lunedì 28 settembre 2026

Fino agli anni Ottanta, via Premariacco aveva una geografia che oggi sarebbe difficile da spiegare a chi non l’ha conosciuta e non perché fosse complicata: al contrario; era una strada e, come molte strade di allora, aveva ancora la fortuna di essere attraversata da persone prima che da automobili e di avere, ai suoi margini, spazi che non erano stati ancora trasformati in parcheggi, recinzioni, villette e palazzine.

A un certo punto, sotto il livello della strada, compariva un intero quartiere fatto di le palazzine tutte uguali, che allora, gli habitués de "Ai Birilli Bevuti" chiamavano "I Milits".

Erano state costruite nel secondo dopoguerra per ospitare le famiglie degli ufficiali e dei sottufficiali in servizio permanente presso le caserme cittadine. E Cividale, in quegli anni, era una città nella quale la presenza militare faceva parte del paesaggio quotidiano come il ponte del Diavolo o il Natisone: la Lanfranco-Zucchi, la Francescatto, la Miani e la Vescovo costituivano una presenza talmente familiare da non aver bisogno di essere spiegata.

Alla Miani, in particolare, aveva sede il distaccamento delle cosiddette cravatte rosse del 52º Fanteria d'Arresto “Cacciatori delle Alpi”.

Detta così sembrava una cosa seria, e infatti lo era.

Per i ragazzini della zona, però, la cosa veramente importante era che davanti alle palazzine, sempre sotto il livello di via Premariacco e separato dalla strada da un basso muretto, c’era un prato.

Un grande prato e dentro quel prato qualcuno, in un momento imprecisato della storia, aveva avuto la felice idea di mettere due porte da calcio.

Non erano probabilmente porte vere, erano porte nel senso in cui, a quell’età, poteva essere considerata vera qualunque cosa avesse due pali e una traversa e consentisse di stabilire se il pallone fosse entrato oppure no.

Ma erano sufficienti, anzi, erano perfette ma il problema era che quel campo non era di tutti.

Non lo diceva nessun cartello, non c’era scritto “vietato l’ingresso”, non c’era un custode, non c’era un regolamento affisso al muro e non risultava esistere alcuna disposizione comunale che impedisse ai ragazzini di Cividale di calpestare quell’erba.

C’era però una legge ancora più vincolante: una legge non scritta e le leggi non scritte, quando riguardano i ragazzini, sono spesso molto più efficaci di quelle scritte.

Il prato era dei "militari".

Più precisamente, dei figli degli ufficiali e dei sottufficiali che abitavano nelle palazzine e questo era sufficiente a stabilire una regola più stringente di un cartello che indicasse il pericolo dell'alta tensione.

Il calcio, del resto, negli anni Settanta e Ottanta si giocava praticamente dappertutto: nei cortili, nelle strade, nei prati, nei piazzali, contro i muri e, quando non c’era altro, anche in quegli spazi nei quali il pallone rischiava di finire contro qualcosa di costoso.

A Cividale c’erano due società sportive che alimentavano il calcio giovanile, ma il loro lavoro non esauriva certo la produzione spontanea di ragazzini che correvano dietro a un pallone.

Ogni borgo aveva la propria squadra e non necessariamente iscritta a qualche campionato, non necessariamente dotata di maglie uguali e non necessariamente composta da undici giocatori. Anzi.

Ma una squadra: con un nome, un capitano, qualche fenomeno autoproclamato e, soprattutto, una squadra avversaria contro cui dimostrare di esserlo.

Rapid, Celtic, Camaoleonti, Sanguarzo A e Sanguarzo B, Ricreatorio, Drulla, Bayern, Ugo's... la fantasia certo non mancava a tanti "dirigenti" in erba.

Anche Giffoni, Leonardo, Romano, Brunelli avevano la loro e di cui sotituivano l'ossatura e alla quale via via inserivano qualche nuovo innesto per rinforzare il gruppo.

Giocavano dove capitava e contro chi capitava, mettendo insieme formazioni che potevano cambiare anche tre volte nel corso della stessa partita perché qualcuno doveva andare a casa, qualcuno era stato chiamato dalla madre e qualcuno aveva semplicemente scoperto di avere un impegno più importante.

Il campo dei Milits, invece, era un’altra cosa: era il loro Wembley.

Solo che non potevano entrarci e quando qualche volta riuscivano a farlo, scoprivano rapidamente perché: i figli dei militari giocavano con una garra che non avevano mai visto e che a loro era proprio sconosciuta.

