«Ma io non penso niente.»
«Appunto. È quando cominci a non pensare che diventi pericoloso.»
Brunelli era già partito. Con il suo tedesco, una lingua che sembrava concepita appositamente per provocare incidenti diplomatici, sfidò i ragazzi a una partita, ricordando loro che i loro connazionali campioni del mondo del 1982 avevano rifilato tre pappine laa Germania Ovest al Santiago Bernabéu.
I tedeschi accettarono.
La partita durò poco, fu combattuta e, soprattutto, vide Brunelli applicare un'interpretazione personale del gioco duro, mentre Collar e gli altri supplivano alle carenze tecniche con una certa dose di entusiasmo. Conte si occupò di protestare, Vaccari di correre a vuoto, Giffoni di evitare danni permanenti.
Finì tre a due per gli italiani.
Brunelli celebrò il risultato come se avesse appena conquistato la Coppa del Mondo. I tedeschi si allontanarono senza contestare il verdetto, forse perché ritenevano che la vittoria degli avversari fosse un prezzo ragionevole da pagare pur di liberarsi di quei cinque.
Il problema emerse quando i nostri si guardarono addosso.
Erano lerci, madidi di sudore e coperti di erba. Le magliette sembravano recuperate dopo una settimana di lavori forzati in una miniera di carbone.
Giffoni si passò una mano sulla fronte.
«Bene. Adesso siamo pronti per entrare in una piscina pubblica.»
«Ci laviamo lì» disse Brunelli.
«E con cosa nuotiamo? Con le mutande?»
«Se necessario.»
«Brunelli, le mutande non sono un costume da bagno.»
«Dipende dalle mutande.»
Conte propose di tornare in albergo, farsi una doccia e comprare dei costumi. Collar e Vaccari approvarono senza riserve.
Brunelli, invece, guardò l'ingresso dell'Olympiaschwimmhalle con la determinazione di un condottiero davanti alle mura di una città nemica.
«Io entro.»
«Così?» chiese Giffoni.
«Così.»
«Senza costume?»
«Ho le mutande.»
«Lo hai già detto. Non è che ripetendolo diventano un costume.»
Brunelli si avviò.
«Chi viene viene. Gli altri che s'inculino.»
Gli altri andarono.
Perché in fondo, quando uno decide di fare una stupidaggine, la cosa più difficile non è convincerlo a desistere ma accettare che, se lo lasci andare da solo, quando tornerà avrà una storia da raccontare e tu no.
L'Olympiaschwimmhalle era magnifica.
La grande copertura, la luce che filtrava nell'ambiente, le vasche azzurre e le strutture metalliche restituivano ancora l'immagine di quella modernità ottimista che aveva accompagnato le Olimpiadi del 1972. Era un impianto costruito per celebrare il corpo umano quando questo, dopo anni di allenamento, sacrifici e disciplina, riusciva a compiere qualcosa di eccezionale.
I cinque, per quanto riguardava la disciplina, avevano appena terminato una partita improvvisata su un prato. Quanto ai sacrifici, erano soprattutto quelli che si apprestavano a imporre al personale della struttura.
Alla biglietteria Brunelli si presentò con un sorriso disarmante.
«Fünf Personen. Schwimmen. Olympia.»
L'addetto li guardò. Guardò i vestiti sudici, i capelli appiccicati alla fronte, le scarpe infangate.
«Badehose?»
Brunelli annuì con convinzione.
«Ja, ja. Haben, haben»
L'uomo indicò la direzione degli spogliatoi.
Non è dato sapere se avesse capito male, se avesse deciso di non perdere tempo o se avesse semplicemente pensato che nessuno potesse essere tanto scemo da entrare in una piscina olimpionica senza costume. Fatto sta che i cinque superarono il primo ostacolo.
Negli spogliatoi si tolsero i vestiti. Le magliette e i pantaloni finirono ammucchiati sulle panche, emanando un odore che avrebbe fatto impallidire un laboratorio di microbiologia.
Rimasero in mutande.
Giffoni guardò il mucchio di vestiti e poi i compagni.
«Se ci arrestano, spero almeno che ci consentano di vestirci prima di fotografarci.»
Collar si guardò allo specchio.
«Secondo voi ci cacciano?»
«No» rispose Brunelli. «Perché dovrebbero?»
«Perché siamo in mutande.»
«Siamo in uno spogliatoio. Ci sono anche gli altri in mutande.»
«Gli altri hanno il costume.»
«Ma finiscila, se non vuoi venire, esci!»
