lunedì 19 ottobre 2026

RIMPIANTI O RIMORSI?

Tra Giffoni e Gambero le questioni filosofiche arrivavano sempre nei momenti meno opportuni, cioè quando nessuno aveva un motivo serio per occuparsi di qualcosa di più urgente. Non che mancassero argomenti di maggiore concretezza: c’erano bollette da pagare, mogli o compagne da accontentare, figli da interpretare, acciacchi da ignorare e un campionato di calcio che, anche quell’anno, sembrava organizzato apposta per dimostrare che l’umanità non aveva imparato niente dai propri errori, ma proprio quando la vita offriva un discreto assortimento di problemi autentici, qualcuno sentiva il bisogno di fabbricarsene uno astratto.

Quella volta era toccato a Gambero, il quale, durante una passeggiata notturna alla ricerca di un po' di refrigerio tra le vie deserte della cittadina, si era rivolto improvvisamente a Giffoni con l’aria di chi stava per sottoporre all’interlocutore una questione di rilevanza costituzionale.

«Secondo te, è meglio vivere senza rimpianti o senza rimorsi?»

Giffoni, che nella sua mente stava cercando di stabilire se l'allenatore della sua squadra del cuore avesse le capacità per condurre i giocatori verso la salvezza, lo guardò con un sorriso non adeguato alla questione che gli era stata sottoposta.

«Questa è una domanda da ore liete.»

«Cioè?»

«Le ore in cui non sai che cazzo fare e, non avendo a disposizione un problema vero, decidi di interrogare l’esistenza. Non lo ricordi più? Di solito succede la domenica pomeriggio, dopo pranzo, quando hai finito di digerire ma è ancora troppo presto per pensare alla cena; oppure in certe sere d’autunno, quando fuori piove, la televisione trasmette una replica di Don Matteo e tu cominci a domandarti se nella vita avresti dovuto sposare quella ragazza che ti sorrideva in terza fila al cinema, iscriverti a Lettere anziché a Economia, oppure accettare quel lavoro a Bolzano che nel 1989 ti sembrava una prospettiva professionale della minchia e oggi ti appare invece come l’occasione mancata di una luminosa carriera da pensionato bilingue.»

Gambero lo lasciò terminare, abituato com’era al fatto che Giffoni, quando gli veniva concessa una domanda, non si accontentasse mai della risposta.

«Non vedo cosa ci sia di male nel pensarci.»

«Niente, purché tu abbia chiaro che stai perdendo tempo e, soprattutto, purché tu non scambi la perdita di tempo per una forma superiore di consapevolezza.»

«Ecco, lo sapevo. Tu hai già la risposta.»

«Naturalmente.»

Giffoni ora assunse quella compostezza vagamente accademica che gli veniva spontanea quando riteneva di avere individuato un errore di impostazione nel discorso altrui: non era presunzione, almeno secondo la sua personale valutazione ma piuttosto il fastidio che provava davanti alle domande costruite in modo da dover ricevere una risposta sensata.

«Il problema, caro Gambero, è che tu parti dal presupposto che le persone possano scegliere liberamente fra una serie di possibilità tutte ugualmente accessibili e che, soltanto dopo, siano autorizzate a pentirsi della scelta fatta. Ma la vita non funziona così. O, almeno, non funziona così per le persone mentalmente sane.»

«Ah, ecco. Adesso ci vuole anche il certificato psichiatrico.»

«Non dire cagate, non sei credibile. Una persona ragionevole, quando deve prendere una decisione, cerca di fare quello che in quel momento le sembra il meglio possibile, tenendo conto delle informazioni che possiede, delle condizioni in cui si trova, delle risorse di cui dispone e dei vincoli che non può eliminare con uno schiocco di dita. Poi può sbagliare, naturalmente. Può valutare male una persona, sopravvalutare le proprie capacità, sottostimare un pericolo, farsi sedurre da una prospettiva che si rivelerà un'inculata memorabile. Ma questo riguarda l’esito della decisione, non necessariamente la sua razionalità al momento in cui è stata presa.»

Gambero lo guardò con l’espressione di chi sta seguendo un ragionamento, ma non ha ancora deciso se valga la pena arrivare fino in fondo.

