martedì 1 settembre 2020

PATENTE NAUTICA

Il termine governare nasce in mare, traendo il suo etimo dal latino gubernare = reggere il timone (gubernum - timone, timoniere), a sua volta derivato dal greco antico κυβερνάω (kubernao) - tenere la "testa" di una nave, mantenere la rotta. 

L’etimo è comune in tutte le lingue romanze, per cui abbiamo il francese gouverner, lo spagnolo gobernar, il portoghese governar e il rumeno a guverna; le cose assumono sfumature più “terrestri” nelle lingue anglosassoni dove l’inglese to rule origina dal francese antico riule a sua volta derivante dal latino rēgularegolo o squadra, asticella oggetto necessario per tracciare linee e confini, mentre il tedesco regieren affonda le radici direttamente nel latino rĕgĕre, participio passato del verbo rĕgo - regolare, correggere, fissare, tracciare i confini. 

Se vuoi conoscere un popolo impara la sua lingua, dicevano saggiamente gli studiosi di linguistica. 

Che la si voglia vedere alla latina – saper tenere la rotta di una nave in mezzo alle bizze del mare – oppure come gli anglosassoni – mettere i paletti e fissare le regole tra territori diversi e magari contesi, il “mestiere” di governare richiede la capacità di saper prendere decisioni coerenti con il percorso stabilito e aver poi la competenza e l'abilità di procurarsi le risorse necessarie per mettere in pratica le decisioni. 

Lasciando da parte tanto gli slogan e la facile demagogia, così come la negazione dei problemi o la minimizzazione degli stessi, per cercare da abili timonieri quale possa essere, se non il più sicuro, almeno il miglior porto d’arrivo date le condizioni.

In caso contrario, ogni azione sarà vana, costosa e inefficace, come ci ricorda da qualche millennio Lucio Anneo Seneca: ignoranti quem portut petat nullus suus ventus est - nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa in quale porto vuole approdare (Lettere a Lucilio - LXXI, 3).

mercoledì 5 agosto 2020

QUANDO I MILITARI ERANO IL BRASILE









Per tutti gli anni ’80 del secolo scorso (!), la pista di pattinaggio annessa al campo sportivo comunale “Martiri della Libertà” di via Udine è stata il “tempio” del calcio cividalese “non agonistico” per la generazione dei nati tra il 1965 e il 1975, sostituendo il ruolo svolto in precedenza dal Ricreatorio di piazza Picco.

Il “non agonistico” va inteso nel senso di “non disciplinato o regolamentato” da federazioni sportive ufficiali e non certo per la mancanza di “agonismo” tra i praticanti: se c’era qualcosa che non faceva difetto nelle partite disputate su quel “terreno” era proprio l’agonismo e lo spirito di competizione tra tutti i partecipanti. Ne sa qualcosa chi lavorava al pronto soccorso dell’ospedale cittadino durante quel “formidabile” decennio.

Tutto ebbe inizio nel 1980, quando l’amministrazione comunale decise di ricoprire il campo di pallavolo in cemento dalla superficie ruvida con una pavimentazione perfettamente liscia per la pratica del pattinaggio a rotelle.

A lavoro ultimato, in mezzo alle due tribune a gradoni poste ai lati della pista, era contenuto un pavimento di 20 metri di larghezza e 40 di lunghezza in cemento rosa, privo di qualsiasi irregolarità e recintato da una struttura con rete metallica e corrimano in metallo alta 1,20 m e di 5 metri ai lati più corti.

Il Comune, probabilmente con il fine di ampliare le possibilità di pratica sportiva nelle ore dell’educazione fisica scolastica, fece riverniciare due porte da pallamano che erano in deposito, all’aperto, nei pressi della vecchia palestra adiacente all’impianto e le inserì all’interno della pista, al centro dei lati più corti.

Ed ecco che, ai nostri occhi di adolescenti che stavano crescendo a pane e pallone e in seguito alla trasformazione del Ricreatorio in parcheggio orfani di un luogo sicuro dove incontrarci e giocare a calcio nei pomeriggi dopo la scuola d’inverno e nelle serate estive, improvvisamente comparve qualcosa che era meglio dello stadio di San Siro.

