mercoledì 22 settembre 2021

RICORDO DI ANTONIO FONTANA


Il 2021 porta via un altro uomo che è stato capace di lasciare un segno importante nella comunità cividalese: il dottor Antonio Fontana, stimato e conosciuto titolare dell'omonima farmacia che già da tempo è condotta dal figlio Alessandro, prima nel centralissimo corso Mazzini e poi "fuori dalle mura", nei pressi di piazza della Resistenza. Ho avuto la fortuna di conoscerlo grazie all'amicizia che mio padre aveva con lui fin da quando frequentavo le scuole superiori e spesso il "dottore" capitava a casa nostra in compagnia del babbo insieme ad altri loro comuni amici per passare serate in allegria. Ho sempre avuto grande ammirazione per l'amicizia che nel tempo li ha legati, perché quando erano insieme non c'era mai spazio per le tristezze e le fatiche del quotidiano ma solo per risate, lazzi, sfottò reciproci e sul gran teatro del mondo, come avrebbe detto Shakespeare e ricordo Antonio come un uomo di grande umanità e generosità,  un concreto sostenitore della nostra compagnia teatrale di giovani cividalesi di "belle speranze", ai quali permetteva anche di utilizzare la macchina da scrivere elettronica che aveva nell'ufficio della farmacia per permetterci di trascrivere i copioni più rapidamente, molti anni prima che comparissero sulla scena i personal computer. Ai miei occhi e a quello degli amici più intimi, Antonio Fontana - "Toni", mio padre e i loro "amigos" più stretti incarnavano alla perfezione la versione friulana degli "Amici Miei" di Germi e Monicelli e di cui Toni faceva più che degnamente le veci del Prof. Sassaroli - Adolfo Celi. E nel giorno tristissimo della sua morte, voglio ricordarlo con il "capolavoro" che lui e la combriccola misero in atto per il 1 aprile 1988: quello "dell'inaugurazione" del nuovo ponte sul Natisone, paragonabile al cinematografico intervento di Tognazzi & co. in un paese toscano per annunciarne la prossima demolizione per consentire il passaggio di una costruenda autostrada. 
Nella città ducale in quel periodo forte era la polemica per i ritardi nell'esecuzione dei lavori di ultimazione del secondo ponte sul Natisone, che già in bella vista da molti mesi tardava ad essere aperto al traffico e per molte sere di marzo vedevo spesso nel salotto di casa gli "Amci miei" entrare in gran segreto, confabulare a lungo e poi concludere le riunioni tra brindisi e risate.
Cosa stessero facendo lo scoprii la mattina del primo aprile, quando Cividale risultava letteralmente invasa di volantini distribuiti nottetempo e con il seguente tenore: CITTA' DI CIVIDALE - INAUGURAZIONE UFFICIALE DEL NUOVO PONTE SUL NATISONE "GUGLIELMO PELIZZO" - MERCOLEDI' 1 APRILE - ORE 11.00 IN VIA FIORE DEI LIBERI - IL SINDACO PASCOLINI - TUTTA LA POPOLAZIONE E' INVITATA AD INTERVENIRE.
Scoppiò il finimondo: telefonate su telefonate in Comune per chiedere spiegazioni, persino un preside a chiedere se poteva inviare la scolaresca e tanti curiosi che arrivarono alle ore 11,00 in via Fiore dei Liberi, ai margini del cantiere. Il Sindaco non la prese affatto bene e sporse denuncia contro ignoti al locale Commissariato di P.s.; il fatto ebbe un clamore sovracomunale e tenne impegnati i corrispondenti locali de "Il Messaggero Veneto" e "Il Gazzettino" per tutto il mese di aprile per seguire l'eco e gli sviluppi della vicenda.
La Polizia non ci mise molto a "smascherare" gli autori del fatto, tanto che Toni affisse sulla vetrina della sua Farmacia un avviso, con la sua foto in bella mostra e l'inciso: Taglia 5 Tagli; la vicenda giudiziaria si concluse qualche mese più tardi con il pagamento di una pena pecuniaria di 200 mila lire (con la rivalutazione pari a 232,61 euro correnti) a carico di ciascuno dei quattro "Amigos" per violazione delle normative in materia di pubbliche affissioni.
Circostanza che comunque non li fermò dal ripetere, negli anni a seguire gesti magari meno "clamorosi", ma sempre infarciti dagli ingredienti più succosi della satira e dell'ironia.
Naturalmente il dottor Antonio Fontana è stato molto altro rispetto a quanto narrato e ha lasciato ricordi di ben altro peso specifico nella comunità ma, per come l'ho conosciuto, sono certo che avrebbe gradito  questo racconto e ora, dovunque si trovi, se la riderà di gusto.
Che la terra ti sia lieve, Dottore.          

venerdì 17 settembre 2021

ABEL BALBO E DINTORNI

Tra i tanti giocatori stranieri che hanno vestito la maglia bianconeri lasciando tracce importanti sul terreno di gioco e nel cuore dei tifosi c'è sicuramente Abel Eduardo Balbo, centravanti argentino di chiare origini italiane che militò nell'Udinese in un periodo caratterizzato da sali-scendi tra la serie A e B.

Balbo, nato a Villa Constitucion il 1 giugno 1966, giunse a Udine assieme al connazionale Nestor Sensini nell'estate del 1989 per rinforzare l'attacco delle zebrette che avevano appena conquistato la promozione in serie A dopo aver concluso al terzo posto il campionato di serie B 1988/89 agli ordini di Nedo Sonetti e grazie ai gol del bomber Antionio "Toto" De Vitis; l'arrivo in Friuli concretizzava il sogno di Abel di giocare nella nostra serie A e che era svanito l'anno precedente quando Newell's Old Boys e Verona si erano accordate per il trasferimento e l'allenatore degli scaligeri Osvaldo Bagnoli, il "mago della Bovisa", aveva fatto saltare tutto non ritenendo il giovane argentino ancora pronto per il campionato italiano.

Per la verità anche l'arrivo in Friuli non fu proprio lineare, essendosi l'acquisto di Balbo perfezionato solo dopo la rescissione del contratto tra l'Udinese e l'attaccante israeliano Ronnie Rosenthal, già prelevato dal Direttore Sportivo Marino Mariottini addirittura dai "Reds" di Liverpool; si trattava dunque di una seconda scelta che certo non scaldò la tifoseria friulana che ben poco sapeva di Balbo, presentatosi con una folta chioma riccioluta nel ritiro precampionato a disposizione del nuovo tecnico Bruno Mazzia, anch'egli "mago" zonarolo esordiente nel massimo campionato, dopo aver guidato in serie A la Cremonese.

