giovedì 10 settembre 2026

PERCHE' SEI IN VERDE?

Erano trascorsi alcuni mesi dalla definitiva cessazione delle ostilità tra la compagnia di giro e i militari della caserma; la parola definitiva, naturalmente, va presa con una certa cautela, perché nelle vicende belliche dei nostri eroi, così come in quelle degli Stati, la pace dura generalmente fino a quando qualcuno non si annoia.

La finestruola magica di Giffoni aveva ormai cessato le trasmissioni: dopo la comparsa dei due energumeni campani nella corte del palazzo di casa Giffoni e la conseguente promessa di apertura del deretano «come un gopertone», la diplomazia ed il buon senso avevano stranamente prevalso sull'istinto bellicoso e la compagnia aveva ritenuto opportuno sospendere le operazioni.

Nell'animo però non si era trattato di una resa: era stata, come si dice oggi con elegante linguaggio geopolitico, solo una sospensione imposta unilateralmente alle attività offensive, ovvero un modo nobile con cui quattro ragazzini possono definire il fatto di avere avuto paura. Tanta.

Per qualche mese, dunque, la guerra rimase congelata ma poi arrivò un sabato sera d'inverno, una di quelle serate fredde, buie, congelate per davvero e inutilmente lunghe nelle quali la cittadina sembrava aver esaurito non soltanto le proprie attrattive, ma anche la speranza di poterne inventare qualcuna.

Nella sala giochi de Ai Birilli Bevuti c'erano i soliti quattro: Giffoni, Leonardo, Romano e Remfutti.

Mancavano, cosa non secondaria, lo Smilzo e Torace di Pietra, la cui assenza privava la serata di quella componente di violenza gratuita e di sadismo selettivo che normalmente permetteva agli altri di non dover pensare a come trascorrere il tempo.

Restavano quindi le attività ordinarie: calcio balilla, biliardo, Space Attack, Breakout e poi ancora calcio balilla, Space Attack, biliardo, Breakout. 

A un certo punto anche il monitor del videogioco sembrò suggerire, con discrezione, che forse era il caso di andare a fare qualcos'altro, ma il problema era stabilire cosa.

Fu allora che Giffoni evocò i bei tempi di quando la Finestruola era attiva e a quel punto non fu necessario convocare il Consiglio di Sicurezza o lo Stato Maggiore e nessuno preparò mappe, coordinate o piani d'attacco.

Bastò uno sguardo.

Era il momento di passare al contrattacco e questa volta con una sostanziale innovazione strategica: se nella prima campagna il nemico era stato provocato comodamente dalla finestra della camera di Giffoni, cioè da una posizione che permetteva di offendere l'avversario mantenendo contemporaneamente un ragionevole livello di incolumità personale, ora si sarebbe portata la guerra direttamente sul terreno del nemico.

Una decisione che, a distanza di tanti anni, appare già allora priva di qualsiasi fondamento razionale, inutile e con un tasso di rischio pari a quello del giocatore che punta tutti i suoi averi sullo zero della roulette al Casinò, ma a sedici o diciassette anni il rapporto tra coraggio e stupidità non è ancora stato adeguatamente chiarito dalla scienza quando penda sul secondo braccio della bilancia.

Così i quattro si avviarono verso la caserma.

La notte era fredda, il paese quasi deserto: le finestre delle case illuminate lasciavano intuire che la popolazione civile aveva scelto prudentemente di dedicarsi ad attività meno rischiose.

Loro no: avevano una missione.

Si portarono nei pressi di un'altana della caserma e si nascosero dietro alcuni cespugli e l'operazione, per quanto riguarda l'occultamento, poteva considerarsi un successo: erano quattro liceali infreddoliti nascosti dietro dei cespugli ma da lontano avrebbero potuto essere scambiati per quattro cespugli infreddoliti.

La sentinella era lassù, immobile, avvolta nel cappotto e probabilmente intrisa di tristi pensieri, maledicendo quella fredda cittadina friulana ai margini dell'Italia, una specie di sorella minore della Fortezza dei Tartari raccontanta da Dino Buzzati.

Guardava il buio forse con occhi lucidi pensando alla telefonata struggente di qualche ora prima con la sua fidanzata, che orami non vedeva da qualche mese.

I quattro guardavano invece in direzione della sentinella aspettando il momento propizio per dare il via all'operazione mentre il buio guardava tutti quanti con preoccupazione.

A quel punto Giffoni diede probabilmente il segnale.

Tac. Tac. Tac. 

La stecca a otto mani: la vecchia arma tornava dunque in servizio.

Remfutti, che evidentemente non riteneva sufficiente il semplice disturbo acustico, decise di aggiungere alla guerra psicologica anche un contributo di carattere filosofico.

«Perché sei in verde?»

La sentinella non rispose.

«Perché stai lassù?»

Silenzio.

«Perché stai lassù e non puoi scendere?»

La domanda, dal punto di vista logico, non era del tutto priva di fondamento.

Il militare, in effetti, era lassù.

E in quel momento non poteva scendere.

Rimaneva soltanto da capire perché un ragazzo nascosto dietro un cespuglio sentisse l'urgenza morale di informarlo della circostanza.

La stecca continuò.

