martedì 15 settembre 2026

IL SEGRETO DELLE PAGINE PERDUTE

A Teatro avevano imparato, tra le altre cose, che prima di uno spettacolo esisteva un momento nel quale qualsiasi cosa, anche la più insignificante, poteva trasformarsi in un problema di dimensioni imprevedibili.

Mancavano venti minuti all’apertura del sipario e nel teatro della parrocchia la compagnia era già immersa in quella particolare agitazione che precede l’ingresso in scena: qualcuno ripassava le battute sottovoce come un monaco benedettino orante, qualcuno cercava un oggetto che aveva avuto in mano fino a trenta secondi prima e ora pareva essere stato inghittito tra Scilla e Cariddi, qualcuno si guardava allo specchio con l’espressione di chi non si riconosceva più e qualcun altro, come spesso accadeva, aveva deciso che proprio quello era il momento migliore per fare qualcosa che non avrebbe dovuto fare.

La lista dei potenziali "guastatori" era varia e quella sera fu il turno di Tito Brunelli.

Tito Brunelli era il protagonista de Il Malato immaginario di Molière e aveva davanti a sé una quantità di battute che, a detta degli altri, superava abbondantemente il migliaio, cifra che non aveva mai verificato personalmente ma che gli veniva ricordata con una certa frequenza quelle poche volte che qualcuno lo vedeva ripassare il copione.

Tito infatti era solito riempire vuoti e amnesie con battute inventate di sana pianta, spesso fuori contesto, ma dell'efficacia scenica superiore al testo originale.

Il problema era che, in una delle scene, Brunelli Tito doveva sostenere tra le mani un grande libro antico e recitare una battuta facendo finta di leggerla proprio da quelle pagine e quel libro non apparteneva alla compagnia.

Era stato prestato dal padre di Gambero, dopo ripetute e insistenti richieste del figlio, che per convincerlo gli aveva garantito che sarebbe stato utilizzato esclusivamente per gli spettacoli e che, una volta terminata la rappresentazione, sarebbe tornato immediatamente a casa sotto la sua personale e attenta vigilanza.

Era un libro di antiche mappe nautiche, uno di quei volumi che sembrano avere più storia che pagine, con una copertina pesante e consumata e una particolare struttura a finestrella: a prima vista, aprendolo, si incontravano soltanto pagine bianche, mentre le mappe erano custodite all'interno, a due a due, come se il libro avesse deciso di non mostrare a chiunque i propri segreti.

Gambero lo aveva portato in teatro con la solennità di chi consegna un oggetto di famiglia nelle mani del Direttore del Louvre mentre avrebbe dovuto ricordarsi a chi stava per consegnarlo, compari dei quali, peraltro, conosceva abbastanza bene la reputazione.

E infatti, venti minuti prima dello spettacolo, Tito Brunelli prese il libro che giaceva, quasi nascosto, dietro le quinte.

Lo aprì.

Vide una pagina bianca. La guardò ancora e poi ebbe un pensiero ed era uno di quei pensieri che, ai Birilli Bevuti, non arrivavano mai accompagnati da un dubbio.

«Per sicurezza scrivo l'inizio della battuta.»

Prese una penna e, con la tranquillità di un amanuense medievale che stesse preparando un codice destinato a sopravvivere ai secoli, cominciò a scrivere a caratteri cubitali sulla pagina.

Non una parola piccola, discreta, facilmente cancellabile. A caratteri cubitali.

Remfutti, che passava di lì, si fermò e guardò Tito Brunelli e poi guardò il libro.

Guardò di nuovo Brunelli.

Ci fu quel breve silenzio che precede generalmente le domande alle quali, in cuor suo, chi le formula conosce già la risposta.

«Ma sei pazzo a scrivere sul libro di Gambero?»

Brunelli, assolutamente incurante della richiesta, continuò a scrivere.

Remfutti si avvicinò insistendo.

«Hai visto cosa c'è dietro?»

Tito alzò appena gli occhi, infastidito.

«Cosa vuoi che ci sia?»

Remfutti indicò il libro.

«Le mappe.»

Brunelli guardò la pagina, poi guardò Remfutti.

«Quali mappe, qui non c'è niente... E allora?»

«E allora se Gambero si accorge che hai scritto sul libro di suo padre s'incazza come una biscia.»

Tito Brunelli Tito finì di scrivere l'ultima parola, richiuse con calma la penna e rispose:

«Ecco appunto. E tu non dirglielo, così non succede niente.»

Fu allora che arrivò Giffoni che in lontananza aveva sentito soltanto le ultime parole.

«Che cosa non deve sapere Gambero?»

Remfutti si voltò mentre Brunelli continuò tranquillamente a scrivere.

«Niente.»

Giffoni lo guardò.

Poi guardò Remfutti.

Infine guardò il libro.

Non serviva essere particolarmente perspicaci per capire che, quando Tito diceva niente, generalmente c'era qualcosa.

Si avvicinò, diede un'occhiata alla pagina e rimase per un attimo senza parlare.

«Hai scritto sul libro?»

«Solo una battuta.»

«Sul libro di Gambero?»

«Era bianco.»

Giffoni chiuse gli occhi per un istante: aveva imparato che con Brunelli esistevano situazioni nelle quali la ragione non poteva più intervenire e bisognava semplicemente amministrare i danni.

Si rivolse a Remfutti.