Il progetto del Presidente Pozzo di conquistare prima una tranquilla salvezza per poi consolidare la categoria grazie ad un mix di giocatori esperti (il portiere Garella, il terzino Oddi, l'ex madrilista Ricardo Gallego e Riccardo Mattei per il centrocampo) e di talenti di belle speranze (Sensini, De Vitis, Branca e lo stesso Balbo) guidati tutti da un allenatore emergente con il credo dell'innovazione tattica e del "bel gioco",  fallì invece dal principio, con i friulani retrocessi all'ultima giornata dopo aver vanamente inseguito sempre dai bassifondi della classifica la zona salvezza e con il tecnico Mazzia esonerato già la vigilia di Natale per far posto ad un allenatore non proprio emergente e ricco di stimoli come Rino Marchesi.

Nel suo primo campionato in Italia Abel Balbo pur disputando 28 dei 34 incontri mettendo a segno 11 reti e risultando il miglior cannoniere della squadra, si era dimostrato ancora acerbo per poter reggere il confronto con i migliori bomber del calcio internazionale e che allora militavano ancora quasi tutti in Italia. (Van Basten, Klinsmann, Careca, Maradona, Gullit ecc.).  

L'impressione era quella di un giocatore dotato di ottimi fondamentali, bravo ad aprire gli spazi, non abile nello stretto, con un'eccellente progressione che si concludeva spesso con mortiferi e vincenti tiri ad incrociare ma con un carattere mite e poco confacente allo stereotipo dell'argentino "figlio di puttana". 

Impressione confermata dalla convocazione in nazionale da parte di Carlos Bilardo per difendere nei mondiali di Italia '90 il titolo conquistato quattro anni prima a Città del Messico dalla "mano de Dios" e compagni: Abel fece si parte dei 22 che persero l'alloro nella finale di Roma contro i tedeschi ancora solo dell'Ovest dopo aver fatto fuori gli Azzurri nella sanguinosa - per noi - semifinale di Napoli, ma fu impiegato però solo nel match inaugurale perso dall'albiceleste contro il Camerun a Milano, con il CT che gli preferì addirittura il più esperto ma non trascendentale Gustavo Dezotti.

Superata la doppia delusione della retrocessione e dei mondiali italiani, Abel si ritrovò in ritiro per affrontare una stagione in serie B con l'Udinese, ai nastri di partenza addirittura zavorrata di 5 punti di penalizzazione per un presunto tentativo di "combine" denunciato dal Presidente Calleri della Lazio, una volta saputo che la telefonata ricevuta dal Presidente Pozzo che chiedeva di restituire un favore concesso ai biancazzurri  durante la serie B 1987/88, era stata intercettata. 

Dopo un avvio difficoltoso e l'esonero di Rino Marchesi a favore di Adriano Buffoni, Abel Balbo inizia ad ingranare e con 22 reti in 37 incontri e guida i friulani in un'imperiosa rimonta che li porta addirittura ad un passo dalla clamorosa promozione, svanita solo a qualche giornata dal termine in quel di Padova, dove i padroni di casa ribaltano nel finale il vantaggio udinese conseguito grazie al suo ennesimo gol griffato con un diagonale di destro ad incrociare dopo aver superato in progressione il diretto marcatore, che gli valse il titolo di capocannoniere della serie B 1991/92.

L'estate del 1991 è di nuovo rovente in casa udinese, con il Paròn Pozzo che, dopo aver ceduto nell' autunno 1990 la Presidenza nientemeno che a Ferruccio Saro con il mandato di vendere la proprietà a chi offriva le migliori garanzie per la piazza,  prima firma un preliminare di cessione delle azioni dell'Udinese a Maurizio Zamparini e poi si rimangia tutto riprendendo in mano le redini della società affidando al Prof. Franco Scoglio la panchina dell'Udinese con l'obiettivo di risalire in serie A.

Naturalmente per il raggiungimento dell'obiettivo non si può prescindere del bomber argentino, punta di diamante di una squadra che annovera giocatori di categoria superiore come il connazionale Sensini, il veterano interista Mandorlini, il portiere scudettato Giuliani, il talentuoso "Ciccio" Dell'Anno, Antonio Manicone e il veloce e biondissimo "Nippo" Nappi.

E infatti la prima parte della stagione sembra una marcia trionfale, con l'Udinese che conquista sollecitamente la prima posizione e Balbo a mitragliare le porte avversarie come nella stagione precedente; nel ritorno invece vengono a galla le magagne di una preparazione atletica insufficiente che portano la squadra - e Abel - a flettere ed incepparsi. Le scarso feeling del "Professore" con il gruppo e con l'ambiente non vengono più sopiti dai buoni risultati e così la squadra continua a perdere incontri e posizioni in classifica, sino a finire pericolosamente fuori dalla zona promozione.

La misura è colma a metà del girone di ritorno, quando il Cosenza, ridotto in 9 e sotto per 2-0 recupera sul 2-2 e nel finale sfiora addirittura il clamoroso K.O., con la "curva Nord" inferocita che scavalca le protezioni e viene fermata nei suoi intenti bellicosi sulla pista di atletica dalle forze dell'ordine.

L'esonero è servito e il "sergente di ferro" Adriano Fedele viene chiamato sulla panchina per rianimare il gruppo e tentare di riacciuffare la serie A; la "missione impossibile", dopo tremendi scontri nello spogliatoio ed esclusioni eccellenti, viene compiuta all'ultima giornata vincendo per 2-0 sul campo della già promossa Ancona e a seguito di una serie di vittorie consecutive nelle giornate finali in cui Abel riesce solo a dare qualche timido risveglio, concludendo con un bottino di 11 reti in 37 incontri, metà di quelle dell'anno precedente e segnate quasi tutte nel girone di andata.     

Per la permanenza nella riconquistata seria A il Paròn ritiene sufficiente la riconferma in toto del gruppo e del mister, con qualche piccolo innesto di qualità, come il ritorno di Marco Branca a fare coppia con Balbo; il precampionato però non dà segnali confortanti e Pozzo liquida Adriano Fedele nella settimana che precede l'esordio in campionato contro l'Inter alla prima giornata, sostituendolo con l'esperto e scudettato - appena due anni prima a Napoli - Albertino Bigon.

La stagione 1992/93 è quella della definitiva consacrazione per Abel Balbo, che disputerà un campionato superlativo, fugando tutti i dubbi su carattere e continuità di rendimento: 32 incontri su 34 e 21 reti segnate che lo posizioneranno addirittura al secondo posto della classifica marcatori dietro il laziale Beppe Signori. Il tutto impreziosito dalla rete di apertura nello spareggio di Bologna contro il Brescia, che consentirà ai bianconeri con il 3-1 finale di conquistare la salvezza e con cui Abel saluterà il Friuli per diventare uno dei pezzi pregiati del mercato estivo in vista della stagione 1993/94.

