Leonardo aveva detto che, militari o non militari in circolazione, quelli di Rualis avevano tutti la ragazza: non alcuni, proprio tutti.
Tutti.
La precisione con cui aveva pronunciato quella parola lasciava intendere che avesse svolto un'indagine statistica piuttosto approfondita, anche se era abbastanza probabile che il campione fosse costituito da quattro o cinque ragazzi che aveva visto passeggiare per Cividale tenendosi per mano.
«Quelli di Rualis hanno tutti la ragazza» aveva ripetuto con convinzione, cercando di provocare una qualche reazione nel resto della compagnia, intenta invece nelle solite consegne: chi insultava lo Space Attack prendendo pure a calci il cassone del videogioco dopo la perdita dell'ultimo cannoncino a disposizione, chi giocava a tre sette fissando le carte in mano con l'attenzione di un ortopedico intento a valutare gli esiti di una risonanza magnetica, chi era impegnato con la stecca del biliardo mirando al pallino come un cecchino tra tra le macerie di Stalingrado e chi invece bighellonava da un tavolo all'altro con un ghiacciolo in mano elargendo a tutti consigli non richiesti.Giffoni fu il primo ad abbandonare la consegna quotidiana per raccogliere la provocazione di Leonardo, cercando di non far vedere quanto invece la cosa l'avesse colpito su di un punto vulnerabile e non tanto per quelli del Rualis, ma perché improvvisamente gli sembrò che esistesse una specie di classifica invisibile dell'adolescenza e che loro fossero finiti ingiustamente dalla parte sbagliata.
Gambero, invece, non sembrava particolarmente preoccupato.
«Anche Lucertola?»
«Anche Lucertola.»
Romano ci pensò sopra con l'attenzione che normalmente riservava alle formazioni delle squadre di calcio e poi sentenziò.
«Allora è grave.»
Remfutti, che invece fino a quel momento aveva ascoltato con la testa appoggiata al muro, disse che secondo lui le ragazze di "quelli di Rualis" non erano desiderabili; non gli era stato chiesto niente ed era esattamente per questo che lo aveva detto.
Leonardo gli chiese cosa c'entrasse e Remfutti rispose che non c'entrava niente, ma che era comunque importante dirlo; quella era una delle sue specialità: introdurre nella discussione un elemento completamente estraneo e poi comportarsi come se fosse compito degli altri dimostrare che non aveva ragione.
Giffoni, invece, aveva già trovato una spiegazione che ai suoi occhi appariva dignitosa.
«Secondo me è perché noi siamo diversi.»
Gambero lo guardò con una certa diffidenza.
«Diversi come?»
«Più seri.»
Leonardo rise.
«Noi?»
Giffoni non si scompose.
«Sì. Noi non ci mettiamo con una tanto per dire che abbiamo la ragazza.»
Era una frase che gli sembrava molto bella e aveva anche il vantaggio di trasformare una evidente mancanza di risultati in una scelta morale.
Remfutti annuì.
«Giusto.»
Giffoni lo guardò, sorpreso di avere finalmente trovato un alleato.
«Vedi?»
«Giffoni non si mette con una tanto per dire che abbiamo la ragazza» continuò Remfutti. «Lui aspetta quella brutta.»
Gambero gli tirò una patatina, mentre Leonardo, Brunelli e Romano risero approvando la risposta di Remfutti: era fatto così, se Giffoni sosteneva una cosa, Remfutti la sosteneva un secondo dopo soltanto per poterla rovinare.
Se gli davano ragione, cambiava idea e se gli davano torto, diventava improvvisamente favorevole: l'unica posizione che assumeva era contraria a quella dell'interlocutore.
«Comunque» disse Leonardo, tornando al problema «quelli di Rualis sono avanti anni luce rispetto a noi.»
«Avanti dove?» domandò Gambero.
«Nella vita.»
«Capirai, hanno sedici anni.»
«Appunto.»
Quella risposta sembrò per qualche ragione definitiva.
Giffoni rimase invece in silenzio: aveva la sensazione che dietro quella storia delle ragazze ci fosse qualcosa che lui non riusciva ancora a comprendere; forse non era una questione di bellezza, né di coraggio, né di fortuna. Forse quelli di Rualis avevano semplicemente capito prima di loro una cosa fondamentale.
«Secondo me loro si innamorano.»
Remfutti disse subito di no.
«A sedici anni non ci si innamora.»
«E allora cosa si fa?»
«Ci si fidanza.»
«Ma è la stessa cosa.»
«No.»
«Perché?»
Remfutti ci pensò qualche secondo.
«Perché quando ti innamori non hai la ragazza. Quando hai la ragazza sei fidanzato.»
Gambero lo fissò.
«Ma che cazzo dici? Questa è degna del festival della cazzata.»
«Ma parlavo con te?»
