venerdì 9 agosto 2024

LEVA SI O LEVA NO?

La questione è un terreno assai scivoloso, ne sono consapevole e pure molto divisiva: il fronte del si è assai folto e agguerrito, come pure quello del no ed entrambe gli schieramenti non riescono a trovare una posizione di compromesso.

In questi ultimi decenni lo stato delle finanze pubbliche ha sempre reso la vexata quaestio un passatempo estivo, visto che sono mancate - e mancano tutt'ora - le risorse, solo per ipotizzare un timido accoglimento delle ragioni del si.

Il mutato contesto geo-politico europeo e mondiale innescatosi nel febbraio 2022 con la sedicente "operazione militare speciale" - (rectius: invasione militare) della Federazione Russa ai danni dell'Ucraina ed il conseguente riemergere di tensioni e minacce per la sicurezza dell'Unione Europea che sembravano solo un antico ricordo, ha riportato con insistenza in primo piano il tema se è davvero anacronistico ripensare al ripristino del servizio militare obbligatorio - la famigerata leva.

Quest'obbligo costituzionale del cittadino, giova ricordare, è stato solo sospeso a partire dal 1 gennaio 2005 con la Legge n. 226 del 23 agosto 2004, da leggersi tenendo a mente l'art. 52 della Costituzione: "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica."

Da un punto di vista giuridico la leva obbligatoria non è stata mai abolita - non lo si poteva fare senza prima modificare l'art. 52 della Costituzione - ma appunto è solo sospesa, per cui il Parlamento della Repubblica ha piena facoltà di decidere sull'opportunità di un suo ripristino - o meglio - termine della sua sospensione.

Ed è sempre il Parlamento che ha piena facoltà di riattivare l'obbligo del servizio militare obbligatorio innovandolo senza alcun vincolo, rispetto ai tempi e ai modi con cui ciò avveniva fino al 31.12.2004.

Personalmente ritengo che l'idea di riattivare la Leva così com'era non sia più realizzabile, prima ancora che essere anacronistica, così come fu a suo tempo un grave errore la  sospensione tout court nel 2004.

Non solo per le importanti e introvabili risorse finanziarie che questo necessiterebbe senza stravolgere il già traballante bilancio pubblico sottraendo fondi a settori come l'istruzione, la cultura, la sanità, la giustizia, già risicati rispetto alle esigenze, oppure aumentando l'imposizione fiscale (che Dio ci aiuti!).

L'attuale bilancio non è in grado neppure di finanziare adeguatamente le forze dell'ordine, che si dibattono da anni tra croniche mancanze di uomini in organico e di mezzi a disposizione e sempre più compresse nel disbrigo di formalità burocratiche invece che di azioni sul territorio.

Il nocciolo della questione è un altro: voi riuscite, con onestà intellettuale, ad immaginare oggi come i giovani coscritti e anche - o soprattutto - i loro genitori "vivrebbero" i rituali, i sacrifici, le limitazioni alla libertà personale che comportava e imponeva la vita militare durante il sevizio di leva in vigore sino al 2004?

Padri - e soprattutto madri - ogni fine settimana a contattare il l'URP della Caserma per domandare incontri con il Comandante per chiedere ragione del perché il proprio pargolo non ha fruito di una licenza, oppure perché è stato punito, oppure per produrre certificazioni mediche e/o psicologiche attestanti l'inidoneità al disbrigo di qualche incarico sgradito.

Minacciando "Chiamo il mio avvocato e faccio ricorso - oppure vi denuncio!" se le richieste non vengono accolte.

Basta pensare a ciò che avviene nel mondo della scuola e ci si rende conto immediatamente che il servizio di leva obbligatorio non è più attuabile.

Ve la immaginate la "chat delle mamme del terzo scaglione"?

Il "comune sentire" della società italiana del 2024 è molto diverso da quello della fine del novecento, la maggioranza oggi è focalizzata quasi esclusivamente sull'esercizio e sulla tutela dei diritti del singolo, fa estremamente fatica a riconoscere che tali diritti andrebbero considerati in una cornice di doveri altrettanto importanti nei confronti della comunità di appartenenza.

Ho sempre pensato che sospendere l'obbligo di "dare un anno alla Patria lontano da casa" sia stato un invece grave errore perché ha privato la nostra gioventù della possibilità di vivere un'esperienza formativa importante per sé stessa e per la coesione sociale.

Qualcuno mi dice che anche oggi i giovani vanno lontano da casa perché fanno gli Erasmus e studiano in Università fuori sede o addirittura all'estero, maturando una coscienza civile e una capacità di cavarsela da soli migliore di quella che potevano ricevere in un ambiente sostanzialmente vessatorio e sessista come quello della Caserma.  

C'è sicuramente del vero anche in questo, dimenticandosi però di un aspetto estremamente importante e a mio avviso decisivo: coloro che possono permettersi di "Fare un Erasmus" o frequentare Università fuori sede sono ancora una ristretta minoranza rispetto all'universo giovanile e che comunque si tratta di qualcosa che fanno "a loro esclusivo beneficio" mentre la leva obbligatoria, pur fra tutte le sue ingiustizie e disfunzionalità, questa possibilità la dava a tutti e in un'ottica di farlo nell'interesse superiore della collettività, sia che la si voglia chiamare Patria, Stato, Paese, Nazione o Comunità... 