Il trasferimento estivo alla Roma per 18 miliardi di lire più i cartellini di Petruzzi e Statuto, chiuderà la storia bianconera di Abel, fatta di 61 presenze e 33 reti nella massima serie e 74 presenze e 33 reti in serie B, a cui aggiungere 9 presenze e 3 reti in Coppa Italia.

La sua carriera vedrà confermare le sue doti realizzative nella capitale dove con la maglia giallorossa disputerà dal 1993 al 1998 148 partite in serie A segnando 78 reti, 16 presenze e 3 reti in cappa Italia e 16 presenze con 6 reti nelle coppe europee. A fronte di tutte queste presenze e marcature il bilancio fu avaro di trofei: Balbo può "vantare" la conquista dello scudetto e della Supercoppa italiana del 2001 con tre presenze nella stagionali quando rientrò alla Roma dopo un'annata a Parma condita con la conquista della Coppa UEFA e della Coppa Italia (44 presenze e 12 reti tra campionato, Coppa Italia e Coppe europee) e una Firenze (31 presenze e 7 reti nelle tre competizioni). Lasciata la capitale nell'estate 2002 per rientrare in Argentina, disputò le ultime 4 partite della sua carriera nella stagione 2002/2003 con la maglia del Boca Juniors.

Con la maglia della nazionale sudamericana giocò dal 1989 al 1998 in 37 incontri segnando 11 reti e partecipò a 3 edizioni del campionato del mondo (Italia 90, Usa 94 e Francia 98), conquistando il secondo posto nell'edizione del 1990.

Terminata la carriera di giocatore Abel tentò quella di allenatore senza troppa fortuna (e probabilmente senza troppa convinzione): rileva per qualche giornata un giovanissimo Luca Gotti sulla panchina del Treviso nel 2009 per lasciare a fine stagione, così come terminerà la sua avventura nell'Arezzo nel 2012 a 5 giornate dalla fine. Neppure la professione di procuratore sportivo gli darà grosse soddsfazioni, tanto da abbandonarla nel 2015.

Abel risulta attualmente risiedere a Boston dove gestisce la scuola per calciatori "Balbo Soccer Academy".

   

       


giovedì 16 settembre 2021

ALL'ULTIMO RESPIRO

L'avvio della stagione 2021/22 è scattato con le due massime esponenti del panorama cestistico friulano -l'APU OLD WILD WEST Udine in serie A2 e la GESTECO Cividale in serie B - che sembrano partite con il piede giusto, guadagnandosi entrambe il diritto alla finale che dà l'accesso alle final-eight nazionali delle rispettive Supercoppa di Lega, quest'anno da disputarsi in quel di Lignano.

Le due compagini sembrano smaniose di riprendere il cammino da dove l'avevano lasciato, ovvero dalla mancata promozione in A e in A2, sfumata a gara 4 della finale play-off contro Napoli per la società del Paròn Pedone e addirittura a gara 5 in quel di Fabriano per gli uomini del Presidente Micalich; il compito di migliorarsi è davvero difficile, sia per coach Boniciolli che per il collega Pillastrini, ed in modo particolare per quest'ultimo: fare meglio dell'anno passato vorrà dire solo centrare la promozione.

Per cercare di "dar coraggio" alle due formazioni voglio dedicare ad entrambe il ricordo dell'ultima promozione nella massima serie conquistata da una formazione friulana, ovvero quella della Snaidero Udine al termine della stagione 1999/2000.

Dopo la retrocessione in serie B della Libertas Udine nel 1995, con il fallimento della stessa l'anno seguente e con la massima espressione cestistica friulana che nel frattempo era divenuta la Longobardi Basket Cividale militante in serie B2, nell'estate del 1999 la famiglia Snaidero ritornava tra l'entusiasmo generale per risollevare le sorti del basket udinese acquistando i diritti sportivi del Vicenza basket, società che aveva appena conseguito sul campo il titolo per l'iscrizione al torneo di serie A2 1999/2000.

Il palasport Carnera tornava a vestirsi di arancione dopo l'ultima stagione 1976/77 disputata con il marchio di Majano, terminata con la retrocessione in A2, e nel parterre tornava a sedersi un discendente della famiglia Snaidero, Edi, dopo che il fratello Dario aveva presieduto il club udinese ancora per 3 stagioni  fino al 1980 con i colori biancoverdi del marchio Mobiam, azienda della galassia di famiglia, prima di passare la mano al gruppo Tropic.

Edi Snaidero si affida al "vecchio drago" Giancarlo Sarti in qualità di General Manager che per la panchina scommette su di un allora trentasettenne triestino di belle speranze, cresciuto all'ombra del santone "Boscia" Tanjevic e alla prima esperienza come head coach in serie A2.

La stagione regolare si svolge tra alti e bassi, e più bassi che alti ad onor del vero, con il taglio in corsa di due americani e l'arrivo al sesto posto su undici partecipanti, ma che comunque consente la partecipazione ai play-off promozione con una formula molto generosa: due tabelloni con 4 squadre ciascuno che con semifinali e finali al meglio delle 5 partite permettono la promozione in A1 di 2 squadre, assieme alla già promossa vincitrice della stagione regolare: la Cordivari Roseto.

Ed ecco che nelle ultime partite della regular season il G.M. Sarti cala l'asso vincente: ingaggia Charles "Charlie" Smith, guardia ventiquattrenne già militante nell'NBA con i Miami Heat e i Los Angeles Clippers, strappandolo in quel momento dai Rockford Lightning della CBA; l'impatto del texano di Fort Worth è strepitoso e trasforma una modesta squadra priva di grandi possibilità, in un'outsider temibilissima: a suon di penetrazioni, schiacciate, rimbalzi offensivi e tiri dalla lunga e media distanza quello che per tutti è già divenuto "il Ragno", trascina letteralmente gli "orange" nella semifinale contro la Record Napoli, strapazzata con un perentorio 3-0 nella serie.

L'avversario della finale promozione però è di ben altra pasta: l'INA Assitalia di Barcellona Pozzo di Gotto guidata dal coach Giovanni Perdichizzi ha concluso la stagione regolare al secondo posto, in squadra annovera in cabina di regia un satanasso USA qual era Gerrod Abram, gode del fattore campo e può contare sul clima infuocato del suo palazzetto, dove tutti hanno lascito le "penne".

L'avvio della serie infatti sembra confermare i pronostici a sfavore, con i siciliani che vincono in gara 1 tra le mura amiche per 92-87 nonostante la prova maiuscola del "Ragno"; gara 2 a Udine invece vede gli arancione spazzare via Abram e compagni con un perentorio 98-75 e con l'INA mai in partita.

La svolta è gara 3: in un clima da corrida, con alcune decisioni arbitrali dubbie a favorire Udine, i friulani all'ultimo giro d'orologio s'impongono di un punto, fissando il tabellone finale sul 79-80.