«Quindi, se uno sposa una donna e dopo dieci anni divorzia, non deve avere rimpianti perché, quando l’ha sposata, pensava che fosse la donna giusta.»

«Esattamente.»

«Quindi, secondo te, uno può dire di aver fatto il meglio possibile anche quando ha fatto una cazzata terribile e che quindi non bisogna pentirsi di niente.»

«Non intendo questo: intendo dire che il pentimento non è una macchina del tempo.»

Giffoni pronunciò la frase con una certa soddisfazione, come se avesse appena trovato la formula conclusiva di un teorema. Gambero, invece, rimase a fissare il fiume che scorreva a fianco della strada e dal cui fondo non arrivava una risposta.

«A me sembra un modo elegante per assolversi sempre» disse infine. «Se ogni scelta era l’unica possibile nelle condizioni del momento, allora nessuno è mai davvero responsabile di quello che fa. Basta raccontarsi che non c’erano alternative.»

«Attenzione. Ho detto che era l’unica scelta concretamente possibile per quella persona, in quel momento, non che fosse l’unica scelta concepibile in assoluto. Le alternative, in teoria, esistono quasi sempre. Puoi restare, andartene, parlare, tacere, aspettare, rischiare, rinunciare. Il fatto che tu riesca a elencarle tutte a posteriori non significa che, quando dovevi decidere, fossi davvero in grado di percorrerle. È una delle truffe più diffuse della memoria: il passato ci restituisce un ventaglio di possibilità che il presente, quando era ancora presente, ci aveva consegnato molto più stretto.»

«E allora il libero arbitrio dove lo mettiamo?»

«Dove vuoi. Purché non lo usiamo per fare i conti con il passato come se fossimo revisori contabili dell’anima.»

Gambero fece una smorfia.

«Questa è una delle tue frasi che sembrano intelligenti perché non si capisce bene cosa vogliano dire.»

«È una frase chiarissima. Sei tu che non hai voglia di capire.»

«Può darsi. Ma continuo a pensare che le persone provino rimpianti e rimorsi per qualcosa. Non puoi liquidare tutto dicendo che, in quel momento, hanno fatto quello che potevano. Ci sono occasioni che lasciamo scappare per paura, persone che feriamo per egoismo, parole che non diciamo per orgoglio. E poi, quando è troppo tardi, ci rendiamo conto che avremmo potuto comportarci diversamente.»

«Certo che avremmo potuto. Col senno di poi, possiamo sempre comportarci diversamente. Il problema è che il senno di poi è un consulente formidabile: costa poco, arriva quando il lavoro è finito e non rischia mai di essere chiamato a rispondere dei risultati.»

Gambero sorrise suo malgrado, ma non cedette.

«Però il rimorso può servire a non ripetere lo stesso errore.»

«Questo è un altro discorso. Quello che tu chiami rimorso, se ti aiuta a riconoscere che hai fatto del male a qualcuno e ti spinge a chiedere scusa, a riparare, a cambiare comportamento, io la chiamo assunzione di responsabilità e ha una funzione. Se invece ti limiti a rigirarti nella testa quello che avresti dovuto fare, senza che da quella sofferenza nasca niente, stai soltanto pagando una multa a te stesso per un’infrazione che non puoi più cancellare e io lo chiamo rimorso.»

«E il rimpianto?»

«Il rimpianto è ancora più curioso. Perché spesso non rimpiangiamo quello che abbiamo perso: rimpiangiamo la versione della nostra vita che immaginiamo sarebbe nata se avessimo scelto diversamente. Una vita alternativa, naturalmente, nella quale tutto funziona benissimo, le persone ci capiscono, il lavoro ci gratifica, i soldi non finiscono e le donne che abbiamo lasciato non diventano mai insopportabili. È una vita immaginaria costruita con un criterio di selezione piuttosto generoso: conserva tutti i vantaggi e cancella gli inconvenienti.»

«Insomma, secondo te rimpianti e rimorsi sono una perdita di tempo.»

«No. Sono un inevitabile prodotto collaterale della coscienza ma il fatto che una cosa sia inevitabile non la rende necessariamente utile: anche le emorroidi sono un’esperienza umana piuttosto diffusa, ma non mi pare che questo costituisca una ragione sufficiente per coltivarle.»

Gambero rise, questa volta senza trattenersi.