C'erano i "raccomandati", come ci sono e ci saranno sempre in tutte le italiche istituzioni pubbliche e private, i figli delle varie caste sociali, delle "élite" che riuscivano ad ottenere destinazioni ed incarichi di favore, ma nelle camerate i doveri e le ristrettezze erano davvero uguali quasi per tutti, senza distinzioni, dal laureando in giurisprudenza al disoccupato che non aveva terminato gli studi, fosse nato all'ombra del Duomo di Milano o di qualche sperduto paesino dell'Aspromonte. 

La leva militare andava sicuramente riformata in profondità per tempi e modi, come appunto prevede e consente saggiamente la tanto selettivamente invocata Costituzione Repubblicana, ma non sospesa tout court.

Certi suoi rituali e dinamiche interne erano del tutto inaccettabili ed erano mutate drasticamente le funzioni delle forze armate che dovevano adeguarsi al mutato contesto geo-politico mondiale post caduta del Muro di Berlino.

Ho sempre pensato però, che la leva obbligatoria potesse essere trasformata in una sorta di servizio permanente di Protezione Civile obbligatorio, invece che affidare questa importante funzione ad una struttura che si fonda su squadre di volontari.

Forse così si sarebbe salvato, almeno in parte, anche un patrimonio immobiliare pubblico andato in sfacelo - a mente delle decine e decine si siti ed installazioni militari che la burocrazia italica e la scarsità di iniziative ed idee hanno trasformato nel triste fenomeno delle caserme dismesse.

Insomma, continuo a pensare che insieme all'acqua sporca, il 23 agosto 2004, si decise di buttar via anche il bambino.

 E quindi? Oggi Leva si o Leva no?

La mia risposta è NO a malincuore, perché proprio non ci sono più le condizioni: il danno fatto è irreversibile ed è bene prenderne atto una volta per tutte.

L'unico scenario in cui è pensabile venga ripristinata, comunque con dubbia utilità sul piano strettamente militare, sarebbe quello creato dalla necessità di difendere il territorio nazionale od europeo dalla concreta minaccia di un attacco di terra da parte di eserciti extraeuropei.

Scenario che proprio nessuno si augura. O no? 





 


 

giovedì 8 agosto 2024

UN DIVERSO PRESEPE PER LE ORSOLINE

 

Anni 80' del novecento. Estate. Cividale del Friuli. Il Monastero delle Madri Orsoline conservava al suo interno l'Oratorio di santa Maria in Valle, ma non era ancora un sito facente parte della WHL - World Heritage List dell'UNESCO e, soprattutto, era ancora un "luogo santo" dove le suore vivevano secondo le regole del loro ordine monastico e provvedevano al sostentamento della congregazione e al mantenimento del sito,  con i proventi delle scuole parificate che gestivano all'interno.

Dall'asilo alle superiori (magistrali e tecnico professionale per segretarie d'azienda) si erano occupate dal 1843 al 1999 dell'istruzione "politicamente corretta", per i tempi, delle ragazze delle famiglie "bene" della zona, prima che i mutamenti socio-economici ne falcidiassero le vocazioni e le iscrizioni, costringendo la "sede centrale" in Roma a chiudere il Monastero e a venderlo all'amministrazione comunale.

Il dopo è storia recente che tutti conoscono.

Ritorniamo nella metà degli anni 80 del novecento. Estate.

Come di costume per quel periodo per gran parte dei ragazzi che studiavano ancora dopo le medie era consuetudine diffusa trovare dei "lavoretti" estivi per contribuire alle spese familiari e togliersi quegli sfizi (il motorino, qualche abito di marca, l'iscrizione alla scuola guida) inarrivabili con la modesta paghetta settimanale che ricevevano dai genitori durante i mesi invernali e l'anno scolastico.

Gli impieghi più richiesti, tutti rigorosamente molto "qualificati" e in "nero", senza alcuna misura di prevenzione e/o protezione, con orario dall'alba al tramonto, consistevano nel servizio ai tavoli o l'aiuto in cucina di qualche bar-ristorante, il factotum in qualche fabbrica del triangolo della sedia o della pietra piasentina nel torreanese, il garzone in qualche piccola impresa artigiana dell'edilizia mentre i più "fortunati" aiutavano il padre nel negozio di famiglia se questi era un commerciante.

E le ragazze? destinate quasi d'imperio "solo" ad aiutare la madre nel disbrigo delle faccende domestiche.

In questo "bel" quadretto, che ho cercato di delineare, si svolse "la vicenda dissacrante" che voglio raccontarvi.

Dunque, di nuovo anni 80' del novecento, estate.