E fu così che, senza l’intervento, l’intuizione o la regolamentazione di un adulto, con esclusione dei due pomeriggi settimanali in cui la “pista” era utilizzata dall’associazione pattinaggio, quel luogo fu occupato per partite auto-gestite di uno sport che non era calcio e neppure calcetto.

Non era calcio, perché le dimensioni del campo di gioco e delle porte erano molto più ridotte, così come il fondo non era erboso; non era calcetto perché non esisteva linea laterale, in quanto si poteva utilizzare la recinzione come sponda e la palla veniva rimessa in gioco solo quando usciva dal recinto. E non era neanche hockey perché non si usavano le mazze ed esisteva il fallo di fondo con le conseguenti rimesse del portiere o gli eventuali calci d’angolo.

Qualsiasi cosa fosse era una figata e quel posto per tutti divenne “il campetto”.

Chi arrivava a partita iniziata si sedeva sui gradoni e bastava aspettasse l’arrivo del prossimo per entrare in campo poi “uno per parte”, con squadre che in quel modo, via via che il tempo passava si ampliavano a dismisura, riducendo notevolmente gli spazi in campo e la fluidità delle azioni. Non c’era l’arbitro, chi subiva fallo lo chiamava, rimettendosi al giudizio del gruppo nelle situazioni più controverse e nel caso in cui il gruppo fosse diviso, l’ultima parola spettava “al più grande” oppure a quello con più “carisma”.

Altra particolarità era la quantità di polvere rosa che scendeva assieme allo shampoo e al sudore nello scarico della doccia, ogni volta che ci si lavava i capelli rientrati in casa dopo i pomeriggi al “campetto”, quale “regalo” che il pulviscolo presente sulla superficie della speciale pavimentazione della pista lasciava regolarmente sulle nostre teste.

Verso la metà degli anni ’80, appunto, quel posto e quel tipo di calcio-calcetto-hockey erano diventati così popolari da far sì che nella stagione estiva, complice anche l’installazione dei fari per l’illuminazione artificiale, gruppi di amici iniziassero ad improvvisarsi comitati organizzatori di veri e propri tornei notturni patrocinati dal Comune e capaci di attrarre squadre anche fuori dal contesto cividalese e di riempire di pubblico le tribune del “campo-pista”. Tutto finì all’inizio degli anni ’90, quando il “campetto” venne chiuso per l’avvio dei lavori di copertura della pista, lavori che durarono il tempo necessario affinché le nuove tecnologie, il calo demografico e il mutamento dei gusti e degli stili giovanili creassero i presupposti per l’abbandono delle partite “autogestite” tra amici adolescenti. Verso la metà degli anni ’90 il “campetto”, con tanto di copertura faraonica “stile San Siro” ospitò per un periodo i tornei estivi di pallavolo e calcetto (quello vero e non più calcio-calcetto-hockey) della celebre manifestazione “Frutaz di Cividat”, senza mai peraltro raggiungere i “pienoni” sulle tribune dei tornei artigianali degli anni ’80. Il “campetto” oramai era diventato solo un luogo della memoria. Un mito dell’antichità.

Di quell’antichità voglio, fra i tanti e tanti ricordi legati a quelle sfide infuocate, riportare alla luce una semifinale del torneo Città di Cividale 1988, quando gli “Azzurri”, la squadra in cui giocavo assieme ai miei amici più stretti, si confrontò contro il 59° Calabria, team composto dai militari di leva “ospitati” nella caserma “Lanfranco-Zucchi”.

Non tanto per l’andamento dell’incontro, pure spettacolare, equilibrato, ricco di colpi di scena e purtroppo terminato con la nostra sconfitta per 4-2 al termine di una “battaglia” finita solo ai tempi supplementari.

Quello che merita “rivedere la luce” è lo spettacolo che diede il pubblico sugli spalti e per l’emozione che provammo noi fortunati che disputammo quel match.

Tutta la tribuna est gremita di cividalesi e tutta quella ovest di militari leva, gran parte di origine campana. Almeno 500 persone in totale. Tifo da stadio, continuo, assordante, agevolato dalle limitate dimensioni del campo di gioco che a sua volta permetteva lo svilupparsi di continue azioni da rete.