Replicò piccato Remfutti e poi si voltò verso Giffoni come se avesse appena ricevuto una rivelazione dall'Arcangelo Gabriele.
«Aspetta... Forse hai ragione.»
Giffoni si mise a ridere.
«Allora hai cambiato idea.»
«No. Ho cambiato idea sul fatto che avevi torto.»
Leonardo scoppiò a ridere.
La discussione, a quel punto, avrebbe potuto finire lì ma Giffoni aveva sedici anni, e come loro nessuna ragazza e nutrendo una notevole fiducia nelle proprie capacità di analisi decise che il problema meritava un approfondimento.
«Il punto è che l'amore vero è diverso.»
«Diverso da cosa?» chiese Gambero.
«Da avere una ragazza.»
«E che differenza c'è?»
Giffoni cercò le parole.
Non aveva mai avuto una ragazza, ma questo non gli impediva di avere idee molto precise sull'amore. Aveva letto qualche libro, ascoltato qualche canzone, visto qualche film e soprattutto aveva passato abbastanza tempo a guardare ragazze da lontano per essersi costruito una teoria che gli sembrava inattaccabile.
«Uno si innamora di quello che pensa che una persona possa essere.»
Remfutti annuì.
«Esatto.»
Giffoni sorrise.
Finalmente.
«Questa volta sei d'accordo.»
«No.»
«E allora perché hai detto esatto?»
«Perché pensavo dicessi il contrario.»
Gambero si mise a ridere.
Giffoni lo ignorò.
«Io invece sono convinto che sia così: se uno vedesse una ragazza esattamente per quello che è, probabilmente non si innamorerebbe.»
«Io sì» disse Leonardo.
«Tu sei un caso particolare.»
«Perché?»
«Perché ti basta che sia bella.»
«E cosa c'è di male?»
«Niente. Ma quello non è amore.»
«E cos'è?»
«Attrazione.»
Gambero si intromise.
«E quanto dura?»
«Non lo so.»
«Allora magari è amore.»
Brunelli, che fino a quel momento aveva mangiato senza partecipare alla discussione, alzò finalmente gli occhi.
«Secondo me basta che una ti guardi due volte.»
Tutti si voltarono.
Brunelli continuò a mangiare.
«La prima può essere un caso. La seconda no.»
Giffoni rimase colpito.
Era una frase semplice, ma dentro gli sembrava esserci qualcosa.
«Questa non è male.»
Remfutti intervenne immediatamente.
«Può aver guardato dietro di te.»
Brunelli ci pensò.
«Anche.»
«E allora non significa niente.»
«Allora bisogna vedere se dietro c'è qualcuno.»
Gambero scoppiò a ridere mentre Leonardo disse che quella era probabilmente la cosa più intelligente sentita quella sera.
Giffoni, invece, era ormai definitivamente convinto che l'amore fosse una faccenda complicata e volle insistere per non far morire una discussione che sembrava ormai giunta al capolinea ma che per una volta non riguardava i favori arbitrali a vantaggio della Juve e i torti subiti dall'Udinese.
«Comunque le illusioni servono.»
Remfutti gli diede ragione.
«Certo.»
Giffoni si insospettì.
«Perché?»
«Perché senza illusioni non ti fidanzi.»
«E prima non avevi detto che non servivano?»
«Sì.»
«E allora?»
«Adesso servono.»
«Perché?»
«Perché hai detto che servono.»
Giffoni lo guardò incredulo.
«Ma tu non hai una tua idea.»
Remfutti sorrise.
«Certo che ce l'ho.»
«Quale?»
«Quella opposta alla tua.»
A quel punto Gambero e Leonardo si piegarono sul tavolo dal ridere, Romano cominciò a battere una mano sul legno mentre Brunelli continuò tranquillamente a mangiare, come se ormai avesse capito che la discussione non sarebbe mai arrivata da nessuna parte.
Giffoni, invece, sempre più in trance agonistica, concluse che forse il vero problema dell'amore non erano le illusioni ma era trovare qualcuno disposto ad ascoltare le proprie.
Fu proprio mentre stava per esporre questa nuova teoria che nessuno si accorse che lo Smilzo era entrato nel locale già da qualche minuto e stava ascoltando quel Simposio.
Rimase qualche minuto in piedi, poco distante dal tavolo, e poi si avvicinò lentamente.
«Di cosa state parlando?»
Nessuno rispose.
Lo Smilzo li guardò uno per uno.
Giffoni.
Remfutti.
Gambero.
Leonardo.
Brunelli.
Poi sospirò ed emise la sua sentenza.
«Mi avete rotto i coglioni.»
Si voltò verso la porta e indicò alla compagnia l'uscita con un gesto imperioso della mano e impartì l'ordine che non ammetteva repliche.
«ARIAAAAAA!»
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