Le madri Orsoline più per necessità che per volontà sono costrette ad intervenire sul parquet in legno di alcune aule di un'ala del Monastero, talmente mal ridotto dall'umidità da non essere più fruibile e così, obtorto collo - o meglio, a Dio piacendo - decisero di appaltare i lavori di rifacimento "in economia" e scelsero una ditta locale "specializzata", in cui appunto era stato "ingaggiato" come aiuto estivo un caro amico, di cui, per entrambi  "è pietoso tacere anche il nome",  come scrisse Umberto Eco ne "Il Nome della Rosa" a proposito dell'abbazia dov'è ambientato il suo celeberrimo romanzo.

Non solo per ragioni di privacy.

L'artigiano fu chiamato in via preliminare a fare il sopralluogo per redigere il preventivo, e già in quella sede fu piantato il "seme luciferino" della vicenda: la Madre Superiora impose come condizione sine qua non per il conferimento dell'incarico, il riutilizzo dei pezzi di parquet in legno che non erano guastati irrimediabilmente dall'umidità, allo scopo di ridurre i costi del materiale e risparmiare così sul prezzo complessivo.

Vani furono tutti i tentativi del Mastro Artigiano di dissuadere la religiosa da quella richiesta che a suo dire avrebbe solo aumentato le ore di manodopera, reso il compito tremendamente più complicato e, infine, prodotto un risultato qualitativamente inferiore, che non valeva assolutamente l'ipotetico risparmio.

Nulla da fare: lavoro commissionato a corpo, prezzo fisso e riutilizzo di tutto il parquet recuperabile; l'impresa partiva già male.

Il Mastro artigiano ed il suo garzone si adoperarono nell'esecuzione dell'opera come da contratto, e naturalmente dovettero affrontare quanto era stato anticipato e largamente previsto in relazione alla complessità del lavoro, circostanza che incise come ripetuti colpi di maglio sul punto "sensibile" del Maestro: la pazienza e la poca (o nulla) riverenza verso il Padre Eterno, ritenuto il vero "Superiore" della Madre Superiora.

Il Mastro, per niente intimorito dal trovarsi dentro le mura consacrate di quel millenario luogo santo, dalla vicinanza di un garzone minorenne e dalla continua presenza delle Madri Orsoline che a turno facevano timido capolino sul cantiere per verificare i lavori, si lasciò andare durante l'esecuzione degli stessi  ad una vera e propria tempesta quotidiana di bestemmie colorite ed imprecazioni blasfeme verso l'Altissimo, che solo un miracolo fece si che Questi non scese dai crocefissi del convento per tappargli la bocca. 

Ma il vero Coup de Maitre lo piazzò il giorno della chiusura del cantiere, durante il sopralluogo della Madre Superiora per l'approvazione del rendiconto.

La Badessa, terminato l'esame dei pavimenti "rinnovati" manifestò chiaramente l'apprezzamento per l'opera compiuta. "Ha visto? Avete fatto proprio un bel lavoro, anche riutilizzando il vecchio parquet! Siete stati proprio bravi."

E fin qui tutto bene, la Madre avrebbe dovuto metterci il punto e  resistere al moto interiore che la spinsero ad esercitare in quel frangente le sue funzioni di educatrice religiosa e che fecero invece scaturire "la perla finale"; prese da parte il Maestro e con aria di serio rimprovero si rivolse all'artigiano dicendogli testualmente. "Siete stati bravi ma lei dovrebbe cercare di contenersi... sa, a forza di tutte quelle bestemmie il Signore potrebbe anche risentirsi e mandare qualche disgrazia!" 

Udite quelle parole, il Mastro senza pensarci troppo, immediatamente, replicò in dialetto. "Che sinti Madre, la disgrasia plui granda cal Signor podares fà, sares mandà un fulmin tal presepio e che copi nome il mus" (Che mi stia a sentire Madre, la disgrazia più grande che potrebbe accadere sarebbe che il Signore scagli un fulmine sul presepio e che questo uccida solo l'Asinello."

La Madre Superiora rimase per un attimo allibita per poi, una volta compresa la "sottile" blasfemia a cui il dialetto friulano aveva conferito inoltre una potenza incredibile, farsi il segno della croce ed abbandonare l'aula senza salutare.

Non si è mai saputo se il lavoro venne pagato e se si, quali furono i termini di pagamento: diverse sono le teorie in proposito.

Considerato che in seguito  nessun fulmine si è mai abbattuto sul Monastero e avendo a mente le "politiche" di riscossione degli insoluti da parte del Mastro Artigiano ci dichiariamo, senza necessità di indagare nell'Archivio Segreto del Vaticano, per l'avvenuto pagamento integrale alla scadenza pattuita in origine.

 

 

   

   

martedì 23 luglio 2024

ARRIVANO LE SVEDESI!

Per gli adolescenti maschi nati nella seconda metà degli anni '60 la vita era particolarmente dura a Cividale del Friuli - ed in genere in tutte le cittadine e i paesi di provincia del Friuli - per la soddisfazione degli ormoni in fermento durante il decennio '80, tutti "vittime" più o meno inconsapevoli del contesto geopolitico del tempo, ancora sotto l'influsso degli effetti della "guerra fredda" e della contrapposizione est-ovest.

