mercoledì 22 settembre 2021
RICORDO DI ANTONIO FONTANA
venerdì 17 settembre 2021
ABEL BALBO E DINTORNI
Tra i tanti giocatori stranieri che hanno vestito la maglia bianconeri lasciando tracce importanti sul terreno di gioco e nel cuore dei tifosi c'è sicuramente Abel Eduardo Balbo, centravanti argentino di chiare origini italiane che militò nell'Udinese in un periodo caratterizzato da sali-scendi tra la serie A e B.
Balbo, nato a Villa Constitucion il 1 giugno 1966, giunse a Udine assieme al connazionale Nestor Sensini nell'estate del 1989 per rinforzare l'attacco delle zebrette che avevano appena conquistato la promozione in serie A dopo aver concluso al terzo posto il campionato di serie B 1988/89 agli ordini di Nedo Sonetti e grazie ai gol del bomber Antionio "Toto" De Vitis; l'arrivo in Friuli concretizzava il sogno di Abel di giocare nella nostra serie A e che era svanito l'anno precedente quando Newell's Old Boys e Verona si erano accordate per il trasferimento e l'allenatore degli scaligeri Osvaldo Bagnoli, il "mago della Bovisa", aveva fatto saltare tutto non ritenendo il giovane argentino ancora pronto per il campionato italiano.
Per la verità anche l'arrivo in Friuli non fu proprio lineare, essendosi l'acquisto di Balbo perfezionato solo dopo la rescissione del contratto tra l'Udinese e l'attaccante israeliano Ronnie Rosenthal, già prelevato dal Direttore Sportivo Marino Mariottini addirittura dai "Reds" di Liverpool; si trattava dunque di una seconda scelta che certo non scaldò la tifoseria friulana che ben poco sapeva di Balbo, presentatosi con una folta chioma riccioluta nel ritiro precampionato a disposizione del nuovo tecnico Bruno Mazzia, anch'egli "mago" zonarolo esordiente nel massimo campionato, dopo aver guidato in serie A la Cremonese.
Il progetto del Presidente Pozzo di conquistare prima una tranquilla salvezza per poi consolidare la categoria grazie ad un mix di giocatori esperti (il portiere Garella, il terzino Oddi, l'ex madrilista Ricardo Gallego e Riccardo Mattei per il centrocampo) e di talenti di belle speranze (Sensini, De Vitis, Branca e lo stesso Balbo) guidati tutti da un allenatore emergente con il credo dell'innovazione tattica e del "bel gioco", fallì invece dal principio, con i friulani retrocessi all'ultima giornata dopo aver vanamente inseguito sempre dai bassifondi della classifica la zona salvezza e con il tecnico Mazzia esonerato già la vigilia di Natale per far posto ad un allenatore non proprio emergente e ricco di stimoli come Rino Marchesi.
Nel suo primo campionato in Italia Abel Balbo pur disputando 28 dei 34 incontri mettendo a segno 11 reti e risultando il miglior cannoniere della squadra, si era dimostrato ancora acerbo per poter reggere il confronto con i migliori bomber del calcio internazionale e che allora militavano ancora quasi tutti in Italia. (Van Basten, Klinsmann, Careca, Maradona, Gullit ecc.).
L'impressione era quella di un giocatore dotato di ottimi fondamentali, bravo ad aprire gli spazi, non abile nello stretto, con un'eccellente progressione che si concludeva spesso con mortiferi e vincenti tiri ad incrociare ma con un carattere mite e poco confacente allo stereotipo dell'argentino "figlio di puttana".
Impressione confermata dalla convocazione in nazionale da parte di Carlos Bilardo per difendere nei mondiali di Italia '90 il titolo conquistato quattro anni prima a Città del Messico dalla "mano de Dios" e compagni: Abel fece si parte dei 22 che persero l'alloro nella finale di Roma contro i tedeschi ancora solo dell'Ovest dopo aver fatto fuori gli Azzurri nella sanguinosa - per noi - semifinale di Napoli, ma fu impiegato però solo nel match inaugurale perso dall'albiceleste contro il Camerun a Milano, con il CT che gli preferì addirittura il più esperto ma non trascendentale Gustavo Dezotti.
