lunedì 12 ottobre 2026

ZICO, FALCÃO PLATINI?

La classe era partita per Vienna con un programma culturale sufficientemente ambizioso da soddisfare il collegio dei docenti e sufficientemente vago da consentire agli studenti di ignorarne buona parte senza sentirsi in colpa. Musei, palazzi imperiali, testimonianze della grandezza asburgica e qualche inevitabile incursione nella musica classica costituivano la cornice ufficiale di un viaggio che, per i ragazzi, aveva tutt'altra finalità: emanciparsi temporaneamente dalla famiglia, dormire fuori casa, fumare senza doversi rifugiare dietro la palestra o nascondersi nei bagni maleodoranti della scuola. 

Brunelli, Giffoni, Remfutti, Conte e Tauro avevano affrontato la partenza con l'eterogeneità d'intenti che caratterizza ogni comitiva scolastica, nella quale convivono, senza apparenti contraddizioni, il desiderio di avventura, la paura di annoiarsi, l'aspirazione alla trasgressione e la segreta speranza che qualcuno si assuma la responsabilità di organizzare tutto.

Brunelli, juventino militante e convinto che il mondo fosse sostanzialmente diviso fra chi riconosceva la superiorità della Juventus e chi non aveva ancora raggiunto un sufficiente livello di consapevolezza, si era portato dietro una quantità di certezze superiore a quella consentita dal bagaglio. Giffoni, già incline a trasformare qualsiasi circostanza in un'occasione di riflessione, aveva preparato il viaggio con una guida turistica e un taccuino, strumenti che gli avrebbero permesso di distinguersi dagli altri anche nell'eventualità, tutt'altro che remota, che nessuno gli chiedesse un'opinione. Remfutti non aveva preparato nulla, ma non ne sentiva la necessità: possedeva il talento naturale di chi riesce a intervenire in qualsiasi discussione senza sapere esattamente di cosa si stia parlando e, soprattutto, senza lasciarsi condizionare dall'eventuale scoperta di avere torto.

Il Park Hotel Schönbrunn li accolse con la compostezza di un albergo che non aveva evidentemente previsto di dover ospitare una delegazione di adolescenti friulani. Gli ambienti eleganti, i pavimenti lucidi, le poltrone profonde e il personale dall'espressione imperturbabile suggerivano un mondo nel quale ogni cosa aveva un posto preciso e ogni ospite era tenuto a comportarsi come se sapesse perché si trovasse lì.

I ragazzi entrarono trascinando le valigie, urtandosi, chiamandosi da una parte all'altra dell'atrio e commentando a voce alta qualsiasi particolare attirasse la loro attenzione. L'effetto complessivo era quello di una scolaresca che, dopo aver attraversato il confine geografico, non aveva ancora superato quello fra la civiltà e il cortile di casa.

Fu davanti alla reception che incontrarono i romani.

Erano una comitiva della stessa età, arrivata da qualche giorno, e occupavano una porzione dell'atrio con la disinvoltura di chi considera l'ambiente circostante una naturale estensione della propria personalità. Parlottavano in gruppo, si interrompevano, ridevano fragorosamente e gesticolavano con una tale abbondanza da far sembrare ogni frase una discussione parlamentare destinata a degenerare prima del voto.

Uno di loro, un ragazzo robusto con una giacca di jeans, si avvicinò ai friulani.

«Aò, regà, ma voi da do' venite?»

«Da Udine», rispose Giffoni, senza immaginare che una semplice indicazione geografica potesse diventare il casus belli di un conflitto internazionale.

Il romano si voltò verso un compagno e chiese urlando.

«UDDine? Ma do' cazzo sta' Uddine?»

L'altro si grattò la testa, consultando una geografia mentale nella quale Roma occupava una posizione centrale e il resto del mondo si disponeva secondo una gerarchia di prossimità, utilità e notorietà calcistica.

«A' sta sur confine, vicino alla Jugoslavia. Questi so' slavi.»

La risposta sarebbe potuta passare senza conseguenze, se non fosse intervenuto Brunelli, che aveva un rapporto con le provocazioni paragonabile a quello di un cane da guardia con il campanello: non riusciva a ignorarle, anche quando sarebbe stato più conveniente farlo.

«Che cazzo volete voi? Terroni bastardi!»

Giffoni si voltò di scatto. Per un istante gli sembrò di aver assistito a un fenomeno fisico inspiegabile: un ragazzo che fino a quel momento non aveva mostrato alcun interesse per la geografia aveva appena dichiarato guerra a una regione intera, senza che nessuno gli avesse chiesto di farlo.

I romani, però, non erano il genere di persone disposte a lasciar cadere una provocazione per salvaguardare il decoro di un albergo austriaco. Nel giro di pochi minuti si raccolsero attorno ai friulani, trasformando l'atrio nella curva sud dell'Olimpico e un ragazzo con una sciarpa giallorossa annodata sulla testa si fece largo tra i compagni, impugnando per il collo una bottiglia di birra vuota.

«A chi, aò, terroni bastardi? A chi l'hai detto?»