Quel "dannato" contesto faceva si che in Friuli fossero dislocati i 2/3 dell'Esercito Italiano al tempo della leva obbligatoria: in parole povere una presenza fissa di circa 200.000 ragazzi in grigioverde in una  Regione di un milione e 200 mila anime, rapporto che nella fascia di confine si faceva ancora più incisivo, come nella "mia" Cividale, dove la presenza di 4 caserme nel territorio comunale dava alloggio a quasi 3.000 "stellette" su di una popolazione di 11.000 abitanti.

Voglio essere ancora più preciso e "scientifico": in una popolazione di 11.000 abitanti, divisi equamente tra maschi e femmine, il "segmento" di ragazze tra i 16 e i 22 anni era circa il 15% del totale, per cui 750 (per eccesso) la sua consistenza; numero destinato a calare ancora, se dovessimo escludere dal campione quelle, diciamo, non proprio attraenti agl'occhi dei maschi adolescenti del periodo.

Insomma, come ci spiegavano bene a scuola le teorie economiche di Adam Smith, la sproporzione tra l'offerta (femminile) e la domanda (maschile) era talmente significativa (si può facilmente parlare di 1 a 6), per cui il "prezzo" di una conquista era talmente alto da mettere "fuori mercato" una bella fetta di "locali".

Situazione resa ancora più critica da un'ambiente culturale ancora ammantato da una morale cattolica difesa da almeno 6 parrocchie nel territorio comunale, con una densità di chiese per abitante quasi simile alla Città del Vaticano; e si sa quanto quella morale potesse (non) dare slancio ai rapporti pre-matrimoniali, soprattutto nel mondo femminile! 

Insomma, la tempesta perfetta per far atrofizzare gli ormoni impazziti di giovani maschi adolescenti.

Confinati in un angolo dimenticato d'Italia, con quasi nulla la mobilità, con una frontiera che più che un passaggio era un capolinea, con bar e pizzerie occupate "militarmente" tutte le sere della settimana, i luoghi di aggregazione lontano da mamma papà e di svago  per noi maschietti nel dopo scuola erano quasi esclusivamente i campetti e lo sport (calcio e basket per lo più).

In anni in cui la pratica sportiva sembrava una faccenda "per soli uomini" per "approcciare" una ragazza le opzioni oltre ai 10 minuti di ricreazione a scuola o il tragitto di ritorno verso casa finite le lezioni, rimanevano il Catechismo (sic!) o qualche "festino" organizzato in garage, taverna o cantina a casa di qualche coetaneo.

Insomma, come ha detto qualcuno, "gli anni 80' sono stati il Vietnam della FXXX".

Mi rendo conto di aver dato la versione, e la visione, di un "berretto verde" di quell'atroce conflitto, quindi assolutamente "di parte", tanto che  oggi verrebbe probabilmente additata come sessista; ho voluto solo "parlare per esperienza diretta", perché mi piacerebbe anche conoscere come nell'altra metà del cielo venivano vissuti i richiami della carne e i sogni più romantici durante gli assalti a Saigon.

Non dev'essere stato facile neanche per  i "Vietcong" in rosa, costrette a non uscire troppo di casa, a vestirsi cercando di nascondere anziché esaltare la propria femminilità per non fare incazzare i genitori o essere subito additate dai "benpensanti" come "poche di buono", combattere continuamente il senso di colpa che veniva instillato come la tortura della goccia dalla cultura dominante del tempo e una volta all'aria aperta dover affrontare anche sciami di maschi in cattività.

Bene, nel contesto che ho cercato di delineare, in un fine settimana di fine inverno 1986 un nostro coetaneo, irruppe nel locale in cui eravamo soliti ritrovarci per bere qualche birra, giocare a carte, o "rincoglionirci" con qualche videogame per ammazzare la noia e gli ormoni, per dare un annuncio sensazionale!

Con l'aria di chi aveva avuto la notizia direttamente da Eros in persona, con gli occhi iniettati di desiderio, come un naufrago che tocca terra o di uno che aveva vagato nel deserto senz'acqua per mesi alla vista di una cassa di acqua minerale ghiacciata annunciò: "Ci sono le svedesi a Bovec"!

Potete immaginare lo scompiglio che seguì a quella rivelazione straordinaria! Sembravamo gli Apostoli innanzi al ritorno del Messia risorto! E naturalmente, come fra tutti gli Apostoli che si rispettino, dopo i primi attimi di euforia collettiva si fece avanti il San Tommaso di turno...

"Ma dai! Ma dove?? Ma chi ti ha detto?? Le Svedesi in Jugo, ma dai.. ma chi ci crede!!"

I dubbi erano assolutamente legittimi e condivisibili: le svedesi - il sogno erotico di noi tutti berretti verdi - immaginate in quegl'anni tutte come bellissime amazzoni e, soprattutto dai costumi "generosi" e dalle abitudini  "facili", cosa potevano mai farci a Bovec, in Jugoslavia, un luogo che ai nostri occhi resi strabici dalla propaganda e mai usciti dal nostro piccolo mondo antico,  rappresentava l'arretratezza e l'oppressione della libertà.      