La sera del 25 maggio 2000 l'appuntamento per gara 4 è al Carnera di Udine, stracolmo oltre ogni limite di sicurezza, strabordante e con un tifo caldo quanto quello siciliano; in tutti ci sono una consapevolezza ed una speranza: la prima è che "o stasera o mai più" perché tornare in Sicilia per gara 5 significa lasciarci le penne e la seconda è quella di bissare gara due, dove Barcellona era stata letteralmente spazzata via.

E' la speranza che invece viene subito spazzata via sin dalle prime battute: i siciliani sono con le spalle al muro e lottano con il coltello tra i denti su ogni pallone sin dalla palla a due iniziale, mentre la Snaidero accusa il "braccino corto" e gioca contratta, costellando la prima frazione di errori sia in difesa in attacco. Risultato: le magie di Abram e uno scatenato Li Vecchi portano Barcellona avanti di 11 lunghezze già alla prima sirena (allora i 40' erano divisi ancora da due tempi da 20' ciascuno). chiudendo sul 33-44. L'inizio della seconda frazione è ancora peggiore, con gli uomini di Perdichizzi che arrivano a metà tempo addirittura avanti di 19 punti.

Ed ecco che in quel momento, "against all odds", "il Ragno" si sveglia dal sorprendente torpore in cui era caduto sino allora e inizia ad allungare i suoi tentacoli e si carica gli sfiduciati compagni sulle spalle: coadiuvato da Teo Alibegovic sciorina una serie ininterrotta palle recuperate, rimbalzi, bombe penetrazioni, schiacciate che punto dopo punto riportano Udine prima a contatto e poi, a 5" dalla sirena avanti di un punto sul 82-81.

Saranno gli ultimi 5 secondi più lunghi della storia cestistica udinese: Abram manda una palla a Li Vecchi che dall'angolo lascia partire a 1" dalla fine un comodo tiro da due punti.

Il cuore si ferma, il silenzio cala per un tempo che sembra infinito sul Carnera. 

La palla che sbatte sul ferro e il suono della sirena scatenano poi un boato degno dello Stadio Friuli scosso dalle reti di Zico.

Fu di nuovo serie A1 per Udine dopo 14 anni e durò ininterrottamente sino al 2009, prima del nuovo abbandono della famiglia Snaidero nell'estate 2011 con la squadra che non si iscrisse per un altro campionato di A2.


Palasport "Primo Carnera", Udine

25 maggio 2000 


SNAIDERO UDINE - INA ASSITALIA BARCELLONA POZZO DI GOTTO 82-81 (33-44) 

SNAIDERO UDINE: Pieri 8 (4/6, 0/1), Joerke 15 (5/8), Lazic 5 (0/1), Zacchetti n.e., Alibegovic 16 (5/8), Carraretto 5 (1/3, 1/2), Zambon n.e., Sartori 6 (1/3, 1/2), Cantarello (0/1), Smith 27 (8/12, 2/5) Allenatore: Matteo Boniciolli

INA ASSITALIA BARCELLONA POZZO DI GOTTO: Veneri, Giordano n.e., Bragg 7 (3/9), Abram 21 (4/6, 3/6), Soragna 7 (2/3, 1/2), Piazza 2 (1/1, 0/2), Brembilla 2 (1/1, 0/2), Li Vecchi 29 (6/11, 4/10), La Torre 4 (2/2), Morales 6 (3/4). Allenatore: Giovanni Perdichizzi.


 

            

venerdì 30 luglio 2021

LA SVOLTA: 1990 -1991

Il caso ha voluto che questa settimana mi sia trovato a celebrare il martedì i 30 anni dalla prima edizione del  Mittelfest (19-29 luglio 1991) ed il giorno dopo i 19 anni di mio figlio. Le due circostanze ravvicinate hanno messo in moto una serie significativa di ricordi che a loro volta mi hanno portato ad alcune riflessioni che desidero condividere. Tutto è incominciato a Teatro quando, con mia grande e gradita sorpresa, l'attuale Presidente dell'Associazione Mittelfest, ha inteso leggere ai presenti durante l'incontro letterario-musicale organizzato per la circostanza, la lettera che l'allora Sindaco di Cividale Giuseppe Pascolini aveva inviato alla cittadinanza nei giorni immediatamente precedenti la prima edizione del Festival. Un passaggio di quel testo concepito 30 anni orsono e dunque figlio del suo tempo,  descriveva magistralmente il "sentire" di quell'epoca e lo sguardo tutto teso con grande ottimismo agli anni a venire: " ... improvvisamente questa Regione (il Friuli-Venezia Giulia ancora scritto con il trattino) si trova al centro di un mondo e non più alla periferia di ciò che una volta si chiamava mondo occidentale."

La Cividale in cui oggi vive mio figlio - trascurando per un attimo l'insistenza quasi biennale della pandemia da Covid-19 - è una cittadina di 11 mila abitanti e spiccioli in cui uno dei suoi monumenti più simbolici - il Tempietto Longobardo - fa parte del Patrimonio dell'Umanità della WHL dell'Unesco, da diversi anni è insignita della bandiera arancione del Touring Club Italiano, ogni anno da trenta a questa parte ospita un festival internazionale, dal 2016 non ospita più reparti dell'Esercito Italiano e oggi il dibattito politico si svolge attorno alla riconversione del complesso dell'abbandonata Caserma Francescatto, un tempo addirittura sede di Brigata Meccanizzata con tanto di Generale nell'ufficio Comando. 

Un luogo in cui nella centralissima piazza Paolo Diacono la fontana con i quattro leoni e la Diana proveniente dal parco di villa Manin è tutta circondata da bar e caffè con tavolini all'aperto come nelle grandi città europee e che dista ancora circa 25 KM da un confine, ma che dal 2007 è diventato tale solo sulla carta e passato il quale ci si può liberamente muovere per tutta la Mitteleuropa fino ai Carpazi e al Baltico.  

Un centro in cui dal 2000 nel mese di agosto, il giorno del suo patrono, quasi tutta la popolazione scende in costume medievale nelle vie e nelle piazze per un fine settimana e sa trasformarsi nel palcoscenico dell'evo medio, riempendosi di migliaia e migliaia di turisti.

Una cittadina che da un anno è stata scelta per sviluppare un progetto sportivo di respiro sovraregionale nel basket, con l'arrivo delle Aquile Giallobù targate Gesteco che hanno già sfiorato la promozione in serie A2 nel palazzetto di Via Perusini, impianto costruito a partire dal 2001 dove prima insisteva parte del complesso dismesso dell'Italcementi.  

Per cui, agli occhi di mio figlio e dei suoi coetanei, quella frase forse può sembrare banale e priva del valore, anche visionario, che invece aveva nel momento in cui fu trascritta.

La Cividale in cui vivevo quando avevo più o meno l'età di mio figlio era sempre una cittadina di 11 mila abitanti e spiccioli ma in Piazza Paolo Diacono c'era solo un bar con qualche tavolino all'aperto e la fontana di Diana sembrava un pezzo della Fortezza Bastiani, isolata in mezzo al deserto dei Tartari.

