mercoledì 30 settembre 2026

SYLT IN HAMBURG

Appena lasciata alle spalle la boa dei 20 anni Giffoni aveva già maturato una convinzione abbastanza sui generis circa la geografia del mondo: era certo che l'estero cominciasse poco oltre i Birilli Bevuti e finiva con l'inizio della cortina di ferro.

Nell'agosto 1987 quello che ci stava al di là, oltre che ad essere percepito come un mondo uniforme e avvolto dal grigiore e dai medesimi riti della dittura comunista, non era neppure preso in considerazione come un luogo visitabile.

L'Olanda, invece, era un luogo mitologico che fino a quel momento aveva avuto per lui la consistenza delle figurine Panini: Amsterdam, la capitale dove era libero  tutto ciò che in Italia era proibito , tulipani, mulini a vento, biciclette e qualche giocatore della nazionale olandese che sembrava appartenere a una razza calcistica superiore.

La Germania Ovest era invece un'altra cosa: era la Germania di Rummenigge, Matthäus, Beckenbauer, delle autostrade senza limiti di velocità e delle automobili che, viste da un italiano del 1987, sembravano progettate da ingegneri che non avevano mai avuto bisogno di chiedere un preventivo al meccanico.

Per arrivarci, comunque, bisognava anadare ben oltre le colonne d'Ercole dei Birilli bevuti e di disporre o di un portafoglio particolarmente generoso oppure di grande spirito d'avventura e adattamento assistito da un auto che non fosse la mitica 850 color sabbia nel cui radiatore si poteva buttare la pasta appena passato Remanzacco.

E per Giffoni, che nel proprio magazzino aveva riserve sovrabbondanti di attitudine all'adattamento ma un portafoglio pieno di buone intenzioni e un garage vuoto, quelle terre lontane e avvolte da leggende e mistero sembravano destinate a rimanere tali ancora per un bel po'.

Il destino invece, in quell'estate in cui l'Udinese era retrocessa e si stava preparando ad un campionato di serie B dopo 8 anni in quel di Malborghetto, volle compensarlo del dispiacere e offrirgli un'inaspettata opportunità.

Vialetti, un bancario di sette anni più vecchio che aveva conosciuto sugli spalti del Carnera, gli propose di unirsi a lui per un viaggio di 10 giorni in agosto con destinazione proprio l'Olanda, con cappatina ad Amburgo prima di entrare nel paese dei tulipani da farsi con la sua auto e con budget alla portata dei sanguinosi risparmi di Giffoni.

Nel 1987 non c'era Booking, non c'era Airbnb e tantomeno internet, il telefono cellulare o Google Maps: c'era una cartina stradale, qualche indirizzo recuperato chissà dove e una forma di ottimismo che, col senno di poi, avrebbe meritato di essere studiata dalla medicina.

L'idea era semplice: partire e trovare da dormire strada facendo.

In ossequio a quel dettagliato cronoprogramma partirono, intelligentemente, la vigilia di Ferragosto e già la prima giornata chiarì che l'Europa del 1987 non aveva nessuna intenzione di collaborare.

Il tratto da Villach a Spittal non era ancora completato e l'autostrada, per quanto già sufficientemente lunga da dare agli automobilisti l'illusione di essere entrati nella modernità, aveva ancora interruzioni, deviazioni, code e confini.

A Salisburgo, poi, il traffico si trasformò in una teoria filosofica: una fila di automobili praticamente immobile, davanti, dietro, di fianco.

E soprattutto al confine.

Giffoni guardava la scena dal finestrino con l'attenzione di chi stava assistendo per la prima volta a un fenomeno antropologico.

«Ma tutta questa gente dove cazzo va?»

Vialetti, che guidava da ore, non rispose, probabilmente perché aveva già consumato, insieme alla benzina, anche le parole.

Dopo circa otto ore arrivarono a Monaco di Baviera e con un vagabondaggio di circa un'ora trovarono una sistemazione alberghiera nella periferia della capitale dell'OktoberFest.