Superata la doppia delusione della retrocessione e dei mondiali italiani, Abel si ritrovò in ritiro per affrontare una stagione in serie B con l'Udinese, ai nastri di partenza addirittura zavorrata di 5 punti di penalizzazione per un presunto tentativo di "combine" denunciato dal Presidente Calleri della Lazio, una volta saputo che la telefonata ricevuta dal Presidente Pozzo che chiedeva di restituire un favore concesso ai biancazzurri durante la serie B 1987/88, era stata intercettata.
Dopo un avvio difficoltoso e l'esonero di Rino Marchesi a favore di Adriano Buffoni, Abel Balbo inizia ad ingranare e con 22 reti in 37 incontri e guida i friulani in un'imperiosa rimonta che li porta addirittura ad un passo dalla clamorosa promozione, svanita solo a qualche giornata dal termine in quel di Padova, dove i padroni di casa ribaltano nel finale il vantaggio udinese conseguito grazie al suo ennesimo gol griffato con un diagonale di destro ad incrociare dopo aver superato in progressione il diretto marcatore, che gli valse il titolo di capocannoniere della serie B 1991/92.
L'estate del 1991 è di nuovo rovente in casa udinese, con il Paròn Pozzo che, dopo aver ceduto nell' autunno 1990 la Presidenza nientemeno che a Ferruccio Saro con il mandato di vendere la proprietà a chi offriva le migliori garanzie per la piazza, prima firma un preliminare di cessione delle azioni dell'Udinese a Maurizio Zamparini e poi si rimangia tutto riprendendo in mano le redini della società affidando al Prof. Franco Scoglio la panchina dell'Udinese con l'obiettivo di risalire in serie A.
Naturalmente per il raggiungimento dell'obiettivo non si può prescindere del bomber argentino, punta di diamante di una squadra che annovera giocatori di categoria superiore come il connazionale Sensini, il veterano interista Mandorlini, il portiere scudettato Giuliani, il talentuoso "Ciccio" Dell'Anno, Antonio Manicone e il veloce e biondissimo "Nippo" Nappi.
E infatti la prima parte della stagione sembra una marcia trionfale, con l'Udinese che conquista sollecitamente la prima posizione e Balbo a mitragliare le porte avversarie come nella stagione precedente; nel ritorno invece vengono a galla le magagne di una preparazione atletica insufficiente che portano la squadra - e Abel - a flettere ed incepparsi. Le scarso feeling del "Professore" con il gruppo e con l'ambiente non vengono più sopiti dai buoni risultati e così la squadra continua a perdere incontri e posizioni in classifica, sino a finire pericolosamente fuori dalla zona promozione.
La misura è colma a metà del girone di ritorno, quando il Cosenza, ridotto in 9 e sotto per 2-0 recupera sul 2-2 e nel finale sfiora addirittura il clamoroso K.O., con la "curva Nord" inferocita che scavalca le protezioni e viene fermata nei suoi intenti bellicosi sulla pista di atletica dalle forze dell'ordine.
L'esonero è servito e il "sergente di ferro" Adriano Fedele viene chiamato sulla panchina per rianimare il gruppo e tentare di riacciuffare la serie A; la "missione impossibile", dopo tremendi scontri nello spogliatoio ed esclusioni eccellenti, viene compiuta all'ultima giornata vincendo per 2-0 sul campo della già promossa Ancona e a seguito di una serie di vittorie consecutive nelle giornate finali in cui Abel riesce solo a dare qualche timido risveglio, concludendo con un bottino di 11 reti in 37 incontri, metà di quelle dell'anno precedente e segnate quasi tutte nel girone di andata.
Per la permanenza nella riconquistata seria A il Paròn ritiene sufficiente la riconferma in toto del gruppo e del mister, con qualche piccolo innesto di qualità, come il ritorno di Marco Branca a fare coppia con Balbo; il precampionato però non dà segnali confortanti e Pozzo liquida Adriano Fedele nella settimana che precede l'esordio in campionato contro l'Inter alla prima giornata, sostituendolo con l'esperto e scudettato - appena due anni prima a Napoli - Albertino Bigon.