Giffoni, naturalmente, lo seguì.
Uscirono dagli spogliatoi e si avviarono verso le docce.
Fu lì che li notò l'uomo della sicurezza.
Era un tedesco robusto, con una divisa scura, le spalle larghe e un'espressione che sembrava derivare da una lunga esperienza nel distinguere gli utenti normali da quelli che, se lasciati liberi di agire, avrebbero finito per costringere qualcuno a compilare un rapporto.
Li osservò uno dopo l'altro.
Cinque ragazzi italiani, in mutande, con i vestiti sudici sotto il braccio e l'aria furtiva di chi si sta introducendo in un luogo nel quale non dovrebbe trovarsi.
L'uomo non disse niente.
Li seguì con gli occhi.
Brunelli lo vide e accelerò.
«Muovetevi.»
«Ci sta guardando» sussurrò Vaccari.
«È il suo lavoro.»
«Secondo me ha capito che non abbiamo il costume.»
Brunelli si voltò.
«Vaccari, tu hai una capacità straordinaria di individuare i problemi quando ormai sono diventati impossibili da risolvere.»
Passarono sotto le docce.
L'acqua cominciò a scorrere sui loro corpi, portando via sudore, polvere ed erba. Per qualche secondo, almeno, tutto sembrò andare per il meglio.
Giffoni si passò le mani sul viso.
«Devo ammettere che adesso mi sento meglio.»
«Visto?» disse Brunelli. «Avevo ragione.»
«Sì, certo. Anche un incendio, quando smette di bruciare, lascia una sensazione di sollievo.»
L'uomo della sicurezza continuava a osservarli.
Non era ancora intervenuto. Probabilmente sperava che il buon senso, una delle poche risorse umane che non richiedono manutenzione, facesse spontaneamente la propria comparsa.
Purtroppo, nella zona degli spogliatoi dell'Olympiaschwimmhalle, quel pomeriggio, il buon senso era rimasto in albergo.
Entrarono nella vasca olimpionica.
L'acqua era perfetta, le corsie si allungavano sotto le luci e il silenzio relativo dell'impianto era interrotto soltanto dal rumore dei nuotatori e dalle voci dei bagnanti.
Brunelli si immerse fino alle spalle e sorrise.
«Ragazzi, siamo nella piscina di Mark Spitz.»
«Sì» disse Giffoni. «E per il momento siamo anche riusciti a non farci cacciare.»
Collar si mise a nuotare. Vaccari si aggrappò al bordo, contento di aver finalmente trovato un'attività nella quale non fosse necessario correre. Conte si lasciò scivolare nell'acqua con l'espressione di chi, dopo una lunga serie di decisioni sbagliate, intravede finalmente una possibilità di pace.
Brunelli fece qualche bracciata, poi si fermò.
Guardava dall'altra parte della vasca.
Il trampolino.
Lo osservò a lungo, con un'intensità che Giffoni trovò immediatamente sospetta.
«Brunelli.»
«Cosa?»
«Lascia perdere.»
«Ma non ho detto niente.»
«Lo so. È proprio questo il problema.»
Brunelli indicò la struttura.
«Vi rendete conto che da lì Klaus Dibiasi ha vinto l'oro olimpico per l'Italia?»
Vaccari alzò gli occhi.
«Davvero?»
«Certo! Monaco 1972! Klaus Dibiasi! Oro!»
«E quindi?» domandò Conte.
Brunelli lo guardò come si guarda qualcuno che abbia appena dichiarato di non conoscere l'esistenza del tricolore.
«Come sarebbe a dire e quindi? Siamo qui, nella piscina delle Olimpiadi, dove hanno vinto gli italiani. C'è il trampolino di Dibiasi. Non possiamo mica ignorarlo!»
Giffoni si aggrappò al bordo.
«Perché, secondo te, il trampolino si offende?»
«Tu non capisci.»
«È possibile. Ma ho la sensazione che, tra poco, capirò perfettamente il motivo per cui ci cacciano.»
Brunelli uscì dalla vasca.
«Dove vai?» chiese Collar.
«A vedere il trampolino.»
«Ma lo vedi da qui!»
«Non è la stessa cosa.»
Si avviò verso la scaletta.
Giffoni lo seguì con lo sguardo, poi si rivolse agli altri.
«Ve lo dico io come va a finire: lui sale, si tuffa, fa una bomba e ci cacciano.»
Vaccari scosse la testa.
«Ma dai, non può essere così cojone.»
Giffoni lo guardò.
