venerdì 16 ottobre 2026

FUORI CATALOGO, NON OBSOLETI

Quarant’anni non sono pochi: sono abbastanza per cambiare una città, mandare in pensione più una generazione, trasformare una rivoluzione tecnologica in un’abitudine e convincere un’intera umanità che ciò che fino a ieri sembrava indispensabile oggi sia diventato obsoleto, quando non addirittura imbarazzante. Sono anche abbastanza per ritrovarsi, un pomeriggio qualsiasi, davanti a un bicchiere, con un vecchio amico, e scoprire che il tempo ha lavorato parecchio, ma non necessariamente in maniera uniforme.

Giffoni e Gambero si erano dati appuntamento ai Birilli Bevuti per una bevuta, espressione che, nel caso di Gambero, andava interpretata con una certa elasticità semantica, dal momento che non beveva alcolici e non aveva mai bevuto alcolici neppure ai tempi in cui l'astensione, tra i ragazzi della loro compagnia, poteva essere considerata una forma di diserzione, se non addirittura di snobismo. Giffoni, che conosceva l'amico da abbastanza tempo da averne esaurito le possibili spiegazioni razionali, aveva smesso da anni di interrogarsi su quella singolare rinuncia, pur continuando a considerarla una delle anomalie più ostinate di un'esistenza altrimenti rispettabile.

I Birilli, intanto, erano cambiati. E parecchio.

Il famelico Ringo, il cane lupo che un tempo percorreva il cortile come una fiera nell'arena, in attesa che qualche gladiatore in jeans e giubbotto di pelle, obtorto collo, si avventurasse nel suo territorio, non c'era più. Non c'erano più neppure i cassoni mastodontici dei videogiochi, quelle cattedrali elettroniche davanti alle quali gli adolescenti trascorrevano pomeriggi interi nel tentativo di salvare mondi immaginari, mentre quello reale, a pochi metri di distanza, offriva già sufficienti occasioni per farsi male. Il biliardo, relegato in un angolo, giaceva impolverato come un reperto archeologico di una civiltà scomparsa, e nessuno sembrava più interessato a interpellarlo, nemmeno per fingere di conoscere le regole.

Era sparita anche la nuvola di fumo che avvolgeva il locale con la densità e l'ineluttabilità della nebbia invernale sulla Val Padana. Allora si entrava ai Birilli e, per qualche minuto, si procedeva a tentoni, cercando di distinguere gli amici dalle loro sagome e le loro voci dai colpi di tosse. Il fumo non era un effetto collaterale del locale: ne costituiva l'arredamento atmosferico, una specie di soffitto mobile sotto il quale si consumavano discussioni, partite e trattative che, a giudicare dalla partecipazione emotiva dei presenti, avrebbero potuto decidere il destino di una nazione.

Ai tavoli, infatti, si giocava a briscola e tresette con una concentrazione che oggi si riserverebbe forse a un consiglio di guerra, a una riunione straordinaria della Banca centrale o a un vertice internazionale convocato per evitare l'estinzione della specie. Ogni carta giocata male diventava un affronto personale, ogni accusa di scorrettezza una questione di principio, ogni partita persa un'ingiustizia storica da tramandare ai posteri. I giocatori non si limitavano a passare il tempo: difendevano reputazioni, ricostruivano alleanze, consumavano vendette. E tutto questo per un tresette, circostanza che dovrebbe indurre a una certa prudenza prima di liquidare come irrazionali le grandi tragedie della storia.

Adesso, invece, i Birilli erano luminosi, moderni, quasi eleganti. I megaschermi dominavano le pareti e trasmettevano partite di calcio praticamente ogni sera, assicurando agli avventori un motivo permanente per discutere, lamentarsi e impartire lezioni tattiche a professionisti che guadagnavano in una settimana quanto loro non avrebbero guadagnato in una vita. La clientela era composta da giovani e meno giovani, un insieme abbastanza eterogeneo da suggerire che il locale avesse trovato una nuova forma di equilibrio, meno rumorosa in certi aspetti e non necessariamente più pacifica in altri.

Soprattutto, non c'erano più ragazzini adolescenti alle prese con i bulli pro tempore, quei personaggi che, per una stagione o poco più, si attribuivano il diritto di stabilire chi dovesse occupare un tavolo, chi potesse parlare con chi e quale fosse il grado di umiliazione socialmente accettabile da infliggere al compagno meno attrezzato per difendersi. Non erano scomparsi i bulli, naturalmente. Sarebbe stato come credere che, grazie alla diffusione delle automobili, fossero scomparsi gli imbecilli: si erano semplicemente adattati ai nuovi mezzi di locomozione.