Vespucci, i fratelli Sicilotto, Scatton, Castagnola e tanti altri avevano trasformato quel prato nel proprio territorio naturale mentre Giffoni e soci arrivavano con la presunzione di chi aveva magari vinto tre partite consecutive contro una squadra di ragazzini della periferia.

Loro li aspettavano.

E li bastonavano: nel punteggio, nel morale e quando la partita si faceva abbastanza seria, anche nelle caviglie.

Il massimo che la squadra di Giffoni riuscì a ottenere fu una sconfitta per 4-3 che, detta così, potrebbe anche sembrare un risultato dignitoso, ma non lo era affatto perchè, come se dall’altra parte ci fosse il Brasile di Pelé, per arrivare a quel 4-3 era stato necessario mettere insieme il meglio delle varie squadre cittadine compreso Pizzinina, un loro amico pordenonese che si faceva passare per una sorta di Briegel ante litteram.

Alla fine avevano perso.

Di misura, certo, ma sempre perso: il prato dei militari restava inviolato e con esso restava inviolata anche una certa idea di superiorità territoriale che, a quell’età, aveva una sua precisa logica militare: loro avevano le caserme, le divise e quel campo; Giffoni e gli altri avevano il Natisone, i campetti di fortuna e una quantità di entusiasmo largamente superiore alle proprie possibilità tecniche.

La partita più memorabile, però, fu quella nella quale Remfutti finì in porta.

Non perché fosse portiere: Remfutti non era portiere, ma nelle squadre di allora il ruolo del portiere veniva assegnato secondo criteri che avevano poco a che fare con la tecnica e molto con la disponibilità.

Se nessuno voleva stare in porta, ci finiva quello che non aveva abbastanza argomenti per evitarlo oppure che in quel ruolo vedeva l'unica possibilità per giocare tra i titolari, visto che, come accade sulla spiaggia di Copacabana, nessuno vuole mai andare tra i pali.

Quel giorno toccò a Remfutti.

A un certo punto ricevette il pallone dentro l’area.

Lo controllò, guardò avanti e decise di fare la cosa che, in quel momento, gli sembrava più logica: rinviare.

Calciò il pallone con una certa convinzione, mandandolo lontano e poi, ritenuto evidentemente concluso il proprio contributo all’azione, girò le spalle al campo e cominciò lentamente ad avviarsi verso la linea di porta.

Non c’era fretta, era un gesto quasi amministrativo, come chi, dopo aver completato una pratica, si alza dalla scrivania e torna al proprio posto.

Il problema fu che il rinvio non era finito dove Remfutti pensava: un avversario raccolse il pallone dopo pochi passi, si accorse che il portiere gli aveva voltato le spalle e calciò verso la porta.

Remfutti continuò a camminare.

Quando raggiunse la linea di porta si voltò: vide il pallone, vide la porta e soprattutto vide il pallone che stava entrando nella porta senza nessuna possibilità di impedirlo.

Il pallone gli passò accanto.

Entrò e il campo dei militari rimase, ancora una volta, dei militari, loro tornammo a casa con l’ennesima sconfitta e Remfutti con una nuova esperienza nel curriculum: ovvero quella di addossare immediatamente la responsabilità ai difensori rei, a suo dire, di essersi mal posizionati, di non aver seguito l'azione, di non aver fatto nulla per imedire il tiro e incapaci persino di avvisarlo del peericolo in tempo utile.

Neppure quella volta avevano conquistato il prato, non avevano battuto i figli dei militari e neppure avevano capito bene come fosse possibile prendere gol dopo aver appena rinviato il pallone.

Ma avevano imparato una cosa: che certi territori, quando appartengono agli altri, diventano immediatamente più belli e che nella vita comunque esistono sempre dei campi nei quali non si entra mai davvero.

Anche quando ci sono soltanto due porte, un prato e un basso muretto.

Quella partita, come tutte le altre, finì e poi Giffoni e soci ragazzini tornarono a casa imprecando, passandosi le colpe a vicenda e ogni tanto pensando a chi chiamare la prossima volta per "battere finalmente i Milits".

Il giorno dopo ricominciarono a giocare e a sognare  mentre il prato rimase lì.

Per anni e loro non vinsero mai.