«Vaccari, siamo entrati in una piscina olimpionica in mutande. La domanda non è più quanto siamo coglioni. È se esiste ancora un limite inferiore.»
Brunelli aveva già raggiunto la scaletta.
Salì.
Un gradino.
Poi un altro.
L'uomo della sicurezza, che aveva seguito l'intera scena, si mosse con maggiore decisione.
Brunelli continuò a salire.
A quel punto anche alcuni bagnanti avevano cominciato a osservare la scena. Un bambino indicò il trampolino alla madre. Un uomo si fermò a metà vasca. Una signora uscì dall'acqua e si mise a guardare.
Brunelli arrivò in cima.
Si fermò sulla piattaforma e guardò sotto di sé.
Per un istante sembrò quasi pensieroso.
Forse, da quell'altezza, la piscina gli apparve diversa. Forse gli venne in mente Klaus Dibiasi, il suo talento, gli allenamenti, la precisione del gesto atletico. Forse ebbe persino un momento di lucidità.
Durò poco.
«VIVA L'ITALIA!» gridò.
E si lanciò.
Non fu un tuffo. Fu una dichiarazione di guerra alla superficie dell'acqua.
Brunelli precipitò verso la vasca con la grazia di un pianoforte a coda lanciato dal quarto piano. All'ultimo istante raccolse le gambe e impattò sull'acqua con una violenza tale da sollevare una corona di schizzi che raggiunse i bordi, investì i nuotatori e bagnò alcuni spettatori.
Un bambino cominciò a piangere.
Una signora urlò qualcosa in tedesco.
Un uomo perse gli occhialini.
Conte venne spinto contro il bordo, Vaccari e Collar sparirono per qualche secondo sotto l'onda mentre Giffoni riemerse lentamente, con i capelli sugli occhi e un'espressione che non lasciava dubbi sul suo stato d'animo.
Brunelli tornò in superficie, trionfante.
«AVETE VISTO CHE BOMBA?»
«Sì. Adesso l'hanno vista anche quelli che erano venuti qui per nuotare.»
Brunelli si avvicinò al bordo.
«Era un omaggio a Dibiasi.»
«Certo. E immagino che Dibiasi, se fosse qui, ti offrirebbe anche una medaglia. Magari quella al valore civile, per aver provocato un'onda anomala in una piscina coperta.»
La guardia della sicurezza arrivò al bordo della vasca. Aveva il volto congestionato, le mani rigide lungo i fianchi e l'espressione di un uomo che aveva definitivamente rinunciato a trovare una spiegazione razionale per quanto stava accadendo.
Indicò Brunelli.
Poi indicò l'uscita.
«ITALIENER RAUS!»
Per un momento nessuno si mosse.
Brunelli si aggrappò al bordo.
«Ma perché?»
La guardia ripeté l'ordine, questa volta con un tono che rendeva superflua qualsiasi traduzione.
«RAUS! SOFORT!»
Giffoni guardò Brunelli.
«Ecco. Hai reso omaggio alla storia dello sport italiano.»
«Ma non ho fatto niente di male!»
«Hai fatto una bomba dal trampolino olimpico in mutande, Brunelli. Se non è abbastanza per essere cacciati, non so davvero cosa serva.»
La guardia indicò nuovamente l'uscita.
Collar uscì dalla vasca senza fiatare. Vaccari lo seguì, cercando di recuperare gli occhialini che gli erano scivolati sulla fronte. Conte si trascinò verso il bordo con la rassegnazione di chi aveva ormai accettato che il pomeriggio libero fosse diventato una forma di pena alternativa.
Brunelli uscì per ultimo, ancora convinto di essere vittima di un'ingiustizia.
L'uomo della sicurezza li accompagnò fino all'uscita dell'impianto, sorvegliandoli come se temesse che uno di loro potesse improvvisamente voltarsi e tentare un ultimo tuffo.
Quando furono fuori, si fermò sulla soglia, li guardò uno per uno e indicò la strada.
«Raus!»
La porta si chiuse alle loro spalle.
Per qualche secondo i cinque rimasero immobili, in mutande, con gli abiti sudati sotto il braccio, i capelli bagnati e l'espressione di chi ha appena scoperto che il mondo non è sempre disposto a collaborare con le proprie ambizioni.
Poi Brunelli si passò una mano sui capelli e guardò i compagni.
«Comunque, ragazzi, una cosa è certa.»
Giffoni sospirò.
«Dimmi.»
«Una giornata così non la dimenticheremo mai.»

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