La stagione 1992/93 è quella della definitiva consacrazione per Abel Balbo, che disputerà un campionato superlativo, fugando tutti i dubbi su carattere e continuità di rendimento: 32 incontri su 34 e 21 reti segnate che lo posizioneranno addirittura al secondo posto della classifica marcatori dietro il laziale Beppe Signori. Il tutto impreziosito dalla rete di apertura nello spareggio di Bologna contro il Brescia, che consentirà ai bianconeri con il 3-1 finale di conquistare la salvezza e con cui Abel saluterà il Friuli per diventare uno dei pezzi pregiati del mercato estivo in vista della stagione 1993/94.
Il trasferimento estivo alla Roma per 18 miliardi di lire più i cartellini di Petruzzi e Statuto, chiuderà la storia bianconera di Abel, fatta di 61 presenze e 33 reti nella massima serie e 74 presenze e 33 reti in serie B, a cui aggiungere 9 presenze e 3 reti in Coppa Italia.
La sua carriera vedrà confermare le sue doti realizzative nella capitale dove con la maglia giallorossa disputerà dal 1993 al 1998 148 partite in serie A segnando 78 reti, 16 presenze e 3 reti in cappa Italia e 16 presenze con 6 reti nelle coppe europee. A fronte di tutte queste presenze e marcature il bilancio fu avaro di trofei: Balbo può "vantare" la conquista dello scudetto e della Supercoppa italiana del 2001 con tre presenze nella stagionali quando rientrò alla Roma dopo un'annata a Parma condita con la conquista della Coppa UEFA e della Coppa Italia (44 presenze e 12 reti tra campionato, Coppa Italia e Coppe europee) e una Firenze (31 presenze e 7 reti nelle tre competizioni). Lasciata la capitale nell'estate 2002 per rientrare in Argentina, disputò le ultime 4 partite della sua carriera nella stagione 2002/2003 con la maglia del Boca Juniors.
Con la maglia della nazionale sudamericana giocò dal 1989 al 1998 in 37 incontri segnando 11 reti e partecipò a 3 edizioni del campionato del mondo (Italia 90, Usa 94 e Francia 98), conquistando il secondo posto nell'edizione del 1990.
Terminata la carriera di giocatore Abel tentò quella di allenatore senza troppa fortuna (e probabilmente senza troppa convinzione): rileva per qualche giornata un giovanissimo Luca Gotti sulla panchina del Treviso nel 2009 per lasciare a fine stagione, così come terminerà la sua avventura nell'Arezzo nel 2012 a 5 giornate dalla fine. Neppure la professione di procuratore sportivo gli darà grosse soddsfazioni, tanto da abbandonarla nel 2015.
Abel risulta attualmente risiedere a Boston dove gestisce la scuola per calciatori "Balbo Soccer Academy".
giovedì 16 settembre 2021
ALL'ULTIMO RESPIRO
L'avvio della stagione 2021/22 è scattato con le due massime esponenti del panorama cestistico friulano -l'APU OLD WILD WEST Udine in serie A2 e la GESTECO Cividale in serie B - che sembrano partite con il piede giusto, guadagnandosi entrambe il diritto alla finale che dà l'accesso alle final-eight nazionali delle rispettive Supercoppa di Lega, quest'anno da disputarsi in quel di Lignano.
Le due compagini sembrano smaniose di riprendere il cammino da dove l'avevano lasciato, ovvero dalla mancata promozione in A e in A2, sfumata a gara 4 della finale play-off contro Napoli per la società del Paròn Pedone e addirittura a gara 5 in quel di Fabriano per gli uomini del Presidente Micalich; il compito di migliorarsi è davvero difficile, sia per coach Boniciolli che per il collega Pillastrini, ed in modo particolare per quest'ultimo: fare meglio dell'anno passato vorrà dire solo centrare la promozione.
Per cercare di "dar coraggio" alle due formazioni voglio dedicare ad entrambe il ricordo dell'ultima promozione nella massima serie conquistata da una formazione friulana, ovvero quella della Snaidero Udine al termine della stagione 1999/2000.
Dopo la retrocessione in serie B della Libertas Udine nel 1995, con il fallimento della stessa l'anno seguente e con la massima espressione cestistica friulana che nel frattempo era divenuta la Longobardi Basket Cividale militante in serie B2, nell'estate del 1999 la famiglia Snaidero ritornava tra l'entusiasmo generale per risollevare le sorti del basket udinese acquistando i diritti sportivi del Vicenza basket, società che aveva appena conseguito sul campo il titolo per l'iscrizione al torneo di serie A2 1999/2000.