Poi, lentamente, cambiò tutto: le caserme chiusero, i militari se ne andarono, le palazzine persero gli abitanti, una famiglia dopo l’altra, e i cortili che un tempo sembravano piccoli stadi cominciarono a svuotarsi.

Anche il grande prato sparì: l'area venne completamente lottizzata e oggi al suo posto ci sono palazzine plurifamiliari ad uso residenziale.

Le due porte non ci sono più, non ci sono più le squadre improvvisate.

Non ci sono più Vespucci, i Sicilotto, Scatton, Castagnola e gli altri che aspettano qualcuno con un pallone sotto il braccio.

Non ci sono più Giffoni, Leonardo, Romano e Brunelli che cercano un campo dove giocare.

E soprattutto non ci sono più ragazzini ed è forse questa la cosa che colpisce di più passando oggi da via Premariacco.

Il quartiere dei militari è quasi completamente disabitato, la Caserma Miani, da diversi lustri passata al Comune, è rimasta ferma in una specie di vecchiaia senza pensione, consegnata all’abbandono e a un disfacimento ormai consolidato.

Lo stesso destino ha accompagnato la Vescovo di Purgessimo e la Lanfranco-Zucchi di via IV Novembre.

Dove un tempo c’erano voci, palloni, biciclette, urla, madri che chiamavano i figli dalla finestra e ragazzini che litigavano per un fallo grande come un delitto di guerra, oggi c’è soprattutto silenzio.

Un silenzio che non è soltanto quello dei luoghi abbandonati, è il silenzio di qualcosa che non viene più fatto: perché il prato si può lottizzare, una caserma si può chiudere e una palazzina si può vendere.

Ma è più difficile spiegare dove siano finiti quei ragazzini che, semplicemente, uscivano di casa e si mettevano a giocare insieme: senza appuntamento, senza WhatsApp, senza un genitore che li accompagnasse, senza sapere quanto sarebbe durata la partita.

Bastava un pallone e, possibilmente, qualcuno dall’altra parte.

In quel tempo per Giffoni e i suoi amici, dall’altra parte c’erano comunque quasi sempre dei militari, sia che fossero in divisa che in borghese, oppure si trattasse deiloro figli.

In fondo, il campo dei militari era diventato importante proprio perché non era loro e perchè era il campo proibito, quello che si vedeva dalla strada e che sembrava lì apposta per essere conquistato, quello nel quale ogni partita cominciava prima ancora che venisse calciato il primo pallone, perché dall’altra parte non c’erano soltanto undici ragazzini: c’era un territorio e i territori, a quell’età, si conquistano con la stessa serietà con cui più tardi si affronteranno cose molto più importanti e molto meno divertenti.

Naturalmente il campo non fu mai conquistato, rimase dei militari fino a quando rimasero i militari e poi scomparve anche lui, come scompaiono quasi tutte le cose che sembravano destinate a durare per sempre.

Restano le palazzine, restano le caserme vuote.

Restano i muri, le strade, qualche cortile e, forse, la memoria di due porte da calcio che oggi nessuno saprebbe più indicare con precisione ma soprattutto è rimasto il silenzio e questo è forse il particolare più difficile da spiegare a chi non c’era, perché passando oggi da via Premariacco si può ancora vedere il luogo ma quello che non si può più vedere sono i ragazzini.

Quelli che uscivano di casa senza sapere dove sarebbero andati, trovavano altri ragazzini, formavano una squadra e cominciavano a giocare, quelli che potevano passare un pomeriggio intero in un cortile senza che nessuno avesse programmato nulla.

Quelli che litigavano, si insultavano, facevano pace cinque minuti dopo e ricominciavano, quelli che consideravano una partita persa per 4-3 una specie di sconfitta nazionale e quelli che, come Remfutti, potevano anche prendere gol dopo aver appena rinviato il pallone e aver voltato le spalle alla porta e comunque sapendone uscire indenni convincendo che responsabili erano altri.

Quella generazione aveva meno campi regolamentari, meno organizzazione, meno sicurezza e probabilmente molte meno cose; aveva però una cosa che oggi è diventata quasi un lusso: aveva tempo  luoghi e dei quali perderlo.

Il prato dei militari era uno di quelli.

Forse è per questo che, a distanza di tanti anni, continua a sembrare il più grande campo di calcio che Giffoni e gli altri abbiano mai avuto, anche se non riuscirono quasi mai a vincerci e anche se, a ben vedere, non era nemmeno il loro.

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