martedì 6 ottobre 2026

DINARI O PUPE?

 L’insegna in plexiglas con la scritta a LED bianchi non c’entrava niente con il vecchio legno intagliato che ricordavano tutti e, al posto del cassone dello Space Attack c’erano due tavolini alti in metallo spazzolato e dietro ad un bancone d’alluminio una barista con un piercing al setto serviva aperitivi analcolici al maracuja. I Birilli Bevuti non erano più il bar di quarant'anni prima: era una reunion in un locale ammodernato, fighetto e quasi irriconoscibile, ma bastava che la vecchia compagnia si sedesse attorno a un tavolo perché si mettessero in moto le stesse dinamiche di un tempo.

«Comunque, se ci penso oggi» esordì Giffoni, guardando con sospetto il calice di prosecco bio che aveva davanti «io mi sono laureato con due anni di ritardo solo perché la Storia ha deciso di correre più veloce dei miei esami.»

«Ma va' la» lo interruppe subito Leonardo, appoggiando la schiena alla spalliera di design. «Giffoni, facevi Scienze Politiche ed è noto che quelli di Scienze Politiche sono sempre stati dei cazzari fancazzisti che ci mettevano almeno due anni in più:  la Geopolitica era solo la scusa ufficiale per saltare le lezioni e andare a guardare le triestine a Barcola.»

«Non era una scusa» replicò Giffoni con impeccabile compostezza. «Era il settembre del 1989. Il mio relatore mi propone una tesi da visione d'avanguardia: una joint venture tra un'azienda di scarpe di Gonars e una fabbrica jugoslava a Tržič, a nord di Lubiana:  noi mettevamo il design, loro la manodopera a basso costo per invadere il mercato nord-europeo. "Vedrà, Giffoni," mi diceva il professore "lei anticiperà i tempi!". Mi stava persino convincendo a iscrivermi a un corso di sloveno...»

«E ti sei iscritto?» chiese Romano, picchiettando le dita sul tavolo senza più la stecca da biliardo tra le mani.

«No, ma...»

«E allora non avevi manco cominciato» lo tranciò Remfutti, che ascoltava con le spalle appoggiate a una parete d'intonaco grigio resina, le mani rigorosamente in tasca.

«Il progetto era in fase avanzatissima» precisò Giffoni con aria d'intellettuale incompreso. «Ma nel giugno del '91, quando stavo faticosamente arrivando al traguardo, la Jugoslavia esplode. Scoppia la guerra. Risultato? Centinaia di pagine nel cestino. La caduta del muro di Berlino aveva messo in moto un’accelerazione della Storia tale che la mia tesi, pensata per il futuro, era nata già morta.»

Romano ci pensò sopra con la gravità che normalmente un tempo riservava alle formazioni della Domenica Sportiva.

«A Gonars le scarpe le facevano bene, ma con gli jugoslavi era un azzardo: nel '90 avevano già i campionati di calcio mezzo sfasciati per le risse tra Stella Rossa e Dinamo Zagabria, i segnali per stare alla larga c'erano tutti, altroché.»

«Comunque» s'intromise Remfutti con tono placido «a Gonars le scarpe non le fanno più da almeno vent'anni: con la globalizzazione hanno chiuso tutti i calzaturifici.»

Giffoni sorrise, cogliendo l'occasione per sfoderare una delle sue sottili repliche filosofiche.

«Vedi, Remfutti? È la dimostrazione scientifica del mio assioma: l'incompiutezza della mia tesi era profetica: il mercato del calzaturiero friulano era destinato al tramonto, io stavo semplicemente documentando la fine di un'epoca prima ancora che avvenisse.»

Remfutti scosse la testa lentamente.

«No, Giffoni. È proprio una legge della fisica che riguarda te: qualsiasi cosa entri nella sfera dei tuoi interessi, finisce per sparire dalla faccia della terra. Prima la Jugoslavia, poi i calzaturifici di Gonars... se domani ti appassioni alle balene, stai certo che nel giro di tre settimane si estinguono pure i capodogli. Speriamo non t'interessi mai il ghiaccio dell'Antardide.»

«Se è per questo» continuò Giffoni, alzando le sopracciglia con autoironia «nell'autunno del '91 tornai dal professore e, rifiutando la sua nuova proposta sulla Cecoslovacchia, chiesi una tesi sul marketing delle banche italiane. Mi dissi: le banche non verranno inghiottite dai riflussi della Storia, sono la cosa più solida e rassicurante del pianeta.»

«Infatti» chiosò Remfutti senza scomporsi «poi tra il 2010 e il 2016 le banche popolari italiane sono saltate per aria a dozzine come petardi, tra fallimenti, fusioni e salvataggi di Stato. Praticamente hai portato sfiga pure al sistema bancario nazionale con vent'anni di anticipo. Scommetto che avevi il portafoglio pieno di azioni delle popolari venete!»

Giffoni fece un piccolo inchino verso Remfutti, senza perdere il sorriso.

«Visto? Un potere divinatorio notevole. E pensa che il primo gennaio del 1993, a pochi mesi dalla mia laurea sulle banche, la Cecoslovacchia si è dissolta davvero. Se avessi accettato la proposta del professore, avrei dovuto buttare via tutto una seconda volta. Ho evitato un secondo disastro con un colpo di genio tattico. Per inciso, non ho mai comprato azioni delle venete: quelle le avevate voi per andare ogni anno a fare i fighi alle assemblee per mescolarvi con il gotha dell'imprenditoria locale.»