Brunelli fece un passo avanti. Tauro si irrigidì, Conte cominciò a valutare le distanze con l'attenzione di un uomo che vorrebbe trovarsi altrove ma non intende ammetterlo, mentre Giffoni cercava una soluzione diplomatica che non comportasse il coinvolgimento della polizia austriaca e, possibilmente, neppure quello dei professori.

Remfutti, dal canto suo, aveva finalmente trovato un argomento sul quale poteva esprimersi senza il rischio di essere interrogato. Sostenne dapprima che Brunelli avesse fatto bene a rispondere, poi insinuò che i romani avessero provocato per primi e, quando si accorse che i friulani erano in minoranza, cominciò a spiegare che forse era stato un errore insultarli.

«Comunque, se devo essere sincero, il problema è che voi reagite subito», disse a un romano che gli si era avvicinato minacciosamente.

«Ma come, prima ce insulti e poi ce dici che reagimo noi?»

«Io non ho insultato nessuno.»

«Aò, ma ce fai o ce sei?»

La discussione era ormai sul punto di trasformarsi in una rissa vera, quando una ragazza romana si staccò dal gruppo e si mise davanti al ragazzo con la bottiglia.

«Aò, ma che state a fa'? Ma siete scemi?»

Il tono non era quello di chi desiderasse partecipare alla contesa, ma di chi si fosse stancato di assistere a una rappresentazione talmente mediocre da non riuscire più a tollerarne la recita.

«Ma guardateve! Semo venuti a Vienna, mica a fa' la guera! Questi so' italiani come noi. So' venuti a vedesse i musei, i palazzi, quello che ve pare… e voi state qua a fa' i coatti perché uno viene da Udine e l'altro da Roma? Ma ve rendete conto de quanto siete ridicoli?»

Il ragazzo con la bottiglia tentò di intervenire, ma lei non gli lasciò il tempo.

«E poi che figura ce facciamo? Quelli ce guardeno e penseno che appena usciamo dall'Italia ce menamo pure tra de noi. Ma nun ve vergognate manco un po'?»

La forza del discorso non stava nella sua originalità, né nella particolare profondità delle argomentazioni: stava nel fatto che qualcuno, finalmente, aveva pronunciato ad alta voce l'ovvietà che tutti gli altri avevano accuratamente evitato: stavano rischiando di picchiarsi in un albergo viennese per una frase pronunciata da un ragazzo che non sapeva nemmeno perché l'avesse detta.

Giffoni, che aveva già cominciato a costruire mentalmente una riflessione sull'identità nazionale e sul modo di spiegare come le vicende dolorose del confine orientale rendevano particolarmente sgradevole la loro attribuzione etnica al mondo slavo, si accorse che la ragazza aveva risolto la questione con una semplicità che rendeva superflua qualsiasi citazione filosofica, sociologica o storica.

Remfutti, tuttavia, non era disposto a lasciare che la ragione avesse l'ultima parola senza tentare almeno un'ultima provocazione.

«Sì, però tecnicamente anche loro…»

La ragazza gli si voltò contro.

«Tu stai zitto, a bello. Che manco sai perché state a litiga'.»

Remfutti rimase interdetto. Non era abituato a essere escluso da una discussione, soprattutto quando non aveva ancora avuto il tempo di modificarne il corso e per qualche secondo cercò un'espressione che gli consentisse di conservare almeno l'apparenza della dignità, poi rinunciò e si limitò a guardare gli altri con un sorriso ambiguo, come se la propria espulsione dal dibattito fosse stata una scelta strategica.

Il ragazzo con la bottiglia abbassò il braccio mentre Brunelli si grattò la nuca, cercando una via d'uscita che non somigliasse troppo a una ritirata. Giffoni colse l'occasione.

«Vabbè, dai. Ha ragione. È una cazzata.»

Era una frase poco solenne, ma aveva il vantaggio di non richiedere ulteriori spiegazioni. Qualcuno rise, un altro propose di andare a bere qualcosa e la tensione cominciò a sciogliersi con la rapidità con cui si era formata. La bottiglia finì in un cestino, gli insulti lasciarono il posto alle battute e, prima che il personale dell'albergo potesse decidere se chiamare la direzione o direttamente le autorità, la rissa era stata sostituita da una conversazione.

La pace, come spesso accade fra gli adolescenti, trovò nel calcio un terreno più solido di qualsiasi appello alla fratellanza.

I romani erano euforici per la stagione della loro squadra e per la possibilità di conquistare la Coppa dei Campioni e ne parlavano con la convinzione di chi sente avvicinarsi un appuntamento con la storia e considera ogni scetticismo una forma di lesa maestà. Giffoni, che non aveva alcuna intenzione di lasciare ai nuovi amici il monopolio dell'entusiasmo, ricordò loro che l'Udinese di Zico aveva già battuto la Roma nella prima parte della stagione.

La conversazione si trasformò immediatamente in un confronto sulle rispettive squadre, sulle possibilità europee, sugli allenatori e sulle presunte ingiustizie arbitrali. Brunelli attese il momento opportuno per intervenire e ristabilire quella che considerava la gerarchia naturale del calcio italiano.

«Comunque, al di là di Udinese e Roma, la Juventus vi mangia tutti.»