E Cividale stessa era una sorta di Fortezza Bastiani, dov'erano acquartierati permanentemente da 40 anni 2000 militari dislocati tra 4 caserme, tutti dispiegati nell'attesa di un possibile attacco da est dei "Tartari", attacco che fortunatamente mai ci fu.     

Era un luogo a 25 km da un confine militarmente controllato e che segnava ai nostri occhi ignoranti e ingenui "la fine della civiltà e del mondo libero", un posto inteso davvero come il capolinea di qualsiasi possibile viaggio.

Poi nel 1989 il muro di Berlino crollò improvvisamente come un castello di carte e tutte le coordinate valide fino ad allora incominciarono a sparire prima dalle mappe geografiche e poi, molto più lentamente, da quelle mentali per cui si aprì un epoca in cui il futuro sembrava fatto di qualsiasi possibilità, in cui ogni cambiamento era già lecito prima che a portata di mano.

L'anno seguente fu la Cultura ad interpretare al meglio quel sentimento e Cividale, assieme a Villa Manin di Passariano, ospitò dal 2 giugno al 30 settembre del 1990 la prima mostra nazionale su "I Longobardi", che ebbe un successo di pubblico tale da essere prolungata ancora per due mesi oltre la data inizialmente calendarizzata mentre si chiudevano le caserme e ai militari iniziarono a sostituirsi i turisti e la città iniziò a rifarsi il trucco.

L'anno dopo fu l'arrivo straordinario di Mittelfest a consolidare la rinascente vocazione di Cividale all'ospitalità e ad essere luogo ideale di scambio fecondo di idee e culture, iniziando a sbarazzarsi prima del velo che per anni aveva nascosto le sue bellezze per poi più decisamente metterle a nudo ed abbellirle, cercando di diventare di anno in anno sempre più seducente.

Forse Cividale e il Friuli Venezia Giulia non sono ancora diventate il centro di un nuovo mondo, come auspicava il Sindaco Pascolini nel 1991, ma sicuramente non sono più la periferia del mondo occidentale e per questo chi ha ideato e poi, a qualunque titolo, contribuito a realizzare la Mostra dei Longobardi e il Mittelfest, sono stati gli Artefici di questo "miracolo", a cui noi tutti, cividalesi di ieri e di oggi dobbiamo guardare se non altro con riconoscenza. 

  

  

     

