lunedì 14 settembre 2026

SEI POMODORI IN CERCA D'AUTORE

 Ai Birilli Bevuti stavano imparando molte cose, forse non proprio quelle che servivano per vivere bene, questo è vero, ma decisamente quelle che servivano per sopravvivere.

Avevano appreso che la noia, se affrontata in compagnia, poteva trasformarsi in un'impresa; che una passeggiata poteva diventare una spedizione; che una partita a carte poteva assumere i contorni di una crisi diplomatica e che, soprattutto, una notizia priva di qualsiasi fondamento, se pronunciata con sufficiente convinzione, poteva nel giro di pochi minuti trasformarsi in una certezza sulla quale dover costruire un'intera strategia difensiva.

I Birilli Bevuti erano, in fondo, la loro scuola di vita, anche se non rilasciavano diplomi e non esistevano programmi ministeriali, ma in compenso insegnavano una cosa fondamentale: prendere molto sul serio le cose che non meritavano di essere prese sul serio e, possibilmente, non prendere troppo sul serio quelle che invece lo meritavano.

Il teatro della parrocchia era una delle sue aule predilette.

Anche se a prima vista non sembrava avere proprio nulla di prestigioso, a partire dall'aspetto fatiscente, era un vero teatro in sedicesimo, con il palcoscenico, le quinte, i camerini e quella caratteristica atmosfera dei luoghi nei quali generazioni di ragazzi avevano recitato commedie, organizzato feste, preparato recite e consumato quantità imprecisate di ansie completamente inutili.

Quella sera andava in scena Il Bugiardo di Carlo Goldoni e i risultati dell'agire del protagonista - al quale non si deve credere neanche la verità come aveva scritto nel testo il celeberrimo autore veneziano - avevano già cominciato a manifestarsi dietro le quinte.

Mancava circa mezz’ora all’inizio dello spettacolo e nel teatro della parrocchia si era ormai depositata quella particolare agitazione che precede gli spettacoli, quando tutti hanno ancora qualcosa da sistemare e, proprio per questo, nessuno riesce più a fare con naturalezza nemmeno ciò che ha fatto cento volte. Sul palcoscenico Giffoni camminava avanti e indietro, ripassando mentalmente le ultime indicazioni, controllando questo e quello.

Le luci erano accese, le quinte tirate, in sala cominciava ad arrivare gente e dai camerini provenivano voci, passi, richiami e qualche bestemmia pronunciata senza quella cautela che avrebbe dovuto distinguere il teatro parrocchiale dagli altri teatri.

Fu allora che Remfutti gli si avvicinò e gli si fermò davanti con un’espressione insolitamente seria e, dopo essersi guardato intorno con la circospezione di chi sta per comunicare una notizia che non dovrebbe uscire da quella stanza, gli disse:

«Giffoni, cosa facciamo se ci tirano i pomodori?»

Giffoni lo guardò per qualche secondo, convinto che fosse una delle solite ipotesi di Remfutti, quelle che nascevano da un dubbio apparentemente insignificante e finivano per prendere, nel giro di pochi minuti, proporzioni difficili da ricondurre alla ragione.

«Li mangiamo.»

Remfutti non sorrise e continuò a guardarlo con quell’aria preoccupata che, nel suo caso, era già un primo segnale d’allarme.

«No, guarda che non sto scherzando. Medusa l’ha saputo da suoi amici. Sono venuti apposta per tirarci i pomodori.»

Giffoni smise di camminare.

Non credeva minimamente alla storia, ma si accorse immediatamente che Remfutti, invece, aveva già cominciato a crederci sul serio e quando Remfutti cominciava a prendere sul serio una possibilità, quella possibilità acquistava rapidamente una propria vita, una propria logica e, se necessario, anche un piano operativo.

«Ma sei impazzito? Non vorrai mica credere a queste cazzate?»

«Io non lo so», rispose Remfutti, «ma questa notizia mi preoccupa. Mi fa star male.»

Giffoni lo osservò ancora per qualche istante, poi capì che il problema, in quel momento, non erano i pomodori ma la notizia dei pomodori.

«Senti, facciamo una cosa. Questa storia la tieni per te. Non dire niente agli altri, perché se cominciamo a mettere in agitazione tutta la compagnia mezz’ora prima dello spettacolo, siamo finiti.»

Remfutti annuì con un cenno lento, convinto, quasi solenne e Giffoni tornò alle sue occupazioni, rassicurato dal fatto di aver almeno circoscritto il pericolo.

Passarono cinque minuti. Forse nemmeno cinque.