Nel 59° Calabria militavano – è proprio il caso di dirlo – ragazzi che giocavano in squadre semi-professionistiche, mentre noi potevamo oltre alla maggiore esperienza nei trucchi del calcio-calcetto-hockey opporre solo la pugna e l’orgoglio di un gruppo di amici di osteria nei confronti degli “odiati militari” che, con la loro massiccia presenza (2000 in una cittadina di 11.000 abitanti) erano ritenuti come il blocco che ci impediva di avere una normale vita sociale. A partire dal fatto che le ragazze, a causa di quell’ingombrante presenza, dalle 18,00 in poi non si facevano vedere.

Il 59° Calabria resterà senza dubbio la squadra più forte che abbia mai calcato il cemento polveroso del “campetto” di Via Udine, metaforicamente ancora più forte del Brasile del 1982 perché loro, a differenza dei brasiliani che si fecero battere dall’Italia del “brutto anatroccolo” Paolo Rossi, furono capaci di vincere anche la finalissima, facendo sfogare tutta la rabbia di chi è costretto a stare lontano da casa a vent’anni, sotto le armi in un posto ritenuto, non sempre a torto, inospitale.

Quella semifinale finì con un’intera tribuna festante che cantava all’unisono, a squarciagola “’O surdato ‘nnamurato”, sventolando le bandiere nel Napoli e qualche poster di Diego Maradona. Da brividi per chi era in campo, anche per chi, come noi, aveva dato tutto riuscendo solo a sfiorare un miracolo sportivo: finimmo così malconci da non riuscire, tra infortuni e squalifiche, a fare il numero minimo per giocare di lì a tre giorni la finale del ¾ posto.     


mercoledì 24 giugno 2020

QUESTIONE DI SENSO

[...] il coronamento di quel Sogno era diventato il Senso della mia Vita; mi “identificavo” completamente nel pellegrino giacobeo che in vista del raggiungimento della sua Meta sopporta con coraggio e rassegnazione la fatica e gli ostacoli del lungo cammino, il cui superamento fanno parte necessaria del Viaggio e rendono ancora più felice l’approdo finale in Praza do Obredoiro innanzi alla Cattedrale ove la tradizione cattolica ritiene siano conservate le spoglie dell’Apostolo Giacomo. [...] non si tratta di trovare UN Senso, ma di dare il PROPRIO Senso al proprio cammino in mezzo alla moltitudine del Mondo, e questo ci trasformerà magicamente tutti da vagabondi in pellegrini [...] il pellegrino (colui che viaggia confidando su se stesso e sulla solidarietà del prossimo verso una Meta per lui degna di sacrificio) e il vagabondo (colui che, confidando essenzialmente nell’aiuto degli altri vaga senza Meta perché non è neppure in grado di individuarne una) ogni giorno affrontano lunghi percorsi e significative fatiche, ma solo il pellegrino ha la possibilità di addormentarsi in pace e con il salutare timore per le fatiche che lo aspettano il giorno successivo. A questo proposito risuona forte l’eco dell’insegnamento di Lucio Anneo Seneca: ignoranti quem portut petat nullus suus ventus est - nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa in quale porto vuole approdare (Lettere a Lucilio - LXXI, 3).Infatti, l’essere umano per vivere ha bisogno di Senso, perché una vita che ne è priva è insopportabile mentre in una vita con senso anche il dolore più intenso può diventare sopportabile così come un destino avverso non modificabile. (Mario D’Angelo in Dizionario del counseling filosofico e delle pratiche filosofiche – MIMESIS EDIZIONI, Milano-Udine, 2013, p. 407).

venerdì 5 giugno 2020

PREMIÈRE FOIS



5 giugno 1981 - Alle nove della sera siamo andati in scena
[1]: e che successo !! Teatro esaurito[2], ottimo incasso[3] ed applausi a iosa nonostante potessimo fare anche meglio!!! Molti professori ad assistere, fra cui anche "Favè"[4].
Una serata indimenticabile, che rappresenta il giusto premio a quattro e più mesi di sofferenze, di speranze, di delusioni, di fatiche! In tutto questo anno, per la recita, sono andato incontro anche a molte antipatie; ma ora questo è stato oscurato: il tempo usato per la recita non è stato sprecato.