Ma il nostro "Messia" fu molto convincente nella replica e riuscì anche quasi a convincere "San Tommaso", il quale alla fine, come il suo illustre predecessore, disse che si sarebbe unito a noi per "toccare con mano" la bontà dell'annuncio.

"Me l'ha detto un amico di San Pietro che l'ha saputo dal papà che per lavoro va spesso a Bovec: sono arrivate da poco per fare una settimana bianca, alloggiano in Hotel e la sera vanno nella discoteca del centro del paese: sono due classi di un loro liceo in settimana bianca!"

Non ci fu bisogno di aggiungere molto, dopo mezz'ora davanti a Vidussi, il tempo utile per correre a casa a prendere la "Prepusnica - Lasciapassare" io, San Tommaso, San Pietro e san Paolo eravamo pronti a salire nella macchina del Messia per immetterci nella valle dell'Isonzo una volta percorsa quella del Natisone e superato il valico di Robic.

Oggi potrà sembrare un banale trasferimento transfrontaliero, ma nel 1986 era un viaggio ai confini del mondo: statale scarsamente illuminata fino al valico, passati i controlli di confine da parte della Milica e dei Doganieri jugoslavi (spesso montenegrini) dagli sguardi torvi che filtravano sotto cappelli in cui troneggiava la stella rossa, ci si trovava per 40 km su di una strada buia, stretta, piena di curve che attraversava dopo Caporetto la valle dell'Isonzo incrociando solo qualche sparuto paesino, senza insegne luminose e con il costante pericolo che qualche capriolo potesse sbarrare il cammino.

Dopo quasi un'ora e mezza ci trovammo sulla porta della "discoteca" di Bovec situata in un edificio nella piazza principale della località di montagna ai piedi del Kanin.

Piazza deserta, illuminazione debole, qualche Zastava parcheggiata: proprio nulla che facesse pensare di essere prossimi ad un incontro con delle divinità nordiche, pareva di essere più sul set di "Frankenstein Junior" che su quello di "Saturday Night Fever".

"Siamo sicuri"? San Tommaso prese subito la parola dopo aver guardato con aria sconsolata la piazza in ogni direzione.

"Ormai ci siamo, ancora un po' di pazienza!" Disse piccato il Messia avanzando verso l'ingresso della discoteca: un normale uscio di abitazione privata riconosciuto come tale solo per la presenza dell'unica e rassicurante insegna luminosa accesa in quel momento e dal nome eloquente "DISKO".

Erano quasi le undici quando il Messia bussò alla porta di quel ventilato Paradiso e ad aprire si presentò una specie di Caronte che, con sguardo solo poco meno torvo del doganiere montenegrino ci passò in rassegna e senza proferire parola, con un gesto del capo c'invitò pagare il ticket alla cassa, situata in una nicchia dietro di lui.

Il biglietto con consumazione, dal modico valore, venne pagato in lire alla cassiera, una specie di versione balcanica  di Mortissia Adams, anch'essa assai poco friendly e incastrata quasi per miracolo nella piccola nicchia.

Una volta muniti del biglietto Caronte, sempre con un cenno del capo c'invitò a scendere le ripide scale che scendevano davanti a noi e dai cui arrivavano i suoni della classica disco music occidentale in voga durante quegl'anni, cosa che per un attimo rinforzò la speranza che, al termine di quella discesa ci saremmo trovati nel "Nordico Paradiso".

Fu un attimo. In Paradiso si sale, non si scende.

Dopo l'ultimo dei gradini, superato un piccolo atrio inondato di fasci di luce multicolore, con la musica che si faceva sempre più assordante si aprì ai nostri occhi la vista della balera. 

Un piccolo bancone bar sulla destra, dietro al quale c'era la versione più giovane - e più annoiata - della Mortissia incontrata alla cassa e uno stanzone semibuio di una cinquantina di metri quadri - illuminato ad intermittenza da luci colorate - in cui al centro si muovevano dinoccolati un paio di uomini sulla trentina e intorno seduti con il bicchiere in mano una ventina di sagome, per lo più di sesso maschile.

Gli amanti di Zagor avrebbero subito riconosciuto "La Taverna del Gufo".

Gli sguardi si rivolsero tutti verso quello del Messia.

Al tempo Germano Mosconi era solo uno sconosciuto giornalista di Tele Nuovo Verona, ma a suo insaputa qualcuno lo superò con molti anni d'anticipo quanto a turpiloquio e contumelie.

Fu costretto a pagare ripetuti giri di superalcolici in quel girone dantesco, con i quali cercammo di sbollire la delusione e dare comunque "un senso" alla serata, prima di affrontare assai pericolosamente alticci il rientro a Cividale del Friuli.

A cui arrivammo alle quattro del mattino, dopo una lunga sosta nella "Terra di Nessuno" tra la dogana jugoslava e quella italiana, dove imposi a San Tommaso, che aveva sostituito alla guida il Messia, di accostare per permettermi di regalare alla Madre Terra il sovrappiù della bevuta che la sua modalità di guida stile Rally delle Alpi Orientali tra le ripetute curve del tratto Bovec-Kobarid, aveva reso improcrastinabile.