martedì 20 luglio 2021

JOHN KOENIG E IL PIANETA COVID-19

Negli anni '70 del secolo scorso (!) l'infanzia e l'adolescenza mia e quella di tanti coetanei fu segnata da una serie Tv ante litteram che già dal titolo - Spazio 1999 - nel tempo presente parrebbe a prima vista "old" e irrimediabilmente "out". A beneficio dei contemporanei che non conoscono la saga, qualche breve informazione: ideata da nel 1973 da Gerry e Sylvia Anderson, coprodotta dalla britannica ITC con la RAI, fu trasmessa in Italia in due stagioni da 24 episodi di 50 minuti per  stagione sui canali RAI 1 e 2 da gennaio 1976 a marzo 1980 e narrava l'odissea nello spazio degli abitanti della base lunare ALPHA a partire dall'allontanamento del nostro satellite oltre i confini del sistema solare, dopo che il 13 settembre 1999 una terrificante esplosione causata dall'innalzamento repentino ed inatteso del campo magnetico nei depositi lunari di scorie nucleari provenienti dalla Terra, aveva fatto uscire la Luna dall'orbita terrestre. Il successo della prima stagione fu enorme, mentre la seconda ne segnò il declino a causa della separazione tra Gerry e Sylvia Anderson e al subentro dei capitali privati del produttore americano Fred Freiberger che comportò un minor budget con conseguente perdita di alcuni personaggi chiave, set ridotti e meno accurati con un taglio diverso nella sceneggiatura di episodi divenuti copia uno dell'altro e dai dialoghi meno filosofici e assai più banali. I personaggi principali della prima serie, quali il comandante John Koenig, la dottoressa Helena Russell, lo scienziato Victor Bergman e il capitano delle Aquile Alan Carter divennero delle icone ed erano interpretati rispettivamente da attori del calibro di Martin Landau, Barbara Bain, Barry Morse e Nick Tate, così come di primo livello erano le guest-star che arricchivano i singoli episodi: Christopher Lee, Joan Collins, Peter Cushing, Catherine Schell e Orso Maria Guerrini, solo per citarne i più noti.     
Tutta la prima stagione ruotava intorno al desiderio dei "naufraghi" di trovare un pianeta compatibile per condizioni alla vita antropica e sui cui riprendere un'esistenza umana, abbandonando la claustrofobica clausura in cui erano relegati sulla base lunare; naturalmente il desiderio rimane frustrato per tutta la serie, perché ogni incontro con luoghi e civiltà aliene, anche quelli all'inizio più promettenti, cela sempre un incompatibilità di fondo nei casi migliori e addirittura una minaccia per la sopravvivenza di Alpha stessa nelle altre situazioni. 
E così se da un lato ogni episodio si concludeva invariabilmente con "e gli alphani continuano il loro viaggio nello spazio infinito...", dall'altro ogni nuova puntata iniziava con la speranza di aver finalmente trovato o di essere vicini alla soluzione del loro confinamento.
Ieri sera, dopo l'ennesimo notiziario che diffondeva la prospettiva di nuove e prossime probabili restrizioni dovute alla ripresa nella diffusione e nel numero dei contagi da COVID-19, il mio sguardo spostandosi con rassegnata frustrazione dal televisore al soffitto ha incrociato per caso il cofanetto che costudisce i DVD della prima stagione (rigorosamente!) di Spazio 1999.
Altro che "old" e "out"!!! La serie di John Koenig and Helena Russell è stata  - in profondità - molto più profetica della  saga prodotta dalla BBC sempre nel 1975  dal cristallino titolo "I sopravvisuti" e che invece si focalizzava su vicende post-apocalittiche di superstiti inglesi dopo che l'umanità era stata colpita da una pandemia dovuta ad un virus sconosciuto sfuggito ad un laboratorio cinese (!), e che aveva risparmiato soltanto una persona su 5.000 dell'intera popolazione mondiale.
Come possiamo, oggi, non condividere l'esperienza e il destino degli Alphani? Per Koenig e i suoi un evento improvviso - ma non imprevedibile - come l'accumulo smisurato scorie nucleari dalla Terra crea le premesse per un esplosione che espelle la Luna dall'orbita terrestre e trancia per sempre i legami con l'umana quotidianità, costringendo gli abitanti della base a vivere reclusi in uno spazio angusto lontani per sempre dalla vita vera. Un evento che segna per sempre un "prima" e un "dopo" dove il prima si sa molto bene com'era e sul "dopo" invece non v'è certezza, se non l'angoscia che nasce ogni volta che si prova a dare un contorno meno vago a ciò che può riservare il futuro.
Per noi invece quel momento è la sera del 9 marzo 2020, quando in TV a reti unificate l'allora Premier Giuseppe Conte annunciava l'inizio del "lockdown" e della corrispondente nascita dell'Italia in zona rossa e noi tutti come gli Alphani il 13 settembre 1999, tra l'incredulo e lo sconsolato, iniziavamo a capire che un evento improvviso - ma non imprevedibile - ci stava allontanando dall'orbita della nostra quotidianità, dalla nostra zona "scontata" di comfort verso qualcosa che ancora non capivamo (e non capiamo) bene ma che intuivamo avrebbe stravolto in profondità la nostra umanità, scagliandoci in remote regioni inesplorate della nostra psiche. Anche per noi un "prima" e un "dopo".
Un dopo che sia per il prof. Bergman, il vicecomandante Paul Morrow, l'operatore al computer Kano e tutti gli altri sulla Luna e per tutti noi in Italia - e nel mondo - sarebbe stato caratterizzato da una claustrofobica permanenza negli spazi più o meno angusti della base lunare o delle nostre abitazioni.
Accompagnati dai lutti che un po' alla volta sono arrivati sotto i colpi degli alieni - in carne ed ossa ma immaginari per Alpha - e sotto forma di virus reale per noi.
Salvo i momenti più o meno lunghi di "libera uscita" in cui gli Alphani visitano i nuovi mondi che incontrano, rimanendo poi sempre delusi e frustrati nel verificare l'impossibilità di convivere nell'ambiente incontrato e che li costringe a serrarsi di nuovo sine die dentro la base.  
Per noi invece quei momenti, più o meno lunghi di libera uscita, sono rappresentati da tutte le volte che l'effetto di chiusure, restrizioni, distanziamenti, uso di mascherine e guanti ci hanno illuso di poter ritrovare "il mondo perduto" osservando il diminuire di morti e contagi fino a giungere all'uso dell'arma che doveva essere quella risolutiva per sconfiggere il nemico: i vaccini. E che invece ancora sembrano non bastare, almeno nell'immediato, a sconfiggere un virus che con tutte le sue varianti muta pericolosamente sfuggendo ancor più di Maya, la mutante interpretata da Catherine Schell nella seconda stagione. 
E così ancor oggi, passati più di 16 mesi dal "breakdown" di Giuseppe Conte, non sappiamo se in sicurezza potremo mandare i nostri figli a scuola in presenza, se potremo ritornare in uno stadio o ad un concerto, se potremo prenotare una vacanza, se potremo ancora abbracciare chi desideriamo e se, malauguratamente una volta contagiati, potremmo essere curati nel caso in cui il nostro sistema immunitario faccia ancora flop nei confronti dell'alieno, con o senza difese inoculate.
In poche parole, non sappiamo più se potremo vivere in pieno la nostra condizione umana, sferzata duramente da un virus comparso misteriosamente da un giorno all'altro e che ci ha condotto in un'esperienza e una quotidianità inimmaginabile, fatta della stessa tensione psichica che affliggeva il comandante John Koenig quando fissava l'immensità dello spazio dalle finestre sigillate della sala comando che rendeva lui ed i suoi compagni contemporaneamente sicuri e prigionieri. 
Così in cerca di ispirazione su come continuare a sopravvivere sul pianeta COVID-19 mi sono rivisto un paio di puntate della prima stagione - in particolare "Sole Nero" e "Il Pianeta Incantato" - e alla fine non posso che condividere i pensieri John Koenig e del prof . Victor Bergman: quale sia la condizione esterna che ci circonda rimaniamo umani e dobbiamo adoperarci con tutta l'energia che abbiamo per mantenere ad ogni costo la nostra umanità che è fatta insieme di fragilità e incompletezza e di volontà nel comprendere e di grande fede nella capacità che la nostra mente ha di trovare le soluzioni. 
Da ragazzo adoravo il comandante John Koenig perché agiva sì con determinazione adamantina, ma solo dopo essersi consultato con il suo amico Victor, uomo di scienza, e aver ben compreso quanto gli veniva riferito, rifiutandosi di accettare acriticamente qualsiasi soluzione. Il tutto condito con la forza di volontà di chi non cederà mai, fino all'ultimo respiro, per la salvezza dei suoi compagni e della propria umanità. Che da sempre significa inscindibilmente gioia e sofferenza.
Per cui mi sono chiesto, cosa farebbe John Koenig, oggi, sul pianeta COVID-19? Risposta facile facile, ordinerebbe a tutti di vaccinarsi e vaccinarsi prendendo a cazzotti tutti i renitenti e, nel contempo, anche a calci in culo tutti coloro che dovessero girare a piede libero fottendosene del pericolo, come fecero gli Alphani sul pianeta Piri. Facendo magari un cazziatone terribile alla dottoressa Helena Russell e al prof. Victor Bergman se non gli avessero prima spiegato bene, con chiarezza e senza nascondere nulla come funzionano i vaccini e quali sono i rischi connessi, fregandosene alla fine bellamente anche dei rapporti elaborati dal computer di Kano, senza prima aver verificato se era stata fatta regolarmente la manutenzione e l'aggiornamento.
Senza aver la certezza di riuscire nell'intento di sconfiggere l'alieno, ma senza il dubbio di averci provato al meglio delle condizioni possibili, perché appunto siamo umani, fragili ospiti sottoposti alle Leggi dell'Universo.

       