Anche loro, come gran parte delle attività adolescenziali, si erano smaterializzati nella rete. Non avevano più bisogno di un cortile, di una corporatura imponente o di una banda di comprimari disposti a ridere alle loro battute; bastavano una tastiera, un profilo fasullo e la possibilità di colpire qualcuno senza doverlo guardare negli occhi. Il progresso, in questo caso, aveva ottenuto un risultato notevole: aveva consentito al bullo di conservare intatta la propria vigliaccheria, liberandolo persino dalla fatica di doverla esibire fisicamente.

I danni, quelli, non si erano adattati a niente: restavano identici, per niente virtuali e molto reali. L’unica innovazione era che adesso la vittima poteva essere umiliata anche in pigiama.

Giffoni osservò il locale a lungo, con quell'espressione assorta che gli veniva quando cercava di trasformare un'impressione in una riflessione, e una riflessione in qualcosa che potesse essere raccontato in seguito. Non gli dispiaceva il cambiamento ma gli dava fastidio la disinvoltura con cui il presente si installava sulle rovine del passato, senza neppure sentire il bisogno di chiedere scusa.

«È cambiato tutto», disse.

Gambero si guardò attorno, poi tornò al proprio bicchiere, nel quale non c'era nulla che potesse mettere a repentaglio la lucidità dei suoi giudizi.

«Meno male. Se fosse rimasto tutto come allora, saremmo ancora qui a respirare nicotina, con Ringo pronto a staccarci un polpaccio e Brunelli impegnato a spiegarci che il morso era una forma di selezione naturale.»

Giffoni sorrise. Brunelli, anche in sua assenza, continuava a offrire un materiale narrativo di qualità superiore.

«Non parlavo soltanto del locale. Parlavo anche di noi.»

«Ah, certo. Anche noi siamo cambiati: basta guardarci i capelli.»

Entrambi avevano conservato la chioma, fatto che Giffoni considerava una delle poche concessioni non del tutto sgradevoli ricevute dal destino. Il colore, però, era mutato progressivamente, passando dalle tonalità originarie a un grigio che non aveva più nulla di episodico e cominciava ad assumere il carattere di una scelta definitiva. Il tempo non li aveva privati dei capelli: si era limitato a rivederne la politica cromatica, senza consultare gli interessati e senza concedere loro il diritto di veto.

«Siamo ingrigiti», precisò Giffoni. «Che è diverso dal diventare vecchi.»

«È una distinzione che ti fa comodo.»

«È una distinzione fondata: l'ingrigimento è un fenomeno estetico, la vecchiaia è una condizione esistenziale.»

«E tu, naturalmente, sei nella prima categoria.»

«Io sono in una fase di transizione.»

«Da quarant'anni?»

«Le transizioni storiche possono essere lunghe.»

Gambero rise. Giffoni aveva questa capacità: anche quando cercava di difendere una posizione indifendibile, riusciva a farlo con un linguaggio sufficientemente articolato da rendere sconveniente interromperlo prima della conclusione. Era un talento che, da giovane, gli aveva procurato qualche vantaggio nelle discussioni e da meno giovane parecchi svantaggi nelle situazioni in cui sarebbe stato più prudente tacere.

Per qualche minuto parlarono di persone che non frequentavano più il locale, di quelle che non c'erano più e di altre che, pur essendo ancora in circolazione, sembravano essersi ritirate in una dimensione parallela, dove il tempo procedeva secondo regole diverse. Recuperarono episodi, ricostruirono circostanze, si corressero a vicenda su date e particolari, con Giffoni che ricordava una quantità spropositata di dettagli e Gambero che, pur apprezzandone la precisione, si divertiva ogni tanto a contestare l'importanza che l'amico attribuiva a fatti che, all'epoca, non avrebbero meritato neppure una nota a piè di pagina.

«La cosa incredibile», disse Gambero, «è che tu ricordi ancora tutto. Una data, una frase, un'espressione, persino chi si trovava in un angolo della stanza mentre succedeva qualcosa che non interessava a nessuno. A volte mi domando se tu abbia vissuto quegli anni o se abbia passato il tempo a prendere appunti.»

«Ricordare non significa essere rimasti fermi.»