Il palasport Carnera tornava a vestirsi di arancione dopo l'ultima stagione 1976/77 disputata con il marchio di Majano, terminata con la retrocessione in A2, e nel parterre tornava a sedersi un discendente della famiglia Snaidero, Edi, dopo che il fratello Dario aveva presieduto il club udinese ancora per 3 stagioni fino al 1980 con i colori biancoverdi del marchio Mobiam, azienda della galassia di famiglia, prima di passare la mano al gruppo Tropic.
Edi Snaidero si affida al "vecchio drago" Giancarlo Sarti in qualità di General Manager che per la panchina scommette su di un allora trentasettenne triestino di belle speranze, cresciuto all'ombra del santone "Boscia" Tanjevic e alla prima esperienza come head coach in serie A2.
La stagione regolare si svolge tra alti e bassi, e più bassi che alti ad onor del vero, con il taglio in corsa di due americani e l'arrivo al sesto posto su undici partecipanti, ma che comunque consente la partecipazione ai play-off promozione con una formula molto generosa: due tabelloni con 4 squadre ciascuno che con semifinali e finali al meglio delle 5 partite permettono la promozione in A1 di 2 squadre, assieme alla già promossa vincitrice della stagione regolare: la Cordivari Roseto.
Ed ecco che nelle ultime partite della regular season il G.M. Sarti cala l'asso vincente: ingaggia Charles "Charlie" Smith, guardia ventiquattrenne già militante nell'NBA con i Miami Heat e i Los Angeles Clippers, strappandolo in quel momento dai Rockford Lightning della CBA; l'impatto del texano di Fort Worth è strepitoso e trasforma una modesta squadra priva di grandi possibilità, in un'outsider temibilissima: a suon di penetrazioni, schiacciate, rimbalzi offensivi e tiri dalla lunga e media distanza quello che per tutti è già divenuto "il Ragno", trascina letteralmente gli "orange" nella semifinale contro la Record Napoli, strapazzata con un perentorio 3-0 nella serie.
L'avversario della finale promozione però è di ben altra pasta: l'INA Assitalia di Barcellona Pozzo di Gotto guidata dal coach Giovanni Perdichizzi ha concluso la stagione regolare al secondo posto, in squadra annovera in cabina di regia un satanasso USA qual era Gerrod Abram, gode del fattore campo e può contare sul clima infuocato del suo palazzetto, dove tutti hanno lascito le "penne".
L'avvio della serie infatti sembra confermare i pronostici a sfavore, con i siciliani che vincono in gara 1 tra le mura amiche per 92-87 nonostante la prova maiuscola del "Ragno"; gara 2 a Udine invece vede gli arancione spazzare via Abram e compagni con un perentorio 98-75 e con l'INA mai in partita.
La svolta è gara 3: in un clima da corrida, con alcune decisioni arbitrali dubbie a favorire Udine, i friulani all'ultimo giro d'orologio s'impongono di un punto, fissando il tabellone finale sul 79-80.
La sera del 25 maggio 2000 l'appuntamento per gara 4 è al Carnera di Udine, stracolmo oltre ogni limite di sicurezza, strabordante e con un tifo caldo quanto quello siciliano; in tutti ci sono una consapevolezza ed una speranza: la prima è che "o stasera o mai più" perché tornare in Sicilia per gara 5 significa lasciarci le penne e la seconda è quella di bissare gara due, dove Barcellona era stata letteralmente spazzata via.
E' la speranza che invece viene subito spazzata via sin dalle prime battute: i siciliani sono con le spalle al muro e lottano con il coltello tra i denti su ogni pallone sin dalla palla a due iniziale, mentre la Snaidero accusa il "braccino corto" e gioca contratta, costellando la prima frazione di errori sia in difesa in attacco. Risultato: le magie di Abram e uno scatenato Li Vecchi portano Barcellona avanti di 11 lunghezze già alla prima sirena (allora i 40' erano divisi ancora da due tempi da 20' ciascuno). chiudendo sul 33-44. L'inizio della seconda frazione è ancora peggiore, con gli uomini di Perdichizzi che arrivano a metà tempo addirittura avanti di 19 punti.