Nel frattempo si erano avvicinati ai tavolini di un bar dove avventori discutevano animatamente di un rigore assegnato la domenica precedente. Uno sosteneva che l’arbitro fosse un incompetente, l’altro che il VAR avesse definitivamente rovinato il calcio e nessuno dei due sembrava disposto a considerare l’ipotesi che la propria squadra avesse semplicemente giocato male. Giffoni li osservò per qualche secondo, poi tornò all’amico.

«Vedi? Anche nel calcio è così. Dopo una sconfitta, tutti sanno cosa avrebbe dovuto fare l’allenatore, quale sostituzione anticipare, chi lasciare in panchina e quale modulo adottare. Ma durante la partita, quando il risultato è ancora in bilico e hai davanti una squadra che ti pressa, devi decidere con quello che sai e con quello che hai. Il giorno dopo, invece, hai le immagini rallentate, le statistiche, i commenti degli esperti e soprattutto il risultato finale. È facile diventare un genio quando conosci già la soluzione.»

«Però un allenatore che sbaglia formazione può essere esonerato.»

«Appunto. La responsabilità riguarda le conseguenze e il giudizio sul lavoro svolto, non richiede che uno si tormenti per il resto della vita: se ogni errore dovesse diventare una condanna permanente, a quest’ora non ci sarebbe più un allenatore in attività e, probabilmente, nemmeno un essere umano in circolazione.»

«Quindi tu non hai mai avuto rimpianti?»

Giffoni si prese qualche secondo prima di rispondere. Non perché dovesse cercare la risposta, ma perché voleva evitare che l’amico interpretasse la pausa come un’ammissione di debolezza.

«Ho avuto occasioni nelle quali mi sono chiesto come sarebbe andata se avessi fatto una cosa anziché un’altra. Ho avuto dispiaceri, delusioni, decisioni che non rifarei e persone che avrei preferito trattare meglio. Ma non vedo perché dovrei trasformare tutto questo in una contabilità morale da tenere aggiornata fino alla morte: la vita non è una dichiarazione dei redditi nella quale, se ti accorgi di aver sbagliato un rigo, puoi presentare una dichiarazione integrativa e recuperare il credito.»

«Tu riesci a portare il fisco anche dentro la filosofia.»

«È una deformazione professionale, altri portano la filosofia dentro il calcio e nessuno li arresta.»

Gambero scosse la testa. Era convinto che l’amico avesse una certa tendenza a costruire sistemi teorici per difendersi dalle domande scomode e non necessariamente perché avesse qualcosa da nascondere; forse, più semplicemente, perché gli riusciva difficile accettare che una parte della vita fosse governata da circostanze, debolezze e casualità sulle quali non aveva alcun controllo.

«Resta il fatto» disse «che se hai ferito una persona, non puoi cavartela sostenendo che in quel momento ti sembrava la cosa migliore. Magari per te lo era, ma per l’altra persona è stata una disgrazia. E tu devi fare i conti anche con questo.»

«Naturalmente. Ma fare i conti non significa condannarsi all’ergastolo: se ho fatto del male a qualcuno, devo riconoscerlo, assumermene la responsabilità e, se possibile, riparare. Non devo necessariamente trascorrere i successivi quarant’anni a domandarmi se, quella sera, avrei dovuto dire una parola diversa. Il rimorso può essere il campanello d’allarme della coscienza ma non deve diventare l’inquilino abusivo che pretende di avere le chiavi di casa.»

«E se non puoi riparare?»

«Allora devi accettare che ci sono cose che non si possono riparare. Il che è spiacevole, ma non è una ragione per continuare a romperle.»

Gambero rimase in silenzio. Non era convinto del tutto, ma cominciava a sospettare che la questione, come spesso accadeva quando si discuteva con Giffoni, non avesse una soluzione capace di soddisfare entrambe le esigenze: quella di attribuire un senso alle proprie scelte e quella, assai più pratica, di continuare a vivere dopo averle compiute.

«Sai chi aveva sicuramente ragione?» chiese all’improvviso Giffoni.

Gambero sospettò che la risposta non avrebbe contribuito al progresso del pensiero occidentale.

«Aristotele?»

«No.»

«Seneca?»

«No.»

«Kant?»

«Ma chi cazzo vuoi che sia, Kant?»