«No. Ma può diventare un modo elegante per non muoversi.»

Giffoni lo guardò. La conversazione stava prendendo quella piega che conosceva bene: Gambero, apparentemente disposto ad assecondarlo, stava preparando un'obiezione che avrebbe costretto entrambi a spostarsi dal terreno degli aneddoti a quello, assai più scivoloso, delle idee.

«I ricordi», disse Giffoni, «sono qualcosa che ci appartiene. Non sono fotografie che consultiamo per passare il tempo. Vivono dentro di noi, si modificano, si intrecciano con quello che siamo diventati e quando l'orizzonte comincia a restringersi, quando ti accorgi che le possibilità non sono più infinite e che alcune porte si sono chiuse definitivamente, avere un passato al quale attingere non è necessariamente un difetto. Può essere una risorsa.»

Gambero ascoltò senza interromperlo. Non disprezzava i ricordi e non aveva nessuna intenzione di rinnegare ciò che avevano vissuto. Sapeva benissimo che una parte consistente di quello che erano diventati affondava le radici in quei pomeriggi, nelle amicizie, nelle sciocchezze, nelle rivalità e persino nelle umiliazioni che allora sembravano insopportabili e che, rilette a distanza di quarant'anni, avevano assunto la dignità comica degli incidenti di percorso.

Il suo timore era un altro: che Giffoni finisse per trasformare la memoria in una specie di rifugio permanente, arredato con cura e dotato di tutti i comfort, nel quale ritirarsi ogni volta che il presente si mostrava meno interessante del previsto.

«Il passato ci appartiene», concesse. «Ma appartiene anche a un tempo che abbiamo perso. Non possiamo continuare a frequentarlo come se fosse ancora disponibile, con gli stessi personaggi, le stesse possibilità e gli stessi finali alternativi che ci inventiamo adesso. Quello che è stato è stato. Possiamo ricordarlo, certo, ma se passiamo il tempo a guardare quello che non c'è più rischiamo di non vedere quello che, pur con tutti i suoi limiti, potrebbe ancora arrivare.»

«Se l'orizzonte si restringesse davvero? Se le occasioni diminuissero, se certe esperienze non fossero più alla nostra portata, se il futuro cominciasse a somigliare a una strada che conosciamo già e sulla quale non ci aspettano grandi sorprese?»

«Allora sarebbe ancora più importante non confondere ciò che ci resta con ciò che abbiamo perduto.»

Giffoni abbassò gli occhi sul bicchiere. Non era una risposta che potesse liquidare con una battuta, e questo lo irritava moderatamente. Aveva sempre considerato il ricordo una forma di resistenza alla scomparsa: non la pretesa infantile di riportare indietro il tempo, ma il tentativo di impedire che tutto ciò che era accaduto finisse per dissolversi nell'indistinto. Le persone, i luoghi, persino le sciocchezze acquistavano con il passare degli anni un significato diverso, non necessariamente più nobile, ma più difficile da ignorare.

«Non voglio tornare indietro», disse. «Voglio soltanto che quello che abbiamo vissuto continui ad avere un posto. Se dimentico da dove vengo, rischio di non capire nemmeno dove sto andando.»

«Su questo sono d'accordo, ma stai attento a non leggerla come una  frase consolatoria da "Baci Perugina": sapere da dove vieni non significa doverci tornare ogni volta che non sai dove andare.»

Giffoni rimase in silenzio. Gli sarebbe piaciuto trovare un'obiezione efficace, magari una distinzione sottile tra memoria e rimpianto, oppure una citazione che mettesse Gambero nella condizione di dover ammettere che il ragionamento era meno semplice di quanto sembrasse, ma l'amico aveva centrato il punto, e insistere sarebbe stato un esercizio di vanità intellettuale, attività nella quale Giffoni aveva maturato una discreta esperienza e dalla quale, almeno in teoria, avrebbe voluto e dovuto cominciare a ritirarsi.

«D'accordo», disse infine. «Restiamo ancorati alla realtà.»

«Possibilmente senza trascinarci dietro tutta la mobilia del passato, però!»

«Non esagerare. La nostalgia, ogni tanto, è un lusso che ci si può concedere.»

«Purché sia ogni tanto.»

Giffoni sollevò il bicchiere.

«Come un buon rhum invecchiato. Non puoi berlo tutte le sere, ma guai se non ne avessi una bottiglia da qualche parte. Ci sono momenti in cui serve qualcosa che abbia saputo aspettare.»