E a causa della successiva ispezione a cui venimmo sottoposti dagli italici Finanzieri, insospettiti dall'orario e dalla lunga sosta in quel luogo improbabile o forse solo desiderosi di ravvivare la loro noiosa nottata in quel luogo sperduto o più probabilmente di dare una lezione a quattro giovani  deficienti. 

Povero Messia, era solo in anticipo sui tempi.

Venticinque anni dopo le svedesi le incrociammo per davvero facendo rafting a Bovec, che nel mentre non è più il paese ospitante il castello del Dottor Frankestein, ma un luogo assai frequentato e conosciuto in tutta Europa per il campeggio e la pratica degli sport estremi. 

Specialmente nei paesi nordici.

  

       

sabato 20 luglio 2024

9O^ MINUTO È MORTO! FINALMENTE…

 

La Rai, facendo spezzatino anche di 90^ minuto, non ha fatto altro che adeguare i suoi palinsesti a quelli del calcio moderno, per cui è fuori luogo oggi stracciarsi le vesti per la decisione di mettere fine ad una trasmissione che proprio non aveva più ragione di esistere e che agonizzava oramai da decenni.

Quel mondo era già morto e sepolto da quando Paolo Valenti e la sua “compagnia di giro” se n’erano andati assieme al dogma della contemporaneità delle partite, alla fine del monopolio Rai e al trionfo delle Pay-tv.

Oggi ne rimaneva solo il nome e l’orario, con ospiti e conduttori improbabili a riempire il tempo con parole, parole, parole dal dubbio interesse. Ripeto, la Rai, rottamando infine quel carrozzone ha reso giustizia a ciò che fu e noi, incalliti boomers, che abbiamo considerato Paolo Valenti e i suoi colleghi delle colonne portanti  e insostituibili delle nostre domeniche, altro non possiamo fare che ritenerci fortunati per aver fatto parte di quell’epoca.

Nota finale: quel 90^ minuto old style rappresentava l’essenza del servizio pubblico, in cui per ogni partita di serie A, da Ascoli-Avellino a Inter-Juventus, ogni sede Rai aveva a disposizione lo stesso minutaggio all’interno del programma in cui i mezzi busti si limitavano a commentare le immagini. In quel mondo si aveva l’impressione che in serie A giocassero 16 squadre di 14 città e non solo 3 o 4 di due, max tre metropoli. 

Detto questo: « Amici sportivi, buonasera! Se Napoli chiama, Milano risponde… »

venerdì 21 giugno 2024

NON E' ZAIRE OGNI DOMENICA, STORIA DI UN DEJA-VU

Perdonatemi se sparo ancora sulla croce rossa, ma è da ieri sera, più o meno da metà del primo tempo di Spagna-Italia in poi che dall'inconscio si agitava la netta sensazione di vivere un deja-vù.

Dove e quando ho visto una partita in cui una squadra non riesce mai a passare la metà campo ed è in totale balia degli avversari che entrano in area da tutte le parti come fiumi che rompono gli argini in ogni dove? Dove e quando ho visto uno score di 22 tiri a 2? Dove ho già visto il portiere di una squadra andare al bar a bere birre con i tifosi per 85 minuti, che tanto dalle sue parti sembrava essere Roma durante il ferragosto de "Il sorpasso"?
Non mi sono dato pace per ore.

D'improvviso, il ricordo è affiorato dalle profondità dell'amigdala!
Ma certo! Come no!? Mondiali 1974, Jugoslavia-Zaire 9-0. Indovinate dove?? Gelsenkirchen, Parkstadion!!!!
Un'unica differenza, i volenterosi ed esordienti africani invece di un Donnarumma tirato a lucido in porta avevano un certo Kazadi.

Dettagli.

Se fossi però nel CT spagnolo non farei tanto lo smargiasso: se una partita del genere la vinci 1-0 e per di più grazie ad un'autorete, rischiando magari nell'ultima azione che ti fischino un rigore contro o che la nuca, la tibia o lo stinco di qualcuno degli avversari o dei tuoi infili la tua porta nell'unico calcio d'angolo concesso nell'extra-time... bè, stai in campana.
Non è Zaire ogni domenica.

giovedì 20 giugno 2024

LE PAROLE SONO RIVELATRICI. SEMPRE.