«Allora illuminami.»

Giffoni si sporse verso di lui, con il tono di chi sta per rivelare un segreto custodito per decenni in una cassaforte di famiglia.

«Wanna Marchi.»

Gambero lo guardò come si sarebbe poturo guardare Le Pape des Fous descritto da Victor Hugo in Notre-Dame de Paris.

«Wanna Marchi?»

«Proprio lei. Estate del 1987. Lupo Solitario, la trasmissione di Patrizio Roversi e Susy Blady. Ma come fai a non ricordare? Roversi le fa la stessa domanda che ci stiamo facendo noi e lei risponde, senza la minima esitazione, tuonando con il suo vocione insopportabile: “Io non ho mai avuto né rimpianti né rimorsi, caro Lupo!”»

Per qualche istante Gambero non disse nulla. La frase sembrava aver prodotto nella sua testa un cortocircuito fra la filosofia morale, la televisione degli anni Ottanta e una categoria di personaggi che la cultura ufficiale avrebbe preferito confinare in un’appendice dedicata alle anomalie del costume nazionale.

Poi scoppiò a ridere.

«È meraviglioso.»

«Cosa?»

«Che noi siamo qui da mezz’ora a discutere di libero arbitrio, responsabilità individuale, limiti della memoria e condizioni concrete della scelta, e alla fine tu fai arrivare Wanna Marchi, che con l'autorevolezza di una sentenza della Cassazione liquida la questione in undici parole.»

«Dodici, se conti il caro Lupo.»

«Non vorrei essere pedante, ma “né rimpianti né rimorsi” sono già quattro parole che si risparmiano una quantità considerevole di tormenti. Il resto è scenografia.»

Giffoni sorrise, soddisfatto di aver portato un argomento che aveva definitivamente spostato la conversazione dal piano filosofico a quello della storia delle comunicazioni di massa, dove, peraltro, riteneva che la civiltà italiana avesse espresso alcuni dei suoi contributi più originali.

«Vedi? Alla fine pensarci era una questione da ore liete.»

Gambero lo guardò come si guarda un amico che, dopo aver ammesso l’inutilità di una riunione, insiste per convocarne un’altra.

«E intanto che pensi - continuò Giffoni -  pensa a cosa perdi.»

Gambero sollevò un dito.

«Questa è di Maurizia Paradiso.»

Giffoni rimase immobile, facendo finta di non capire.

«Come, scusa?»

«Sei tu adesso che fai finta di non ricordare. Maurizia Paradiso, quella che nelle televendite notturne sulle reti private, imboniva i nottambuli come noi proponendo le cassette VHS di Magic America. “E intanto che pensi, pensa a cosa perdi.” O qualcosa del genere.» 

«Non ricordavo che fosse una citazione.»

«Tu non ricordi le citazioni quando ti fanno comodo, le trasformi in massime personali, le pronunci con aria solenne e aspetti che qualcuno ti faccia i complimenti.»

«È un’accusa grave.»

«È un dato di fatto.»

«D’accordo. Ma ammetterai che, per una volta, mi hai fornito un assist irrinunciabile.»

«Per citare Maurizia Paradiso?»

«Per concludere una discussione sui rimpianti e sui rimorsi con una frase che invita a non perdere tempo, pronunciata da uno che sta cercando di dimostrare che pensare è una perdita di tempo. È una contraddizione perfetta. E, come sai, le contraddizioni perfette sono una delle poche cose che ancora mi commuovono.»

«Non ti commuovere troppo. Potresti pentirtene.»

Giffoni lo fissò per un momento, poi scoppiò di nuovo a ridere.

«Vedi? È proprio questo il punto. Se dovessimo evitare tutto ciò di cui potremmo pentirci, finiremmo per non fare più niente. E allora sì che avremmo una vita senza rimpianti e senza rimorsi: una vita nella quale non sarebbe successo assolutamente nulla.»

Inatanto, la sera continuava a scorrere senza chiedere a nessuno se avesse fatto le scelte giuste. Il mondo, del resto, non aveva mai mostrato particolare interesse per i bilanci morali degli esseri umani: andava avanti con la sua consueta indifferenza, lasciando a ciascuno il compito di trovare una spiegazione a quello che era successo e, se possibile, un motivo valido per alzarsi la mattina successiva.


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