lunedì 12 ottobre 2026

LORO GIOCAVANO IN CASA

Il Prater apparve a Giffoni e compagni come uno di quei luoghi nei quali la libertà sembra essere stata inventata apposta per consentire agli adolescenti di abusarne: dopo giornate trascorse fra palazzi imperiali, musei e spiegazioni storiche che si erano depositate nella memoria con la stessa efficacia delle comunicazioni ferroviarie, l'immensità del parco viennese offriva finalmente uno spazio nel quale non era necessario fingere interesse per le vicende degli Asburgo.

Il cielo era leggrmente velato, il prato si stendeva in una distesa verde e, in lontananza, lo stadio che sarebbe diventato celebre con il nome di Ernst Happel ricordava che Vienna non era soltanto la città di Mozart, delle carrozze e delle pasticcerie, ma anche un luogo nel quale il calcio aveva scritto alcune delle sue pagine più importanti.

Brunelli, Giffoni, Remfutti, Conte e Tauro non avevano bisogno di ulteriori sollecitazioni, bastò che comparisse un pallone perché il programma culturale della giornata perdesse ogni residua capacità di attrazione.

La partita nacque senza una decisione formale, come accadeva quando un gruppo di ragazzi disponeva di un pallone, di un prato e di una quantità di tempo che non sapeva come impiegare. Qualcuno cominciò a palleggiare, qualcun altro si unì e in pochi minuti si formò una squadra improvvisata, con le giacche buttate a terra a delimitare le porte e le linee del campo stabilite attraverso un accordo verbale che nessuno avrebbe saputo ricostruire al termine dell'incontro.

Gli avversari erano alcuni ragazzi austriaci che giocavano con una tranquillità sospetta e si scambiavano il pallone senza urlare, muovendosi negli spazi con una naturalezza che sembrava quasi una provocazione, senza manifestare alcuna particolare soggezione nei confronti dei nuovi, boriosi, arrivati che avevano chiesto di poter giocare assieme a loro.

Fu Brunelli a interpretare quella serenità come un segno di debolezza.

«Dai, facciamogli vedere come giocano i campioni del mondo.»

L'Italia aveva conquistato il titolo mondiale in Spagna meno di due anni prima. La vittoria di Bearzot, Rossi, Tardelli e degli altri azzurri aveva lasciato un'impronta profonda nell'immaginario collettivo, trasformando una squadra inizialmente guardata con diffidenza in un simbolo di riscatto nazionale e per Giffoni e compagni, quel trionfo era diventato una sorta di patente di superiorità, un titolo che poteva essere esibito in qualsiasi circostanza senza necessità di ulteriori verifiche.

Brunelli, in particolare, riteneva che la vittoria mondiale significasse che in ogni italiano erano incarnate le virtù di Scirea, Gentile e Cabrini e ciò li autorizzasse a considerarsi superiori in ogni confronto calcistico, tanto più  quelli disputati da adolescenti su un prato viennese con due giacche come pali.

Gli austriaci accettarono la sfida con un cenno del capo.

Non ci furono inni nazionali, strette di mano solenni o dichiarazioni alla stampa: il pallone venne semplicmente messo al centro e la partita cominciò.

Nei primi minuti l'entusiasmo italiano compensò almeno in parte le carenze tecniche. I ragazzi correvano molto, parlavano ancora di più e interpretavano ogni contrasto come un episodio decisivo nella storia dello sport europeo. Brunelli entrava duro, Tauro cercava di dare un minimo di ordine a una squadra che sembrava aver concepito la tattica come un ostacolo alla spontaneità, Conte si muoveva con prudenza e Remfutti cambiava posizione ogni volta che qualcuno gli chiedeva di occupare una zona precisa del campo.

Giffoni si era sistemato in avanti, convinto che le proprie qualità offensive potessero esprimersi meglio lontano dalle fatiche meno gratificanti della manovra. Aveva sviluppato una concezione del calcio nella quale la comprensione del gioco rappresentava un requisito almeno altrettanto importante della corsa e, di conseguenza, riteneva ragionevole riservarsi il diritto di intervenire nei momenti decisivi senza essere costretto a partecipare a tutte le fasi intermedie.

Gli austriaci, purtroppo, non sembravano condividere questa interpretazione.

Il primo gol arrivò al termine di un'azione semplice: un passaggio in profondità, un movimento rapido, un tiro preciso e il pallone finì tra le due giacche che delimitavano la porta italiana.

Per qualche secondo i friulani rimasero immobili, come se il risultato fosse stato comunicato in una lingua sconosciuta e poi iniziarono ad incolparsi a vicenda, rimpallandosi le responsabilità mentre gli austriaci non sembrarono interessati ad approfondire la questione: si limitarono a recuperare il pallone e a rimetterlo a centro campo.

La reazione italiana, tuttavia, fu migliore del previsto. Tauro recuperò una palla a centrocampo, si liberò di un avversario con una spallata e avanzò fino a trovare un varco. Il suo passaggio attraversò la difesa austriaca e raggiunse Giffoni, che si ritrovò davanti alla porta praticamente vuota.

Il gol fu semplice, quasi elementare: uno di quei gol che nella memoria di chi li segna assumono proporzioni epiche e nella realtà non richiedono altro che il piede giusto nel posto giusto.

Giffoni appoggiò il pallone in rete.

Uno a uno.

Per qualche istante il mondo tornò al proprio posto, Brunelli si batté una mano sul petto, Tauro ricevette congratulazioni come se avesse appena inventato il passaggio filtrante e Giffoni si concesse un'espressione di composta soddisfazione, quella di chi considera il gol una conseguenza logica di un'intuizione tattica maturata da tempo.