«Tu non dire niente a Gambero,  almeno fino alla fine dello spettacolo.»

Remfutti lo guardò preoccupato.

«E se lo scopre?»

«Lo scoprirà dopo.»

«E se lo scopre prima?»

«Non deve scoprirlo prima. Se glielo dici adesso va fuori di testa e poi recita incazzato nero per tutta la sera.»

Remfutti annuì, atteggiandosi a colui che sembrava essere stato convinto da una motivazione sufficientemente seria.

«Va bene. Non dico niente.»

Giffoni si allontanò.

E per qualche minuto Remfutti mantenne effettivamente la parola, ma il problema era che nessuno aveva mai stabilito con precisione quanto dovesse durare, ai Birilli Bevuti, un segreto.

Remfutti rimase qualche istante fermo a guardare Brunelli Tito.

Poi guardò il libro.

Poi pensò a Gambero.

E, soprattutto, pensò al padre di Gambero.

Fu probabilmente a quel punto che la promessa fatta a Giffoni cominciò a sembrargli meno importante del diritto di Gambero a sapere che cosa stava succedendo al libro e così sparì nel sottopalco dove c'erano i camerini.

Non passarono neanche due minuti e dalla sottopalco arrivarono delle urla e poi con falcate degne degli stivali delle sette leghe di faustiana memoria, Gambero irruppe nel retropalco dove Brunelli aspettava placidamente il levarsi del sipario, avendo concluso la sua opera scritta. 

Gli occhi di Gambero erano iniettati dello stesso furore del tifoso romanista che alla sera aveva visto alla moviola di Carlo Sassi il gol di Turone annullato per fuorigioco e senza troppi preamboli intimò a Brunelli la restituzione del prezioso volume.

«Dammi qua.»

Brunelli glielo porse.

Gambero lo prese.

Lo aprì.

Guardò la pagina e vide la battuta scritta a caratteri cubitali su una delle pagine bianche che costituivano il retro di una delle mappe mautiche.

Guardò Brunelli Tito.

Poi di nuovo il libro e l'obbrobrio grafico.

Poi ancora Brunelli.

«Ma sei un coglione!»

Il teatro sembrò improvvisamente più piccolo.

«Che cazzo hai fatto?! Adesso mio padre mi ammazza!»

Tito Brunelli, invece di chiedere scusa, fece quella cosa che solo lui avrebbe potuto fare in quel momento: passò al contrattacco senza cercare una giustificazione, con la grazia di un concerto degli AC/DC in una cristalleria.

«E che cazzo ne sapevo io? Il libro era tutto in bianco, che cazzo volete da me?»

Gambero lo fissava.

«Era tutto in bianco perché le mappe sono dentro, deficiente!»

Brunelli fece una faccia quasi offesa e sgrigativamente si congedò, con il fare di chi è stato inutilmente ed ingiustamente importunato e con una battuta che era un capolavoro di diplomazia al contrario.

«E allora potevi portarne un altro.»

Giffoni, che nel frattempo aveva capito perfettamente da chi Gambero avesse ricevuto la notizia, guardò Remfutti e Remfutti, sentendosi osservato, abbassò gli occhi.

Poi, improvvisamente, arrivò la voce dalla sala.

«Due minuti all'inizio.»

Fu quella voce a salvare Tito Brunelli e non il perdono di Gambero.

Non una soluzione.

Due minuti.

La compagnia dovette andare in scena, il sipario si levò e Brunelli entrò con il Libro delle Mappe sul proscenio ed il pubblico, ignaro dell'incidente accaduto nel retropalco appena qualche minuto prima, lo accolse nel silenzio dell'attesa.

Cominciò lo spettacolo e per tutta la rappresentazione il Malato Immaginario poté anche essere immaginario, ma il risentimento di Gambero no e ogni volta che Tito Brunelli incrociava il suo sguardo c'era qualcosa di strano.

Non era uno sguardo teatrale, non apparteneva a Molière e non apparteneva alla commedia.

Era uno sguardo perfettamente reale, preciso e inequivocabile, uno di quegli sguardi che non hanno bisogno di essere accompagnati da parole perché hanno già pronunciato una sentenza.

Brunelli Tito recitò tutto fino alla fine.

Le mille e passa battute furono dette.

Il libro fu tenuto correttamente tra le mani e la battuta recitata a memoria, senza utilizzare l'espediente grafico ideato all'ultimo momento per sicurezza.

Il pubblico alla fine applaudì e, almeno per quella sera, nessuno morì.

Il libro tornò a casa.

Almeno le mappe erano salve.

Quanto a Tito Brunelli, continuò a sostenere per molti anni che la reazione di Gambero era esagerata, che se Gambero avesse avuto la bontà di spiegargli prima che dietro quelle pagine apparentemente bianche c'erano le mappe, lui non avrebbe mai scritto nulla.

Era, naturalmente, la sua versione dei fatti.

Quanto a Remfutti, nessuno riuscì mai a stabilire se avesse tradito deliberatamente il segreto o se, semplicemente, dopo aver promesso solennemente di non dire niente, avesse improvvisamente ritenuto che quel niente non comprendesse proprio il diretto interessato.

Quanto al padre di Gambero, nessuno seppe mai come accolse il rientro tra le mura domestiche del prezioso volume e che non uscì mai più dalla sua disponibilità.


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