mercoledì 7 luglio 2021

COME PRIMA, PIU' DI PRIMA

"Espana se queda fuera de la gran final tras ser muy superior a una Italia que se encerrò siempre atras". Questo riporta in prima pagina il giornale spagnolo "Sport" nell'edizione di oggi 7 luglio 2021 per commentare l'eliminazione delle Furie Rosse ad opera degli Azzurri dopo i calci di rigori che hanno deciso la semifinale di Wembley. Non dovrebbe essere necessaria la traduzione che comunque, a scanso di equivoci, riporto: "La Spagna esce dalla finalissima dopo essere stata di gran lunga superiore a un'Italia che si è sempre chiusa dietro". Siamo alle solite. Invece di prendere esempio dal CT iberico Luis Enrique che al termine dell'incontro ha fatto i complementi agli azzurri, arrivando anche a dichiarare di tifare per loro nella finale di domenica, oltre che a complimentarsi con i suoi per la gara di alto livello disputata, il giornale spagnolo rispolvera il solito spregio verso il "calcio all'italiana", tutto difesa e contropiede. Peccando oltremodo di banalità e accodandosi ad una lunga serie di "rosiconi" di tutte le bandiere sconfitti nel corso della storia dagli azzurri con il vituperato "catenaccio".
Qui non si vuole negare la grande partita giocata dagli spagnoli, che hanno interpretato al meglio il LORO modo di intendere il calcio, anzi: avessero vinto loro alla lotteria dei rigori o con un gol in più durante i 120' non ci sarebbe stato nulla da obiettare. Applausi e giù il cappello.
Ma quel gol in più non l'hanno fatto e questo non è certo per demerito dell'Italia e fino a prova contraria le regole del calcio prevedono sempre che a vincere sia sempre chi è stato capace di segnare un gol in più dell'avversario. Punto. Di quale sia in assoluto il metodo, lo schema, il sistema di gioco più efficace o come ci vuol far intendere il giornale spagnolo, "superiore", per riuscire a fare un gol in più degli avversari la discussione è aperta. Io non credo che quel metodo esista in assoluto e questo è il bello del calcio e dello sport: ognuno può scegliere di interpretare al meglio il sistema che più gli piace o per cui sente di sapersi adattare o di poter tradurre in pratica meglio degli altri. E per tale via vincere la partita seguendo le regole di quello sport specifico, perché, alla fine quello che conta per ciascuno sportivo non è "giocare bene" ma vincere senza barare. Poche balle. 
Per cui se ieri siamo riusciti a contenere una squadra che voleva metterci sotto attraverso il possesso prolungato della palla e alla fine, anche con con 11 uomini dietro la linea della palla per lunghi tratti, siamo riusciti a contare per numero le loro stesse palle gol di certo non siamo stati inferiori. Anzi.   
Mi è tornato in mente un pezzo che scrissi nel 2017.
Di seguito lo riporto integralmente, perché proprio non passa mai di moda.


DIFESA DELLA DIFESA

Mi è capitato spesso di sentire da più parti - tifosi, giornalisti, allenatori, avversari, ecc. ecc. - che molte delle vittorie internazionali della nostra nazionale del passato lontano e anche più recente - quando ancora si vinceva -  campionati del mondo inclusi, sono state immeritate perché ottenute attraverso la difesa ad oltranza condita con isolati contropiede e quindi con il cronico non gioco e l'incapacità di creare "spettacolo". Insomma, quasi dovessimo vergognarci di aver vinto. Quasi fossimo solo degli abili borseggiatori di vittorie che spettavano di diritto agli altri produttori di spettacolo, quasi sempre tedeschi, a volte olandesi, brasiliani e francesi. Quasi che vincere esaltando la capacità difensive fosse una strategia figlia di un Dio minore.
La lista dei detrattori sarebbe molto lunga; mi limito ad osservare che erano quasi tutti avversari sconfitti. Ora, comprendo - e lo dico per esperienza diretta - che essere tifosi o fan di una squadra che punta a vincere attraverso la difesa per creare gli spazi e colpire di rimessa come un cobra esponga decisamente al rischio perpetuo delle coronarie - ma considerare questa strategia di gioco inferiore a quella che si basa sul continuo possesso palla e al pressing a tutto campo, condito magari dal fuori gioco sistematico, propRio non ci sto.
Sono solamente concezioni diverse che si possono scegliere di applicare in base alle capacità e alle caratteristiche degli uomini che un tecnico ha a disposizione.
Chi ha giocato a calcio sa bene che impostare una partita usando il gioco all'italiana - difesa e contropiede appunto - sia tutt'altro che semplice: bisogna avere a disposizione giocatori con grande capacità di resistenza tecnica e psicologica nel saper far bene "reggere" il fortino.
Ricordate la tanto vituperata semifinale di Euro 2000 dove gli azzurri di Zoff passarono ben poche volte la metà campo nei 120' e poi vinsero ai rigori? Che furto colossale! Che spettacolo orribile! Che vergogna! E che fortuna! Due rigori sbagliati dagli olandesi nei tempi regolamentari! Quasi che dovessimo vergognarci noi degli errori avversari e della bravura del nostro portiere...Voglio andare assolutamente contro corrente nel difendere quella prestazione. Ripeto, solo chi ha giocato a calcio sa che per resistere in inferiorità numerica contro una squadra che pratica il gioco d'attacco sistematico, in casa sua per di più, solo un grande carattere individuale e di gruppo, unite ad una grande competenza difensiva, ti permette di mantenere la porta inviolata. Cosa non da tutti.
Ripeto, puntare sulla difesa e sul contropiede è tanto nobile e complesso quanto cercare di vincere in altri modi. "Noi" italiani siamo stati maestri in questo campo e non dobbiamo e non dovremo mai provare vergogna - sportiva. Anzi, per quanto mi riguarda, rivendicarlo con orgoglio.
E con buona pace degli avversari e per gli amanti del "calcio spettacolo". Spesso sconfitti. Come le nostre compagini nazionali quando hanno rinnegato se stesse e tentato di imitare ora gli olandesi, ora i brasiliani. O come accadde ai brasiliani quando vollero imitare gli italiani o i tedeschi.
Considerazioni non valide per le squadre di club, ove da almeno 30 anni si è persa la cultura sportiva "nazionale" e le scelte di un tecnico si devono basare esclusivamente sulle caratteristiche tecniche e psicologiche dei componenti la Babele che compongono la rosa. Considerazioni in retrospettiva. Oggi anche a livello di squadre nazionali, la cultura sportiva-paese è assai sfumata, quasi impalpabile. E' la globalizzazione bellezza.

martedì 29 giugno 2021

MI RITORNI IN MENTE: ITALIA-BELGIO

Per ingannare l'attesa del match da dentro o fuori di venerdì, vediamo un po' che cosa ci porta alla memoria l'incrocio calcistico fra Italia e Belgio; va subito detto che se da una parte il computo totale delle sfide tra azzurri e diavoli rossi ci vede nettamente in vantaggio con 14 vittorie a fronte delle sole 4 dei nostri avversari nei 22 precedenti, tra i quali ci sono ben 5 partite combattute durante il Campionato Europeo per Nazioni e in questo contesto le cose cambiano decisamente con un bilancio che tende alla parità e con i ricordi che diventano più agri che dolci.

Iniziamo con il primo, brutto ricordo e facciamo subito gli scongiuri perché si trattava dei quarti di finale dell'edizione 1972 e finì male per i nostri colori. La formula prevedeva che le 8 vincenti degli 8 gironi eliminatori da 4 nazioni ciascuno si sfidassero nei quarti di finale con partite di andata e ritorno nei rispettivi paesi con le vincenti qualificate per le semifinali in gara secca e le successive finali per il titolo e per il terzo posto tutte in Belgio, negli stadi di Bruxelles-Heysel, Bruxelles-Anderlecht, Liegi e Anversa.    

