venerdì 25 settembre 2026

ULTIMO MINUTO

Giffoni era tornato dal servizio militare da poco e, come succedeva a quelli che tornavano dalla naja, aveva la sensazione di essere stato via una vita eppure non fosse cambiato niente.

A casa c’erano ancora le stesse cose, le stesse strade, gli stessi bar, gli stessi amici e, soprattutto, gli stessi campetti dove negli anni precedenti si erano consumate partite che, a raccontarle adesso, sembravano avere avuto la stessa importanza della finale dei Mondiali, anche se nella maggior parte dei casi non si ricordava nemmeno chi avesse vinto.

Era estate e gli amigos, intanto, non avevano perso tempo e avevano organizzato un torneo di calcio a sette a Gagliano; quando Giffoni lo seppe, non ebbe bisogno di pensarci, voleva esserci anche lui.

«Ci sono.»

Era il suo modo di dire che era tornato ma il problema era che era tornato anche il suo corpo: in condizioni leggermente diverse da un anno prima.

Durante il servizio militare aveva messo su qualche chilo, aveva perso l’abitudine alla corsa e, soprattutto, aveva smarrito quella forma atletica che prima gli permetteva di giocare per ore senza che nessuno si ponesse il problema di dove fosse finito il suo fiato.

Adesso il fiato lo trovava ancora, ma sempre con qualche minuto di ritardo.

Tauro, però, non ebbe dubbi.

Erano stati insieme una vita sugli spalti del Friuli e di tanti altri stadi d'Italia, nei campetti, nelle partite improvvisate e in tutte quelle situazioni calcistiche nelle quali l’amicizia valeva più della formazione ufficiale e spesso anche più del risultato.

Per Tauro, Giffoni non era uno da lasciare fuori, nè allora e nè adesso e così lo mise in squadra, pure con la maglia di punta centrale.

La scelta non fu accolta da tutti con l’entusiasmo che Tauro probabilmente si aspettava, qualcuno pensò che fosse una decisione sentimentale, qualcun altro la definì una scommessa molto rischiosa e quasi tutti, più semplicemente, avrebbero preferito un altro centravanti.

Giffoni fece finta di non accorgersene; d’altra parte era tornato per ricominciare da dove aveva lasciato e non aveva nessuna intenzione di farsi spiegare da un torneo di calcio a sette che il passato, qualche volta, presenta il conto anche sotto forma di pancetta.

La squadra, comunque, era forte.

Molto forte.

Tauro, Monaci, Tomaselli, Cassetti, "Il Ciclista", Wertherino: un bel mix di corsa e qualità.

E partita dopo partita cominciò ad andare avanti nel torneo.

Giffoni, all’inizio, giocava soprattutto con la memoria: la testa chiedeva una cosa ed il corpo ne faceva un’altra; partiva per andare incontro al pallone e arrivava quando il pallone aveva già cambiato proprietario.

Provava a scattare e dopo cinque metri cominciava a considerare l’ipotesi ingloriosa di chiedere un cambio.

Si buttava negli spazi con l’entusiasmo di una volta e con una disponibilità respiratoria decisamente inferiore.

Ma non mollava.

E, lentamente, qualcosa cominciò a tornare: prima una corsa più fluida poi un contrasto più deciso e tempestivo oppure una sponda riuscita e un tiro più potente e che spegneva la corsa meno lontano dai pali.

Non era ancora il Giffoni di prima, ma almeno cominciava a sembrargli di poter tornare quello.

E intanto la squadra vinceva.

Arrivarono ai quarti, poi alla semifinale e infine alla finale.

L’avversario era il più temibile: il Dream Team.

Il Dream Team era il Dream Team, non erano mai riusciti a batterli e a rendere la cosa ancora più irritante c’era Remfutti, che del Dream Team era capitano e che non perdeva occasione per chiedere con il suo celebre ghigno a Tauro e Giffoni: "Ma perchè perdete sempre?"

Remfutti giocava con quella sua aria da persona che aveva già previsto quello che sarebbe successo e che, nel caso non fosse successo, avrebbe comunque trovato una spiegazione convincente.

Uscito dagli spogliatoi, andando verso il centro del campo, si avvicinò a Giffoni e non mancò di dire la sua.

«Sei sicuro di farcela?»

Giffoni lo guardò.

«A fare cosa?»

«A stare in campo.»

Giffoni non rispose, mentre altri risero neanche tanto di nascosto.

La partita cominciò, e fu una partita vera.

Tesa.

Di quelle nelle quali nessuno vuole concedere niente e il pallone sembra avere improvvisamente acquistato un peso che non aveva nelle partite precedenti.

Si giocava soprattutto a metà campo, poche occasioni, pochissimi spazi e tanti calci.

Il Dream Team controllava bene ma la squadra di Giffoni e Tauro rispondeva colpo su colpo.

Giffoni correva.

Non correva bene.

Ma correva e soprattutto non usciva.

Ogni tanto riusciva ancora a fare una cosa che gli era rimasta dai tempi migliori: trovarsi nel posto giusto.

Abbastanza, ma non troppo.

Intanto il tempo passava ma il risultato rimaneva inchiodato sullo 0-0.

Gli ultimi minuti sembravano avere assunto quella particolare consistenza delle partite nelle quali tutti cominciano a pensare ai supplementari prima ancora che l'arbitro li abbia dichiarati.

Ormai mancava pochissimo.

Il Dream Team respinse un pallone fuori area, Tauro lo rilanciò in area dalla sinistra e la difesa del Dream Team respinse ancora con la palla che uscì dalla mischia e rotolò rasoterra verso il limite dell’area.

Giffoni era lì.

Non avrebbe avuto il tempo di controllarla, non avrebbe avuto il tempo di pensarci e forse fu meglio così.

Calciò di prima.

Il pallone partì rasoterra, passò tra le gambe di un difensore e andò a infilarsi nell’angolino basso alla destra del portiere.

Per un attimo sul campetto calò un silenzio innaturale, rotto solo da una sonora bestemmia del portiere Candotti, mentre Giffoni rimase immobile.

Poi alzò le braccia e guardò il cielo urlando come un coyote.

Uno a zero e l'arbitro fischiò la fine.

Gioco, partita, incontro.

E torneo.

Gli saltarono addosso tutti insieme.

Tauro per primo.

Gli altri subito dopo.

Giffoni scomparve sotto una montagna di maglie, braccia, urla e sudore.

Da qualche parte, sotto quella confusione, qualcuno continuava a gridare che aveva segnato Giffoni, come se fosse necessario specificarlo.

Remfutti, invece, rimase a guardare e quando finalmente riuscì a recuperare un minimo di dignità, disse che lui, in realtà, aveva cominciato a insospettirsi già prima della partita.

«Quando?»

«All’inizio.»

«E perché?»

Remfutti indicò Giffoni.

«A testa o croce.»

«Cosa?»

«Aveva perso la scelta.»

Nessuno capì.

«E allora?»

Remfutti si strinse nelle spalle.

«Uno che perde la scelta del campo o della palla proprio con Giffoni, quella sera, doveva aspettarsi qualcosa.»

Naturalmente non era vero, o almeno nessuno ebbe mai la possibilità di dimostrarlo, ma da quella sera, per tutti gli altri del Dream Team, Giffoni ebbe un nome nuovo.

Il Boia di Gagliano.

E per una volta, stranamente, nessuno trovò niente da ridire.


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