Ed ecco che in quel momento, "against all odds", "il Ragno" si sveglia dal sorprendente torpore in cui era caduto sino allora e inizia ad allungare i suoi tentacoli e si carica gli sfiduciati compagni sulle spalle: coadiuvato da Teo Alibegovic sciorina una serie ininterrotta palle recuperate, rimbalzi, bombe penetrazioni, schiacciate che punto dopo punto riportano Udine prima a contatto e poi, a 5" dalla sirena avanti di un punto sul 82-81.
Saranno gli ultimi 5 secondi più lunghi della storia cestistica udinese: Abram manda una palla a Li Vecchi che dall'angolo lascia partire a 1" dalla fine un comodo tiro da due punti.
Il cuore si ferma, il silenzio cala per un tempo che sembra infinito sul Carnera.
La palla che sbatte sul ferro e il suono della sirena scatenano poi un boato degno dello Stadio Friuli scosso dalle reti di Zico.
Fu di nuovo serie A1 per Udine dopo 14 anni e durò ininterrottamente sino al 2009, prima del nuovo abbandono della famiglia Snaidero nell'estate 2011 con la squadra che non si iscrisse per un altro campionato di A2.
Palasport "Primo Carnera", Udine
25 maggio 2000
SNAIDERO UDINE - INA ASSITALIA BARCELLONA POZZO DI GOTTO 82-81 (33-44)
SNAIDERO UDINE: Pieri 8 (4/6, 0/1), Joerke 15 (5/8), Lazic 5 (0/1), Zacchetti n.e., Alibegovic 16 (5/8), Carraretto 5 (1/3, 1/2), Zambon n.e., Sartori 6 (1/3, 1/2), Cantarello (0/1), Smith 27 (8/12, 2/5) Allenatore: Matteo Boniciolli
INA ASSITALIA BARCELLONA POZZO DI GOTTO: Veneri, Giordano n.e., Bragg 7 (3/9), Abram 21 (4/6, 3/6), Soragna 7 (2/3, 1/2), Piazza 2 (1/1, 0/2), Brembilla 2 (1/1, 0/2), Li Vecchi 29 (6/11, 4/10), La Torre 4 (2/2), Morales 6 (3/4). Allenatore: Giovanni Perdichizzi.
venerdì 30 luglio 2021
LA SVOLTA: 1990 -1991
Il caso ha voluto che questa settimana mi sia trovato a celebrare il martedì i 30 anni dalla prima edizione del Mittelfest (19-29 luglio 1991) ed il giorno dopo i 19 anni di mio figlio. Le due circostanze ravvicinate hanno messo in moto una serie significativa di ricordi che a loro volta mi hanno portato ad alcune riflessioni che desidero condividere. Tutto è incominciato a Teatro quando, con mia grande e gradita sorpresa, l'attuale Presidente dell'Associazione Mittelfest, ha inteso leggere ai presenti durante l'incontro letterario-musicale organizzato per la circostanza, la lettera che l'allora Sindaco di Cividale Giuseppe Pascolini aveva inviato alla cittadinanza nei giorni immediatamente precedenti la prima edizione del Festival. Un passaggio di quel testo concepito 30 anni orsono e dunque figlio del suo tempo, descriveva magistralmente il "sentire" di quell'epoca e lo sguardo tutto teso con grande ottimismo agli anni a venire: " ... improvvisamente questa Regione (il Friuli-Venezia Giulia ancora scritto con il trattino) si trova al centro di un mondo e non più alla periferia di ciò che una volta si chiamava mondo occidentale."
La Cividale in cui oggi vive mio figlio - trascurando per un attimo l'insistenza quasi biennale della pandemia da Covid-19 - è una cittadina di 11 mila abitanti e spiccioli in cui uno dei suoi monumenti più simbolici - il Tempietto Longobardo - fa parte del Patrimonio dell'Umanità della WHL dell'Unesco, da diversi anni è insignita della bandiera arancione del Touring Club Italiano, ogni anno da trenta a questa parte ospita un festival internazionale, dal 2016 non ospita più reparti dell'Esercito Italiano e oggi il dibattito politico si svolge attorno alla riconversione del complesso dell'abbandonata Caserma Francescatto, un tempo addirittura sede di Brigata Meccanizzata con tanto di Generale nell'ufficio Comando.
