Maggio è da sempre il mese delle rose, della fine del campionato, del giro d'Italia e degli internazionali al Foro Italico. Lo era anche nel 1981 e anche allora tutti quegli eventi erano una seria minaccia per tutti gli studenti, impegnati nel chiudere meglio possibile l'anno scolastico. O al meno peggio possibile.
Per Tito Brunelli e Remfutti, per esempio, il lunedì successivo era in programma lo spareggio di matematica: avevano entrambi un'insufficienza e il professore aveva concesso loro l'ultima possibilità di un'interrogazione alla lavagna, una specie di spareggio scolastico nel quale non sarebbe bastato difendersi bene perché, a differenza del calcio, in matematica lo zero a zero non esisteva e comunque non avrebbe portato nessuno da nessuna parte.
La domenica precedente, però, c'era uno spareggio assai più importante: alle quattro del pomeriggio, al Comunale di Torino, si giocava Juventus-Roma.
Tre giornate alla fine del campionato con la Roma ad un passo dallo scudetto e la Juventus che doveva almeno non perdere: per due juventini marci come Brunelli e Remfutti, quella partita aveva assunto una dimensione tale da rendere l'interrogazione del lunedì una scomoda pratica burocratica, qualcosa che sarebbe stato eventualmente affrontato dopo avere sistemato questioni assai più urgenti.
C'era però un problema, nel 1981 le partite non si vedevano in diretta: alle 18,00 sulla seconda rete trasmettevano la differita di un tempo di una gara di serie B mentre alle 19,00 un tempo di una di A con la telecronaca del vate dei telecronisti Nando Martellini.
Non c'erano le pay-tv, non c'erano gli streaming, non c'erano programmi che iniziavano alle tre del pomeriggio e finivano a mezzanotte raccontando la partita, il prepartita, il postpartita, le interviste, le moviole, le dichiarazioni degli allenatori e perfino le condizioni del prato.
C'era solo la radio e per Brunelli, quella domenica, la radio era diventata improvvisamente un oggetto pericoloso: da qualche giorno aveva elaborato un piano che, nella sua mente, aveva la precisione di un'operazione militare.
Non avrebbe ascoltato la partita, non avrebbe telefonato a nessuno, non avrebbe risposto al telefono e neppure sarebbe uscito: non avrebbe insomma incontrato anima viva; alle diciannove avrebbe acceso la televisione e avrebbe visto la differita del secondo tempo, senza sapere nulla del risultato.
Brunelli avrebbe aspettato, avrebbe resistito e avrebbe visto Juventus-Roma come se fosse ancora in corso: era un piano perfetto.
Aveva soltanto un difetto.
Remfutti.
Brunelli trascorse quindi il pomeriggio chiuso in casa come un pericoloso latitante e quando arrivò l'ora della partita non accese la radio, quando il telefono squillò, non rispose e quando sentì qualcuno parlare in strada, si allontanò dalla finestra.
Era arrivato perfino a considerare sospetto il rumore di un motorino, ma alle sette meno un quarto era pronto: era riuscito a resistere a quella terribile tentazione di sapere com'era finita. Un eroe.
La televisione accesa e posizionato nel punto giusto. Il volume regolato.
Il resto del mondo fuori.
Brunelli si sistemò davanti allo schermo con quella concentrazione che avrebbe fatto comodo anche davanti alla lavagna il giorno dopo.
Mentre sullo schermo bianconeri e giallorossi se le stavano dando di santa ragione in una partita tiratissima sotto la pioggia e ancora sullo 0-0 ad inizio ripresa , alle 19.15 suonò il campanello.
Brunelli rimase immobile.
Suonò ancora.
Non poteva essere il postino, non poteva essere un vicino, non poteva essere nessuno che meritasse di essere ricevuto ma poi sentì una voce inconfondibile.
«Brunelli!»
Era Remfutti.