"Le parole sono rivelatrici, sempre!" ammoniva la mia prof. di letteratura italiana ogni volta che qualcuno cercava di giustificare una scemenza partorita come risposta alle sue domande, opponendo il classico: "Ma io intendevo dire un'altra cosa.."
A mente di quel monito, che tante volte nel corso degli anni ho avuto modo di testarne la bontà, perché ogni anno in prossimità degli adempimenti fiscali arrivano mail o comunicazioni dalla stampa specializzata, dalle software house e dagli addetti lavori invariabilmente iniziano con: CAMPAGNA 730, CAMPAGNA BILANCI, CAMPAGNA IMU, CAMPAGNA DICHIARATIVI ... ???
Se tu mi parli di "campagna" a me viene in mente quella di Russia, quella elettorale, quella d'Africa, le campagne napoleoniche... insomma guerre lunghe e cruente, battaglie sanguinose, conflitti interminabili, sfide durissime...
Perché, ad esempio, non: stagione 730., stagione Bilanci ecc..
Perché stagione fa pensare forse al campionato di calcio ad un periodo comunque destinato a finire con un cambio di contesto prima di ricominciare... cose liete insomma.
Risposta: ma dove vivi? siamo in Italia e cos'altro può descrivere il rapporto fisco-contribuente e i relativi adempimenti? La parola  "Campagna"  appunto...
Non a caso il modello per i versamenti delle imposte gli zelanti burocrati che occupavano (e occupano) l'A.D.E. ( e anche qui propriamente non V.E.N.E.R.E.) con capacità visionaria nel 1998 lo battezzarono F-24, visto che l'F-16 era già in dotazione all'aviazione NATO ed ormai ampiamente superato come capacità offensiva.
E la conferma arriva da chi ogni 3x2 invoca nientemeno che: la PACE fiscale.
Capito perché le campagne (appunto) di marketing del Ministero delle Finanze sul "Fisco amico" non convincerebbero neanche Buddha? 
Aveva ragione la prof., le parole sono rivelatrici, sempre!
Uscito dall'Università e superato l'esame di abilitazione pensavo di avviarmi ad una professione intellettuale, non immaginavo di essermi invece arruolato per svariate Campagne.
E pure recidivo.
Sarebbe stato utile, oltre che gradito, qualche monito in più invece dai docenti di scienze giuridiche, in particolare da quello di diritto tributario.
Bisognerebbe prestare orecchio con maggiore attenzione agli insegnanti, soprattutto a quelli di lettere e imparare anche a leggere quello che non dicono.
Capacità affatto scontata nell'età in cui ancora tutto è possibile, o quasi.
A prescindere da chi occupi a Roma la poltrona di Ministro in via XX settembre o quella di Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi.


martedì 18 giugno 2024

RITORNO AL FUTURO - PARTE TERZA

 