Gambero lo fissò con un'espressione di cortese perplessità.

«Parla per te. Io non bevo alcolici.»

Giffoni si fermò, il bicchiere ancora sollevato.

«Lo so.»

«E allora?»

«Allora sei a posto. Ti sei ingrigito senza bisogno di bere.»

Si guardarono con il sorriso di chi aveva trovato un punto di equilibrio senza bisogno di raggiungere un accordo. In fondo, era sempre stato così: Giffoni cercava di ricondurre le cose a un significato, Gambero ricordava che le cose potevano anche essere lasciate al loro posto. Nessuno dei due aveva ragione su tutto, e forse era proprio questo a rendere possibile una discussione durata quarant'anni senza che l'amicizia ne uscisse definitivamente compromessa.

«Comunque», disse Gambero, tornando a guardare la partita sugli schermi, «c'è una cosa sulla quale possiamo essere d'accordo senza bisogno di discutere.»

«Sentiamo.»

«Se qui fossero arrivati Brunelli e Remfutti, questa conversazione non sarebbe mai cominciata.»

Giffoni rise. Non c'era bisogno di aggiungere molto. Brunelli avrebbe liquidato ogni riflessione sul tempo con una battuta sulla propria invincibile giovinezza, salvo poi dimostrare, nel giro di pochi minuti, che la sua idea di giovinezza consisteva soprattutto nel considerare ogni divieto un invito personale alla trasgressione. Remfutti, dal canto suo, avrebbe prima sostenuto la tesi di Giffoni, poi quella di Gambero e infine una terza, incompatibile con entrambe, non per convinzione ma per l'insopprimibile esigenza di impedire agli altri di godersi il raro privilegio di essere d'accordo.

«E se fosse arrivato lo Smilzo?» domandò Gambero.

A quel punto non ci fu bisogno di consultare la memoria. La voce sembrò materializzarsi da sola, con quella capacità di attraversare il tempo senza perdere un decibel, la vocale finale già proiettata verso un'uscita che nessuno aveva ancora visto.

Avete rotto i coglioooni! Ariaaaa!

I due scoppiarono a ridere. Risero più del necessario, o forse esattamente quanto era necessario dopo una conversazione che aveva rischiato di trasformare una bevuta in un convegno sulla fenomenologia del tempo. E in quella risata, improvvisa e familiare, accadde qualcosa che nessuna argomentazione avrebbe saputo produrre: per un istante i quarant'anni trascorsi non scomparvero, ma persero il diritto di essere considerati la cosa più importante.

Giffoni e Gambero erano ancora lì, con i capelli ingrigiti, le facce segnate e una maggiore esperienza nel riconoscere le complicazioni inutili. Erano cambiati, certo. Avevano accumulato rinunce, soddisfazioni, delusioni, convinzioni abbandonate e altre che resistevano inspiegabilmente a ogni tentativo di revisione, ma bastava una voce ricordata, una vecchia battuta, il nome di Brunelli o l'evocazione di Remfutti perché riaffiorasse qualcosa che non aveva bisogno di essere ricostruito.

Si alzarono, pagarono e si avviarono verso l'uscita. I Birilli rimasero alle loro spalle, luminosi e moderni, con i megaschermi accesi e una clientela che non poteva sapere quanta storia fosse passata fra quelle pareti. Sulla porta si abbracciarono con una certa goffaggine, quella degli uomini che hanno imparato a vivere l'affetto senza sentirsi obbligati a commentarlo.

Si separarono prendendo temporaneamente direzioni diverse, ciascuno verso la propria vita, che non era finita e non doveva essere considerata tale soltanto perché certe possibilità si erano chiuse e altre avevano cominciato a presentarsi con minore frequenza.

Il tempo aveva cambiato il locale, aveva cambiato loro e aveva cambiato persino il modo in cui il mondo si prendeva gioco degli esseri umani. Il metabolismo rallentato aveva depositato riserve inutili sui fianchi, le abitudini si erano trasformate, le vecchie certezze avevano ceduto il posto a dubbi più sofisticati, ma nel contempo persisteva, in modo discreto e resistente, anche il deposito di esperienze, affetti, errori e complicità che continuava ad agire dentro di loro anche quando non se ne accorgevano.

Bastava una voce, una battuta, un «Ariaaaa!» al momento giusto, e scoprivano che la maturità era rimasta soprattutto un’aspirazione.

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