Il giorno dopo ripartirono presto e questa volta l'autostrada tedesca fece il suo dovere, soì come la VW Golf 1600 di Vialetti divorò chilometri verso nord con la stessa insaziabile voracità di Noiret, Matroianni e Tognazzi ne "La Grande Abbuffata". 

Fu durante quel viaggio che Giffoni ebbe la prima grande sorpresa politica della vacanza: le basi militari americane! Una dopo l'altra, comparivano lungo il percorso installazioni militari, mezzi, recinzioni, soldati, indicazioni che ricordavano continuamente che quella non era semplicemente la Germania Ovest: era uno dei principali avamposti della Guerra Fredda.

Giffoni osservava tutto dal finestrino con grande attenzione; fino a quel momento aveva sempre immaginato l'Europa divisa in maniera abbastanza elementare: da una parte noi, dall'altra i sovietici, i buoni contro i cattivi.

L'idea che anche l'Occidente fosse militarmente occupato da un esercito straniero, benché alleato, gli sembrò improvvisamente meno semplice, naturalmente non lo disse: aveva ventuno anni, era in vacanza e le tendenze politiche di Vialetti non sembravano del tutto nordatlantiche.

E soprattutto stavano andando ad Amburgo.

Verso le cinque del pomeriggio, finalmente, comparve la città.

HAMBURG!.

Il porto, il Nord, i resti della grande cattedrale dedicata a di St. Nikolai devastata dai bomabrdamenti della RAF, lasciati intatti a monito perenne, ed il mare dal colore grioscuro molto diverso da quello di Lignano e Grado

E soprattutto un problema molto più concreto della geopolitica internazionale: dove dormire.

Cominciarono a cercare.

Una pensione, un albergo, un affittacamere.

Qualunque cosa.

Niente. Pieno. Tutto pieno.

Quindici agosto.

Amburgo e loro due senza prenotazione.

Dopo la prima ora Giffoni era ancora ottimista e l'approdo sembrava raggiunto quando in una casa di un quartiere periferico incrociarono un abitazione con un cartello che era più di una speranza: 

ZIMMER FREI

Vialetti faticò a trovare il parcheggio, ma finalmente si presentarono alla porta e suonarono il campanello; comparve una donna anziana,  corpulenta con dei bigodini in testa e Giffoni si affidò a quel misto di tedesco appreso tra le lezioni scolastiche e qualche puntata invernale in carinzia ed esordì con sicurezza: 

Gruss Gott!!

L'espressione già guardinga della donna alla vista dei due forestieri, una volta udito il saluto di Giffoni si fece ancora più cupa e con aria truce rispose, con voce cavernosa, senza muovere il labbro superiore, scandendo bene le parole:

GUTEN ABEND. 

Giffoni, sorpreso da tanta, aperta e a suo vedere immotivata ostilità, assumendo la postura più educata possibile, chiese pieno di speranza, con un accento che tradiva le sue origini nella terra Wo die Zitronen blühen:

Haben Sie ein Zimmer für diese nacht für 2 Personen?

La risposta, in tono sempre più ostile, non si fece attendere:

Nein! Kein Zimmer frei für Sie.

Giffoni e Vialetti restarono basiti, ma Giffoni non volle arrendersi e con una timida protesta indicò il cartello Zimmer Frei.

La poco freundliche deutsche Dame replicò alzando tono della voce:

Kein Zimmer frei für Sie, habe ich schon gesagt!

prese il cartello sotto il braccio, rientrò dall'uscio da cui era uscita e prima di sbattere la porta in faccia ai due increduli forestieri, concluse sbottando:

Los! Los! oder ich rufe die Polizei!!!

Esterefatti e dopo aver indirizzato un bel italico "Ma vaffanculo va!" all'indirizzo della porta chiusa, Giffoni e Vialetti ripresero, con il morale sotto i tacchi la ricerca di un giaciglio per la notte, non riuscendo proprio a spiegarsi il motivo di tanta ostilità con cui NON erano stati ospitati.