Brunelli si affacciò alla finestra con la prudenza di chi teme che dall'altra parte ci sia la polizia ma poi si ricordò che aveva dato appuntamento a Remfutti per ripassare insieme un'ultima volta "dopo la partita".
Remfutti alzò la testa.
Aveva gli occhiali leggermente storti, i capelli biondi che gli ricadevano ai lati del viso e quell'aria soddisfatta del cretino che ha appena scoperto una cosa importante e non vede l'ora di comunicarla a qualcuno che non gliel'ha chiesta.
«Hai visto?»
Brunelli non rispose.
Lo guardava.
Non era ancora uno sguardo di odio ma era qualcosa di più elaborato: la faccia di un uomo che, dopo avere trascorso tre ore chiuso in casa per evitare una sola informazione, si vede comparire davanti alla finestra proprio l'informazione con le gambe, gli occhiali e una giacca troppo leggera per la stagione.
Remfutti sorrise e, come l'Arcangelo Gabriele alla Madonna, annunciò trionfante.
«Abbiamo fatto zero a zero!»
Brunelli continuava a fissarlo, non muoveva un muscolo come qualcuno davanti al plotone d'esecuzione e Remfutti, che evidentemente non aveva alcuna familiarità con il linguaggio degli sguardi, interpretò quel silenzio come una forma di suspense e decise di risolverla.
«E a Turone hanno annullato un gol buono!»
Se Remfutti avesse posseduto un minimo di sensibilità, avrebbe capito che Brunelli lo stava guardando come il contadino che aveva appena visto grandinare sui suoi vigneti la sera prima della vendemmia, ma Remfutti quel minimo di sensibilità non sapeva neppure dove stava di casa.
Aveva già iniziato a raccontargli il gol annullato.
«Guarda che era buono, eh. Secondo me era regolarissimo. Turone era partito benissimo. Poi niente, annullato. Abbiamo avuto un culo!!!»
Brunelli, sempre in silenzio, aprì la porta e lo fece entrare: non perché avesse cambiato idea ma perché ormai aveva capito che ucciderlo avrebbe richiesto più tempo della differita.
Studiare, quella sera, fu un verbo utilizzato in maniera piuttosto generosa, matematica venne affrontata con lo stesso spirito con cui si affrontano le cose inevitabili: senza entusiasmo, ma con la speranza che qualcun altro trovi una soluzione.
Remfutti parlava, Brunelli studiava.
Remfutti spiegava cose che nessuno gli aveva chiesto e Brunelli annuiva.
Ogni tanto Remfutti tornava sulla partita.
«Comunque quello di Turone era gol.»
Brunelli lo guardava e Remfutti continuava.
«Te lo dico io.»
Brunelli abbassava gli occhi sul libro di matematica ed era ormai evidente che il vero programma di recupero non riguardava la matematica.
Il lunedì mattina, tuttavia, arrivarono entrambi alla lavagna e Remfutti aveva deciso che alcune formule erano troppo importanti per essere lasciate al caso mentre Brunelli, che invece riteneva che il problema non fosse ricordare le formule ma riuscire a non doverle usare, tentò inutilmente di sottrarsi all'operazione.
Alla fine Remfutti gli prese una mano.
«Scrivila qua.»
«Dove?»
«Sul palmo.»
Brunelli lo guardò.
«Sei scemo?»
«No. È una tecnica infallibile.»
E sul palmo della mano finirono alcune formule che nessuno dei due era mai riuscito a ricordare per più di tre minuti consecutivi.
Poi entrarono e il professore, come promesso, li interrogò insieme.
Domande.
Problemi.
Lavagna.
Numeri.
Radici.
Passaggi che improvvisamente sembravano avere un senso.
I due, incredibilmente, risposero.
Non tutto, ma abbastanza: Q.B. avrebbe detto Gualtiero Marchesi e alla fine il professore li congedò con un voto positivo; Remfutti uscì dalla tensione dell'interrogazione come un attore alla fine dell'ultimo atto: era evidentemente convinto di avere superato non soltanto quello spareggio ma anche di aver vinto il campionato.