Poi accadde qualcosa che fece immediatamente comprendere ai quattro che la NATO forse poteva aspettare, la sentinella no: il faro si accese e un cono di luce bianca cominciò a scandagliare nel buio.

Prima a destra, poi a sinistra e poi di nuovo verso i cespugli.

I quattro si pietrificarono, quello che fino a pochi secondi prima era stato un gioco mostrò mprovvisamente che non era privo di rischi e che potevano esserci delle conseguenze assai sgradevoli.

Remfutti tacque e quando Remfutti taceva, significava che la situazione aveva raggiunto un livello di gravità istituzionale: nessuno si mosse.

Il fascio di luce passò vicino a loro, poi andò oltre mentre la sentinella rimase ancora qualche secondo a scrutare ed infine il faro si spense.

I quattro aspettarono immobili un minuto, forse due: la missione poteva considerarsi conclusa.

Avevano riaperto le ostilità, provocato la sentinella, rischiato di essere scoperti e, soprattutto, avevano verificato che l'esercito disponeva ancora di un faro funzionante: poteva considerarsi già un risultato strategico di qualche rilievo e così si avviarono dunque verso casa.

O meglio, verso i Birilli Bevuti.

La guerra era finita, o meglio, pareva finita.

Transitando davanti alla porta principale della caserma accadde l'imprevedibile: Leonardo si fermò.

Non disse nulla. Non guardò gli altri. Non chiese il loro parere. Non convocò il Consiglio di guerra.

Semplicemente infilò un braccio attraverso la grata e cominciò a battere la stecca.

Tac tac tac tac.

Fu un'azione fulminea, talmente fulminea che gli altri tre ebbero appena il tempo di chiedersi se lo stesse facendo per davvero.

Leonardo ritirò il braccio e partì come un centometrista nella finale olimpica.

Fu in quel preciso istante che la guerra, da operazione di disturbo, assunse i caratteri di un conflitto armato a tuttocampo: dalla porta laterale della caserma comparvero l'ufficiale di picchetto e tre soldati.

Quattro uomini di vent'anni, probabilmente frustrati dal passare un altro sabato sera obtorto collo lontani dagli affetti e quattro ragazzini minorenni, frustrati dalla noia di un ennesimo sabato sera passato in una cittadina dalla vita sociale incapace di soddisfare i loro ormoni e la loro voglia di vivere. 

Due eserciti chiamati a fronteggiarsi in una guerra di frustrazioni, ma soltanto una delle due formazioni aveva il vantaggio di conoscere perfettamente il territorio.

E non era quella in divisa.

I quattro partirono e la ritirata fu immediata: non elegante, neppure coordinata e neache conforme ai manuali militari, ma efficace.

Scavalcarono muretti, attraversarono cortili e si infilarono in passaggi che conoscevano da sempre: la differenza tra loro e gli inseguitori era che i militari conoscevano la caserma mentre loro conoscevano il paese e in quel momento il paese diventò un enorme campo di battaglia nel quale ogni muretto poteva essere una fortificazione, ogni cortile una via di fuga e ogni cancello una frontiera internazionale.

Dietro arrivavano le voci dei soldati, i quattro correvano; Giffoni inciampò, Leonardo rischiò di finire contro un cancello, Remfutti probabilmente avrebbe giurato, molti anni dopo, di avere compiuto durante quella fuga un salto di almeno due metri, quando è assai più probabile che abbia semplicemente superato un muretto di settanta centimetri.

Ma la memoria, si sa, è un ufficio stampa assai generoso con le imprese della propria giovinezza ed alla fine riuscirono a seminare gli inseguitori: si fermarono soltanto quando furono certi che nessuno li stesse più seguendo.

Avevano il fiatone ma erano al sicuro. Si guardarono e scoppiarono a ridere: era stata una serata perfettamente inutile ed era proprio per questo che era riuscita così bene.

Quando tornarono ai Birilli Bevuti, si sedettero e Leonardo ordinò un birrino; non fu necessario convocare il Consiglio della Corona per capire che la guerra con i militari non poteva continuare.

La prima campagna aveva prodotto la finestruola magica, la seconda aveva prodotto una sentinella con il faro, un'azione di guerriglia nei pressi dell'altana, un attacco alla porta principale e una ritirata attraverso i cortili del paese. L'escalation era evidente così come era lecito persino per loro attendersi l'escalation anche dalla parte in grigioverde.

Senza bisogno di mobilitare carri armati o chiedere il supporto dell'aviazione, i militi sarebbero riusciti a mettere le mani su qualcuno di loro e allora, benchè minorenni, le regole d'ingaggio a cui sarebbero stati sottoposti sarebbero stati peggio dell'uso di armi nucleari tattiche. 

Fu così che, quella sera, i quattro decisero che era arrivato il momento di porre uilateralmente fine alle ostilità: non fu firmato alcun trattato, non ci furono cerimonie e nessuno consegnò medaglie.

Semplicemente, decisero che per quella volta era sufficiente.

Il calcio balilla era ancora lì, il biliardo anche, lo Space Attack continuava a lampeggiare ed il Breakout aspettava pazientemente il prossimo giocatore.

Uno scenario, a ben vedere, molto meno pericoloso.

Almeno fino a quando non fosse arrivato lo Smilzo o Torace di Pietra.

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