mercoledì 7 ottobre 2026

MESSICO E NUVOLE (DI MARLBORO)

L’aria dentro il Birilli Bevuti era una miscela letale di vapore d'espresso, profumo di disinfettante all'eucalipto dell'ultima ristrutturazione e la solita, densa miscela di cinismo friulano.

Giffoni, calice di Pinot Grigio nella destra e lo sguardo solenne di chi sta per pronunciare un'orazione funebre per la Patria, piazzò una manata sul tavolino di alluminio spazzolato che fece sobbalzare le patatine.

«Sentite a me! È ora di fare piazza pulita di una vulgata storiografica ignobile che da quarant’anni inquina il giudizio critico su uno dei momenti più drammatici del nostro Novecento!» esordì Giffoni con la gravità di un docente di Storia Contemporanea a un convegno sulla caduta di Bisanzio. «Io oggi mi prendo la responsabilità, apertis verbis, di fare il Don Chisciotte. Riscriviamo la verità su Messico ’86! Basta con la menzogna di un Enzo Bearzot rimasto incatenato ai suoi senatori bolliti!»

Remfutti, appoggiato al bancone con un sorriso di pura malvagità, fece girare con calma il ghiaccio nel suo spritz. «Sentitelo. Il cattedratico delle cause perse. In un mare di cazzate hai detto solo una mezza verità: tu non fai oggi il Don Chisciotte, tu sei Don Chisciotte. Giffoni, son passati quarant'anni e tu stai ancora a elaborare il lutto come se ti avessero arrestato il padre? L'Italia nell'86 faceva cagare. Punto. Io quell'anno tifavo Francia. Tifavo per Le Roi Michel Platini, la Juve in maglia blu: arte, eleganza, aristocrazia;  altro che il tuo catenaccio in affanno col fiato corto, vecchio come il suo allenatore. E come te!»

«Ma quale cagare! Usciamo dai bar dell'ignoranza e usiamo i numeri!» sbotta Giffoni alzando l'indice tremante d'sdegno. «Non fu certo la vergogna sistemica del Sudafrica 2010, dove siamo usciti al primo turno ultimi dietro alla Nuova Zelanda! In Messico disputammo un esordio dignitosissimo con la Bulgaria, a Puebla costringemmo l'Argentina a rincorrerci lasciandole l'unico punto del suo Mondiale, e abbiamo liquidato la Corea 3-2. Siamo caduti agli ottavi contro la Francia, terza alla fine, mica contro quattro scappati di casa!»

«Eh sì, grande impresa storica, due gol presi dalla Corea del Sud, una potenza bellica» s'intromosse Romano senza neanche alzare gli occhi dalla Gazzetta, per poi girare la pagina con un fruscio indolente. «Giffoni, risparmiati la lezione universitaria: eravamo scarsi, una manica di scarponi bolliti e senza gamba. Io manco mi ricordavo che avevamo giocato con la Corea.»

«Ma scarsi un cazzo, Romano! Questa è pigrizia intellettuale!» ripartì Giffoni, sempre più infiammato nel suo dramma istituzionale. «La storia dell'immobilismo di Bearzot è una falsificazione! Sapete quanti titolari di Madrid ’82 giocarono davvero in Messico? Tre! Solo Scirea, Cabrini e Bruno Conti! Bergomi e Altobelli nell'82 erano riserve. Galli e Vierchowod in Spagna erano turisti! Rossi e Tardelli hanno fatto solo gli sparring partner in allenamento. Su ventidue convocati c'erano quattordici debuttanti e sei titolari nuovi di zecca! Altro che senatori stanchi!»

Brunelli, che fino a quel momento aveva masticato la sua tartina con la devozione di un lama, mandò giù l'ultimo boccone e sghignazzò con compiacimento bianconero: «Giffoni, puoi citare anche i verbali del Parlamento e della Commissione su Ustica, ma la verità è che Platini vi ha dato una lezione di foot-ball che vi ricordate ancora adesso. Michel gli ha staccato la spina da signore a Bearzot e noi juventini godavamo mentre voi stavate lì a piangere la patria tradita.»