Un luogo in cui nella centralissima piazza Paolo Diacono la fontana con i quattro leoni e la Diana proveniente dal parco di villa Manin è tutta circondata da bar e caffè con tavolini all'aperto come nelle grandi città europee e che dista ancora circa 25 KM da un confine, ma che dal 2007 è diventato tale solo sulla carta e passato il quale ci si può liberamente muovere per tutta la Mitteleuropa fino ai Carpazi e al Baltico.
Un centro in cui dal 2000 nel mese di agosto, il giorno del suo patrono, quasi tutta la popolazione scende in costume medievale nelle vie e nelle piazze per un fine settimana e sa trasformarsi nel palcoscenico dell'evo medio, riempendosi di migliaia e migliaia di turisti.
Una cittadina che da un anno è stata scelta per sviluppare un progetto sportivo di respiro sovraregionale nel basket, con l'arrivo delle Aquile Giallobù targate Gesteco che hanno già sfiorato la promozione in serie A2 nel palazzetto di Via Perusini, impianto costruito a partire dal 2001 dove prima insisteva parte del complesso dismesso dell'Italcementi.
Per cui, agli occhi di mio figlio e dei suoi coetanei, quella frase forse può sembrare banale e priva del valore, anche visionario, che invece aveva nel momento in cui fu trascritta.
La Cividale in cui vivevo quando avevo più o meno l'età di mio figlio era sempre una cittadina di 11 mila abitanti e spiccioli ma in Piazza Paolo Diacono c'era solo un bar con qualche tavolino all'aperto e la fontana di Diana sembrava un pezzo della Fortezza Bastiani, isolata in mezzo al deserto dei Tartari.
E Cividale stessa era una sorta di Fortezza Bastiani, dov'erano acquartierati permanentemente da 40 anni 2000 militari dislocati tra 4 caserme, tutti dispiegati nell'attesa di un possibile attacco da est dei "Tartari", attacco che fortunatamente mai ci fu.
Era un luogo a 25 km da un confine militarmente controllato e che segnava ai nostri occhi ignoranti e ingenui "la fine della civiltà e del mondo libero", un posto inteso davvero come il capolinea di qualsiasi possibile viaggio.
Poi nel 1989 il muro di Berlino crollò improvvisamente come un castello di carte e tutte le coordinate valide fino ad allora incominciarono a sparire prima dalle mappe geografiche e poi, molto più lentamente, da quelle mentali per cui si aprì un epoca in cui il futuro sembrava fatto di qualsiasi possibilità, in cui ogni cambiamento era già lecito prima che a portata di mano.
L'anno seguente fu la Cultura ad interpretare al meglio quel sentimento e Cividale, assieme a Villa Manin di Passariano, ospitò dal 2 giugno al 30 settembre del 1990 la prima mostra nazionale su "I Longobardi", che ebbe un successo di pubblico tale da essere prolungata ancora per due mesi oltre la data inizialmente calendarizzata mentre si chiudevano le caserme e ai militari iniziarono a sostituirsi i turisti e la città iniziò a rifarsi il trucco.
L'anno dopo fu l'arrivo straordinario di Mittelfest a consolidare la rinascente vocazione di Cividale all'ospitalità e ad essere luogo ideale di scambio fecondo di idee e culture, iniziando a sbarazzarsi prima del velo che per anni aveva nascosto le sue bellezze per poi più decisamente metterle a nudo ed abbellirle, cercando di diventare di anno in anno sempre più seducente.