[1]  L'opera rappresentata fu "LA GIARA" di Luigi Pirandello, con il seguente "cast": DON LOLO' ZIRAFA-Roberto Calligaris, ZI' DIMA LICASI-Marco Lanzutti, L'AVVOCATO SCIME'-Giuseppe Passoni, M'PARI PE'-Gabriele Amadori, FILLICO'-Moreno Mauri, TARARA'-Carlo Nobile, LA GNA' TANA-Sandra Corredig, TRISUZZA-Virginia FRUCH, CARMINELLA-Carla Oriecuia, IL MULATTIERE-Dario Roiatti, REGIA-prof. Giuseppe Mangani, SCENOGRAFIE- Sig. Luigi Stagni, Michele Gaggia, Roberto Calligaris.
La Compagnia era composta da studenti della Sezione staccata di Cividale dell'Istituto Tecnico "C. Deganutti" di Udine e si era autocostituita in quell'anno allo scopo di raccogliere fondi per il miglioramento della struttura scolastica, priva allora di qualsiasi attrezzatura o materiale per la didattica.

[2] Si trattava del gia' fatiscente Teatro dell'ex Ricreatorio Sacro Cuore, demolito nell'estate del 1990 per la costruzione del nuovo punto vendita della ditta VIDUSSI Spa di Cividale.
Allo spettacolo assistettero 230 persone sui 220 posti a sedere disponibili.

[3] L'incasso, costituito dalle offerte del pubblico, fu di Lit. 190.000 (pari a circa 488.623 lire del 1994), il quale fu devoluto all'Istituto Tecnico "C. DEGANUTTI" di Udine, affinché acquistasse libri per la Biblioteca della sede staccata di Cividale, che allora era sprovvista di qualsiasi dotazione per le attivita' scolastiche (ad esclusione delle aule e dei banchi).

[4] Soprannome del "temutissimo" insegnante di matematica, che per tutto l'anno scolastico aveva osteggiato la realizzazione dello spettacolo e le prove generali dello stesso durante l'orario delle lezioni.

martedì 26 maggio 2020

ENZO, CI MANCHI


Oggi Enzo Bearzot è ricordato come l'allenatore che ha riportato la coppa del mondo in Italia dopo 44 anni, guidando la nazionale nel vittorioso mundial spagnolo del 1982. Enzo Bearzot è stato molto di più; secondo me è stato capace di incarnare l'Archetipo del Condottiero, il Maestro che tutti avrebbero diritto ad avere. Il Capo che ha sempre affrontato in prima persona le critiche, che ha messo sempre la propria faccia nei giorni bui per proteggere i singoli e il gruppo di cui era responsabile. Il Generale che ha saputo rischiare la sua pelle affidandosi ai "soldati" di cui aveva fiducia. E che lo seppero ripagare. L'Uomo che quando capì che il suo ciclo era terminato, si fece da parte e si ritirò da solo senza creare "assembramenti". Fra i tanti aneddoti che si potrebbero raccontare su Enzo Bearzot, ne voglio ricordare uno, che meglio di tutti ci spiega chi era Enzo Bearzot. Mar del Plata, Argentina, 2 giugno 1978. Primo minuto della partita d'esordio dell'Italia al mundial 1978. Italia - Francia. Enzo Bearzot fa il suo debutto in un campionato del mondo come Commissario Unico. E' criticato da tutta la stampa. Parole Pesanti. L'opinione pubblica non crede nella squadra, che i pronostici dei bookmakers di tutto il mondo vedono eliminata al primo turno. Sa bene che se il mondiale andrà male per gli azzurri finirà bruscamente anche il suo incarico. E' il primo minuto, Enzo Bearzot ha appena fatto in tempo a sedersi in panchina e assiste al gol della Francia. Il gol più veloce in un'edizione della coppa del mondo. Un'azione fulminea, spettacolare conclusa con un magistrale colpo di testa del centravanti Lacombe che batte imparabilmente Dino Zoff. Francia 1 Italia 0. Sembra l'inizio della fine. Enzo Bearzot si alza dalla panchina e applaude alla bellezza del gol messo a segno dagli "odiati" galletti francesi, tra gli sguardi increduli di tutta la panchina azzurra. Oggi sappiamo che la partita terminò poi 2-1 per noi e in quel mondiale fummo la squadra rivelazione che arrivò a un solo passo dal titolo, mostrando il miglior calcio, alla faccia dei tanti "esperti" e "addetti ai lavori". Titolo che poi arrivò 4 anni più tardi a Madrid, con un copione ancora più romanzesco di quello argentino. Enzo Bearzot, ci manchi. Nel 2020 più che mai.
"Primo: non prenderle. Secondo: vincere. Terzo: non c'è, perché i primi due hanno già detto tutto."
Enzo Bearzot, Aiello del Friuli, 26/09/1927 - Milano, 21/12/2010