Molti anni dopo Giffoni apprese che non solo in Italia esiste una certa diffidenza al Nord per chi viene dal Sud della penisola, ma il fenomeno è frequente anche in Germania, tra nordisti e bavaresi. Figuriamoci quale posto nella scala degli ospiti desiderati occupava Giffoni agli occhi dell'anziana signora di Amburgo, una volta che si era presentato con il tipico saluto della Baviera o peggio ancora dell'Austria, tradendo per lo più con il suo accento di essere un Italienischer Verräter.

Dopo una seconda ora di infruttuoso vagabondaggio, avevano cominciato a considerare la possibilità di dormire in macchina: il sole stava lentamente scendendo e la città, invece di offrire una soluzione, sembrava allargarsi davanti a loro come una trappola.

Poi comparve un'insegna.

SYLT IN HAMBURG

Ultima pssibilità! Avevano trovato una stanza!

Non era esattamente l'albergo che avevano immaginato: 3 stelle, probabilmente assegnate in un momento di grande entusiasmo dell'albergatore e immediatamente revocate dalla commissione competente: il bagno, per dire, era in comune per ogni piano.

Ma dopo due ore di ricerca, il concetto di dignità alberghiera aveva perso ogni significato e così presero la stanza pagando pure la pigione, che venne chiesta in anticipo.

Posarono i bagagli e uscirono.

Fuori, scoprirono che il Sylt faceva angolo con l'inizio di un quartiere chiamato Sankt Pauli e per Giffoni, fino a quel momento, Sankt Pauli era semplicemente una squadra di calcio della Bundesliga che, a memoria, passava buona parte delle proprie stagioni a combattere contro la retrocessione e quindi gli sembrò quindi perfettamente coerente che anche l'albergo avesse qualcosa della stessa vocazione.

Non poteva ancora sapere che il quartiere aveva una classifica molto diversa da quella calcistica.

Cominciarono a camminare.

La prima insegna lasciò Giffoni perplesso, la seconda pure.

Alla terza capì.

Sex shop.

Poi un locale.

Poi un altro.

Poi un'insegna luminosa.

SEX KLUB

Poi un taxi, Poi un altro.

E soprattutto uomini, moltissimi uomini: giovani, meno giovani, anziani, eleganti, trasandati, soli, in coppia, in gruppo.

Tutti rigorosamente uomini.

I taxi arrivavano, scaricavano uomini e ripartivano: ne arrivava un altro e subito scaricava altri uomini.

Giffoni cominciò a comprendere che il quartiere non aveva semplicemente una vita notturna: aveva un'economia, pure fiorente.

Le strade conducevano tutte verso una sorta di grande corso, lungo più o meno quanto Corso Mazzini a Cividale, ma con una differenza sostanziale: alle due estremità era stato costruito un muro di lamiera alto circa due metri.

Una città nella città.

Sui cartelli, chiaro e inequivocabile, il limite d'accesso:

Zutritt unter 18 Jahren strengstens verboten

L'ingresso era un pertugio nella barriera e davanti al pertugio stazionava un poliziotto.

Giffoni lo guardò, Vialetti guardò Giffoni e Giffoni guardò Vialetti.

Il poliziotto guardò entrambi.

Era, a tutti gli effetti, il Minosse di quella nuova Commedia, assai poco divina.

Non doveva assegnare il cerchio infernale, gli bastava controllare i documenti e i due passarono.

Quello che videro dall'altra parte apparteneva a una geografia che Giffoni non aveva mai studiato: ai due lati della strada, una sequenza interminabile di vetrine.

Dietro i vetri, ragazze giovani e avvenenti, in lingerie, osservavano il passaggio degli uomini e cercavano di attirarne l'attenzione con sorrisi, gesti e movenze che rendevano abbastanza evidente la natura dell'attività.

Giffoni ebbe immediatamente la sensazione di trovarsi davanti alle sirene di Omero: solo che quelle non cantavano e soprattutto non avevano bisogno di farlo.

La strada era piena.

Vialetti procedeva guardandosi intorno, mentre Giffoni, dopo pochi metri, adottò una strategia diversa; guardò per terra: aveva capito che per attraversare indenne quella via bisognava comportarsi come Ulisse, solo che, non disponendo di tappi di cera, aveva deciso di utilizzare il sistema più semplice: non guardare.