Forse Cividale e il Friuli Venezia Giulia non sono ancora diventate il centro di un nuovo mondo, come auspicava il Sindaco Pascolini nel 1991, ma sicuramente non sono più la periferia del mondo occidentale e per questo chi ha ideato e poi, a qualunque titolo, contribuito a realizzare la Mostra dei Longobardi e il Mittelfest, sono stati gli Artefici di questo "miracolo", a cui noi tutti, cividalesi di ieri e di oggi dobbiamo guardare se non altro con riconoscenza.
martedì 20 luglio 2021
JOHN KOENIG E IL PIANETA COVID-19
mercoledì 7 luglio 2021
COME PRIMA, PIU' DI PRIMA
martedì 29 giugno 2021
MI RITORNI IN MENTE: ITALIA-BELGIO
Per ingannare l'attesa del match da dentro o fuori di venerdì, vediamo un po' che cosa ci porta alla memoria l'incrocio calcistico fra Italia e Belgio; va subito detto che se da una parte il computo totale delle sfide tra azzurri e diavoli rossi ci vede nettamente in vantaggio con 14 vittorie a fronte delle sole 4 dei nostri avversari nei 22 precedenti, tra i quali ci sono ben 5 partite combattute durante il Campionato Europeo per Nazioni e in questo contesto le cose cambiano decisamente con un bilancio che tende alla parità e con i ricordi che diventano più agri che dolci.
Iniziamo con il primo, brutto ricordo e facciamo subito gli scongiuri perché si trattava dei quarti di finale dell'edizione 1972 e finì male per i nostri colori. La formula prevedeva che le 8 vincenti degli 8 gironi eliminatori da 4 nazioni ciascuno si sfidassero nei quarti di finale con partite di andata e ritorno nei rispettivi paesi con le vincenti qualificate per le semifinali in gara secca e le successive finali per il titolo e per il terzo posto tutte in Belgio, negli stadi di Bruxelles-Heysel, Bruxelles-Anderlecht, Liegi e Anversa.
Il 29/04/1972 a Milano, Stadio San Siro ci presentammo da vice-campioni del mondo in carica e favoriti per il passaggio alle semifinali ma finimmo invece imbrigliati nelle maglie difensive della difesa belga in un match avaro di emozioni, che finì 0-0 e che segnò l'esordio in azzurro di Franco Causio, che giocò tutto il secondo tempo subentrando ad uno degli eroi di Mexico '70 Angelo "Domingo" Domenghini.
La gara di ritornò fu disputata il 13/05/1972 nello stadio dell'Anderlecht e segnò la fine dei "messicani" di Ferruccio Valcareggi, che uscirono sconfitti ed eliminati per 2-1 dopo che un rigore di Rombo di Tuono Gigi Riva all'86' fu utile solo per limitare il passivo fissato in precedenza dalle reti di Van Moer e Van Himst.
I diavoli rossi poi persero la semifinale di Anversa per 2-1 contro la Germania Ovest e vinsero a Liegi la finalina per il terzo posto battendo per 2-1 l'Ungheria, mentre il titolo venne poi vinto dai tedeschi dell'ovest che strapazzarono per 3-0 l'Unione Sovietica nella finale di Bruxelles.
Il secondo incrocio avvenne nell'edizione 1980, quella disputata in Italia, in stadi semideserti dopo il primo grande scandalo scommesse scoppiato il 23 marzo di quell'anno con gli arresti di calciatori e dirigenti effettuati direttamente negli stadi al termine delle partite e che determinò la perdita per il CT Bearzot di attaccanti del calibro di Paolo Rossi e Giordano, rispettivamente squalificati per 2 e 3 anni.
Le otto qualificate alla fase finale erano divise in due gironi all'italiana da giocarsi a Roma, Napoli, Milano e Torino e le vincenti dei due raggruppamenti a giocarsi il titolo in finale secca all'Olimpico di Roma e le seconde classificate il terzo posto al San Paolo di Napoli.
Il gruppo A, quello dell'Italia, era composto oltre che dagli azzurri dall'Inghilterra, dalla Spagna e appunto dal Belgio mente nell'altro si contendevano il passaggio alle finali Germania Ovest, Olanda, i campioni uscenti della Cecoslovacchia e la Grecia.
Italia e Belgio incrociarono le armi nell'ultima partita del girone, il 18 giugno 1980 allo stadio Olimpico di Roma, arrivando appaiate con tre punti in classifica frutto per l'Italia della vittoria per 1-0 contro l'Inghilterra e del pareggio 0-0 con la Spagna mentre per il Belgio della vittoria per 2-1 contro gli iberici e dell'1-1 contro gli inglesi.