I romani protestarono, Giffoni riprese a difendere l'Udinese, Brunelli rincarò la dose affermando che Zico e Falcao non erano degni neppure di portare la borsa a Le Roi Michel Platini con l'effetto di riaccendere gli animi, portandoli dritti dritti verso un altro principio di rissa.

Remfutti, anche lui juventino marcio, ma considerato che Brunelli non solo era rimasto isolato contro i romani ma si era alienato anche il supporto dei compagni non juventini, a modo suo cercò di far scendere la tensione.

«In effetti, la Juve è sopravvalutata. La Roma, invece, quest'anno può vincere tutto.»

«Ma fino a cinque minuti fa dicevi che la Roma non avrebbe combinato niente», gli fece notare Brunelli.

«Appunto. Cinque minuti fa. Il calcio cambia.»

La ragazza scosse la testa.

«Mamma mia, ma voi nun state bene. Ve siete appena riconciliati e già ricominciate?»

Nessuno le rispose. Non perché avesse torto, ma perché ormai la discussione era diventata un piacere in sé, un modo di misurare le distanze senza doverle necessariamente colmare. Si scambiarono indirizzi, promesse di rivedersi e qualche ultima battuta sulle rispettive squadre. Quando si salutarono, avevano ormai superato la diffidenza iniziale e scoperto che un'amicizia poteva nascere anche fra persone che continuavano a considerare stupide le opinioni calcistiche degli altri.

Il giorno della partenza, però, quella solidarietà appena conquistata fu sottoposta a una prova meno teorica.

I romani avevano ricevuto dalla direzione del Park Hotel Schönbrunn una fattura per danni di entità considerevole. La somma, a loro dire, era sproporzionata rispetto alle disponibilità economiche di una comitiva scolastica e rischiava di trasformare il rientro in patria in una lunga sequenza di telefonate, spiegazioni, rimproveri familiari e magari pure l'intervento del consolato italiano per sbloccare la situazione.

I dettagli emersero con una certa riluttanza, come accade quando chi racconta una storia sa benissimo che la propria versione dei fatti non è destinata a migliorare con l'aggiunta di particolari: alcune sedie e poltrone erano state private delle gambe, gli estintori dei corridoi erano stati utilizzati nelle camere come una sorta di spray antizanzare, con risultati che avevano trasformato gli ambienti in scenari compatibili più con un incidente industriale che con una vacanza scolastica. Altri episodi, riferiti in maniera confusa, lasciavano intendere che il personale dell'albergo avesse avuto ragioni più che sufficienti per perdere la propria proverbiale compostezza.

La direzione, evidentemente poco sensibile alla creatività adolescenziale, aveva presentato il conto.

I romani avevano pensato a una colletta e, considerando i rapporti ormai consolidati con i friulani, ritenevano che una richiesta di aiuto fosse non soltanto legittima, ma persino naturale.

«Aò, regà, nun è che ce date una mano? La cifra è grossa. Se mettemo tutti qualcosa, magari riusciamo a sistemà la faccenda.»

Giffoni ascoltò con attenzione. La richiesta possedeva una sua logica sentimentale, ma presentava alcune criticità sotto il profilo della responsabilità personale. I friulani non avevano danneggiato l'albergo, non avevano partecipato alle imprese notturne e non avevano alcuna ragione di assumersi una quota di un debito che non li riguardava.

Brunelli fu più rapido.

«No.»

Lo disse con la stessa fermezza con cui avrebbe respinto l'idea sulla validità del gol di Turone.

«Ma come, a Brunè? Dopo tutto quello che è successo?», protestò uno dei romani.

«Proprio perché è successo. Noi non c'entriamo niente: le sedie non le abbiamo rotte noi, gli estintori non li abbiamo usati noi e non abbiamo tolto le gambe alle poltrone.»

Giffoni cercò di rendere la risposta meno brutale, riconoscendo la difficoltà della situazione ma spiegando che la solidarietà non poteva trasformarsi nell'assunzione collettiva di responsabilità per fatti commessi da altri. Tauro annuì, Conte si dichiarò d'accordo e Brunelli mantenne la propria posizione con la serenità di chi non teme di perdere un'amicizia per una questione di principio, soprattutto quando il principio coincide con il risparmio.

Remfutti, che fino a quel momento aveva osservato la scena senza prendere posizione, decise di intervenire proprio quando la discussione sembrava conclusa.

«Comunque, secondo me, l'albergo esagera. Se uno rompe una sedia, perché deve pagare tutta la sedia? E poi, se le gambe le hanno tolte, magari le sedie erano già difettose.»

I romani lo fissarono.

«Aò, ma tu ce stai a prende per culo?»

«No, sto dicendo che bisogna valutare tutte le ipotesi.»

«E allora metti qualcosa.»

«Eh, no. Questo è un altro discorso.»

La trattativa si concluse senza ulteriori incidenti. I romani avrebbero dovuto affrontare il conto da soli, mentre i friulani avrebbero conservato il ricordo di un'amicizia nata in circostanze improbabili e conclusa, almeno per quella mattina, davanti a una richiesta di denaro.


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