Davanti a loro procedeva, chiassoso, un gruppo di ragazzi italiani. Milanesi.

Più o meno della loro età.

Ridevano, commentavano, senza cercare di mantenere un contegno che il luogo rendeva in ogni caso assai complesso.

Uno di loro, però, aveva smesso di ridere, aveva visto qualcosa dalla quale non riusciva più a togliere lo sguardo. O meglio: qualcuna.

Si fermò.

«Ma l'avete vista quella?»

Gli amici continuarono a camminare.

«Dai, andiamo. Ce ne sono tante.»

«Ma l'avete vista prorpio quella?»

«Sì, l'abbiamo vista.»

«Io non ce la faccio più!»

Quattro amici gli si misero intorno, uno per ciascun arto.

La scena ricordava ormai meno una passeggiata turistica e più il trasferimento di un detenuto particolarmente pericoloso.

«Andiamo.»

«Lasciatemi!»

«Non ti lasciamo proprio niente.»

«Ma l'avete vista quella?!»

«Sì!»

«Io non ce la faccio più!»

Alla fine riuscirono, con grande fatica, a trascinarlo avanti e dopo qualche metro il ragazzo smise di divincolarsi.

«Va bene.»

Gli altri lo guardarono con sospetto.

«Ho capito.»

«Hai capito cosa?»

«Ho capito.»

Lo lasciarono.

Tre metri, forse quattro.

Poi il ragazzo si fermò.

Si voltò e per un istante rimase immobile.

Quindi partì: uno scatto improvviso, disperato, irresistibile.

Una progressione degna del Carletto Muraro dei tempi belli, inseguito inutilmente sulla fascia dal vecchio Aldo Bet durante uno dei tanti infuocati derby tra nerazzurri e rossoneri.

I quattro amici gli corsero dietro, ma era troppo tardi.

Muraro era già entrato nella vetrina, pronto a scatenare il suo sinistro!

La scena provocò una risata generale: risero i suoi amici, risero i tedeschi, risero le Sirene e risero Giffoni e Vialetti.

Usciti da quella trappola mortale i due viaggiatori decisero che il viaggio aveva già fornito abbastanza materiale per una sola serata e tornarono in albergo, destreggiandosi tra sirene meno avvenenti e a piede libero fuori dal recinto, pronte ad offrire la loro beltà per soli 20 marchi, e finalmente andarono a dormire.

O almeno quella era l'intenzione perché verso mezzanotte Giffoni cominciò a capire qualcosa.

Il muro, le vetrine, i taxi, gli uomini, le sirene e soprattutto quella stanza libera trovata dopo due ore di ricerca quando tutto il resto di Amburgo era pieno oppure era ostile con improvvisati turisti italiani.

Guardò Vialetti e Vialetti guardò lui.

Da una stanza vicina arrivò un rumore.

Poi un altro, poi una voce, poi un'altra e infine un letto che sembrava partecipare attivamente alla vita del quartiere.

Giffoni rimase immobile.

«Vialetti...»

«Eh.»

«Secondo te...»

Vialetti non rispose.

Non ce n'era bisogno.

Avevano finalmente capito perché il Sylt in Hamburg, la sera di Ferragosto, avesse ancora una camera disponibile: era un albergo a ore.

Loro, però, avevano prenotato per tutta la notte e intendevano anche dormirci: e fu così che Giffoni e Vialetti la prima notte ad Amburgo la trascorsero in una specie di concerto polifonico internazionale, con pareti talmente sottili da trasformare ogni stanza in una sezione dell'orchestra.

Da una parte provenivano voci, dall'altra rumori, più lontano, grida.

Ogni tanto tutto taceva e Giffoni, proprio quando pensava di aver finalmente conquistato il sonno, sentiva ripartire il concerto.

Non aveva tappi nelle orecchie, non aveva una stanza alternativa.

Non aveva Google, non aveva Booking, aveva soltanto ventun anni, un compagno di viaggio di ventotto almeno sprovveduto quanto lui, una cartina stradale e davanti un viaggio di nove giorni ancora tutto da costruire.


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