La differenza reti era pure in equilibrio, ma il computo delle reti segnate dava ai Diavoli Rossi del CT Guy Thys il non trascurabile vantaggio di poter giocare per il pareggio mentre per gli azzurri di Enzo Bearzot solo la vittoria li avrebbe portati alla finale per il titolo.
Fu una serata stregata, con l'Italia per lunghi tratti incapace di trovare il bandolo della matassa per vanificare la sistematica trappola del fuorigioco praticata con grande maestria dai belgi e con il pubblico romano che non lesinò i fischi per testimoniare il disappunto dovuto alle continue interruzioni del gioco. In più ci si mise la serata di grazia del portiere Pfaff capace di neutralizzare una conclusione ravvicinata a botta sicura di Causio e l'arbitro portoghese Antonio Garrido a "vedere" fuori area un netto fallo di mano di Meeuws ben dentro la linea dei sedici metri, negandoci così un rigore "solare".
Finì 0-0 con i Diavoli Rossi qualificati per la finalissima di Roma e battuti ancora una volta dalla Germania Ovest per 2-1 grazie ad una doppietta del Panzer Horst Hrubesch, capace di infilare per la seconda volta al 90' la porta difesa da Pfaff e sbloccare l'1-1.
Per gli azzurri un mesto quarto posto, arrivato dopo un'interminabile serie di calci di rigore al San Paolo di Napoli contro la Cecoslovacchia a seguire l'1-1 del campo al termine dei 120 minuti: una sinistra anteprima di un'altra e ben più dolorosa serie sfortunata di calci di rigore sul terreno del San Paolo, quella del 3 luglio 1990 contro l'Argentina di Maradona che ci tolse la finale mondiale di Roma.
Decisamente migliori gli ultimi due incroci, quelli delle edizioni 2000 nella fase finale a 16 squadre disputato in Belgio-Olanda e del 2016 a 24 squadre in Francia.
Nel girone eliminatorio assieme a Turchia e Svezia, 14 giugno 2000 battemmo a Bruxelles il Belgio con un sonoro 2-0 sul loro terreno di casa, il vecchio Heysel rimodernato e ribattezzato "Re Baldovino", grazie alle reti di Totti e Fiore che ci spalancarono la qualificazione ai quarti di finale mentre condannarono i padroni di casa ad una sollecita eliminazione.
Gli azzurri, guidati magistralmente da Dino Zoff, di seguito fecero fuori la Romania ai quarti, l'Olanda ad Amsterdam in semifinale nell'epica serie di rigori finita alla storia per le parate di Toldo ed il cucchiaio di Totti, prima di vedersi sfilare dalla Francia un titolo già vinto, quando nella finale di Rotterdam un gol di Wiltord nell'ultimo dei 3 minuti di recupero pareggiò l'1-0 di Del Vecchio e ci condannò ai supplementari e alla beffa atroce del golden gol di Trezeguet per il 2-1 decisivo a favori dei galletti francesi.
L'ultima puntata della saga, ed anche l'ultima volta che le due nazionali si sono incontrate in assoluto, risale alla gara d'esordio del gruppo E del torneo 2016, a Lione il 13/06/2016 quando ancora una volta punimmo per 2-0 i favoriti belgi grazie alle reti di Giaccherini al 32' e Pellè al 93'.
Entrambe le nazionali, assieme all'EIRE, passarono il turno per finire la corsa ai quarti di finale: gli azzurri di Conte, soccombendo per la prima volta in una competizione internazionale alla Germania, seppur solo ai calci di rigore dopo aver eliminato i campioni in carica della Spagna agli ottavi, mentre i belgi si dovettero arrendere a sorpresa per 3-1 contro il Galles dopo che avevano fatto a fette i malcapitati ungheresi per 4-0 agli ottavi.
Il titolo lo vinse poi, ancora più sorprendentemente, il Portogallo che riuscì a beffare per 1-0 nei supplementari allo Stade de France gli strafavoriti Blues di Didier Dechamps.
Venerdì 2 luglio a Monaco di Baviera il Belgio potrà schierare ben 6 superstiti di quell'ultima volta (Lukaku, Courtois, Hazard, Witsel, De Bruyne e Mertens) mentre i reduci per gli azzurri saranno solo Benucci e Chiellini.
Tutti noi ci accontenteremmo del medesimo risultato, anche di un minor scarto.
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