Remfutti si avvicinò al gruppo per sostenere che il merito fosse soprattutto suo, anche se nessuno riusciva a capire quale fosse stato il suo contributo.

«Ecco», disse Brunelli. «Adesso vediamo se hanno capito con chi hanno a che fare », mentre agitava il braccio in segno di sfida verso gli avversari.

Gli austriaci non risposero. Si limitarono ancora una volta a rimettere il pallone al centro.

Da quel momento la partita smise di essere una competizione e diventò una lezione, sebbene nessuno degli italiani fosse disposto a riconoscere di trovarsi in un'aula.

Gli avversari accelerarono appena, quanto bastava per rendere evidente la differenza: il pallone circolava da un piede all'altro con una precisione che non lasciava spazio alle iniziative individuali, mentre i friulani correvano dietro agli avversari come i personaggi di un inseguimento cinematografico girato con un budget insufficiente e una sceneggiatura ancora incompleta.

Ogni volta che un italiano tentava di recuperare il pallone, questo era già passato a un compagno e ogni volta che Brunelli provava a fermare un avversario con un intervento deciso, l'austriaco aveva già cambiato direzione, lasciandolo a riflettere sulla propria posizione nel sistema solare.

Il secondo gol arrivò al termine di un'azione rapida. Il terzo fu il risultato di una distrazione collettiva. Il quarto, quando Brunelli aveva ormai cominciato a discutere con chiunque gli capitasse a tiro, sembrò quasi una forma di cortesia: gli austriaci avrebbero potuto segnare con maggiore facilità, ma non avevano alcuna necessità di umiliare gli avversari oltre quanto il punteggio già consentisse.

Il quinto mise fine alle residue speranze italiane, se mai fossero ancora esistite.

Cinque a uno.

Giffoni guardò il campo, poi lo stadio in lontananza, quindi le proprie scarpe. Cercò di individuare il momento esatto in cui la partita aveva smesso di essere alla portata, ma la ricerca si rivelò complicata: a giudicare da quanto era accaduto, la partita non era mai stata alla loro portata.

Brunelli, invece, non aveva alcuna intenzione di arrendersi all'evidenza: per lui perdere era un fatto accettabile soltanto quando accompagnato da circostanze eccezionali, arbitraggi scandalosi o avversari che avessero commesso qualche irregolarità. Perdere perché gli altri giocavano meglio era un'eventualità che non aveva mai preso seriamente in considerazione.

Decise pertanto di correggere il risultato con i mezzi che ancora gli rimanevano.

Cominciò a entrare sulle caviglie degli austriaci con una determinazione che sarebbe stata ammirevole se applicata a un'attività meno autolesionistica. Non potendo recuperare il pallone, cercava di recuperare almeno la reputazione, colpendo gli avversari nei punti in cui la superiorità tecnica risultava meno utile a evitare un calcio.

"Facciamogliela vedere a questi crucchi di merda!"

Gli austriaci, fino a quel momento sportivi e indifferenti alle provocazioni, cominciarono a perdere la pazienza: uno si fermò davanti a Brunelli e gli disse qualcosa che nessuno dei friulani comprese, ma il tono non lasciava dubbi sul significato generale. Un altro si avvicinò con le mani sui fianchi proferendo uno "Scheiß Italiener" limpido anche per le loro approssimative conoscenze della lingua di Hans Krankl ed Herbert Prohaska. Tauro e Giffoni tentarono di intervenire per allontanare Brunelli, mentre Remfutti, che aveva passato buona parte della partita a evitare il pallone, si dichiarò improvvisamente disposto a difendere l'onore della squadra.

«Lasciatelo, lasciatelo che gli faccia vedere che non abbiamo paura», disse. «E se avessimo giocato sul serio…»

La situazione stava per precipitare , in lontananza, comparvero i professori. Camminavano lungo il viale con l'aria serena di chi ritiene che gli studenti stiano vivendo un'esperienza educativa e non abbia ancora ricevuto notizia del contrario.

Fu sufficiente.

I friulani abbandonarono il campo con una rapidità che, se avessero dimostrato la stessa efficacia durante la partita, avrebbe probabilmente modificato il risultato. Brunelli fu l'ultimo a lasciare il prato, continuando a protestare contro un avversario che non sembrava più interessato a inseguirlo. Giffoni recuperò la giacca, Tauro cercò di rimettere ordine nelle proprie cose e Conte si guardò alle spalle per assicurarsi che nessuno li stesse seguendo.

Remfutti, naturalmente, riuscì a trasformare anche la fuga in un'occasione per sostenere che, a ben vedere, non erano stati sconfitti.

«Una partita del genere non conta, loro giocavano in casa.»

Raggiunsero il gruppo dei compagni senza che nessuno chiedesse spiegazioni. I professori continuarono la visita, ignari di quanto fosse accaduto oppure, più probabilmente, convinti che fosse preferibile non approfondire. Il prato e quel cinque a uno avrebbero potuto insegnare qualcosa, se soltanto i protagonisti fossero stati disposti a imparare.

Brunelli, naturalmente, non ammise mai la sconfitta, Giffoni la considerò un caso interessante di sproporzione fra aspettative e risultati mentre Remfutti sostenne che, in fondo, gli austriaci non avevano dimostrato niente.

E così, al termine di quella giornata viennese, i "campioni del mondo" tornarono alla loro vita con la certezza di aver subito un torto che nessuno era ancora riuscito a individuare, un po' come gli azzurri di Bearzot nel calvario verso Mexico City dopo il trionfo di Madrid.


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