martedì 19 maggio 2020

SM(A)RT WORKING


“Cividale del Friuli, 9 ottobre 2018
Da alcuni anni siamo tutti immersi, più o meno consapevolmente come attori e spettatori, in una profonda trasformazione delle forme di comunicazione tra esseri umani e di conseguenza nella modalità di relazione provocata dagli sviluppi tecnologici che, con ritmi sempre più impetuosi, oramai sono penetrati in ogni momento e in ogni angolo delle nostre vite.
Personalmente sento il bisogno di salvaguardare degli spazi di umanità che ci possano mettere un po’ al riparo da tutta questa comunicazione mediata da mezzi artificiali e dalle conseguenze non sempre positive di questa modalità, non per sostituirla, ma per integrarla affinché le nostre competenze relazionali e di socializzazione di tipo “tradizionale” ed eminentemente “umano” non vadano irrimediabilmente perdute per sempre.
Sono a proporvi di individuare un momento spazio-temporale settimanale in cui poter condividere con sistematicità la nostra umanità nella forma più autentica e antica dissertando intorno del tema del Viaggio, inteso sia in senso filosofico e metaforico che in senso più ampio e prosaico. Magari con l’aggiunta di un bicchiere di buon vino…
Una sorta di circolo ellenico, insomma, in cui ciascuno dei partecipanti possa portare i propri pensieri, le sue esperienze su di un tema generale di interesse comune – il Viaggio appunto - e condividerlo con gli altri in vista di una sintesi collettiva e che magari poi sia in grado di accrescere il patrimonio di tutti.
Ho pensato ad una sorta di “Ordine dei Viaggiatori”.
Mi rivolgo a Te perché penso che tu possa essere interessato dal progetto, farne parte in concreto arricchendolo con la tua sensibilità, esperienza e conoscenza.”
Meno di due anni fa scrissi questa sorta di “manifesto”, perdendo subito la voglia di pubblicarlo. Non era finito nel cestino, come tante idee bizzarre o coraggiose, ma rimasto archiviato in un cassetto o per meglio dire, in una cartella dimenticata del computer. Appunto.
Facendo le pulizie sul disco è tornato a galla in questo periodo e mi sono fatto una sonora risata. Meno male che è rimasto nascosto. La realtà di questi ultimi mesi avrebbe reso quel circolo “ellenico” un’associazione segreta fuori legge per tutte le polizie d'Europa, al pari della Carboneria durante il Risorgimento e non solo un allegro convivio di aspiranti Don Chisciotte.
La ben nota pandemia ha dato forse un colpo mortale a quel disegno, “incoronando” la comunicazione tecnologicamente mediata tra esseri umani come la forma “naturale” di socialità. Senza ritorno.
Lezioni on-line, udienze on-line, riunioni on-line, aperitivi on-line, amori on-line…
Meno male, diranno i più: senza internet il mondo si sarebbe fermato del tutto e la pandemia avrebbe mietuto ancora più vittime senza il distanziamento sociale, che in qualche modo la rete ha attenuando surrogando praticamente qualsiasi forma di attività condivisa o condivisibile.
E lo dico anch’io.
Quello che mi turba è che tutto questo “on-line” non sia percepito dai più come una formidabile scialuppa di salvataggio che ci dovrebbe traghettare in qualche modo – e al più presto - di nuovo a riva, dopo che una burrasca ha fatto colare a picco “la barca” in mare aperto, ma bensì il mezzo di trasporto da non abbandonare, con il fine di vagare lontano da terra per sempre.
Leggere che qualcuno propone con entusiasmo e convinzione che udienze nei tribunali, lezioni a scuola, lavoro negli uffici debba avvenire “normalmente da remoto”, a prescindere dal sussistere o meno di un’emergenza sanitaria, e che la riunione “fisica” tra persone debba diventare “l’eccezione da evitare come la peste” alla regola dello smart working, mi provoca un profondo malessere.
Forse quel dimenticato “manifesto” è destinato ad avere un valore rivoluzionario in un prossimo futuro, perché se in un tempo definito i morti della pandemia saranno contabilizzati con evidenza scientifica, le perdite umane del distanziamento sociale, iniziato ben prima del Covid-19, saranno tutte da calcolare. E, temo, non saranno poche.
Lo so, le mie sono farneticazioni di un nostalgico appassionato delle code allo sportello per presentare un documento e che non nutre nessun entusiasmo nel fissare in solitudine lo schermo bloccato di un pc o di uno smartphone, parlando nel frattempo con il guru informatico di turno, per capire perché un sito è regolarmente “in palla” durante un “click-day” e soprattutto quale "magia" attivare per sbloccarlo.    
L’augurio sincero, per tutti gli amanti dello smart working è di leggerlo bene, non omettendo la “a”.
Altrimenti diventa smrt working.
Che, invariabilmente, in tutte le lingue slave significa “morte” del “working”.