Quando Giffoni si voltò, vide Brunelli Tito parlare sottovoce con Bugatti, poco più in là Rozza stava discutendo con Gambero, mentre Medusa, con una tranquillità che lasciava supporre che la faccenda non la riguardasse minimamente, sembrava già perfettamente informata di tutto.

Giffoni si avvicinò.

«Che succede?»

Bugatti lo guardò.

«Hai sentito dei pomodori?»

Giffoni rimase zitto.

La notizia aveva già fatto il giro del teatro.

Non si trattava più soltanto di sapere se qualcuno avesse intenzione di tirare dei pomodori. Si cominciava a discutere di quanti potessero essere, da quale parte della sala sarebbero arrivati e, soprattutto, di chi potesse avere un motivo per compiere un gesto tanto ostile nei confronti di una compagnia teatrale di liceali.

«Ma quanti sarebbero?» chiese Rozza.

«Non si sa.»

«E chi li porta?»

«Neanche questo si sa.»

«Ma sono sicuri?»

A quella domanda seguì un breve silenzio.

Poi Medusa, con assoluta serenità, disse:

«Me l’hanno dato per certo.»

Era una frase che non lasciava molto spazio alla discussione.

Leonardo, nel frattempo, era entrato nel gruppo e aveva ascoltato abbastanza da capire che, a cinque minuti dall’inizio dello spettacolo, una compagnia teatrale si stava occupando con crescente apprensione di un’aggressione ortofrutticola ancora tutta da dimostrare.

«Ma siete tutti rincoglioniti?»

Nessuno gli diede particolare ascolto.

Remfutti se ne stava poco distante, pensioroso ma apparentemente estraneo alla discussione.

Giffoni lo guardò.

Remfutti abbassò gli occhi.

Aveva promesso di non dire niente e infatti non aveva detto niente. Il problema era che, nel frattempo, lo sapevano anche i muri.

Mancavano pochi minuti all’apertura del sipario e in sala si sentiva forte il vocio del pubblico mentre sul palcoscenico, invece, si era formato qualcosa che assomigliava sempre più a uno stato maggiore, nel quale ognuno aveva una propria teoria e nessuno aveva la minima intenzione di verificarla.

Brunelli Tito voleva sapere chi fossero gli autori del gesto, promettendo di reagire a colpi di maglio.

Bugatti cercava di capire se i pomodori sarebbero stati lanciati dalle prime file oppure da più lontano e Rozza sosteneva che dalla platea fosse più facile.

Gambero ascoltava tutti con l'espressione di chi si trovava per caso in mezzo a una riunione di condominio convocata per discutere dell'invasione delle cavallette.

La questione, ormai, aveva raggiunto una tale complessità che sarebbe stato più facile organizzare lo spettacolo.

Giffoni capì che era arrivato il momento di intervenire. Radunò tutto il cast e, con una prudenza istituzionale che avrebbe strappato scroscianti applausi ad un congresso democristiano, disse:

«Il problema non esiste. Non c’è alcun pericolo.»

Qualcuno annuì, qualcuno continuò a guardare verso la sala.

Giffoni proseguì:

«Tuttavia, se l’ipotesi dovesse verificarsi, faremo chiudere immediatamente il sipario e uscirò solo io in proscenio per i ringraziamenti di rito.»

Era una soluzione che non risolveva assolutamente nulla, ma aveva il vantaggio di essere chiara e di convincere tutti ad aprire il sipario e ad andare incontro a quello che, come cantava Lucio Battisti, avrebbero scoperto solo vivendo. 

Il Sipario si aprì.

Nella platea non c'erano terroristi, non c'erano facinorosi e non c'erano neppure persone particolarmente ostili: c'erano signore della parrocchia, qualche genitore, ragazzi, conoscenti e gente che aveva semplicemente deciso di passare la serata a teatro.

Lo spettacolo cominciò.

La prima battuta.

La seconda.

La terza.

Niente.

Nessun pomodoro.

Remfutti, dalle quinte, continuava ogni tanto a dare un'occhiata alla platea.

Niente.

Arrivò il finale.

Applausi.

Applausi veri.

Gli attori uscirono a salutare.

Giffoni guardò Remfutti.

Remfutti guardò Giffoni.

Leonardo sorrideva.

Medusa aveva già dimenticato tutto.

Gambero, invece, non sembrava affatto sorpreso.

Gli ortaggi, quella sera, non si erano mossi, erano rimasti tranquillamente sul banco del fruttivendolo e forse, a ripensarci, erano stati gli unici ad aver capito fin dall'inizio come sarebbe andata a finire.


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