Roma, 18 giugno 2024
Ricorrono oggi 15 anni da quando, con lo sconcerto di tutti gli studiosi del mondo, tra i documenti che furono de-secretati dal governo della Federazione russa e resi accessibili ai ricercatori di tutto il mondo in mezzo alle migliaia ancora conservati negli archivi del celeberrimo ex servizio segreto per la sicurezza nazionale dell’Unione Sovietica (KGB),  spuntò il famoso fascicolo AK-47. 
Il plico, come noto, conteneva i verbali di un interrogatorio tenutosi nel febbraio del 1984 nei confronti dello scienziato georgiano Anatoly Kinkhadze, misteriosamente scomparso nei mesi successivi. Il famoso fisico delle particelle all’epoca era a capo di un progetto denominato “Pojezdky Vremenami” (Viaggio nel Tempo) che aveva lo scopo di studiare la possibilità di realizzare, attraverso l’utilizzo di acceleratori nucleari, lo spostamento della materia nello spazio- tempo. Dall’esame dei documenti allora resi noti parrebbe che l’equipe dello scienziato fosse riuscita nell’intento già verso la fine del 1983 e che Kinkhadze si fosse prestato per diventare egli stesso il primo viaggiatore nel tempo della storia dell’umanità. 
Nel fascicolo è riportato il testo dell’interrogatorio, avvenuto in gran segreto il 2 febbraio 1984 nel palazzo della Lubjanka alla sola presenza dell’allora già molto malato segretario del PCUS Yuri Andropov e dei vertici KGB; lo scienziato avrebbe dichiarato di aver viaggiato nel tempo e di “ritornare” dal 15 febbraio 2009, solo 25 anni più in avanti. 
La lettura del verbale ha dell’incredibile: inizialmente allo scienziato sarebbe stato chiesto qual era la situazione del mondo e dell’economia capitalista, chi fosse a capo dell’acerrimo nemico (gli U.S.A.), chi ricoprisse la massima carica russa e chi fosse il Presidente della Repubblica Italiana. 
Kinkhadze riferì che l’economia capitalista era ormai giunta al tracollo, negli Stati Uniti c’era un Presidente di colore e che si stavano nazionalizzando persino le banche mentre in Italia il Presidente della Repubblica era il vecchio compagno Giorgio Napolitano ed al vertice della nazione russa c’era un certo Vladimir Putin, quello che al momento era solo un oscuro e zelante capitano del KGB. Nella stanza della Lubjanka pare che il segretario Andropov, udite quelle parole si sia commosso e dopo aver abbracciato i presenti, abbia chiesto che venisse portata una bottiglia di Vodka per brindare al successo mondiale della Rivoluzione comunista. 
Solo dopo molte insistenze lo scienziato georgiano riuscì a convincere la compagnia festante ad udire anche il resto del racconto: tanto che cosa poteva mai raccontare di più interessante e meraviglioso quel prossimo Eroe dei Popoli dell’Unione Sovietica? Chi aveva vinto le future edizioni della Coppa del Mondo di calcio? Nell’ordine e con crescente emozione Kinkhadze d’un fiato raccontò che nel febbraio 2009 l’Unione Sovietica non esisteva più dal 31 dicembre 1991 e che da quella data tutte le sue Repubbliche si erano proclamate stati indipendenti e sovrani , che il partito comunista era stato posto fuori legge, che il Patto di Varsavia era stato sciolto qualche anno dopo, che la C.E.E., divenuta Unione Europea, comprendeva 27 paesi tra cui Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Bulgaria, Romania, Lettonia, Lituania ed Estonia e diversi dei quali erano addirittura membri della N.A.T.O.; la presidenza di quell’Unione era momentaneamente retta dalla Repubblica Ceca, in quasi tutta l’Europa era in vigore un’unica moneta denominata Euro gestita da un’unica Banca Centrale ed un qualsiasi cittadino degli stati dell’Unione poteva recarsi in autovettura da Lisbona in Portogallo sino a Tallin in Estonia senza controlli di confine. Il muro di Berlino era stato abbattuto pacificamente dalla folla già nel 1989 e la Germania Ovest si era annessa la Germania Est dall’ottobre del 1990. Per non dire di come poi la tecnologia aveva modificato lo stile ed i modi di vita delle persone…chiunque nei paesi economicamente sviluppati possedeva un telefono portatile con cui in ogni momento poteva dialogare audio e video in tempo reale con il resto del mondo. 
Nella stanza pare che il clima di festa si fosse trasformato lentamente in un pesante silenzio, i presenti si guardavano delusi e sconsolati: la tanto attesa prova incontrovertibile che la Rivoluzione alla fine aveva trionfato ancora non c’era, quello scienziato si era evidentemente fuso il cervello durante l’esperimento ed aveva solo raccontato una marea di sciocchezze senza senso. 
Così il povero Anatoly Kinkhadze fu prima rinchiuso in un manicomio di Stato in una non meglio precisata località del Nagorno-Karabak e poi probabilmente rimase vittima degli psico- farmaci che gli furono somministrati in dosi sempre più massicce, vista l’insistenza con cui sosteneva la veridicità di quello a cui diceva di aver assistito. Il KGB fece “sparire” nei mesi seguenti tutti i membri dell’equipe di Kinkhadze coinvolti nel progetto e distrusse tutte le apparecchiature, gli studi e i calcoli utilizzati, nonché ogni prova dell’accaduto. 
Quanto riportato gettò anche una sinistra luce sulla morte del segretario Yuri Andropov avvenuta il 9 febbraio 1984, una settimana esatta dopo aver assistito a quell’incredibile interrogatorio; tra le carte del leader scomparso fu rinvenuta la seguente poesia: “Siamo solo di passaggio in questo mondo, sotto la Luna / La Vita è un attimo. Il non-essere è per sempre / La Terra ruota nell’Universo / Gli uomini vivono e svaniscono…”. 
Sicuramente se Anatoly Kinkhadze fosse capitato nel futuro anziché nel febbraio 2009 nel giugno 2024, forse lo shock per il “povero” Andropov e i suoi sodali sarebbe stato assai minore, considerando che il presidente degli Stati Uniti è l'attempato Joe Biden, il presidente italiano “l’ex democristiano” Sergio Mattarella, che quell’incredibile Unione Europea senza confini e dazi doganali ha già perso per strada la Gran Bretagna, che in molti stati si chiede a gran voce la fine di quell’altrettanto futuristica moneta unica con il ripristino dei controlli alle frontiere e che è già realizzata la costruzione di nuovi muri di filo spinato per evitare ingressi indesiderati. Per non dire dei dazi imposti dagli Stati Uniti al commercio mondiale con le ovvie ritorsioni degli altri paesi e delle imprese dello zelante ex capitano del KGB che, al potere ormai da un quarto di secolo, si stà dando da fare per riprendere, con il benestare della Cina, almeno in parte quello che è stato perso dall'U.R.S.S. minacciando l'uso di armi nucleari, avendo invaso già nel 2022 l'Ucraina mentre anch'essa anelava ad entrare nella N.A.T.O. e nell'U.E. ed in medio Oriente Israeliani e Palestinesi si stanno scannando "come prima-più di prima". 
Oggi, rispetto al 2009, il mondo avrebbe dei connotati meno sconosciuti e molto più rassicuranti agli occhi di chi nel 1984 era a capo di un sistema poliziesco senza pluralismo politico. 

La domanda finale è, ora che il governo russo disconosce decisamente la veridicità di quanto contenuto nel fascicolo AK-47 e, se gli studiosi neutrali saranno mai in grado di confermare ciò che a suo tempo venne reso pubblico, quale sorte oggi attenderebbe un novello Anatoly Kinkhadze di ritorno dal 18 luglio 2049?

Post in evidenza

NOTTI MAGICHE ANTE LITTERAM

25 giugno 1983 – Arrivo al campo mezz’ora prima del fischio d’inizio, di corsa dopo essere riuscito a fuggire da una riunione familiare ...