mercoledì 18 marzo 2020

LETTERE DAL FRONTE, MARZO 2020



Le cose accadono e l’unico potere che è concesso a noi mortali è di decidere cosa farne con le risorse che abbiamo a disposizione. Quando accadono fatti spiacevoli che sgretolano il nostro stato di benessere, la nostra beata quotidianità, potremmo essere indotti a cadere nello sconforto, nel lamento, nell’autocommiserazione pensando che l’intero Universo sia in combutta contro di noi. Idea piuttosto infantile e megalomane, quella pensare che il Cosmo abbia interesse ad una sua parte meno che infinitesimale. La domanda che ricorre ogni giorno di questi tempi è: quando finirà l’Emergenza? Quando torneremo a tutto quello che abbiamo incominciato a perdere esponenzialmente a partire da qualche settimana? La risposta potrà sembrare brutale, ma credo sia semplice: mai più. Questa non è più un’emergenza, un’alterazione violenta dello status quo a cui si pone rimedio come un guasto meccanico e poi si ricomincia ad usare l’auto come se nulla fosse accaduto. Questa è una Crisi, una reazione a catena che segna un punto di discontinuità e solo quando tutte le tessere del domino saranno cadute e l’energia che ha fatto collassare il sistema si sarà scaricata, capiremo dove e come ci saremo assestati. Qualcuno dice che sarà meglio, altri dicono che sarà peggio, in diversi concordano che “semplicemente” sarà diverso. Premesso questo, la domanda oggi è: nel frattempo come affrontiamo la Crisi? Con l’unico modo che noi umani abbiamo a disposizione: dando giorno per giorno del nostro meglio seguendo i nostri talenti, date le condizioni che ci circondano e che sono fuori dal nostro controllo, adattandoci responsabilmente meglio che possiamo qui ed ora. Per cui credo che utilità pari allo zero sia il pensiero ricorrente a quello abbiamo perso e ancora più inutile sia sprecare risorse psicologiche nel fare previsioni su quando e come finirà: nel primo caso renderemmo oltremisura insopportabili le nuove dinamiche che c’impone il presente, nel secondo caso rischieremmo la paralisi e la rassegnazione, perdendo la mente negli scenari più foschi e magari in un panico senza ritorno comprendendo che il nostro “paradiso” è perduto. Da sempre a sopravvivere non sono i più intelligenti, i più furbi o i più ricchi, ma coloro che sanno adattarsi meglio al mutamento. A maggior ragione, anche in questa potente Crisi, andrà così. Giorno dopo giorno, ripetendoci come un mantra che nessun uomo basta a sé stesso. A viso aperto, senza smettere di inseguire i propri sogni, quelli nati o che nasceranno nei tempi del Corona. 
Concludo con il mio, citando Neil Diamond

We've traveled halfway 'round the world
To find ourselves again
.. ...
September morning
Still can make me feel that way

Neil Diamond, September morn, 1979


Post in evidenza

NOTTI MAGICHE ANTE LITTERAM

25 giugno 1983 – Arrivo al campo mezz’ora prima del fischio d’inizio, di corsa dopo essere riuscito a fuggire da una riunione familiare ...