Si voltò verso il professore, sorrise e, con una teatralità assolutamente sproporzionata alla situazione, disse:
«Grande professore! Le stringerei la mano!»
E aprì il palmo: fu un attimo; Remfutti guardò la propria mano, guardò il professore e guardò di nuovo la propria mano: sul palmo erano ancora perfettamente visibili le formule.
Il professore lo fissò.
«Remfutti.»
«Sì, professore.»
«Fammi vedere il palmo.»
«No, ma io...»
«Fammi vedere il palmo.»
Remfutti provò ancora a sorridere, ma ormai il sorriso gli era rimasto appeso agli occhiali e fu costretto a mostrare entrambe le mani.
Il professore osservò le formule.
«Ah, bene.»
Poi si rivolse a Brunelli.
«E tu? Anche tu fammi vedere i palmi.»
Brunelli rimase fermo e per un istante sembrò quasi che potesse salvarsi ma poi dovette aprire lentamente le mani: le formule erano lì anche per lui.
Entrambe.
Quando alzò gli occhi verso Remfutti, non era più lo sguardo di un compagno di classe, era lo sguardo di un uomo che, dopo essere stato trascinato suo malgrado in una rapina, scopre che il complice ha lasciato sul tavolo il proprio documento d'identità, il codice fiscale, la tessera dell'autobus e una fotografia formato tessera con dedica sul retro.
Brunelli lo guardò con una calma così assoluta da risultare minacciosa, in quello sguardo c'era tutto: c'era la domenica pomeriggio rovinata, c'era Turone, c'era il pomeriggio passato lontano dalla radio ma soprattutto la certezza, maturata in quel preciso istante, che se mai nella vita gli fosse capitato di avere un problema serio, avrebbe fatto bene a non raccontarlo a Remfutti.
Il professore passava lo sguardo dall'uno all'altro.
«Voi volevate fregarmi.»
Remfutti aprì bocca mentre Brunelli non toglieva lo sguardo da Remfutti, questa volta con una tale intensità che, se lo sguardo avesse avuto un peso specifico, Remfutti sarebbe uscito dalla classe con due metri di profondità nel pavimento sotto i piedi.
«Professore, però...»
«Bene. Insufficienti tutti e due.»
Remfutti partì.
Non si sa se fosse una difesa, un'arringa o semplicemente l'ennesima occasione per parlare, ma nel giro di pochi secondi aveva già costruito una teoria secondo la quale le formule scritte sui palmi non avevano avuto alcuna utilità concreta, perché le domande alle quali avevano risposto e i problemi che avevano risolto non richiedevano l'impiego di quelle formule.
«Quindi, professore, tecnicamente noi abbiamo risposto.»
Il professore lo guardò.
«Avete cercato di fregarmi.»
«Sì, ma non abbiamo copiato.»
Brunelli abbassò gli occhi, non per vergogna ma perché stava evidentemente cercando, nella propria mente, un posto abbastanza appartato dove seppellire Remfutti.
Il professore rimase pensieroso, forse perché la distinzione, in quel momento, gli appariva filosoficamente interessante.
Alla fine disse:
«Deciderò agli scrutini.»
E li mandò via.
Per qualche settimana la questione rimase sospesa ma poi arrivò il giorno in cui sul portone della scuola vennero esposti i tabelloni e a stretto giro Remfutti arrivò a casa di Brunelli.
Brunelli aprì la porta.
«Com'è andata?»
Remfutti entrò senza salutare.
«Tu e Caio rimandati in due materie.»
Brunelli lo guardò.
«Tu?»
«Promosso.»
Brunelli non disse nulla, a parte invitare Remfutti a tornare Ai Birilli Bevuti e a stargli lontano per tutta l'estate.
Si consolò con lo scudetto juventino numero 19, sfilato ai giallorossi al fotofinish.

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