«Ma che colpo di genio» lo eluse Remfutti, cambiando angolo di attacco con una piroetta logica. «All'epoca avevi torto a rifiutare la Cecoslovacchia perché le banche sarebbero crollate comunque, ma adesso hai ragione a dire che avevi fatto bene perché la Cecoslovacchia è crollata prima. In pratica sei riuscito a costruirti una teoria in cui hai ragione anche quando dimostri di aver avuto torto due volte.»

Gambero e Leonardo scoppiarono a ridere, facendo girare un paio di clienti hipster al bancone.

Giffoni non si scompose, scosse la testa divertito e riprese la parola con la solennità di chi sta per presentare un'opera omnia.

«Rideteci pure, ma la verità è che per anni mi è rimasto un chiodo fisso: capire perché. Perché la nostra generazione è rimasta schiacciata in quel modo? Alla fine ci ho scritto un libro,  Il giardino di Sarajevo, una storia romanzo sulle genti dell'Europa orientale e i balcani, dalla fine degli Asburgo al crollo del Muro.»

Brunelli, che fino a quel momento aveva guardato con sospetto una tartina con avocado e salmone nell'angolo del tavolo, alzava gli occhi.

«Un libro?»

«Sì, Brunelli! Un libro per quelli come noi! Per i ragazzi nati negli anni Sessanta in Friuli: quelli con i maestri elementari formati sotto il fascismo e i professori universitari figli del '68. Siamo cresciuti convinti che il mondo fosse immobile. Non te lo ricordi? Nei nostri paesi c'erano cinquecento abitanti e altrettanti soldati chiusi nelle caserme ed il confine a due passi era vissuto come una cosa eterna, dove i buoni stavano di qua e i cattivi di là. Andare a fare il pieno di benzina oltreconfine sembrava una missione da film di spionaggio. Non penso ve lo siate dimenticati. E poi... crack! Il Muro ci è caduto addosso. Oggi andiamo da Lisbona a Riga senza passaporto, ma siamo diventati uomini senza che nessuno ci abbia mai spiegato davvero da dove venivamo e per questo oggi abbiamo paura di capire dove stiamo andando.»

Ci fu qualche secondo di silenzio. Per un istante, la teoria di Giffoni parve quasi aver fatto breccia nel cinismo della compagnia ma poi Gambero si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul metallo lucido del tavolo.

«Guarda, Giffoni, l'operazione di capire perché quel nostro mondo immobile di botto si è stravolto all'improvviso quarant'anni fa con la caduta del Muro è anche lodevole, per carità, ma nasce già vecchia, esattamente come la tua tesi del '91. Non hai imparato niente: sapere come siamo arrivati fin qui ci aiuta ben poco. Sarebbe molto più utile capire dove cazzo stiamo andando adesso, con USA, Cina, Russia e un gigante emergente come l'India che hanno già stravolto e sotterrato tutto il panorama post-Muro. La fiducia nell'Unione Europea e quel vecchio rapporto con l'America nato dopo la Guerra Fredda ormai sono saltati completamente. Quello che tu continui a considerare un mondo nuovo è già superato da un pezzo, e noi siamo di nuovo qui a non capire un cazzo.»

Leonardo fece un lungo sospiro teatrale e alzò le braccia al cielo.

«Siete rimasti troppo seri, ragazzi,  ma davvero troppo. Siete diventati voi un mattone: non vi accorgete che tra geopolitica, Muro di Berlino, banche fallite e l'India, qui non si parla mai di figa? Vent'anni fa si almeno ogni tanto si parlava delle ragazze di Rualis e adesso mi tocca sentire la Cina e la crisi dell'Unione Europea. Siete invecchiati malissimo.»

Brunelli mandò giù l'ultimo boccone della tartina, ci pensò sopra con immensa calma e poi parlò.

«Comunque quando si andava a fare la benzina in Jugo si compravano anche le stecche di sigarette e costavano la metà.»

Giffoni accennò un sorriso d'intesa. «Vedi? Anche i piccoli dettagli confermano il quadro economico.»

«Nessun quadro economico» chiuse Remfutti, staccandosi dalla parete moderna con una smorfia sorniona. «La verità è che hai scritto un romanzo di trecento pagine solo per nobilitare il fatto che nel '91 avevi poca voglia di studiare lo sloveno e troppa paura di finire fuoricorso. Il tuo solito vizio di dare lustro e importanza a cose che non ce l'hanno e che non interessano a nessuno.»

Giffoni stava per replicare con un'altra delle sue colte contro-deduzioni, quando nessuno si accorse che lo Smilzo era entrato nel locale già da qualche minuto e stava ascoltando quella sorta di puntata di Quarta Repubblica.

Vecchio frequentatore di allora, rimasto fedele al posto nonostante i neon e i tavolini in alluminio, rimase qualche minuto in piedi, poco distante dal tavolo, e poi si avvicinò lentamente.

«Di cosa state parlando?»

Nessuno rispose, rimasero tutti a guardarlo come di trattasse dell'apparizione del fantasma di Hernan Cortes uscire dalle acque del mar dei Caraibi sulla tolda di un Galeone. 

Lo Smilzo, più smilzo che mai, invece li guardò uno per uno come fossero appena sfumate le note di Forever Young degli Alphaville dal Juke-box. 

Poi emise una nuvola di fumo di Marlboro rosse e statuì la sua sentenza.

«Mi avete rotto i coglioni.»

Si voltò verso la porta e indicò alla compagnia l'uscita con un gesto imperioso della mano e impartì l'ordine che non ammetteva repliche.

«ARIAAAAAA!»

A dispetto del secondo principio della termodinamica e della volatilità indotta da tutte le crisi economiche e del debito sovrano, di quelle geopolitiche, energetiche e climatiche, certe cose nel mondo dei Birilli Bevuti non mutano.

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