 Il 29/04/1972 a Milano, Stadio San Siro ci presentammo da vice-campioni del mondo in carica e favoriti per il passaggio alle semifinali ma finimmo invece imbrigliati nelle maglie difensive della difesa belga in un match avaro di emozioni, che finì 0-0 e che segnò l'esordio in azzurro di Franco Causio, che giocò tutto il secondo tempo subentrando ad uno degli eroi di Mexico '70 Angelo "Domingo" Domenghini.

La gara di ritornò fu disputata il 13/05/1972 nello stadio dell'Anderlecht e segnò la fine dei "messicani" di Ferruccio Valcareggi, che uscirono sconfitti ed eliminati per 2-1 dopo che un rigore di Rombo di Tuono Gigi Riva all'86' fu utile solo per limitare il passivo fissato in precedenza dalle reti di Van Moer e Van Himst. 

I diavoli rossi poi persero la semifinale di Anversa per 2-1 contro la Germania Ovest e vinsero a Liegi la finalina per il terzo posto battendo per 2-1 l'Ungheria, mentre il titolo venne poi vinto dai tedeschi dell'ovest che strapazzarono per 3-0 l'Unione Sovietica nella finale di Bruxelles.  

Il secondo incrocio avvenne nell'edizione 1980, quella disputata in Italia, in stadi semideserti dopo il primo grande scandalo scommesse scoppiato il 23 marzo di quell'anno con gli arresti di calciatori e dirigenti effettuati direttamente negli stadi al termine delle partite e che determinò la perdita per il CT Bearzot di attaccanti del calibro di Paolo Rossi e Giordano, rispettivamente squalificati per 2 e 3 anni.

Le otto qualificate alla fase finale erano divise in due gironi all'italiana da giocarsi a Roma, Napoli, Milano e Torino e le vincenti dei due raggruppamenti a giocarsi il titolo in finale secca all'Olimpico di Roma e le seconde classificate il terzo posto al San Paolo di Napoli.

Il gruppo A, quello dell'Italia, era composto oltre che dagli azzurri dall'Inghilterra, dalla Spagna e appunto dal Belgio mente nell'altro si contendevano il passaggio alle finali Germania Ovest, Olanda, i campioni uscenti della Cecoslovacchia e la Grecia.

Italia e Belgio incrociarono le armi nell'ultima partita del girone, il 18 giugno 1980 allo stadio Olimpico di Roma, arrivando appaiate con tre punti in classifica frutto per l'Italia della vittoria per 1-0 contro l'Inghilterra e del pareggio 0-0 con la Spagna  mentre per il Belgio della vittoria per 2-1 contro gli iberici e dell'1-1 contro gli inglesi.

La differenza reti era pure in equilibrio, ma il computo delle reti segnate dava ai Diavoli Rossi del CT Guy Thys il non trascurabile vantaggio di poter giocare per il pareggio mentre per gli azzurri di Enzo Bearzot solo la vittoria li avrebbe portati alla finale per il titolo.

Fu una serata stregata, con l'Italia per lunghi tratti incapace di trovare il bandolo della matassa per vanificare la sistematica trappola del fuorigioco praticata con grande maestria dai belgi e con il pubblico romano che non lesinò i fischi per testimoniare il disappunto dovuto alle continue interruzioni del gioco. In più ci si mise la serata di grazia del portiere Pfaff capace di neutralizzare una conclusione ravvicinata a botta sicura di Causio e l'arbitro portoghese Antonio Garrido a "vedere" fuori area un netto fallo di mano di Meeuws ben dentro la linea dei sedici metri, negandoci così un rigore "solare".

Finì 0-0 con i Diavoli Rossi qualificati per la finalissima di Roma e battuti ancora una volta dalla Germania Ovest per 2-1 grazie ad una doppietta del Panzer Horst Hrubesch, capace di infilare per la seconda volta al 90' la porta difesa da Pfaff e sbloccare l'1-1.

Per gli azzurri un mesto quarto posto, arrivato dopo un'interminabile serie di calci di rigore al San Paolo di Napoli contro la Cecoslovacchia a seguire l'1-1 del campo al termine dei 120 minuti: una sinistra anteprima di un'altra e ben più dolorosa serie sfortunata di calci di rigore sul terreno del San Paolo, quella del 3 luglio 1990 contro l'Argentina di Maradona che ci tolse la finale mondiale di Roma.

Decisamente migliori gli ultimi due incroci, quelli delle edizioni 2000 nella fase finale a 16 squadre disputato in Belgio-Olanda e del 2016 a 24 squadre in Francia.

Nel girone eliminatorio assieme a Turchia e Svezia, 14 giugno 2000 battemmo a Bruxelles il Belgio con un sonoro 2-0 sul loro terreno di casa, il vecchio Heysel rimodernato e ribattezzato "Re Baldovino", grazie alle reti di Totti e Fiore che ci spalancarono la qualificazione ai quarti di finale mentre condannarono i padroni di casa ad una sollecita eliminazione.

Gli azzurri, guidati magistralmente da Dino Zoff, di seguito fecero fuori la Romania ai quarti, l'Olanda ad Amsterdam in semifinale nell'epica serie di rigori finita alla storia per le parate di Toldo ed il cucchiaio di Totti, prima di vedersi sfilare dalla Francia un titolo già vinto, quando nella finale di Rotterdam un gol di Wiltord nell'ultimo dei 3 minuti di recupero pareggiò l'1-0 di Del Vecchio e ci condannò ai supplementari e alla beffa atroce del golden gol di Trezeguet per il 2-1 decisivo a favori dei galletti francesi.

L'ultima puntata della saga, ed anche l'ultima volta che le due nazionali si sono incontrate in assoluto, risale alla gara d'esordio del gruppo E del torneo 2016, a Lione il 13/06/2016 quando ancora una volta punimmo per 2-0 i favoriti belgi grazie alle reti di Giaccherini al 32' e Pellè al 93'.

Entrambe le nazionali, assieme all'EIRE, passarono il turno per finire la corsa ai quarti di finale: gli azzurri di Conte, soccombendo per la prima volta in una competizione internazionale alla Germania, seppur solo ai calci di rigore dopo aver eliminato i campioni in carica della Spagna agli ottavi, mentre i belgi si dovettero arrendere a sorpresa per 3-1 contro il Galles  dopo che avevano fatto a fette i malcapitati ungheresi per 4-0 agli ottavi.

Il titolo lo vinse poi, ancora più sorprendentemente, il Portogallo che riuscì a beffare per 1-0 nei supplementari allo Stade de France gli strafavoriti Blues di Didier Dechamps.

Venerdì 2 luglio a Monaco di Baviera il Belgio potrà schierare ben 6 superstiti di quell'ultima volta (Lukaku, Courtois, Hazard, Witsel, De Bruyne e Mertens) mentre i reduci per gli azzurri saranno solo Benucci e Chiellini.

Tutti noi ci accontenteremmo del medesimo risultato, anche di un minor scarto.           


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