«Ma quale patria tradita! Era finito solo un ciclo, capite la differenza strutturale?!» oramai quasi urlava Giffoni, battendo il pugno sul tavolo mentre gli altri lo guardavano come si guarda un matto al parco. «Bearzot smantellò la squadra già nell’83! Ha provato di tutto: Sabato, Fanna, Mancini, Righetti, Tricella! Chiunque facesse dieci partite buone in Serie A veniva chiamato! Solo che gli mancava il blocco Juventino su cui fondare il gruppo! La squadra era multicolore: uno dell'Avellino, uno del Napoli, due del Verona... Il Vecjo ha fatto il massimo con la materia prima che aveva!»

«O signore mio, ma tu pensa questo... nel 2026, con le bollette alle stelle, la provincia morta e il calzaturiero sepolto, lui sta ancora a fare l'orazione funebre per la marcatura di Beppe Baresi su Platini!» sbuffò Gambero, passandosi le mani sulla faccia disperato. «Giffoni, mi fai cadere le balle! Ma chi se ne frega di Bearzot! Parlami di economia, parlami di tasse, parlami di cose che esistono, per Dio!»

«Ma infatti, che poi il calcio nell'86 era già una roba da paleolitico!» s'inserì a palla di cannone Leonardo, gesticolando a braccia aperte. «Mentre voi vi accapigliate sul tatticismo di 'sto stivale, la NBA stava conquistando il pianeta con la pallacanestro vera! E comunque, se proprio vogliamo parlare di quel Mondiale, c'era un solo Dio in terra: Diego Armando Maradona. Punto! Quel Maradona lì nel 1986 era un'entità superiore: prendeva la Nazionale dei Birilli Bevuti, ci metteva dentro me, Remfutti e Brunelli in attacco, e il Mondiale lo vinceva lo stesso da solo!»

«Tutte cazzate!» interruppe Tauro con gli occhi sgranati dalla nostalgia d'epoca. «L'unico vero calcio umano e poetico è finito quando si è sciolta la gestione di Dal Cin a Udine. Nell'86 io tifavo solo il Brasile di Zico! L'Udinese nel cuore, altro che la nazionale di Galderisi o la Francia di Platini! Che poi chi si ricorda chi c'era in campo nell'86...»

«Ma come chi si ricorda?! È la Storia del nostro Paese!» gridò Giffoni, ormai paonazzo, ergendosi sulla sedia come se dovesse difendere la linea del Piave da solo contro l'indifferenza del tavolo. «Bearzot si è dimesso da signore il giorno dopo! Aveva il contratto fino a Italia '90 e ha rinunciato per dignità! Un atto politico di grandezza morale che voi non sapete nemmeno cosa sia!»

Remfutti accese con esasperante lentezza una Marlboro — infischiandosene del divieto del bar ristrutturato — e gli soffiò il fumo a mezzo metro dalla faccia, guardandolo con una pietà devastante. «Giffoni, ascoltati: stai difendendo un vecchio che quarant'anni fa ha perso 2-0 con la Francia ed è tornato a casa a fare il pensionato. Il mondo è andato avanti. C'è stato il crollo del Muro, l'euro, la Cina, la benzina alle stelle... e tu stai ancora lì col pennarello a fare gli schemi sul tovagliolo. Fatti curare.»

Giffoni spalancò la bocca, pronto a tirare fuori la media punti del triennio '83-'86 e a citare la disfatta di Göteborg della Svezia come variabile sistemica impazzita, ma prima che potesse articolare anche solo una vocale, una sagoma asciutta e curva si stagliò di fianco al tavolino.

Era lo Smilzo.

Nessuno lo aveva sentito arrivare. Alticcio, teneva la sua solita Marlboro Rossa accesa tra le dita nodose, gli occhi ridotti a due fessure tra le rughe, appena visibili sotto al frontino di un cappello a tinte rossonere ornato dalle treccine nere di Gullit con la stampa dello scudetto tricolore ed una data: 15/05/1988. Li squadrò uno per uno. 

Poi indicò la porta spalancata sulla piazza di Cividale e, con una voce che pareva il ruggito di un vecchio tre cilindri del '70, liquidò la tragedia nazionale di Messico '86 nell'unico modo possibile:

«MI AVETE ROTTO I COGLIONI. ARIAAAAAA!»

Impartito l'arcinoto ordine irrevocabile senza esito, barcollando fu invece lui ad uscire in strada, cantando allegramente l'inno berlusconiano del Milan.

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